LIBERA RIFLESSIONE SU DUE AFORISMI:
CONOSCI TE STESSO
QUID EST VERITAS?
Mi dedico, in questo Numero, all’analisi e al commento di due frasi che, a mio modesto avviso, costituiscono il paradigma intellettuale del pensiero della nostra civiltà occidentale.
Altre civiltà, in altre parti del mondo, e in altri secoli, anche molto lontani, forse addirittura precedenti alla formulazione di questi aforismi, hanno cristallizzato il loro sapere e la loro visione del mondo in diverse altre forme espressive, che però hanno molte radici comuni con essi.
La saggezza degli antichi, pensatori, filosofi, uomini d’arte e di scienza, uomini di religioni diverse è, ed è rimasta, proverbiale e costituisce una dotazione di sapere universale senza confini di spazio e di tempo.
Comincio, dunque, dal “conosci te stesso” .
Anticipo una nota informativa.
“Conosci te stesso” (in greco antico, γνῶθι σεαυτόν, gnōthi seautón) è un antico motto greco, inciso nel tempio di Apollo a Delfi, reso celebre da Socrate, che significa un invito alla introspezione e alla autocoscienza, fondamentale per la ricerca della verità e la realizzazione personale, invitando a esaminare la propria anima e i propri valori per vivere una vita più autentica ed equilibrata.
Socrate:
Ne fece un pilastro della sua filosofia, sostenendo che la conoscenza di sé è il primo passo per conoscere il mondo e raggiungere la verità, che risiede nell’anima, non nel corpo, o in un altrove esterno.
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Indagine interiore:
Porsi domande su chi si è, cosa si desidera e perché si agisce in un certo modo.
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Auto-esame:
Indagare le proprie scelte, i propri valori e le proprie emozioni, senza giudizio.
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Cura dell’anima:
È un processo di autoeducazione e purificazione, che può richiedere sforzo e tempo.
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Strumenti utili:
Meditazione, psicoterapia, scrittura e nuove esperienze possono aiutare in questo percorso.
- Comprendere la propria vera identità, distinguendola dalle “maschere” e dalle credenze comuni, per vivere una vita più piena, felice e in armonia con se stessi e il mondo.
Crescere, evolversi, conoscersi nella propria interiorità e completezza, sapersi adattare per superare le difficoltà che si presentano davanti e trovare la pace con sé stessi. - E’ questa l’ottica con cui l’esortazione è stata più volte riproposta nei secoli a venire. Il senso originale del monito – secondo la maggioranza degli studiosi – presente nel tempio di Apollo avrebbe però tutt’altro sapore, e sarebbe invece un precetto contro l’arroganza e la presunzione dell’uomo. Conosci te stesso vuol dire “Ricordati che hai dei limiti, e che non puoi compararti a Zeus” e farebbe quindi riferimento alla finitezza dell’uomo e avvertirebbe di non superare i propri limiti.
- Conosci te stesso…nell’attualità. Immediato il parallelo con la nostra attualità. Se c’è una cosa che questo difficile periodo ci ha insegnato è che niente è per sempre, tanto meno l’uomo.
- Che tutto può cambiare in un attimo, che anche l’impossibile può succedere. Ci ha fatto capire quanto piccoli e impotenti si sia di fronte alla natura e alla morte. E ci ha fatto, soprattutto, capire quanta presunzione ci sia nella società moderna e quanto l’uomo si sia allargato oltre i propri confini.
- Ha fatto capire anche, però, l’importanza di conoscersi, capirsi, stare bene con sé stessi. Conoscere i propri limiti e difetti per contrastarli e uscire più forti di prima da ogni difficoltà.
- Ecco perché “Conosci te stesso” è ancora l’esortazione che non va mai dimenticata.
Ben poco ho da aggiungere a questa articolata e completa disanima sull’origine e sul significato del noto aforisma. Rilevo soltanto che, fin dall’antichità, il pensiero umano dimostrava un livello assai elevato di sofisticazione e di profondità, se era così diffuso e pressante l’appello e l’invito ad occuparsi della propria anima.
