Numero3737.

 

CREDERE   

 

Smettiamo di credere per necessità, iniziamo a pensare, osiamo abbandonare anche le nostre convinzioni più profonde, se non sono sostenute dalla ragione.

Se la Bibbia non è la parola di Dio, se i suoi miracoli possono non essere reali e se la figura centrale di quella narrazione è più mito che storia, allora ci rimane la possibilità di ricominciare da capo, di costruire un’etica senza superstizione, di cercare il senso della vita senza bisogno di dogmi, di guardare Gesù, se è esistito, non come un Dio, ma come un uomo come gli altri, forse saggio, forse ispiratore, ma non soprannaturale.

E se non è esistito, se è stato una creazione collettiva, un simbolo della sofferenza umana, del desiderio di giustizia, del potere del perdono, allora ha comunque un valore, ma non come verità assoluta, bensì come riflesso di ciò che gli esseri umani possono immaginare quando hanno bisogno di speranza.

Cosa accade quando il mito crolla, quando Dio, la Bibbia e Gesù vengono messi in discussione?

C’è qualcosa che possiamo costruire su quelle rovine?

La distruzione del dogma non è la fine ma l’inizio; ed è lì che andremo, verso quella nuova costruzione.

Ma, prima, bisogna guardare l’abisso senza battere ciglio.

Una volta che il mito comincia a sgretolarsi, emerge una domanda ancora più difficile di tutte le altre precedenti perché, quando non puoi più fidarti del testo, quando i miracoli perdono senso, quando la figura di Gesù diventa simbolica e non storica, si crea un vuoto.

Un vuoto che non è solo teologico, è esistenziale.

Per milioni di persone, tutto il loro senso d’identità, di moralità, di scopo è ancorato ad una storia che credono indiscutibile.

Cosa succede quando quella storia si rivela un mito, cosa rimane quando cala il velo?

Non basta distruggere, bisogna anche offrire una via d’uscita ma, prima di questo, bisogna capire quanto sia profondo l’ancoraggio che la religione ha nella mente umana.

Non si tratta solo di credenze, si tratta di strutture, si tratta di un modo di vivere.

La religione organizzata, in particolare quella giudaico – cristiana, non è solo un insieme di testi, è un’architettura del pensiero, un modo di interpretare il mondo, la morte, il bene, il male, la sofferenza.

E quando smantelli quella base, tutto ciò che poggiava su di essa comincia a vacillare.

Il senso di colpa, la paura, la speranza, l’identità, persino l’idea del sacro, crollano.

E questo crollo può essere liberatorio, ma anche terrificante.

Non tutti sono disposti a vivere senza certezze imposte.

Ci sono persone che hanno bisogno di una figura paterna invisibile che dica loro cosa è giusto e cosa è sbagliato, come comportarsi, come pensare.

Ecco perché, anche se le prove razionali contro la Bibbia e i suoi dogmi sono schiaccianti, molte persone continueranno a credere, non per ignoranza, ma per necessità emotiva, perché abbandonare una credenza non significa solo cambiare idea, ma significa smettere ciò che si è stati per tutta la vita.

Il vero problema, quindi, non è se Gesù sia esistito o meno, se la Bibbia contenga errori o meno, il vero problema è che il mito sia diventato una struttura di potere, un’arma culturale, un modello obbligatorio.

Perché ciò che inizia con una storia di fede, finisce per imporsi come morale universale. E qui ci sono gli effetti più pericolosi.

Quando una storia diventa dogma, smette di essere un racconto e si trasforma in un imperativo, in una legge, in un obbligo: è l’inizio della schiavitù mentale.

Milioni di persone sono state educate  a non mettere in discussione, a obbedire, a ripetere.

Fin dall’infanzia, viene loro detto che c’è un Dio che li sorveglia, che vede tutto, che giudica tutto, che c’è un paradiso per i buoni ed un inferno eterno per chi mette in discussione, non solo per chi uccide o ruba, ma anche per chi la pensa diversamente.

Questo livello di controllo è assoluto.

Non c’è bisogno della polizia se hai una coscienza addestrata alla paura, non c’è bisogno di punizioni fisiche, se vivi già con il senso di colpa.

La religione organizzata diventa, quindi, il meccanismo di controllo più efficiente che sia mai esistito: una prigione senza sbarre, dove il guardiano sei tu stesso.

Forse che non si può pensare fuori dal mito, che dubitare sia tradimento?

E se il vero tradimento fosse non dubitare mai?

La conseguenza di continuare a credere nelle finzioni, come se fossero fatti, è che tutto il sistema sociale si distorce, l’istruzione ne risente, i diritti umani vengono negoziati con dogmi, la scienza si scontra con i pregiudizi religiosi, le donne vedono limitate le loro libertà, perché un testo antico dice che devono obbedire all’uomo, la diversità sessuale è condannata perché un passaggio ambiguo la definisce un abominio.

Questo accade non perché Dio lo ha detto, ma perchè il mito è diventato norma e, quando una finzione governa il comportamento di milioni di persone, il danno è reale, anche se la storia non lo è.

La religione deve essere separata dal potere.

Non solo dal potere politico, ma anche da quello morale, deve smettere di essere la base obbligatoria dell’etica, perché una morale basata su premi e punizioni eterne non è etica, è obbedienza per paura, e la paura non produce esseri umani liberi, produce schiavi sottomessi, incapaci di pensare con la propria testa.

E, senza pensiero, non c’è umanità, solo gregge.

La proposta non è quella di sostituire un mito con un altro, né quella di fondare una nuova fede, né scrivere un nuovo vangelo.

La proposta è un’etica fondata sulla ragione, una spiritualità senza superstizioni, un senso della vita che non ha bisogno di miracoli, né di punizioni divine, né di profezie.

Un modo di vivere guidato dalla comprensione, dalla compassione reale, e dalla libertà intellettuale.

Quando una persona agisce non per paura dell’inferno, ma perché capisce che quell’azione è buona in sé, lì inizia la vera morale e, da quel momento, nasce qualcosa di ancora più potente: la libertà interiore, quella che nessun dogma può controllare.

Cosa succede quando un essere umano non ha più bisogno di un prete, di un pastore, di un rabbino, di un testo sacro per sapere come vivere?

Accade che il potere si decentralizza, che l’autorità si rompe, che le chiese perdono il loro controllo.

A questo si contrappone l’ordine della mente libera, una mente che si interroga, che sbaglia, sì, ma che impara, che non ha bisogno di miracoli, ma di comprensione, che non ha bisogno di verità imposte, ma di scoperte proprie.

Una vita pensata e consapevole è più difficile, ma anche più autentica.

E questo è ciò che una religione organizzata non può offrire.

Ciò che adesso appare è chiaro, pulito, potente.

Una delle idee più belle che sia mai stata formulata: una spiritualità senza superstizioni, un’esperienza del divino senza chiese, senza testi sacri, senza sacerdoti, un Dio che non somiglia affatto a quello insegnato dalle religioni, ma che è ovunque, in tutto, in ogni cosa, in ogni pensiero libero.

Non un Dio persona, che pensa, decide, punisce e premia.

Questa è un’idea infantile, primitiva e troppo simile all’essere umano per essere reale, pur nella trascendenza.

Dio non è un re, non ha emozioni, non ama, non odia, non cambia.

Dio è la natura stessa, è il “tutto”, è la sostanza infinita che si manifesta in tutte le cose che esistono.

Dio non è nel cielo, ma nel mondo della natura.

Non dobbiamo più pregare, obbedire, aspettare segni soprannaturali.

Si tratta di comprendere, di osservare la realtà con attenzione, di vivere in armonia con le leggi naturali.

Conoscere la realtà è conoscere Dio.

Più capisci e più sei libero, e più sei vicino al divino.

Non ci sono miracoli o misteri sacri, solo chiarezza.

La Bibbia non è il fondamento della fede: è un’opera umana che ha valore storico, letterario, culturale, ma non una guida morale obbligatoria.

La verità etica non si impone, si scopre con la ragione.

Non c’è nulla di più sacro che pensare con la propria testa, non c’è tempio più puro della mente libera dalle superstizioni.

È una spiritualità non infantile, non dipendente, non sottomessa che non ti obbliga a inginocchiarti, ma ad alzarti, a guardare avanti, a capire che non c’è un piano nascosto, né un destino prestabilito.

Ci sono cause naturali, realtà fisiche, relazioni umane.

La paura e la speranza non possono essere la base per una vita buona, perché la paura ti paralizza e la speranza ti fa aspettare con rassegnazione anziché agire guidati dalla ragione, non dalla fede cieca, né dal desiderio di meritare una ricompensa.

L’essere umano libero non è colui che fa ciò che vuole, ma colui che capisce perché lo vuole, colui che conosce le proprie emozioni, colui che domina le proprie passioni, che sceglie non per obbligo, ma per comprensione.

Vivere qui, ora, con consapevolezza, in piena libertà di coscienza, senza bisogno di promesse future, senza bisogno di miti da difendere, né dogmi da rispettare.

L’inevitabile reazione, il rifiuto, il grido, la negazione, perchè tutto ciò che abbiamo è ripudiato, saranno inevitabili.

Ci sono persone che ascolteranno queste idee con rabbia, con disprezzo, persino con paura, e non perché siano cattive persone, ma perché il pensiero libero, quando arriva, sradica ciò che sembrava eterno, ciò che sembrava sacro e a nessuno è facile guardare la propria eredità culturale, morale e spirtuale e accettare che forse è stata costruita su illusioni.

Ciò che il potere teme non è l’errore, è il dubbio.

Il potere può tollerare il peccato, può perdonare la debolezza, ma non perdona la domanda.

La domanda vera ha la forza di una bomba, che apre crepe, che rompe strutture, fa vacillare imperi.

Perché dà così fastidio dire che Gesù potrebbe non essere esistito o abbia detto e fatto cose diverse da quelle delle narrazioni concordate; perché mette così a disagio affermare che la Bibbia è piena di errori e di manipolazioni; perché è considerato offensivo dubitare dei miracoli, dell’anima immortale, della punizione eterna?

Ogni struttura basata sulla fede ha bisogno di silenzio, ha bisogno che non si pensi troppo, che si creda senza chiedere, che si accetti senza ragionare.

Quando qualcuno osa rompere questo patto di obbedienza, il sistema reagisce con violenza, perché sa che la verità non ha bisogno di templi, ha solo bisogno di tempo.

La resistenza al pensiero è il più grande ostacolo alla libertà e non nasce solo dall’ignoranza, nasce dalla paura, perché pensare significa accettare che nessuno verrà a salvarti, che non c’è un piano segreto per la tua vita, che non c’è un giudice in cielo che punisce i cattivi e ricompensa i buoni.

Pensare significa accettare che l’universo non gira intorno a te, che puoi morire senza un destino trascendente, che il senso della tua esistenza non è scritto in un libro antico, ma dipende da ciò che fai del tuo tempo su questa terra.

Questo dà vertigini, perché ci obbliga a essere responsabili, totalmente responsabili.

Ma questa stessa idea, che all’inizio può sembrare insopportabile, è anche la più liberatoria: perché, se non sei legato a nessun dogma, se non sei soggetto ad alcuna verità rivelata, allora puoi costruire, puoi creare, puoi pensare veramente, puoi vivere senza paura, senza colpa, senza dovere la tua vita ad una struttura religiosa, teologica e ideologica, puoi essere padrone della tua mente e questo, anche se i potenti lo negano, è la cosa più pericolosa per loro.

Il potere politico ha sempre avuto bisogno della religione, perché la religione organizza la paura, con il timor di Dio, la struttura, le conferisce la forma.

Il potere ha bisogno che la gente abbia paura dell’al di là, affinché non si ribelli al di qua, ha bisogno che creda che la sofferenza, la rinuncia, la contrizione fanno parte di un piano divino per la sua salvezza, affinché non metta in discussione le ingiustizie terrene, a cui ricorrerà per esercitare la propria funzione e sfruttare i propri privilegi di posizione.

Ha bisogno che la gente veda i leader come elevati, i dogmi come indiscutibili, la tradizione come verità.

I governi non hanno diritto di imporre credenze, ideologie.

Il pensiero deve essere al di sopra di ogni istituzione religiosa, e ogni persona deve essere libera di cercare la propria verità senza paura, senza minacce.

Ci sono milioni di persone legate alla paura, ci sono bambini educati a non pensare, ci sono ancora libri proibiti, idee censurate, dubbi puniti.

Ma c’è anche una nuova generazione che sta iniziando a svegliarsi, che non accetta più tutto senza riflettere, che vuole prove, argomenti, chiarezza, che osa guardare al mito e dire: “E se non fosse così?”

Ed è questo che cambia davvero il mondo.

Non una guerra, non un miracolo, ma una domanda.

Questa visione può sembrare fredda a chi è stato educato alla religione del miracolo, del mistero, del peccato e della redenzione.

Ma, in realtà, è più calda di quanto sembri, perché è libera, perché tu non hai bisogno di mediatori, perché tu non hai bisogno di sentirti in colpa per essere umano, non hai bisogno di negare io

tuoi desideri, il tuo corpo, la tua intelligenza.

Non devi temere la punizione eterna, né aspettare la salvezza di chichessia: puoi salvarti da solo, non in senso religioso, ma nel senso più profondo.

Puoi capire chi sei, come funzioni, cosa desideri e agire di conseguenza.

La spiritualità non divide le persone tra eletti e condannati, non c’è un popolo speciale, né una religione vera, non ci sono eretici, ci sono solo esseri umani con più o meno comprensione.

E più comprendi, più amore provi, non un amore sentimentale o mistico, ma un amore razionale, necessario, assoluto, verso la realtà così com’è, quell’amore intellettuale per Dio (Amor Dei intellectualis di Spinoza) che è lo stato di trascendenza più alto che un uomo possa raggiungere, la gioia di essere uno con l’universo non dominandolo, non temendolo, ma comprendendolo.

E qui arriviamo alla fase finale.

La vera religione non ha bisogno di chiese, non ha bisogno di gerarchie, non ha bisogno di decime, né di rituali ed uniformi.

Ha solo bisogno di menti libere, di cittadini che pensano, di individui che si rispettano, di una società fondata non su una fede imposta, ma sulla conoscenza condivisa.

Dall’altra parte della paura c’è la verità.

Il potere comanda con la tua ignoranza, tu difenditi con la tua conoscenza.

Da essa scaturisce la coscienza di te, la crescita spirituale della tua identità personale che è il vero scopo del tuo passaggio sulla terra.

Questo è accaduto nella mia mente e nella mia anima, in questi ultimi 20 anni della mia vita.

E mi sta facendo conoscere la felicità e l’ebbrezza di vivere da uomo libero, finalmente.

Numero3736.

 

Fonte: YOUTUBE

 

ATEISMO

 

Questo trattato è un pochino ambizioso: vorrebbe racchiudere, argomentandole, naturalmente in modo riassuntivo, le ragioni per le quali sempre più persone non credono in Dio, di qualsiasi Dio si tratti, né in entità soprannaturali.

Per questo troverete quattro macroargomenti che sostengono la causa opinabile dell’ateismo e naturalmente sta a voi stabilire se li trovate convincenti o se, invece, volete opporre delle argomentazioni alle stesse.

L’obiettivo, lo anticipo qui, non è deridere ma sottoporre la pretesa più iconica della storia umana, l’esistenza di un Dio onnipotente e onnisciente, alla stessa rigorosa valutazione che applicheremmo a qualsiasi altra idea straordinaria.

Usiamo gli strumenti della logica, la lente della scienza e lo sguardo inflessibile della ragione.

Inizieremo dalle basi.

Costruiremo pezzo per pezzo le argomentazioni fondamentali per cui molte menti razionali, di fronte a tutte le prove disponibili, trovano l’esistenza di Dio una proposizione altamente improbabile, se non addirittura impossibile.

Se dobbiamo parlare di Dio, dobbiamo prima parlare di sofferenza.

Perché, se esiste una singola prova palese e insormontabile contro l’esistenza di un creatore benevolo, è proprio la questione della sofferenza nel nostro mondo.

Non si tratta solo di un rompicapo filosofico, è una brutale realtà vissuta.

È il bambino nato con la malattia di Teis, il cui sistema nervoso degenererà, portandolo ad una morte lenta e dolorosa prima dei 4 anni.

Ma sono anche i milioni di morti causati dalla peste nera, le decine di migliaia di vittime inghiottite da un singolo tsunami, l’agonia silenziosa di una creatura che muore di fame in una foresta.

Questo è il problema del male, l’argomento più antico e potente contro il teismo. La formulazione classica, spesso attribuita a Epicuro, è semplice e devastante.

Punto uno, se Dio è assolutamente buono, deve voler prevenire il male e la sofferenza.

Due, se Dio è onnipotente, deve poter prevenire il male e la sofferenza.

Tre, se Dio è onniscente, deve sapere come prevenire ogni male.

Quattro. Eppure il male e la sofferenza esistono, non sono rari, ma intessuti nella stessa esistenza biologica degli individui.

Evidentemente, una delle premesse deve essere falsa oppure, più logicamente, un essere con tutte e tre queste proprietà semplicemente non esiste.

I teologi hanno lavorato per secoli per creare difese, note come “teodicee”, per sfuggire a questa trappola logica.

Esaminiamone le più comuni.

Il primo tentativo di scappatoia è la difesa del libero arbitrio.

Questa difesa sostiene che la sofferenza è colpa nostra, non di Dio.

Poiché ci ha donato la libertà di scegliere, senza la possibilità di scegliere il male, perché è già insito nella nostra natura, la scelta del bene sarebbe insignificante.

Però questa difesa crolla per alcune ragioni.

La prima, ignora il male naturale.

Il libero arbitrio affronta solo il male morale, ciò che gli esseri umani si infliggono.

Non ha assolutamente nulla da dire sulla categoria immensa del male naturale.

Questo libero arbitrio è stato esercitato quando il terremoto di Lisbona, nel 1755 uccise 50.000 persone?

Quale fallimento morale è rappresentato dalla leucemia infantile o dal parassita che acceca un bambino?

Il secondo punto riguarda il paradosso del paradiso.

La maggior parte delle religioni promette un paradiso libero dal male e dalla sofferenza, dove i credenti mantengono il libero arbitrio.

Ma, se è possibile per Dio creare uno stato di esistenza in cui libero arbitrio e assenza del male coesistono in paradiso, perché non crearlo direttamente qui sulla Terra?

La sola conclusione logica è che Dio avrebbe potuto creare un mondo senza sofferenza, ma ha scelto di non farlo.

Un essere che sceglie di creare un mondo pieno di agonia inutile non può essere chiamato infinitamente buono.

La terza obiezione riguarda la falsa dicotomia.

L’Onnipotente non avrebbe potuto creare esseri umani che, pur essendo liberi, fossero fortemente inclini all’empatia e alla bontà?

Eh no, rispondono: questo limita la libertà dell’uomo.

Per questo Dio non lo consente.

E per quale insondabile ragione – ci chiediamo noi – la libertà dell’uomo sarebbe più importante della giustizia, specie se nei confronti di una vittima innocente?

Un altro tentativo di scappatoia, da parte del credente, è il mistero della fede.

È un tentativo, anche questo, mal riuscito.

Sostiene che la sofferenza fa parte di un grande piano divino che le nostre menti finite non possono comprendere.

Questo non è un argomento, è l’abbandono dell’argomentazione.

Dire che la bontà di Dio non è come la nostra, e che le sue ragioni sono al di là della nostra comprensione, rende la parola “buono” totalmente priva di significato.

Se nel buon piano di Dio, è necessario che un bambino venga torturato a morte, allora la parola buono è stata estesa fino ad includere il suo esatto opposto.

Non solo è una sciocchezza ma, a questo punto, il credente deve anche smettere di descrivere Dio come buono.

La parola buono, infatti, perde totalmente il suo significato.

In qualsiasi altro contesto, se un padre umano affermasse che affamare suo figlio fa parte di un misterioso piano d’amore, noi lo chiameremmo giustamente un mostro.

Non applicare la stessa logica ad un padre celeste è un classico esempio di special pleeding (supplica speciale), una fallacia logica che prevede irragionevoli eccezioni per salvare il Dio che vogliamo difendere ad ogni costo.

Un altro falso argomento portato avanti dal credente è la difesa della costruzione del carattere.

Questa idea afferma che la sofferenza è necessaria per il nostro sviluppo morale e spirituale.

Le difficoltà, se sopportabili, ci rendono più forti e compassionevoli, ma anche questo argomento si dissolve, mentre, effettivamente, alcuni ne emergono rafforzati.

È altrettanto vero che la sofferenza immensa semplicemente distrugge le persone, lasciandole traumatizzate e con una visione del mondo in frantumi.

Pensiamoci bene, che lezione di costruzione del carattere può imparare un neonato che muore di malattia genetica e uno tsunami che uccide 100.000 persone è uno strumento ragionevole per insegnare la compassione ai sopravvissuti?

La sproporzione grottesca tra il metodo e lo scopo presunto punta non a un maestro saggio, ma ad una forza goffa, indifferente e, in sostanza, malevola.

Quando spogliamo queste “teodicee” viziate, restiamo con dei dati grezzi.

L’universo che osserviamo funziona secondo leggi fisiche e biologiche impersonali, amorali e spesso brutali.

Il problema del male è una dichiarazione, è un’evidenza.

Il silenzio dei cieli di fronte al dolore atroce dell’esistenza suggerisce che, se esiste un Dio, o non è abbastanza potente da fermare l’orrore o non è abbastanza buono da volerlo.

