DETTO TRA NOI
Quello che conta,
tra amici, non è
ciò che si dice,
ma quello che
non occorre dire.
Cosa ci insegna la vita… testamento spirituale di un libero pensatore
DETTO TRA NOI
Quello che conta,
tra amici, non è
ciò che si dice,
ma quello che
non occorre dire.
RELIGIONE E LAVAGGIO DEL CERVELLO
Vi siete mai chiesti perché in un’epoca di scoperte scientifiche senza precedenti, sistemi di credenze antichi non solo resistano, ma prosperino con una certezza incrollabile?
Com’è possibile che miliardi di persone intelligenti e razionali, in ogni altro ambito della loro vita, sostengano dogmi che sfidano l’evidenza e la logica?
La risposta non è semplicemente la fede. La fede è solo l’etichetta finale di un processo molto più complesso e deliberato.
È una forma di condizionamento mentale così radicata nelle nostre culture che spesso non riusciamo nemmeno a vederla.
Del resto potremmo dire che anche la cultura è fede. Ma il condizionamento mentale cos’è?
Possiamo definirlo come l’applicazione sistematica di pressioni sociali e psicologiche per alterare le convinzioni di una persona.
Non si tratta di conversioni improvvise o di folgorazioni, ma di una lenta e meticolosa erosione del pensiero critico e della costruzione di una nuova realtà.
In questo saggio non parleremo dei singoli individui, ci mancherebbe altro, non ci permetteremo mai, ma analizzeremo criticamente le meccaniche della fede e le istituzioni che le plasmano.
Nessuno strumento è più potente dell’indottrinamento infantile.
È la pietra angolare della continuità religiosa.
Infatti il tasso di conversione degli adulti è statisticamente minuscolo, è poca cosa.
Il grosso del lavoro avviene prima che la personalità dell’individuo sia strutturata e prima che il pensiero razionale sia definito.
La mente di un bambino non è una fortezza, ma una spugna progettata biologicamente per assorbire informazioni dai genitori e questo per sopravvivere.
Evolutivamente è fondamentale fidarsi dei genitori. Fidarsi che le bacche di un certo colore sono velenose significa sopravvivere e portare avanti la propria specie.
Questa necessità evolutiva di fidarsi senza riserve crea però una porta sul retro, non protetta nella psiche in via di sviluppo.
Un bambino non sa distinguere tra un avvertimento empirico, come “il fuoco scotta”, e una pretesa metafisica come “un essere invisibile giudica ogni tuo pensiero”.
Il bambino constata soltanto che entrambe le informazioni provengono dalla stessa fonte, amata e fidata, cioè un genitore, appunto, oppure un nonno o l’anziano di un villaggio.
Il soprannaturale viene così normalizzato e diventa parte del sistema operativo di base della mente.
Concetti come Dio vengono appresi prima della scienza e i miracoli sono presentati come fatti storici.
Prima di imparare a leggere e scrivere si imparano preghiere, storie fantasiose di santi, abitudini alimentari collegate alla credenza.
Questo crea un legame emotivo profondo. Si arriva al punto che mettere in discussione la religione da adulti significa mettere in discussione l’amore dei propri genitori e la coerenza dei propri ricordi d’infanzia.
Il soprannaturale, il religioso, non viene difatti presentato come un modo di vedere il mondo, ma come il mondo così com’è.
A questo aggiungiamo architetture maestose degli edifici sacri, chiese, moschee, sinagoghe, canti sacri suggestivi, il tempo dell’anno scandito da feste e celebrazioni.
Ognuna di queste esperienze crea un legame emotivo enorme tra la dottrina religiosa e i sentimenti profondi come amore, appartenenza, gioia, meraviglia.
Si tratta di qualcosa di veramente grande, di enorme.
Da grandi non si tratta di mettere in discussione un sistema di storie e credenze, ma la propria identità, la propria famiglia, la propria comunità.
Non sorprende che molte persone, seppur intelligentissime, scelgano la comodità di restare legate alla sicurezza di simboli, rituali, storie e credenze dell’infanzia.
Non è strano che tutte le religioni puntino sull’infanzia, sull’iniziazione, sulla catechesi sin da piccoli.
Ore di religione sin dall’infanzia a scuola, incontri in parrocchia, oratori a pieno regime per i piccoli.
C’è una frase che in questo caso calza a pennello ed è attribuita a Joseph De Mestre, teorico della restaurazione e questa frase dice così: “Dateceli dai 5 ai 10 anni e saranno nostri per tutta la vita”.
Una volta gettate le basi, la credenza viene mantenuta attraverso una manovra psicologica a tenaglia: il terrore eterno da una parte e la ricompensa trascendente dall’altra.
Funziona un po’ come la tecnica educativa del bastone e della carota. Il bastone è l’inferno, la carota è il paradiso e la ricompensa.