Lo era al punto tale che veniva pubblicato e propagandato come pratica raccomandata per ottenere una sana ed equilibrata personalità, a livello popolare,
se era inciso sul frontone del tempio di Apollo a Delfi.
Aveva, infatti, i connotati di una prescrizione divina, prima che filosofica, indirizzata al conseguimento di un’armonia di pensieri e opere che potevano configurare il modello del buon cittadino, quanto a ruolo sociale, oltre che quello dell’uomo felice, come individuo.
La raccomandazione a trovare la verità nella propria interiorità è quanto di più moderno si possa immaginare, perché esonerava l’uomo dall’affidarsi a prescrizioni e comandamenti di autorità esterne, politiche o religiose, che avrebbero uniformato e standardizzato, sminuendolo, il comportamento umano.
Sappiamo bene che, quando siamo imbavagliati e oberati da un fardello di imposizioni sociali, religiose, culturali, ne va della nostra sensazione di libertà e di creatività: è vero invece, che le arti liberali e la pace sociale fioriscono quando ogni singolo individuo trova un proprio equilibrio in se stesso e nell’ambito della cellula sociale cui appartiene.
QUID EST VERITAS? che cos’è la verità?
Passo adesso ad un altro aforisma storico, di carattere filosofico, che però, guarda caso, è stato pronunciato da un personaggio della storia che non aveva nessuna dimestichezza con la filosofia o la psicologia: Ponzio Pilato, governatore romano della Giudea al tempo di Gesù.
Riporto, per filo e per segno, dalla BIBBIA la versione dal Vangelo di Giovanni.
Allora Pilato entrò di nuovo nel pretorio, chiamò Gesù e gli disse:
“Tu sei il re dei Giudei?”
Gesù rispose:
“Dici questo da te stesso, o gli altri te l’hanno detto di me?”
Rispose Pilato:
“Sono io forse un Giudeo? La tua nazione e i sacerdoti-capi ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?”.
Rispose Gesù:
“Il mio regno non è di questo mondo. Se di questo mondo fosse il mio regno, le mie guardie avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei. Ora, il mio regno non è di qui.”.
Gli disse allora Pilato:
“Dunque, sei tu re?”.
Rispose Gesù:
“Tu dici che io sono re. Io sono nato per questo e per questo sono venuto al mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”.
Gli dice Pilato:
“Che cos’è la verità?”.
Detto questo, uscì di nuovo dai Giudei e disse loro:
“Io non trovo in lui alcun capo d’accusa. Ma voi avete l’usanza che io vi liberi qualcuno a Pasqua. Volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei?”.
Si misero allora a gridare:
“Non lui, ma Barabba!”
Barabba era un bandito.
Questa versione dell’episodio di Gesù davanti a Pilato, come è stata scritta da Giovanni, è piuttosto strana: gli altri 3 evangelisti descrivono il fatto con altri particolari e altri discorsi che mettono in luce la scelta chiara del popolo ebraico di risparmiare Barabba e di crocefiggere Gesù.
Ma riferendomi al testo di Giovanni, comincio dalla fine, con una notazione:
Il nome Barabba, che nei secoli è stato associato alla definizione di furfante, malfattore, ladrone, ha una translitterazione in Greco antico che è “Barabbàs”, come se fosse un nome proprio.
Ricordo che, fino a poco tempo fa, in Italia e in tutto il mondo occidentale, la versione della BIBBIA che tutti possono trovare nelle librerie, nelle chiese e nelle case, è una traduzione in italiano dal latino, a sua volta tradotto dal Greco antico.
Nessuna BIBBIA era mai stata tradotta direttamente dall’aramaico, una specie di dialetto popolare ebraico, che era la lingua di Gesù e che fu adoperata per la scrittura dei Vangeli originali.
