Numero3842.

 

L’ ARCA  DI  NOÈ

 

Conferenza di George Penrose, matematico, fisico e cosmologo britannico, premio Nobel per la fisica nel 2020.

 

 

Il problema di Noè: un calcolo semplice e una scoperta storica. Voglio fare un calcolo, non un calcolo complicato. Niente che richieda più dell’aritmetica di base e la volontà di seguire i numeri ovunque conducono. Il tipo di calcolo che un fisico fa quando incontra un’affermazione sul mondo fisico e vuole capire cosa richiederebbe davvero. L’affermazione è una delle storie più note della civiltà occidentale. Un uomo di nome Noè costruisce una barca. Dio inonda l’intera terra. Ogni essere umano e animale terrestre del pianeta muore tranne gli occupanti della barca. Le acque si ritirano. La famiglia di Noè e gli animali che ha portato con sé emergono e ripopolano il mondo. Circa 4 miliardi di persone al mondo oggi appartengono a tradizioni religiose cristiana, ebraica, islamica, che includono questa storia nelle loro scritture canoniche, più della metà delle persone viventi. La storia di Noè e del diluvio fa parte del fondamento culturale e religioso di più della metà dell’umanità. E quando si applicano fisica di base, biologia di base, idrologia di base e geologia di base alle affermazioni specifiche fatte dalla storia, quando si fanno davvero i calcoli ci si imbatte in qualcosa di notevole. Non un solo problema, ma molti. E ciascuno singolarmente è sufficiente a stabilire che la storia non può essere letta come un resoconto letterale di un evento letterale. Ma c’è una cosa che quasi nessuno nota. Il problema non è soltanto scientifico, è storico, perché la storia di Noè non è la versione originale di questa storia, la storia di un diluvio globale, di un uomo giusto, comandato da un Dio di costruire una barca, di animali caricati a due a due, di acque che salgono e si ritirano, di un uccello inviato a cercare la terra. Quella storia esiste in testi che precedono il libro della Genesi di più di 1000 anni, in una lingua diversa dall’ebraico, in una cultura che non era israelita. Oggi seguiremo entrambi questi fili, le impossibilità scientifiche e l’origine storica, perché insieme ci dicono qualcosa di importante, non solo sulla storia di Noè, ma su come gli antichi popoli usavano la narrazione per dare senso al mondo in cui vivevano. E quel qualcosa è più interessante sia del letteralismo ingenuo che insiste che ogni dettaglio sia accaduto esattamente come scritto, sia dello scetticismo sprezzante che liquida la storia come semplicemente falsa.

Regole di base. Prima di cominciare dall’arca, applicherò gli stessi strumenti analitici alla storia di Noè che applico a qualsiasi altra affermazione sul mondo fisico: fisica, chimica, biologia, idrologia, geologia. Queste sono i mie strumenti. Le affermazioni della storia sono abbastanza specifiche da poter essere esaminate con questi strumenti. Sarò anche preciso su ciò che l’analisi può e non può stabilire. Può stabilire se gli eventi fisici specifici descritti sono possibili entro le leggi note della natura. Non può stabilire se Dio esiste, non può stabilire se i miracoli siano possibili, non può stabilire cosa significhi la storia dal punto di vista teologico o spirituale. Questa separazione conta. Una storia può essere scientificamente impossibile come resoconto letterale e teologicamente profonda come narrazione. Non sono categorie mutuamente esclusive. Capire ciò che la storia non può essere come storia letterale è l’inizio della comprensione di ciò che potrebbe realmente essere. Attraverseremo nove livelli: l’arca, ingegneria strutturale di un vascello di legno con le dimensioni date; il problema dell’acqua, da dove vengono e dove vanno 4,5 miliardi di kilometri cubici d’acqua; il problema delle specie, quante tipologie di animali esistono e cosa richiederebbero due esemplari di ciascuna; il problema del cibo, nutrire i carnivori su una barca di legno per un anno; il problema della biogeografia, canguri sul Monte Ararat; il problema del collo di bottiglia genetico, cosa implica due di ogni animale per la vitalità delle specie? La documentazione geologica: cosa dovrebbe aver lasciato un diluvio globale e cosa troviamo davvero? La scoperta dell’epopea di Gilgames, la storia che precede la genesi di oltre 1000 anni e infine la sintesi onesta. Cosa è davvero la storia e perché ciò la rende più interessante?

