Numero3737.

 

CREDERE   

 

Smettiamo di credere per necessità, iniziamo a pensare, osiamo abbandonare anche le nostre convinzioni più profonde, se non sono sostenute dalla ragione.

Se la Bibbia non è la parola di Dio, se i suoi miracoli possono non essere reali e se la figura centrale di quella narrazione è più mito che storia, allora ci rimane la possibilità di ricominciare da capo, di costruire un’etica senza superstizione, di cercare il senso della vita senza bisogno di dogmi, di guardare Gesù, se è esistito, non come un Dio, ma come un uomo come gli altri, forse saggio, forse ispiratore, ma non soprannaturale.

E se non è esistito, se è stato una creazione collettiva, un simbolo della sofferenza umana, del desiderio di giustizia, del potere del perdono, allora ha comunque un valore, ma non come verità assoluta, bensì come riflesso di ciò che gli esseri umani possono immaginare quando hanno bisogno di speranza.

Cosa accade quando il mito crolla, quando Dio, la Bibbia e Gesù vengono messi in discussione?

C’è qualcosa che possiamo costruire su quelle rovine?

La distruzione del dogma non è la fine ma l’inizio; ed è lì che andremo, verso quella nuova costruzione.

Ma, prima, bisogna guardare l’abisso senza battere ciglio.

Una volta che il mito comincia a sgretolarsi, emerge una domanda ancora più difficile di tutte le altre precedenti perché, quando non puoi più fidarti del testo, quando i miracoli perdono senso, quando la figura di Gesù diventa simbolica e non storica, si crea un vuoto.

Un vuoto che non è solo teologico, è esistenziale.

Per milioni di persone, tutto il loro senso d’identità, di moralità, di scopo è ancorato ad una storia che credono indiscutibile.

Cosa succede quando quella storia si rivela un mito, cosa rimane quando cala il velo?

Non basta distruggere, bisogna anche offrire una via d’uscita ma, prima di questo, bisogna capire quanto sia profondo l’ancoraggio che la religione ha nella mente umana.

Non si tratta solo di credenze, si tratta di strutture, si tratta di un modo di vivere.

La religione organizzata, in particolare quella giudaico – cristiana, non è solo un insieme di testi, è un’architettura del pensiero, un modo di interpretare il mondo, la morte, il bene, il male, la sofferenza.

E quando smantelli quella base, tutto ciò che poggiava su di essa comincia a vacillare.

Il senso di colpa, la paura, la speranza, l’identità, persino l’idea del sacro, crollano.

E questo crollo può essere liberatorio, ma anche terrificante.

Non tutti sono disposti a vivere senza certezze imposte.

Ci sono persone che hanno bisogno di una figura paterna invisibile che dica loro cosa è giusto e cosa è sbagliato, come comportarsi, come pensare.

Ecco perché, anche se le prove razionali contro la Bibbia e i suoi dogmi sono schiaccianti, molte persone continueranno a credere, non per ignoranza, ma per necessità emotiva, perché abbandonare una credenza non significa solo cambiare idea, ma significa smettere ciò che si è stati per tutta la vita.

Il vero problema, quindi, non è se Gesù sia esistito o meno, se la Bibbia contenga errori o meno, il vero problema è che il mito sia diventato una struttura di potere, un’arma culturale, un modello obbligatorio.

Perché ciò che inizia con una storia di fede, finisce per imporsi come morale universale. E qui ci sono gli effetti più pericolosi.

Quando una storia diventa dogma, smette di essere un racconto e si trasforma in un imperativo, in una legge, in un obbligo: è l’inizio della schiavitù mentale.

Milioni di persone sono state educate  a non mettere in discussione, a obbedire, a ripetere.

Fin dall’infanzia, viene loro detto che c’è un Dio che li sorveglia, che vede tutto, che giudica tutto, che c’è un paradiso per i buoni ed un inferno eterno per chi mette in discussione, non solo per chi uccide o ruba, ma anche per chi la pensa diversamente.

Questo livello di controllo è assoluto.

Non c’è bisogno della polizia se hai una coscienza addestrata alla paura, non c’è bisogno di punizioni fisiche, se vivi già con il senso di colpa.

La religione organizzata diventa, quindi, il meccanismo di controllo più efficiente che sia mai esistito: una prigione senza sbarre, dove il guardiano sei tu stesso.

Forse che non si può pensare fuori dal mito, che dubitare sia tradimento?

E se il vero tradimento fosse non dubitare mai?

La conseguenza di continuare a credere nelle finzioni, come se fossero fatti, è che tutto il sistema sociale si distorce, l’istruzione ne risente, i diritti umani vengono negoziati con dogmi, la scienza si scontra con i pregiudizi religiosi, le donne vedono limitate le loro libertà, perché un testo antico dice che devono obbedire all’uomo, la diversità sessuale è condannata perché un passaggio ambiguo la definisce un abominio.

Questo accade non perché Dio lo ha detto, ma perchè il mito è diventato norma e, quando una finzione governa il comportamento di milioni di persone, il danno è reale, anche se la storia non lo è.

La religione deve essere separata dal potere.

Non solo dal potere politico, ma anche da quello morale, deve smettere di essere la base obbligatoria dell’etica, perché una morale basata su premi e punizioni eterne non è etica, è obbedienza per paura, e la paura non produce esseri umani liberi, produce schiavi sottomessi, incapaci di pensare con la propria testa.

E, senza pensiero, non c’è umanità, solo gregge.

La proposta non è quella di sostituire un mito con un altro, né quella di fondare una nuova fede, né scrivere un nuovo vangelo.

La proposta è un’etica fondata sulla ragione, una spiritualità senza superstizioni, un senso della vita che non ha bisogno di miracoli, né di punizioni divine, né di profezie.

Un modo di vivere guidato dalla comprensione, dalla compassione reale, e dalla libertà intellettuale.

Quando una persona agisce non per paura dell’inferno, ma perché capisce che quell’azione è buona in sé, lì inizia la vera morale e, da quel momento, nasce qualcosa di ancora più potente: la libertà interiore, quella che nessun dogma può controllare.

Cosa succede quando un essere umano non ha più bisogno di un prete, di un pastore, di un rabbino, di un testo sacro per sapere come vivere?

Accade che il potere si decentralizza, che l’autorità si rompe, che le chiese perdono il loro controllo.

A questo si contrappone l’ordine della mente libera, una mente che si interroga, che sbaglia, sì, ma che impara, che non ha bisogno di miracoli, ma di comprensione, che non ha bisogno di verità imposte, ma di scoperte proprie.

Una vita pensata e consapevole è più difficile, ma anche più autentica.

E questo è ciò che una religione organizzata non può offrire.

Ciò che adesso appare è chiaro, pulito, potente.

Una delle idee più belle che sia mai stata formulata: una spiritualità senza superstizioni, un’esperienza del divino senza chiese, senza testi sacri, senza sacerdoti, un Dio che non somiglia affatto a quello insegnato dalle religioni, ma che è ovunque, in tutto, in ogni cosa, in ogni pensiero libero.

Non un Dio persona, che pensa, decide, punisce e premia.

Questa è un’idea infantile, primitiva e troppo simile all’essere umano per essere reale, pur nella trascendenza.

Dio non è un re, non ha emozioni, non ama, non odia, non cambia.

Dio è la natura stessa, è il “tutto”, è la sostanza infinita che si manifesta in tutte le cose che esistono.

Dio non è nel cielo, ma nel mondo della natura.

Non dobbiamo più pregare, obbedire, aspettare segni soprannaturali.

Si tratta di comprendere, di osservare la realtà con attenzione, di vivere in armonia con le leggi naturali.

Conoscere la realtà è conoscere Dio.

Più capisci e più sei libero, e più sei vicino al divino.

Non ci sono miracoli o misteri sacri, solo chiarezza.

La Bibbia non è il fondamento della fede: è un’opera umana che ha valore storico, letterario, culturale, ma non una guida morale obbligatoria.

La verità etica non si impone, si scopre con la ragione.

Non c’è nulla di più sacro che pensare con la propria testa, non c’è tempio più puro della mente libera dalle superstizioni.

È una spiritualità non infantile, non dipendente, non sottomessa che non ti obbliga a inginocchiarti, ma ad alzarti, a guardare avanti, a capire che non c’è un piano nascosto, né un destino prestabilito.

Ci sono cause naturali, realtà fisiche, relazioni umane.