Pochissimi anni fa, per la prima volta, è stata pubblicata, in Italia, una versione della BIBBIA tradotta direttamente dall’aramaico, a cura del miglior biblista che abbiamo in Italia e che non è un laico.
Si tratta di Ludwig Monti: già monaco di Bose, è dottore di ricerca in ebraistica, biblista e saggista. Collabora con diverse riviste. Insegna IRC presso il Liceo “Leonardo da Vinci” di Casalecchio di Reno, e Antico Testamento presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna.
È dunque un monaco, ma non uno di quegli amanuensi che, nel Medioevo, trascrivevano, miniando in punta di penna d’oca, le traduzioni in cui si poteva scrivere di tutto e di più.
Da questa sua traduzione sono venute alla luce alcune singolarità, inquietanti per molti, e sorprendenti per tutti.
Ebbene, in aramaico antico “bar abbas” vuol dire semplicemente “figlio del padre”.
Questa espressione compare spesso nei Vangeli in bocca a Gesù, volendo egli indicare se stesso.
Pensate anche voi quello che penso io?
Se dei due presentati da Pilato alla gente di Gerusalemme, uno era il cosiddetto “Re dei Giudei” e l’altro era il “figlio del padre”, chi avrebbero scelto i popolani ebrei? Per me c’è qualcosa che non quadra.
Se non basta, vi posso riportare anche un’altro strafalcione, involontario non credo proprio, che è comparso nella traduzione biblica di questo uomo di chiesa.
Nei Vangeli, si dice che Gesù è nato da una “betullah”, che in aramaico vuol dire semplicemente “fanciulla”.
Che male ci sarebbe – come dice ironicamente anche il professor Umberto Galimberti – se fosse nato da una fanciulla? Rientrerebbe nella norma.
C’è un fatto, però.
Che nella traduzione dall’aramaico in greco antico, il termine “betullah” è stato tradotto con il termine greco “parthénos” e questa parola, in greco antico, significa “vergine” e non “fanciulla”.
In aramaico antico, la parola “vergine” si identifica, senza possibilità di equivoci, con la parola “almahà”.
A proposito della verginità di Maria, pensate anche voi quello che penso io?
Ma, dopo questa digressione linguistica e semantica, mi focalizzo sul nocciolo della questione “quid est veritas?”
A mio avviso, si è trattato di un aforisma strepitoso, visto il personaggio in gioco (Gesù) a cui era rivolta la domanda, e considerato chi è stato a pronunciarlo (Pilato).
Ma, preliminarmente, io noto questo:
Con i suoi apostoli e discepoli, Gesù aveva adoperato l’espressione “Io sono la via, la verità, la vita”. Si rivolgeva ad un gruppo di suoi affiliati ed adepti, con un linguaggio forte e diretto, nient’affatto criptico.
Qui, invece, davanti a Pilato, Gesù afferma di essere venuto in questo mondo per rendere “testimonianza” alla verità. Non di “essere” o di “possedere” la verità.
E, come si può ben capire dal testo, Gesù a Pilato non risponde.
Non a questa domanda.
Nel colloquio che sopra è stato fedelmente riportato, Gesù replica seccamente e a tono a tutte le domande di Pilato, ma a questa non replica alcunché.
Mi sono chiesto: “perché?”.
La risposta a questo quesito è o semplice e chiara, oppure è di una spaventosa complessità, al punto che Gesù stesso rinuncia a dare un responso, conciso o articolato che sia.
La verità può essere un atto di fede, e allora tutto ha una spiegazione in ciò che nelle sue parole è contenuto e che può rappresentare il significato primo e ultimo del suo passaggio umano sulla terra.
Oppure la verità è una realtà mobile, inafferrabile, cangiante, multiforme, perfettibile e aleatoria e che quindi non può sottostare né ad una definizione formale, né a una limitazione spazio-temporale.
E non può essere retaggio di nessun sapere onesto e consapevole.
Ritengo che Gesù si riferisse alla prima tipologia di verità e che il suo messaggio sia la cosa più giusta, condivisibile e credibile che la gente del suo tempo e della sua terra potesse aspettarsi di ascoltare e condividere.
