Numero1014.

 

P A S Q U I N A T A    S U     R O M A    C A P I T A L E

 

Sì, vabbé, è vero, voi c’avete avuto

er grande Trilussa e Gioacchino Belli,

che, circa un secolo fa, hanno saputo

comporre sonetti e cantarve li stornelli

 

e pur anche, quarche tempo prima,

molte satire frustanti v’erano state,

erano scritte cor pepe e con la rima:

se chiamaveno proprio “Pasquinate”,

 

contro le tasse ed il malgoverno,

erano un anonimo sfogo popolare,

manifesto d’ironia e de scherno

di chi voleva, almeno, protestare.

 

Ma anche noi Italiani, se ce mettiamo,

semo capaci, e pure in romanesco,

de dirvi quattro cose che pensiamo,

con un tono, magari, un po’ burlesco.

 

Perché a prendere pel culo proprio voi,

che ve dite maestri de satira e ironia,

se permettete, semo bravi pure noi,

senza tanta spocchia e senza ipocrisia.

 

Roma è la città più bella al mondo,

magari sì, con voi sono d’accordo,

però, a ben guardà, nun ve nascondo

che forse lo è stata, ma è un ricordo.

 

Parliamo un po’ de Roma la “capoccia”,

del “caput mundi”, de Roma capitale,

dove li abitanti allegri fan bisboccia,

mentre la città finisce proprio male,

 

Roma, piena de graffiti e de monnezza,

de traffico, corruzzione e malavita:

dov’è mai la tua “Grande Bellezza”?

Dov’è finita la tua “Dorce Vita”?

 

Un tempo, Respighi aveva musicato

de Roma papale li pini e  le fontane

però, caso strano, aveva scordato

le millanta buche delle strade romane.

 

Perché nun dite a Venditti che ve faccia

una sua moderna composita cantata

per illustrare a tutti questa figuraccia

e che “Le buche de Roma” sia chiamata?

 

“Grazie Roma” non va più de moda

e la salute de l’ammortizzatori

ve costringe a restare tutti in coda,

facendo urlare clacson e motori.

 

Ma er peggio siete voi, cari Romani,

che, a differenza de tutta l’artra gente,

ve piace poco de sporcà le mani

perché preferite “er dorce far niente”.

 

Lo sport che ve sfagiola è l’usura:

fate lavorà per voi il vil denaro,

e poi ve fate rispettà con la paura

der prestito ch’ è sempre troppo caro.

 

Che ve ne frega de farve ‘na carriera,

de spolpà la carne fino all’osso?

Ve ripetete, da mane sino a sera:

“voja de lavorà, sarteme addosso”!

 

Tanto trovate sempre un protettore,

un politico o l’amico dell’amico,

un ministeriale oppure un monsignore,

per praticare un vizio molto antico,

 

quello, s’intende, della raccomandazzione,

che ve rende comodo e facile l’impegno,

senza mai tenere in considerazzione

bravura, merito e, men che mai, l’ingegno.

 

La storia, da molto tempo, v’ha chiamato

dai due gemelli, “figli della lupa”,

ma l’etimologgia qui ha sbajato

perché l’origgine risulta ben più cupa.

 

Nun era mica un animale ferino

a far da madre ai pupi, ad allattare,

perché “lupa” è ‘na puttana, in latino,

che frequentava, anvedi, er lupanare.

 

E’ così che la vendetta della storia

ha rivelato l’eseggesi arcana:

v’ha battezzato, a futura memoria,

non de ‘na lupa, ma fiji de puttana.

 

E poi, per la troiana provenienza

dell’avo Enea, ancora minor gioia

ricaverete dalla discendenza,

ché siete pure nipoti de Troia.

 

Ve pare d’esse come Alberto Sordi,

quando dice, suscitando gran sollazzo,

nel “Marchese del Grillo”, t’arricordi?

“Io so’ io, e voi nun siete un cazzo!”

 

C’avete er Colosseo e pure er Vaticano,

c’avete er Pincio con er ponentino,

ma quando proclamate “‘O famo strano”,

scusate, ma a me pare un po’ burino.

 

C’avete l’abbacchio e l’amatriciana,

le puntarelle e li carciofi “a la giudìa”,

però, io me ritrovo bona e sana

pure la robba che mangio a casa mia.

