Numero3736.

 

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ATEISMO

 

Questo trattato è un pochino ambizioso: vorrebbe racchiudere, argomentandole, naturalmente in modo riassuntivo, le ragioni per le quali sempre più persone non credono in Dio, di qualsiasi Dio si tratti, né in entità soprannaturali.

Per questo troverete quattro macroargomenti che sostengono la causa opinabile dell’ateismo e naturalmente sta a voi stabilire se li trovate convincenti o se, invece, volete opporre delle argomentazioni alle stesse.

L’obiettivo, lo anticipo qui, non è deridere ma sottoporre la pretesa più iconica della storia umana, l’esistenza di un Dio onnipotente e onnisciente, alla stessa rigorosa valutazione che applicheremmo a qualsiasi altra idea straordinaria.

Usiamo gli strumenti della logica, la lente della scienza e lo sguardo inflessibile della ragione.

Inizieremo dalle basi.

Costruiremo pezzo per pezzo le argomentazioni fondamentali per cui molte menti razionali, di fronte a tutte le prove disponibili, trovano l’esistenza di Dio una proposizione altamente improbabile, se non addirittura impossibile.

Se dobbiamo parlare di Dio, dobbiamo prima parlare di sofferenza.

Perché, se esiste una singola prova palese e insormontabile contro l’esistenza di un creatore benevolo, è proprio la questione della sofferenza nel nostro mondo.

Non si tratta solo di un rompicapo filosofico, è una brutale realtà vissuta.

È il bambino nato con la malattia di Teis, il cui sistema nervoso degenererà, portandolo ad una morte lenta e dolorosa prima dei 4 anni.

Ma sono anche i milioni di morti causati dalla peste nera, le decine di migliaia di vittime inghiottite da un singolo tsunami, l’agonia silenziosa di una creatura che muore di fame in una foresta.

Questo è il problema del male, l’argomento più antico e potente contro il teismo. La formulazione classica, spesso attribuita a Epicuro, è semplice e devastante.

Punto uno, se Dio è assolutamente buono, deve voler prevenire il male e la sofferenza.

Due, se Dio è onnipotente, deve poter prevenire il male e la sofferenza.

Tre, se Dio è onniscente, deve sapere come prevenire ogni male.

Quattro. Eppure il male e la sofferenza esistono, non sono rari, ma intessuti nella stessa esistenza biologica degli individui.

Evidentemente, una delle premesse deve essere falsa oppure, più logicamente, un essere con tutte e tre queste proprietà semplicemente non esiste.

I teologi hanno lavorato per secoli per creare difese, note come “teodicee”, per sfuggire a questa trappola logica.

Esaminiamone le più comuni.

Il primo tentativo di scappatoia è la difesa del libero arbitrio.

Questa difesa sostiene che la sofferenza è colpa nostra, non di Dio.

Poiché ci ha donato la libertà di scegliere, senza la possibilità di scegliere il male, perché è già insito nella nostra natura, la scelta del bene sarebbe insignificante.

Però questa difesa crolla per alcune ragioni.

La prima, ignora il male naturale.

Il libero arbitrio affronta solo il male morale, ciò che gli esseri umani si infliggono.

Non ha assolutamente nulla da dire sulla categoria immensa del male naturale.

Questo libero arbitrio è stato esercitato quando il terremoto di Lisbona, nel 1755 uccise 50.000 persone?

Quale fallimento morale è rappresentato dalla leucemia infantile o dal parassita che acceca un bambino?

Il secondo punto riguarda il paradosso del paradiso.

La maggior parte delle religioni promette un paradiso libero dal male e dalla sofferenza, dove i credenti mantengono il libero arbitrio.

Ma, se è possibile per Dio creare uno stato di esistenza in cui libero arbitrio e assenza del male coesistono in paradiso, perché non crearlo direttamente qui sulla Terra?

La sola conclusione logica è che Dio avrebbe potuto creare un mondo senza sofferenza, ma ha scelto di non farlo.

Un essere che sceglie di creare un mondo pieno di agonia inutile non può essere chiamato infinitamente buono.

La terza obiezione riguarda la falsa dicotomia.

L’Onnipotente non avrebbe potuto creare esseri umani che, pur essendo liberi, fossero fortemente inclini all’empatia e alla bontà?

Eh no, rispondono: questo limita la libertà dell’uomo.

Per questo Dio non lo consente.

E per quale insondabile ragione – ci chiediamo noi – la libertà dell’uomo sarebbe più importante della giustizia, specie se nei confronti di una vittima innocente?

Un altro tentativo di scappatoia, da parte del credente, è il mistero della fede.

È un tentativo, anche questo, mal riuscito.

Sostiene che la sofferenza fa parte di un grande piano divino che le nostre menti finite non possono comprendere.

Questo non è un argomento, è l’abbandono dell’argomentazione.

Dire che la bontà di Dio non è come la nostra, e che le sue ragioni sono al di là della nostra comprensione, rende la parola “buono” totalmente priva di significato.

Se nel buon piano di Dio, è necessario che un bambino venga torturato a morte, allora la parola buono è stata estesa fino ad includere il suo esatto opposto.

Non solo è una sciocchezza ma, a questo punto, il credente deve anche smettere di descrivere Dio come buono.

La parola buono, infatti, perde totalmente il suo significato.

In qualsiasi altro contesto, se un padre umano affermasse che affamare suo figlio fa parte di un misterioso piano d’amore, noi lo chiameremmo giustamente un mostro.

Non applicare la stessa logica ad un padre celeste è un classico esempio di special pleeding (supplica speciale), una fallacia logica che prevede irragionevoli eccezioni per salvare il Dio che vogliamo difendere ad ogni costo.

Un altro falso argomento portato avanti dal credente è la difesa della costruzione del carattere.

Questa idea afferma che la sofferenza è necessaria per il nostro sviluppo morale e spirituale.

Le difficoltà, se sopportabili, ci rendono più forti e compassionevoli, ma anche questo argomento si dissolve, mentre, effettivamente, alcuni ne emergono rafforzati.

È altrettanto vero che la sofferenza immensa semplicemente distrugge le persone, lasciandole traumatizzate e con una visione del mondo in frantumi.

Pensiamoci bene, che lezione di costruzione del carattere può imparare un neonato che muore di malattia genetica e uno tsunami che uccide 100.000 persone è uno strumento ragionevole per insegnare la compassione ai sopravvissuti?

La sproporzione grottesca tra il metodo e lo scopo presunto punta non a un maestro saggio, ma ad una forza goffa, indifferente e, in sostanza, malevola.

Quando spogliamo queste “teodicee” viziate, restiamo con dei dati grezzi.

L’universo che osserviamo funziona secondo leggi fisiche e biologiche impersonali, amorali e spesso brutali.

Il problema del male è una dichiarazione, è un’evidenza.

Il silenzio dei cieli di fronte al dolore atroce dell’esistenza suggerisce che, se esiste un Dio, o non è abbastanza potente da fermare l’orrore o non è abbastanza buono da volerlo.

Se il problema del male sfida la bontà di Dio, l’argomento dell’occultamento divino sfida il suo stesso desiderio di una relazione con noi, con gli esseri umani.

La domanda è semplice.

Se esiste un Dio personale e amorevole che desidera che tutta l’umanità lo conosca e lo adori, perché rende la sua esistenza così profondamente ambigua?

Perché si nasconde?

Se una relazione con Dio apre le porte alla beatitudine già su questa terra, perché è così ambiguo il suo mostrarsi?

Le poste in gioco non potrebbero essere più alte.

Secondo le principali religioni monoteiste, la fede è un elemento cruciale, perché con essa l’essere umano si gioca l’eternità.

La sua anima eterna è in bilico tra beatitudine e tormento.

Immaginate un genitore amorevole con una medicina salvavita per un figlio confuso e malato.

Questo genitore nasconderebbe la medicina in una scatola chiusa a chiave, la seppellirebbe in giardino e lascerebbe indizi criptici e contraddittori, sperando che il bambino li risolva.

No, questo sarebbe l’atto di uno psicopatico.

Un genitore amorevole somministrerebbe la medicina in modo chiaro e inequivocabile.