Se il problema del male sfida la bontà di Dio, l’argomento dell’occultamento divino sfida il suo stesso desiderio di una relazione con noi, con gli esseri umani.

La domanda è semplice.

Se esiste un Dio personale e amorevole che desidera che tutta l’umanità lo conosca e lo adori, perché rende la sua esistenza così profondamente ambigua?

Perché si nasconde?

Se una relazione con Dio apre le porte alla beatitudine già su questa terra, perché è così ambiguo il suo mostrarsi?

Le poste in gioco non potrebbero essere più alte.

Secondo le principali religioni monoteiste, la fede è un elemento cruciale, perché con essa l’essere umano si gioca l’eternità.

La sua anima eterna è in bilico tra beatitudine e tormento.

Immaginate un genitore amorevole con una medicina salvavita per un figlio confuso e malato.

Questo genitore nasconderebbe la medicina in una scatola chiusa a chiave, la seppellirebbe in giardino e lascerebbe indizi criptici e contraddittori, sperando che il bambino li risolva.

No, questo sarebbe l’atto di uno psicopatico.

Un genitore amorevole somministrerebbe la medicina in modo chiaro e inequivocabile.

Se Dio è un genitore celeste amorevole e la fede è la medicina salvavita, il suo  comportamento è assolutamente sconcertante.

Ha scelto un metodo di comunicazione che è, con qualsiasi misura oggettiva,
catastroficamente inefficiente e oscuro.

E quali sono le evidenze di questa insufficienza di prove?

Ne vediamo alcune.

La prima riguarda i libri sacri. Bibbia, Corano, Veda e innumerevoli altri sono presentati come la parola diretta di Dio, oppure ispirata da Dio.

Eppure sono pieni di contraddizioni interne, inesattezze storiche e scientifiche e insegnamenti morali che oggi troviamo ripugnanti.

Ancora più importante, sono mutuamente esclusivi.

Ognuno afferma di essere l’unica vera via e condanna i seguaci delle altre vie.

Perché un Dio onniscente rivelerebbe se stesso in un modo così frammentato, confuso e contraddittorio, assicurandosi che la stragrande maggioranza dell’umanità sia dannata fin dall’inizio?

È come un CEO (amministratore delegato) di un’azienda che invia 10 missioni aziendali diverse e contraddittorie e poi licenzia tutti coloro che non seguono quella vera.

Una seconda evidenza riguarda l’esperienza personale.

I sentimenti di presenza di Dio o la voce sentita in preghiera sono reali per le persone che li vivono, ma non sono un percorso affidabile verso la verità.

Un missionario mormone, un mistico musulmano e un cristiano pentecostale, stanno tutti avendo esperienze emotive genuine.

Ma queste esperienze confermano teologie specifiche che sono contraddittorie l’una con l’altra.

Sono prove del potere del cervello umano di generare stati psicologici influenzati dalla cultura e dai bisogni emotivi.

Sono prove della psicologia umana, non della comunicazione divina.

Un Dio che volesse veramente essere conosciuto fornirebbe prove pubbliche oggettive, universali e verificabili.

Potrebbe scrivere “Io esisto” nelle stelle, in ogni lingua sulla Terra.

Potrebbe far lievitare permanentemente una montagna di qualche metro, potrebbe garantire che ogni preghiera per la crescita di un arto amputato ricevesse risposta.

Invece, presumibilmente, sussurra nei cuori di alcuni, fornisce testi antichi e contraddittori e permette al mondo naturale di operare secondo leggi fisiche che non richiedono nessun intervento divino.

L’argomento dell’occultamento divino dimostra che la non credenza, l’ateismo, chiamatelo come vi pare, non è una scelta ribelle o arrogante.

Per molti scettici è il risultato di una sincera e onesta ricerca della verità che si conclude però a mani vuote.

Se Dio esistesse e desiderasse una relazione con noi, la sua esistenza dovrebbe essere così ovvia che negarla sarebbe come negare l’esistenza del sole.

Il fatto che milioni di persone intelligenti e moralmente decenti possano scandagliare l’universo per trovare prove di Dio e non trovare nulla, è di per sé forse la prova più potente che non c’è nulla da trovare.

L’ambiguità delle prove e l’esistenza di una ragionevole non credenza puntano tutte nella stessa direzione.

Il mondo non sembra un luogo abitato da un Dio che vuole disperatamente essere trovato.

L’occultamento divino non è una prova di fede, è un segnale chiaro di assenza.

Per la maggior parte della storia umana Dio era il meccanico celeste, il meteorologo cosmico, il medico divino.

Perché il sole attraversa il cielo?

Perché Dio lo vuole.

Cosa causa la malattia?

L’influenza demoniaca o la punizione divina.

Per millenni, Dio ha fatto così, oppure Dio lo vuole.

Era la spiegazione predefinita per quasi ogni fenomeno.

Poi accadde qualcosa di notevole.

Iniziammo a trovare risposte migliori, risposte che erano testabili e prevedibili.

Copernico e Galileo hanno mostrato che la Terra orbita attorno al Sole grazie alla gravità, non alla volontà divina.

Franklin ha dimostrato che il fulmine è una scarica elettrica e, in modo più profondo, Charles Darwin e Wallas, con la teoria dell’evoluzione, hanno fornito un meccanismo interamente naturalistico per spiegare la diversità della vita.

Con ogni scoperta scientifica il territorio di Dio si restringe sempre di più.

È stato sfrattato più volte dai suoi precedenti ruoli.

E dov’è che il credente moderno trova Dio?

Lo trova nelle ombre e nelle lacune della nostra conoscenza scientifica.

Questo è il famoso “errore del Dio dei vuoti”.

Uno degli argomenti moderni a sostegno di Dio, infatti, suona così: “Voi scienziati potete spiegare molto, ma non potete spiegare questo: non potete spiegare che cosa ha causato il Big Bang, né esattamente come le sostanze chimiche non viventi si siano assemblate nella vita, la biogenesi, né potete spiegare la coscienza.

Quindi Dio deve averlo fatto.

Dio è in quella lacuna.

Questa è un’argomentazione da una posizione di profonda debolezza: è una teologia dell’ignoranza.

Trasforma Dio in una curiosità cosmica che si nasconde nelle tasche sempre più ridotte di ciò che non sappiamo ancora.

È una divinità in supporto vitale, sostenuta solo dall’aria sempre più rarefatta della nostra ignoranza.

La storia ha dimostrato che questo è un argomento terribile, pessimo, per costruire la propria fede.

La lacuna in cui risiedeva Dio, ieri, è il soggetto di un articolo vincitore del premio Nobel domani.

Inoltre è una manovra intellettualmente pigra.

Quando uno scienziato incontra una lacuna dice “Non lo so, scopriamolo”.

Il sostenitore del Dio dei vuoti guarda la stessa lacuna e dice: “Non lo so, quindi so che è stato Dio”.

Mettono un’etichetta divina sul mistero e l’indagine così si ferma.

La verità che la religione non vi dirà è che il loro Dio non è la più grande spiegazione del mondo, ma un fuggitivo in fuga dalla luce avanzante della conoscenza umana.

Ma l’umanità riuscirà a spiegare tutto?

La scienza o la ragione saranno in grado di spiegare tutto?

Probabilmente no.

Ma in questo caso la reazione più ragionevole non è attribuirlo a Dio, ma un meraviglioso e sonoro: “Boh, non so!”

Quarto ed ultimo argomento.

Se un Dio universale volesse comunicare il suo vero e unico messaggio a tutta l’umanità, che cosa ci aspetteremmo di vedere?

Ci aspetteremmo una singola rivelazione coerente e universalmente accessibile.

Guardiamo il mondo: vediamo esattamente l’opposto.

Vediamo un mercato caotico e cacofonico di migliaia di religioni, denominazioni e sette, ognuna delle quali rivendica con veemenza di essere l’unica detentrice della verità assoluta.

Il Dio ebraico Yahweh è un capotribù che detta regole teleguidando.

Il Dio cristiano, fatto identificare con questo Yahweh, è una trinità.

Il Dio musulmano Allah è una rigorosa unità e suggerire che sia
una trinità è il più grande dei peccati.

Un hindù vede la divinità espressa in milioni di forme o come una singola
realtà impersonale.

Un buddista potrebbe dire che la questione stessa di un Dio creatore è irrilevante.

Questi non sono disaccordi, sono contraddizioni fondamentali e inconciliabili sulla stessa natura di Dio e della realtà.

Logicamente, se uno ha ragione, tutti gli altri devono sbagliare.

Se il cristianesimo battista fosse l’unica verità, significherebbe che Dio ha permesso a oltre l’80% della popolazione mondiale, inclusi miliardi di sinceri musulmani, hindù, buddisti ed ebrei, di essere tragicamente ed eternamente in errore.

E la prova più dannosa è il semplice fatto dell’incidente della nascita.

Il più grande predittore delle credenze religiose di una persona non è la ragione o la ricerca spirituale, ma la longitudine e la latitudine del suo luogo di nascita.

Se siete nati in Pakistan sarete quasi certamente mussulmani, in Irlanda cattolici, in Utah mormoni.

Dovremmo credere che Dio abbia deciso che la vostra salvezza eterna sia determinata da una lotteria cosmica di geografia?

Questo non ha senso dal punto di vista di un Dio universale e amorevole, ma ha perfettamente senso se comprendiamo la religione per quello che è: un fenomeno culturale, un sistema di miti e rituali tramandato che evolve e diverge nel tempo proprio come l’arte e il linguaggio.

La religione non è una rivelazione divina, è un’invenzione umana.

Siamo ad un bivio.

Abbiamo visto un universo pieno di sofferenza inutile, un Dio che rimane ostinatamente nascosto, una fede che si ritira nelle lacune della non conoscenza e un mondo frammentato da mille verità concorrenti.

Qual è la conclusione più razionale che possiamo trarre?

Qui possiamo usare uno degli strumenti più potenti dello scettico, il principio di parsimonia, conosciuto meglio come “rasoio di Okkam”.

Il principio afferma che, di fronte a spiegazioni concorrenti per lo stesso fenomeno, dovremmo preferire quella più semplice, quella che fa il minor numero di ipotesi.

Ora applichiamo questo principio alle due ipotesi che spiegano l’universo.

Ipotesi uno, quella teistica: postula che l’universo sia stato creato e sia sostenuto da un essere soprannaturale.

Questo essere è tipicamente descritto come una mente personale, non fisica, atemporale, onnipotente, onnisciente, infinitamente buona e non causata.

Questa mente esiste al di fuori dello spazio e del tempo, eppure può interagire con il nostro mondo.

Questa spiegazione richiede di assumere l’esistenza di un intero regno soprannaturale e di un essere le cui proprietà sono incoerenti.

Non spiega la complessità dell’universo, sposta solo il problema a un livello di complessità ancora maggiore e più inspiegabile.

E adesso prendiamo la spiegazione numero due, quella naturalistica.

Questa spiegazione postula che l’universo che osserviamo è tutto ciò che esiste.

Esso opera secondo leggi fisiche impersonali e coerenti.

La complessità, inclusa la vita e la coscienza, deriva da componenti semplici che nel corso di immensi periodi di tempo hanno avuto un meraviglioso processo evolutivo.

Questa ipotesi non fa supposizioni su regni soprannaturali, lavora solo con le prove che abbiamo.

E chi ha creato tutto questo?

Nessuno, è la risposta più logica.

L’essere è eterno, è esistito da sempre e sempre esisterà.

Del resto, se può essere eterno Dio, perché più semplicemente non possiamo pensare che sia l’essere stesso ad essere eterno senza scomodare in modo antieconomico una ulteriore divinità?

E dunque qual è la spiegazione più semplice?

Non c’è paragone.

L’ipotesi naturalistica è incredibilmente più parsimoniosa, non moltiplica le entità
oltre il necessario.

L’ipotesi di Dio, al contrario, è la massima violazione del “rasoio di Okkam”.

È l’assunto più complesso e stravagante che si possa fare.

E quindi perché Dio non esiste secondo gli atei?

Perché i non credenti sono pochi di buono che vogliono sbarazzarsi di Dio per fare i loro comodi?

Perché sono brutti e cattivi senza argomenti?

Non direi, ma giudicate voi.

Forse non credono, perché un universo con un Dio buono e potente non sarebbe saturo di sofferenza gratuita e straziante come invece è, perché un Dio che desiderasse una relazione con noi non si nasconderebbe dietro l’ambiguità e il silenzio.

Forse non credono perché le pretese della religione sono state sistematicamente sostituite dalle verità verificabili della scienza, costringendo Dio ad un angolo sempre più ridotto della nostra ignoranza, perché forse la grande varietà di religioni in conflitto punta a un’origine umana, non divina, delle stesse religioni.

E perché, forse in ultima analisi, l’idea di Dio è un’ipoesi inutilmente complessa per un universo che può essere spiegato in modo molto più semplice senza l’idea stessa di Dio.

Alla luce di tutto ciò, per i non credenti, Dio è un miraggio e non sono dei cattivoni oppure dei pigri mentalmente o degli ignoranti, tutt’altro.

Allontanarsi da questo può essere spaventoso.

Significa accettare che siamo soli in un vasto cosmo indifferente, ma può anche
essere profondamente liberatorio.

Vuol dire che siamo liberi di creare il nostro significato.

Liberi di costruire la nostra moralità basata sull’empatia e sulla ragione, liberi di
apprezzare la bellezza sbalorditiva e la terrificante contingenza della nostra unica preziosa vita, senza bisogno di storie soprannaturali.

Direi che anche questo è un punto di vista legittimo e soprattutto dignitosissimo.

No?

Numero3726.

 

R E S U R R E Z I O N E :    F A T T O    S T O R I C O    O    A T T O    D I    F E D E ?

 

 

Da secoli la resurrezione di Gesù è il fulcro della fede cristiana, un evento considerato miracoloso e trascendente.

Si può forse dire che togliere dal cristianesimo la resurrezione significa mutilarlo completamente o quasi.

Però quando spostiamo l’indagine dal piano teologico a quello puramente storiografico, il panorama cambia drasticamente.

Che cosa possiamo realmente sapere attraverso il rigore della scienza storica su ciò che accadde dopo la crocifissione?

Ecco, se da un lato la fede accetta come suo fondamento il miracolo della resurrezione, la storiografia opera secondo criteri di probabilità e coerenza con le pratiche documentate dell’epoca.

Esplorare questo confine non significa negare la dimensione spirituale, ma riconoscere la distinzione fondamentale tra la tradizione religiosa e ciò che è documentabile come fatto storico.

Detto in altri termini, ciascuno può continuare a credere in quello che vuole, solo che gli storici naturalmente devono fare il loro mestiere.

Del resto la religione è questione di fede.

“Va, la tua fede ti ha salvato”, si legge nei Vangeli, e la fede non ha bisogno di evidenze.

“Beati coloro che credono senza aver visto”, leggiamo sempre nel Vangelo.

La storia invece ha bisogno di documenti, prove, indagini, confronti per cercare di avvicinarsi, al meglio possibile, alla verità.

Aiutati da uno studioso del calibro di Bart Herman, cercheremo di capire che cosa si possa dire e che cosa non si possa dire sulla resurrezione.

 

Partiamo quindi dalle basi: nonostante le profonde divergenze interpretative, esiste un nucleo di eventi che gode di un’attestazione multipla ed è accettato dalla stragrande maggioranza degli storici.

Questi punti costituiscono la base del dibattito.

Il primo punto riguarda l’esistenza storica: un uomo chiamato Gesù di Nazareth è realmente esistito.

Ci sono naturalmente storici che sostengono che non sia mai esistito e hanno anche argomenti a riguardo, ma non sembrano abbastanza convincenti o almeno non lo sono abbastanza da scalzare le ipotesi contrarie.

Punto numero due, l’attività pubblica.

Gesù operò come maestro di un particolare codice etico, raccogliendo un seguito di discepoli.

Terzo punto della questione, ripeto, su cui la maggior parte degli storici concordano, è la crocifissione: entrò in conflitto Gesù con le autorità romane e fu giustiziato.

Il quarto punto è quello che qui ci interessa maggiormente: la rivendicazione dei seguaci.

Dopo la sua morte, diversi gruppi di persone affermarono con forza di averlo visto nuovamente in vita.

Attenzione, lo storico non dice e non può dire: dopo tre giorni è risorto.

Lo storico deve invece affermare che ci sono persone che dissero di averlo visto vivo dopo 3 giorni.

Le due cose sono notevolmente diverse.

Ebbene, alla luce di tutto ciò, lo storico deve porsi una domanda metodologica.

Questi dati provano la resurrezione?

Dal punto di vista della ricerca scientifica la risposta è no.

La storia per sua natura cerca l’evento più probabile basandosi sulle prove disponibili.

Un miracolo, essendo per definizione l’evento meno probabile, difatti è una violazione delle leggi della natura, sfugge agli strumenti della storiografia.

Dire che i discepoli affermarono di averlo visto vivo è un fatto storico.

Dire che Gesù è risorto è un’affermazione di fede che esorbita dal metodo scientifico.

Ma andiamo ancora più a fondo ed esaminiamo le prove.

Rispetto a questo argomento, uno dei punti di maggiore attrito riguarda la sepoltura di Gesù.

Gli Apologeti in genere sostengono che l’esistenza di un sepolcro vuoto sia un dato accertato.

Herman ha dei dubbi e anche molto convincenti e tra le altre cose evidenzia una frattura profonda tra il racconto evangelico e la prassi amministrativa romana.

Un dettaglio tecnico spesso ignorato è che non possediamo nessuna descrizione letteraria della crocifissione nel mondo antico.

Sappiamo che i condannati venivano talvolta inchiodati grazie al ritrovamento archeologico di resti organici e di chiodi, ma nessun autore antico descrive la procedura esatta.

Però le fonti sono coerenti su quello che accadeva dopo la morte.

E che cosa accadeva in genere?

Innanzitutto si verificava l’umiliazione del cadavere come deterrente.

La crocifissione non mirava solo alla morte, ma alla distruzione della dignità del condannato.

I corpi venivano solitamente lasciati sulla croce per giorni per decomporsi ed essere divorati da uccelli rapaci e cani randagi.

Secondo punto importante: non esistono eccezioni, cioè non esiste alcun resoconto storicamente verificato di un condannato per sedizione.

Attenzione, condannato per sedizione, poi ci torneremo, come era considerato Gesù, che è stato sepolto con onore, il pomeriggio stesso dell’esecuzione, in una tomba conosciuta.

Altro punto importante riguarda la figura di Pilato.

L’idea che un governatore romano facesse un’eccezione per un agitatore provinciale, contravvenendo alla prassi di lasciare il corpo come monito pubblico, appare storicamente poco plausibile.

Per Pilato, Gesù era probabilmente solo uno dei tanti problemi da eliminare rapidamente.

Ora, e questo è un punto molto interessante, rispetto all’umiliazione del cadavere e alla negazione della sepoltura, alcuni hanno sollevato delle obiezioni, sostenendo che nel mondo ebraico abbiamo attestazioni per cui i condannati a morte per crocifissione potevano avere una degna sepoltura.

Questo confermerebbe la tesi per cui Gesù avrebbe potuto benissimo essere sepolto.

Ma rispetto a questo ci sono degli importanti distinguo da fare.

Intanto la crocifissione era riservata a casi particolari, ma i casi particolari erano molti.

Due dei più comuni erano i criminali di bassa lega e i nemici dello Stato.

Bisogna fare attenzione a questo distinguo: i criminali di bassa lega e i nemici dello Stato.

Si tratta di due categorie molto diverse.

I criminali di bassa lega includevano, per esempio, schiavi fuggiti dai loro padroni e colpevoli di un crimine.

Se catturato, uno schiavo poteva essere crocifisso.

Peggio ancora che fuggire come schiavo o rubare un cavallo, molto peggio era opporsi allo stato romano.

Questo era qualcosa che i romani non tolleravano affatto.

In questo caso ai nemici dello Stato veniva mostrato il potere dello Stato e la crocifissione era il mezzo per farlo.

Se ti opponevi all’azione militare romana venivi crocifisso. Se attaccavi truppe romane venivi crocifisso. Se complottavi per rovesciare il governo locale venivi crocifisso. Se ti definivi re in contrasto con il potere politico romano, venivi crocifisso.

E questo è il caso che riguarda Gesù e che rientra nel novero di quel gruppo di reati per cui i romani agivano senza eccezioni e senza pietà.

Ebbene, in quest’ultimo caso, quindi, quando si aveva a che fare con i nemici dello Stato, i romani non ammettevano eccezioni.

L’esecuzione non doveva soltanto togliere la vita al condannato, ma doveva essere un monito per tutti gli altri, mostrando la morte orribile a cui andava incontro chi avesse fatto lo stesso e lo strazio impressionante del suo cadavere.

Il cadavere veniva lasciato per giorni a marcire, veniva dato in pasto ai corvi e ai cani randagi e non veniva concessa la sepoltura.

Per questo, secondo Herman, è davvero improbabile che il corpo di Gesù fosse stato rimosso dalla croce e posto in un sepolcro.

Gesù non era uno schiavo in fuga, né aveva rubato cavalli: era invece un nemico dello stato e a lui era riservata la peggiore delle morti e il massimo strazio del suo cadavere.

E adesso continuiamo con il nostro discorso.

L’analisi critica dei testi rivela una stratificazione letteraria affascinante.

Se leggiamo i Vangeli in ordine cronologico, infatti, notiamo che la figura di Ponzio Pilato subisce un processo di “santificazione” progressiva.