La paura e la speranza non possono essere la base per una vita buona, perché la paura ti paralizza e la speranza ti fa aspettare con rassegnazione anziché agire guidati dalla ragione, non dalla fede cieca, né dal desiderio di meritare una ricompensa.

L’essere umano libero non è colui che fa ciò che vuole, ma colui che capisce perché lo vuole, colui che conosce le proprie emozioni, colui che domina le proprie passioni, che sceglie non per obbligo, ma per comprensione.

Vivere qui, ora, con consapevolezza, in piena libertà di coscienza, senza bisogno di promesse future, senza bisogno di miti da difendere, né dogmi da rispettare.

L’inevitabile reazione, il rifiuto, il grido, la negazione, perchè tutto ciò che abbiamo è ripudiato, saranno inevitabili.

Ci sono persone che ascolteranno queste idee con rabbia, con disprezzo, persino con paura, e non perché siano cattive persone, ma perché il pensiero libero, quando arriva, sradica ciò che sembrava eterno, ciò che sembrava sacro e a nessuno è facile guardare la propria eredità culturale, morale e spirtuale e accettare che forse è stata costruita su illusioni.

Ciò che il potere teme non è l’errore, è il dubbio.

Il potere può tollerare il peccato, può perdonare la debolezza, ma non perdona la domanda.

La domanda vera ha la forza di una bomba, che apre crepe, che rompe strutture, fa vacillare imperi.

Perché dà così fastidio dire che Gesù potrebbe non essere esistito o abbia detto e fatto cose diverse da quelle delle narrazioni concordate; perché mette così a disagio affermare che la Bibbia è piena di errori e di manipolazioni; perché è considerato offensivo dubitare dei miracoli, dell’anima immortale, della punizione eterna?

Ogni struttura basata sulla fede ha bisogno di silenzio, ha bisogno che non si pensi troppo, che si creda senza chiedere, che si accetti senza ragionare.

Quando qualcuno osa rompere questo patto di obbedienza, il sistema reagisce con violenza, perché sa che la verità non ha bisogno di templi, ha solo bisogno di tempo.

La resistenza al pensiero è il più grande ostacolo alla libertà e non nasce solo dall’ignoranza, nasce dalla paura, perché pensare significa accettare che nessuno verrà a salvarti, che non c’è un piano segreto per la tua vita, che non c’è un giudice in cielo che punisce i cattivi e ricompensa i buoni.

Pensare significa accettare che l’universo non gira intorno a te, che puoi morire senza un destino trascendente, che il senso della tua esistenza non è scritto in un libro antico, ma dipende da ciò che fai del tuo tempo su questa terra.

Questo dà vertigini, perché ci obbliga a essere responsabili, totalmente responsabili.

Ma questa stessa idea, che all’inizio può sembrare insopportabile, è anche la più liberatoria: perché, se non sei legato a nessun dogma, se non sei soggetto ad alcuna verità rivelata, allora puoi costruire, puoi creare, puoi pensare veramente, puoi vivere senza paura, senza colpa, senza dovere la tua vita ad una struttura religiosa, teologica e ideologica, puoi essere padrone della tua mente e questo, anche se i potenti lo negano, è la cosa più pericolosa per loro.

Il potere politico ha sempre avuto bisogno della religione, perché la religione organizza la paura, con il timor di Dio, la struttura, le conferisce la forma.

Il potere ha bisogno che la gente abbia paura dell’al di là, affinché non si ribelli al di qua, ha bisogno che creda che la sofferenza, la rinuncia, la contrizione fanno parte di un piano divino per la sua salvezza, affinché non metta in discussione le ingiustizie terrene, a cui ricorrerà per esercitare la propria funzione e sfruttare i propri privilegi di posizione.

Ha bisogno che la gente veda i leader come elevati, i dogmi come indiscutibili, la tradizione come verità.

I governi non hanno diritto di imporre credenze, ideologie.

Il pensiero deve essere al di sopra di ogni istituzione religiosa, e ogni persona deve essere libera di cercare la propria verità senza paura, senza minacce.

Ci sono milioni di persone legate alla paura, ci sono bambini educati a non pensare, ci sono ancora libri proibiti, idee censurate, dubbi puniti.

Ma c’è anche una nuova generazione che sta iniziando a svegliarsi, che non accetta più tutto senza riflettere, che vuole prove, argomenti, chiarezza, che osa guardare al mito e dire: “E se non fosse così?”

Ed è questo che cambia davvero il mondo.

Non una guerra, non un miracolo, ma una domanda.

Questa visione può sembrare fredda a chi è stato educato alla religione del miracolo, del mistero, del peccato e della redenzione.

Ma, in realtà, è più calda di quanto sembri, perché è libera, perché tu non hai bisogno di mediatori, perché tu non hai bisogno di sentirti in colpa per essere umano, non hai bisogno di negare io

tuoi desideri, il tuo corpo, la tua intelligenza.

Non devi temere la punizione eterna, né aspettare la salvezza di chichessia: puoi salvarti da solo, non in senso religioso, ma nel senso più profondo.

Puoi capire chi sei, come funzioni, cosa desideri e agire di conseguenza.

La spiritualità non divide le persone tra eletti e condannati, non c’è un popolo speciale, né una religione vera, non ci sono eretici, ci sono solo esseri umani con più o meno comprensione.

E più comprendi, più amore provi, non un amore sentimentale o mistico, ma un amore razionale, necessario, assoluto, verso la realtà così com’è, quell’amore intellettuale per Dio (Amor Dei intellectualis di Spinoza) che è lo stato di trascendenza più alto che un uomo possa raggiungere, la gioia di essere uno con l’universo non dominandolo, non temendolo, ma comprendendolo.

E qui arriviamo alla fase finale.

La vera religione non ha bisogno di chiese, non ha bisogno di gerarchie, non ha bisogno di decime, né di rituali ed uniformi.

Ha solo bisogno di menti libere, di cittadini che pensano, di individui che si rispettano, di una società fondata non su una fede imposta, ma sulla conoscenza condivisa.

Dall’altra parte della paura c’è la verità.

Il potere comanda con la tua ignoranza, tu difenditi con la tua conoscenza.

Da essa scaturisce la coscienza di te, la crescita spirituale della tua identità personale che è il vero scopo del tuo passaggio sulla terra.

Questo è accaduto nella mia mente e nella mia anima, in questi ultimi 20 anni della mia vita.

E mi sta facendo conoscere la felicità e l’ebbrezza di vivere da uomo libero, finalmente.

Numero3708.

 

S E I    Q U E L L O    C H E    F A I

 

La tua identità si forma attraverso e dipende da ciò che pratichi ripetutamente.

Ripetere un comportamento lo rende parte di te.

Le abitudini quotidiane costruiscono auto-percezione e creano sicurezza interna.

Ogni azione rafforza l’immagine che hai di te stesso.

Non diventi ciò che desideri razionalmente, ma ciò che ripeti continuamente.

Il tuo carattere è la somma delle tue azioni ripetute, anche quelle inconsapevoli.

E allora.

Non odiare: la negatività ritrova sempre la strada di casa.

Sorridi e sii grato: la gioia attira fortuna.

Sii il primo a tendere la mano: la benignità torna come una benedizione.

Fare del male accumula peso nell’anima, donare benessere accumula fortuna.

Tieni la casa in ordine: la fortuna ama l’armonia.

Guarda il lato positivo delle cose: la vita segue i tuoi pensieri.

E, soprattutto, credi in te stesso. Sempre.

 

Ispirato a @ilmegliodeilibri  e  #healing soul music

Numero3639.

 

LIBERA  RIFLESSIONE  SU  DUE  AFORISMI:

 

CONOSCI  TE  STESSO

QUID  EST  VERITAS?

 

Mi dedico, in questo Numero, all’analisi e al commento di due frasi che, a mio modesto avviso, costituiscono il paradigma intellettuale del pensiero della nostra civiltà occidentale.
Altre civiltà, in altre parti del mondo, e in altri secoli, anche molto lontani, forse addirittura precedenti alla formulazione di questi aforismi, hanno cristallizzato il loro sapere e la loro visione del mondo in diverse altre forme espressive, che però hanno molte radici comuni con essi.
La saggezza degli antichi, pensatori, filosofi, uomini d’arte e di scienza, uomini di religioni diverse è, ed è rimasta, proverbiale e costituisce una dotazione di sapere universale senza confini di spazio e di tempo.

