Numero3726.

 

R E S U R R E Z I O N E :    F A T T O    S T O R I C O    O    A T T O    D I    F E D E ?

 

 

Da secoli la resurrezione di Gesù è il fulcro della fede cristiana, un evento considerato miracoloso e trascendente.

Si può forse dire che togliere dal cristianesimo la resurrezione significa mutilarlo completamente o quasi.

Però quando spostiamo l’indagine dal piano teologico a quello puramente storiografico, il panorama cambia drasticamente.

Che cosa possiamo realmente sapere attraverso il rigore della scienza storica su ciò che accadde dopo la crocifissione?

Ecco, se da un lato la fede accetta come suo fondamento il miracolo della resurrezione, la storiografia opera secondo criteri di probabilità e coerenza con le pratiche documentate dell’epoca.

Esplorare questo confine non significa negare la dimensione spirituale, ma riconoscere la distinzione fondamentale tra la tradizione religiosa e ciò che è documentabile come fatto storico.

Detto in altri termini, ciascuno può continuare a credere in quello che vuole, solo che gli storici naturalmente devono fare il loro mestiere.

Del resto la religione è questione di fede.

“Va, la tua fede ti ha salvato”, si legge nei Vangeli, e la fede non ha bisogno di evidenze.

“Beati coloro che credono senza aver visto”, leggiamo sempre nel Vangelo.

La storia invece ha bisogno di documenti, prove, indagini, confronti per cercare di avvicinarsi, al meglio possibile, alla verità.

Aiutati da uno studioso del calibro di Bart Herman, cercheremo di capire che cosa si possa dire e che cosa non si possa dire sulla resurrezione.

 

Partiamo quindi dalle basi: nonostante le profonde divergenze interpretative, esiste un nucleo di eventi che gode di un’attestazione multipla ed è accettato dalla stragrande maggioranza degli storici.

Questi punti costituiscono la base del dibattito.

Il primo punto riguarda l’esistenza storica: un uomo chiamato Gesù di Nazareth è realmente esistito.

Ci sono naturalmente storici che sostengono che non sia mai esistito e hanno anche argomenti a riguardo, ma non sembrano abbastanza convincenti o almeno non lo sono abbastanza da scalzare le ipotesi contrarie.

Punto numero due, l’attività pubblica.

Gesù operò come maestro di un particolare codice etico, raccogliendo un seguito di discepoli.

Terzo punto della questione, ripeto, su cui la maggior parte degli storici concordano, è la crocifissione: entrò in conflitto Gesù con le autorità romane e fu giustiziato.

Il quarto punto è quello che qui ci interessa maggiormente: la rivendicazione dei seguaci.

Dopo la sua morte, diversi gruppi di persone affermarono con forza di averlo visto nuovamente in vita.

Attenzione, lo storico non dice e non può dire: dopo tre giorni è risorto.

Lo storico deve invece affermare che ci sono persone che dissero di averlo visto vivo dopo 3 giorni.

Le due cose sono notevolmente diverse.

Ebbene, alla luce di tutto ciò, lo storico deve porsi una domanda metodologica.

Questi dati provano la resurrezione?

Dal punto di vista della ricerca scientifica la risposta è no.

La storia per sua natura cerca l’evento più probabile basandosi sulle prove disponibili.

Un miracolo, essendo per definizione l’evento meno probabile, difatti è una violazione delle leggi della natura, sfugge agli strumenti della storiografia.

Dire che i discepoli affermarono di averlo visto vivo è un fatto storico.

Dire che Gesù è risorto è un’affermazione di fede che esorbita dal metodo scientifico.

Ma andiamo ancora più a fondo ed esaminiamo le prove.

Rispetto a questo argomento, uno dei punti di maggiore attrito riguarda la sepoltura di Gesù.

Gli Apologeti in genere sostengono che l’esistenza di un sepolcro vuoto sia un dato accertato.

Herman ha dei dubbi e anche molto convincenti e tra le altre cose evidenzia una frattura profonda tra il racconto evangelico e la prassi amministrativa romana.

Un dettaglio tecnico spesso ignorato è che non possediamo nessuna descrizione letteraria della crocifissione nel mondo antico.

Sappiamo che i condannati venivano talvolta inchiodati grazie al ritrovamento archeologico di resti organici e di chiodi, ma nessun autore antico descrive la procedura esatta.

Però le fonti sono coerenti su quello che accadeva dopo la morte.

E che cosa accadeva in genere?

Innanzitutto si verificava l’umiliazione del cadavere come deterrente.