Ciascuno di voi può prendere i Vangeli e verificare di persona.

Insomma, in Marco, Pilato concorda semplicemente con il sinedrio.

In Matteo, compare il celebre gesto di lavarsi le mani per dichiararsi innocente.

Nel Vangelo di Luca, Pilato dichiara Gesù innocente tre volte e lo invia da Erode, il quale a sua volta non trova colpe in lui.

In Giovanni, Pilato proclama ancora l’innocenza di Gesù, ma il testo greco suggerisce un dettaglio inquietante.

Pilato consegna Gesù direttamente ai capi dei sacerdoti e agli scribi, affinché siano loro a crocifiggerlo.

Nel Vangelo di Pietro, che è un Vangelo apocrifo, Pilato viene quasi totalmente scagionato da ogni colpa.

Ecco, secondo Herman questa evoluzione non è cronaca, ma una strategia letteraria che serve per spostare la colpa del deicidio da Roma alle autorità ebraiche.

Detto in altri termini, per scelta politica, serviva a incolpare di più gli ebrei e discolpare progressivamente Pilato.

Il fatto è però che questo ritratto rabbonito di Ponzio Pilato contrasta con le fonti storiche di Filone di Alessandria e Giuseppe Flavio che descrivono Pilato come un uomo spietato, ostinato e per nulla incline a farsi piegare dalle pressioni delle folle locali.

Insomma, è ragionevole pensare che i Vangeli alterino significativamente i fatti per come supponiamo che siano.

Le esigenze sono naturalmente politiche e teologiche.

Un pilastro dell’Apologetica è la citazione di San Paolo riguardo ai 500 testimoni che avrebbero visto Gesù risorto.

Ma è certo che è risorto?

Paolo dice che lo videro in 500, ma insomma, possibile che nessuno pensi che Paolo possa aver mentito, che il testo possa essere stato interpolato, che nessuno di quei 500 sapesse leggere e scrivere e quindi avesse scritto una testimonianza di tale apparizione del risorto?

Di fatti, in questo caso, è necessario applicare un rigoroso scetticismo storiografico distinguendo tra una rivendicazione e una prova.

Intanto, su questo fatto bisogna considerare il silenzio dei Vangeli.

È un silenzio di peso enorme.

Se 500 persone avessero visto Gesù contemporaneamente, è inspiegabile che nessuno dei quattro Vangeli, Marco, Matteo, Luca, Giovanni, faccia il minimo accenno a un evento di tali proporzioni.

Lo dice solo Paolo, che non è un evangelista e neppure un testimone presente durante i fatti: la testimonianza di Paolo rimane isolata.*

Un’altra obiezione fondamentale appare dall’analisi comparativa.

La storia delle religioni è ricca di fenomeni simili.

I seguaci di Apollonio di Tiana affermarono che il loro maestro apparve in una stanza dopo la morte.

Il senatore romano Proculo Giulio giurò di aver visto Romolo apparire dopo la sua scomparsa.

Milioni di persone oggi credono fermamente nell’ascesa al cielo di Maometto oppure nelle apparizioni collettive della Vergine Maria.

Ora, se non accettiamo queste narrazioni come prove fisiche di eventi soprannaturali in altri sistemi di credenze, la coerenza impone di applicare gli stessi criteri di giudizio anche al caso di Gesù.

Una storia di 500 persone scritta da un singolo individuo rimane la testimonianza di quell’individuo, non di 500 fonti indipendenti.

In sostanza, detto in modo crudo, se tutte le altre, quella di Romolo, quella di Apollonio di Tiana e tante altre, le consideriamo bufale, non si capisce perché non debba essere una bufala anche questa.

Proviamo a trarre qualche conclusione.

L’indagine storica non ha il compito di confermare o smentire la fede, ma di tracciare il confine tra ciò che è scientificamente indagabile e ciò che non lo è.

Il metodo storico ci restituisce l’immagine di un uomo la cui morte traumatica scatenò nei seguaci esperienze profonde e visioni che nel tempo sono state codificate in racconti teologici sempre più complessi.

Accettare la distinzione tra il Gesù della storia e il Cristo della fede è il primo passo per un’analisi onesta delle nostre radici culturali.

La storia ci parla di un predicatore giustiziato dal potere imperiale.

La fede ci parla di un salvatore che ha sconfitto la morte.

Confondere i due piani non aiuta né la scienza né la spiritualità.

Se applichiamo a Gesù gli stessi standard rigorosi e gli stessi criteri di probabilità che usiamo per analizzare figure come Romolo, Apollonio di Tiana o Maometto, quanto della narrazione tradizionale della resurrezione rimane intatto come fatto storico documentabile?

 

Riferimento a SAPIENS SAPIENS su YouTube.

 

* Dagli ATTI DEGLI APOSTOLI:

Saulo di Tarso, che diventerà San Paolo l’Apostolo delle genti, è sulla strada per Damasco.

“Strada facendo,mentre stava avvicinandosi a Damasco, d’improvviso una luce dal cielo gli sfolgorò d’intorno: caduto a terra, udì una voce che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Egli rispose: “Chi sei, o Signore?”. E quegli: “Io sono Gesù che tu perseguiti …”.

Saulo di Tarso non vede Gesù, né vivo né risorto. Sente solo una voce che gli parla e, a questa voce, lui si rivolge chiamandolo “Signore”.

 

Numero3722.

 

Ho lasciato che trascorresse il tempo della Pasqua di Risurrezione, per non contrapporre provocatoriamente l’alternativa inquietante del testo seguente che, solo ora, sottopongo all’attenzione di chi abbia coraggio e curiosità di conoscere non un’altra verità, ma solo un’altra versione dei fatti storici.
In questo, non c’è alcun intento polemico o spirito di contraddizione, ma soltanto un tentativo di fare chiarezza.

 

 

L E    V E R E    P A R O L E    D I    G E S U’    D O P O    L A    R I S U R R E Z I O N E

 

(Cristianesimo delle origini)

 

 

La storia di Gesù è la più grande storia mai raccontata che ha contribuito a plasmare la cultura occidentale.

Il paradigma della vita di Gesù è la sua risurrezione, ma intesa in modo molto diverso da quello canonico.

“Io sono esempio di risurrezione: la vostra”.

Una delle figure più influenti della storia, Gesù, dice che il mondo attuale è sbagliato e che dobbiamo cambiarlo, ora.

Questo suo pensiero fondante è contenuto nella Bibbia etiope.

Dopotutto, la Bibbia etiope è una Bibbia cristiana, contiene i Vangeli, la vita, la morte e la risurrezione di Gesù Cristo. Ma non è la Bibbia cattolica.

Immaginate di morire e scoprire che l’ al di là non ha nulla a che vedere con ciò che vi è stato raccontato: niente porte del paradiso, niente inferno di fuoco, piuttosto un viaggio nascosto attraverso misteriosi strati dell’esistenza che lentamente spogliano l’anima fino alla sua verità.

Alcune antiche tradizioni sostengono che queste idee derivino dagli insegnamenti di Gesù Cristo dopo la risurrezione.

Ma la maggior parte dei cristiani non ne ha mai sentito parlare, perché la Bibbia cattolica che molte persone leggono ha 73 libri, mentre l’antico canone conservato dalla Chiesa ortodossa Etiope ne contiene 81.

Interi Vangeli, visioni e rivelazioni sono scomparsi dal cristianesimo occidentale.

La vera domanda è: sono stati rimossi perché erano sbagliati o perché rivelano qualcosa che il mondo non avrebbe dovuto sapere?

Questi sono i Libri Perduti del cristianesimo cattolico.

Cominciamo con un fatto che dovrebbe turbare ogni cristiano vivente.

La Bibbia che tenete tra le mani non è la Bibbia: si tratta di “una Bibbia”, una versione assemblata da commissioni, approvata dagli imperatori e imposta dal potere politico.

La Bibbia protestante ha 66 libri, la Bibbia cattolica ne ha 73, ma la Bibbia Etiope, quella custodita da una chiesa le cui origini risalgono direttamente al primo secolo, ne ha 81.

Alcuni studiosi ne contano persino di più, a seconda di come classificano determinati testi. Non è una discrepanza di poco conto.

Si tratta di un’intera biblioteca di materiale sacro che qualcuno ha deciso che non ti fosse permesso leggere.

Il cristianesimo arrivò in Etiopia quasi immediatamente.

Secondo il libro degli Atti, un funzionario di Corte etiope fu battezzato da Filippo, l’evangelista apocrifo, intorno al 34 d.C. .

Ciò rende la Chiesa etiope una delle primissime comunità cristiane al di fuori di Gerusalemme.

Nel V° secolo il cristianesimo era la religione di stato dell’impero, secoli prima che la maggior parte dell’Europa si convertisse.

La Chiesa etiope non si sviluppò sotto la supervisione romana, non rispondeva al vescovo di Roma, non fu plasmata dalla politica di Costantino o dalle battaglie teologiche che dilaniarono il cristianesimo europeo.

Crebbe autonomamente nella propria lingua con la propria raccolta di testi sacri e non ne abbandonò mai nessuno. Questa è la differenza cruciale.

Mentre il cristianesimo occidentale ha attraversato secoli di revisioni, dibattiti e scarti, la Chiesa Etiope ha semplicemente conservato tutto.

Ha preservato il libro di Enoch, una vasta visione profetica sugli angeli caduti.

L’architettura celeste parla del destino delle anime citata nel Nuovo Testamento stesso, che successivamente è stata scartata dal canone occidentale; inoltre, ha preservato, fra gli altri, il libro dei Giubilei che riscrive la Genesi con sorprendenti dettagli aggiuntivi.

Ha preservato l’ascensione di Isaia, il pastore di Erma e altri testi che i primi cristiani di tutto il mondo antico consideravano “sacre scritture”.

Non si tratta di note a piè di pagina poco conosciute.

Il libro di Enoch è così importante per il cristianesimo delle origini che la lettera di Giuda lo cita direttamente.

I primi padri della Chiesa lo citavano, le comunità di tutto il Mediterraneo lo leggevano come scrittura e poi fu rimosso deliberatamente e sistematicamente.

E la Chiesa etiope è la ragione per cui ne possediamo ancora una copia.

Per gran parte della storia, gli studiosi occidentali non hanno potuto accedere a questi testi, anche volendo. E, men che mai, i fedeli.

La Bibbia etiope proviene dall’Etiopia, è scritta in Etiopico: si tratta dei Vangeli di Matteo e Marco, scritti nell’antica lingua Gaes (Ge’ez), un’antica lingua semitica che quasi nessuno studioso europeo era in grado di decifrare.

I manoscritti erano custoditi in remoti monasteri di montagna, alcuni dei quali accessibili solo scalando ripide pareti rocciose.

Quando i missionari occidentali finalmente entrarono in contatto con il cristianesimo etiope, non lo considerarono una preziosa finestra sulle origini della fede, bensì lo respinsero.

Lo definirono corrotto, primitivo, una deviazione dal vero cristianesimo.

Quell’arroganza ha tenuto il mondo occidentale all’oscuro di questi testi per secoli.

Fu solo nel XX° secolo che iniziarono seri lavori di traduzione e ciò che gli studiosi scoprirono, quando finalmente lessero questi testi, scosse le fondamenta della dottrina biblica: parlava dei 40 giorni che avevano cancellato. Ed è qui che la cosa si fa davvero inquietante.

Nel libro degli Atti c’è una frase che la maggior parte dei cristiani legge senza soffermarsi: dice che dopo la sua risurrezione, Gesù si presentò vivo ai suoi discepoli per un periodo di 40 giorni, parlando loro del regno di Dio.

40 giorni non è un fine settimana, non è un breve addio: si tratta di quasi sei settimane di intenso insegnamento post risurrezione, impartito da un uomo che aveva appena sconfitto la morte.

E i quattro Vangeli canonici non dicono quasi nulla di ciò che disse in quel periodo.

Pensateci, il periodo più straordinario di tutta la teologia cristiana liquidato in tre righe dai Vangeli Canonici

Un Gesù risorto che cammina sulla terra e insegna ai suoi discepoli più vicini e la Bibbia occidentale sostanzialmente lo ignora: qualche racconto delle sue apparizioni, una manciata di istruzioni e poi ascende al cielo.

La più grande opportunità di insegnamento nella storia della religione, viene trattata come un ripensamento, a meno che non si leggano i testi etiopici.

Secondo i manoscritti conservati nei monasteri etiopici, Gesù non trascorse quei 40 giorni a ripetere il sermone della montagna, non ripropose le parabole del granello di senape e della pecora smarrita: rivelò una categoria di conoscenze completamente diversa, cose di cui non aveva mai parlato pubblicamente, cose che, a suo dire, i suoi discepoli non erano pronti ad ascoltare, finché la risurrezione non avesse dimostrato chi fosse veramente.

E il contenuto di quegli insegnamenti vi lascerà senza parole.

Innanzitutto ha descritto l’architettura dell’ al di à con straordinaria precisione, non la vaga dicotomia paradiso / inferno a cui il cristianesimo occidentale riduce tutto, ma una struttura stratificata e multidimensionale della realtà spirituale.

Sette o più paradisi distinti, ognuno con le proprie caratteristiche, i propri abitanti, il proprio scopo.

L’anima non sale o scende semplicemente quando il corpo muore.

Inizia un viaggio, attraversa diversi regni, viene messa alla prova, affinata, istruita, trasformata.

Non si tratta del purgatorio nel senso cattolico, che è essenzialmente una sala d’attesa dove si espia il peccato.

Si tratta di un’intera cosmologia di sviluppo spirituale post mortem, in cui l’anima continua a crescere, ad apprendere, ad evolversi a lungo dopo la scomparsa del corpo.

In secondo luogo, ha ridefinito il giudizio.

Nel cristianesimo occidentale tradizionale il giudizio è una scena da tribunale: Dio siede su un trono.

Secondo la configurazione dell’ al di là del Cristianesimo cattolico, le tue azioni vengono pesate e sei destinato alla beatitudine eterna o al tormento eterno.

I testi etiopi descrivono qualcosa di profondamente diverso.

Vi si dice che Gesù abbia insegnato che il giudizio non è qualcosa che Dio fa a te, ma qualcosa che fai a te stesso.

Mentre l’anima attraversa questi regni spirituali, incontra la piena verità della propria esistenza.

Ogni atto di crudeltà, ogni momento di compassione, ogni pensiero nascosto viene svelato non da un giudice esterno, ma dalla consapevolezza che l’anima stessa espande.

Sei tu a giudicare te stesso e il processo non riguarda la punizione, ma la comprensione.

In terzo luogo, e questo è l’insegnamento che avrebbe terrorizzato le autorità ecclesiastiche più di ogni altro, Gesù insegnò che gli esseri umani portano in sé l’essenza divina.

Non che gli esseri umani siano Dio, non che siano uguali al creatore, ma che in ogni anima umana e insita una scintilla, un seme, un frammento di natura divina e l’intero scopo della pratica spirituale è risvegliarlo.

La risurrezione non è stato un miracolo unico compiuto da un essere straordinario, è stata una dimostrazione.

È stato Gesù che ha mostrato all’umanità ciò che siamo, o saremmo, capaci di diventare.

Il regno di Dio non è un luogo in cui si va dopo la morte.

Si tratta di uno stato di coscienza a cui puoi accedere proprio ora in questa vita attraverso un’autentica e autonoma trasformazione spirituale.

E c’è un quarto elemento in questi insegnamenti di 40 giorni che lega tutto insieme.

Si dice che Gesù abbia detto ai suoi discepoli che ciò che stava condividendo con loro non era destinato a tutti.

Non ancora: distinse tra gli insegnamenti pubblici, le parabole e le istruzioni morali che impartiva alle folle e la rivelazione privata, riservata a pochi eletti.

I misteri più profondi li condivideva solo con coloro che avevano camminato con lui, sofferto con lui e ora avevano assistito al suo ritorno dalla morte: non si stava comportando da elitario, si stava comportando in modo pragmatico.

Alcune verità richiedono preparazione: alcune conoscenze sono pericolose nelle mani di chi non è pronto ad accoglierle e le verità più profonde sulla natura della realtà, sulla struttura dell’ al di là e sul potenziale divino dell’anima umana sono proprio di questo tipo.

La Chiesa istituzionale ha preso questa idea di insegnamento graduale e l’ha distorta completamente.

Invece di dire che alcune verità richiedono una predisposizione spirituale, hanno affermato che alcune verità non sono affatto adatte a te.

Invece di incoraggiare le persone a crescere verso una comprensione più profonda, hanno rinchiuso questa comprensione più profonda in una cassaforte e ne hanno gettato via la chiave.

I concili ecclesiastici hanno cambiato il cristianesimo, lo hanno trasformato da retaggio spirituale individuale a istituzione collettiva gestita da una casta sacerdotale.

Se in questo momento vi sentite a disagio, bene.

Quel disagio è esattamente la reazione che i capi della Chiesa del V° secolo cercavano di prevenire, perché ognuno di quegli insegnamenti rappresenta una minaccia diretta al potere religioso istituzionale.

Pensate a cosa succede a una chiesa se i suoi membri credono di possedere un’essenza divina.

Pensate a cosa succede a una classe sacerdotale se le persone credono di poter accedere al regno di Dio, attraverso la propria pratica spirituale, anziché attraverso i sacramenti approvati e imposti coattivamente.

Riflettiamo su cosa accadrebbe all’intera struttura della religione organizzata, se il giudizio fosse una resa dei conti spirituali personale piuttosto che un verdetto emesso da un Dio che, guarda caso, parla solo attraverso il clero autorizzato.

L’intero sistema sarebbe collassato ed è proprio per questo che questi insegnamenti furono rimossi.

Il processo non fu né rapido né indolore.

Si sviluppò nel corso dei secoli attraverso una serie di concili ecclesiastici che riguardavano tanto la politica quanto la teologia.

Questi sono i concili storicamente più importanti.

Il concilio di Nicea del 325 d.C. è uno degli eventi più significativi nella storia della Chiesa cristiana: non fu convocato da un vescovo o da un papa, ma dall’imperatore Costantino, un sovrano romano che comprese che una religione unificata significava un impero più controllabile.

Il Concilio di Cartagine del 397 d.C., che produsse uno dei primi elenchi di libri biblici approvati.

Il concilio di Trento del 1546, che sancì il canone cattolico in risposta alla riforma protestante.

Ciascuno di questi concili fece delle scelte: tutti inclusero certi testi ed esclusero altri e i criteri di inclusione non furono sempre spirituali, ma semplicemente di convenienza manipolatoria.

I testi storici erano testi politici che sostenevano l’autorità gerarchica, che enfatizzavano l’obbedienza alla leadership ecclesiastica, che presentavano la salvezza come qualcosa dispensato da un’istituzione di controllo, piuttosto che scoperta attraverso un lavoro spirituale personale.

Invece, altri testi furono disattesi e scartati, testi che conferivano potere agli individui, che descrivevano una rivelazione continua e che suggerivano che l’anima avesse una relazione diretta con il divino, senza bisogno di un intermediario sacerdotale.

Questi testi furono etichettati come apocrifi, eretici e pericolosi e furono fatti sparire.

Le comunità che continuarono a insegnare basandosi su questi testi, furono soppresse.

I loro libri furono bruciati, i loro insegnanti furono perseguitati.

Col tempo una versione del cristianesimo più semplice, più piatta e più conveniente dal punto di vista istituzionale divenne lo standard.

La versione che dice: “Credete a ciò che vi diciamo, obbedite alle autorità che Dio ha posto sopra di voi. Non fate troppe domande su ciò che accade dopo la morte, perché vi abbiamo già dato tutte le risposte di cui avete bisogno.”

Questa versione prevalse.

Non perché fosse più vera, non perché fosse più vicina a ciò che Gesù insegnava realmente, ma perché era più facile da controllare.

La Chiesa etiope, separata da Roma da geografia, lingua e politica, semplicemente non ha mai attraversato questo processo di selezione.

Ha mantenuto la raccolta disordinata, complessa e teologicamente eterogenea di testi che i primi cristiani di tutto il mondo antico condividevano, ha preservato la versione del cristianesimo che esisteva prima della standardizzazione, prima dell’intervento degli imperatori, prima che i comitati decidessero quali parole di “Gesù – Dio” fossero sufficientemente convenienti da conservare.

Ed ecco ciò che è veramente straordinario nella conservazione etiope.

Non si trattò di un atto consapevole di ribellione.

I monaci etiopi non conservarono questi testi perché sapevano che il cristianesimo occidentale li stava scartando. Li conservarono perché per loro erano semplicemente sacre scritture. Erano le parole di Dio tramandate attraverso la loro tradizione.

Non ci furono controversie, né dibattiti, né decisioni drammatiche per sfidare Roma.

Continuarono semplicemente a leggere ciò che avevano sempre letto e così facendo, senza volerlo, divennero i custodi di una versione del cristianesimo originale che il resto del mondo cercava di cancellare.

Sono trascorsi secoli, imperi sono sorti e caduti, i manoscritti sono rimasti nei loro monasteri di montagna, intoccati dalle guerre teologiche che hanno rimodellato la fede occidentale, preservando silenziosamente una verità che i potenti non volevano che venisse preservata.

Prove dell’esistenza di scritture etiopi. Non si tratta più di speculazioni marginali. Studiosi seri, in università serie e con finanziamenti adeguati stanno analizzando a fondo questi manoscritti e ciò che stanno scoprendo sta riscrivendo non solo la cronologia stessa, ma il messaggio autentico del cristianesimo.