L’arca: Genesi 6:15 fornisce dimensioni specifiche per l’arca. “Ecco come devi costruirla. L’arca sarà lunga 300 cubiti, larga 50 e alta 30”. Un cubito è la lunghezza dell’avambraccio, dal gomito alla punta delle dita. Le misure antiche del cubito variano tra circa 44 e 52 cm. Il valore più comunemente usato per il cubito comune è circa 44,5 cm, ossia 17,5 pollici. Calcoliamo le dimensioni. Lunghezza 300 cubiti X 0,445 m = 133,5 m, circa 437 piedi: quasi una volta e mezza la lunghezza di un campo di football americano. Larghezza 50 cubiti X 0, 445 m = 22,25 m, circa 73 piedi. Altezza 30 cubiti X 0,445 m = 13,4 m, circa 44 piedi: approssimativamente un edificio di quattro piani. Sono dimensioni notevoli e ci dicono qualcosa di importante. Le più grandi navi a vela di legno mai costruite nell’era precedente alla costruzione navale in acciaio furono le grandi navi di legno del XVIII e XIX secolo. La USS Constitution, una delle più grandi navi da guerra di legno della sua epoca, era lunga circa 62 m. Le più grandi navi a vela di legno raggiunsero circa 90 m, comunque significativamente più corte dei 133,5 m dell’arca. Ma la dimensione non è l’unico problema. Il problema strutturale delle navi di legno molto grandi sono fenomeni chiamati hogging e sagging. Il legno, pur essendo forte in compressione e ragionevolmente resistente in trazione per la sua dimensione, non è infinitamente rigido. Quando un vascello di legno è molto lungo, le onde creano forze diseguali lungo la sua lunghezza. Il centro dello scafo può essere sostenuto dalla cresta di un’onda, mentre prua e poppa restano senza sostegno, producendo una forza di flessione chiamata sagging. Oppure prua e poppa possono trovarsi sulle creste, mentre il centro è in un avvallamento producendo hogging. Per le piccole navi di legno il legno è abbastanza rigido da resistere a queste forze di flessione. Per le navi di legno molto grandi le forze diventano troppo grandi perché il legno possa resistervi. Lo scafo comincia a flettersi, le giunture si aprono, la nave fa acqua e alla fine cede strutturalmente. La nave del XX secolo Wyoming, una delle più grandi navi a vela di legno mai costruite, lunga circa 100 m, era famosa per il suo hogging. Il suo scafo si fletteva così severamente nelle acque agitate che il capitano poteva vedere le tavole muoversi l’una contro l’altra e la nave richiedeva un pompaggio costante per gestire le infiltrazioni. Affondò con tutto l’equipaggio nel 1924. L’arca a 133,5 m sarebbe significativamente più lunga di qualsiasi vascello di legno mai costruito con successo. La sfida ingegneristica di uno scafo di legno di questa lunghezza, capace di sopravvivere alle condizioni di tempesta violente di un diluvio globale, supera i limiti di ciò che la costruzione navale in legno abbia mai raggiunto. Lo storico di architettura navale John Morrison ha notato che le navi antiche di legno erano limitate in lunghezza effettiva a circa da 60 a 80 m dalle proprietà strutturali del legno. Oltre questa lunghezza, lo scafo diventa strutturalmente inaffidabile. La Genesi ci dice che l’arca fu costruita in legno di Gofer, un legno non chiaramente identificato, ma presumibilmente un legno duro, resinoso. Nessuna specie di legno conosciuta possiede le proprietà strutturali necessarie a superare il limite ingegneristico fondamentale degli scafi di legno molto lunghi. Le dimensioni dell’arca creano anche un problema di stabilità. Il rapporto lunghezza / larghezza dell’arca, lunghezza divisa per larghezza, è 300 : 50 cubiti, cioè 6 a1. Gli architetti navali moderni considerano un rapporto lunghezza / larghezza di circa 6 a 1 come vicino al limite per la stabilità in condizioni difficili. Oltre questo, la nave diventa vulnerabile a rollio e capovolgimento. Un diluvio globale produrrebbe condizioni idrologiche straordinariamente violente, non acque calme, ma turbolenza massiccia, mentre precipitazioni su scala continentale generano correnti e onde. Un vascello di legno ai limiti strutturali e di stabilità della costruzione navale in legno, in queste condizioni, affronterebbe sfide straordinarie alla propria integrità. L’arca, così come specificata, non avrebbe potuto essere costruita con successo con nessun legno conosciuto, usando nessuna tecnologia preindustriale, né avrebbe potuto operare in sicurezza nelle condizioni che un diluvio globale produrrebbe.