 

Comincio, dunque, dal “conosci te stesso” .

 

Anticipo una nota informativa.

“Conosci te stesso” (in greco antico, γνῶθι σεαυτόν, gnōthi seautón) è un antico motto greco, inciso nel tempio di Apollo a Delfi, reso celebre da Socrate, che significa un invito alla introspezione e alla autocoscienza, fondamentale per la ricerca della verità e la realizzazione personale, invitando a esaminare la propria anima e i propri valori per vivere una vita più autentica ed equilibrata.  

Origine e significato
            Antica Grecia:
           Era una massima religiosa e filosofica, inscritta nel frontone del tempio di
           Apollo a Delfi, che invitava i visitatori a riconoscere i propri limiti e la                       propria vera natura.

          Socrate:

          Ne fece un pilastro della sua filosofia, sostenendo che la conoscenza di sé è            il primo passo per conoscere il mondo e raggiungere la verità, che risiede              nell’anima, non nel corpo, o in un altrove esterno. 

Come applicarlo oggi
  • Indagine interiore

    Porsi domande su chi si è, cosa si desidera e perché si agisce in un certo modo. 

  • Auto-esame

    Indagare le proprie scelte, i propri valori e le proprie emozioni, senza giudizio. 

  • Cura dell’anima

    È un processo di autoeducazione e purificazione, che può richiedere sforzo e tempo. 

  • Strumenti utili

    Meditazione, psicoterapia, scrittura e nuove esperienze possono aiutare in questo percorso. 

Obiettivo
  • Comprendere la propria vera identità, distinguendola dalle “maschere” e dalle credenze comuni, per vivere una vita più piena, felice e in armonia con se stessi e il mondo.
    Crescere, evolversi, conoscersi nella propria interiorità e completezza, sapersi adattare per superare le difficoltà che si presentano davanti e trovare la pace con sé stessi.
  • E’ questa l’ottica con cui l’esortazione è stata più volte riproposta nei secoli a venire. Il senso originale del monito – secondo la maggioranza degli studiosi –  presente nel tempio di Apollo avrebbe però tutt’altro sapore, e sarebbe invece un precetto contro l’arroganza e la presunzione dell’uomo. Conosci te stesso vuol dire “Ricordati che hai dei limiti, e che non puoi compararti a Zeus” e farebbe quindi riferimento alla finitezza dell’uomo e avvertirebbe di non superare i propri limiti.
  • Conosci te stesso…nell’attualità. Immediato il parallelo con la nostra attualità. Se c’è una cosa che questo difficile periodo ci ha insegnato è che niente è per sempre, tanto meno l’uomo.
  • Che tutto può cambiare in un attimo, che anche l’impossibile può succedere. Ci ha fatto capire quanto piccoli e impotenti si sia di fronte alla natura e alla morte. E ci ha fatto, soprattutto, capire quanta presunzione ci sia nella società moderna e quanto l’uomo si sia allargato oltre i propri confini.
  • Ha fatto capire anche, però, l’importanza di conoscersi, capirsi, stare bene con sé stessi. Conoscere i propri limiti e difetti per contrastarli e uscire più forti di prima da ogni difficoltà.
  • Ecco perché “Conosci te stesso” è ancora l’esortazione che non va mai dimenticata.

 

Ben poco ho da aggiungere a questa articolata e completa disanima sull’origine e sul significato del noto aforisma. Rilevo soltanto che, fin dall’antichità, il pensiero umano dimostrava un livello assai elevato di sofisticazione e di profondità, se era così diffuso e pressante l’appello e l’invito ad occuparsi della propria anima.

Lo era al punto tale che veniva pubblicato e propagandato come pratica raccomandata per ottenere una sana ed equilibrata personalità, a livello popolare,
se era inciso sul frontone del tempio di Apollo a Delfi.
Aveva, infatti, i connotati di una prescrizione divina, prima che filosofica, indirizzata al conseguimento di un’armonia di pensieri e opere che potevano configurare il modello del buon cittadino, quanto a ruolo sociale, oltre che quello dell’uomo felice, come individuo.
La raccomandazione a trovare la verità nella propria interiorità è quanto di più moderno si possa immaginare, perché esonerava l’uomo dall’affidarsi a prescrizioni e comandamenti di autorità esterne, politiche o religiose, che avrebbero uniformato e standardizzato, sminuendolo, il comportamento umano.
Sappiamo bene che, quando siamo imbavagliati e oberati da un fardello di imposizioni sociali, religiose, culturali, ne va della nostra sensazione di libertà e di creatività: è vero invece, che le arti liberali e la pace sociale fioriscono quando ogni singolo individuo trova un proprio equilibrio in se stesso e nell’ambito della cellula sociale cui appartiene.

 

QUID  EST   VERITAS?    che cos’è la verità?

 

Passo adesso ad un altro aforisma storico, di carattere filosofico, che però, guarda caso, è stato pronunciato da un personaggio della storia che non aveva nessuna dimestichezza con la filosofia o la psicologia: Ponzio Pilato, governatore romano della Giudea al tempo di Gesù.

Riporto, per filo e per segno, dalla BIBBIA la versione dal Vangelo di Giovanni.

 

Allora Pilato entrò di nuovo nel pretorio, chiamò Gesù e gli disse:

“Tu sei il re dei Giudei?”

Gesù rispose:

“Dici questo da te stesso, o gli altri te l’hanno detto di me?”

Rispose Pilato:

“Sono io forse un Giudeo? La tua nazione e i sacerdoti-capi ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?”.

Rispose Gesù:

“Il mio regno non è di questo mondo. Se di questo mondo fosse il mio regno, le mie guardie avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei. Ora, il mio regno non è di qui.”.

Gli disse allora Pilato:

“Dunque, sei tu re?”.

Rispose Gesù:

“Tu dici che io sono re. Io sono nato per questo e per questo sono venuto al mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”.

Gli dice Pilato:

“Che cos’è la verità?”.

Detto questo, uscì di nuovo dai Giudei e disse loro:

“Io non trovo in lui alcun capo d’accusa. Ma voi avete l’usanza che io vi liberi qualcuno a Pasqua. Volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei?”.

Si misero allora a gridare:

“Non lui, ma Barabba!”

Barabba era un bandito.

 

Questa versione dell’episodio di Gesù davanti a Pilato, come è stata scritta da Giovanni, è piuttosto strana: gli altri 3 evangelisti descrivono il fatto con altri particolari e altri discorsi che mettono in luce la scelta chiara del popolo ebraico di risparmiare Barabba e di crocefiggere Gesù.

Ma riferendomi al testo di Giovanni, comincio dalla fine, con una notazione:

Il nome Barabba, che nei secoli è stato associato alla definizione di furfante, malfattore, ladrone, ha una translitterazione in Greco antico che è “Barabbàs”, come se fosse un nome proprio.

Ricordo che, fino a poco tempo fa, in Italia e in tutto il mondo occidentale, la versione della BIBBIA che tutti possono trovare nelle librerie, nelle chiese e nelle case, è una traduzione in italiano dal latino, a sua volta tradotto dal Greco antico.

Nessuna BIBBIA era mai stata tradotta direttamente dall’aramaico, una specie di dialetto popolare ebraico, che era la lingua di Gesù e che fu adoperata per la scrittura dei Vangeli originali.

Pochissimi anni fa, per la prima volta, è stata pubblicata, in Italia, una versione della BIBBIA tradotta direttamente dall’aramaico, a cura del miglior biblista che abbiamo in Italia e che non è un laico.

Si tratta di Ludwig Monti: già monaco di Bose, è dottore di ricerca in ebraistica, biblista e saggista. Collabora con diverse riviste. Insegna IRC presso il Liceo “Leonardo da Vinci” di Casalecchio di Reno, e Antico Testamento presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna.

È dunque un monaco, ma non uno di quegli amanuensi che, nel Medioevo, trascrivevano, miniando in punta di penna d’oca, le traduzioni in cui si poteva scrivere di tutto e di più.

Da questa sua traduzione sono venute alla luce alcune singolarità, inquietanti per molti, e sorprendenti per tutti.

Ebbene, in aramaico antico “bar abbas” vuol dire semplicemente “figlio del padre”.

Questa espressione compare spesso nei Vangeli in bocca a Gesù, volendo egli indicare se stesso.

Pensate anche voi quello che penso io?