La crocifissione non mirava solo alla morte, ma alla distruzione della dignità del condannato.

I corpi venivano solitamente lasciati sulla croce per giorni per decomporsi ed essere divorati da uccelli rapaci e cani randagi.

Secondo punto importante: non esistono eccezioni, cioè non esiste alcun resoconto storicamente verificato di un condannato per sedizione.

Attenzione, condannato per sedizione, poi ci torneremo, come era considerato Gesù, che è stato sepolto con onore, il pomeriggio stesso dell’esecuzione, in una tomba conosciuta.

Altro punto importante riguarda la figura di Pilato.

L’idea che un governatore romano facesse un’eccezione per un agitatore provinciale, contravvenendo alla prassi di lasciare il corpo come monito pubblico, appare storicamente poco plausibile.

Per Pilato, Gesù era probabilmente solo uno dei tanti problemi da eliminare rapidamente.

Ora, e questo è un punto molto interessante, rispetto all’umiliazione del cadavere e alla negazione della sepoltura, alcuni hanno sollevato delle obiezioni, sostenendo che nel mondo ebraico abbiamo attestazioni per cui i condannati a morte per crocifissione potevano avere una degna sepoltura.

Questo confermerebbe la tesi per cui Gesù avrebbe potuto benissimo essere sepolto.

Ma rispetto a questo ci sono degli importanti distinguo da fare.

Intanto la crocifissione era riservata a casi particolari, ma i casi particolari erano molti.

Due dei più comuni erano i criminali di bassa lega e i nemici dello Stato.

Bisogna fare attenzione a questo distinguo: i criminali di bassa lega e i nemici dello Stato.

Si tratta di due categorie molto diverse.

I criminali di bassa lega includevano, per esempio, schiavi fuggiti dai loro padroni e colpevoli di un crimine.

Se catturato, uno schiavo poteva essere crocifisso.

Peggio ancora che fuggire come schiavo o rubare un cavallo, molto peggio era opporsi allo stato romano.

Questo era qualcosa che i romani non tolleravano affatto.

In questo caso ai nemici dello Stato veniva mostrato il potere dello Stato e la crocifissione era il mezzo per farlo.

Se ti opponevi all’azione militare romana venivi crocifisso. Se attaccavi truppe romane venivi crocifisso. Se complottavi per rovesciare il governo locale venivi crocifisso. Se ti definivi re in contrasto con il potere politico romano, venivi crocifisso.

E questo è il caso che riguarda Gesù e che rientra nel novero di quel gruppo di reati per cui i romani agivano senza eccezioni e senza pietà.

Ebbene, in quest’ultimo caso, quindi, quando si aveva a che fare con i nemici dello Stato, i romani non ammettevano eccezioni.

L’esecuzione non doveva soltanto togliere la vita al condannato, ma doveva essere un monito per tutti gli altri, mostrando la morte orribile a cui andava incontro chi avesse fatto lo stesso e lo strazio impressionante del suo cadavere.

Il cadavere veniva lasciato per giorni a marcire, veniva dato in pasto ai corvi e ai cani randagi e non veniva concessa la sepoltura.

Per questo, secondo Herman, è davvero improbabile che il corpo di Gesù fosse stato rimosso dalla croce e posto in un sepolcro.

Gesù non era uno schiavo in fuga, né aveva rubato cavalli: era invece un nemico dello stato e a lui era riservata la peggiore delle morti e il massimo strazio del suo cadavere.

E adesso continuiamo con il nostro discorso.

L’analisi critica dei testi rivela una stratificazione letteraria affascinante.

Se leggiamo i Vangeli in ordine cronologico, infatti, notiamo che la figura di Ponzio Pilato subisce un processo di “santificazione” progressiva.

Ciascuno di voi può prendere i Vangeli e verificare di persona.

Insomma, in Marco, Pilato concorda semplicemente con il sinedrio.

In Matteo, compare il celebre gesto di lavarsi le mani per dichiararsi innocente.

Nel Vangelo di Luca, Pilato dichiara Gesù innocente tre volte e lo invia da Erode, il quale a sua volta non trova colpe in lui.

In Giovanni, Pilato proclama ancora l’innocenza di Gesù, ma il testo greco suggerisce un dettaglio inquietante.

Pilato consegna Gesù direttamente ai capi dei sacerdoti e agli scribi, affinché siano loro a crocifiggerlo.

Nel Vangelo di Pietro, che è un Vangelo apocrifo, Pilato viene quasi totalmente scagionato da ogni colpa.