Permettetemi di fornirvi prove concrete.

Nel 1947 un pastore beduino si imbatté in una grotta vicino al Mar morto e scoprì dei vasi di terracotta pieni di antichi rotoli.

Questi rotoli, oggi noti come rotoli del Mar Morto, rappresentarono un significativo passo avanti nella storia della Bibbia.

Contribuirono a fornire prove e spunti di riflessione sulla vita di una comunità ebraica vissuta all’epoca di Gesù e divennero una delle scoperte archeologiche più importanti della storia.

Tra le migliaia di frammenti rinvenuti nella grotta quattro di Kumran, i ricercatori hanno identificato 11 manoscritti aramaici distinti del libro di Enoch, 11 copie di un unico libro nascosto in una grotta nel deserto per oltre 2000 anni.

Ed ecco la parte che ha sbalordito il mondo accademico.

Quando gli studiosi hanno confrontato quei frammenti aramaici con la versione in lingua Gaes del libro di Enoch che i monaci etiopi leggevano da secoli, i testi corrispondevano non solo vagamente, ma anche tematicamente. Il testo etiopico corrispondeva strettamente ai suoi prototipi aramaici, confermando che la Chiesa Etiope aveva fedelmente conservato un documento precedente al cristianesimo stesso, un testo composto tra il 350 e il 200 avanti Cristo.

George Nicholsberg e James Vanderam dell’Università dell’Iowa che hanno pubblicato la traduzione moderna definitiva del primo libro di Enoch hanno definito i testi enochici tra gli scritti ebraici più importanti sopravvissuti dal periodo greco-romano.

Non è uno youtuber a dirlo. Si tratta di un commentario di Hermania pubblicato da Fortress Press, il punto di riferimento per gli studi biblici.

Poi ci sono i Vangeli di Garima. Nel 1950 una storica dell’arte britannica di nome Beata Trick Plain visitò il monastero di Amba Garima, nel nord dell’Etiopia. Poiché alle donne non era permesso entrare, i monaci portarono fuori diversi manoscritti affinché lei potesse esaminarli.

Notò pagine miniate con uno stile che descrisse come di influenza siriana, ma non riuscì a determinarne l’età.

Per decenni gli studiosi hanno ipotizzato che questi Vangeli risalissero all’incirca all’undicesimo secolo. Poi nel 2000 a Nekia, allo studioso francese Jack Merser fu permesso di portare due piccoli frammenti di pergamena al laboratorio di ricerca archeologica dell’Università di Oxford.

L’analisi al radiocarbonio su un campione proveniente da Garima ha restituito, come risultato, un intervallo di date compreso tra il 330 e il 570 d.C.

Un secondo campione indicava una datazione tra il 430 e il 660 dopo C.

Il mondo accademico dovette ricalibrare tutto.

Non si trattava di copie medievali: questi erano potenzialmente i più antichi manoscritti cristiani miniati sopravvissuti sulla Terra, più antichi dei famosi Vangeli di Rabbula in Siria, datati al 586 d.C., conservati in un remoto monastero etiope.

I due volumi del Vangelo di Garima contengono circa 400 pagine di testo, ciascuno è scritto in Gaes, il che li rende le più grandi testimonianze sopravvissute dell’antica lingua aomita, al di fuori delle monete e delle iscrizioni su pietra.

I loro testi differiscono notevolmente l’uno dall’altro, suggerendo che la traduzione da cui entrambi derivano sia ancora più antica, retrodatata a un’epoca ancora precedente rispetto a quanto si fosse ipotizzato.

Nel frattempo il professor Dennis Nosnen, finanziato dal Consiglio Europeo della Ricerca, ha guidato un team che ha visitato oltre 100 monasteri e chiese Etiopi, digitalizzando più di 2000 manoscritti che non erano mai stati catalogati dalla critica occidentale.

La Hill Museum and Manuscript Library Del Minnesota conserva copia su microfilm di 8000 manuscritti Etiopi fotografati durante spedizioni negli anni 70 e 80. La più grande collezione di questo tipo al mondo.

Lo storico Stukenbrock dell’Università di Monaco ha trascorso anni alla ricerca di manoscritti del primo libro di Enoch. La scarsità di copie del libro di Enoch (che è nome etiope) è dovuta al fatto che non è mai stato considerato scrittura sacra dagli ebrei, ma finisce nella Bibbia Etiope, in tutta Europa e Medio Oriente, identificandone più di 150 copie, mentre le precedenti edizioni accademiche si basavano solo su una manciata di esse.

Al congresso dell’organizzazione internazionale per lo studio dell’Antico Testamento del 2019, Stukenbrock presentò dei risultati che dimostravano come i frammenti aramaici di Kumran indicassero l’esistenza di una versione del testo più lunga e sostanzialmente diversa da quella giunta fino a noi in qualsiasi traduzione successiva.

I manoscritti etiopi non sono corruzioni, potrebbero essere più vicini agli originali di qualsiasi altro testo a noi pervenuto.

La biblioteca di Nag Hammadi, scoperta in Egitto nel 1945 nella omonima regione dell’Alto Egitto, sarebbe stata al centro dell’attenzione e delle controversie accademiche per i decenni a venire.

Studi indipendenti hanno confermato che insegnamenti sul potenziale umano divino e sulla stratificazione della realtà spirituale erano ampiamente diffusi nel cristianesimo primitivo.

Non si trattava di tradizioni isolate inventate da una comunità eccentrica, bensì di concetti presenti ovunque.

E la Chiesa etiope è l’unico luogo che non li ha mai abbandonati.

I monaci e gli studiosi etiopi che hanno preservato questi testi per generazioni hanno una propria prospettiva su questo dibattito.

Per loro non si tratta di curiosità storiche o reperti da museo.

Essi vivono le scritture lette ad alta voce durante le funzioni religiose, guidando la pratica spirituale esattamente come hanno fatto per secoli.

Uno studioso monastico ha accolto la posizione etiope con una semplicità disarmante, spiegando che i cristiani occidentali credono che la loro Bibbia sia completa, ma non hanno idea di cosa sia stato rimosso.

Non sanno cosa credessero realmente i primi cristiani prima che i concili politici riscrivessero la fede.

“La chiesa etiope – disse – ha preservato ciò che il resto del mondo ha perso” e, guardando le prove, le datazioni al radiocarbonio, le corrispondenze con i rotoli del Mar Morto, l’enorme quantità di collezioni di manoscritti che gli studiosi occidentali stanno solo ora iniziando a catalogare, è molto difficile contraddirlo.

Cinque insegnamenti proibiti rivelati: lasciatemi spiegare chiaramente.

Secondo i testi etiopi, gli insegnamenti di Gesù dopo la risurrezione possono essere distillati in cinque rivelazioni fondamentali che erano considerate troppo pericolose per essere incluse nella Bibbia occidentale.

La prima è che l’ al di là non è binario, non esiste una semplice distinzione tra paradiso e inferno.

La realtà è composta da strati, dimensioni, stadi di esistenza spirituale che l’anima attraversa dopo la morte. Ogni strato ha uno scopo, ognuno affina ulteriormente l’anima.

La morte non è un verdetto, è una porta verso il percorso di una continua evoluzione.

Il secondo punto è che il giudizio è interiore, non esteriore.

Dio non siede su un trono indicando ai peccatori la via verso il basso e ai santi quella verso l’alto.

L’anima, in presenza della piena verità spirituale si vede completamente, vede ogni scelta fatta e il perché, comprende i propri fallimenti e la propria crescita.

Questa conoscenza di sé è il giudizio ed è molto più profonda e misericordiosa di qualsiasi fantasia processuale.

Il terzo punto è che gli esseri umani possiedono un potenziale divino.

C’è qualcosa di Dio dentro ogni persona.

Lo scopo di una vita spirituale non è solo quello di adorare quella divinità da lontano, ma di nutrirla, svilupparla e portarla alla sua piena espressione.

La risurrezione di Gesù non è stata un trucco magico compiuto da una divinità in sembianze umane.

La resurrezione non è avvenuta. Il cristianesimo che la sostiene è falso.

Che tu ci creda o no, che tu sia sincero o meno. Se la resurrezione non è avvenuta, il cristianesimo è falso. È un’altra religione.

La risurrezione fu una dimostrazione di ciò che la scintilla divina, pienamente realizzata in un essere umano, può compiere.

E lo può compiere attraverso la conoscenza (gnosi), la conoscenza di sé, realizzata per mezzo della sua evoluzione spirituale, seguendo, passo dopo passo, i vari stadi di perfezionamento verso la purezza interiore extracorporea, di cui la risurrezione è il simbolo.

Il quarto punto è che Gesù insegnava su più livelli: dava insegnamenti pubblici alle folle, insegnamenti più profondi ai seguaci devoti e i misteri più profondi solo alla cerchia ristretta, dopo la risurrezione.

Questo significa che i Vangeli canonici, quelli che avete nella vostra Bibbia in questo momento, contengono soltanto gli insegnamenti superficiali, il materiale introduttivo.

Le vere profondità erano riservate a coloro che avevano dimostrato di essere pronti e quelle profondità: sono esattamente ciò che i testi etiopici affermano di preservare.

Il quinto punto è che la rivelazione non si è fermata.

Lo Spirito Divino continua a comunicare con l’umanità.

La verità non è congelata in un libro, è viva, in evoluzione, si dispiega continuamente per coloro che sviluppano la capacità spirituale di riceverla.

La scrittura non è una cassaforte chiusa, è un canale aperto.

E l’idea che Dio abbia detto tutto ciò che c’era da dire 2000 anni fa e poi sia rimasto in silenzio non è un insegnamento biblico, è una convenienza istituzionale.

Ognuno di questi cinque insegnamenti, preso singolarmente, sarebbe sufficiente a rimodellare il modo in cui una persona comprende il cristianesimo.

Nel loro insieme descrivono una religione completamente diversa da quella praticata dalla maggior parte dei cristiani occidentali.

Una religione più mistica, più personale, più esigente e in definitiva più rispettosa della capacità di crescita dell’anima individuale.

Ora fermatevi un attimo a pensare a come sarebbe il cristianesimo oggi se questi cinque insegnamenti non fossero mai stati rimossi.

Immaginate un cristianesimo in cui le chiese insegnassero la meditazione e la trasformazione interiore, anziché solo l’obbedienza a dogmi e rituali e la confessione, instaurate a fini di controllo.

Immaginate una fede in cui la morte non fosse temuta come un esame finale, ma compresa come l’inizio di una nuova fase di educazione spirituale.

Immaginate sermoni che vi dicano che il divino è già dentro di voi, in attesa di essere riconosciuto, invece di sermoni che vi dicono quanto siete peccatori fragili e decaduti e quanto disperatamente avete bisogno di un’istituzione che vi salvi.

Questo è il cristianesimo descritto nei testi etiopici ed è il cristianesimo che è stato deliberatamente smantellato affinché una manciata di uomini potenti potesse mantenere il controllo sulla vita spirituale di milioni di persone.

Ciò che rende questi insegnamenti ancora più sorprendenti è la loro stretta somiglianza con le intuizioni più profonde di altre grandi tradizioni spirituali.

Il concetto buddista di illuminazione progressiva attraverso molteplici vite, la concezione induista dell’Atman come sé divino presente in ogni essere.

L’insegnamento sufi, secondo cui il cuore umano è uno specchio capace di riflettere la luce di Dio.

Non si tratta di idee estranee introdotte di nascosto nel cristianesimo.

Secondo i testi etiopici ne hanno sempre fatto parte. erano gli insegnamenti originali, il messaggio centrale, lo strato più profondo di ciò che Gesù è venuto a rivelare e furono strappati via e sostituiti con una versione della storia più semplice, più gestibile e più redditizia dal punto di vista istituzionale.

Per quasi 2000 anni gli antichi testi conservati dalla Chiesa ortodossa Etiope Tewahedo sono esistiti silenziosamente al di fuori dei confini del canone occidentale, custoditi in monasteri di montagna, mentre il resto del mondo leggeva una versione diversa della storia.

Che questi scritti conservino davvero gli insegnamenti di Gesù Cristo o si limitino a riecheggiare ciò che i primi credenti pensavano che egli avesse insegnato, la loro sopravvivenza impone una consapevolezza inquietante.

La fede che la maggior parte delle persone ha ereditato potrebbe essere solo una parte del quadro.

E quando una storia sopravvive per 2000 anni nel silenzio, di solito significa che non era destinata a scomparire, era destinata ad aspettare.

Quindi la domanda non è più se questi insegnamenti dimenticati esistano.

La domanda è ben più scomoda.

Se le pagine mancanti venissero reinserite nella storia, quanto diversa diventerebbe?

E, cosa ancora più importante, chi ne trarrebbe vantaggio se non si scoprisse mai la verità?

L’indagine è appena iniziata.

Numero3716.

 

P A R O L E    D I    G E S U’    D A I    V A N G E L I    A P O C R I F I

 

 

Il regno dei cieli è

dentro il corpo umano,

nascosto nel silenzio

dei vostri pensieri.

 

 

Non costruite templi di pietra,

perché essi si sgretoleranno.

Costruite invece templi del cuore,

perché essi sono eterni.

Numero3695.

 

LA  VERITA’  NON TEME
DI  ESSERE  ESAMINATA.

SOLO  LA  MENZOGNA
HA  BISOGNO DI  PROTEZIONE
ATTRAVERSO  IL  DIVIETO.

 

Carl Gustav Jung

 

NAG  HAMMADI.

I codici di Nag Hammadi sono una collezione di 13 manoscritti in papiro, scoperti in Egitto nel 1945, contenenti oltre 50 testi gnostici, cristiani ed ermetici del IV secolo, tradotti in copto. Include opere chiave come il Vangelo di Tommaso, offrendo una visione diretta dello gnosticismo antico e del primo cristianesimo eterodosso.
    • Scoperta (1945): I codici furono rinvenuti in una giara di terracotta vicino a Nag Hammadi, nell’Alto Egitto, da contadini locali.
    • Contenuto: La biblioteca, ora al Museo Copto del Cairo, copre tematiche mistico-filosofiche, tra cui testi valentiniani, setiani, frammenti della Repubblica di Platone e il Corpus Hermeticum.
    • Importanza:
       Questi testi, datati originariamente al II-III secolo d.C. ma trascritti nel IV, hanno rivoluzionato la comprensione dello gnosticismo, precedentemente noto solo attraverso critiche avversarie.
  • Testi notevoli: Oltre al citato Vangelo di Tommaso, spiccano l’Apocrifo di Giovanni e il Vangelo di Filippo.
La loro conservazione, nascosta probabilmente per evitarne la distruzione a seguito di condanne ecclesiastiche, fornisce una prospettiva alternativa sul cristianesimo primitivo.
QUMRAN
 

Manoscritti del Mar Morto (o Rotoli del Mar Morto) sono un insieme di antichi manoscritti giudaici di contenuto religioso rinvenuti nelle Grotte di Qumran nel Deserto della Giudea, vicino a Ein Feshkha sulla riva nord-occidentale del Mar Morto in Cisgiordania.

Di essi fanno parte varie raccolte di testi, tra cui i Manoscritti di Qumran, che ne costituiscono una delle parti più importanti. Sono composti da circa 900 documenti, compresi i Manoscritti biblici di Qumran, scoperti da dei pastori tra il 1947 e il 1956 in undici grotte dentro e intorno al uadi di Qumran, vicino alle rovine dell’antico insediamento di Khirbet Qumran.

Assumono un grande significato religioso e storico, in quanto comprendono alcune fra le più antiche copie superstiti note dei libri biblici e dei loro commenti, e conservano la testimonianza della fine del tardo giudaismo del Secondo Tempio. Essi sono scritti in ebraico, aramaico e greco, per lo più su pergamena, ma con alcuni scritti su papiro. Tali manoscritti datano in genere tra il 150 a.C. e il 70 d.C.

I Rotoli sono comunemente associati all’antica setta ebraica detta degli Esseni. Sono tradizionalmente divisi in tre gruppi: manoscritti “biblici” (copie di testi dalla Bibbia ebraica), che costituiscono circa il 40% dei rotoli identificati; manoscritti “apocrifi” o “pseudepigrafici” (documenti noti del periodo del Secondo Tempio, come Enoch, Giubilei, Tobia, Siracide, salmi non canonici, ecc. che non sono stati canonizzati nella Bibbia ebraica, ma in qualche caso sono stati accettati dalla versione greca dei Settanta e/o utilizzati dalla tradizione rabbinica), che costituiscono circa il 30% dei rotoli identificati; e manoscritti “settari” (documenti precedentemente sconosciuti, che descrivono le norme e le credenze di un particolare gruppo o gruppi all’interno della maggioranza ebraica) come la Regola della Comunità, il Rotolo della guerracommento (in ebraico פשר, pesherad Abacuc e la Regola della Benedizione, che costituiscono circa il 30% dei rotoli identificati.

Fino al 1967 la maggior parte delle pergamene conosciute e dei frammenti sono stati custoditi nel Museo Archeologico della Palestina, a Gerusalemme. Dopo la guerra dei sei giorni, queste pergamene e frammenti sono stati spostati al Santuario del Libro, presso il Museo d’Israele, che tuttora ne conserva numerosi, mentre altri sono presso l’Istituto orientale dell’Università di Chicago, al Seminario teologico di Princeton, all’Azusa Pacific University e nelle mani di collezionisti privati.

Manoscritti di Qumran

manoscritti di Qumran, detti anche rotoli di Qumran, sono una serie di rotoli e frammenti trovati in undici grotte nell’area di Qumran.

Il loro ritrovamento è importante perché:

«[…] Per la prima volta potevamo avere un’intera gamma di composizioni religiose che sono arrivate a noi direttamente, assolutamente prive di ogni interferenza successiva. Visto che i testi sono stati conservati ai margini della vita convenzionale, ci hanno raggiunto prive delle restrizioni censorie. La censura ebraica ha soppresso la letteratura religiosa che non osservava l’ortodossia rabbinica; la censura cristiana aveva assimilato alcune di queste opere, ma dopo averle modificate per i propri scopi.»

Storia dei manoscritti

Lo stesso argomento in dettaglio: Storia dei manoscritti di Qumran.

I manoscritti sono stati scoperti nel 1947 in una grotta. Nel 1951 furono avviati gli scavi nelle zone circostanti il luogo della scoperta. Si trovarono altre dieci grotte contenenti manoscritti. Oggi i reperti sono conservati in parte nel Museo d’Israele e nel Museo Rockefeller, entrambi a Gerusalemme, in parte ad Amman, altri alla Biblioteca Nazionale di Parigi. Vari frammenti sono poi in possesso di istituzioni o di privati. Il Museo di Israele in collaborazione con Google ha provveduto a digitalizzare i manoscritti e a rilasciarli in rete nel 2011 su un apposito sito Digital Dead Sea Scrolls.

Importanza per il canone della Bibbia

L’importanza dei rotoli è relativa al campo dell’ecdotica o critica testuale. Prima della scoperta dei rotoli del Mar Morto, i manoscritti più antichi della Bibbia in Ebraico erano nel testo masoretico del IX secolo, tra i quali il Codex Leningradensis. I manoscritti biblici trovati tra i rotoli del Mar Morto hanno spostato indietro la data fino al II secolo a.C. Prima di questa scoperta, i più antichi manoscritti esistenti del Vecchio Testamento erano in Greco antico, come ad esempio il Codex Vaticanus e il Codex Sinaiticus. Pochi manoscritti trovati a Qumran differiscono in modo significativo dal testo masoretico, la maggior parte è identica.

 

A L T R I    V A N G E L I

 

Juan J. Benitez

 

Vi racconterò qualcosa che ho scoperto tra le montagne dell’Etiopia, qualcosa che mi ha inseguito per anni, qualcosa che, quando l’ho compreso per la prima volta, mi ha costretto a rimettere in discussione tutto ciò che credevo di sapere su Gesù, sulla resurrezione e su ciò che accadde davvero in quei giorni dopo che uscì dal sepolcro.

Era il 1998. Mi trovavo ad Addis Abeba, la capitale dell’Etiopia, facendo ricerche per quello che alla fine sarebbe diventato uno dei miei libri più controversi.

Un contatto mi aveva detto che nei monasteri ortodossi etiopi esistevano testi, testi antichi, testi che Roma non aveva mai visto, testi che raccontano una storia molto diversa su ciò che Gesù fece e disse dopo la resurrezione.

“Non sono gli stessi Vangeli che conosci, Juanito” – mi disse il mio contatto, un sacerdote etiope che aveva studiato in Europa, ma era tornato nella sua terra – “Nella tua Bibbia Gesù appare brevemente, dice alcune cose e ascende al cielo”.

Annuii: “Giusto”.

“Ebbene” – proseguì con un sorriso che non dimenticherò mai – “Questa non è tutta la storia, non è neppure la metà della storia”.

Così iniziò un viaggio che mi avrebbe condotto a monasteri scavati nella roccia, a conversazioni con monaci che avevano memorizzato testi di 1600 anni di antichità alla lettura di manoscritti che l’occidente decise di dimenticare.

E ciò che trovai lì cambiò tutto, perché risulta che Gesù non si limitò a brevi apparizioni dopo essere risorto.

insegnò, ammonì, profetizzò e le sue parole finali sono più radicali, più sovversive, più scomode di qualunque cosa troverete nella Bibbia che avete in casa.

Lasciate che vi spieghi qualcosa che probabilmente non sapete.