Il problema dell’acqua (Genesi 7 da 19 a 20): “Le acque crebbero grandemente sulla terra e tutti gli alti monti che sono sotto tutto il cielo furono coperti”. Le acque salirono e coprirono i monti fino a un’altezza di più di 15 cubiti. La montagna più alta della Terra è l’Everest, 8.848 m sul livello del mare. Perché il diluvio copra l’Everest, il livello dell’acqua deve salire di circa 8.848 m sopra l’attuale livello del mare. Calcoliamo quanta acqua è necessaria. La superficie della Terra è di circa 510 milioni di km². Per alzare uniformemente il livello dell’acqua di 8.848 m, serve un volume d’acqua pari a 510 milioni di km² X 8,848 m, cioè circa 4,5 miliardi di km³ di acqua aggiuntiva. Per riferimento la quantità totale di acqua attualmente presente sulla Terra, oceani, calotte glaciali, ghiacciai, fiumi, laghi, falde acquifere e atmosfera è di circa 1,4 miliardi di km cubici: il diluvio richiederebbe di aggiungere 4,5 miliardi di km³ a quelli già esistenti. L’acqua totale sulla Terra durante il diluvio dovrebbe essere di circa 5,9 miliardi di km cubici, più di quattro volte la quantità attuale. Da dove verrebbe quest’acqua? Genesi 7 11 indica le fonti. “Tutte le sorgenti del grande abisso eruppero e le cateratte del cielo si aprirono”. Valutiamo ciascuna fonte. Le cateratte del cielo, acqua atmosferica. La massa totale d’acqua nell’atmosfera terrestre è di circa 12.000 000 km³ : è l’acqua presente simultaneamente in tutte le nuvole, la pioggia, la neve e il vapore acqueo. 12.000 000 km³ contro i 4,5 miliardi richiesti. L’atmosfera contiene circa lo 0,00003% dell’acqua necessaria per il diluvio. Anche se ogni molecola di vapore acqueo nell’atmosfera precipitasse simultaneamente come pioggia, impossibilità fisica, dato che esiste un limite alla velocità con cui l’acqua può condensarsi e cadere, solleverebbe il livello del mare di circa 25 mm, poco più di un pollice. Le sorgenti del grande abisso, acque sotterranee. Le acque sotterranee totali sulla Terra sono stimate in circa 23 milioni di km cubici. Una quantità enorme immagazzinata in falde, fratture e pori nella roccia lungo tutta la crosta. 23 milioni di km³ è ancora solo lo 0,5% dei 4,5 miliardi richiesti. Anche combinando tutta l’acqua atmosferica e tutte le acque sotterranee rilasciate simultaneamente, il totale è di circa 23 milioni di km³ contro i 4,5 miliardi necessari. circa un centesimo di ciò che serve. Dove sarebbe andata l’acqua? Genesi 8:3: “ Le acque si ritirarono progressivamente dalla Terra. Alla fine dei 150 giorni l’acqua era diminuita”. Genesi 8:1: “ Dio fece passare un vento sulla terra e le acque si ritirarono”. Il vento non fa sparire l’acqua, il vento muove l’aria, il che può aumentare l’evaporazione, ma l’acqua evaporata rimane nell’atmosfera. L’acqua non può evaporare nel nulla. Se 4,5 miliardi di kilometri cubi d’acqua fossero apparsi e poi scomparsi, dovrebbero andare da qualche parte. E questo qualche parte non esiste nella fisica di un sistema chiuso. L’acqua della Terra è in un sistema chiuso. L’acqua circola tra oceano, atmosfera e terra. Non appare dal nulla e non scompare nel nulla. La conservazione della materia vale sempre. L’acqua necessaria per un diluvio globale che copra l’Everest non esiste da nessuna parte nel sistema terrestre. Non avrebbe potuto apparire e se fosse apparsa non avrebbe potuto scomparire.

