Fonte: YOUTUBE
ATEISMO
Questo trattato è un pochino ambizioso: vorrebbe racchiudere, argomentandole, naturalmente in modo riassuntivo, le ragioni per le quali sempre più persone non
credono in Dio, di qualsiasi Dio si tratti, né in entità soprannaturali.
Per questo troverete quattro macroargomenti che sostengono la causa dell’ateismo e naturalmente sta a voi stabilire se li trovate convincenti o se, invece, volete opporre delle argomentazioni alle stesse.
L’obiettivo, lo anticipo qui, non è deridere, ma sottoporre la pretesa più
monumentale della storia umana, l’esistenza di un Dio onnipotente e onnisciente, alla stessa rigorosa valutazione che applicheremmo a qualsiasi altra idea straordinaria.
Usiamo gli strumenti della logica, la lente della scienza e lo sguardo inflessibile della ragione.
Inizieremo dalle basi.
Costruiremo pezzo per pezzo le argomentazioni fondamentali per cui molte menti razionali, di fronte a tutte le prove disponibili, trovano l’esistenza di Dio una proposizione altamente improbabile, se non addirittura impossibile.
Se dobbiamo parlare di Dio, dobbiamo prima parlare di sofferenza.
Perché, se esiste una singola prova palese e insormontabile contro l’esistenza di un creatore benevolo, è proprio la questione della sofferenza nel nostro mondo.
Non si tratta solo di un rompicapo filosofico, è una brutale realtà vissuta.
È il bambino nato con la malattia di Teis, il cui sistema nervoso degenererà, portandolo ad una morte lenta e dolorosa prima dei 4 anni.
Ma sono anche i milioni di morti causati dalla peste nera, le decine di migliaia di vittime inghiottite da un singolo tsunami, l’agonia silenziosa di una creatura che muore di fame in una foresta.
Questo è il problema del male, l’argomento più antico e potente contro il teismo. La formulazione classica, spesso attribuita a Epicuro, è semplice e devastante.
Punto uno, se Dio è assolutamente buono, deve voler prevenire il male e la sofferenza.
Due, se Dio è onnipotente, deve poter prevenire il male e la sofferenza.
Tre, se Dio è onniscente, deve sapere come prevenire ogni male.
Quattro. Eppure il male e la sofferenza esistono, non sono rari, ma intessuti nella stessa esistenza biologica degli individui.
Evidentemente, una delle premesse deve essere falsa oppure, più logicamente, un essere con tutte e tre queste proprietà semplicemente non esiste.
I teologi hanno lavorato per secoli per creare difese, note come “teodicee”, per sfuggire a questa trappola logica.
Esaminiamone le più comuni.
Il primo tentativo di scappatoia è la difesa del libero arbitrio.
Questa difesa sostiene che la sofferenza è colpa nostra, non di Dio.
Poiché ci ha donato la libertà di scegliere, senza la possibilità di scegliere il male, perché è già insito nella nostra natura, la scelta del bene sarebbe insignificante.
Però questa difesa crolla per alcune ragioni.
La prima, ignora il male naturale.
Il libero arbitrio affronta solo il male morale, ciò che gli esseri umani si infliggono.
Non ha assolutamente nulla da dire sulla categoria immensa del male naturale.
Questo libero arbitrio è stato esercitato quando il terremoto di Lisbona, nel 1755 uccise 50.000 persone?
Quale fallimento morale è rappresentato dalla leucemia infantile o dal parassita che acceca un bambino?
Il secondo punto riguarda il paradosso del paradiso.
La maggior parte delle religioni promette un paradiso libero dal male e dalla
sofferenza, dove i credenti mantengono il libero arbitrio.
Ma, se è possibile per Dio creare uno stato di esistenza in cui libero arbitrio e assenza del male coesistono in paradiso, perché non crearlo direttamente qui sulla Terra?
La sola conclusione logica è che Dio avrebbe potuto creare un mondo senza sofferenza, ma ha scelto di non farlo.
Un essere che sceglie di creare un mondo pieno di agonia inutile non può essere chiamato infinitamente buono.
La terza obiezione riguarda la falsa dicotomia.
L’Onnipotente non avrebbe potuto creare esseri umani che, pur essendo liberi, fossero fortemente inclini all’empatia e alla bontà?