Infatti lui si rivolgeva sempre ai poveri, ai semplici, ai puri di cuore come ad una “casta” di eletti, che soli potevano recepire l’intensità delle sue parole incoraggianti, vivificatrici e salvifiche.
Questo messaggio è stato preso a vessillo universale di valori ideali metafisici, ma è stato anche travisato e sfruttato ai fini di implementare un vasto e generalizzato sistema di controllo delle coscienze, a cura dei gestori del sistema stesso.
A proposito di questo, aggiungo, qui di seguito, il commento di Armando La Torre, un corrispondente di QUORA, che spesso espone le sue considerazioni su interpretazioni teologiche controverse.
Il libro che i cristiani chiamano Antico Testamento è il più grande caso di plagio e manipolazione della storia letteraria.
La setta nascente del cristianesimo, per darsi una parvenza di legittimità e una storia che non aveva, ha dovuto cannibalizzare i testi sacri di un’altra religione, l’ebraismo.
Il primo passo di questa operazione fu la traduzione.
Quando la Bibbia ebraica fu tradotta in greco (la versione dei Settanta), lingua franca dell’impero romano, avvenne la prima, massiccia manipolazione.
La lingua greca, intrisa di filosofia e di concetti astratti, era inadatta a rendere la concretezza e la carnalità dell’ebraico. Ad esempio, un termine come “Sheol”, un vago e ombroso aldilà ebraico, venne tradotto con “Hades”, l’inferno della mitologia greca, caricandolo di significati che non aveva.
Fu un’operazione di marketing, cioè lo sforzo di rendere un testo tribale e mediorientale comprensibile e appetibile per un pubblico greco-romano.
Una volta tradotto, il testo fu sottoposto a una seconda e più brutale violenza: l’interpretazione allegorica.
I primi padri della Chiesa, uomini colti e imbevuti di filosofia neoplatonica, si trovarono di fronte a un problema imbarazzante.
Il Dio dell’Antico Testamento era un’entità spesso capricciosa, gelosa, a tratti genocida, un dio tribale che ordinava massacri e si sporcava le mani con la politica del suo popolo. Non appariva proprio come il padre di Gesù.
Questo personaggio era impresentabile a un pubblico abituato al Dio perfetto, immobile, immateriale e puramente razionale dei filosofi greci.
La soluzione fu semplice, decisero che il testo non andava letto per quello che diceva.
Ogni passo, ogni personaggio, ogni evento fu reinterpretato come una metafora, un simbolo, una prefigurazione di Cristo.
Il sacrificio di Isacco non era più il racconto agghiacciante di un potenziale infanticidio, ma un’allegoria del sacrificio di Gesù.
La creazione in sette giorni non era cosmologia, ma un poema mistico.
Fu una gigantesca operazione di riverniciatura filosofica per nascondere le parti più scomode e primitive del testo originale.
Il risultato finale di questo processo è che il Tanakh ebraico e l’Antico Testamento cristiano sono due libri completamente diversi, pur condividendo le stesse parole. Per un ebreo, quel testo è la storia, la legge e l’identità del suo popolo.
Per un cristiano, è solo il prologo, un gigantesco trailer pieno di indizi che portano all’unico evento che conta, la venuta di Cristo.
I significati originali non sono stati solo “cambiati”, sono stati deliberatamente sepolti sotto strati di nuova teologia.
L’obiettivo non era capire il testo, ma piegarlo con la forza per farlo combaciare con una dottrina già decisa a tavolino.
È stata la castrazione intellettuale di un’intera tradizione religiosa, compiuta per fornire le fondamenta a quella che, altrimenti, sarebbe apparsa a tutti per quello che era, una bizzarra eresia ebraica nata in una provincia dimenticata dell’Impero.
A questo punto, chiuderei il cerchio, sempre sull’argomento “verità”, finendo con Sant’ Agostino di Ippona (Tagaste). Oggi Tagaste si chiama Souk Ahras ed è una città agricola dell’Algeria.