Se Dio è un genitore celeste amorevole e la fede è la medicina salvavita, il suo  comportamento è assolutamente sconcertante.

Ha scelto un metodo di comunicazione che è, con qualsiasi misura oggettiva,
catastroficamente inefficiente e oscuro.

E quali sono le evidenze di questa insufficienza di prove?

Ne vediamo alcune.

La prima riguarda i libri sacri. Bibbia, Corano, Veda e innumerevoli altri sono presentati come la parola diretta di Dio, oppure ispirata da Dio.

Eppure sono pieni di contraddizioni interne, inesattezze storiche e scientifiche e insegnamenti morali che oggi troviamo ripugnanti.

Ancora più importante, sono mutuamente esclusivi.

Ognuno afferma di essere l’unica vera via e condanna i seguaci delle altre vie.

Perché un Dio onniscente rivelerebbe se stesso in un modo così frammentato, confuso e contraddittorio, assicurandosi che la stragrande maggioranza dell’umanità sia dannata fin dall’inizio?

È come un CEO (amministratore delegato) di un’azienda che invia 10 missioni aziendali diverse e contraddittorie e poi licenzia tutti coloro che non seguono quella vera.

Una seconda evidenza riguarda l’esperienza personale.

I sentimenti di presenza di Dio o la voce sentita in preghiera sono reali per le persone che li vivono, ma non sono un percorso affidabile verso la verità.

Un missionario mormone, un mistico musulmano e un cristiano pentecostale, stanno tutti avendo esperienze emotive genuine.

Ma queste esperienze confermano teologie specifiche che sono contraddittorie l’una con l’altra.

Sono prove del potere del cervello umano di generare stati psicologici influenzati dalla cultura e dai bisogni emotivi.

Sono prove della psicologia umana, non della comunicazione divina.

Un Dio che volesse veramente essere conosciuto fornirebbe prove pubbliche oggettive, universali e verificabili.

Potrebbe scrivere “Io esisto” nelle stelle, in ogni lingua sulla Terra.

Potrebbe far lievitare permanentemente una montagna di qualche metro, potrebbe garantire che ogni preghiera per la crescita di un arto amputato ricevesse risposta.

Invece, presumibilmente, sussurra nei cuori di alcuni, fornisce testi antichi e contraddittori e permette al mondo naturale di operare secondo leggi fisiche che non richiedono nessun intervento divino.

L’argomento dell’occultamento divino dimostra che la non credenza, l’ateismo, chiamatelo come vi pare, non è una scelta ribelle o arrogante.

Per molti scettici è il risultato di una sincera e onesta ricerca della verità che si conclude però a mani vuote.

Se Dio esistesse e desiderasse una relazione con noi, la sua esistenza dovrebbe essere così ovvia che negarla sarebbe come negare l’esistenza del sole.

Il fatto che milioni di persone intelligenti e moralmente decenti possano scandagliare l’universo per trovare prove di Dio e non trovare nulla, è di per sé forse la prova più potente che non c’è nulla da trovare.

L’ambiguità delle prove e l’esistenza di una ragionevole non credenza puntano tutte nella stessa direzione.

Il mondo non sembra un luogo abitato da un Dio che vuole disperatamente essere trovato.

L’occultamento divino non è una prova di fede, è un segnale chiaro di assenza.

Per la maggior parte della storia umana Dio era il meccanico celeste, il meteorologo cosmico, il medico divino.

Perché il sole attraversa il cielo?

Perché Dio lo vuole.

Cosa causa la malattia?

L’influenza demoniaca o la punizione divina.

Per millenni, Dio ha fatto così, oppure Dio lo vuole.

Era la spiegazione predefinita per quasi ogni fenomeno.

Poi accadde qualcosa di notevole.

Iniziammo a trovare risposte migliori, risposte che erano testabili e prevedibili.

Copernico e Galileo hanno mostrato che la Terra orbita attorno al Sole grazie alla gravità, non alla volontà divina.

Franklin ha dimostrato che il fulmine è una scarica elettrica e, in modo più profondo, Charles Darwin e Wallas, con la teoria dell’evoluzione, hanno fornito un meccanismo interamente naturalistico per spiegare la diversità della vita.

Con ogni scoperta scientifica il territorio di Dio si restringe sempre di più.

È stato sfrattato più volte dai suoi precedenti ruoli.

E dov’è che il credente moderno trova Dio?

Lo trova nelle ombre e nelle lacune della nostra conoscenza scientifica.

Questo è il famoso “errore del Dio dei vuoti”.

Uno degli argomenti moderni a sostegno di Dio, infatti, suona così: “Voi scienziati potete spiegare molto, ma non potete spiegare questo: non potete spiegare che cosa ha causato il Big Bang, né esattamente come le sostanze chimiche non viventi si siano assemblate nella vita, la biogenesi, né potete spiegare la coscienza.

Quindi Dio deve averlo fatto.

Dio è in quella lacuna.

Questa è un’argomentazione da una posizione di profonda debolezza: è una teologia dell’ignoranza.

Trasforma Dio in una curiosità cosmica che si nasconde nelle tasche sempre più ridotte di ciò che non sappiamo ancora.

È una divinità in supporto vitale, sostenuta solo dall’aria sempre più rarefatta della nostra ignoranza.

La storia ha dimostrato che questo è un argomento terribile, pessimo, per costruire la propria fede.

La lacuna in cui risiedeva Dio, ieri, è il soggetto di un articolo vincitore del premio Nobel domani.

Inoltre è una manovra intellettualmente pigra.

Quando uno scienziato incontra una lacuna dice “Non lo so, scopriamolo”.

Il sostenitore del Dio dei vuoti guarda la stessa lacuna e dice: “Non lo so, quindi so che è stato Dio”.

Mettono un’etichetta divina sul mistero e l’indagine così si ferma.

La verità che la religione non vi dirà è che il loro Dio non è la più grande spiegazione del mondo, ma un fuggitivo in fuga dalla luce avanzante della conoscenza umana.

Ma l’umanità riuscirà a spiegare tutto?

La scienza o la ragione saranno in grado di spiegare tutto?

Probabilmente no.

Ma in questo caso la reazione più ragionevole non è attribuirlo a Dio, ma un meraviglioso e sonoro: “Boh, non so!”

Quarto ed ultimo argomento.

Se un Dio universale volesse comunicare il suo vero e unico messaggio a tutta l’umanità, che cosa ci aspetteremmo di vedere?

Ci aspetteremmo una singola rivelazione coerente e universalmente accessibile.

Guardiamo il mondo: vediamo esattamente l’opposto.

Vediamo un mercato caotico e cacofonico di migliaia di religioni, denominazioni e sette, ognuna delle quali rivendica con veemenza di essere l’unica detentrice della verità assoluta.

Il Dio ebraico Yahweh è un capotribù che detta regole teleguidando.

Il Dio cristiano, fatto identificare con questo Yahweh, è una trinità.

Il Dio musulmano Allah è una rigorosa unità e suggerire che sia
una trinità è il più grande dei peccati.

Un hindù vede la divinità espressa in milioni di forme o come una singola
realtà impersonale.

Un buddista potrebbe dire che la questione stessa di un Dio creatore è irrilevante.

Questi non sono disaccordi, sono contraddizioni fondamentali e inconciliabili sulla stessa natura di Dio e della realtà.

Logicamente, se uno ha ragione, tutti gli altri devono sbagliare.

Se il cristianesimo battista fosse l’unica verità, significherebbe che Dio ha permesso a oltre l’80% della popolazione mondiale, inclusi miliardi di sinceri musulmani, hindù, buddisti ed ebrei, di essere tragicamente ed eternamente in errore.

E la prova più dannosa è il semplice fatto dell’incidente della nascita.

Il più grande predittore delle credenze religiose di una persona non è la ragione o la ricerca spirituale, ma la longitudine e la latitudine del suo luogo di nascita.

Se siete nati in Pakistan sarete quasi certamente mussulmani, in Irlanda cattolici, in Utah mormoni.

Dovremmo credere che Dio abbia deciso che la vostra salvezza eterna sia determinata da una lotteria cosmica di geografia?

