L’ I N C O N S C I O
C’è una verità nell’essere umano che Sigmund Freud aveva capito più di un secolo fa e che, oggi, forse, preferiamo ignorare.
Secondo Freud l’uomo non è guidato solo dalla ragione.
Sotto la superficie lucida delle nostre decisioni, esiste un mondo nascosto, un oceano profondo: l’inconscio.
Lì dentro si agitano desideri, impulsi, paure, bisogni che non abbiamo mai soddisfatto.
E tutto ciò che non vogliamo vedere non scompare, semplicemente si trasforma.
Freud la chiamava repressione.
Ciò che confiniamo nell’inconscio, che è negato, giudicato o rifiutato non sparisce, viene spazzato e spinto sotto il tappeto della coscienza.
Ma l’inconscio non resta in silenzio, trova sempre un modo per riaffiorare.
Ritorna nei nostri sogni, in quelle strane storie che ci raccontiamo di notte.
Riappare nei lapsus, quelle parole che ci scappano e sembrano tradire i nostri veri pensieri.
Riappare nei nostri comportamenti che continuiamo a ripetere, senza capire il perché.
Una frase un po’ provocatoria, appartenente alla psicologia freudiana, dice:
“Chi manca di qualcosa, tende a parlarne troppo”.
È un cliché, un meccanismo umano.
Quando una parte di noi non è accettata, cerca attenzione, prova ad esprimersi.
Freud non invitava a reprimere ancora di più ma, al contrario, invitava alla consapevolezza.
Capire cosa si muove dentro di noi significa ridurre quel conflitto interiore che ci consuma le energie.
Non si tratta di giudicare i nostri impulsi e le nostre mancanze.
Si tratta di riconoscerli, di dargli un nome.
Ciò che resta nell’ombra finisce per guidare la nostra vita senza che ce ne accorgiamo.
E, forse, la vera maturità non sta nell’apparire perfettamente controllati e razionali, ma nel riconoscere ed accettare tutto ciò che abita davvero dentro di noi.
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