 

Eppure, Romani, se appena ce pensate,

c’avete proprio tutte le raggioni,

per cui, con orgoglio, ve chiamate

la bella “Società dei magnaccioni”.

 

Magnà e beve e vivere alla grande

ve pare er solo scopo de la vita

e, mentre tutti l’artri so’ in mutande,

voi, per diggerì, v’annate a la partita.

 

Siete pieni de affitti aggevolati,

de conventi e de ospizi esentasse,

ma, anche se sembrate fortunati,

nun siete proprio li primi de la classe.

 

Voi siete dell’Italia i parassiti!

Per voi, tutti noi connazzionali

veniamo tartassati ed avviliti,

perché nun semo proprio tutti uguali.

 

Roma, tutta l’Italia se vergogna

d’avecce te come propria Capitale

e de cambià reggistro qui bisogna,

se no, le cose vanno proprio male.

 

E voi, Romani, che ve ne fregate

assai , di tutte ‘ste maledizzioni,

beh, bisogna pure che sappiate

che c’avete proprio rotto li cojoni!

 

18 Febbraio 2016

Numero1013.

 

P O V E R A    I T A L I A        (Tormentone RAP)

 

Ahi, Italia, di tanti

furbetti e furfanti,

di maghi e cartomanti,

di peccatori e di santi,

di poeti e naviganti,

di suonatori e cantanti,

di topolini ed elefanti,

di mariti e di amanti,

di monache e baccanti,

di dietro e davanti,

di vetrini e diamanti,

di onesti e lestofanti,

di poverissimi abitanti,

e moltissimi emigranti,

e studenti ignoranti

trattati con i guanti

da beceri insegnanti,

di corrotti governanti

e di troppi pensionanti,

di vecchi e di badanti,

delle cure dimagranti,

delle creme abbronzanti,

di polveri inquinanti,

di rifiuti ingombranti,

di leggine aberranti,

di magistrati pedanti,

di prigioni straboccanti,

di cadaveri ambulanti,

di atei e benpensanti,

di soldati e comandanti,

di cavalieri e di fanti,

di clienti e commercianti,

di impiegati e braccianti,

professionisti e dilettanti,

difensori ed attaccanti,

sottomessi ed arroganti,

crumiri e scioperanti,

di cafoni ed eleganti,

di mafiosi e di briganti,

di ricconi e mendicanti,

poveracci e benestanti,

e ancora di grilli parlanti,

e pure, di fate ignoranti,

e di muse inquietanti…..

Delusioni sconfortanti!

Speranze agonizzanti!

Come siamo affranti!

Italia, se non la pianti,

così non vai avanti!

 

12 Febbraio 2016.

 

 

Numero1012.

 

S E N Z A   T I T O L O      ( lo troverai all’ultimo verso)              Tormentone satirico.

 

Ma perché un uomo, sin da quando è nato,

deve trovarsi addosso, come appiccicato,

un marchio di vergogna, di cui è accusato,

che, ahinoi, “originale” viene chiamato?

Nessun altro essere vivente del creato

di una tale ignominia viene tacciato

da madre natura o, men che mai, dal fato.

E’ come un frutto che nasce già bacato

da un codice etico-genetico modificato

e, nella corsa della vita, parte handicappato.

Neanche se fosse autore di un torbido reato

o commettesse un delitto turpe ed efferato,

non sarebbe così prontamente incriminato.

Povero uomo, imputato, criticato, denigrato,

perseguitato, deplorato, martoriato, dileggiato,

processato senza assistenza di un avvocato,

senza il beneficio di appello condannato,

diffamato, isolato, disperato, umiliato,

con sottili livore e ipocrisia massacrato.

Ma cosa mai l’uomo avrebbe inventato

contro se stesso, come può essersi dannato?

Perché così ferocemente si è evirato?

Certi uomini, falsi e perversi, hanno pensato

che, così com’era, era fin troppo fortunato:

doveva essere opportunamente bastonato.

Allora, una sorta di sudditanza hanno creato

perché essere inferiore fosse considerato,

tutt’altro che angelico, bensì indiavolato

e da una “autorità divina” fosse castigato,

affinché, proprio a se stessi, fosse delegato

il potere fasullo di passarlo in giudicato.

Ed è così che l’uomo è stato etichettato

con la vergogna della colpa di esser nato.

Di quale colpa, chiederete, vi ho parlato?