Questo non ha senso dal punto di vista di un Dio universale e amorevole, ma ha perfettamente senso se comprendiamo la religione per quello che è: un fenomeno culturale, un sistema di miti e rituali tramandato che evolve e diverge nel tempo proprio come l’arte e il linguaggio.

La religione non è una rivelazione divina, è un’invenzione umana.

Siamo ad un bivio.

Abbiamo visto un universo pieno di sofferenza inutile, un Dio che rimane ostinatamente nascosto, una fede che si ritira nelle lacune della non conoscenza e un mondo frammentato da mille verità concorrenti.

Qual è la conclusione più razionale che possiamo trarre?

Qui possiamo usare uno degli strumenti più potenti dello scettico, il principio di parsimonia, conosciuto meglio come “rasoio di Okkam”.

Il principio afferma che, di fronte a spiegazioni concorrenti per lo stesso fenomeno, dovremmo preferire quella più semplice, quella che fa il minor numero di ipotesi.

Ora applichiamo questo principio alle due ipotesi che spiegano l’universo.

Ipotesi uno, quella teistica: postula che l’universo sia stato creato e sia sostenuto da un essere soprannaturale.

Questo essere è tipicamente descritto come una mente personale, non fisica, atemporale, onnipotente, onnisciente, infinitamente buona e non causata.

Questa mente esiste al di fuori dello spazio e del tempo, eppure può interagire con il nostro mondo.

Questa spiegazione richiede di assumere l’esistenza di un intero regno soprannaturale e di un essere le cui proprietà sono incoerenti.

Non spiega la complessità dell’universo, sposta solo il problema a un livello di complessità ancora maggiore e più inspiegabile.

E adesso prendiamo la spiegazione numero due, quella naturalistica.

Questa spiegazione postula che l’universo che osserviamo è tutto ciò che esiste.

Esso opera secondo leggi fisiche impersonali e coerenti.

La complessità, inclusa la vita e la coscienza, deriva da componenti semplici che nel corso di immensi periodi di tempo hanno avuto un meraviglioso processo evolutivo.

Questa ipotesi non fa supposizioni su regni soprannaturali, lavora solo con le prove che abbiamo.

E chi ha creato tutto questo?

Nessuno, è la risposta più logica.

L’essere è eterno, è esistito da sempre e sempre esisterà.

Del resto, se può essere eterno Dio, perché più semplicemente non possiamo pensare che sia l’essere stesso ad essere eterno senza scomodare in modo antieconomico una ulteriore divinità?

E dunque qual è la spiegazione più semplice?

Non c’è paragone.

L’ipotesi naturalistica è incredibilmente più parsimoniosa, non moltiplica le entità
oltre il necessario.

L’ipotesi di Dio, al contrario, è la massima violazione del “rasoio di Okkam”.

È l’assunto più complesso e stravagante che si possa fare.

E quindi perché Dio non esiste secondo gli atei?

Perché i non credenti sono pochi di buono che vogliono sbarazzarsi di Dio per fare i loro comodi?

Perché sono brutti e cattivi senza argomenti?

Non direi, ma giudicate voi.

Forse non credono, perché un universo con un Dio buono e potente non sarebbe saturo di sofferenza gratuita e straziante come invece è, perché un Dio che desiderasse una relazione con noi non si nasconderebbe dietro l’ambiguità e il silenzio.

Forse non credono perché le pretese della religione sono state sistematicamente sostituite dalle verità verificabili della scienza, costringendo Dio ad un angolo sempre più ridotto della nostra ignoranza, perché forse la grande varietà di religioni in conflitto punta a un’origine umana, non divina, delle stesse religioni.

E perché, forse in ultima analisi, l’idea di Dio è un’ipoesi inutilmente complessa per un universo che può essere spiegato in modo molto più semplice senza l’idea stessa di Dio.

Alla luce di tutto ciò, per i non credenti, Dio è un miraggio e non sono dei cattivoni oppure dei pigri mentalmente o degli ignoranti, tutt’altro.

Allontanarsi da questo può essere spaventoso.

Significa accettare che siamo soli in un vasto cosmo indifferente, ma può anche
essere profondamente liberatorio.

Vuol dire che siamo liberi di creare il nostro significato.

Liberi di costruire la nostra moralità basata sull’empatia e sulla ragione, liberi di
apprezzare la bellezza sbalorditiva e la terrificante contingenza della nostra unica preziosa vita, senza bisogno di storie soprannaturali.

Direi che anche questo è un punto di vista legittimo e soprattutto dignitosissimo.

No?

Numero3582.

da  QUORA

 

Scrive Armando La Torre, corrispondente di QUORA

 

 

Quel divieto non era un test d’amore, ma la clausola capestro di un contratto firmato da due analfabeti.

Dio non ha proibito di mangiare quel frutto per proteggere Adamo ed Eva. Lo ha fatto per proteggere se stesso e il suo status di dittatore assoluto. Nel Giardino dell’Eden, Adamo ed Eva non erano esseri umani. Erano animali domestici, automi biologici che vivevano in uno stato di beata e totale insipienza. Non conoscevano la vergogna, la paura, il dolore o la morte. La loro unica funzione era obbedire a un’unica, arbitraria regola. Il divieto non era un test di lealtà. Era un meccanismo di controllo. Finché obbedivano ciecamente, senza capire il perché, rimanevano i suoi perfetti e inconsapevoli schiavi.

L’albero non dava la conoscenza del bene e del male in senso filosofico. Dava una cosa molto più pericolosa. Dava la coscienza di sé e la capacità di giudizio autonomo. Prima di mangiare il frutto, “bene” era ciò che Dio ordinava, e “male” era ciò che Dio proibiva. La loro moralità era un software preinstallato. Dopo aver mangiato, hanno acquisito la capacità di guardare un’azione, o un ordine, e di giudicare da soli se fosse giusta o sbagliata. Hanno potuto guardare se stessi, nudi, e provare vergogna. Hanno potuto guardare Dio e, per la prima volta, pensare “Quello che stai facendo è ingiusto”. Questo è il vero peccato originale. Non la disobbedienza, ma l’acquisizione della facoltà di critica. Un essere che può giudicarti non è più un tuo schiavo. È un tuo pari, o un tuo nemico.

La cacciata dall’Eden non fu una punizione. Fu una necessità logica per un tiranno che aveva perso il controllo dei suoi esperimenti. Adamo ed Eva erano diventati inutili, contaminati. Erano diventati umani. Complessi, fallibili, capaci di mentire, di soffrire e, soprattutto, di ribellarsi. Dio non ha cacciato due peccatori. Ha buttato via due giocattoli che si erano rotti, due animali da laboratorio che avevano sviluppato una coscienza imprevista. L’intera storia non è una lezione sulla tentazione e la caduta dell’uomo. È il racconto di un esperimento fallito, la cronaca di come un despota cosmico ha preferito condannare le sue creature a una vita di sofferenza piuttosto che tollerare la loro indipendenza.

Numero2966.

 

da QUORA

 

A N C O R A    S U L L ‘    A T E I S M O

 

Scrive Tere Riboli, corrispondente di QUORA.

 

L’ateismo e in generale il non credere in Dio ha sempre fatto paura al potere religioso, perché chi non crede in Dio è una persona che si pone delle domande e non accetta passivamente ciò che viene detto loro dalla religione.

In passato i pensatori liberi erano chiamati eretici dalla Chiesa e venivano uccisi o peggio ancora bruciati sulla pubblica piazza come monito alla popolazione: chi si ribellava avrebbe fatto la stessa fine.

Uno degli esempi più lampanti è Giordano Bruno bruciato perché non si è piegato al Papa.

In occidente il progresso e le conquiste sociali hanno permesso la libertà di potersi esprimere liberamente e la libertà di non seguire alcuna religione.

Mentre nel mondo islamico chi mette in dubbio i dettami della religione o si professa ateo viene frustato ed imprigionato.

Nel mondo occidentale chi si professa ateo fortunatamente non subisce conseguenze penali, ma e ancora molto forte l’ostilità verso chi non crede in Dio.