Se dei due presentati da Pilato alla gente di Gerusalemme, uno era il cosiddetto “Re dei Giudei” e l’altro era il “figlio del padre”, chi avrebbero scelto i popolani ebrei? Per me c’è qualcosa che non quadra.

 

Se non basta, vi posso riportare anche un’altro strafalcione, involontario non credo proprio, che è comparso nella traduzione biblica di questo uomo di chiesa.

Nei Vangeli, si dice che Gesù è nato da una “betullah”, che in aramaico vuol dire semplicemente “fanciulla”.
Che male ci sarebbe – come dice ironicamente anche il professor Umberto Galimberti – se fosse nato da una fanciulla? Rientrerebbe nella norma.

C’è un fatto, però.

Che nella traduzione dall’aramaico in greco antico, il termine “betullah” è stato tradotto con il termine greco “parthénos” e questa parola, in greco antico, significa “vergine” e non “fanciulla”.

In aramaico antico, la parola “vergine” si identifica, senza possibilità di equivoci, con la parola “almahà”.

A proposito della verginità di Maria, pensate anche voi quello che penso io?

 

Ma, dopo questa digressione linguistica e semantica, mi focalizzo sul nocciolo della questione  “quid est veritas?”

A mio avviso, si è trattato di un aforisma strepitoso, visto il personaggio in gioco (Gesù) a cui era rivolta la domanda, e considerato chi è stato a pronunciarlo (Pilato).

Ma, preliminarmente, io noto questo:

Con i suoi apostoli e discepoli, Gesù aveva adoperato l’espressione “Io sono la via, la verità, la vita”. Si rivolgeva ad un gruppo di suoi affiliati ed adepti, con un linguaggio forte e diretto, nient’affatto criptico.
Qui, invece, davanti a Pilato, Gesù afferma di essere venuto in questo mondo per rendere “testimonianza” alla verità. Non di “essere” o di “possedere” la verità.

E, come si può ben capire dal testo, Gesù a Pilato non risponde.

Non a questa domanda.

Nel colloquio che sopra è stato fedelmente riportato, Gesù replica seccamente e a tono a tutte le domande di Pilato, ma a questa non replica alcunché.

Mi sono chiesto: “perché?”.

La risposta a questo quesito è o semplice e chiara, oppure è di una spaventosa complessità, al punto che Gesù stesso rinuncia a dare un responso, conciso o articolato che sia.

La verità può essere un atto di fede, e allora tutto ha una spiegazione in ciò che nelle sue parole è contenuto e che può rappresentare il significato primo e ultimo del suo passaggio umano sulla terra.

Oppure la verità è una realtà mobile, inafferrabile, cangiante, multiforme, perfettibile e aleatoria e che quindi non può sottostare né ad una definizione formale, né a una limitazione spazio-temporale.
E non può essere retaggio di nessun sapere onesto e consapevole.

Ritengo che Gesù si riferisse alla prima tipologia di verità e che il suo messaggio sia la cosa più giusta, condivisibile e credibile che la gente del suo tempo e della sua terra potesse aspettarsi di ascoltare e condividere.

Infatti lui si rivolgeva sempre ai poveri, ai semplici, ai puri di cuore come ad una “casta” di eletti, che soli potevano recepire l’intensità delle sue parole incoraggianti, vivificatrici e salvifiche.

Questo messaggio è stato preso a vessillo universale di valori ideali metafisici, ma è stato anche travisato e sfruttato ai fini di implementare un vasto e generalizzato sistema di controllo delle coscienze, a cura dei gestori del sistema stesso.

 

A proposito di questo, aggiungo, qui di seguito, il commento di Armando La Torre, un corrispondente di QUORA, che spesso espone le sue considerazioni su interpretazioni teologiche controverse.

 

Il libro che i cristiani chiamano Antico Testamento è il più grande caso di plagio e manipolazione della storia letteraria.

Non si è trattato di un semplice “cambiamento”, ma di un dirottamento sistematico, di una vera e propria operazione di hacking teologico.

La setta nascente del cristianesimo, per darsi una parvenza di legittimità e una storia che non aveva, ha dovuto cannibalizzare i testi sacri di un’altra religione, l’ebraismo.

Il primo passo di questa operazione fu la traduzione.

Quando la Bibbia ebraica fu tradotta in greco (la versione dei Settanta), lingua franca dell’impero romano, avvenne la prima, massiccia manipolazione.

La lingua greca, intrisa di filosofia e di concetti astratti, era inadatta a rendere la concretezza e la carnalità dell’ebraico. Ad esempio, un termine come “Sheol”, un vago e ombroso aldilà ebraico, venne tradotto con “Hades”, l’inferno della mitologia greca, caricandolo di significati che non aveva.

Fu un’operazione di marketing, cioè  lo sforzo di rendere un testo tribale e mediorientale comprensibile e appetibile per un pubblico greco-romano.

Una volta tradotto, il testo fu sottoposto a una seconda e più brutale violenza: l’interpretazione allegorica.

I primi padri della Chiesa, uomini colti e imbevuti di filosofia neoplatonica, si trovarono di fronte a un problema imbarazzante.

Il Dio dell’Antico Testamento era un’entità spesso capricciosa, gelosa, a tratti genocida, un dio tribale che ordinava massacri e si sporcava le mani con la politica del suo popolo. Non appariva proprio come il padre di Gesù.

Questo personaggio era impresentabile a un pubblico abituato al Dio perfetto, immobile, immateriale e puramente razionale dei filosofi greci.

La soluzione fu semplice, decisero che il testo non andava letto per quello che diceva.

Ogni passo, ogni personaggio, ogni evento fu reinterpretato come una metafora, un simbolo, una prefigurazione di Cristo.

Il sacrificio di Isacco non era più il racconto agghiacciante di un potenziale infanticidio, ma un’allegoria del sacrificio di Gesù.

La creazione in sette giorni non era cosmologia, ma un poema mistico.

Fu una gigantesca operazione di riverniciatura filosofica per nascondere le parti più scomode e primitive del testo originale.

Il risultato finale di questo processo è che il Tanakh ebraico e l’Antico Testamento cristiano sono due libri completamente diversi, pur condividendo le stesse parole. Per un ebreo, quel testo è la storia, la legge e l’identità del suo popolo.
Per un cristiano, è solo il prologo, un gigantesco trailer pieno di indizi che portano all’unico evento che conta, la venuta di Cristo.

I significati originali non sono stati solo “cambiati”, sono stati deliberatamente sepolti sotto strati di nuova teologia.

L’obiettivo non era capire il testo, ma piegarlo con la forza per farlo combaciare con una dottrina già decisa a tavolino.

È stata la castrazione intellettuale di un’intera tradizione religiosa, compiuta per fornire le fondamenta a quella che, altrimenti, sarebbe apparsa a tutti per quello che era, una bizzarra eresia ebraica nata in una provincia dimenticata dell’Impero.

 

A questo punto, chiuderei il cerchio, sempre sull’argomento “verità”, finendo con Sant’ Agostino di Ippona (Tagaste). Oggi Tagaste si chiama Souk Ahras ed è una città agricola dell’Algeria.

Sì, Sant’Agostino era un algerino e, per buona parte della sua vita, ne ha combinate di cotte e di crude. Poi, tutto ad un tratto, si è convertito al cristianesimo.

Però, non fu all’inizio molto volenteroso: “Signore, rendimi casto, ma … non subito”. A parte tale infelice espressione di ipocrisia, questo padre della chiesa è diventato il formulatore di una serie di affermazioni, a mio avviso, sorprendenti perché, a ben guardare, non sono in linea con le direttive dei contenuti della fideistica cristiana.
Questa infatti prevedeva, sempre e attentamente, che l’apparato teoretico e ritualistico fosse presente e preminente nella vita dei fedeli e non ammetteva, come non ha mai ammesso, che ci fosse un colloquio diretto del credente con Dio.

Sant’Agostino, teologo e filosofo dal cervello fine, invece, pontificava:

“Noli foras ire, redde in te ipsum. In interiore homine habitat veritas”.
Non andare fuori, ritorna in te stesso. È nell’interno dell’uomo che abita la verità.

Questa affermazione, raccomanda all’uomo religioso, non di rivolgersi alle pratiche ritualistiche e ai precetti di fede e di moralità sanciti dalla chiesa cristiana, ma di rientrare dentro di sé, nella propria coscienza, dove solo avrebbe potuto trovare la verità che andrebbe cercando.