L’invenzione della dannazione eterna è un’arma psicologica terrificante.
Installare in un bambino l’idea di un tormento infinito per un semplice dubbio o per aver amato la persona sbagliata è una forma di abuso psicologico enorme.
Questa paura è progettata per mandare in corto circuito il pensiero critico.
Quando sei terrorizzato dalle conseguenze del dubitare, impari rapidamente a sopprimere ogni scetticismo e a razionalizzare ogni incongruenza. È un racket di protezione metafisica.
La religione crea il problema, per esempio il peccato originale e poi vende l’unica cura che implica l’obbedienza totale, l’adesione alle sue dottrine, ai suoi rituali e alla sua autorità.
Somiglia molto alla pubblicità, non è vero? Anzi, forse potremmo dire che la pubblicità somiglia molto alla religione.
La paura dell’inferno potrebbe non bastare, potrebbe sembrare troppo severa, unilaterale.
La promessa di un al di là perfetto compensa invece la sofferenza terrena: è il paradiso, il nirvana, chiamiamolo come ci pare, il concetto è lo stesso.
Dal punto di vista psicologico è uno strumento potentissimo per il controllo sociale, poiché incoraggia la passività e l’accettazione.
Perché lottare per la giustizia sulla Terra se la vera ricompensa è nel prossimo mondo?
Perché lottare contro la povertà, l’oppressione, quando queste sono soltanto prove passeggere e la vera ricompensa sta altrove?
In questo modo la religione può essere un potente oppiaceo che attenua l’impulso a sfidare le strutture di potere.
Anche in questo caso capita a fagiolo una frase attribuita a Napoleone Bonaparte che dice così: “La religione è ciò che impedisce ai poveri di assassinare i ricchi”.
Per non parlare del fatto che la promessa del paradiso è un enorme conforto alla più grande delle nostre paure, cioè alla paura della morte.
Pensare che la morte non sia la fine è la più grande consolazione che la religione possa offrire. E il desiderio che ciò sia vero può facilmente sopraffare la richiesta di prove da parte della mente razionale.
Oltre al bastone e alla carota metafisici, cioè all’inferno e al paradiso, ci sono paure e ricompense terrene molto più pratiche ed immediate.
La paura dell’ ostracismo sociale, di essere emarginati dalla propria famiglia e dalla comunità per apostasia sono fortissimi strumenti di controllo.
Al contrario il senso di appartenenza, il culto comunitario e rituale, la sensazione di scopo e significato e di poter rispondere a tutte le domande della vita da quel benessere che tiene legati ad un contesto in modo non coercitivo.
Gli esseri umani sono creature sociali e il bisogno di appartenenza è sia una risorsa, sia la nostra più grande vulnerabilità.
Dal punto di vista evolutivo, che cosa significava allontanarsi dal gruppo sociale? Morte certa, senza dubbio. Significava rinunciare alla protezione del gruppo e trovarsi magari da soli di fronte a bestie feroci.
Quindi per gli esseri umani l’appartenenza ad un gruppo è fondamentale e le religioni, ma sicuramente in modo inconsapevole, sfruttano questo bisogno attraverso il “love bombing”, cioè il bombardamento d’amore.
Quando un nuovo membro si avvicina ad un gruppo religioso, viene travolto da affetto, sorrisi e lodi. E non è detto che non siano sinceri.
I membri del gruppo religioso, possono davvero accogliere sinceramente il nuovo arrivato. Per chi crede di aver trovato davvero una famiglia, di essere compreso, speciale, questo calore è condizionato dal conformismo al gruppo religioso e alle sue regole e credenze.
Finché annuisci e partecipi ai rituali, l’amore scorre liscio.
Se inizi a fare domande difficili, la temperatura scende bruscamente, i sorrisi diventano tesi, gli inviti diminuiscono, le domande preoccupate vengono sostituite da avvertimenti sull’orgoglio, sul dubbio e sull’influenza del diavolo.
E c’è una minaccia implicita. Se assumi un comportamento non convenzionale al gruppo, il gruppo ti abbandona. resti senza questa famiglia rassicurante.
Questo è rinforzato dalla dicotomia del “noi contro loro”: chi è dentro è scelto o salvato, chi è fuori è perso, peccatore oppure manipolato dal male.
Questa demonizzazione dell’esterno isola i credenti da prospettive contrarie e annulla la credibilità di chiunque critichi il sistema.
Il mondo esterno viene definito come corrotto e infelice.
Qualche problema comincia a venirti quando ti accorgi che infelici non lo sono affatto gli altri, anzi.
Ma per arrivare a questa consapevolezza devi già avere un piede fuori.
Finché sei dentro con tutti e due i piedi, il contesto religioso ha creato una fortezza emotiva ed ideologica vaccinata contro attacchi dall’esterno.