La Chiesa da secoli ha inculcato nel credente l’equazione “ateo = malvagio”, di conseguenza molti credenti si sentono autorizzati ad insultare chi non è credente.

L’ateo è un libero pensatore e non è allineato al pensiero religioso: non è controllabile, allora va attaccato, insultato e denigrato. Quantomeno suscita diffidenza e sospetto.

 

 

Scrive Roberto Piazzolla, corrispondente di QUORA

 

Qualcuno mi ha convinto a diventare ateo?

Si, un prete.

Ero poco più che bambino quando mi è morto il cane con cui ero cresciuto, che per me era praticamente un fratello.

All’epoca andavo a catechismo perché avrei dovuto fare a breve la cresima. Approfittai quindi per chiedere al prete-catechista se il mio cane sarebbe andato in paradiso.

Rispose di no, perché gli animali non hanno anima.

Mi sembrò profondamente ingiusto che Dio, dopo averlo condannato ad una vita troppo breve in rapporto alla mia, non avesse neppure concesso l’anima a mio fratello.

Questo pensiero aprì le prime crepe, che si ingrandirono molto rapidamente nei giorni successivi. Man mano che riflettevo su una simile insensatezza, mettevo in dubbio l’intero impianto della fede a cui mi avevano insegnato molto bene a credere, fino a quel momento.

Arrivato il giorno della cresima, alla fine della cerimonia, il prete raccomandò a tutti di non smettere mai di andare a messa, anche se ormai eravamo cresimati.

Ho ancora l’esatto ricordo di me bambino, che scendo le scale del sagrato fuori dalla chiesa pensando: “col cavolo che mi rivedrete”.


Peraltro, molti anni dopo, la chiesa in parte cambiò idea. Adesso infatti alcuni ecclesiasti sono possibilisti sul fatto che anche gli animali vadano in paradiso.

Era quello che mi serviva per capire definitivamente che la religione non viene da Dio, ma la inventano gli uomini, che poi la modificano al bisogno, a seconda delle variazioni dei costumi e delle convinzioni sociali.

 

Scrive Diego Lovato, corrispondente di QUORA

 

Le persone non diventano atee.

RITORNANO ad essere atee. L’uomo nasce ateo, e poi viene “educato” a credere in qualcosa che viene elaborato da istituzioni che sono a tutti gli effetti umane, anche se queste millantano autoispirazione divina.

Bisogna specificare un particolare: è vero che tutti nasciamo atei, ma con alcune caratteristiche che la psicologia chiama distorsioni cognitive.

Fra queste, ci terrei a sottolinearne alcune, che riguardano il nostro argomento: innanzitutto l’uomo non riesce a concepire l’annullamento del sé.

Nel senso che, sì, può immaginarsi un morto o immaginare sé stesso morto; ma dal momento che lo fa, lui ne è spettatore: quindi immagina sé stesso morto da vivo!

Dal momento che qualcuno pensa, vuol dire che neuroni e sinapsi compiono un lavoro od un movimento; pensarsi morti, nel senso di immaginare un enorme vuoto, ma che comunque nemmeno si vedrà appunto perché la rete neuronale adibita alla comprensione sarà immobile è appunto impossibile.

Insomma, pensare alla morte è un ossimoro! Quando si pensa si è vivi…quando si è morti, non si pensa.

Da questo “scherzo mentale” nasce l’idea di anima o concetti equiparabili: la percezione di una continuazione dell’esistenza anche quando il corpo e la mente sono tristemente ma evidentemente morti.

Un’altra distorsione cognitiva che caratterizza l’uomo è la pretesa di trovare uno scopo od un motivo per tutto lo svolgersi degli eventi, come la sua esistenza e l’intrinseco soffrire di questa vita terrena.

Ebbene la religione viene appresa dapprima perché viene insegnata da esegeti fin quando, da piccoli, siamo più manipolabili. E poi trova terreno fertile in molti di noi in quanto danno una conferma o una risposta alle esigenze di quelle distorsioni percettive descritte sopra.

Numero2952.

 

da  QUORA

 

A N C O R A     S U    C R E D E N T I    E    A T E I

 

Scrive Guido Capuani, corrispondente di QUORA.

 

Sono credente. Più precisamente mi considero un teista agnostico: credo che Dio esista, ma che non sia possibile conoscerlo per via esclusivamente razionale. Dio è al di fuori del campo di applicazione della scienza.

Nel confronto con gli atei, do più importanza all’agnosticismo che al teismo. Dopotutto, posso fornire prove razionali in favore dell’uno, ma non dell’altro. L’ateismo agnostico (“non credo che Dio esista, ma non posso dimostrare razionalmente che non esiste”) è una posizione assolutamente legittima, secondo me. Discutere con un ateo agnostico è per me spesso più proficuo che discutere con un teista, perché mi costringe a mettere in discussione i presupposti della mia fede. Essere agnostici non vuol dire essere irrazionali: significa piuttosto sapere che qualsiasi argomento razionale in favore o contro l’esistenza di Dio non è conclusivo. Per questo è sano esporre i propri argomenti soggettivi alla critica di chi la pensa diversamente.

Quello che faccio fatica a capire è l’ateismo gnostico: “Dio non esiste, io ne ho le prove”. Le dimostrazioni “razionali” della non esistenza di Dio non sono meno fallaci delle dimostrazioni di esistenza, e spesso sono più ingenue dal punto di vista filosofico (penso soprattutto alla propaganda del cosiddetto New Atheism). Per me non vale la pena discutere con un ateo gnostico: posso rispettare le sue argomentazioni, ma non me ne faccio nulla. Così come non mi faccio nulla delle argomentazioni di un teista gnostico.

Mentre scrivo, mi risuona in testa il versetto evangelico in cui Gesù invita a “sforzarsi di entrare per la porta stretta”: forse è un’interpretazione eterodossa, ma mi sembra che si possa intendere come un invito a non considerare mai conclusa la propria “lotta” con l’idea di Dio. Gli gnostici, teisti o atei, ritengono di aver risolto la questione in un senso o nell’altro (“sono entrato per la porta stretta” o “non esiste alcuna porta”). Gli agnostici, al contrario, ritengono che l’importante sia continuare a sforzarsi.

A quanto pare, l’ateismo fa crescere la barba.

Numero2949.

 

da  QUORA

 

Scrive un corrispondente di QUORA

 

Perché gli atei non credono che Dio esista?

 

In verità “la gente” crede che dio esista. Gli atei/agnostici come me sono solo il 15%.

La fede è quindi un sentimento diffuso seppur sbagliato e inconsistente. Ho già scritto mille volte delle contraddizioni della bibbia, dell’incoerenza dei principi religiosi, dell’impossibilità di stabilire quale sia la fede religiosa corretta, per non parlare della mostruosità dei campioni della fede… non ci torno sopra e rispondo al perché alcune persone non credono.

Chi non crede non lo fa per pigrizia o per fare come gli pare o per stuprare i bambini (a questo ci pensano altri). Sarebbe molto più comodo credere, soprattutto quando muore un genitore o un amico. Sarebbe comodo avere tutta una serie di regole morali già belle che pronte, e se fai una porcata con un pater ave gloria ti sei già perdonato. La moralità di un ateo è molto complessa perché esercita la propria libertà di giudizio e sceglie davvero, non per paura dell’inferno, quello che è bene.

Chi non crede lo fa perché comprende che il concetto di divinità è una bugia illogica e insensata. Dio è un racconto per bambini su cui gli adulti hanno costruito un potere immenso sugli altri uomini. E poi se uno non ci crede non ci crede, è inutile che ci guardiate come mostri, non ci crediamo. Siamo diversi? Si siamo una minoranza con un QI discretamente alto.

 

Scrive un altro corrispondente di QUORA, Nicolas Mattos

 

Ti parlo della mia esperienza personale.

Io ero religioso. Ma proprio un casino. La mia massima aspirazione a 7 anni era diventare papa. Si, mentre gli altri bambini volevano fare il calciatore io volevo diventare il pontefice. Ero uno di quelli che passava davanti alle chiese e si faceva il segno della croce così come pregavo inginocchiato al mio letto ogni mattina ed ogni sera.