Ecco, secondo Herman questa evoluzione non è cronaca, ma una strategia letteraria che serve per spostare la colpa del deicidio da Roma alle autorità ebraiche.

Detto in altri termini, per scelta politica, serviva a incolpare di più gli ebrei e discolpare progressivamente Pilato.

Il fatto è però che questo ritratto rabbonito di Ponzio Pilato contrasta con le fonti storiche di Filone di Alessandria e Giuseppe Flavio che descrivono Pilato come un uomo spietato, ostinato e per nulla incline a farsi piegare dalle pressioni delle folle locali.

Insomma, è ragionevole pensare che i Vangeli alterino significativamente i fatti per come supponiamo che siano.

Le esigenze sono naturalmente politiche e teologiche.

Un pilastro dell’Apologetica è la citazione di San Paolo riguardo ai 500 testimoni che avrebbero visto Gesù risorto.

Ma è certo che è risorto?

Paolo dice che lo videro in 500, ma insomma, possibile che nessuno pensi che Paolo possa aver mentito, che il testo possa essere stato interpolato, che nessuno di quei 500 sapesse leggere e scrivere e quindi avesse scritto una testimonianza di tale apparizione del risorto?

Di fatti, in questo caso, è necessario applicare un rigoroso scetticismo storiografico distinguendo tra una rivendicazione e una prova.

Intanto, su questo fatto bisogna considerare il silenzio dei Vangeli.

È un silenzio di peso enorme.

Se 500 persone avessero visto Gesù contemporaneamente, è inspiegabile che nessuno dei quattro Vangeli, Marco, Matteo, Luca, Giovanni, faccia il minimo accenno a un evento di tali proporzioni.

Lo dice solo Paolo, che non è un evangelista e neppure un testimone presente durante i fatti: la testimonianza di Paolo rimane isolata.*

Un’altra obiezione fondamentale appare dall’analisi comparativa.

La storia delle religioni è ricca di fenomeni simili.

I seguaci di Apollonio di Tiana affermarono che il loro maestro apparve in una stanza dopo la morte.

Il senatore romano Proculo Giulio giurò di aver visto Romolo apparire dopo la sua scomparsa.

Milioni di persone oggi credono fermamente nell’ascesa al cielo di Maometto oppure nelle apparizioni collettive della Vergine Maria.

Ora, se non accettiamo queste narrazioni come prove fisiche di eventi soprannaturali in altri sistemi di credenze, la coerenza impone di applicare gli stessi criteri di giudizio anche al caso di Gesù.

Una storia di 500 persone scritta da un singolo individuo rimane la testimonianza di quell’individuo, non di 500 fonti indipendenti.

In sostanza, detto in modo crudo, se tutte le altre, quella di Romolo, quella di Apollonio di Tiana e tante altre, le consideriamo bufale, non si capisce perché non debba essere una bufala anche questa.

Proviamo a trarre qualche conclusione.

L’indagine storica non ha il compito di confermare o smentire la fede, ma di tracciare il confine tra ciò che è scientificamente indagabile e ciò che non lo è.

Il metodo storico ci restituisce l’immagine di un uomo la cui morte traumatica scatenò nei seguaci esperienze profonde e visioni che nel tempo sono state codificate in racconti teologici sempre più complessi.

Accettare la distinzione tra il Gesù della storia e il Cristo della fede è il primo passo per un’analisi onesta delle nostre radici culturali.

La storia ci parla di un predicatore giustiziato dal potere imperiale.

La fede ci parla di un salvatore che ha sconfitto la morte.

Confondere i due piani non aiuta né la scienza né la spiritualità.

Se applichiamo a Gesù gli stessi standard rigorosi e gli stessi criteri di probabilità che usiamo per analizzare figure come Romolo, Apollonio di Tiana o Maometto, quanto della narrazione tradizionale della resurrezione rimane intatto come fatto storico documentabile?

 

Riferimento a SAPIENS SAPIENS su YouTube.

 

* Dagli ATTI DEGLI APOSTOLI:

Saulo di Tarso, che diventerà San Paolo l’Apostolo delle genti, è sulla strada per Damasco.

“Strada facendo,mentre stava avvicinandosi a Damasco, d’improvviso una luce dal cielo gli sfolgorò d’intorno: caduto a terra, udì una voce che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Egli rispose: “Chi sei, o Signore?”. E quegli: “Io sono Gesù che tu perseguiti …”.

Saulo di Tarso non vede Gesù, né vivo né risorto. Sente solo una voce che gli parla e, a questa voce, lui si rivolge chiamandolo “Signore”.

 

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