Nelle vostre case, se avete una Bibbia, ci sono tra 66 e 73 libri, a seconda che sia protestante o cattolica; forse 81 se avete una Bibbia ortodossa greca.

Ma sapete quanti libri ha la Bibbia ortodossa etiope? 81.

Ma non gli stessi 81 degli altri.

Sono libri diversi, libri che non vedrete mai in una Bibbia occidentale, libri conservati nella lingua Jetz, l’antico idioma liturgico dell’Etiopia, copiati a mano dai monaci, generazione dopo generazione.

E tra quei libri ce ne sono diversi che raccontano ciò che Gesù disse e insegnò dopo la resurrezione, non le brevi apparizioni dei Vangeli canonici, ma 40 giorni completi di insegnamenti intensivi.

E sapete perché l’occidente non possiede questi testi?

Perché l’Etiopia rimase isolata geograficamente, politicamente, ecclesiasticamente quando l’impero romano abbracciò il cristianesimo nel quarto secolo, quando i concili cominciarono a decidere che cosa fosse ortodosso e che cosa fosse eretico, quando Roma e Costantinopoli iniziarono a emendare e censurare.

L’Etiopia era troppo lontana, troppo protetta da montagne e deserti, troppo forte nella propria tradizione.

E così, mentre il resto del mondo cristiano bruciava testi e proibiva Vangeli, i monaci etiopi continuavano a copiare tutto.

I testi mistici, i testi apocalittici, i testi scomodi, i testi che mostravano un Gesù molto più radicale di quanto Roma volesse ammettere.

Devo portarvi con me a quella notte.

Era il terzo giorno dopo il mio arrivo in Etiopia.

Il mio contatto mi aveva ottenuto il permesso di visitare uno dei monasteri più antichi e isolati del paese, Debre Damo.

Questo monastero è costruito sulla cima di una montagna di roccia piatta a 2216 m di altezza e c’è un solo modo per salire: ti tirano su con una corda.

Sì, letteralmente ti legano una corda di cuoio di cammello intorno al petto e i monaci ti issano tirando dall’alto.

Sono 15 m di parete verticale e mentre sali oscillando contro la roccia e pregando che la corda non si rompa, hai molto tempo per pensare per che diavolo hai deciso di farlo.

Ma arrivai in cima e ciò che vidi mi tolse il respiro, non per il pericolo appena corso, ma per quello che c’era lassù.

Un complesso di chiese e celle monastiche risalenti al VI secolo, muri di pietra consumati da 1500 anni di vento e pioggia e all’interno della chiesa principale, protetta in cofanetti di legno intagliato, c’erano bibbie manoscritte su pergamena di pelle di capra che avevano più di 1000 anni.

L’ abate del monastero, un anziano con la barba bianca fino al petto, mi accolse con un’ospitalità che non meritavo.

Mi offrì tè, pane e ingera e poi, con una cerimonia quasi irreverente estrasse uno dei manoscritti.

“Questo – mi disse in un inglese sorprendentemente buono – è il Mezzafe Kidan, il libro dell’alleanza.

Registra le parole di Gesù Cristo ai suoi discepoli dopo essersi rialzato dalla morte.

Aprì il manoscritto. Le pagine erano in Jetz, quella lingua antica che sembra un incrocio tra ebraico e arabo con caratteri che paiono piccole opere d’arte e iniziò a tradurre.

Ciò che ascoltai quella notte alla luce di candele di cera d’api sulla cima di quella montagna isolata, cambiò per sempre la mia comprensione della resurrezione.

Nei Vangeli canonici, quelli presenti nelle nostre Bibbie, la resurrezione è trattata in modo sorprendentemente breve.

Gesù muore il venerdì, risorge la domenica, appare a Maria Maddalena, appare ai discepoli nel cenacolo, si mostra a Tommaso, a dei discepoli sulla via di Emmaus e poi negli Atti si dice che si presentò vivo con molte prove infallibili, apparendo loro per 40 giorni e parlando del regno di Dio.

40 giorni? Ma che cosa disse in quei 40 giorni? Che cosa insegnò? Di che cosa parlò?

I Vangeli canonici quasi non dicono nulla. È uno dei silenzi più strani di tutta la Bibbia.

Gesù, dopo l’evento più importante della storia cristiana, dopo aver vinto la morte stessa, ha 40 giorni per insegnare ai suoi discepoli, 40 giorni per preparare coloro che avrebbero fondato la sua chiesa.

E le nostre Bibbie dedicano a questo un paio di paragrafi.

Non ha senso, a meno che ciò che disse sia stato registrato e qualcuno abbia deciso che non dovessimo leggerlo.

Ed è esattamente quello che scoprii in Etiopia.

Mentre l’abate traduceva, io prendevo appunti freneticamente. La mia mano a malapena riusciva a stare al passo con ciò che ascoltavo.

Secondo il libro dell’Alleanza, dopo la resurrezione, Gesù non apparve solo per dimostrare che era vivo, apparve come re, come signore del cielo e della terra, con un’autorità che non aveva mai mostrato prima.

Le prime parole che pronuncia sono queste: “Ho vinto, la morte è sconfitta, il potere del nemico è spezzato e ora vi dico:  “Andate per tutto il mondo, ma non come conquistatori con la spada. Andate con il fuoco dello Spirito Santo. Quel fuoco è più potente di tutti gli eserciti della terra”.

E qui c’è qualcosa di radicalmente diverso.

Non è il Gesù mansueto e gentile dei quadri di Chiesa. È un conquistatore spirituale, un rivoluzionario.

Ma poi dice qualcosa di ancora più inquietante.

“Vi avverto perché vi amo. Verrà un tempo in cui le mie stesse parole saranno corrotte. Molti predicheranno nel mio nome, ma pochi porteranno la mia verità. Costruiranno templi d’oro e di pietra, ma trascureranno il tempio dell’anima. pronunceranno il mio nome nelle strade, ma i loro cuori saranno lontani da me.”

Quando lo sentii, un brivido mi corse lungo la schiena.

Gesù stava profetizzando la corruzione della sua stessa chiesa prima ancora che quella chiesa esistesse.

E non era una profezia vaga, era specifica, dettagliata, quasi come se avesse visto il futuro e stesse avvertendo i suoi discepoli di ciò che sarebbe venuto.

Chiesi all’abate: “Questo è nel manoscritto originale, non è un’aggiunta posteriore?”

Lui mi guardò con quegli occhi profondi, quasi tristi.

“Fratello Juanito, questo manoscritto ha più di 1000 anni, ma fu copiato da uno più antico e quello da un altro ancora più antico. Questa tradizione risale ai primi secoli, ai discepoli dei discepoli. Questo è ciò che Gesù disse ed è per questo che Roma non lo volle nella sua Bibbia”.

Devo fermarmi un istante per spiegare qualcosa di cruciale.

Quando parliamo di Bibbia tendiamo a pensare che sia sempre esistita così come la conosciamo, che fin dall’inizio ci fosse un accordo su quali libri fossero sacri e quali no.

Questo è completamente falso. Nei primi secoli del cristianesimo c’erano dozzine, forse centinaia di Vangeli, lettere, apocalissi, insegnamenti in circolazione.

Diverse comunità cristiane usavano testi diversi. Non esisteva un canone unico.

Fu solo nel V secolo quando il cristianesimo divenne religione ufficiale dell’Impero Romano che iniziò il processo di canonizzazione, cioè decidere che cosa fosse ispirato da Dio e che cosa fosse apocrifo o eretico.

E chi decise? Roma, i vescovi leali all’Impero, i concili controllati dal potere politico e applicarono tre criteri principali.

Primo, controllo politico. I testi che mettevano in discussione l’autorità della gerarchia ecclesiastica erano sospetti. I testi che promuovevano l’esperienza mistica individuale al di sopra della mediazione sacerdotale erano pericolosi.

Secondo, la razionalità greco-romana. L’impero aveva adottato il cristianesimo, ma restava culturalmente greco-romano. Amava la filosofia, la logica, l’ordine. I testi troppo mistici, troppo apocalittici, troppo orientali, risultavano scomodi.

Terzo, la paura. La paura che se la gente avesse ascoltato i veri insegnamenti del Gesù risorto, quegli insegnamenti radicali sulla trasformazione interiore, sul riconoscere la futura corruzione della Chiesa, sul cercare Dio direttamente senza intermediari, la gente avrebbe smesso di obbedire alla Chiesa e avrebbe cominciato a seguire Dio direttamente e questo per Roma era inaccettabile.

Che cosa fecero dunque?

Editarono, censurarono e, quando la censura non bastava, bruciarono: distrussero intere biblioteche, perseguitarono comunità cristiane che si rifiutavano di adottare il canone ufficiale, ma non poterono raggiungere l’Etiopia.

Le montagne erano troppo alte, il deserto troppo vasto e la chiesa etiope troppo antica e radicata per essere intimidita.

Così, mentre Roma bruciava testi, l’Etiopia li preservava. Quella notte a Debre Damo l’abate continuò a tradurre e arrivammo a una sezione che mi fece rizzare i capelli.

Secondo il libro dell’Alleanza, Gesù parlò a lungo del suo ritorno, della fine dei tempi, ma non nel modo vago e simbolico che troviamo nell’apocalisse di Giovanni.

No, era specifico, dettagliato e pertinente al nostro tempo in modo disturbante.

“Riconoscerete il tempo della fine da questi segni. Le nazioni combatteranno tra loro senza motivo. La sapienza sarà disprezzata e la stoltezza celebrata. I legami familiari si spezzeranno. Il figlio tradirà il padre, la figlia, la madre. Le menzogne saranno proclamate come verità dai luoghi elevati e la verità sarà sepolta nel silenzio”.

Smisi di scrivere e guardai l’abate.

“Suona esattamente come oggi”.

Lui annuì lentamente. “Per questo non mi sorprende che tu sia venuto ora. Molti stanno venendo in cerca di questi testi, come se sentissero che è giunto il momento perché queste parole vengano alla luce”.

Gesù continua nel testo: “Ma il segno più grande sarà questo: quando il mio popolo non riconoscerà più la mia voce, quando invocheranno il mio nome, ma non mi conosceranno, quando costruiranno monumenti alla mia memoria, ma ignoreranno la mia presenza, allora saprete che la tenebra è calata.”

E qui viene la parte che mi spezza ogni volta che la leggo.

“Beati quelli che soffrono per il mio nome, non a parole, ma in silenzio, perché io sono con loro nei luoghi che nessun uomo vede, nelle prigioni segrete, nel pianto di mezzanotte, nella solitudine del rifiutato. Lì sono io e lì è la mia gloria, non nelle vostre cattedrali”.

Questo non è il Gesù dei sermoni televisivi, non è il Gesù della teologia della prosperità, è il Gesù dei dimenticati, degli invisibili, di coloro che soffrono in segreto.

Il giorno seguente l’abate mi presentò uno dei monaci più anziani del monastero.

Quest’uomo, il cui nome non posso rivelare per promessa, aveva trascorso 60 anni della sua vita a copiare manoscritti. 60 anni. Tutta la sua vita adulta dedicata a preservare questi testi.

Parlava pochissimo: quando gli facevi una domanda, talvolta passavano minuti prima che rispondesse, ma quando lo faceva ogni parola pesava come oro.

Gli chiesi, “Padre, perché l’Occidente non ha questi testi? Perché non sono nelle nostre Bibbie?”

Mi fissò con quegli occhi profondi, velati dall’età, ma brillanti di intelligenza.

“ Perché i vostri padri nella fede temettero la verità. Temettero ciò che Gesù disse davvero. Temettero che se la gente avesse saputo, non avrebbero potuto controllarla”.

“Che cosa dissero di così pericoloso?” – domandai.

Sorrise con tristezza.

“Che Dio non sta negli edifici, che i sacerdoti non sono necessari, che ogni persona può incontrare Dio direttamente, che la Chiesa istituzionale si sarebbe corrotta, che il vero cristianesimo avrebbe vissuto ai margini, non al centro del potere”.

Fece una pausa, poi aggiunse qualcosa che non dimenticherò mai.

“ I vostri capi religiosi costruirono imperi, costrinsero i loro seguaci a farsi servi. I vostri capi accumularono oro. Gesù disse loro di spogliarsi di tutto. I vostri capi cercarono palazzi. Gesù disse loro di vivere sulle montagne e nei deserti. Come avrebbero potuto includere questi testi e mantenere il loro potere?”.

 

Durante la mia seconda settimana in Etiopia mi portarono in un altro monastero ad Axum, l’antica città.

Lì mi mostrarono un altro testo chiave, le didascalie e le istruzioni. Questo testo esiste in versioni più brevi in altre tradizioni cristiane, ma la versione etiope è molto più estesa e molto più radicale.

Le didascalie presentano le istruzioni di Gesù su come i suoi seguaci devono vivere una volta che egli se ne sarà andato.

E non sono istruzioni spirituali astratte, sono pratiche concrete, rivoluzionarie.

“Vivete in semplicità radicale, digiunate e pregate. Non allineatevi con re corrotti né con mercanti, perché essi costruiscono la loro ricchezza sul sangue dei poveri. Non siate come gli scribi del futuro che indosseranno vesti bianche, ma divoreranno le case delle vedove, che porteranno titoli sacri, ma avranno il cuore di pietra”.

Quando lessi questo, non poti fare a meno di pensare alla storia della Chiesa cattolica, ai papi che vivevano come imperatori, ai vescovi proprietari di eserciti, alle crociate, all’inquisizione, alla vendita delle indulgenze.

Gesù vide arrivare tutto ciò, lo profetizzò e mise in guardia contro di esso.

Ma la parte più esplosiva della didascalia viene dopo.

“Negli ultimi giorni la mia voce si leverà di nuovo dai luoghi meno attesi, dai deserti, dalle montagne, dai figli degli schiavi. Il mio spirito parlerà e chi ha orecchi per udire lo ascolterà. Non cercate la mia voce nei palazzi d’oro, cercatela nei luoghi dimenticati, perché è lì che sono sempre stato”.

Vi rendete conto di quanto sia radicale tutto questo?

Gesù sta dicendo che la sua verità non verrà dalla struttura istituzionale della Chiesa, verrà dai margini, dagli esclusi, da quelli che il potere religioso ha respinto.

Sta dicendo che l’istituzione non è il cristianesimo, che il vero Vangelo vivrà fuori dalle mura delle cattedrali.

Devo raccontarvi qualcosa che mi accadde, qualcosa che non ho neppure inserito nei miei libri pubblicati, perché non so se la gente ci crederebbe, ma è importante per capire perché questi testi mi toccano così profondamente.

Era la mia ultima notte ad Axum e alloggiavo in una stanza semplice nel complesso del monastero.

Non riuscivo a dormire, la mente girava intorno a tutto ciò che avevo letto, a tutte le rivelazioni.

Mi alzai e usci a camminare. Era passata la mezzanotte, il cielo incredibilmente limpido, si vedeva la Via Lattea in tutta la sua gloria e all’improvviso, non so come spiegarlo, sentii una presenza.

Non fu spaventosa, fu travolgente, come se tutto il peso dell’universo si concentrasse in quell’istante, in quel luogo.

E udii parole, non con le orecchie, con qualcosa di più profondo. Con l’anima, suppongo.

“Sei venuto a cercare ciò che fu dimenticato. Ora devi decidere che cosa farai con ciò che hai trovato”.

Rimasi paralizzato, incapace di muovere un muscolo.

“Molti vorranno zittirti, molti diranno che menti, ma tu sai ciò che hai visto, sai ciò che hai letto”.

La domanda è: “Avrai il coraggio di raccontarlo?”

E poi, repentinamente, com’era arrivata, la presenza se ne andò.

Rimasi lì sotto le stelle tremando, non per il freddo, per qualcosa di più profondo.

Quell’esperienza mi segnò perché mi fece capire che questi testi non sono semplici documenti storici curiosi: sono pericolosi, sono potenti e qualcuno non vuole che tu li conosca.

Ora lasciatemi ricostruire ciò che i testi etiopi ci dicono su quei 40 giorni dopo la resurrezione.

Nelle Bibbie occidentali il libro degli Atti lo dice brevemente.

“Si presentò vivo con molte prove infallibili, apparendo loro per 40 giorni e parlando del regno di Dio”.

Tutto qui: una frase.

Ma secondo i manoscritti etiopi quei 40 giorni furono un periodo intensivo di insegnamento, come se Gesù stesse tenendo un corso accelerato di verità spirituali che non aveva potuto insegnare prima di morire.

Perché non le aveva insegnate prima?

Perché i suoi discepoli non erano pronti, lo vedevano ancora come un rabbì, un profeta, forse il Messia politico che avrebbe liberato Israele.

Ma dopo la resurrezione tutto cambiò: vedevano qualcuno che aveva sconfitto la morte, che era passato dall’altra parte ed era tornato.

Ora erano pronti per verità più profonde e Gesù sfruttò quei 40 giorni per rivelare ciò che i testi chiamano i rotoli celesti, conoscenze sulla struttura dell’universo spirituale, sugli angeli e i demoni, sull’architettura dell’anima umana.

In uno dei manoscritti che potei fotografare con permesso speciale, dopo aver promesso che lo avrei usato solo per ricerca accademica, c’è una sezione affascinante che descrive come Gesù spiegò la realtà spirituale ai discepoli.

Secondo il testo Gesù disse: “Se i vostri occhi fossero davvero aperti, vedreste che angeli camminano con voi, demoni sussurrano all’orecchio e ogni pensiero che avete costruisce una scala verso il cielo o verso l’abisso. Ogni pensiero conta. Ogni momento di coscienza sta costruendo la vostra eternità”.

Questo è straordinario per varie ragioni.

Primo perché si collega a ciò che i padri del deserto avrebbero insegnato secoli dopo.

Quei monaci radicali che andarono a vivere nel deserto d’Egitto tra il terzo e il quarto secolo, svilupparono una vera scienza dei pensieri, insegnando che ogni pensiero ha un’origine divina, umana o demoniaca e che imparare a discernere quell’origine è la chiave della vita spirituale.

Da dove trassero quell’insegnamento? Da queste tradizioni su ciò che Gesù insegnò dopo la resurrezione.

Secondo, perché suona sorprendentemente simile a ciò che la neuroscienza moderna sta scoprendo, che i nostri pensieri ricablano letteralmente il cervello, che ogni pensiero rafforza certe vie neuronali e ne indebolisce altre, che stiamo letteralmente costruendo la nostra mente con ogni momento di coscienza.

Gesù lo sapeva 2000 anni fa, ma c’è di più.

Il testo continua: “Gli angeli non sono ciò che pensate, non sono bambini con le ali, sono intelligenze, forze, aspetti della volontà divina. Alcuni sono assegnati alle nazioni, altri agli individui. E sì, alcuni caddero, si ribellarono e ora lavorano per allontanare la vostra mente da Dio.”

“I demoni non possono costringervi, possono solo suggerire, sussurrare, tentare. Il loro potere sta solo nella vostra credenza. Se date loro attenzione e credibilità, concedete loro potere su di voi. Ma se riconoscete i loro sussurri per ciò che sono, non hanno alcun potere”.

Questa è una psicologia spirituale incredibilmente sofisticata, insegnata due millenni fa.

Forse però l’insegnamento più profondo che Gesù impartì, secondo questi testi, riguarda la natura stessa dell’anima umana.

In un passaggio che mi fece fermare e rileggere tre volte, Gesù dice: “Il vostro corpo è un tempio”.

Sì, ma non capite che cosa significhi. Non è solo una metafora. Il vostro corpo è letteralmente uno spazio sacro dove il divino e il materiale si incontrano.

“Avete tre livelli: corpo, anima, spirito. Il corpo è terra e tornerà alla terra. L’anima è la vostra mente, le vostre emozioni, la vostra volontà. Questa può elevarsi o cadere e lo spirito è il soffio di Dio in voi. È indistruttibile, è eterno, è la mia stessa presenza in voi. Il lavoro della vostra vita è allineare questi tre. Quando il corpo obbedisce all’anima e l’anima obbedisce allo Spirito e lo Spirito riposa nel Padre, allora siete ciò per cui foste creati, immagini di Dio che camminano sulla terra”.

Questo non è teologia astratta, è istruzione pratica.

E poi arriva la parte che mi spezzò.

“Quando pregate, non pregate solo con la bocca, lasciate che il vostro corpo diventi una preghiera vivente, che il vostro respiro mi lodi, che il vostro silenzio parli più forte dei sermoni”.

Questa non è religione, è rivoluzione.

Gesù sta dicendo che la vera spiritualità non sta nelle parole né nei rituali esterni, ma nella trasformazione completa dell’essere, corpo, anima e spirito fusi in un unico atto di adorazione vivente.

Ora posso rispondere alla domanda che molti si staranno ponendo.

Perché la Chiesa occidentale ha respinto questi testi?

Ho identificato tre ragioni principali. Prima ragione, controllo politico ed ecclesiastico.

Questi testi danno potere all’individuo. Gli dicono che può incontrare Dio direttamente, che non ha bisogno di un sacerdote come intermediario, che il vero tempio è dentro di lui.

Potete immaginare cosa significhi per un’istituzione che basa il proprio potere proprio sull’essere l’intermediario necessario tra Dio e l’umanità.

La Chiesa cattolica sviluppò un intero sistema sacramentale in cui ti serve un sacerdote quasi per tutto: battesimo, confessione, comunione, matrimonio, estrema unzione.

Ma se Gesù insegnò davvero che puoi trovare Dio direttamente, che il tuo corpo è il tempio, che la tua coscienza è l’altare, a che cosa serve l’istituzione?