Il dubbio è un tranello di Satana. Lo scienziato è triste perché la sua razionalità non spiega tutto.
Per sopravvivere nel mondo moderno una religione deve avere un sistema immunitario robusto. Questo avviene creando una bolla informativa dove le uniche voci permesse sono quelle che confermano le credenze, confermano il dogma, esaltano la teologia.
Non si tratta quindi di vincere in una discussione, ma impedire che la discussione abbia luogo.
Ecco, a proposito di informazione controllata, l’indice dei libri proibiti vi dice qualcosa?
A molti sì, ma pochi sanno che è stato soppresso nel 1966, ieri praticamente.
Molte religioni, insomma, impediscono o scoraggiano la fruizione di canali di informazione esterni al contesto religioso stesso.
Guai a leggere di biologia evolutiva, cosmologia oppure di neuroscienze che offrono spiegazioni naturalistiche a ciò per cui la religione scomoda la divinità.
Ma sono vietati anche i filosofi scettici, quelli non allineati, adepti di altre religioni, ma soprattutto gli apostati.
Sentir parlare chi ha abbandonato la tua stessa religione può essere davvero pericoloso: gli apostati sono autentico fumo negli occhi.
Il controllo dell’informazione opera a più livelli.
Il primo, screditare le fonti esterne. La scienza o la filosofia che contraddicono i testi sacri sono liquidate come orgoglio spirituale.
Bisogna addirittura riformulare lo scetticismo. Il dubbio non è visto come una virtù intellettuale, ma come un fallimento morale.
Lo scetticismo, che è il più umile degli approcci al mondo, viene visto come un orgoglio spirituale che porta alla rovina. Si rovescia la realtà, si crea un mondo al contrario.
Lo scetticismo da virtù passa a tentazione demoniaca, mentre la vera virtù consiste nel credere a testi antichi senza nessuna prova.
C’è poi l’uso del linguaggio specializzato, l’uso di termini come grazia, unzione, salvezza, spirito, crea un gergo sacro che isola i credenti dal discorso esterno e rinforza costantemente la realtà del sistema in ogni conversazione.
E qui, inoltre, si crea un circuito interessante.
Quando sei abituato ad esprimerti con questo lessico e questo linguaggio che all’esterno non hanno alcun significato, lo usi anche per esprimere dubbi, perplessità, incertezze, insomma le domande e i dubbi formulate con quello stesso linguaggio presuppongono la verità del sistema stesso.
Per esempio, invocare lo spirito in un momento di forte dubbio significa rafforzare il sistema che stai mettendo in discussione.
La “Eco room” sacra (alloggio ecosostenibile) non è solo una raccolta di libri consentiti o di giornali selezionati oppure di film adatti.
È un modo di pensare, un sistema di simboli, un linguaggio, un modo di essere che fa sembrare il mondo all’esterno estraneo, minaccioso oppure irrilevante.
Il traguardo finale, il punto più profondo di questo percorso è lo smantellamento dell’autonomia personale.
Consiste nel convincere l’individuo a rinunciare volontariamente al proprio spirito critico e alla propria coscienza; significa compromettere in modo più o meno significativo il proprio giudizio e la propria intuizione.
Molte religioni in questo senso insegnano l’inadeguatezza umana.
Sei fondamentalmente corrotto e i tuoi istinti sono peccaminosi.
Addirittura nasci nel peccato. Dopo il tuo primo vagito in sala parto sei già con il peccato originale sulle spalle. Sei già sporco, macchiato e serve un rito amministrato dalla casta sacerdotale per purificarti.
La tua natura in sé è un’offesa al divino.
Questo naturalmente instilla senso di colpa, inadeguatezza, ma la tua cura c’è e per questo puoi stare tranquillo.
È la stessa religione che ti ha definito colpevole e inadeguato.
Una volta accettato di essere difettosi, la soluzione logica per emendarsi, per purificarsi diventa arrendersi ad un’autorità esterna.
Sia fatta la tua volontà, non la mia.
Questo porta all’esternalizzazione della coscienza. Le decisioni non vengono più pesate in base al proprio senso del bene e del male, ma in base a testi sacri oppure a leader religiosi.
L’individuo diventa un vascello vuoto, un recettore passivo di comandi divini, imparando a chiamare questa prigione mentale “salvezza”.
Sia fatta la tua volontà, non la mia. Ecco, questa è davvero una frase che indica una virtù.
Oppure è una sottomissione deresponsabilizzata, un annullamento ingiustificabile, una resa superficiale della propria capacità di pensare e di volere.
Questa è maturità spirituale, come viene presentata dalle religioni, oppure è autentica immaturità umana?