Eh no, rispondono: questo limita la libertà dell’uomo.
Per questo Dio non lo consente.
E per quale insondabile ragione – ci chiediamo noi – la libertà dell’uomo sarebbe più importante della giustizia, specie se nei confronti di una vittima innocente?
Un altro tentativo di scappatoia, da parte del credente, è il mistero della fede.
È un tentativo, anche questo, mal riuscito.
Sostiene che la sofferenza fa parte di un grande piano divino che le nostre menti finite non possono comprendere.
Questo non è un argomento, è l’abbandono dell’argomentazione.
Dire che la bontà di Dio non è come la nostra, e che le sue ragioni sono al di là della nostra comprensione, rende la parola “buono” totalmente priva di significato.
Se nel buon piano di Dio, è necessario che un bambino venga torturato a morte, allora la parola buono è stata estesa fino ad includere il suo esatto opposto.
Non solo è una sciocchezza ma, a questo punto, il credente deve anche smettere di descrivere Dio come buono.
La parola buono, infatti, perde totalmente il suo significato.
In qualsiasi altro contesto, se un padre umano affermasse che affamare suo figlio fa parte di un misterioso piano d’amore, noi lo chiameremmo giustamente un mostro.
Non applicare la stessa logica ad un padre celeste è un classico esempio di special pleeding (supplica speciale), una fallacia logica che prevede irragionevoli eccezioni per salvare il Dio che vogliamo difendere ad ogni costo.
Un altro falso argomento portato avanti dal credente è la difesa della costruzione del carattere.
Questa idea afferma che la sofferenza è necessaria per il nostro sviluppo morale e spirituale.
Le difficoltà, se sopportabili, ci rendono più forti e compassionevoli, ma anche questo argomento si dissolve, mentre, effettivamente, alcuni ne emergono rafforzati.
È altrettanto vero che la sofferenza immensa semplicemente distrugge le persone, lasciandole traumatizzate e con una visione del mondo in frantumi.
Pensiamoci bene, che lezione di costruzione del carattere può imparare un neonato che muore di malattia genetica e uno tsunami che uccide 100.000 persone è uno strumento ragionevole per insegnare la compassione ai sopravvissuti?
La sproporzione grottesca tra il metodo e lo scopo presunto punta non a un maestro saggio, ma ad una forza goffa, indifferente e, in sostanza, malevola.
Quando spogliamo queste “teodicee” viziate, restiamo con dei dati grezzi.
L’universo che osserviamo funziona secondo leggi fisiche e biologiche impersonali, amorali e spesso brutali.
Il problema del male è una dichiarazione, è un’evidenza.
Il silenzio dei cieli di fronte al dolore atroce dell’esistenza suggerisce che, se esiste un Dio, o non è abbastanza potente da fermare l’orrore o non è abbastanza buono da volerlo.
Se il problema del male sfida la bontà di Dio, l’argomento dell’occultamento divino sfida il suo stesso desiderio di una relazione con noi, con gli esseri umani.
La domanda è semplice.
Se esiste un Dio personale e amorevole che desidera che tutta l’umanità lo conosca e lo adori, perché rende la sua esistenza così profondamente
ambigua?
Perché si nasconde?
Se una relazione con Dio apre le porte alla beatitudine già su questa terra, perché è così ambiguo il suo mostrarsi?
Le poste in gioco non potrebbero essere più alte.
Secondo le principali religioni monoteiste, la fede è un elemento cruciale, perché con essa l’essere umano si gioca l’eternità.
La sua anima eterna è in bilico tra beatitudine e tormento.
Immaginate un genitore amorevole con una medicina salvavita per un figlio confuso e malato.
Questo genitore nasconderebbe la medicina in una scatola chiusa a chiave, la seppellirebbe in giardino e lascerebbe indizi criptici e contraddittori, sperando che il bambino li risolva.
No, questo sarebbe l’atto di uno psicopatico.
Un genitore amorevole somministrerebbe la medicina in modo chiaro e inequivocabile.
Se Dio è un genitore celeste amorevole e la fede è la medicina salvavita, il suo comportamento è assolutamente sconcertante.