Ecco perché questi testi erano pericolosi: minavano il fondamento stesso del potere ecclesiastico.

Seconda ragione, il misticismo scomodo. I testi etiopi sono pieni di visioni, esperienze mistiche, angeli e demoni, battaglie spirituali.

Per la mentalità greco-romana questo era imbarazzante, troppo orientale, troppo esperienziale, troppo poco filosofico.

Roma voleva un cristianesimo presentabile nel foro, discutibile con gli stoici e i platonici, rispettabile e razionale.

Un cristianesimo di estasi mistiche, visioni apocalittiche e guerre spirituali invisibili non si adattava a quell’immagine, dunque fu editato, smussato, reso più rispettabile.

Terza ragione, le profezie sulla corruzione della Chiesa.

Questa è la più scomoda. In questi testi Gesù avverte esplicitamente che la sua stessa chiesa si sarebbe corrotta, che sarebbe venuto un tempo in cui la gente avrebbe pronunciato il suo nome senza conoscerlo, avrebbe costruito cattedrali ignorando il tempio interiore e i leader religiosi avrebbero vissuto nel lusso mentre i poveri soffrivano.

Come può un’istituzione includere nel proprio canone testi che profetizzano la sua stessa corruzione? Non può. Quindi quei testi dovevano sparire.

Prima di lasciare l’Etiopia ebbi un’ultima conversazione con quel monaco anziano, il copista.

Gli dissi: “Ho letto questi testi, ho preso appunti, ho fotografato pagine, ma quando tornerò in Occidente chi mi crederà? Diranno che è fantasia, che sono testi apocrifi senza valore.”

Mi guardò con quello sguardo penetrante.

“La verità non ha bisogno che la si creda. Esiste indipendentemente dalla credenza. Noi abbiamo custodito questi testi per 1600 anni, li abbiamo copiati con le nostre mani. Alcuni dei miei fratelli sono morti per preservarli. Perché? Non per potere. Non ne abbiamo, non per denaro. Siamo poveri. Lo abbiamo fatto perché sono verità, perché sono le parole del nostro Signore e perché sapevamo che sarebbe venuto un giorno in cui il mondo ne avrebbe avuto bisogno”.

Fece una pausa, gli occhi gli si inumidirono e credo che quel giorno sia arrivato.

Voglio tornare a una delle profezie più sconvolgenti di questi testi, perché credo che la stiamo vivendo proprio ora.

Secondo il libro dell’Alleanza, Gesù disse: “Verrà un tempo in cui il mio nome sarà venduto, il mio volto sarà ridipinto per soddisfare i potenti, le mie parole saranno riscritte per giustificare ciò che io ho condannato. Vedrete templi magnifici costruiti nel mio nome, ma io non sarò lì. Ascolterete il mio nome sulle labbra di re e presidenti, ma essi non mi conoscono. E in quel tempo di oscurità la mia voce si leverà dai luoghi dimenticati, dalle montagne, dai deserti. da coloro che soffrono in silenzio, perché la verità non può morire. Sono il seme e la spada e tornerò”.

Quando lessi questo per la prima volta, pensai immediatamente a come il cristianesimo è stato usato nella storia moderna.

Usato per giustificare il colonialismo, per benedire eserciti, per accumulare ricchezze oscene, per costruire imperi, per entrare nella politica e nel potere.

Gesù di Nazaret, il rabbì itinerante che non aveva dove posare il capo, che mangiava con prostitute ed esattori, che sfidò le autorità religiose del suo tempo, quel Gesù è stato trasformato in un prodotto, in un marchio, in uno strumento di controllo.

Ma secondo questi testi, lui lo vide arrivare e promise che quando la corruzione fosse divenuta totale, quando il suo nome fosse completamente prostituito dal potere, la sua vera voce si sarebbe nuovamente levata dai margini.

Questo mi porta a uno degli insegnamenti più rivoluzionari di questi testi.

Nella didascalia etiope c’è un passo in cui Gesù parla direttamente di dove sarà la sua presenza negli ultimi giorni. Non cercatemi nelle cattedrali di marmo, non cercatemi nella propaganda, non cercatemi dove i ricchi e i potenti invocano il mio nome. Cercatemi nella vedova che condivide la sua ultima moneta, nel prigioniero che perdona i suoi torturatori, nel bambino rifugiato che ancora canta lode, nel malato terminale che trova pace, nel dipendente che lotta per rialzarsi ancora una volta. Lì sono io negli spezzati, nei dimenticati, in coloro che il mondo disprezza.

E aggiunge qualcosa che mi spezza ogni volta che lo leggo:  “e da quei luoghi, da quelle persone, verrà il rinnovamento, non dai seminari, non dai concili, ma dai cuori spezzati che ancora si fidano di me”.

Questo ribalta completamente la struttura di potere del cristianesimo istituzionale.

La Chiesa dice: “La verità viene da noi, dalla gerarchia, dai teologi formati, dai concili ufficiali”.

Gesù in questi testi dice “No, la verità viene dal basso, dai piccoli, dai dimenticati, da chi soffre e tuttavia ama”.

Durante il mio soggiorno in Etiopia qualcosa mi colpì profondamente. Il cristianesimo etiope è diverso. Non è il cristianesimo razionalizzato o addomesticato che conosciamo in Occidente. È selvaggio, mistico, intenso. I monaci digiunano in modi che noi considereremmo estremi. Alcuni mangiano una sola volta al giorno, altri una volta ogni due giorni. Durante la Quaresima non mangiano né bevono nulla fino al tramonto. Pregano per ore.

Ho visto liturgie che durano da prima dell’alba a oltre il mezzogiorno, 4 5 6 ore di preghiera continua. Canti, letture credono letteralmente ad angeli e demoni, alla battaglia spirituale, al mondo invisibile e  non reale quanto a quello visibile. Trattano i loro manoscritti antichi con una reverenza difficile da descrivere, come fossero portali al sacro, come se le parole su quelle pergamene avessero potere reale, perché per loro ce l’hanno.

E capisco che questo è ciò che il cristianesimo era prima che Roma lo addomesticasse, prima che i concili lo sistematizzassero, prima che i teologi lo razionalizzassero. Una religione di esperienza diretta, di trasformazione radicale, di incontro personale con il divino.

Ed è precisamente ciò che questi testi insegnano.

C’è una sezione nei testi etiopi che mi ha colpito in modo particolare, riguarda la preghiera.

Secondo questi manoscritti, Gesù non insegnò la preghiera come esercizio mentale o verbale, ma come qualcosa che coinvolge l’intero essere.

“Quando pregate, disse, non pensate che sia solo la vostra mente a parlare con Dio. Il vostro corpo prega, il vostro respiro prega, il vostro silenzio prega. Imparate a far tacere la mente, a quietare il rumore interno e in quel silenzio ascolterete la mia voce, non con le orecchie, con qualcosa di più profondo, perché io parlo nel silenzio, nella quiete, nello spazio tra i vostri pensieri”.

Questa è meditazione contemplativa, è esicasmo, la tradizione dei monaci ortodossi orientali, qualcosa che il cristianesimo occidentale ha quasi del tutto perduto.

E poi Gesù dà istruzioni specifiche. Sedete in silenzio, respirate profondamente. A ogni respiro dite nel cuore: “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me. Non in fretta, con calma, lasciate che le parole affondino nel vostro essere. All’inizio la mente vagherà, i pensieri arriveranno come uccelli. Lasciateli andare. Non lottate contro di loro, semplicemente tornate al respiro, tornate alle parole e dopo molto tempo, forse giorni, forse mesi, forse anni, qualcosa cambierà. Le parole cominceranno a dirsi da sole, senza sforzo, come una sorgente che sgorga dall’interno. E allora saprete che non siete voi a pregare, è il mio spirito che prega in voi”.

Questo somiglia in modo straordinario alla preghiera del cuore della tradizione esicasta e secondo questi testi viene direttamente dal Gesù risorto.

Quando tornai in Spagna dopo quel viaggio, non sapevo che fare con tutto ciò che avevo scoperto. Avevo appunti, fotografie, registrazioni audio delle traduzioni dell’abate.

Ma come presentarlo? Chi mi avrebbe creduto?

Provai a parlare con alcuni colleghi accademici, la maggior parte era scettica, testi apocrifi, dicevano, senza reale valore storico.

Provai a parlare con leader religiosi. Alcuni si mostrarono interessati, altri chiaramente a disagio. Uno mi disse apertamente: “Juanito, è meglio lasciare queste cose in pace. Non vogliamo confondere la gente”.

Non vogliamo confondere la gente. Quella frase dice tutto. La verità confonde. La verità è scomoda. Meglio tenere la gente sulla versione semplice, controllabile e addomesticata del cristianesimo.

Ma io non riuscii a lasciar perdere perché quelle parole, quegli insegnamenti mi avevano cambiato e sentivo, come quella notte sotto le stelle ad Axum, di avere la responsabilità di condividerli.

C’è un’altra profezia in questi testi che è diventata dolorosamente attuale.

Secondo il libro dell’alleanza Gesù avvertì: “Verrà un tempo in cui le mie parole saranno riscritte, in cui coloro che hanno potere decideranno che cosa ricordare di me e che cosa dimenticare. Diranno che lo fanno per proteggere la fede, per mantenere l’unità, per evitare l’eresia, ma in verità lo faranno per proteggere il loro potere, perché le mie parole, quelle vere, sono fuoco e il fuoco non può essere controllato”.

Quando lessi questo, pensai immediatamente ai Concili e a Nicea, a Calcedonia, a tutti i momenti in cui uomini con potere politico decisero che cosa fosse ortodosso e che cosa eretico. decisero sulla base della verità o sulla base di ciò che era conveniente al potere?

La storia suggerisce la seconda. Ario, per esempio, fu condannato come eretico a Nicea non perché le sue idee fossero palesemente false, ma perché non si adattavano alla teologia che l’imperatore Costantino voleva promuovere.

Gli gnostici furono perseguitati e i loro testi bruciati. Perché? Non perché non avessero antichi lignaggi o insegnamenti profondi, ma perché sfidavano l’autorità della gerarchia nascente.

La storia la scrivono i vincitori e la teologia la scrivono quelli che hanno il potere.

Ma Gesù in questi testi etiopi avverte che ciò sarebbe accaduto e promette che la verità non può essere distrutta definitivamente.

“La verità è come un seme – dice – potete seppellirla, potete calpestarla, ma a suo tempo germoglierà di nuovo”.

C’è una linea nella didascalia che mi perseguita costantemente. “Negli ultimi giorni il mio spirito parlerà dai figli degli schiavi”.

I figli degli schiavi. Perché proprio questa espressione? Perché non i poveri o gli oppressi in generale? Lo chiesi all’abate di Axum. Mi disse qualcosa che mi fece riflettere per settimane. Fratello Juanito, sai qual è stato uno dei primi paesi a proibire la schiavitù?

Scossi il capo. L’Etiopia. Nel IV secolo, quando adottammo il cristianesimo, uno dei primi atti fu liberare gli schiavi, perché i nostri testi dicono che Dio ama in modo speciale coloro che sono stati resi schiavi, che sono, in un certo senso, più vicini a lui dei liberi.

“Perché?” chiesi.

“Perché conoscono la sofferenza, sanno che cosa significa non avere potere, perché la loro unica speranza è Dio e per questo hanno le orecchie aperte per ascoltarlo”.

Mi raccontò che secondo la tradizione etiope, quando Gesù parlò dei figli degli schiavi nelle sue istruzioni post resurrezione, stava profetizzando sul cristianesimo africano. L’Etiopia non fu mai colonizzata, ma per secoli fu guardata con disprezzo dal cristianesimo europeo. “Africani ignoranti, dicevano, cristiani di seconda classe”, eppure furono loro, i disprezzati a preservare gli insegnamenti più puri.

E ora, nel XX secolo, mentre il cristianesimo europeo crolla, quello africano esplode, proprio come Gesù aveva profetizzato.

So che molti lettori si staranno chiedendo: “Questi testi sono davvero antichi o sono invenzioni medievali?”

Vi do i fatti. I manoscritti più antichi esistenti del canone etiope risalgono al XI – X secolo, ma l’analisi linguistica del jetz usato mostra che si tratta di traduzioni di originali molto più antichi, probabilmente del periodo che va dal quarto al secondo secolo.

Sappiamo che la Chiesa etiopica fu fondata nel V secolo, secondo la tradizione da Frumenzio, un missionario siriaco, ma ci sono anche indizi di comunità cristiane precedenti, forse del primo o secondo secolo.

L’Etiopia aveva contatti con il mondo giudeo-cristiano attraverso il commercio nel Mar Rosso. Il regno di Axum era una potenza commerciale e la tradizione etiope afferma che la sua dinastia reale discende dal re Salomone e dalla regina di Saba.

Punto importante, quando il cristianesimo arrivò in Etiopia non giunse da Roma, ma da Oriente, dalla Siria, dall’Egitto, forse persino dall’India.

E quelle comunità cristiane orientali possedevano testi diversi da quelli che Roma stava usando. Molti dei testi apocrifi che troviamo in Etiopia esistevano anche in versioni copte, siriache, arabe.

Non furono inventati in Etiopia, furono preservati lì quando scomparvero altrove.

Dunque, sono antichi? Sì, sono affidabili. Domanda più complessa, ma vi dirò questo: sono almeno tanto affidabili quanto i Vangeli canonici? Su che cosa si basa l’affidabilità dei Vangeli canonici? Sul fatto che furono accettati dai concili del V secolo, concili controllati dal potere politico.

I testi etiopi hanno la stessa origine, comunità cristiane primitive che registrarono tradizioni orali su Gesù.

La differenza è che Roma li rifiutò ed Etiopia li preservò. Chi aveva ragione?

Ognuno deve deciderlo per sé. Ho intitolato questa sezione Il Cristo nascosto perché è ciò che questi testi rivelano.

Un Gesù che ci è stato nascosto. Non del tutto nascosto, si intende. I Vangeli canonici sono genuini e contengono verità profonde, ma sono incompleti, editati, filtrati attraverso la lente di ciò che Roma considerava accettabile.

I testi etiopi ci offrono un Gesù più completo, più complesso, più sfidante. Un Gesù che non solo morì per il nostro riscatto, anche questo, ma risorse per insegnarci come vivere a un livello completamente diverso di coscienza.

Un Gesù che non parlò d’amore solo in termini generali, ma diede istruzioni specifiche su come trasformare corpo, anima e spirito.

Un Gesù che non si limitò a predire il suo ritorno, ma mise in guardia sulla corruzione specifica che avrebbe attaccato la sua Chiesa e promise che il rinnovamento sarebbe venuto dai margini, non dal centro.

Questo è il Gesù che Roma non voleva che conoscessimo, perché questo Gesù è incontrollabile.

Sono passati più di 25 anni da quel primo viaggio in Etiopia. Ci sono tornato altre tre volte, ho continuato a ricercare. Ho confrontato i testi etiopi con altri apocrifi di altre tradizioni e sono giunto ad alcune conclusioni.

Primo, la Bibbia che abbiamo in Occidente è incompleta, non è falsa, ma è editata, censurata. Cose importanti sono state lasciate fuori.

Secondo, gli insegnamenti post resurrezione di Gesù furono molto più estesi e profondi di quanto suggeriscano i Vangeli canonici. Quei 40 giorni furono cruciali e abbiamo accesso a ciò che vi si insegnò, se siamo disposti a cercare fuori dal canone ufficiale.

Terzo, Gesù profetizzò la corruzione della sua stessa chiesa: è scomodo, ma è lì in molteplici testi di molteplici tradizioni.

Non è un’invenzione etiope, è parte della tradizione cristiana primitiva che fu soppressa.

Quarto, il vero cristianesimo non è una religione istituzionale, è una trasformazione personale, una pratica spirituale che coinvolge corpo, mente e spirito, un cammino di incontro diretto con il divino.

Quinto e più importante, la verità non ha bisogno del permesso di Roma per essere verità.

La Chiesa cattolica non ha il monopolio della verità cristiana e neppure qualunque altra istituzione.

La verità sta dove la trovi, a volte nelle cattedrali, ma anche nei monasteri di montagna in Etiopia, nei testi che Roma respinse, nei cuori dei marginalizzati che ancora credono. Secondo questi testi, Gesù concluse i suoi insegnamenti post resurrezione con una promessa e una chiamata. La promessa: ”Non vi lascerò orfani. Il mio spirito sarà con voi sempre. Nei momenti di oscurità più profonda, quando vi sembrerà di essere completamente soli, cercatemi nel più profondo del vostro essere. Lì sono io, lì sono sempre stato. E da lì ora vi mando la chiamata,  non come pecore ingenue, ma come serpenti saggi e colombe pure. Il mondo vi odierà come ha odiato me, vi perseguiterà come ha perseguitato me, ma non temete perché io ho vinto il mondo. Andate, insegnate, non dai pulpiti d’oro, ma con la vostra vita. Lasciate che la vostra esistenza sia il sermone, che il vostro amore sia la prova, che la vostra pace in mezzo alla sofferenza sia la testimonianza. E negli ultimi giorni, quando tutto sembrerà perduto, quando il mio nome sarà profanato da coloro che dicono di seguirmi, cercate la mia voce nei luoghi dimenticati, perché lì sono sempre stato e lì sarò sempre”.

Concludo questo testo con un avvertimento e un invito.

L’avvertimento. Una volta che conosci queste informazioni non puoi disconoscerle. Non puoi tornare all’innocenza di credere che la Bibbia che possiedi sia completa, che la Chiesa istituzionale abbia tutte le risposte, che non ci sia altro da scoprire.

Hai mangiato dell’albero della conoscenza e come Adamo ed Eva, ora devi decidere che cosa fare di questa conoscenza. L’invito, cerca da te stesso non fermarti a ciò che ti ho detto.

Indaga, leggi i testi etiopi. Sono tradotti, sono disponibili; cerca anche i testi gnostici, i Vangeli apocrifi, le tradizioni mistiche del cristianesimo e soprattutto cerca Gesù direttamente, non attraverso l’istituzione, non tramite intermediari, direttamente come egli stesso insegnò.

“Cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”. E lì, è sempre stato lì, devi solo avere il coraggio di varcare quella soglia. E quando lo farai, quando troverai quella verità che rende liberi, ricorda: non sei il primo. I monaci d’Etiopia ti hanno preceduto da 1600 anni, i padri del deserto prima di loro, gli apostoli prima ancora e prima di tutti lo stesso Gesù uscito dalla tomba nel mattino di Pasqua con fuoco negli occhi e verità sulle labbra.

La verità non può morire, è il seme e la spada e sta germogliando di nuovo qui ora, in questo momento.

La domanda è: avrai il coraggio di vederla?

 

M O N T E    A T H O S

 

Il Monte Athos, nella penisola Calcidica in Grecia, è sede di un monastero ortodosso risalente al Vi secolo.
Lì si è recato in visita di studio Carl Gustav Jung e lì ha avuto una esperienza di contatto diretto con il vero messaggio di Gesù.
Non solo quello che ci viene descritto dai Vangeli canonici, dove la sua figura è propagandata mettendo in evidenza solo alcuni aspetti e precetti del suo pensiero, e precisamente quelli che erano funzionali ad un insegnamento e ad un magistero di cui la Chiesa si sarebbe appropriata indebitamente per esercitare un controllo sulle coscienze e che la hanno conferito un potere, non solo spirituale ma anche materiale, esercitato coattivamente per due millenni.

Il grande scienziato della psiche, entrato molto cautamente e umilmente in confidenza con il primo responsabile del clero sacerdotale del Monastero, ha avuto da questi il permesso e la consulenza per consultare dei testi evangelici sconosciuti in occidente e risalenti ai primi secoli dopo Cristo.

Questi testi appartengono alla categoria dei Vangeli apocrifi che sono stati banditi, ripudiati, ignorati, distrutti, bruciati e fatti oggetto di discredito ed abominio.

Jung parla in particolare di uno di questi Vangeli, il Vangelo di Pietro, che nessun cristiano cattolico ha mai saputo esistesse, né tantomeno ha mai letto.
Se c’erano state in circolazione altre copie, ormai non esistevano più.

In esso la figura di Gesù è molto diversa da quella della tradizione cattolica.

In questo Vangelo Gesù spiega a Pietro che la resurrezione non è soltanto un evento unico che riguardava il suo corpo fisico, ma un simbolo di qualcosa che tutti devono vivere:

“La morte del falso io e la nascita del vero io”.

“Ogni persona deve morire e risorgere – diceva Gesù in quel testo – non una sola volta alla fine dei tempi, ma continuamente lungo tutta la vita”.

“Ogni volta che lasci cadere un’illusione muori; ogni volta che scopri una verità risorgi”.

Questo è radicalmente diverso dalla dottrina ortodossa.

La Chiesa presenta la resurrezione come un evento storico unico accaduto a Gesù e come un evento futuro che accadrà a tutti nel giudizio finale.

Qui, invece, viene mostrato come processo continuo di trasformazione interiore.

Perché è stato proibito?

Perché presenta un Gesù troppo umano e, al tempo stesso, troppo divino.

Troppo umano perché lo descrive con dubbi, paure, lotte interiori; troppo divino perché insegna che questa stessa divinità è disponibile a tutti.

La Chiesa aveva bisogno di un Gesù unico, diverso da ogni altro essere umano, un Gesù che si potesse venerare, ma non imitare.

Perché, se tutti possono raggiungere ciò che Gesù ha raggiunto con la resurrezione, allora la Chiesa perde la sua ragione d’essere mediatrice esclusiva.