Il problema delle specie. Genesi 6 da 19 a 20: “Farai entrare nell’arca due di ogni essere vivente, maschio e femmina, per tenerli in vita con te. Due di ogni specie di uccelli, di ogni specie di animali e di ogni specie di ciò che striscia sulla Terra verranno da te per essere tenuti in vita, due di ogni specie”. Le stime scientifiche attuali collocano il numero di specie descritte, specie identificate e classificate, a circa 8,7 milioni di specie eucariotiche. Di queste circa 6,5 milioni sono specie terrestri, insetti, mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e invertebrati. Il numero di specie di insetti descritte da solo supera il milione. Soltanto l’ordine dei coleotteri conta circa 400.000 specie descritte. Il biologo Jade B. SS. Haldenin, interrogato su cosa la biologia potesse dirci sulla mente del creatore, rispose, secondo la tradizione che rivelava una smisurata predilezione per gli scarabei. Alcuni interpreti della Genesi sostengono che Noè avesse imbarcato tipi (“min” in ebraico) e non specie, che il tipo biblico sia una categoria più ampia della specie biologica e che a Noè servissero solo due rappresentanti di ogni grande tipo, da cui l’attuale diversità di specie sarebbe discesa tramite rapida speciazione post diluvio. In questa interpretazione di baraminologia (dall’ebraico bara = creare e min = tipo) il numero di tipi potrebbe ridursi a forse da 1000 a 16.000 a seconda di quanto ampiamente si definisca tipo. Prendiamo l’interpretazione più generosa e diciamo che a Noè servissero circa 16.000 tipi, il numero talvolta indicato dai creazionisti della Terra giovane. Due di ogni tipo fanno 32.000 animali minimo. Il volume interno dell’arca a 133,5 m* 22,25 m* 13,4 m è di circa 39.800 m³, diviso tra 32.000 animali, ossia circa 1,25 m³ per animale. Uno spazio di circa 2  X 1,25 m per coppia. Ma la coppia media di animali non è una coppia di topi. Si considerino due elefanti africani che richiedono circa 200 m³ di spazio ciascuno con altezze superiori a 3 m. Due giraffe alte 6 m non potrebbero stare in piedi nell’arca alta 13,4 m se non sul ponte più basso. Due ippopotami, due rinoceronti, due coccodrilli del Nilo, due orsi polari, due formichieri giganti, due draghi di Comodo, due anaconda, tutti richiedenti spazio significativo. Gli animali acquatici che non possono sopravvivere all’aria aperta, pesci, mammiferi marini, tartarughe marine, non potrebbero essere tenuti sull’arca, ma presumibilmente sarebbero sopravvissuti nelle acque del diluvio. Anche con 32.000 animali, l’assegnazione di spazio è impossibilmente ridotta, una volta considerata la variazione di dimensione nel regno animale. L’interpretazione dei tipi tenta tipicamente di ridurre i tipi di insetti a un numero gestibile, ma ciò richiede di assumere che la diversità esplosiva degli insetti, la loro varietà anatomica, la diversità comportamentale, la specializzazione ecologica si sia sviluppata da una manciata di tipi ancestrali negli scarsi millenni trascorsi dal diluvio. L’analisi genetica moderna mostra che la diversificazione degli insetti è avvenuta nell’arco di centinaia di milioni di anni. non di migliaia. Le distanze evolutive tra gli ordini di insetti, coleotteri, ditteri, lepidotteri, formiche, sono troppo grandi per derivare da antenati comuni in qualsiasi arco temporale storico. E poi ci sono gli animali microscopici. I nematodi rappresentano circa 1 milione di specie. Gli acari, minuscoli aracnidi, rappresentano circa 50.000 specie descritte con stime che arrivano a milioni per il numero reale. Rotiferi, tardigradi, crostacei microscopici. Tutti questi sono animali. Erano tutti sull’arca? In quali contenitori? Il problema delle specie, anche con l’interpretazione più generosa, produce numeri incompatibili con lo spazio fisico disponibile in un vascello di legno di 133,5 m.