Ha scelto un metodo di comunicazione che è, con qualsiasi misura oggettiva,
catastroficamente inefficiente e oscuro.
E quali sono le evidenze di questa insufficienza di prove?
Ne vediamo alcune.
La prima riguarda i libri sacri. Bibbia, Corano, Veda e innumerevoli altri sono presentati come la parola diretta di Dio, oppure ispirata da Dio.
Eppure sono pieni di contraddizioni interne, inesattezze storiche e scientifiche e insegnamenti morali che oggi troviamo ripugnanti.
Ancora più importante, sono mutuamente esclusivi.
Ognuno afferma di essere l’unica vera via e condanna i seguaci delle altre vie.
Perché un Dio onniscente rivelerebbe se stesso in +un modo così frammentato, confuso e contraddittorio, assicurando che la stragrande maggioranza dell’umanità sia dannata fin dall’inizio secondo la loro stessa logica?
È come un CEO (amministratore delegato) di un’azienda che invia 10 missioni aziendali diverse e contraddittorie e poi licenzia tutti coloro che non seguono quella vera.
Una seconda evidenza riguarda l’esperienza personale.
I sentimenti di presenza di Dio o la voce sentita in preghiera sono reali per le persone che li vivono, ma non sono un percorso affidabile verso la verità.
Un missionario mormone, un mistico musulmano e un cristiano pentecostale, stanno tutti avendo esperienze emotive genuine.
Ma queste esperienze confermano teologie specifiche che sono contraddittorie l’una con l’altra.
Sono prove del potere del cervello umano di generare stati psicologici influenzati dalla cultura e dai bisogni emotivi.
Sono prove della psicologia umana, non della comunicazione divina.
Un Dio che volesse veramente essere conosciuto fornirebbe prove pubbliche oggettive, universali e verificabili.
Potrebbe scrivere “Io esisto” nelle stelle, in ogni lingua sulla Terra.
Potrebbe far lievitare permanentemente una montagna di qualche metro, potrebbe garantire che ogni preghiera per la ricrescita di un arto amputato
ricevesse risposta.
Invece, presumibilmente, sussurra nei cuori di alcuni, fornisce testi antichi e contraddittori e permette al mondo naturale di operare secondo leggi fisiche che non richiedono nessun intervento divino.
L’argomento dell’occultamento divino dimostra che la non credenza, l’ateismo, chiamatelo come vi pare, non è una scelta ribelle o arrogante.
Per molti scettici è il risultato di una sincera e onesta ricerca della verità che si conclude però a mani vuote.
Se Dio esistesse e desiderasse una relazione con noi, la sua esistenza dovrebbe essere così ovvia che negarla sarebbe come negare l’esistenza del sole.
Il fatto che milioni di persone intelligenti e moralmente decenti possano scandagliare l’universo per trovare prove di Dio e non trovare nulla, è di per sé forse la prova più potente che non c’è nulla da trovare.
L’ambiguità delle prove e l’esistenza di una ragionevole non credenza puntano tutte nella stessa direzione.
Il mondo non sembra un luogo abitato da un Dio che vuole disperatamente essere trovato.
L’occultamento divino non è una prova di fede, è un segnale chiaro di assenza.
Per la maggior parte della storia umana Dio era il meccanico celeste, il meteorologo cosmico, il medico divino.
Perché il sole attraversa il cielo?
Perché Dio lo vuole.
Cosa causa la malattia?
L’influenza demoniaca o la punizione divina.
Per millenni, Dio ha fatto così, oppure Dio lo vuole.
Era la spiegazione predefinita per quasi ogni fenomeno.
Poi accadde qualcosa di notevole.
Iniziammo a trovare risposte migliori, risposte che erano testabili e prevedibili.
Copernico e Galileo hanno mostrato che la Terra orbita attorno al Sole grazie alla gravità, non alla volontà divina.
Franklin ha dimostrato che il fulmine è una scarica elettrica e, in modo più profondo, Charles Darwin e Wallas, con la teoria dell’evoluzione, hanno fornito un meccanismo interamente naturalistico per spiegare la diversità della vita.
Con ogni scoperta scientifica il territorio di Dio si restringe sempre di più.
È stato sfrattato più volte dai suoi precedenti ruoli.