Un Gesù che si può adorare ma non imitare, questa è esattamente la funzione propagandistica della figura del Gesù istituzionale: viene collocato su un piedistallo così alto che nessuno può raggiungerlo, gli vengono attribuite caratteristiche uniche che nessun altro essere umano può possedere.

E poi ci viene detto che l’unico modo di avvicinarsi a lui è attraverso la Chiesa.

Ma il Gesù dei vangeli proibiti è completamente diverso.

Quel Gesù dice: “Ciò che io faccio anche voi potete farlo”.

Quel Gesù insegna metodi concreti di trasformazione interiore, quel Gesù non crea dipendenti, crea discepoli che, col tempo, diventano maestri.

La differenza è enorme.

Una versione mantiene in vita un sistema di controllo, l’altra conduce alla liberazione.

 

La Chiesa Cattolica è esattamente quello

contro cui Gesù Cristo ha predicato

e ha insegnato ai suoi discepoli a combattere.

 

Friederich Nietzsche.

 

Numero3636.

 

da  QUORA

 

Scrive Marco Bini, corrispondente di QUORA

 

Verità o complottismo?

 

Madre Teresa – non al servizio dei moribondi ma del Vaticano.

 

Madre Teresa era una donna crudele, che causò il martirio di migliaia di persone.

Gli antidolorifici erano vietati nelle sue “Case dei Moribondi” e i pazienti morivano per quasi ogni malattia.

Alla sua nascita, il 26 agosto 1910, a Madre Teresa fu dato il nome di Agnes Bojaxhiu. Nacque a Skopje da una ricca famiglia albanese cattolica.

Suo padre era un fervente nazionalista albanese, membro di un’organizzazione clandestina il cui obiettivo era liberare Skopje dai serbi e annetterla all’Albania. Fu ucciso poco dopo durante un attacco a un villaggio serbo.

Anche la figlia ereditò le idee del padre. Sebbene parlasse fluentemente il serbo e si fosse persino diplomata in un liceo serbo, durante le sue successive visite ufficiali in Jugoslavia comunicò sempre solo tramite un interprete.

Nel 1928, dopo essersi diplomata al liceo, Agnes partì per l’Irlanda per unirsi alle Suore di Loreto. Lì imparò l’inglese, divenne suora con il nome di Teresa e fu mandata a Calcutta, in India, per insegnare alla St. Mary’s Catholic School.

Inoltre, secondo i suoi ricordi, nel 1946 ebbe una visione di Gesù Cristo, che le ordinò di abbandonare la scuola, di abbandonare l’abito monastico, di indossare il sari tradizionale locale e di andare ad aiutare i più poveri e sfortunati. Tuttavia, in altre memorie, affermò che Dio le si rivolgeva regolarmente, a partire dall’età di cinque anni.

Stranamente, riuscì a ottenere il sostegno sia delle autorità che dei suoi superiori cattolici. Nel 1948, l’ufficio del sindaco assegnò un ex tempio dedicato alla dea indù Kali alla sede dell’istituzione, che Madre Teresa stessa chiamava “La casa dei morenti”.

Il personale era composto da 12 suore dell’ordine delle Missionarie della Carità, fondato da Madre Teresa e successivamente diffuso in tutto il mondo con la benedizione del Papa.

L’organizzazione ottenne fama mondiale nel 1969, quando, su incarico della BBC, il giornalista Malcolm Muggeridge girò un documentario elogiativo, “Something Beautiful for God”.

Ma non si trattava solo di un pezzo elogiativo: l’illustre giornalista affermò che durante le riprese si verificò un miracolo: non c’era illuminazione nella “Casa dei Moribondi”, ma le riprese furono un successo perché “apparve una luce divina”.

Sebbene il direttore della fotografia Ken McMillan abbia poi affermato di aver semplicemente utilizzato per la prima volta la nuova pellicola Kodak per le riprese notturne, all’epoca non esisteva Internet e il cameraman non poteva certo mettere a tacere la potente BBC.

Tuttavia, la gente è sempre più interessata a leggere di miracoli che alle nuove proprietà della pellicola.

Grazie alla campagna di pubbliche relazioni, il numero dei membri dell’ordine crebbe fino a 5.000 e furono fondate oltre 500 chiese in 121 paesi. Ospizi, centri di assistenza per malati gravi e case di riposo iniziarono ad aprire ovunque, sebbene Madre Teresa continuasse a chiamarli “Case per i morenti”.

Mary Loudon, che ha lavorato in uno di questi, ha spiegato cosa sono realmente nel film documentario “Angel from Hell”(Angelo dall’inferno):

La mia prima impressione fu quella di guardare un filmato di un campo di concentramento nazista, con tutti i pazienti con la testa rasata. L’unico arredamento erano letti pieghevoli e rudimentali brandine di legno.

C’erano due stanze. Gli uomini morivano lentamente in una, le donne nell’altra.

Non c’erano praticamente cure, gli unici farmaci erano l’aspirina e altri farmaci economici. Le flebo erano insufficienti e gli aghi venivano riutilizzati. Le suore li lavavano in acqua fredda.

Quando chiesi perché non li disinfettassero in acqua bollente, mi dissero che non era necessario e che non c’era tempo.

Ricordo un ragazzo di 15 anni che inizialmente aveva un semplice dolore ai reni, ma che peggiorò progressivamente perché non riceveva antibiotici, e in seguito dovette essere operato.

Gli dissi che per guarirlo bastava chiamare un taxi, portarlo in ospedale e pagare un’operazione poco costosa. Ma si rifiutarono, spiegando: “Se facciamo questo per lui, dovremo farlo per tutti”.

Le parole di Mary Loudon sono confermate dai risultati di numerose ispezioni delle “Case per i Morenti”.

È stato ripetutamente osservato che i medici vengono raramente assunti e che tutto il lavoro è svolto da volontari non retribuiti che credono al mito delle istituzioni di Madre Teresa.

I medici hanno notato scarsa igiene, la diffusione di malattie da un paziente all’altro, cibo immangiabile e la mancanza di antidolorifici di base.

La santa proibì di fatto quest’ultima cosa, dichiarando: “C’è qualcosa di bello nel modo in cui i poveri accettano la loro sorte, nel modo in cui soffrono, come Gesù sulla croce. Il mondo guadagna molto dalla sofferenza. Il tormento significa che Gesù ti bacia”. Di conseguenza, il dolore da shock divenne causa di morte per molti.

Tutto quanto sopra si adattava perfettamente al suo concetto di “salvare” i malati. Mentre per le persone normali, salvare un malato significava la sua guarigione, per Madre Teresa significava la sua conversione al cattolicesimo e quindi la salvezza dai tormenti dell’inferno nell’aldilà.

Pertanto, più il paziente soffriva, più era facile convincerlo che per essere liberato dalle sue sofferenze doveva convertirsi al cattolicesimo e che Gesù Cristo lo avrebbe aiutato.

La cerimonia del battesimo nelle “Case dei Moribondi” è semplice come tutto il resto: la testa del paziente viene coperta con un panno bagnato e viene recitata la preghiera appropriata. E poi, se il paziente sopravvive, dirà a tutti che è stato grazie alla sua conversione al cattolicesimo; altrimenti, non dirà nulla.

Quando Madre Teresa ebbe bisogno di cure mediche, non si rivolse ai servizi delle sue istituzioni mediche, ma si rivolse a una delle cliniche più costose del mondo, in California.

Era altrettanto disposta a cambiare posizione su altre questioni, se le faceva comodo.

Ad esempio, era categoricamente contraria all’aborto.

Nel suo discorso di accettazione del Premio Nobel per la Pace nel 1979, affermò: “La più grande minaccia alla pace oggi è l’aborto, perché è una vera e propria guerra, un omicidio, l’omicidio di un essere umano da parte della propria madre”.

Tuttavia, quando la sua amica, la prima ministra indiana Indira Gandhi, iniziò a sterilizzare forzatamente i poveri, Agnes Bojaxhiu appoggiò pienamente la campagna.

Tuttavia, nel 1993, cambiò nuovamente posizione e condannò una ragazza irlandese di 14 anni che aveva abortito dopo essere stata violentata.

Viaggiando per il mondo, Agnes Bojaxhiu chiese ovunque l’abolizione del divorzio, poiché ogni matrimonio è santificato da Dio.

Tuttavia, quando un’altra sua amica, la principessa Diana, divorziò dal principe Carlo, dichiarò che “era stata la decisione giusta, perché l’amore aveva abbandonato la famiglia”.

Chiese inoltre il divieto assoluto di ogni forma di contraccezione e, quando le fu ricordato che questi metodi prevengono la diffusione dell’AIDS, dichiarò che l’AIDS era “una giusta punizione per una condotta sessuale scorretta”.

Detestava inoltre il femminismo e invitava le donne a “lasciare che gli uomini facciano ciò per cui sono più adatti”.

Nonostante Agnes Bojaxhiu abbia sempre auspicato uno stile di vita cristiano e modesto, durante i suoi numerosi viaggi in giro per il mondo preferiva viaggiare su jet privati ed elicotteri e soggiornare nelle residenze più alla moda.

Grazie a una massiccia propaganda, milioni di persone iniziarono a credere nella benefattrice globale degli sfortunati e inviarono donazioni al suo ordine. Oltre al Premio Nobel, Madre Teresa e il suo ordine ricevettero decine di altri riconoscimenti da varie organizzazioni, per un totale di somme ingenti.

Tuttavia, la premio Nobel era riluttante a spiegare come venivano spesi questi fondi.

Quando i giornalisti le chiedevano un’intervista, di solito rispondeva: “Faresti meglio a parlare con Dio”.

Grazie all’amicizia con Indira Gandhi, il suo ordine monastico, registrato in India, è stato esente da qualsiasi controllo finanziario per molti anni, con il pretesto di essere un’importante organizzazione benefica.

Eppure, quando nel 1998 fu stilata una classifica degli aiuti finanziari delle organizzazioni con sede a Calcutta, le Suore Missionarie dell’Amore non rientravano nemmeno tra le prime 200.

Lo scandalo più significativo riguardante l’uso improprio delle donazioni ricevute da Agnes Bojaxhiu avvenne nel 1991, quando la rivista tedesca Stern, basandosi su documenti, pubblicò informazioni secondo cui solo il 7% delle donazioni veniva utilizzato per curare i malati.

Somme ingenti finirono sui conti della Banca Vaticana a Roma.

L’origine delle donazioni non preoccupava Madre Teresa. Accettava con calma il denaro sottratto dai dittatori al loro popolo.

Così, nel 1981, visitò Haiti, governata da Jean-Claude Duvalier, che aveva assunto il potere dopo la morte del padre dittatore.

Sembrava che ci fosse poco di buono da dire sulla situazione nel Paese più povero dell’emisfero occidentale e uno dei più poveri al mondo, dove corruzione e malattie dilagavano e dove la famiglia Duvalier aveva commesso 60.000 omicidi politici, palesi e occulti.

Tuttavia, Madre Teresa dichiarò che in nessun altro luogo al mondo aveva visto una tale vicinanza tra i poveri e un leader statale.

Di conseguenza, ricevette 1,5 milioni di dollari dal dittatore haitiano.

Un altro importante donatore, che donò 1,25 milioni di dollari a Madre Teresa, fu l’americano Charles Keating.

In seguito, quando fu condannato per aver frodato 23.000 investitori della sua fondazione per 252 milioni di dollari, Madre Teresa inviò una lettera chiedendo clemenza per questo fedele e generoso figlio della Chiesa cattolica.

In una lettera di risposta, il procuratore Paul Turley scrisse che “la chiesa non dovrebbe permettere di essere usata come mezzo per placare la coscienza di un criminale” e si offrì di restituire il denaro ricevuto da Keating a coloro a cui era stato rubato.

La risposta fu il silenzio.

Sono trascorsi esattamente 19 anni tra la morte della fondatrice delle Suore Missionarie della Carità e la sua canonizzazione, e il processo non è stato facile. Secondo le regole della Chiesa cattolica, per essere canonizzati come santi è necessario compiere un miracolo.

La ricerca dei miracoli compiuti da Madre Teresa fu affidata al sacerdote canadese Brian Kolodiychuk.

Inizialmente, egli annunciò che Monica Besra, residente nello stato indiano del Bengala, aveva un tumore maligno di 17 centimetri allo stomaco. Nell’anniversario della morte di Madre Teresa, il 5 settembre 1998, sua sorella le applicò sullo stomaco un medaglione con l’immagine della Santa Madre di Dio, che era stato usato per toccare il corpo di Madre Teresa il giorno del suo funerale, e pregò la santa universale per la sua guarigione.

Otto ore dopo, il tumore sarebbe scomparso.

Tutto era meraviglioso, sia letteralmente che figurativamente, ma poi Monica Besra ha litigato con il marito, e lui ha detto ai giornalisti che sua moglie non aveva un tumore, ma una ciste ovarica, che è stata curata con farmaci per i quali ha pagato una grossa somma di tasca sua, e poi ha portato i giornalisti da medici che avevano la relativa cartella clinica.

Naturalmente, dopo questo scandalo, la fede del Vaticano nella santità della suora, che, secondo le stime più prudenti, gli aveva fruttato 3 miliardi di dollari e milioni di nuovi seguaci, non è svanita. Ma per salvare le apparenze, è stata imposta una pausa di diversi anni alla canonizzazione, consentendo la pacificazione e l’oblio.

Nel 2008, il reverendo Kolodiychuk scoprì un nuovo miracolo in Brasile, dove Marsilio Andrino aveva un tumore maligno al cervello, che però scomparve dopo che sua moglie Fernanda iniziò a pregare Madre Teresa. In questo caso non esistevano cartelle cliniche, il che impedì che si ripetesse l’esperienza di Monica Besra.

Quando l’italiano Giorgio Brusco, che conosceva personalmente Madre Teresa e stava scontando una pena detentiva per aver guidato la mafia, venne a sapere della sua canonizzazione, disse: “Se lei è una santa, allora io sono Gesù Cristo”.

Numero3598.

 

C O S A    V U O L    D I R E

 

SANTO viene da “sanctus”, participio passato del verbo latino “sancire” che, come in italiano, vuol dire “certificare”, “attestare”, “stabilire”.

 

SACRO è una brutta parola. In latino vuol dire “proibito”. Indica una realtà che ispira timore ed attrazione coercitiva, legata al divino, all’interdetto, al separato. È riferito alla sfera divina, distinta e potente.

Il “sacrificium” era un tributo alla divinità. Si praticava sgozzando o bruciando degli animali.

Numero3582.

da  QUORA

 

Scrive Armando La Torre, corrispondente di QUORA

 

 

Quel divieto non era un test d’amore, ma la clausola capestro di un contratto firmato da due analfabeti.

Dio non ha proibito di mangiare quel frutto per proteggere Adamo ed Eva. Lo ha fatto per proteggere se stesso e il suo status di dittatore assoluto. Nel Giardino dell’Eden, Adamo ed Eva non erano esseri umani. Erano animali domestici, automi biologici che vivevano in uno stato di beata e totale insipienza. Non conoscevano la vergogna, la paura, il dolore o la morte. La loro unica funzione era obbedire a un’unica, arbitraria regola. Il divieto non era un test di lealtà. Era un meccanismo di controllo. Finché obbedivano ciecamente, senza capire il perché, rimanevano i suoi perfetti e inconsapevoli schiavi.

L’albero non dava la conoscenza del bene e del male in senso filosofico. Dava una cosa molto più pericolosa. Dava la coscienza di sé e la capacità di giudizio autonomo. Prima di mangiare il frutto, “bene” era ciò che Dio ordinava, e “male” era ciò che Dio proibiva. La loro moralità era un software preinstallato. Dopo aver mangiato, hanno acquisito la capacità di guardare un’azione, o un ordine, e di giudicare da soli se fosse giusta o sbagliata. Hanno potuto guardare se stessi, nudi, e provare vergogna. Hanno potuto guardare Dio e, per la prima volta, pensare “Quello che stai facendo è ingiusto”. Questo è il vero peccato originale. Non la disobbedienza, ma l’acquisizione della facoltà di critica. Un essere che può giudicarti non è più un tuo schiavo. È un tuo pari, o un tuo nemico.

La cacciata dall’Eden non fu una punizione. Fu una necessità logica per un tiranno che aveva perso il controllo dei suoi esperimenti. Adamo ed Eva erano diventati inutili, contaminati. Erano diventati umani. Complessi, fallibili, capaci di mentire, di soffrire e, soprattutto, di ribellarsi. Dio non ha cacciato due peccatori. Ha buttato via due giocattoli che si erano rotti, due animali da laboratorio che avevano sviluppato una coscienza imprevista. L’intera storia non è una lezione sulla tentazione e la caduta dell’uomo. È il racconto di un esperimento fallito, la cronaca di come un despota cosmico ha preferito condannare le sue creature a una vita di sofferenza piuttosto che tollerare la loro indipendenza.

Numero3567.

 

da  QUORA

 

Scrive Giuseppe Gamerra, corrispondente di QUORA.

 

I  PRETI  SONO  DAVVERO  DEVOTI ?

 

Non sono religioso ma sono stato in seminario salesiano 5 anni più 8 mesi di noviziato.

Il risultato di questo periodo è che, nonostante tutto quello che mi è stato insegnato, non credo più e non mi confesso più.

In compenso ci sono preti che si confidano e direi proprio “si confessano” ogni tanto da me. Visto il peso delle confidenze direi che sono confessioni.

Alcuni non credono più, ma non avrebbero di che vivere se tornassero allo stato laicale e, tra l’altro, è stato impedito loro attivamente di intraprendere studi che li avrebbero messi in condizione di trovare facilmente lavoro nella società civile.

Altri invece hanno sofferto repressioni e direi quasi persecuzioni per le loro idee sul mondo e sulla religione.

Altri erano molto disgustati dal carrierismo ed dall’opportunismo dilaganti.

Molti si dedicano al loro lavoro come una missione, ignorando il più possibile quello che succede sulle loro teste, o, diciamo, lo vedono benissimo, ma non ne parlano ed agiscono per il meglio nelle loro possibilità, come se niente fosse.

Quasi tutti sono ben coscienti della laicizzazione galoppante della società ed ognuno affronta questa realtà come può a modo suo.

Quasi tutti sono consci di essere gli ultimi dei moicani, di essere alla fine di un’epoca, fine che si prolungherà forse per molto, ma con un continuo, inesorabile calo numerico.

Numero3566.

 

da QUORA

 

Scrive Pietro Micaroni, corrispondente di QUORA

 

L’ A T E I S M O

 

Il 70% dei giovani nel Regno Unito si identificano come “senza religione”.

Come si identificano i giovani da 16 a 29 anni, in Europa.

ROSSO = senza religione

GIALLO= cristiani

GRIGIO = non cristiani.

 

COME  MAI  IN  ITALIA   I  GIOVANI  NON  VANNO  PIU’  A  MESSA

 

Scrive Luigi Gazzera, corrispondente di QUORA.

 

Credo che sia dovuto al benessere.

Moltissimi non si rendono conto che fino a metà del ‘900 la vita delle persone non ricche (diciamo i 3/4 popolazione) era prorio una vita di m….; o, per dirla in modo più elegante, una valle di lacrime.

Tutte queste persone erano portate a consolarsi pensando a una vita ultraterrena che li ricompensasse.

Il quarto più ricco si mostrava assai religioso, per dare il buon esempio, e favorire la religione che avrebbe aiutato a tenere tranquilli i meno abbienti.

Tutto ciò si è dissolto con il miglioramento gigantesco della vita non tanto dei ricchi , quanto dei poveri.

Un operaio di basso livello conduce una vita più “piacevole” di un principe del ‘700, avendo a disposizione acqua corrente, energia elettrica, riscaldamento, medicinali che consentono a lui e a coniuge e figli una vita assai più lunga, ecc.

Chi mai oggi può pensare seriamente di vivere in una valle di lascrime?

Mancandoci le preoccupazioni e i disagi veri, ci costruiamo dei futuri catastrofici, e ci affidiamo alle follie degli ambientalisti verdi e di Greta Thunberg?

Della religione e dei suoi atti di culto i giovani non sanno più cosa farsene.

 

da  AI  OVERVIEW  (Supervisione dell’Intelligenza Artificiale)

 

COM’ È  LA  SITUAZIONE  IN  ITALIA ?

 

L’ateismo in Italia è una realtà in crescita, con sondaggi del 2019 che stimano il 15,3% della popolazione tra atei e agnostici. La presenza di atei e agnostici è maggiore nel Nord-Ovest e tra i giovani e le persone più istruite. Si registra un calo del numero di cattolici praticanti, anche se il cattolicesimo rimane la religione più diffusa, con una secolarizzazione generale del Paese. 
Dati e tendenze
    • Percentuale di atei e agnostici: Secondo un sondaggio Doxa del 2019, circa il 15,3% degli italiani si dichiarava ateo o agnostico (il 9% ateo e il 6,3% agnostico).
    • Andamento generale: L’ateismo e l’agnosticismo sono in crescita, mentre il numero di cattolici praticanti è in calo, un fenomeno noto come “secolarizzazione”.
    • Suddivisione geografica: Le aree meno cattoliche sono il Nord-Ovest (49,2% cattolici, 28,5% atei/agnostici) e il Sud le aree più cattoliche (78,5% cattolici, 7,5% atei/agnostici).