Il problema del cibo. Consideriamo un problema che non richiede alcuna formazione scientifica per essere riconosciuto, ma che quasi non viene mai discusso seriamente. L’arca di Noè avrebbe contenuto due esemplari di ogni tipo di animale, inclusi i carnivori: leoni, tigri, lupi, orsi, coccodrilli, draghi di Comodo, anaconda, iene, ghepardi, giaguari, leopardi. Questi animali mangiano carne, mangiano altri animali, non possono sopravvivere con le piante. Un leone richiede circa 8 kg di carne al giorno, una tigre del Bengala richiede circa da 5 a 6 kg. Un branco di lupi richiede diversi kilogrammi per lupo al giorno. Per un diluvio della durata di circa 370 giorni, (Genesi 7, 11 8 14), ogni coppia di carnivori richiederebbe 2 leoni per 8 kg al giorno per 370 giorni, uguale 2960 kg di carne, due tigri per 6 kg al giorno per 370 giorni uguale 2220 kg di carne. Da dove verrebbe questa carne? Deve provenire da altri animali. Ma gli altri animali sull’arca sono le coppie riproduttive delle loro specie, l’intera riserva genetica per il ripopolamento post diluvio. Se si nutrono i predatori con gli animali preda, si distruggono le coppie riproduttive delle specie preda. La soluzione tentata da alcuni commentatori è che gli animali fossero in uno stato di ibernazione sospesa o che Dio avesse miracolosamente ridotto le loro necessità metaboliche o che si nutrissero diversamente durante l’anno del diluvio. Queste risposte sono possibili, invocano l’intervento divino per superare il problema fisico, ma rivelano anche la portata dell’intervento soprannaturale richiesto per far funzionare la storia come storia letterale. Non stiamo parlando di un solo miracolo, ma di una cascata continua di miracoli, provvista miracolosa di cibo, modificazione comportamentale miracolosa dei carnivori, rinforzo strutturale miracoloso dello scafo di legno. A un certo punto l’accumulo di miracoli richiesti solleva una domanda specifica. Se Dio sta compiendo tutti questi miracoli continui per rendere il diluvio fisicamente possibile, perché non preservare semplicemente gli animali con altri mezzi? Mentre parliamo degli occupanti dell’arca, vale la pena sollevare un problema quasi importante quanto quello dell’alimentazione. Da 40.000 a 50.000 animali, anche con le stime più prudenti, producono enormi quantità di rifiuti. Un solo cavallo produce circa 25 kg di letame al giorno. Un solo elefante ne produce circa 150 kg. Per 370 giorni, con decine di migliaia di animali, la produzione di rifiuti sarebbe imponente. L’ammoniaca proveniente dall’urina, in particolare da grandi concentrazioni di animali in uno spazio chiuso, raggiungerebbe concentrazioni tossiche. L’accumulo fisico di feci riempirebbe rapidamente lo spazio disponibile. L’equipaggio di Noè contava otto persone. Otto persone per nutrire, abbeverare e pulire decine di migliaia di animali per 370 giorni senza assistenza meccanica sofisticata. I requisiti logistici per la gestione di base del bestiame a questa scala superano ciò che otto persone potrebbero fisicamente realizzare.