Proporre questa sottomissione come virtù spirituale può voler dire invece portare l’essere umano a non fidarsi dei propri pensieri e sentimenti, a non affidarsi alla propria comprensione e senso critico e a sottomettersi invece all’autorità religiosa che interpreta per te, pensa per te, comprende per te.
Si tratta del potere delle figure sacrali, del Papa, del vescovo, del prete o di altre figure religiose in altre religioni sulle coscienze delle persone.
E forse è proprio questo che rende le persone gregge e il termine pecorella smarrita è usato proprio dalle religioni.
Si vive spesso in uno stato perenne di assoggettamento con la necessità che qualcuno pensi per te, ti guidi, interpreti per te, valuti per te le situazioni.
Il padre spirituale può esserne un esempio.
Devo fare scelte? Mi rivolgo a lui. Devo diventare prete o restare laico? Sentiamo il padre spirituale. Ho bisogno di consigli sull’intimità con mia moglie. Vado dal padre spirituale. Non sto affatto esagerando.
Per concludere, volete esempi freschi di dissoluzione del sé come massima virtù per le religioni? Bene, prendiamo alcune frasi di Carlo Acutis, fatto santo qualche mese fa.
“Non io, ma Dio” dice, che sarebbe non io, ma coloro che parlano in nome di Dio, sostenendo di conoscerlo e di conoscerne la volontà.
E ancora, criticare la Chiesa significa criticare noi stessi. La Chiesa è la dispensatrice dei tesori per la nostra salvezza. Ecco, qualcosa di simile si diceva e si dice nei regimi totalitari in riferimento al leader oppure al partito.
Ma ancora qualche altra frase sull’assoggettamento e sull’annullamento di sé. “Non l’amor proprio, ma la gloria di Dio”. E per finire “Meno io per lasciare spazio a Dio”.
Tutte frasi queste prese dal sito ufficiale dell’associazione Carlo Acutis.
Questa è davvero virtù?
Immaginate la mente come una casa. L’indottrinamento religioso, ma esistono tante forme di indottrinamento, getta le fondamenta prima che possiate vedere il progetto.
La paura e la ricompensa sono le recinzioni elettrificate che vi impediscono di uscire. E l'”Eco room” è un sistema di specchi che vi mostra solo ciò che siete stati istruiti a vedere.
Smantellare questa struttura quando naturalmente se ne sente il bisogno non significa distruggere voi stessi, ma finalmente aprire le finestre per vedere il mondo esterno per come è veramente, oppure per vederlo in modo semplicemente diverso da come lo avete sempre visto.
Infatti, finché un qualsiasi sistema fa stare bene, non c’è problema, ma spesso sta stretto, toglie l’aria, spinge alla ricerca della libertà e all’autodeterminazione e il percorso di cambiamento non è proprio facile né è immediato e non è affatto una questione di intelligenza.
Ad ogni modo, tutte le persone intervistate, quelle che hanno smesso di credere e di appartenere a gruppi religiosi e ci sono moltissimi ex preti, sostengono di aver riconosciuto ad un certo punto un programma di condizionamento lungo una vita.
Poi si accorgono che il mondo è vasto e meraviglioso e può essere bello anche senza decorazioni soprannaturali.
da YouTube Sapiens Sapiens.
UN CONSIGLIO
Nella vecchiaia,
le risorse di energia
servono per sè,
non per servire gli altri.
da QUORA
Scrive Gaetano Antonio Riotto, corrispondente di QUORA
L’ AQUILA
“L’aquila è l’unico uccello che arriva ai 70 anni. Ma perché ciò accada, intorno ai 40, deve prendere una decisione seria e difficile.
A quest’età i suoi artigli sono lunghi e flessibili e non riescono più ad afferrare le prede di cui si nutre. Il suo becco, allungato ed appuntito, si incurva. Le ali, invecchiate ed appesantite dalle penne ingrossate, puntano contro il petto.
Volare è ormai difficile.
In questo momento cruciale della sua vita, l’aquila ha due alternative: non fare niente e morire oppure affrontare un doloroso processo di rinnovamento che durerà circa 150 giorni.
La nostra aquila ha deciso di affrontare la sfida: vola verso la cima della montagna e si rifugia in un nido vicino ad un dirupo, da dove non avrà bisogno di volare.
Lì comincia a sbattere il becco contro la roccia fino a strapparselo. Poi l’aquila aspetta che spunti un nuovo becco con il quale strapperà i vecchi artigli. Quando i nuovi cominciano a spuntare si mette a strappare le vecchie penne. Solo dopo cinque mesi è pronta per il volo di rinnovamento e per vivere altri 30 anni.”
Nella nostra vita, per continuare un volo di vittoria, molte volte dobbiamo proteggerci da tutto, cancellando abitudini e cambiando mentalità, e iniziare un processo di rinnovamento radicale.