A catechismo, il prete della mia parrocchia vista la mia devozione parlò con i miei genitori per far presente loro che una carriera ecclesiastica per me sarebbe stata non solo possibile, ma anche consigliabile!

Ero, insomma, una persona molto religiosa.

Alla fine della mia comunione, a tutti i bambini del mio corso di catechesi venne regalato un libro: la “Bibbia dei bambini” e di questo dono fui molto grato. Era un libricino giallo, abbastanza grosso e colorato dentro, e conteneva una versione edulcorata sia dell’antico testamento sia del nuovo. Purtroppo non ricordo su quale Vangelo si basasse il nuovo. Quel libro non lo lessi in quei giorni.

Passano gli anni. Io cresco e comincio ad pensare al mio futuro.

Avevo più o meno 11 o 12 anni ed iniziavo a creare i miei primi videogiochi su RPG Maker e simili. Mi si aprì un mondo di logica davanti in cui ad ogni azione corrisponde una reazione, un mondo in cui C ha come requisiti A e B. Imparare per la prima volta a programmare è un trauma per chiunque anche su Python, ed anche lì logica a manetta. Non succede B se prima non si verifica A. Da Pontefice ero passato a Programmatore.

Poi ritrovai quel libro. Ed ovviamente lo lessi.

Rimasi traumatizzato dalla quantità di decisioni illogiche fatte da Dio nel corso dell’antico testamento. Decisioni che secondo me non avevano senso e logica. Ne parlai con il mio parroco e lui mi disse che “Dio agisce per vie misteriose” e che “Dio ha sempre un disegno per tutto e non pensa come noi”.

Dio però ci ha fatto a sua immagine e somiglianza, non dovremmo quindi essere in grado di fare gli stessi suoi ragionamenti?

Ricordo un momento molto specifico, in cui pensai “Dio non può essere così cattivo”. Pensiero SUBITO auto-censurato dalla mia mente.

Per pura curiosità quindi, cominciai ad analizzare criticamente l’operato di Dio, smettendo quindi di “fidarmi” del  giudizio della chiesa e della gente. Rimasi meravigliato dalla quantità di gente uccisa dalle sue azioni durante l’antico testamento quando esistevano infinite alternative atte a “salvare” i suoi figli. Le le sue continue richieste barbare come “sacrifica tuo figlio” erano semplicemente troppo assurde per avere dei motivi logici in grado di giustificare queste decisioni.

Subito dopo abbiamo Gesù Cristo, che si palesa come figlio di Dio e allo stesso tempo Dio. Dio stesso cambia personalità e da “ammazza tuo figlio per me” diventa “va beh sta volta il figlio lo ammazzo io”. Almeno non uccide tutti i primogeniti questa volta…

Subito dopo la morte di Gesù, Dio sparisce dalla circolazione, quasi come nella canzone “La Paranza”. Vedo il cielo e non ci trovo più Dio perché manca qualsiasi segno della sua esistenza. E non mi vengano a parlare di miracoli perché credo più ad una anomalia scientifica o al fatto che qualcuno vinca la lotteria Divina, perché per ogni buon cristiano che guarisce miracolosamente dal cancro (che attenzione, succede in natura che il cancro regredisca da solo, raramente ma succede), MILIONI muoiono pregando.

La gente MUORE pregando nelle chiese in certi paesi. Bambini africani MUOIONO DI FAME e la soluzione di Dio è contare sulla (poca) generosità del mondo nel donare soldi ai più poveri per giunta spesso di altre religioni (ah, forse per questo Dio le ignora?).

Da quando DIO ha bisogno dell’essere umano per risolvere i problemi?

Questo fottuto pianeta è un posto di merda in cui vivere e Dio non fa ASSOLUTAMENTE UN CAZZO. Il nostro Padre che così tanto ci ama non si fa vedere da duemila anni. Duemila cazzo di anni!

E non mi si venga a raccontare la storia del libero arbitrio perché è una puttanata colossale.

  • Se il libero arbitrio esiste, Dio presentandosi non influenzerebbe nessuno, avremmo tutti la possibilità di capire che lui c’è e potremmo davvero credere in lui, senza fidarci di un libro scritto da persone interamente per sentito dire.
  • Se il libero arbitrio non esiste, tutto questo non ha importanza. Veniamo creati già destinati al paradiso o all’inferno e non abbiamo margine di manovra. In poche parole o Dio ci ama o ci odia e questo già dal momento del nostro concepimento.
  • In ogni caso, l’onnipotenza e l’onniveggenza di Dio fotte tutto perché lui sa già cosa faremo e cosa penseremo ancora prima di farlo e di pensarlo. In poche parole sa già prima della nostra nascita come vivremo e come moriremo, e se andremo in paradiso o in inferno.

Per poi arrivare al fatto che il cristianesimo sia l’unica vera religione. Davvero siamo così arroganti? Vuol dire che altre 8 miliardi di persone si stanno sbagliando…

Se fossero gli ebrei ad avere ragione? Se fossero gli induisti? Se fossero gli islamici?

Qualcuno qui sta sbagliando, e considerando la quantità incredibile di religioni nel mondo, ANCHE quelle estinte perché non più praticate, quante possibilità abbiamo di vincere la lotteria delle religioni?

Ti immagini la scena? Muori e sali al cielo, attorno a te nuvole ed isole galleggianti. Ad un tratto noto che c’è un tizio alto 6 metri che ti guarda incazzato. Lui è Zeus e ti dice “hai sbagliato religione stronzo!” e ti fulmina. A dire il vero, fulmina chiunque da duemila anni a questa parte.

Insomma, per farla breve, io non sono diventato ateo per via della sofferenza. La sofferenza fa parte della vita. Ogni cosa su questo pianeta è sofferenza. La fame è sofferenza. La sete lo è. Il sonno, il desiderio sessuale, tutto! Tutto è sofferenza altrimenti non ne avremo bisogno.

Il problema è che la sofferenza nella Bibbia è assolutamente immotivata ed inutile. E quando realizzi ciò diventa tutto pericoloso, perché cominci a farti domande sulla coerenza di tutta la baracca teologica, e questo tipo di costituzioni mentali tendono a collassare appena metti alla prova una qualsiasi colonna portante…

Invidio i credenti, almeno loro hanno qualcosa per cui credere in un domani migliore.

Io neanche facendo finta ci credo…

 

Numero2938.

 

A T E I    E    R E L I G I O N I

 

Gli atei pensano che la dottrina teologica

e la religione siano artefatti umani, ossia,

risultati di leggende ed opere letterarie UMANE.

Pertanto, non vi attribuiscono alcun valore

di “comandamento divino”, ma soltanto

di “legge umana scritta per un certo luogo e tempo”.

Essa, però, è stata ed è strumentalizzata

per scopi nient’ affatto “divini”,

ma solo per detenere e gestire poteri terreni.

Numero2914.

 

da QUORA

scrive Paolo Lo Re, corrispondente di QUORA

 

 

Cosa diresti a qualcuno per convincerlo a credere in Dio?

 

 

Anche se argomentati con garbo e capacità espositiva, questi sono gli argomenti del “disegno intelligente”, contro cui valgono tutte le risposte date con intelligenza da Richard Dawkins in The god delusion (La delusione di Dio) o in The blind watchmaker (L’orologiaio cieco).

Con meno capacità e brillantezza espositiva, e con argomentazioni più rozze ma fondamentalmente analoghe, è espresso da ogni testimone di Geova che bussa alla porta di qualcuno.

Si chiama principio antropico.

Noi esistiamo perché l’Universo è fatto in modo da permettere la nostra esistenza. Questo è sicuro. Se alcune costanti fisiche fossero diverse, tutto l’Universo sarebbe diverso, e non sarebbe possibile la vita nella forma che conosciamo.

Ma da questo, alle idee che l’Universo sia così perché realizzato da qualcuno in base a un progetto specifico, e che questo progetto contempli la (o addirittura sia centrato sulla) nostra esistenza, è un passo molto lungo.

E’ parecchio più realistico (e onesto!) dire che l’Universo è fatto come è fatto, e perché è fatto così non si sa.

E che, per come è fatto l’Universo, è tecnicamente possibile lo sviluppo della vita come la conosciamo.