Lo sapete tutti, non è altro che IL PECCATO!

 

18 Febbraio 2016

 

Numero1008.

I tappeti esprimono

emozioni autentiche.

Il tappeto è figlio del filo

che guida ed avvolge

l’esistenza dell’uomo.

Dal filo del pensiero,

al filo della vita,

al filo della materia:

la lana, la seta, il cotone

coi quali si lega, si annoda,

si intreccia, si tesse.

Semplicità e grazia:

in ciò consiste il pregio

dell’arte popolare,

la cui ricchezza è spirituale.

Un’arte che appare fantastica,

ma non è mai astratta:

si fonda sul reale.

Un’arte spontanea, anonima,

sgorgata dallo spirito

della collettività.

Nel 18° Secolo un mistico

asserì che il colore

è lo sforzo della materia

per diventare luce,

che fu la prima creazione divina.

L’accostamento dei colori,

l’armonia degli accordi e contrappunti

delle diverse gradazioni, tonalità

e scale compongono

una grande sinfonia visiva.

I tappeti esprimono

emozioni autentiche.

Numero1005.

 

I F

 

If you can keep your head when all about you

are losing theirs and blaming it on you,

if you can trust yourself when all men doubt you,

but make allowance of their doubting too,

if you can wait and not be tired by waiting,

or being lied about don’t deal in lies,

or being hated, don’t give away to hating,

and yet, don’t look too good, nor talk too wise.

 

If you can dream and not make dreams your master,

if you can think and not make thoughts your aim;

if you can meet with Triumph and Disaster

and treat those two impostors just the same;

if you can bear to hear the truth you’ve spoken

twisted by knaves to make a trap for fools,

or watch the things you gave your life to, broken,

and stoop and build ‘em up with worn-out tools.

 

If you can make one heap of all your winnings

and risk it all on one turn of pitch-and-toss,

and lose, and start again at your beginnings

and never breath a word about your loss;

if you can force your heart and nerves and sinew

to serve your turn long after they are gone,

and so hold on when there is nothing in you

except the Will which says to them:”Hold on!”

 

If you can talk with crowds and keep your virtue,

or walk with kings, nor lose the common touch,

if neither foes nor loving friends can hurt you;

if all men count with you, but none too much.

If you can fill the unforgiving minute

with sixty seconds’ worth of distance run,

yours is the Earth and everything that’s in it,

and – which is more – you’ll be a man, my son.

 

 

S E                        (Lettera al figlio, 1910)

 

Se riesci a conservare il controllo, quando tutti

intorno a te lo perdono e te ne fanno una colpa;

se riesci ad aver fiducia in te  stesso, quando tutti

ne dubitano, ma anche tener conto del  loro dubbio;

se riesci ad aspettare e non stancarti di aspettare,

o, se mentono a tuo riguardo, a non ricambiare in menzogne,

o, se ti odiano, non lasciarti prendere dall’odio,

e, tuttavia, non sembrare troppo buono e  non parlare troppo da saggio;

 

se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo padrone;

se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo;

se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina

e trattare allo stesso modo quei due impostori;

se riesci a sopportare di udire la verità che hai detto

distorta dai furfanti per ingannare gli sciocchi,

o a contemplare le cose a cui hai dedicato la vita, infrante,

e piegarti a ricostruirle con strumenti logori;

 

se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite

e rischiarle in un colpo solo a testa e croce,

e perdere e ricominciare di nuovo, dal principio,

e non dire una sola parola sulla perdita;

se riesci a costringere cuore, tendini e nervi

a servire al tuo scopo quando sono, da tempo, sfiniti,

e a tener duro, quando a te non resta altro,

tranne la Volontà che dice loro:”Tieni duro!”.

 

Se riesci a parlare con la folla e a conservare la tua virtù,

e a camminare con i Re, senza perdere il contatto con la gente,

se non riesce a ferirti il nemico, né l’amico più caro;

se tutti gli uomini contano per te, ma nessuno troppo;

se riesci a riempire il minuto inesorabile

con il valore di sessanta secondi del tempo che passa,

tua è la Terra e tutto ciò che vi è in essa

e – quel che più conta – sarai un uomo, figlio mio!

 

Rudyard Kipling

Numero1004.

I never lose.                                              Io non perdo mai.

Either I win,                                               O vinco,

or I learn.                                                   o imparo.