Dobbiamo abbandonare consuetudini, costumi, tradizioni e ricordi, il cui peso ci impedisce di andare avanti. Solo liberi dal passato possiamo trarre vantaggio dal prezioso risultato che un rinnovamento ci porta sempre.
Rinnovare te stesso implica mettere ordine nel mondo mentale, scartare i ricordi di eventi frustranti o dolorosi, lasciandoci soltanto l’esperienza di ciò che abbiamo imparato e sfruttandola al meglio.
Per mettere ordine, rinnovarci e prendere il volo, dobbiamo conoscere noi stessi, sapere chi siamo, quali sono le nostre potenzialità e dove vogliamo andare.
Non è necessario adattarsi e arrendersi al problema; c’è la possibilità di liberarsene.
Ma il percorso è un pò difficile, il percorso è impegnativo. È una nostra scelta.
Seguiamo il percorso delle aquile. Sempre su, sempre avanti.
N.d.R.:
Se vuoi volare in alto,
stai con le aquile, non con le galline.
QUESTE POCHE SEMPLICI BANALITA’
POSSONO SERVIRE PER LA FELICITA’.
Prima di parlare, ascolta.
Prima di scrivere, pensa.
Prima di reagire, calmati.
Prima di spendere, guadagna.
Prima di giudicare, comprendi.
Prima di rinunciare, prova ancora.
Prima di morire, vivi davvero.
Ama la vita, respira, sorridi.
@Iulianalateaofficial
ODISSEA DI MODA
IL CANTO DELLE SIRENE
Il canto delle sirene parla
di tutto ciò che volevi che fosse,
di tutto ciò che desideravi:
un prurito sotto la pelle in un
punto che non riesci a grattare.
Il canto delle sirene dice solo:
“Quello che vuoi di più è
quello che non puoi avere.
E quello che non puoi avere
è quello che avevi e hai perso”.
DIFESE DELLA FEDE.
Certe difese della fede spesso cominciano promettendo di usare la ragione e finiscono, abbastanza sorprendentemente, per chiederti di accettare, come premessa, proprio quello che avrebbero dovuto dimostrare.
“Credo quia absurdum” diceva Tertulliano: “Credo perché è assurdo”.
È un spiegazione razionale? Non lo è.
“Fides qaerens intellectum” diceva Sant’Anselmo d’Aosta: “La fede che cerca la comprensione”.
È una giustificazione plausibile? Non lo è.
Dire che una fede è razionale non è una dimostrazione, è una dichiarazione.
Ogni religione afferma che la propria visione è quella giusta.
Perché proprio noi, cristiani, avremmo azzeccata quella vera?
La risposta della Chiesa è: “Perché l’uomo ha un desiderio di assoluto”. E quindi è un animale divino.
Perché?
Perché, se io desidero qualcosa, quella cosa deve esistere necessariamente?
Se io desidero essere immortale, ne consegue che io sarei immortale?
Desidero un mondo senza ingiustizie, ma questo non rende il mondo giusto.
Il desiderio non è una prova dell’esistenza dell’oggetto desiderato.
Allora ecco che compare “Homo capax dei”, “l’uomo è capace di Dio” cioè lo contiene.
Ma questa affermazione non dimostra che Dio esiste.
E, comunque, “Homo capax dei” è una categoria teologica e non può diventare una prova indipendente ed obiettiva dell’esistenza di Dio, solo perché la teologia la considera vera.
Perché esiste Dio?
Risposta: Perché l’uomo è fatto per Dio.
E come lo sappiamo?
Perché Dio esiste.
Il serpente si morde la coda.
“Perché dovrei pensare che il Cristianesimo sia vero?” si chiede l’uomo obiettivo.
Risposta: “Perché Dio si è incarnato nel Cristianesimo”.
E come faccio a sapere che Dio sia incarnato?
Silenzio.
Perchè questo è esattamente ciò che bisogna dimostrare e che il Cristianesimo non dimostra. Lo afferma, ma non lo dimostra.
Non puoi utilizzare come prova la stessa proposizione che l’interlocutore ti sta chiedendo di dimostrare.
“Il Cristianesimo è vero perché Gesù è Dio”.
“E perché Gesù è Dio?”.
Perché il Cristianesimo è vero.
Questo non è un argomento, né una dimostrazione: è un girotondo.
In logica (una branca della filosofia e del pensiero) è una “petizione di principio”.
È la conclusione che si traveste da premessa.
Gesù è storicamente esistito. Bene.
Ma dire che Gesù si è incarnato è una proposizione teologica. Dire che è risorto è una proposizione teologica fondata su interpretazione di eventi descritti e riportati da chi non ne è stato testimone diretto.
Dire che è una rivelazione di Dio è una proposizione teologica.