Il problema della biogeografia. Passiamo ora a quello che considero il più elegante e illuminante tra i problemi scientifici della storia di Noè, perché coinvolge la scienza della biogeografia, lo studio di come le specie sono distribuite sul globo e cosa quella distribuzione ci dice sulla storia della vita. Genesi 8 4 afferma che l’arca si posò sui monti dell’Ararat nella Turchia moderna vicino ai confini con Armenia e Iran. Dopo il diluvio, Noè libera gli animali che si disperdono dall’Ararat e ripopolano il mondo. Consideriamo l’Australia. L’Australia ospita una fauna straordinaria e unica. Circa 250 specie di marsupiali mammiferi che portano i piccoli in un marsupio. Canguri, wallabee, koala, wombat, diavoli della Tasmania, Qual, Bandicut, Numbat. L’ornitorinco, non un marsupiale, ma altrettanto distintivo, depone uova. Questi animali si trovano essenzialmente solo in Australia, con l’eccezione di alcuni opossum in Sud e Nord America. Sono il prodotto di circa 80 milioni di anni di sviluppo evolutivo isolato da quando l’Australia si separò dagli altri continenti meridionali e divenne un continente isola. Ecco il problema specifico. Se tutti gli animali della Terra discendessero dalle coppie sull’arca di Noè e se l’arca fosse approdata sul monte Ararat, allora a un certo punto, dopo il diluvio, due canguri avrebbero dovuto camminare dall’Ararat all’Australia. La distanza tra il Monte Ararat e l’Australia è di circa 13.000 km via Terra e Mare. Tra il Medio Oriente e l’Australia si estendono la vastità dell’Asia, le isole del sudest asiatico e un attraversamento oceanico. I canguri avrebbero dovuto percorrere l’intera distanza e lungo il percorso avrebbero lasciato popolazioni indietro. Ci si aspetterebbe di trovare popolazioni di canguri o quantomeno fossili di canguri in tutta l’Asia e il sudest asiatico, parenti dei canguri in Medio Oriente, resti di canguri nella documentazione stratigrafica del subcontinente indiano. Non ce ne sono. La documentazione fossile dei canguri li mostra esclusivamente in Australia. Non esiste alcuna prova fossile di canguri in Asia o in Medio Oriente. Non sono passati di lì, sono sempre stati dove sono. E non riguarda solo i canguri. La fauna specifica di ciascun continente ha una storia fossile e specifica che mostra animali evoluti e diversificati sul posto, non migrati da un punto di origine mediorientale circa 4.000 anni fa. I marsupiali dell’Australia includono non solo i canguri, ma centinaia di specie che occupano nicchie ecologiche analoghe a quelle dei mammiferi placentati altrove. I Wombat occupano il ruolo ecologico dei roditori, i diavoli della Tasmania occupano il ruolo degli spazzini. Il tilacino, ormai estinto, occupava il ruolo di un grande predatore. L’intera comunità ecologica australiana ha un carattere marsupiale, perché i marsupiali arrivarono in Australia prima dei placentati per poi evolversi in isolamento per decine di milioni di anni. Se tutti questi marsupiali discendessero da due antenati partiti dall’Ararat, avrebbero dovuto percorrere 13.000 km, attraversare un oceano, raggiungere l’Australia e poi diversificarsi in 250 specie in circa 4.000 anni. Gli studi genetici moderni mostrano che la speciazione dei marsupiali in Australia richiese decine di milioni di anni ed è legata alla specifica storia geografica e climatica del continente. Il problema biogeografico non riguarda solo i canguri, comprende i lemuri del Madagascar che non si trovano altrove, i tapiri del Sud America con una specie separata nel sudest asiatico, spiegata da un’antica connessione continentale, gli orsi polari dell’Artico, i panda giganti della Cina, i gorilla e gli scimpanzé dell’Africa, ciascuno con una distribuzione geografica specifica spiegata dalla biogeografia evolutiva e direttamente contraddetta dall’idea che tutte le specie discendano da un punto d’origine comune in Medio Oriente 4000 anni fa. La documentazione geologica, un diluvio globale della portata descritta nella Genesi che copre tutte le montagne, uccide tutti gli animali terrestri, ricopre la terra per un anno, lascerebbe una documentazione geologica specifica e distintiva. La geologia è in gran parte la scienza della lettura della documentazione degli eventi negli strati terrestri e questa documentazione è abbastanza dettagliata e i metodi per leggerla abbastanza precisi da poter dire cosa avrebbe dovuto lasciare un diluvio globale e se ce n’ è traccia. Un diluvio globale depositerebbe uno strato continuo di sedimenti alluvionali su scala planetaria, sabbia, limo, argilla su tutti i continenti simultaneamente. Questo strato sarebbe distintivo, conterrebbe una mescolanza di fossili provenienti da profondità diverse, animali normalmente vissuti in ambienti differenti sepolti insieme, sarebbe chimicamente distinguibile con acqua dolce e salata mescolate e sarebbe databile con metodi indipendenti multipli; produrrebbe inoltre pattern di erosione specifici. Il movimento violento dell’acqua su scala globale scolpirebbe caratteristiche distintive su ogni continente simultaneamente.

Numero3794.

 

APPUNTI  SPARSI

 

Da una conferenza del Prof.  Umberto Galimberti su YouTube.

 

Quando io credo vuol dire che non so. E solo per questo dovrei essere umile.

La verità appartiene al sapere.

La fede appartiene alla volontà di credere.

La cultura cristiana dà un’identità ed un’appartenenza (chiesa vuol dire comunità), ma non dà nessuna verità razionale.

La fede è un sacrificio dell’intelletto, è un prodotto della volontà.

Perciò si crede “cum timore et tremore multo” e la fede dovrebbe essere sempre accompagnata dal dubbio: il cardinale Martini diceva “Io credo ma col dubbio accanto”.

Le chiese sono diventate le tombe, i sepolcri di Dio (Friederick Nietzsche).

2 + 2 = 4 è una verità: lo so.

Ma se Cristo è risorto non lo so: lo credo.

La fede parla delle “invisibilia” cioé delle cose che non si vedono. E queste non si sanno, non si conoscono.

Tutte le religioni monoteiste sono fondamentaliste.