Sì, Sant’Agostino era un algerino e, per buona parte della sua vita, ne ha combinate di cotte e di crude. Poi, tutto ad un tratto, si è convertito al cristianesimo.
Però, non fu all’inizio molto volenteroso: “Signore, rendimi casto, ma … non subito”. A parte tale infelice espressione di ipocrisia, questo padre della chiesa è diventato il formulatore di una serie di affermazioni, a mio avviso, sorprendenti perché, a ben guardare, non sono in linea con le direttive dei contenuti della fideistica cristiana.
Questa infatti prevedeva, sempre e attentamente, che l’apparato teoretico e ritualistico fosse presente e preminente nella vita dei fedeli e non ammetteva, come non ha mai ammesso, che ci fosse un colloquio diretto del credente con Dio.
Sant’Agostino, teologo e filosofo dal cervello fine, invece, pontificava:
“Noli foras ire, redde in te ipsum. In interiore homine habitat veritas”.
Non andare fuori, ritorna in te stesso. È nell’interno dell’uomo che abita la verità.
Questa affermazione, raccomanda all’uomo religioso, non di rivolgersi alle pratiche ritualistiche e ai precetti di fede e di moralità sanciti dalla chiesa cristiana, ma di rientrare dentro di sé, nella propria coscienza, dove solo avrebbe potuto trovare la verità che andrebbe cercando.
E, per finire in bellezza, raccomandava anche:
“Et si te inveneris mutabilem, trascende te ipsum”.
E se ti troverai mutevole, trascendi te stesso.
Cioè, solo nel caso in cui la tua fede sia un po’ ballerina, allora trascendi, rivolgiti in alto e lì troverai la pace dei sensi e soprattutto dell’anima.
Con queste affermazioni, Sant’Agostino ha gettato i semi di un riscatto dell’individuo rispetto all’apparato, posizione che troverà, più avanti nel tempo, più di un millennio dopo, i suoi epigoni nell’eresia protestante di Martin Lutero e seguaci.
A Dio ci si può rivolgere direttamente senza passare attraverso l’intermediazione, gelosa ed opprimente, della chiesa.
Un millennio più tardi le chiese scismatiche protestanti si proposero di smantellare il carrozzone faronico della chiesa di Roma, riconoscendo all’uomo la facoltà di coltivare la fede a prescindere dal controllo ossessivo degli apparati ecclesiastici cattolici.
Allora il cerchio si chiude coerentemente con l’affermazione finale che, dal “conosci te stesso” al “rivolgiti dentro di te”, la ricerca della verità non può prescindere mai dall’autocoscienza umana e che l’umanesimo è sempre stato una forza latente e vigorosa nella storia, nonostate i tentativi di controllo e di soffocamento perpetrati dalle autorità ecclesiastiche.
Se vuoi non pensare, perché farlo ti fa venire il mal di testa per la paranoia, allora ascolta e segui pure ciò che ti viene propinato dagli apparati religiosi, politici e sociali.
Sappi che ciò che vi troverai è un sistema, un algoritmo, ben strutturato e organizzato, di controllo della tua coscienza: ti dovrai uniformare, senza scuse o perplessità, poiché questo è il tributo di appartenenza ad un contesto sociale.
Ma renditi conto che, così facendo, rinuncerai alla fonte razionalmente più adeguata e affidabile per la ricerca della verità, che si trova dentro di te.
Cosa ho fatto io?
Ho seguito acriticamente il percorso di formazione religiosa, sociale, politica, morale culturale, e quant’altro, che mi veniva propinato.
Poi, un giorno, non appeno ho intuito e accertato che stavo agendo e pensando come volevano gli altri, mi sono dedicato ad un corso lungo e paziente di “saper stare al mondo, secondo i miei principi e valori”, che ho imparato dalla vita.
E sono nato una seconda volta.
E, se volete credermi, mi sono sentito finalmente felice di stare al mondo.