L’interpretazione cristiana di Gesù non viene dimostrata dal fatto che sia esistito.
I criteri della dimostrazione non devono essere interni alla religione che stiamo cercando di fondare o solo dimostrare come vera.
Poi arriva la crocefissione.
“Gesù muore per mostrarci che l’onnipotenza di Dio coincide con l’amore”.
È un bellissima interpretazione teologica, ma resta una interpretazione.
Il fatto che Gesù sia morto crocifisso non contiene automaticamente il messaggio: “Dio è amore”.
Quella è l’interpretazione cristiana dell’evento e perché dovremmo accettarla è tutto da dimostrare.
da YouTube
SILLOGISMO TEOLOGICO
Dio sta sempre dalla parte giusta.
Io sto sempre dalla parte di Dio.
Perciò sono sempre dalla parte giusta.
Questo sillogismo è apparentemente coerente.
Ma, se mi chiedo quale sia il Dio di cui esso parla, il mio oppure uno dei 4000 Dei , che sono tanti quante sono le religioni della terra, allora capisco perché la storia della cosiddetta civiltà umana è stata funestata e devastata da tanto odio e da tante guerre. Fino ad oggi che sono addirittura aumentate.
7 SFIDE GENITORIALI CHE FORMANO IL FUTURO DI TUO FIGLIO.
Se vuoi un figlio dal cuore aperto, ascoltalo senza giudicare.
Se vuoi un figlio fiducioso, apprezza il suo impegno, non solo i suoi risultati.
Se vuoi un figlio amorevole, confortalo quando commette degli errori, prima di correggerlo.
Se vuoi un figlio emotivamente solido, impara tu per primo a governare le tue emozioni.
Se vuoi un figlio coraggioso, lascialo sbagliare e cadere, poi cammina al suo fianco quando si rialza.
Se vuoi un figlio rispettoso, modella ogni giorno la gentilezza con parole come “per favore”, “mi dispiace”, “grazie”.
Se vuoi un figlio onesto, apprezza il suo coraggio quando ammette il suo sbaglio.
@DailyReminderr1
UN ALTRO GESU’
Per quasi 2000 anni i cristiani hanno ascoltato la stessa storia: Gesù risorge, appare ai suoi discepoli e poi ascende al cielo.
È così che la maggior parte delle Bibbie termina, ma c’è una verità che pochi hanno osato raccontare.
Un’altra versione nascosta per secoli tra le montagne dell’Etiopia, custodita in silenzio da monaci che hanno preferito la verità alla fama.
In quei manoscritti antichi, fuori dall’influenza di Roma, la storia non si ferma all’ascensione. Gesù non scompare nel cielo, rimane, parla, rivela.
Nei testi etiopi il Cristo risorto non è più soltanto maestro o profeta, è il re del cielo e della terra che consegna ai suoi discepoli le ultime parole, quelle mai canonizzate, quelle che avrebbero cambiato tutto.
Parla di un regno che non si costruisce con le spade, ma con il fuoco dello spirito. Avverte che un giorno molti pronunceranno il suo nome, ma pochi ascolteranno la sua voce.
Dice, “Verrà un tempo in cui gli uomini edificheranno templi d’oro, ma dimenticheranno il tempio dell’anima”.
Queste non sono semplici parole antiche, sono un avvertimento, un richiamo e oggi più che mai sembrano parlare direttamente a noi.
Vuoi sapere cosa Gesù rivelò davvero dopo la resurrezione?
Allora ascolta attentamente, perché da qui inizia la storia mai raccontata.
Mentre in Occidente la fede si organizzava tra concili, potere e dottrine, in una terra lontana, lontana dagli occhi di Roma, qualcosa di straordinario veniva custodito in silenzio.
L’Etiopia, una delle più antiche nazioni cristiane del mondo, non solo ricevette il Vangelo, ma lo preservò in una forma che nessun altro possedeva. Nel cuore dei suoi monasteri, tra pergamene ingiallite e preghiere sussurrate, venne tramandata una rivelazione che l’occidente non osò canonizzare. Lì, tra le montagne di Lali Libela e le biblioteche di Axum, sopravvive ancora oggi uno dei più grandi canoni biblici del pianeta: 81 libri in totale, non 66 come nelle Bibbie occidentali, 81. E tra questi si trovano testi dimenticati, scritti che raccontano ciò che accadde dopo la resurrezione.
Il più misterioso tra essi è chiamato il “Libro dell’Alleanza”, un testo apocrifo, ma considerato sacro dalla Chiesa ortodossa Etiope. In esso si trovano le parole che Gesù avrebbe pronunciato ai suoi discepoli dopo essere risorto, prima di ascendere definitivamente al Padre.
Non sono parabole. Non sono ricordi, sono comandi, rivelazioni, avvertimenti per il futuro.