Quando si sente parlare di “dialogo ecumenico” si deve diffidare perché si tratta di espressione di pura ipocrisia.

Se io ritengo di detenere la verità assoluta, come faccio a parlare con gli altri, se soltanto io la possiedo?

E se sono un credente, come faccio ad avere una verità dubbiosa?

È una contraddizione terribile.

Dialogo = guerra (dia = massima distanza tra le parti che si deve attraversare).

Tu hai un “logos” ((discorso, parola, ragionamento), io ne ho un altro: per questo ci incontriamo in una discussione che è una guerra di parole.

Si tratta di una guerra che non avrà vincitori: se ce ne sarà uno, il soccombente sarà schiavo per sempre.

 

 

Numero3765.

 

CERTEZZA   E   VERITA’

 

Accetta sempre la verità da chi te la dice,

francamente, senza la volontà di ferirti,

ma non rinuncia, comunque, a dirtela,

perché la verità non è un’arma ma, anche

se scomoda, è una mano tesa da un amico.

 

Quante volte ti sei fermato alla comodità

della sicurezza, senza verificare mai se

fosse anche verità: quanto più essa è facile

da accettare, tanto più tenti di farla passare

per vera, a priori, senza alcun filtro critico.

 

E se, un bel giorno, ti accorgi che ciò che

ti sembrava certo non è più vero, che fai?

La certezza ti fa dormire sonni tranquilli,

per pigrizia mentale, per rassegnazione.

Essa supera sempre il bisogno di verità.

Numero3745.

 

TERRIBILE   MA …. VERO

 

Tu sei quello che fai, non quello che prometti di fare.

Nessuno si renderà conto del tuo valore, finché non si sentirà la tua assenza.

Non combattere affinché qualcuno ti ami, combatti per qualcuno che già lo fa.

Non credere che una persona che ama la pace sia incapace di combattere.

Un solo minuto di rabbia, di lussuria, di avidità, può distruggere una vita di duro lavoro.

Ogni lezione che tu rifiuti di imparare continuerà a ripresentarsi finché non la affronterai.

Finché stai sul treno sbagliato, diventerà sempre più caro tornare a casa.

La paura non fermerà mai la morte; rovinerà soltanto quello che ti resta da vivere.

Non guarirai mai nello stesso ambiente che ti ha fatto ammalare.

Niente è peggio di non realizzare il tuo pieno potenziale.

La vera ricchezza è non avere problemi di salute.

 

@DailyReminder

Numero3743.

 

INTELLIGENZA  COME  CAPACITA’  DI  CAMBIARE 

 

Una persona intelligente si riconosce non dai titoli di studio, né dalla professione, ma dalla capacità di aggiornarsi e di cambiare.

Lo spiega Oscar Wilde quando dice che la coerenza è l’ultimo rifugio delle menti poco creative.

Per coerenza si intende il mantenimento a priori delle proprie convinzioni e dei preconcetti a cui si resta fedeli per pigrizia mentale e assenza di spirito critico, evitando accuratamente di prendere in considerazione altre possibili realtà e verità.

Le persone intelligenti dicono: “Ah, non ci avevo pensato”, “Questo non lo sapevo”, oppure “Sì, ha senso, fammi riflettere”.

La maggior parte delle persone si impunta per difendere il proprio ego, cioè il proprio punto di vista , parziale o unilaterale, magari basato su conoscenze ed esperienze limitate, non verficate o accettate acriticamente.

Le persone intelligenti, invece, aggiornano le proprie convinzioni.

Sono curiose e non stanno sempre sulla difensiva, per conservare l’unica verità che conoscono che, magari, unica non è, ma è comoda, tradizionale, consuetudinaria, se non, addirittura, infondata o falsa.

Si chiedono: “C’è qualcosa che ancora non so?”, invece di cercare di averla vinta a tutti i costi.

Non legano la loro identità all’avere ragione e trattano l’errore come esperienza, non come fallimento.

Anche Albert Einstein l’aveva sostenuto, dicendo che la misura dell’intelligenza è la capacità di cambiare.

Ecco, allora, il vero vanto: saper dire, senza vergogna: “Ho cambiato idea”.

 

Ispirato a @stanzazen

Numero3726.

 

R E S U R R E Z I O N E :    F A T T O    S T O R I C O    O    A T T O    D I    F E D E ?