E che, seppure con probabilità bassissime, la vita come la conosciamo può evolvere verso lo sviluppo di intelligenza ed autocoscienza.

E che anche un evento a probabilità bassissime si verifica, se c’è un numero sufficiente di tentativi.

Osservo che la probabilità di centrare un 6 al superenalotto è all’incirca una su 600 milioni, eppure c’è regolarmente chi vince. E’ bassa e trascurabile la probabilità che una specifica persona vinca ma, dato il numero di tentativi (schedine giocate) è quasi certo che qualcuno vincerà.

Allo stesso modo era a priori particolarmente bassa la probabilità che si sviluppasse vita intelligente sulla sola base di reazioni chimiche naturali proprio sul terzo pianeta proprio della nostra stella ma, considerato l’immane numero di galassie, stelle e pianeti, era quasi certo che da qualche parte sarebbe potuto succedere.

Non si vede la necessità di introdurre una variabile indipendente come una causa prima non creata. Anzi, i principi di economia in logica come l’Ockham razor (rasoio di Ockham) raccomandano di NON farlo.

E l’argomento di trovare per “il tutto” una “causa prima” si scontra con la ovvia necessità di giustificare l’esistenza della “causa prima”. La risposta standard che la necessità di una causa prima non si applica alla causa prima stessa è una discreta arrampicata sugli specchi.

Equivale a dire: “Applichiamo la logica: l’Universo esiste, e sappiamo che tutto ha un inizio, quindi qualcuno lo ha creato, secondo logica deve aver avuto un inizio. Ma questo qualcuno da dove è venuto fuori? No, su questo non si applica più la logica. Questo qualcuno c’è sempre stato, non ha un inizio.”.

Possibile che chi ricorre all’argomento della creazione non veda la contraddizione? Si usa la logica solo quando sembra serva al proprio scopo e, quando genera una contraddizione, invece di ammettere l’errore intrinseco dell’argomento la si abbandona?

Quanto ai miracoli, se confrontiamo i dati rilasciati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla percentuale di casi di remissione spontanea di malattie (sul totale dei casi di malattia) con i dati ufficiali su numero e qualità di miracoli definiti tali dalla chiesa e avvenuti a Lourdes, in confronto al numero di pellegrini, se ne deduce semmai che, se si ha un cancro, si ha più probabilità di guarire se si resta a casa e non ci si cura, che se si va a Lourdes e si prega tanto tanto.

Spiacente, ma non credo che esistano argomenti che possano convincere dell’esistenza di dio un ateo che sappia ragionare…

Numero2912.

 

C R E D O    I N    D I O ?         OVVERO  IL  DUBBIO  CATEGORICO

 

Ovviamente, ognuno è libero di credere quel che gli pare, ma lo riservi alla sua sfera individuale senza pretese di possedere e di dover insegnare qualcosa di universale e di assoluto: lo smentisce qualsiasi osservazione quotidiana del reale e delle persone intorno a noi, raccontando e mostrando sempre tutt’altro da quanto atteso e voluto per fede, autoconvincimento, idealismo, bisogno di sicurezze, paura della morte ed altre pulsioni terra-terra che si pretendono trascendentali. Perché, si sa, ci vengono molto meglio, più comode e più piacevoli le illusioni.

Quello che non sappiamo è assai più di quello che crediamo di sapere.
La scienza naturale è lo strumento migliore di cui disponiamo per illuminare l’universo intorno a noi, ma sarebbe assai arrischiato costruire su di essa una “metafisica”: non possiede certezze assolute ed è in un processo di continua evoluzione.
Non esistono prove schiaccianti per non credere, come non ne esistono per credere.
Per decidere, ognuno deve consultare il suo cuore e mettere in gioco la sua libertà.

Lascio certamente il giusto spazio al libero esercizio intellettuale e alla immaginazione di chi dissente da me.

Seppur le considerazioni scientifiche, ed in particolare quelle socio-antropologiche moderne, debbano necessariamente essere il fondamento per ogni pensiero e giudizio razionale in merito al presente quesito, realizzo, tuttavia, che un certo grado di “trascendentale” possa verosimilmente permeare la nostra vita, eludendo funzioni reali come la ragione.

Rimango diffidente di santoni, predicatori o pensatori/pifferai magici di qualsiasi sorta, come anche delle forme più diffuse ed organizzate di culto, orbitanti attorno ad ogni assetto arbitrario di elementi sacri, salvifici ed imperativi. Ma, per onestà intellettuale, non mi sento di condannare  il “credere” in qualcosa di più grande e di metafisico, così come riconosco giustificata la necessità di “umanizzarlo” e renderlo compatibile con la propria cultura e accettabile per il proprio cuore.

Non tutti, però, hanno l’acume o la forza interiore di accettare l'”incertezza” con vera serenità, sia essa fideistica oppure atea. Coltivare una fede è già, di per sé, padroneggiare una certezza. Scade  quasi a istanza secondaria, ma non è meno importante, il particolare che essa sia fondata o meno.

Io ho imparato a farlo proprio dalla mia vita: vivo nella “fede del dubbio”, senza certezza alcuna che non sia la morte, ne ho fatto un oracolo di coscienza e un blasone di obiettività mentale e comportamentale e mi ci trovo bene.

Non “credere”, ma “dubitare” è il paradigma di ogni mio passo nel cammino dell’esistenza e, tuttavia, ho passato il mio tempo alle prese con il feroce e martellante assillo del problem solving (metodo per risolvere i problemi), che è per me, in definitiva, il vero e giusto modo di saper vivere. Parodiando Renè Descartes (Cartesio), grande uomo di scienza e filosofo della prima metà del XVII secolo, invece che “Cogito, ergo sum” (Penso, dunque esisto), dico semplicemente: “Dubito, ergo sum” (Dubito, quindi esisto).

Modestamente e umilmente, considero le “certezze” ( non dico solo quelle della fede) un lusso intellettuale che non mi appartiene e che non ho mai preso in considerazione, ancor più quando e perché esse sono dogmatiche, apodittiche, indimostrabili e indimostrate. Esse sono persino un approccio fasullo, una distorsione della realtà ed un allontanamento da essa che inducono a inquadrare l’esistente entro schemi preconfezionati, entro scatole chiuse dove il diverso della natura, l’inatteso della morale, il nuovo del sociale, il razionale del contraddittorio speculativo non trovano mai ospitalità.

Sono un “comodo” rifugio preservativo e consolatorio ed affrancano apparentemente da ogni rischio ed azzardo: sono una specie di salvifica “assicurazione sulla vita”, risarcitoria a beneficio indeterminato, illusorio e tranquillizzante antidoto contro le sorprese squilibranti delle vicende umane.
E queste sono un pericoloso, ma meraviglioso “divenire” in costante aggiornamento.

Oggi semplificherei col dire: “sono agnostico”. Forse in fondo, oltre i miei filtri critici, spero davvero che ci sia “qualcosa” di più grande e vivo, di conseguenza, in pace con me stesso, se non altro perché non vorrei che la vita fosse priva di un significato, se non di un sogno. Se ce n’è uno anche per me, non sia il delirio reazionario di chi ha gli occhi per contemplare la propria natura e la coscienza di non accettarla coerentemente.

E questo é, forse, un modo saggio di vedere la vita. Ma ho, come sempre, i miei dubbi: sono ancora  e tuttora un apprendista degli imperscrutabili algoritmi di questo stupendo viaggio che è la mia esistenza. E di questo itinerario, il percorso è non meno importante e affascinante della sua destinazione e della sua meta che rimane, per quanto certa, sconosciuta e misteriosa.

 

O sol che sani ogne vista turbata,

tu mi contenti sì quando tu solvi,

che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.

 

O sole (riferito a Virgilio), che rendi chiara ogni vista disturbata,

tu mi soddisfi tanto quando risolvi (i dubbi)

che dubitare mi piace non meno che sapere.

 

Dante, Inferno canto XI, vv 91-93

Numero2911.

 

da QUORA

 

Scrive Heisenberg, corrispondente di QUORA

 

In che modo gli atei dimostrano che non esiste Dio?