I monaci li trascrivevano a mano, secolo dopo secolo, consapevoli che quelle parole erano un fuoco che non doveva spegnersi, un fuoco che oggi, dopo quasi 2000 anni, torna a brillare, perché in quelle frasi dimenticate Gesù non parla del passato, parla del nostro tempo. Nel “Libro dell’Alleanza” Gesù non parla più come un maestro terreno. La sua voce è quella del re risorto che domina il cielo e la terra. Non consola soltanto, comanda, non spiega soltanto, rivela. Ai suoi discepoli dice: “Andate nel mondo e costruite il regno, non con la spada né con il fuoco, ma con il fuoco dello spirito”.
Non chiede rituali, ma trasformazione interiore. Non chiede templi, ma cuori puri.
Li avverte: “Verrà un tempo in cui la mia parola sarà corrotta. Molti parleranno nel mio nome, ma pochi porteranno la mia verità”.
È un monito che sembra scritto per i nostri giorni. Gesù descrive uomini che pregheranno con le labbra, ma non con il cuore. Popoli che costruiranno chiese di pietra e dimenticheranno il tempio dell’anima.
Dice: “Ci sarà un tempo di oscurità quando il mio popolo non riconoscerà più la mia voce”.
In quelle righe la sua voce non è dolce, è tagliente come una spada. smaschera l’ipocrisia, il potere, la vanità di chi usa il nome di Dio per dominare gli altri.
Eppure, tra le righe più dure si nasconde una promessa luminosa.
Beati coloro che soffrono in silenzio per il mio nome, perché io sono con loro nei luoghi che nessun uomo vede.
Non è il Gesù delle citazioni moderne, è il Gesù che cammina con gli invisibili, che ascolta il dolore segreto, che abbraccia chi è dimenticato. Parla di un regno che nasce dal silenzio e dalla compassione. E quelle parole conservate dai monaci etiopi per secoli non sono solo memoria, sono profezia e come ogni profezia attendono il loro compimento. Nei testi etiopi Gesù non parla solo ai discepoli di allora, parla ai discepoli di oggi.
Dice che prima del suo ritorno il mondo avrebbe attraversato un tempo di grande confusione, un’epoca in cui la verità sarebbe stata scambiata per menzogna e la menzogna venerata come verità.
“Ci saranno guerre tra le nazion, – dice – e le case dei giusti cadranno per mano degli empi. Le famiglie si divideranno, i cuori si raffredderanno e molti si diranno miei, ma non mi riconosceranno più”.
Ogni parola sembra risuonare nel presente.
Viviamo in un tempo in cui l’uomo è più connesso che mai, eppure più solo che mai, dove l’immagine ha preso il posto della fede e l’apparenza ha sostituito la sostanza.
Il Cristo del “Libro dell’Alleanza” non parla di catastrofi cosmiche, ma di un’eclissi interiore. Dice: “L’oscurità cadrà non quando il sole si spegnerà, ma quando il mio popolo smetterà di ascoltare la mia voce”.
È una profezia silenziosa, ma terribilmente precisa, perché oggi milioni pronunciano il suo nome, ma pochi lo vivono nel cuore. E forse è proprio questo il tempo di tenebra di cui parlava, un’epoca dove Dio non è scomparso: siamo noi ad esserci allontanati.
Ma le antiche scritture Etiopi aggiungono qualcosa di sorprendente.
Quando tutto sembrerà perduto, la voce dello Spirito tornerà a farsi sentire e non verrà da dove il mondo si aspetta.
Perché allora queste parole non compaiono nelle nostre Bibbie? Perché la voce del Cristo risorto, quella che invitava alla libertà dello spirito, è stata messa a tacere?
Le antiche cronache Etiopi sussurrano tre motivi.
Il primo è il controllo politico. Roma desiderava un canone ordinato senza ombre, senza domande, un Vangelo che potesse unire i popoli, ma anche mantenerli obbedienti.
Le parole che parlavano di un regno interiore erano troppo pericolose.
Insegnavano la libertà dell’anima, non la sottomissione al potere.
Il secondo motivo è la paura del mistero. I testi etiopi traboccano di visioni, angeli, demoni, battaglie invisibili. Una fede viva, non teorica, troppo selvaggia per la mente razionale dell’occidente.
E il terzo è la paura della verità. Perché se il popolo avesse ascoltato il Cristo del “Libro dell’Alleanza”, non avrebbe più cercato Dio nei palazzi o nelle gerarchie, ma nel silenzio del proprio cuore.
E un popolo che ascolta Dio senza mediatori, è un popolo che non si lascia dominare.