 

  • Suddivisione per età: I giovani (15-34 anni) registrano un numero più basso di cattolici (poco più del 50%), mentre atei e agnostici superano il 22%. Gli anziani (over 65) sono in prevalenza cattolici.
  • Suddivisione per istruzione: Le persone più istruite (laureate) mostrano una percentuale più bassa di cattolici (50%) rispetto a quelle con licenza elementare (87,6%). 

 

Stato legale e sociale
  • Stato aconfessionale: L’Italia è una repubblica democratica laica e aconfessionale, ma la Costituzione non contiene un principio di laicità esplicito come in altri Paesi.
  • Sostegno ai diritti: Alcuni sondaggi indicano che una larga parte della popolazione, anche tra i cattolici, è favorevole a uno Stato laico e neutrale, alla separazione tra Chiesa e Stato e a una maggiore tassazione sulle proprietà della Chiesa. 
Differenze nell’identificazione
  • Irreligiosità: La categoria degli “irreligiosi” non si sovrappone completamente a quella degli atei e agnostici. Può infatti includere persone che non appartengono a una religione specifica ma non sono credenti. 
Pregiudizi
  • Moralità: Nonostante l’idea diffusa che gli atei siano meno morali, studi recenti suggeriscono che non ci sono differenze significative a livello comportamentale tra atei e credenti. 

 

da  WIKIPEDIA

 

L’Irreligiosità in Italia include gli atei, gli agnostici e le varie forme di irreligiosità, compresi i credenti senza religione di riferimento, diffuse tra i cittadini italiani e i residenti in Italia.

Circa il 22% degli italiani rientrano in queste categorie, pertanto l’irreligiosità costituisce la seconda religione italiana dopo il Cattolicesimo.

Storia

Il Cimitero acattolico di Roma fu costruito nel 1716 per ospitare le spoglie di stranieri non cattolici, principalmente protestanti, che non potevano essere sepolti con funerale cattolico, ma ospita anche le tombe di celebri personalità atee.

Le prime fonti storiche che citano l’ateismo in Italia risalgono all’anno 1550.

Durante il Rinascimento italiano, l’Italia divenne un importante centro della prima filosofia secolare.

Lucilio Vanini rappresentò una delle prime voci del secolarismo italiano. In questo periodo la Santa Inquisizione veneziana cercò di combattere l’irreligiosità.

Nel XX secolo si annoverano alcuni filosofi italiani irreligiosi come Giuseppe Rensi, critici nei confronti della religione.

Tempio laico presso il cimitero monumentale di Staglieno a Genova.

Sebbene il principio di indipendenza tra stato e chiesa cattolica fosse già presente nell’articolo 7 della costituzione fin dal 1948, si arrivò ad una piena laicità dello stato solo con la revisione dei Patti Lateranensi del 1984 (Protocollo addizionale, punto 1) e con la sentenza 203/1989 della Corte Costituzionale.

Statistiche

Tempio Sincretico di Meditazione Universale Sant’Oliva, realizzato dalla Fondazione Scibetta a Massarosa (LU). Intitolato a una santa venerata sia da cristiani che da musulmani, presenta riferimenti a numerose religioni e filosofie.

Secondo il sondaggio SWG del 2021, i credenti senza religione di riferimento sarebbero l’8% della popolazione.

Essi sono costituiti da variegate forme di spiritualità non istituzionale, come ad esempio i deisti.

Non vi sono dati precisi circa la consistenza numerica degli atei e degli agnostici, in quanto entrambe le categorie sono spesso mescolate tra loro e con la categoria generica dei non religiosi (che può comprendere anche credenti che non si identificano in nessuna religione istituzionale).

Secondo il sondaggio Ipsos del 2017, gli italiani che non si identificano in nessuna religione (compresi credenti che non aderiscono nessun culto in particolare, atei e agnostici) sarebbero il 22.6% degli italiani, pari a circa 13 milioni di persone,

Associazionismo

Manifesto affisso a Roma nell’ambito della campagna pubblicitaria dell’UAAR nel 2014

In Italia esistono alcune organizzazioni di ateismo, umanesimo secolare e agnosticismo, quali l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti e l’Associazione nazionale del libero pensiero “Giordano Bruno”.

 

Numero3415.

da  QUORA

 

Scrive Armando La Torre, corrispondente di QUORA.

 

D I O    E    L E    R E L I G I O N I

 

 

Hanno calcolato che esistono non meno di 4000 religioni sulla faccia della terra.

Poni la domanda come se stessi cercando una falla logica in un teorema matematico, quando in realtà stai fissando il più grande e sanguinoso monumento all’arroganza e al tribalismo umano.

La tua premessa, “Se Dio è uno”, è l’errore di partenza, il peccato originale del tuo ragionamento.

Tu presumi che le religioni siano il risultato di un Dio che cerca di comunicare con l’umanità.

Le religioni non sono un messaggio divino imperfetto. Sono un prodotto umano, al 100%.

Sono il più antico e geniale sistema di controllo sociale mai inventato, un’arma, una bandiera e una coperta di Linus cosmica, tutto in uno.

La risposta alla tua domanda non è teologica. È geografica, politica e psicologica.

Dio non ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza.

È l’uomo che, terrorizzato dal buio, dalla morte e dalla sua stessa insignificanza, ha creato Dio a immagine e somiglianza del proprio capotribù.

Un padre severo, un re geloso, un legislatore paranoico.

E siccome le tribù sono diverse, anche i loro dèi lo sono.

È così brutalmente semplice.

Sei nato a Roma, e ti è toccato il Dio con la barba e il figlio carpentiere.

Fossi nato a Benares, avresti avuto un pantheon di divinità blu con sei braccia.

Fossi nato a La Mecca, il tuo Dio sarebbe stato così trascendente da non poter essere nemmeno raffigurato.

Fossi nato nelle Ande, avresti adorato il Sole.

La tua fede non è una scelta spirituale, è un incidente geografico.

Sei un prodotto del tuo ambiente, e il tuo Dio è semplicemente il cadavere di un dio tribale che ha avuto più successo degli altri nel tuo angolo di mondo.

Le religioni non sono diverse perché Dio si è spiegato male. Sono diverse perché sono in competizione.

Sono come “franchise”, catene di fast food spirituale che lottano per la stessa quota di mercato: la tua anima.

Dio è il marchio, e le religioni sono i vari “franchise” in competizione, ognuno con il suo menù (i dogmi), il suo manuale operativo (i testi sacri), la sua gerarchia manageriale (il clero) e la sua campagna pubblicitaria (il proselitismo).

Il Papa, il Dalai Lama, il Gran Mufti non sono umili servitori di Dio. Sono gli amministratori delegati delle loro rispettive multinazionali della salvezza.

E come ogni buon manager, sanno che per mantenere il controllo devono insistere sul fatto che il loro prodotto è l’unico autentico, e tutti gli altri sono imitazioni scadenti o, peggio, velenose.

I leader e i rappresentanti delle principali religioni del mondo si riuniscono allegramente ogni tre anni ad Astana, in Kazakistan

Le “varianti”, le sette, le eresie?

Non sono altro che lotte di potere interne, come quando un manager regionale decide che può fare meglio della sede centrale e apre la sua catena di ristoranti.

Martin Lutero non ha avuto un’illuminazione divina; era un monaco furioso con la gestione finanziaria e morale corrotta della sede centrale di Roma e ha deciso di lanciare un’OPA ostile, dando vita a un nuovo, fortunatissimo “franchise”: il Protestantesimo. I Sunniti e gli Sciiti non si combattono da 1400 anni per una sottigliezza teologica; si combattono per una questione di successione politica, per decidere chi dovesse essere l’amministratore delegato dopo la morte del fondatore. È una faida familiare glorificata a scontro cosmico.

E i testi sacri? La Bibbia, il Corano, la Torah? Pensi che siano manuali d’istruzioni chiari e coerenti dettati da un essere onnisciente?

Sono raccolte di miti, leggi tribali, poesie, propaganda politica e cronache storiche, scritte, redatte, tradotte e manipolate da decine di uomini diversi nel corso di secoli, ognuno con la propria agenda politica e culturale.

La loro proverbiale ambiguità non è un difetto, è la loro più grande forza.

Permette a ogni generazione di preti, rabbini e imam di reinterpretarli a proprio piacimento, mantenendo così il loro potere come unici e indispensabili intermediari tra te e il divino.

Loro sono quelli che ti spiegano cosa Dio “voleva dire veramente”.

Quindi, smettila di porti la domanda dal punto di vista di Dio. Non c’entra nulla.

La diversità delle religioni non è la prova della confusione di Dio, ma la prova cristallina della frammentazione dell’uomo.

È il suono di miliardi di individui spaventati che urlano il proprio nome nel buio, sperando disperatamente che qualcuno risponda.

E quando non risponde nessuno, si inventano un Dio che lo faccia, un Dio che, guarda caso, odia le stesse persone che odiano loro, ama la loro tribù sopra ogni altra e promette loro un posto speciale nell’eternità.

Non c’è un solo Dio e tante religioni.

Ci sono miliardi di persone terrorizzate e un’infinità di maschere che hanno dipinto il vuoto sul volto.

Numero3392.

 

L A    B I B B I A    E    L A    F E D E

 

Non accontentarti di ciò che ti è stato raccontato.

Non limitarti a ripetere le parole “sacre” senza conoscerne l’origine.

Osserva ogni testo “sacro”, ad esempio la Bibbia, come una guida simbolica, non come un’ordinanza dogmatica.

Riconosci che siamo stati formati, distrutti, rifatti, che l’intelligenza universale ha sempre parlato in modo plurale e che il nostro compito non è adorare nell’ignoranza, ma partecipare con consapevolezza alla prossima grande svolta dell’umanità.

Quella sarà un’era in cui l’uomo, finalmente, ricorderà il proprio linguaggio stellare, curerà la terra dopo ogni catastrofe e userà la scintilla divina che porta dentro non per dominare e distruggere, ma per creare, amare e risplendere.

Quando comprenderai che i cicli continuano, che gli dei parlano tra loro e che la storia umana è una scuola di anime, allora il sapere si farà saggezza e il divino non sarà più là fuori, ma vivo, presente, vibrante dentro di te.

Alla fine, la vera rivelazione non è nei miracoli descritti, né nei dogmi imposti, ma nella possibilità che ogni essere umano ha di risvegliarsi, di vedere la Bibbia e la storia stessa non come un blocco immobile, ma come una finestra aperta su una eredità profonda, frammentata, disseminata nel tempo e nello spazio.

La vera fede non è cieca.

È il coraggio di interrogare, di scavare, di disfare per poi ricostruire.

Non si tratta di distruggere ciò che ci è stato trasmesso, ma di comprenderlo davvero, non per negare, ma per illuminare.

Ci hanno insegnato a credere senza domandare, a obbedire senza indagare, a venerare senza comprendere.

Ma ora siamo chiamati a qualcosa di diverso: a essere custodi consapevoli di una conoscenza che ci è stata trasmessa, spesso in silenzio, attraverso simboli, parabole, numeri, ripetizioni, nomi ed omissioni.

Perché la Bibbia, come ogni testo “sacro”, è anche ciò che non dice, ciò che allude, ciò che insinua.

Il non detto è spesso più potente del detto.

Quando ci accorgiamo che ogni  cultura ha custodito un frammento dello stesso racconto, dai miti di Atlantide alle genealogie Egizie, dalle cosmogonie Maya ai sogni sciamanici dell’Amazzonia, allora comprendiamo che la verità non è un possesso esclusivo, ma un filo sottile che attraversa tutti i popoli e tutti i tempi, un immaginario collettivo, un ricordo condiviso,  una nostalgia dell’origine.

Gesù, o Yeshua, lungi dall’essere il fondatore di una religione, ruolo in cui egli stesso si sarebbe disconosciuto, è il simbolo dell’uomo che si cerca, che attraversa i mondi per tornare al cuore, che apprende, dubita, evolve.

È il segno che dentro ognuno di noi vive un principio divino capace di trasformare l’acqua in vino, la paura in forza, la materia in spirito.

Ma solo se ci spingiamo oltre il velo.

Dunque, la domanda che resta, l’unica che davvero conta, non è se i testi siano autentici, o chi li abbia scritti, o quali siano i versetti giusti, o le traduzioni esatte, ma è questa: che cosa ci stai facendo oggi con questo immenso patrimonio, come lo vivi?

Lo ripeti a memoria o lo lasci vibrare dentro di te; lo usi per separarti dagli altri o per riconoscere che siamo tutti parte di uno stesso mistero?

Quando abbandonerai l’illusione di sapere tutto, o che quello che credi di sapere è tutto quello che sai, quando ascolterai, studiando ed imparando, i popoli antichi, i maestri dimenticati, la pietre mute e persino il silenzio che c’è tra un versetto e l’altro, allora capirai che la vera Bibbia non è quella stampata, ma quella scritta nei tuoi sogni, nelle tua domande, nei tuoi dolori e nelle tue rinascite.

Ed è lì, proprio lì, che comincia la tua parte nella grande narrazione del cosmo.

Numero3390.

 

I N    C E R C A    D I . . . . D I O

 

Anche la giornata più grigia,

se vuoi, può diventare luce.

Non perché cambi il cielo,

piuttosto perché cambi tu.

E impari a fidarti della vita,

anche quando non ti dà

ancora le risposte che cerchi.

Smetti di pretendere certezze

e inizia a cercare la verità.

Dio non sta dove lo cercavi,

ma dove non volevi guardare,

perché ti hanno insegnato

a credere senza domandare.

Dio c’è, ma dentro di te.

Ogni volta che l’uomo

tenta di rinchiudere Dio

in un tempio, in un nome,

in un’immagine, lui, invece,

ne esce, disintegra, distrugge

le tue certezze, per rivelare

una presenza più grande

e ti invita a seguirlo, ancora

una volta, nel deserto, perché

questo deserto, in fondo,

non è solo un luogo geografico,

ma è uno stato dell’anima,

è quello spazio vuoto

in cui cadono tutte le illusioni,

in cui le sicurezze si sgretolano,

in cui il rumore del mondo

si spegne e resti solo tu

con le tue domande umane.

Il deserto non è una punizione,

è una chiamata. Lì Dio si rivela,

non con tuoni e lampi,

ma con una voce leggera,

che non impone ma sussurra,

che non ordina ma invita,

e proprio lì, nel silenzio, accade

qualche cosa di rivoluzionario.

Scopri che Dio non è venuto

a risolvere i tuoi problemi,

ma a stare con te in mezzo ad essi,

che non è venuto a premiarti

per la tua purezza ed osservanza,

ma ad amarti nella tua fragilità.

Lui non chiede sacrifici ma verità,

non perfezione ma autenticità,

non rituali ma giustizia, non cieca

obbedienza, ma libertà responsabile.

E allora, nel profondo, capisci che

l’unico tempio è il cuore,

che la legge più grande non è

scritta nella pietra, oppure

nei sacri messali, ma è

dentro di te, nella tua coscienza.

Che il vero culto non è quello

fatto di parole e di gesti ripetuti,

ma quello che nasce da una vita

consapevole ed onesta, ma

giusta anche, e soprattutto,

per te, da cui puoi ricavare,

senza paura, la tua felicità.

Tu non sei nato soltanto

per sopportare ciò che ti pesa,

per cercare di salvare qualcosa

che non ti appartiene più.

Tu meriti pace, non catene.

L’amore di Dio per te coincide

con l’amore che hai per te stesso,

è vero amore perché e purché

ti lasci libero di essere come sei,

senza vincoli e precetti umani

imposti fuori della tua coscienza.

 

 

Numero3384.

 

C O N T R O L L O    D E L L E    C O S C I E N Z E    A T T R A V E R S O    L A    R E P R E S S I O N E    S E S S U A L E

 

È quello che ha messo in atto la Chiesa per molti secoli fino ai giorni nostri.

La repressione sessuale sistematica crea dipendenza psicologica.

Perfino i preti, a cui è imposto il celibato, a partire dal 1073 d.C. per volere di Papa Gregorio VII (Ildebrando di Soana), diventano emotivamente vulnerabili, controllabili, manipolabili.

Coloro che reprimono i desideri naturali del corpo, creano mostri nell’anima.

Il celibato sacerdotale è la prostituzione dell’anima nel nome di Dio.

Creare la malattia e vendere la cura, denunciare, stigmatizzare il problema e presentarsi come soluzione: è il delitto perfetto che diventa benefattore.

La Chiesa ha sequestrato la stessa definizione di spiritualità umana, ha trasformato la repressione in virtù, la sofferenza in santità, la negazione della natura umana in vicinanza a Dio.

Ha fatto credere che reprimere la sessualità rende le persone più spirituali: è la matrice di controllo più sofisticata della storia, perché ha fatto, e fa, sentire in colpa miliardi di persone, per il semplice fatto di essere umane.

L’ipocrisia – perché è di questo che si tratta – non è un difetto del sistema, è il sistema stesso, che funziona perfettamente: libertà sessuale per i vertici, repressione sessuale per i sottoposti ed addetti ai lavori.

Dice Baruch Spinoza: “La Chiesa non salva le anime, le cattura”.

La colpa sessuale è uno strumento di ingegneria sociale per instaurare il tipo di società che serve meglio agli interessi della Chiesa.

Non stanno salvando anime, stanno creando un gregge, una nuova specie di esseri umani, una versione castrata di uomini colpevoli, dipendenti dalla autorità esterna, sottraendo loro qualsiasi sensazione di autostima.

La Chiesa ha creato la più grande prigione mentale della storia, dove i prigionieri chiudono essi stessi le porte dall’interno e buttano via la chiave dalla finestra.

Non si tratta di denaro, non si tratta di potere temporale, ma di qualcosa di molto più ambizioso: creare una versione dell’umanità incapace di autogoverno spirituale e dipendente eternamente dall’autorità esterna, tramite l’osservanza di dettami morali, comportamentali e di pensiero, che si attuano con un automatismo algoritmico.

Usare la repressione sessuale fa frammentare la connessione naturale fra corpo e anima, creando vuoti psicologici che solo l’autorità ecclesiastica può riempire.

Loro sanno che gli esseri umani sessualmente realizzati sono spiritualmente indipendenti, liberi, sono connessi con la propria divinità interna, sono difficili da controllare.

Hanno deciso di rompere questa connessione, ad esempio, di intercettare lo sviluppo spirituale del bambino attraverso la colpa sessuale precoce, di creare dipendenza emotiva cronica attraverso la negazione degli impulsi di connessione umana, di trasformare la naturale autostima in bisogno di convalida esterna costante.

È un manuale per creare schiavitù psicologica in persone che, altrimenti, si sentirebbero libere.

Il progetto della Chiesa non è solo quello di dominare i corpi, ma soprattutto quello di dominare le anime, rendendo impossibile agli esseri umani di accedere alle proprie fonti interiori di valori, di significati, di connessioni col divino.

È il più grande crimine contro la coscienza umana mai documentato.

Ha sequestrato la spiritualità naturale della specie, sostituito l’autenticità divina con la dipendenza istituzionale.

Nei secoli, la Chiesa ha tracciato l’esempio di un sistema di potere che tutti i governi venuti dopo hanno adottato.

Governi che infantilizzano i cittadini con sistemi educativi che distruggono la creatività naturale, con media che coltivano insicurezza costante, con industrie che vendono soluzioni a problemi che esse stesse creano.

Tutti seguono lo stesso schema che la Chiesa ha perfezionato e istituzionalizzato mille anni fa:

Frammentare la connessione interna,

creare dipendenza esterna,

rivendere ciò che è stato sottratto e rubato.

Spinoza si è reso conto che la repressione sessuale sistematica non creava solo dipendenza emotiva, creava disconnessione dall’intuizione naturale, dalla saggezza corporea, dalla capacità di sentire interiormente la verità.

Gli esseri umani sessualmente repressi perdono l’accesso al proprio sistema interno di navigazione spirituale, diventano incapaci di distinguere la verità dalla menzogna, usando le sensazioni corporee dipendenti da autorità esterne per definire la realtà.

È castrazione epistemica, rimozione della capacità naturale di conoscere.

La Chiesa controlla non solo ciò che le persone fanno, controlla come conoscono, come distinguono il reale dal falso, il vero dal bugiardo: è il controllo della stessa percezione della realtà.

Per secoli ha funzionato così bene che, anche oggi, la maggior parte delle persone non si fida della propria intuizione, ha bisogno di specialisti, di autorità, di istituzioni, per convalidare la propria esperienza interna.

Ha scritto Spinoza: “L’unica rivoluzione reale è la rivoluzione della coscienza individuale, contro tutti i sistemi che ci rivendono la nostra stessa divinità”.

Come fare questa rivoluzione?

Ricollegarsi alla saggezza interiore,

fidarsi della propria intuizione spirituale,

smettere di cercare la convalida esterna per le esperienze interne.

La Chiesa ha creato il problema della disconnessione spirituale e vende la soluzione della mediazione divina.

Oggi, la tecnologia crea il problema della disconnessione umana e vende la soluzione della connessione digitale.

Il governo crea il problema della sicurezza sociale e vende la soluzione del controllo esterno e forzoso.

Cosa fare?

Smettere di cercare fuori ciò che può essere trovato solo dentro,

smettere di esternalizzare la nostra connessione con il divino,

smettere di vendere la nostra autonomia spirituale, per promesse di sicurezza esterna.

La rivoluzione deve avvenire nella coscienza individuale.

Loro temono una umanità spiritualmente autonoma, connessa con la saggezza interiore, non manipolabile da autorità esterne.

Non abbiamo bisogno di loro, non avremmo mai dovuto averne, e non ne avremo mai.