 

L’onere della prova spetta a chi afferma che esiste e, come insegna il buon Russell, non è tecnicamente possibile dimostrare l’inesistenza di un umanoide con poteri divini che gioca a nascondino nei dintorni della nostra stella madre.

Ma poi quale Dio? Ne “esistono” letteralmente a migliaia.

Se intendi il Dio delle religioni abramitiche, cioè il tizio onnipotente, quello che ti posso obiettare è al massimo l’illogicità della cosa, ma puntualmente verrei smentito dai fedeli con il solito bla, bla, bla della mente che non può capire Dio. Big Bang, evoluzione, relatività e meccanica quantistica, ma capire una superstizione no; vabbè annuiamo e sorridiamo.

Rivolgendomi però a chi volesse eventualmente utilizzare gli oltre dieci miliardi di neuroni del lobo frontale per qualcosa di più consono alla sua funzione specifica, propongo invece la seguente riflessione.

Onnipotente al mio paese vuol dire ” di potere illimitato”. E potere illimitato, significa energia infinita.

Per cui, se esiste un Dio onnipotente, dev’esserci di conseguenza una quantità infinita di energia; il tutto però non si osserva allo stato attuale delle cose, anche perché una condizione del genere farebbe collassare con ogni probabilità l’intero Universo.

Ergo, in questo contesto, un Dio onnipotente non può esistere.

E se anche esistesse al di fuori non potrebbe comunque interagire, poiché in qualsiasi modo lo faccia trasferirebbe energia infinita e l’Universo, come lo conosciamo, smetterebbe di esistere.

Tra l’altro, pur ammesso che esista al di fuori, il fatto stesso di non poter interagire con la nostra realtà, lo renderebbe irrilevante e pertanto praticamente inesistente anche in questo caso.

Questo è solo uno dei tanti paradossi che vengono a generarsi quando la mente associa proprietà impossibili a determinati personaggi letterari. Io ne ho pensato uno un attimo più interessante, ma basterebbe una riflessione da prima media del tipo:

Dio può creare un muro indistruttibile che neanche lui può distruggere?

No → non è onnipotente. Si → non è onnipotente.

Cioè boh. Sarò strano io, ma non ho mai capito come fa la gente a credere in certe cose.

Numero2892.

 

da QUORA

 

A T E I S M O    E    M O R A L I T A’

 

Alla domanda: Gli atei vogliono fare quello che gli pare senza vincoli morali?

 

Risponde Domenico Zampaglione, corrispondente di QUORA.

 

Questa idea che la morale non possa esistere se non viene dal Dio Cristiano è il fulcro della mente zotica, dell’incultura più bieca. Ma veramente voi baciapile credete che gli antichi prima di Cristo non abbiano avuto principi morali, un timore anche dei loro dei ma pure filosofie che si ponevano il problema del Bene e del Male? Veramente credete che non esistessero anche istituzioni che garantivano uno stile di vita ordinato e delle leggi che ne dettavano i principi? Pensate che i dieci Comandamenti siano la quintessenza della saggezza e che nessuno ben prima abbia pensato a considerare l’omicidio, il furto, la falsa testimonianza e l’adulterio come comportamenti vietati e dannosi per una sana convivenza? Era necessaria una mente divina per concepire queste norme che sembrerebbero ovvie anche a un bambino di quinta elementare? Eh no, Dio le ha incise con il fuoco sulle tavole della legge. E, naturalmente, non attribuite un interesse morale neanche al pensiero laico moderno che, manco a dirlo, ignorate. Bambini siete ma non è colpa vostra, vi hanno formattato la testa come un disco fisso fin dalla più tenera infanzia, tenendovi sotto schiaffo per tutta la vita con la paura dell’inferno. Invece di aver paura dell’intelligenza artificiale dovremmo aver paura della demenza naturale.

 

Risponde Pierangelo Gold, corrispondente di QUORA

 

Questa domanda è una non-domanda. Ti svelo un segreto, pure i teisti fanno quello che vogliono senza vincoli etici e morali, anche perché, per tutte le dottrine teistiche in cui vi è una morale assoluta prescrittiva, questa è indovina un po’, decisa e imposta dal credente. Nel caso ateo hai l’uomo che dice all’uomo cosa deve e non deve fare. Nel caso teista, almeno per quanto riguarda tutte le filosofie morali teocentriche (dato che puoi avere dio senza religione, morale senza religione, religione senza morale e dio senza morale), hai l’uomo che dice a dio o agli dei cosa dire all’uomo riguardo a ciò che l’uomo può o non può fare.

L’unica differenza è che con dio o dei hai una parvenza di assolutezza dato che hai dio che fa da garante della tua morale. Ma non hai nulla che ti garantisca dio in primo luogo e per questo il ragionamento è fallace. Inoltre l’assolutezza dei tuoi principi morali la puoi usare come assioma, togliendo dio dall’equazione (ragionamento ugualmente fallace, ma perlomeno supportato dal guadagno in semplicità strutturale favorito dal rasoio di Occam).

Ma in ambo i casi hai l’uomo che dice all’uomo come comportarsi. Dato che dio non parla mai se non c’è qualcuno che parla per lui.

Quindi la domanda non solo è sbagliata perché parte da presupposti sbagliati (che gli atei vogliano fare quello che vogliono e i teisti no), ma è logicamente mal posta, in quanto si assume si possa avere vincoli etici o morali in primo luogo, quando questi esistono solo in quanto imposti da se stessi o dagli altri. Non esiste legge fisica che ti impedisca di premere il pulsante rosso di annichilazione missilistica termonucleare globale alla Casa Bianca o al Cremlino, le limitazioni sono di tipo pratico o autoimposto. E questo indipendentemente dalla tua posizione filosofica relativa all’esistenza di dio.

Come ultimo appunto voglio inoltre notare l’ipocrisia che caratterizza molti che seguono una morale prescrittiva che può essere di base teistica e/o religiosa, specie per quanto riguarda le religioni abramitiche. Molti sono i principi morali imposti chiaramente dalla dottrina che si afferma di seguire che vengono poi all’occorrenza ignorati, reinterpretati, ridimensionati o comunque piegati alle proprie convenienze. Quindi sia atei che teisti vogliono fare ciò che più pare e piace a loro (anche perché è un identità questa: uno vuole fare quello che vuole fare), senza vincoli morali/etici (che non esistono in senso assoluto), l’unica differenza è che se uno segue una dottrina filosofica che impone una morale allora si ha questo tipo di timbro/certificazione, doppio timbro se ci metti anche dio/gli dei in mezzo, che però non vale assolutamente nulla per tutti quelli che non seguono quel tipo di morale lì e che perciò non riconoscono l’autorità o il significato di quel timbro. Dopotutto se uno non è cristiano le uova benedette sono totalmente identiche e irriconoscibili dalle uova non benedette.

 

Risponde Vincenzo Chiaravalle, corrispondente di QUORA

 

Non credere che esista un dio è una questione che niente ha a che vedere con ciò che uno pensa sia giusto o sbagliato. Non viene da chiedersi qual è la fonte della morale per i vegetariani, o qual è la fonte della morale per i programmatori di software… L’ateismo non è una posizione sul bene e sul male, non è una posizione etica. Perciò, ogni ateo deriva la propria morale da quello che gli pare, come gli pare.

Non esiste per gli atei una filosofia morale univoca o vincolata. Sarebbe come chiedere qual è la fonte della moralità per i credenti in generale, mettendo da parte il fatto evidente che credenti diversi hanno fedi diverse e sistemi morali completamente diversi tra loro, spesso anche tra denominazioni diverse della medesima confessione religiosa. Non tutti i credenti aderiscono a teorie del comando divino, perciò non si può neanche dire che siano tutti concordi sull’individuare nella divinità la fonte della morale. La verità — se vuoi saperla tutta — e che non ho mai conosciuto due cristiani convinti che frequentassero la stessa chiesa tutti i giorni e che la pensassero allo stesso modo. Se vuoi farli litigare, fagli domande elementari su quello che pensano, e scopriranno in cinque minuti che non hanno un fico secco in comune…

Pensare che la religione sia morale è già una forzatura. Pensare che la religione abbia qualche particolare vantaggio dal punto di vista etico, sia un presupposto necessario della morale, o che addirittura abbia un’esclusiva sulla morale, sono stupidaggini alle quali non mi applico neanche. Chi lo pensa è libero di pensarlo, ma non voglio averci niente a che fare.