Così lentamente quella voce fu rimossa, riscritta, coperta da secoli di teologia e potere, ma non fu mai spenta perché, come dice uno di quegli antichi frammenti: “La mia parola sarà riscritta, il mio volto ridipinto, il mio nome venduto, ma chi mi cerca nello spirito mi troverà ancora”.
I monaci etiopi scrivevano che negli ultimi giorni la voce del Cristo sarebbe tornata a parlare non dai troni, non dalle città d’oro, ma dai luoghi dimenticati.
Dice il testo: “Nell’ora della confusione la mia voce sorgerà dai deserti, dalle montagne, dai figli degli schiavi. Il mio spirito parlerà ancora e coloro che avranno orecchi lo udranno.”
È un’immagine potente. Gesù che non parla attraverso le istituzioni, ma attraverso il vento del deserto, la voce degli umili, la fede dei piccoli. Il suo messaggio non appartiene ai palazzi, ai rituali, ma alle anime che soffrono in silenzio. Non parla ai superbi, ma a chi piange, non ai potenti, ma a chi crede anche quando tutto sembra perduto. Forse è proprio lì che la sua voce risuona ancora oggi, nelle madri che pregano in silenzio per i figli, nei poveri che condividono quel poco che hanno, negli uomini e nelle donne che, senza titoli né potere vivono secondo la coscienza e l’amore.
E così ciò che Roma ha dimenticato, l’Etiopia ha custodito. Ciò che il mondo ha sepolto, Gesù sta facendo risorgere. La voce del Cristo non può essere messa a tacere perché non appartiene al tempo, ma all’eternità. E quella voce ancora una volta ci chiama per nome. Alla fine di tutti quei testi antichi resta un’unica verità. La parola di Gesù non è mai stata prigioniera della storia, è viva, respira nei secoli e ritorna ogni volta che un cuore sincero la cerca senza paura.
Il Cristo dell’Etiopia non è un’idea né un simbolo. È il Cristo nascosto, quello che cammina con chi non ha voce, che parla nel silenzio delle anime pure, che ricorda al mondo che la fede non è potere, ma libertà.
Dice un passo finale del “Libro dell’Alleanza”: “Io sono il seme e la spada, il seme che cade nella terra dei giusti e la spada che divide la verità dalla menzogna. Quando il mondo non mi riconoscerà più, io tornerò come fuoco nel cuore dei semplici”.
Forse proprio adesso, quel fuoco sta tornando non nei templi, ma negli spiriti di chi ha sete di verità.
E quando qualcuno domanda: “Ma dove si trova oggi la voce di Cristo?”, la risposta è semplice: non nei libri dimenticati, ma dentro chi ascolta con amore.
Perché mentre l’Occidente cancellava le sue ultime parole, l’Etiopia le ricordava. E forse è proprio lì che la verità ha atteso che qualcuno la ascoltasse di nuovo.
Appunti da una conferenza del Prof. Umberto Galimberti
FEDE E RELIGIONE
Il cristianesimo è diventato una religione e la religione è l’esatto contrario della fede.
La religione non è fede: è la sacralizzazione della cultura.
La fede è fiducia nella parola di Gesù.
Appena la fede diventa religione smarrisce la sua dimensione fideistica e diventa un’organizzazione, un’appartenenza, un luogo dove ciascuno si sente al sicuro, perché tutti la pensano allo stesso modo.
La fede indica la salvezza in questo mondo, non chissà quando, non nell’al di là.
C’è un giorno in cui Gesù deve andare a morire.
Tra i farisei, i sacerdoti mandano le guardie a prenderlo.
E le guardie tornano senza Gesù.
Alle domande dei sacerdoti: “Dov’è Gesù? Perché non l’avete portato qui?”,
loro rispondono: “Mai nessuno ha parlato come quell’uomo”.
A questo punto, occupiamoci delle parole di Gesù, al di fuori dalla religione, che è la negazione della fede.
UN CONSIGLIO SINCERO
Allontanati da chi ti fa stare
male psicologicamente e
non riconosce il tuo valore.
Nessuno merita la tua pace
interiore, la tua energia, la
tua serenità. Scegli chi ti
rispetta, ti apprezza, ti fa
stare bene. Con tutto il resto,
impara ad andare avanti.
IL PESO
Forse non è sempre il peso
di ciò che accade intorno
a te a trascinarti in fondo,
ma tutto ciò che continui
ad accogliere dentro di te,
senza concederti il diritto
umano di lasciarlo andare.
IL TEMPO DELLA RAGIONE
Ci sono porte che si chiudono
proprio mentre stai implorando
di entrare ma, solo più avanti,
capisci che la vita non ti stava
respingendo, ti stava indicando
una strada sulla quale avresti
smesso di perdere te stesso.
da YouTube
IN ATTESA DEL BELLO
Ciò che è bello
si fa sempre attendere,
mentre ciò che
di bello arriva subito,
subito se ne va.