E, per finire in bellezza, raccomandava anche:

“Et si te inveneris mutabilem, trascende te ipsum”.
E se ti troverai mutevole, trascendi te stesso.

Cioè, solo nel caso in cui la tua fede sia un po’ ballerina, allora trascendi, rivolgiti in alto e lì troverai la pace dei sensi e soprattutto dell’anima.

Con queste affermazioni, Sant’Agostino ha gettato i semi di un riscatto dell’individuo rispetto all’apparato, posizione che troverà, più avanti nel tempo, più di un millennio dopo, i suoi epigoni nell’eresia protestante di Martin Lutero e seguaci.

A Dio ci si può rivolgere direttamente senza passare attraverso l’intermediazione, gelosa ed opprimente, della chiesa.

Un millennio più tardi le chiese scismatiche protestanti si proposero di smantellare il carrozzone faronico della chiesa di Roma, riconoscendo all’uomo la facoltà di coltivare la fede a prescindere dal controllo ossessivo degli apparati ecclesiastici cattolici.

Allora il cerchio si chiude coerentemente con l’affermazione finale che, dal “conosci te stesso” al “rivolgiti dentro di te”, la ricerca della verità non può prescindere mai dall’autocoscienza umana e che l’umanesimo è sempre stato una forza latente e vigorosa nella storia, nonostate i tentativi di controllo e di soffocamento perpetrati dalle autorità ecclesiastiche.

Se vuoi non pensare, perché farlo ti fa venire il mal di testa per la paranoia, allora ascolta e segui pure ciò che ti viene propinato dagli apparati religiosi, politici e sociali.
Sappi che ciò che vi troverai è un sistema, un algoritmo, ben strutturato e organizzato, di controllo della tua coscienza: ti dovrai uniformare, senza scuse o perplessità, poiché questo è il tributo di appartenenza ad un contesto sociale.
Ma renditi conto che, così facendo, rinuncerai alla fonte razionalmente più adeguata e affidabile per la ricerca della verità, che si trova dentro di te.
Cosa ho fatto io?
Ho seguito acriticamente il percorso di formazione religiosa, sociale, politica, morale culturale, e quant’altro, che mi veniva propinato.

Poi, un giorno, non appeno ho intuito e accertato che stavo agendo e pensando come volevano gli altri, mi sono dedicato ad un corso lungo e paziente di “saper stare al mondo, secondo i miei principi e valori”, che ho imparato dalla vita.

E sono nato una seconda volta.

E, se volete credermi, mi sono sentito finalmente felice di stare al mondo.

Numero3615.

 

M A L E V O L E N Z A

 

Ecco i comportamenti tipici delle persone che desiderano farti del male

Navigare nel complesso mondo delle relazioni interpersonali a volte può sembrare come guadare acque agitate. Nel nostro cammino quotidiano è probabile che incontriamo persone che, invece di offrirci una mano, cercano di trascinarci giù.
Sono persone maligne nelle nostre vite: comprendere i comportamenti tipici di questi attori ombra è essenziale.
Questo non solo ci permette di riconoscerli ma anche di proteggerci dalla loro influenza tossica.

Le molteplici sfaccettature della malevolenza

 

Le persone malevole non portano segni che annuncino le loro cattive intenzioni, eppure le loro azioni parlano da sole.
Il comportamento distintivo è la loro tendenza a farti sentire colpevole, spesso per cose sulle quali hai poco o nessun controllo.
Giocano abilmente la carta della vittimizzazione, invertendo i ruoli, in modo da camuffare le proprie malefatte e i loro cattivi pensieri: distolgono il proprio disagio interiore da sé e lo inducono in te.
Questa dinamica è rafforzata dalla loro negatività costante, che serve a esaurire ed annientare emotivamente chi li circonda. Una presenza che non ti fa sentire a tuo agio spesso indica una mente contorta e intenzioni discutibili.
Spesso si tratta di persone che hanno una situazione in atto difficile o precaria, magari anche di salute, o hanno avuto disavventure familiari che, in qualche modo, spiegano la loro negatività.

Le loro interazioni sono intrise di ipocrisia e di finta onestà, rendendo difficile distinguere il vero dal falso. La falsità è la loro lingua madre. Questi individui non vedono favorevolmente i tuoi successi e invece si rallegrano dei tuoi smacchi, provando una malsana soddisfazione per le battute d’arresto degli altri.
I tedeschi chiamano questo atteggiamento Schadenfreunde che si può tradurre con “gioia maligna” o “soddisfazione cinica”.
Il loro bisogno di controllo è sempre presente e cercano di dominare il loro ambiente.

Inoltre, le persone maligne sono caratterizzate da disonestà e bugie frequenti.
Usano la gentilezza in vari modi ipocriti e hanno un talento particolare per la gestione degli altri. Seminano confusione e conflitto, sono professionisti del terrorismo psicologico.
Conducono una doppia vita nascondendo la loro vera natura dietro una maschera di rispettabilità.
Negano i fatti, anche i più evidenti, oppure fanno finta di non conoscerli.
Non hanno limite nella loro ricerca di potere e influenza.

Stabilire dei limiti quando si ha a che fare con persone tossiche

 

Riconoscere queste caratteristiche è un primo passo verso la protezione del tuo spazio personale.
È essenziale definire i propri limiti e non permettere a questi individui tossici di invadere il nostro benessere. Questo può iniziare con gesti semplici, come dire di no, stabilire confini chiari nelle interazioni o persino allontanarsi da situazioni in cui predominano questi comportamenti negativi.

Sono particolarmente nefaste le personalità che, sotto le parvenze di rispettabilità o, addirittura, di santità, millantano rapporti misteriosi, da medium, con mondi ed entità paranormali da cui, a loro dire, vengono ispirate per diffondere scenari catastrofici per l’umanità, adoperando questi argomenti per indurre paura e sudditanza e controllare la sensibilità psicologicamente labile delle proprie vittime.
Sono le cosiddette santone o i guru che, come influencer mentali, cercano adepti per creare intorno a sé una setta di seguaci che pendono dalle loro labbra, come in un festival della creduloneria.

Ma sono da evitare accuratamente anche le persone cosiddette amiche che, quando ti parlano, scaricano su di te le loro ansie ed angosce affinché sia tu ad avere il ruolo di cestino della loro immondizia psichica: ad esempio quelle che parlano di guerre imminenti, di minacce di bombe nucleari, di rifugi antiatomici, di luoghi lontani e sicuri dove andarsi a rifugiare, per garantirsi una serenità di cui loro sono prive per natura.
Stanno seminando una negatività che è dentro di loro, ma che diventa per esse più sopportabile se condivisa con altri: mal comune mezzo gaudio.

Dobbiamo circondarci, invece, di persone premurose, che sono quelle che arricchiscono la nostra vita e rispettano i nostri limiti.
Rifiutarsi di tollerare comportamenti dannosi è un atto di rispetto di sé e un passo verso l’amor proprio.

Scegli il rispetto di te stesso e l’amore per te stesso

 

Alla fine, la scelta è nostra. Possiamo scegliere di subire le azioni di persone malintenzionate oppure di prendere le redini e tracciare i contorni di una vita rispettosa della nostra integrità personale.
Affermarci e coltivare l’amore per noi stessi è l’antidoto più potente contro l’ombra della malevolenza.
Ci vuole coraggio e perseveranza, ma ne vale la pena per la pace interiore e le relazioni autentiche che ne derivano.

Diventando consapevoli dei comportamenti tipici delle persone che desiderano farci del male e scegliendo deliberatamente di rispettare e amare noi stessi, cambiamo non solo la dinamica delle nostre interazioni, ma anche la traiettoria della nostra vita.
È tempo di scegliere le relazioni che ci sollevano, invece di tollerare quelle che ci trascinano giù.
La paura, l’angoscia, il senso di colpa, la contrizione, l’espiazione, la tristezza sono stati d’animo a “bassa vibrazione” che inducono e instaurano un malessere che diventa cronico, del quale non ci si accorge, ma che ci intossica.

Chiediamoci se la nostra vita è serena o, almeno, abbastanza serena: se la nostra onesta risposta è no, rileggiamo queste parole, guardiamoci prima dentro e poi intorno e ….prendiamo provvedimenti.

 

Numero3415.

da  QUORA

 

Scrive Armando La Torre, corrispondente di QUORA.