E dov’è che il credente moderno trova Dio?
Lo trova nelle ombre e nelle lacune della nostra conoscenza scientifica.
Questo è il famoso “errore del Dio dei vuoti”.
Uno degli argomenti moderni a sostegno di Dio, infatti, suona così: “Voi scienziati potete spiegare molto, ma non potete spiegare questo: non potete spiegare che cosa ha causato il Big Bang, né esattamente come le sostanze chimiche non viventi si siano assemblate nella vita, la biogenesi, né potete spiegare la coscienza.
Quindi Dio deve averlo fatto.
Dio è in quella lacuna.
Questa è un’argomentazione da una posizione di profonda debolezza: è una teologia dell’ignoranza.
Trasforma Dio in una curiosità cosmica che si nasconde nelle tasche sempre più ridotte di ciò che non sappiamo ancora.
È una divinità in supporto vitale, sostenuta solo dall’aria sempre più rarefatta della nostra ignoranza.
La storia ha dimostrato che questo è un argomento terribile, pessimo, per costruire la propria fede.
La lacuna in cui risiedeva Dio, ieri, è il soggetto di un articolo vincitore del premio Nobel domani.
Inoltre è una manovra intellettualmente pigra.
Quando uno scienziato incontra una lacuna dice “Non lo so, scopriamolo”.
Il sostenitore del Dio dei vuoti guarda la stessa lacuna e dice: “Non lo so, quindi so che è stato Dio”.
Mettono un’etichetta divina sul mistero e l’indagine così si ferma.
La verità che la religione non vi dirà è che il loro Dio non è la più grande spiegazione del mondo, ma un fuggitivo in fuga dalla luce avanzante della conoscenza umana.
Ma l’umanità riuscirà a spiegare tutto?
La scienza o la ragione saranno in grado di spiegare tutto?
Probabilmente no.
Ma in questo caso la reazione più ragionevole non è attribuirlo a Dio, ma un meraviglioso e sonoro: “Boh, non so!”
Quarto ed ultimo argomento.
Se un Dio universale volesse comunicare il suo unico vero messaggio a tutta
l’umanità, che cosa ci aspetteremmo di vedere?
Ci aspetteremmo una singola rivelazione coerente e universalmente accessibile.
Guardiamo il mondo: vediamo esattamente l’opposto.
Vediamo un mercato caotico e cacofonico di migliaia di religioni, denominazioni e sette, ognuna delle quali rivendica con vemenza di essere l’unica detentrice della
verità assoluta.
Il Dio ebraico Yahweh è un capotribù che detta regole teleguidando.
Il Dio cristiano, fatto identificare con questo Yahweh, è una trinità.
Il Dio musulmano Allah è una rigorosa unità e suggerire che sia
una trinità è il più grande dei peccati.
Un hindù vede la divinità espressa in milioni di forme o come una singola
realtà impersonale.
Un buddista potrebbe dire che la questione stessa di un Dio creatore è irrilevante.
Questi non sono disaccordi, sono contraddizioni fondamentali e inconciliabili sulla stessa natura di Dio e della realtà.
Logicamente, se uno ha ragione, tutti gli altri devono sbagliare.
Se il cristianesimo battista fosse l’unica verità, significherebbe che Dio ha permesso a oltre l’80% della popolazione mondiale, inclusi miliardi di sinceri musulmani, hindù, buddisti ed ebrei, di essere tragicamente ed eternamente in errore.
E la prova più dannosa è il semplice fatto dell’incidente della nascita.
Il più grande predittore delle credenze religiose di una persona non è la ragione o la ricerca spirituale, ma la longitudine e la latitudine del loro luogo di nascita.
Se siete nati in Pakistan sarete quasi certamente musulmani, in Irlanda cattolici, in Utah mormoni.
Dovremmo credere che Dio abbia deciso che la vostra salvezza eterna sia determinata da una lotteria cosmica di geografia?
Questo non ha senso dal punto di vista di un Dio universale e amorevole, ma ha perfettamente senso se comprendiamo la religione per quello che è: un fenomeno culturale, un sistema di miti e rituali tramandato che evolve e diverge nel tempo proprio come l’arte e il linguaggio.
La religione non è una rivelazione divina, è un’invenzione umana.