Nessuno si comporta in maniera moralmente corretta grazie alla religione. Tanti religiosi riescono a compiere buone scelte morali nonostante le imposizioni della loro fede, che è ben diverso.

 

Risponde Cesare, corrispondente di QUORA

 

I vincoli morali che derivano dalla società in cui viviamo, ben più precisi e aggiornati rispetto a quelli di antiche tribù di pastori, bastano e avanzano per vivere rettamente e fare del bene.
Siete voi credenti che avete bisogno di un ente immaginario per comportarvi bene, secondo il principio del bastone (inferno) e della carota (paradiso) fondato su caratteri comportamentali tipici degli asini.

 

 

 

Numero2876.

 

A T E I S M O    E    A G N O S T I C I S M O

 

Scrive Vincenzo Chiaravalle, corrispondente di QUORA.

 

In senso corrente, come confermano in sintesi anche tanti dizionari, l’ateo sarebbe chi nega l’esistenza di Dio — chi dice “Dio non esiste” —, mentre l’agnostico sarebbe chi sospende il giudizio — chi dice “Non lo so”.

Di questo occorre dare conto, per sgombrare il campo da equivoci. Purtroppo è sbagliato. Purtroppo, le due parole si usano così, e ricevono il significato che gli viene assegnato. Purtroppo, è sbagliato!

Ateismo e agnosticismo rispondono a due domande diverse.

L’ateismo è una posizione di opinione. L’agnosticismo è una posizione di conoscenza. La conoscenza è un sottoinsieme dell’opinione. Quello che uno crede o non crede, e quello che uno sa o non sa sono due cose diverse.

Uno è ateo o teista, e poi, indipendentemente, è anche gnostico o agnostico.

Teismo/Ateismo riguardano ciò che uno crede. Chi crede che esista almeno un dio è teista. Chi non lo crede è ateo. Per essere teista, devi credere in dio, e non soltanto ammettere la possibilità della sua esistenza. Solo chi crede in dio è teista. Chi non arriva a credere, si colloca nel campo dell’a-teismo. La credenza in un dio, l’opinione che un dio esista, gli manca. La “a-”  che fa la differenza fra le due parole significa questo: si chiama “a privativo”.

Gnosticismo/Agnosticismo riguardano ciò che uno sa — che pensa o dice di sapere. Chi afferma che un dio esiste o non esiste ha un approccio gnostico: lo sa, ne è certo! Chi afferma di non saperlo, di non poterlo sapere, di non essere certo, ha un approccio agnostico, cioè non sa, non conosce.

Buona fortuna agli gnostici di entrambi i segni, perché si assumono un onere della prova che nessuno è ancora mai riuscito a soddisfare. E buona fortuna ai teisti, perché credono qualcosa che — spesso per loro stessa ammissione — non hanno nessuna ragione per credere.

Numero2875.

 

L A    T E I E R A    D I    R U S S E L L

 

La teiera di Russell (in inglese Russell’s teapot) o teiera celeste è una metafora introdotta dal filosofo britannico Bertrand Russell per confutare l’idea che spetti allo scettico, anziché a chi le propone, l’onere della prova in merito ad affermazioni non falsificabili, in particolare in ambito religioso. Essa rappresenta una delle più efficaci controargomentazioni all’assunto che spetti al non credente dimostrare l’inesistenza di una qualsiasi divinità, in quanto stabilisce che nessuna affermazione può essere aprioristicamente creduta soltanto basandosi sul fatto che non se ne può provare l’inesattezza.

Molti benpensanti si esprimono come se fosse compito dello scettico smentire i dogmi e non del credente dimostrarli.

 

Gli atei hanno prove scientifiche e tangibili che Dio non esiste?

Non servono. Perché uno dovrebbe impegnarsi a dimostrare la non esistenza di tutto ciò che non esiste?

Servirebbe che portasse prove chi ne afferma l’esistenza. Ma nessuno lo ha mai fatto.

Numero2836.

 

A T E I S M O    E    F E D E

 

Un credente, dopo aver tentato invano di spiegare ad un ateo perché crede, alla fine, in sintesi, può solo dire:
“Credo e basta, e mi va bene così”.

La stessa Chiesa, alla fine della messa, enuncia: “Mistero della fede”.
Se è un “mistero” ciò in cui credono i fedeli…. auguri!

Per un ateo non è tanto un mistero: a lui le religioni interessano moltissimo e le studia, di solito, più di molti credenti, in quanto sono un fenomeno che riguarda la natura umana.

Per l’ateo la curiosità è una virtù, per il credente è un pericolo: quello di mettere in dubbio il proprio bagaglio di “certezze” che si è caricato sulla schiena senza guardarci dentro, magari per pigrizia o per quieto vivere, per tradizione o per volontà di “buoni educatori”.

Numero2815.

 

A N T I C A    C R E D E N Z A    (non è un mobile d’antiquariato):    PROVE  DELL’ ESISTENZA  DI  DIO    (secondo le persone normali).

 

Cesare, corrispondente di QUORA, risponde:

Scusa, se uno ti viene a dire che in piazza c’è una giraffa che recita il De Rerum Natura in latino tu ti senti impegnato a dimostrare che non esiste? Non credo.

Se quello che te lo dice ci crede… fatti suoi. Se crederlo gli dà conforto… non togliamogli la sua fonte di consolazione.

Basta che non crei un sistema di potere che impone a tutti di crederci o che affermi che chi non ci crede ha un livello di moralità più basso.

Tutto qui.

 

Vincenzo Chiaravalle, corrispondente di QUORA, risponde:

Guarda che anche tu esigi le prove, in ogni altro ambito della tua vita.

Rigetti anche ogni religione che non sia la tua, perché in tutti quegli altri casi accetti le obiezioni razionali che non accetti per la tua religione.

Siccome non hai prove di nessun genere per la validità della tua religione, gli atei dovrebbero farsi bastare le tue chiacchiere e i tuoi capricci? È questo che vuoi dire?

 

Paolo Burroni, corrispondente di QUORA, risponde:

Se mi sai portare qualcosa che non siano solo parole, tipo “mi hanno insegnato che”, “si sa che”, “è scritto che”, io lo esaminerei con molto interesse perché vedo che un credente ha una vita più facile, ma non sono disposto ad affidarmi a qualcosa che è fatto solo di parole.

Aspetto con fiducia le tue prove, quali che siano.

 

Gianfranco Lande, corrispondente di QUORA, risponde:

Vedo che ancora non ci siamo stancati di discutere di aria fritta.

Quelle degli atei e dei credenti sono posizioni inconciliabili perché partono da assunti inconciliabili e non prevedono alcuna dialettica.

Un credente o un ateo intelligenti dicono “io credo” oppure “io non credo” e si fermano lì.

Quelli stupidi dicono “Dio esiste” o “Dio non esiste”, come se fossero in grado (o come se qualsiasi essere umano fosse in grado, con i mezzi limitati di cui disponiamo) di affermare qualcosa che per definizione non ammette prova.

Sarebbe ora che atei e credenti smettessero di fare i bambini e lasciassero che ciascuno creda (o non creda) in santa pace ciò che vuole.

Chiunque abbandoni questo precetto aureo si aspetti di venire sbertucciato a morte senza potersi difendere. Ogni affermazione (Dio esiste, Dio non esiste, Dio è amore, eccetera, eccetera) è infondata, arbitraria, indimostrabile, oziosa, presuntuosa, mendace.

Ergo (quindi) quando un ateo dice che Dio non esiste, afferma qualcosa di cui non può sapere un accidente, ma quando dice che non ci sono prove per dimostrare il contrario, ha ragione da vendere.

Ribaltiamo la frittata e diciamo che quando un credente dice che Dio esiste afferma qualcosa di cui non può sapere un accidente, ma quando dice che non ci sono prove per dimostrare il contrario ha ragione da vendere.