 

D I O    E    L E    R E L I G I O N I

 

 

Hanno calcolato che esistono non meno di 4000 religioni sulla faccia della terra.

Poni la domanda come se stessi cercando una falla logica in un teorema matematico, quando in realtà stai fissando il più grande e sanguinoso monumento all’arroganza e al tribalismo umano.

La tua premessa, “Se Dio è uno”, è l’errore di partenza, il peccato originale del tuo ragionamento.

Tu presumi che le religioni siano il risultato di un Dio che cerca di comunicare con l’umanità.

Le religioni non sono un messaggio divino imperfetto. Sono un prodotto umano, al 100%.

Sono il più antico e geniale sistema di controllo sociale mai inventato, un’arma, una bandiera e una coperta di Linus cosmica, tutto in uno.

La risposta alla tua domanda non è teologica. È geografica, politica e psicologica.

Dio non ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza.

È l’uomo che, terrorizzato dal buio, dalla morte e dalla sua stessa insignificanza, ha creato Dio a immagine e somiglianza del proprio capotribù.

Un padre severo, un re geloso, un legislatore paranoico.

E siccome le tribù sono diverse, anche i loro dèi lo sono.

È così brutalmente semplice.

Sei nato a Roma, e ti è toccato il Dio con la barba e il figlio carpentiere.

Fossi nato a Benares, avresti avuto un pantheon di divinità blu con sei braccia.

Fossi nato a La Mecca, il tuo Dio sarebbe stato così trascendente da non poter essere nemmeno raffigurato.

Fossi nato nelle Ande, avresti adorato il Sole.

La tua fede non è una scelta spirituale, è un incidente geografico.

Sei un prodotto del tuo ambiente, e il tuo Dio è semplicemente il cadavere di un dio tribale che ha avuto più successo degli altri nel tuo angolo di mondo.

Le religioni non sono diverse perché Dio si è spiegato male. Sono diverse perché sono in competizione.

Sono come “franchise”, catene di fast food spirituale che lottano per la stessa quota di mercato: la tua anima.

Dio è il marchio, e le religioni sono i vari “franchise” in competizione, ognuno con il suo menù (i dogmi), il suo manuale operativo (i testi sacri), la sua gerarchia manageriale (il clero) e la sua campagna pubblicitaria (il proselitismo).

Il Papa, il Dalai Lama, il Gran Mufti non sono umili servitori di Dio. Sono gli amministratori delegati delle loro rispettive multinazionali della salvezza.

E come ogni buon manager, sanno che per mantenere il controllo devono insistere sul fatto che il loro prodotto è l’unico autentico, e tutti gli altri sono imitazioni scadenti o, peggio, velenose.

I leader e i rappresentanti delle principali religioni del mondo si riuniscono allegramente ogni tre anni ad Astana, in Kazakistan

Le “varianti”, le sette, le eresie?

Non sono altro che lotte di potere interne, come quando un manager regionale decide che può fare meglio della sede centrale e apre la sua catena di ristoranti.

Martin Lutero non ha avuto un’illuminazione divina; era un monaco furioso con la gestione finanziaria e morale corrotta della sede centrale di Roma e ha deciso di lanciare un’OPA ostile, dando vita a un nuovo, fortunatissimo “franchise”: il Protestantesimo. I Sunniti e gli Sciiti non si combattono da 1400 anni per una sottigliezza teologica; si combattono per una questione di successione politica, per decidere chi dovesse essere l’amministratore delegato dopo la morte del fondatore. È una faida familiare glorificata a scontro cosmico.

E i testi sacri? La Bibbia, il Corano, la Torah? Pensi che siano manuali d’istruzioni chiari e coerenti dettati da un essere onnisciente?

Sono raccolte di miti, leggi tribali, poesie, propaganda politica e cronache storiche, scritte, redatte, tradotte e manipolate da decine di uomini diversi nel corso di secoli, ognuno con la propria agenda politica e culturale.

La loro proverbiale ambiguità non è un difetto, è la loro più grande forza.

Permette a ogni generazione di preti, rabbini e imam di reinterpretarli a proprio piacimento, mantenendo così il loro potere come unici e indispensabili intermediari tra te e il divino.

Loro sono quelli che ti spiegano cosa Dio “voleva dire veramente”.

Quindi, smettila di porti la domanda dal punto di vista di Dio. Non c’entra nulla.

La diversità delle religioni non è la prova della confusione di Dio, ma la prova cristallina della frammentazione dell’uomo.

È il suono di miliardi di individui spaventati che urlano il proprio nome nel buio, sperando disperatamente che qualcuno risponda.

E quando non risponde nessuno, si inventano un Dio che lo faccia, un Dio che, guarda caso, odia le stesse persone che odiano loro, ama la loro tribù sopra ogni altra e promette loro un posto speciale nell’eternità.

Non c’è un solo Dio e tante religioni.

Ci sono miliardi di persone terrorizzate e un’infinità di maschere che hanno dipinto il vuoto sul volto.

Numero3320.

 

 

N U N T I O    V O B I S    G A U D I U M    M A G N U M       (Vi annuncio una grande gioia)

Formula recitata per annunciare l’elezione di un nuovo Papa.

 

 

Oggi è l’11° giorno d’Aprile 2025.

 

Tutte le persone, parenti, amici e conoscenti, che riceveranno il mio esplicito e personale invito a leggere quanto segue, si preparino ad accogliere una notizia che corrisponde alla più bella verità di vita e di amore che Rita ed io potevamo aspettarci ancora di vivere e condividere.
Siamo in un giorno di Primavera, la rinascita della natura, che precede di poco un giorno di Resurrezione, come la Pasqua Cristiana.
Ma per noi, comuni mortali, basta anche soltanto che sia un giorno che precede ed evoca una nascita umana, per renderci entusiasti e felici di poterla annunciare.
Da tempo, da più di un mese, la novità che ci ha travolto e scombussolato l’abbiamo custodita pazientemente, assecondando la volontà degli interessati di mantenere il riserbo fino alla certezza e alla conferma che la realtà è verità.
Dopo i doverosi e opportuni esami che  hanno dato l’esito positivamente normale del percorso, finalmente, possiamo esternare a tutto il mondo la nostra felicità, cioè il coronamento del rapporto con la gioia di vivere e con il progetto di prolungare l’affettività e l’amore, al di là e oltre le nostre stessa vite.

Ormai un mese fa, sull’onda di un empito di emozioni e di buoni pensieri, ho scritto quello che leggerete qui sotto e l’ho consegnato nelle mani di Martina e Alexis.

Ora, con il loro consenso, lo pubblico per far sapere all’universo intero, anche se sarà circoscritto a poche care persone, che un nuovo avvenimento colorerà, come l’arcobaleno dopo una pioggia di primavera, il cielo delle nostre vite che, seppure ormai tarde, saranno certamente più felici.

 

 

 

L E T T E R A     A D     U N A     C O P P I A     I N     A T T E S A

E     A    U N    B A M B I N O    N O N    A N C O R A    N A T O

 

Martina e Alexis,

 

se non del tutto inaspettata, certo accolta con raggiante sorpresa, e già seguita con trepidazione, abbiamo ricevuto la splendida notizia della tua incipiente maternità, cara e, da adesso, ancora più cara Martina.
Rita ed io vi abbracciamo forte forte, te ed Alexis, con tutta l’energia del nostro affetto che, se fino ad oggi è stato sempre grande, da ora lo è ancora di più, se mai lo può essere, e lo sarà.
Perchè si estende e comprende la nuova presenza che stai custodendo dentro di te, Martina.
Questa nuova realtà impone a tutti noi un altro livello di sentimenti e di empatie che si indirizza verso la vita di questa creatura che hai in grembo e che viene a coronare il vostro percorso di vita e di coppia.
L’avete voluta, l’avete cercata, le avete dato la vita e la vita ve l’ha data.
E tutto questo nel nome dei vostri sentimenti di affetto reciproco che si sono fusi e concretizzati in un atto d’amore e di vita, di cui siete degni portatori e trasmettitori.
Ci conforta e ci rende fiduciosi la certezza, da come vi conosciamo, che questa procreazione avviene nel momento topico della vostra maturità di persone, quando entrambi avete sentito dentro di voi che il tempo del prendere veniva seguito, se non sostituito, dal tempo del dare: è questa la vera consapevolezza e la giusta autodeterminazione a cui vi porta la vita, quando è spesa bene, nell’impegno, nel lavoro, nei buoni sentimenti.
Vi siete sentiti degni e all’altezza di dare la vita a chi potrà avvalersi del vostro calore umano e della vostra buona esperienza.
Imparerete ad essere dei bravi genitori, anche se non lo siete mai stati, e si alzerà il livello delle vostre prestazioni umane, per accudire ed allevare l’effetto del vostro affetto.
Siamo sicuri che questo frutto della vostra volontà di dare la vita sarà, con voi, in buone mani e voi sarete all’altezza del vostro compito di assecondare la natura, al meglio delle vostre potenzialità spirituali ed umane.
In questo percorso, come sempre, non camminerete mai da soli.
Vi accompagna la nostra disponibilità, finché sarà possibile, e la nostra benedizione.
Il nostro cuore batterà vicino ai vostri e a quello della vostra creatura.