Siamo ad un bivio.
Abbiamo visto un universo pieno di sofferenza inutile, un Dio che rimane ostinatamente nascosto, una fede che si ritira nelle lacune della non conoscenza e un mondo frammentato da mille verità concorrenti.
Qual è la conclusione più razionale che possiamo trarre?
Qui possiamo usare uno degli strumenti più potenti dello scettico, il principio di parsimonia, conosciuto meglio come “rasoio di Okkam”.
Il principio afferma che, di fronte a spiegazioni concorrenti per lo stesso fenomeno, dovremmo preferire quella più semplice, quella che fa il minor numero
di ipotesi.
Ora applichiamo questo principio alle due ipotesi che spiegano l’universo.
Ipotesi uno, quella teistica: postula che l’universo sia stato creato e sia sostenuto da un essere soprannaturale.
Questo essere è tipicamente descritto come una mente personale, non fisica, atemporale, onnipotente, onnisciente, infinitamente buona e non causata.
Questa mente esiste al di fuori dello spazio e del tempo, eppure può interagire con il nostro mondo.
Questa spiegazione richiede di assumere l’esistenza di un intero regno soprannaturale e di un essere le cui proprietà sono incoerenti.
Non spiega la complessità dell’universo, sposta solo il problema a un livello di complessità ancora maggiore e più inspiegabile.
E adesso prendiamo la spiegazione numero due, quella naturalistica.
Questa spiegazione postula che l’universo che osserviamo è tutto ciò che esiste.
Esso opera secondo leggi fisiche impersonali e coerenti.
La complessità, inclusa la vita e la coscienza, deriva da componenti semplici che nel corso di immensi periodi di tempo hanno avuto un meraviglioso processo evolutivo.
Questa ipotesi non fa supposizioni su regni soprannaturali, lavora solo con le prove che abbiamo.
E chi ha creato tutto questo?
Nessuno, è la risposta più logica.
L’essere è eterno, è esistito da sempre e sempre esisterà.
Del resto, se può essere eterno Dio, perché più semplicemente non possiamo pensare che sia l’essere stesso ad essere eterno senza scomodare in modo antieconomico una ulteriore divinità?
E dunque qual è la spiegazione più semplice?
Non c’è paragone.
L’ipotesi naturalistica è incredibilmente più parsimoniosa, non moltiplica le entità
oltre il necessario.
L’ipotesi di Dio, al contrario, è la massima violazione del “rasoio di Okkam”.
È l’assunto più complesso e stravagante che si possa fare.
E quindi perché Dio non esiste secondo gli atei?
Perché i non credenti sono pochi di buono che vogliono sbarazzarsi di Dio per fare i loro comodi?
Perché sono brutti e cattivi senza argomenti?
Non direi, ma giudicate voi.
Forse non credono, perché un universo con un Dio buono e potente non sarebbe saturo di sofferenza gratuita e straziante come invece è, perché un Dio che desiderasse una relazione con noi non si nasconderebbe dietro l’ambiguità e il silenzio.
Forse non credono perché le pretese della religione sono state sistematicamente sostituite dalle verità verificabili della scienza, costringendo Dio ad un angolo sempre più ridotto della nostra ignoranza, perché forse la grande varietà di religioni in conflitto punta a un’origine umana, non divina, delle stesse religioni.
E perché, forse in ultima analisi, l’idea di Dio è un’ipotesi inutilmente complessa per un universo che può essere spiegato in modo molto più semplice senza
l’idea stessa di Dio.
Alla luce di tutto ciò, per i non credenti, Dio è un miraggio e non sono dei cattivoni oppure dei pigri mentalmente o degli ignoranti, tutt’altro.
Allontanarsi da questo può essere spaventoso.
Significa accettare che siamo soli in un vasto cosmo indifferente, ma può anche
essere profondamente liberatorio.
Vuol dire che siamo liberi di creare il nostro significato.
Liberi di costruire la nostra moralità basata sull’empatia e sulla ragione, liberi di
apprezzare la bellezza sbalorditiva e la terrificante contingenza della nostra unica preziosa vita, senza bisogno di storie soprannaturali.
Direi che anche questo è un punto di vista legittimo e soprattutto dignitosissimo.
No?