Vi auguriamo che tutto vada bene e, ancora, vi abbracciamo con tutto il nostro affetto.

 

Rita e Alberto.

 

 

U N A    N U O V A    V I T A

 

C’è un cuoricino

nuovo che palpita

al ritmo di vita

del cuore materno.

C’è un corpicino

nuovo che cresce

e che vuole avere

la sua forma umana.

C’è l’amore, il vostro,

che  ora si incarna,

con il soffio vitale

dello spirito buono.

C’è da voi la vita

che si rinnova

e continua con forza

e avrà il suo tempo.

C’è questo piccolo

essere già umano

che vivrà anch’esso

fresco e ridente.

C’è un piccolo fiore

nel nostro giardino,

primavera di vita,

miracolo d’amore.

C’è la nostra attesa,

trepida e confidente.

Accogliamolo tutti

con la nostra felicità.

 

Benvenuto fra noi.

 

P.S. :   È sano e sarà un maschio!

Numero3211.

 

da  QUORA

 

 

M A S C H I L I S M O

 

Scrive Francesco Davini, corrispondente di QUORA

 

 

Eccolo qua. Francesco Davini, per dimostrare che in fondo pure noi siamo maschilisti e quindi l’Islam non fa poi niente di male, tira fuori quello che appare un frammento di Famiglia Cristiana di chissà quale epoca. In realtà non ha niente a che vedere con il famoso settimanale cattolico, ma è un foglio tratto da un opuscolo del 1895 (sì avete letto bene: 1895):

Shot dal blog Il Pozzo dei Miei Pensieri, di Ernesta.

E quindi, c’erano anche i doveri dei mariti.

Leggiamoli.

Ahi ahi ahi… come mai Francesco Davini ha saltato questa parte?

Farà mica parte di quella schiera di persone che pur di parlar male dell’Occidente, degli americani, delle democrazie liberali ecc… ossia del mondo in cui viviamo, non esita a legittimare, scusare, nascondere le peggiori nefandezze dei nostri nemici, anche se per farlo deve andare indietro nel tempo, fino al 1895, per trovare qualcosa a cui attaccarsi?

Vecchia storia.

Sia chiaro: il mondo E’ maschilista.

Lo è sempre stato e l’Occidente non ha fatto eccezione ma oggi, in tutti i paesi moderni e civili del mondo occidentale, si parla di maschilismo in termini di penalizzazione sulle carriere e sulle retribuzioni, non certo nei termini in cui il problema si manifesta nei paesi e nelle comunità islamiche.

Vedete qualche differenza? Francesco Davini non le vede…

Perché l’Islam è così maschilista?

Perché è rimasto arretrato. Non ci sono giri di parole su questo. Il semplice fatto di prendere per oro colato gli insegnamenti di un testo religioso, dimostra la profonda arretratezza di una cultura.

Francesco Davini è dovuto risalire al 1895 per trovare una traccia così discriminatoria sulle donne in Italia (e non ci ha nemmeno azzeccato…). Ecco, il mondo islamico, sulle donne (e non solo) è rimasto davvero arretrato e non al 1895 ma ancora più indietro, molto più indietro.

Numero3202.

 

da  QUORA

 

Scrive Nico De Blasis, corrispondente di QUORA.

 

Quali sono i dieci alimenti che ci stanno uccidendo lentamente?

 

  1. La frutta. Ormai inutile, dato che le vitamine si trovano negli integratori che ci risparmiano dal dover ingollare 7 o più frutti al giorno con il loro carico assassino di zuccheri. Smettetela di ascoltare i guru che vi spingono a consumare frutta a più non posso, manco foste scimmie della giungla. La frutta contiene troppi zuccheri rispetto al beneficio delle vitamine. Gli zuccheri aumentano il rischio di diabete, Alzheimer e malattie cardiovascolari. Va bene un frutto al giorno, e forse è pure troppo.
  2. Ovviamente i cibi ultra-processati, tipo quella sorta di patatine con la consistenza del polistirolo che hanno un sapore favoloso tra il dolce e il salato. Se ne diventa subito dipendenti, ma è veleno.
  3. Le bibite sciroppose. Come il punto 1. con la differenza che almeno la frutta contiene vitamine e fibre. Se proprio volete lo zucchero mangiate la frutta, vi farà male sul lungo termine ma in maniera soft.
  4. Le verdure a tutti i costi. Sono salutari solo se siete abbastanza certi della loro provenienza. Molte verdure provengono da luoghi del mondo che non hanno standard di controllo sui contenuti tossici.
  5. L’alcol in tutte le sue forme e travestimenti. La dose massima consigliata è ZERO al giorno!
  6. La pasta. Smettetela di abbuffarvi di pasta. Non è un cibo salutare. Se proprio dovete mostrare quanto siate italiani, mangiatene piccole dosi, poche volte al mese. Si tratta di uno dei carboidrati meno pregiati che esistano.
  7. La pizza. Che ve lo dico a fare? Un alimento del tutto inutile. Praticamente pane. Già mangiate troppo pane, non fatevi male da soli mangiando la pizza alla sera con gli amici, dopo che vi siete abbuffati di pane per tutto il giorno.
  8. Insaccati. Pochi e in rare occasioni. Contengono tutto il peggio che il vostro sistema circolatorio cerca di farvi evitare. Ma voi non lo ascoltate.
  9. Dolciumi, gelati, torte e similia. Inutili zuccheri, accompagnati questa volta da grassi saturi: la peggior combinazione possibile. Volete avvelenarvi? Almeno fatelo con moderazione.
  10. Troppo sale da cucina. Abituatevi a mangiare i cibi senza eccedere nel salarli. Il Sodio e’ importante per l’organismo ma se si supera anche di poco la soglia di pericolo, diventa un veleno terrificante.

Post scriptum: ragazzi, mi fate spanciare dalle risate. E’ ovvio che potete ingozzarvi di dolci, di pasta, di pizza e ubriacarvi col Barbera. Fumatevi anche 20 sigarette al giorno e fatevi anche una sniffata di coca. Non è in questione se godersi la vita, oppure no, il punto è la conoscenza dei veleni che lentamente ci uccidono.
Quelli che ho elencato sono cibi spazzatura o quasi, che vi fanno godere in maniera effimera quando li ingollate felici, ma che poi chiedono il conto al vostro organismo.

Non il giorno dopo ma a distanza di tempo, fra 10 o 20 anni.

Numero3174.

 

da  QUORA

 

Scrive Richard Troy, corrispondente di QUORA

 

FA   BENE   BERE   UN   BICCHIERE   DI    VINO    AL   GIORNO?

 

No, contrariamente alla cultura popolare, fa male anche un solo bicchiere al giorno.

In passato si era visto che l’assunzione di moderate dosi di alcolici, come potrebbe essere il bere 1–2 bicchieri di vino al giorno, portavano benefici per il sistema cardiovascolare, come:

  • l’abbassamento del colesterolo “cattivo” (LDL)
  • riduzione degli indici infiammatori come la proteina c reattiva (pcr)
  • miglioramento dei valori pressori
  • miglioramento della sensibilità all’insulina
  • effetto antiaggregante per le piastrine

… e l’elenco è ancora lungo, ma si può riassumere con l’effetto di tutte queste cose messe assieme, e cioè una minore incidenza e mortalità dovuta a eventi cardiovascolari, ictus e infarto miocardico inclusi.

Adesso invece si sa che, e cito direttamente un paper pubblicato su The Lancet:

The conclusions of the study are clear and unambiguous: alcohol is a colossal global health issue and small reductions in health-related harms at low levels of alcohol intake are outweighed by the increased risk of other health-related harms, including cancer.

Per chi non parla inglese, dice che i risultati sono chiari e inequivocabili. e che i danni e i rischi sono maggiori dei benefici, anche con una assunzione moderata.

Il titolo del paper è “No level of alcohol consumption improves health” (Nessun livello di consumo di alcol migliora la salute) e non lascia spazio a interpretazioni.

P.S.

Tra gli studenti dell’Università della Vita, ma non solo, uno degli argomenti a favore del bere vino anche quotidianamente è quello riguardante il suo contenuto di antiossidanti: resveratrolo quello più noto e maggiormente presente, ma anche proantocianidine, antocianine e acidi fenolici.

Gli studi sul resveratrolo sono stati condotti con dosi, per via orale, variabili tra i 25mg e i 5g.

Il vino contiene in media 2mg di resveratrolo per litro (dipende dal vino e dal processo di vinificazione), con livelli che vanno da 0 a 14mg per litro.

Questo vuol dire che per mimare gli studi in cui è stata usata la dose minima, e per ottenere un  beneficio a malapena significativo, dovremmo berci in media 12,5 Litri di vino al giorno…

 

N.d.R.: Per restare nel tema, noto che ci sono sempre stati degli spot pubblicitari che promuovono il consumo di acque minerali che vengono contrabbandate per terapeutiche o, addirittura, medicamentose, per il loro contenuto di questo o quell’elemento o composto chimico. Ad esempio il Calcio che farebbe bene alle ossa. Il Calcio è presente nell’acqua in termini così infinitesimali che, per avere un apprezzabile miglioramento attraverso l’assunzione, si dovrebbero bere ettolitri di acqua. Ma nessuno lo dice: basta la presenza.
E le fake news dilagano.

Numero3157.

 

R I S P O S T A     D I     R I T A

 

Qualche tempo fa, ti ho chiesto scherzosamente se, anche a questo anniversario, avresti letto, come 5 anni fa, un discorsetto per fare quattro frignate in compagnia.
Mi hai risposto che sì, avresti letto qualcosa di non molto impegnativo o teatrale che parla di noi due.
Allora ho pensato che, stavolta, sarebbe toccato a me replicare con qualche parola, in risposta a quelle che avresti scritto tu su di noi e su di me.
Non le conoscevo prima di averle sentite leggere qui da te, qualche minuto fa, ma ne ho immaginato il tono e il significato e così, mi sono attivata per comporre una risposta, cosa che non ho mai fatto prima d’ora .
Spero che la forma della scrittura sia all’altezza del contenuto di ciò che voglio dirti, anche se non sono brava come te a scrivere le cose.

Caro Alberto,
siamo stati insieme per 30 anni, che sono passati così velocemente che quasi non ce ne siamo accorti, e devo dirti che sono stata, e sono, felice di questo sodalizio (visto che parola difficile ho trovato?) che mi ha riempito la vita e le ha dato un significato, che non avrei potuto immaginare migliore.
Prima di conoscere te, la mia vita di relazioni era stata quasi un deserto: non avevo mai condiviso sentimenti veri e impegnative frequentazioni con nessun uomo che potesse contare qualcosa per me e per il mio futuro.
Ma la vita non delude e non so come ho fatto ad avere la fortuna di incontrarti e di dividere con te questi 30 meravigliosi anni.
Passare il tempo con te è stato, ed è, una straordinaria avventura nella persistenza di un’atmosfera rilassata e rilassante, dove tutto quello che facciamo lo facciamo volentieri, insieme, come un gioco di squadra e di solidarietà, dove la complicità e l’ironia colorano di sfumature pacate e di leggerezza ogni cosa e ogni minuto.
Noi passiamo insieme solo i 3 giorni del weekend, lo sanno tutti, ma sono giornate che valgono più di una settimana intera, tale e tanta è la piacevolezza della nostra compagnia.
E ogni volta che io esco dalla tua porta di casa con le mie borse, mi dispiace: vorrei restare ancora e non vedo l’ora di poter tornare a passare insieme il nostro tempo, fatto di non tante cose, ma ricco di noi, della nostra sintonia ed empatia.
E mi risuonano nelle orecchie le tue scherzose parole: “Non ti vergogni di abbandonare un povero vecchietto?”
Siamo due persone che si stimano e si rispettano profondamente e che ci tengono a comunicare, in ogni modo, la predisposizione d’animo costantemente positiva l’una nei riguardi dell’altra.

Per parlare di te, non saprei da dove cominciare: hai tante e tali doti e caratteristiche che fanno di te un uomo unico e raro.
Sei pieno di interessi e di comportamenti, forse in qualche modo selettivi, ma mai banali o scontati e, men che meno, noiosi, fra i quali l’interesse per me.
Sei molto ricco culturalmente, sei creativo ed eclettico (questa parola sono andata a cercarla sul dizionario), preparato anche sulle cose recenti e da sempre sei sensibile all’arte e alle cose belle, quelle classiche ed eleganti, non quelle alla moda.
Sei spesso originale e particolare nelle scelte e nelle valutazioni, non ti allinei mai al pensiero comune, cerchi sempre un tuo punto di vista che sfugge alla maggioranza, ma che io ho imparato a riconoscere come, quasi sempre, centrato e, talvolta, addirittura profetico.
Da te imparo tante cose che tu condividi con me, senza essere presuntuoso o didascalico (vedi quante paroline particolari so adoperare anch’io?).
Hai avuto anche tu, però, una vita affettiva travagliata prima di conoscere me.
Forse hai scelto, come compagne di vita, delle donne non in sintonia con il tuo carattere: di questo ti devi prendere le tue responsabilità.
O forse, semplicemente, sono stati proprio i tuoi errori di scelta, di cui hai pagato il fio e su cui hai riflettuto, a farti diventare un così bravo compagno di vita: solo con me hai messo a frutto l’esperienza di come si sta con una donna.
E con me hai dato e ricevuto il massimo e il meglio.
Grazie, Alberto, per tutto quello che sei, che mi hai dato e mi stai dando.
Desidero invecchiare al tuo fianco, voglio stare con te vicino fino alla fine dei nostri giorni e, se potessi tornare indietro di 30 anni, ti sceglierei di nuovo come compagno della mia vita e, se fosse possibile, vorrei essere la tua donna anche nell’aldilà.
Ci tengo a dirti, inoltre, che sei un ottimo padre.
Con tutto il mio affetto.

Rita

Numero3156.

 

Grow Old With Me

(originale)

Invecchia con me

(traduzione)

Grow old along with me
the best is yet to be
when our time has come
we will be as one.
God bless our love
God bless our love.

Grow old along with me
two branches of one tree
face the setting sun
when the day is done.
God bless our love
God bless our love.

Spending our lives together
man and wife together
world without end
world without end.

Grow old along with me
whatever fate decrees
we will see it through
for our love is true.

God bless our love
God bless our love
God bless our love.
God bless our love

Invecchia insieme a me
il meglio deve ancora venire
quando sarà il nostro momento
saremo come uno.
Dio benedica il nostro amore
Dio benedica il nostro amore.

Invecchia insieme a me
due rami di un albero
affronta il sole al tramonto
quando la giornata è finita.
Dio benedica il nostro amore
Dio benedica il nostro amore.

Trascorrere le nostre vite insieme
uomo e moglie insieme
mondo senza fine
mondo senza fine.

Invecchia insieme a me
qualunque cosa il destino decreti
lo vedremo fino in fondo
perché il nostro amore è vero.

Dio benedica il nostro amore
Dio benedica il nostro amore
Dio benedica il nostro amore.
Dio benedica il nostro amore

Numero3155.

 

 

INVECCHIA   INSIEME   A   ME 

(testo a senso di Alberto)

 

Invecchia insieme a me,

felici io e te,

se il tempo finirà,

il nostro amore vivrà.

Il cielo è con noi,

Il cielo è con noi.

 

Invecchia insieme a me,

per sempre uniti, se

tu prendi la mia mano,

ti porterò lontano.

Il cielo è con noi,

il cielo è con noi.

 

Passare la vita insieme,

volerci sempre bene:

un mondo senza fine,

un mondo senza fine.

 

Invecchia insieme a me,

sapremo noi perché

la nostra vita avrà

la sua eternità.

Il cielo è con noi,

il cielo è con noi,

il cielo è con noi,

il cielo è con noi.

 

Numero3154.

Numero3153.