 

 

Da secoli la resurrezione di Gesù è il fulcro della fede cristiana, un evento considerato miracoloso e trascendente.

Si può forse dire che togliere dal cristianesimo la resurrezione significa mutilarlo completamente o quasi.

Però quando spostiamo l’indagine dal piano teologico a quello puramente storiografico, il panorama cambia drasticamente.

Che cosa possiamo realmente sapere attraverso il rigore della scienza storica su ciò che accadde dopo la crocifissione?

Ecco, se da un lato la fede accetta come suo fondamento il miracolo della resurrezione, la storiografia opera secondo criteri di probabilità e coerenza con le pratiche documentate dell’epoca.

Esplorare questo confine non significa negare la dimensione spirituale, ma riconoscere la distinzione fondamentale tra la tradizione religiosa e ciò che è documentabile come fatto storico.

Detto in altri termini, ciascuno può continuare a credere in quello che vuole, solo che gli storici naturalmente devono fare il loro mestiere.

Del resto la religione è questione di fede.

“Va, la tua fede ti ha salvato”, si legge nei Vangeli, e la fede non ha bisogno di evidenze.

“Beati coloro che credono senza aver visto”, leggiamo sempre nel Vangelo.

La storia invece ha bisogno di documenti, prove, indagini, confronti per cercare di avvicinarsi, al meglio possibile, alla verità.

Aiutati da uno studioso del calibro di Bart Herman, cercheremo di capire che cosa si possa dire e che cosa non si possa dire sulla resurrezione.

 

Partiamo quindi dalle basi: nonostante le profonde divergenze interpretative, esiste un nucleo di eventi che gode di un’attestazione multipla ed è accettato dalla stragrande maggioranza degli storici.

Questi punti costituiscono la base del dibattito.

Il primo punto riguarda l’esistenza storica: un uomo chiamato Gesù di Nazareth è realmente esistito.

Ci sono naturalmente storici che sostengono che non sia mai esistito e hanno anche argomenti a riguardo, ma non sembrano abbastanza convincenti o almeno non lo sono abbastanza da scalzare le ipotesi contrarie.

Punto numero due, l’attività pubblica.

Gesù operò come maestro di un particolare codice etico, raccogliendo un seguito di discepoli.

Terzo punto della questione, ripeto, su cui la maggior parte degli storici concordano, è la crocifissione: entrò in conflitto Gesù con le autorità romane e fu giustiziato.

Il quarto punto è quello che qui ci interessa maggiormente: la rivendicazione dei seguaci.

Dopo la sua morte, diversi gruppi di persone affermarono con forza di averlo visto nuovamente in vita.

Attenzione, lo storico non dice e non può dire: dopo tre giorni è risorto.

Lo storico deve invece affermare che ci sono persone che dissero di averlo visto vivo dopo 3 giorni.

Le due cose sono notevolmente diverse.

Ebbene, alla luce di tutto ciò, lo storico deve porsi una domanda metodologica.

Questi dati provano la resurrezione?

Dal punto di vista della ricerca scientifica la risposta è no.

La storia per sua natura cerca l’evento più probabile basandosi sulle prove disponibili.

Un miracolo, essendo per definizione l’evento meno probabile, difatti è una violazione delle leggi della natura, sfugge agli strumenti della storiografia.

Dire che i discepoli affermarono di averlo visto vivo è un fatto storico.

Dire che Gesù è risorto è un’affermazione di fede che esorbita dal metodo scientifico.

Ma andiamo ancora più a fondo ed esaminiamo le prove.

Rispetto a questo argomento, uno dei punti di maggiore attrito riguarda la sepoltura di Gesù.

Gli Apologeti in genere sostengono che l’esistenza di un sepolcro vuoto sia un dato accertato.

Herman ha dei dubbi e anche molto convincenti e tra le altre cose evidenzia una frattura profonda tra il racconto evangelico e la prassi amministrativa romana.

Un dettaglio tecnico spesso ignorato è che non possediamo nessuna descrizione letteraria della crocifissione nel mondo antico.

Sappiamo che i condannati venivano talvolta inchiodati grazie al ritrovamento archeologico di resti organici e di chiodi, ma nessun autore antico descrive la procedura esatta.

Però le fonti sono coerenti su quello che accadeva dopo la morte.

E che cosa accadeva in genere?

Innanzitutto si verificava l’umiliazione del cadavere come deterrente.

La crocifissione non mirava solo alla morte, ma alla distruzione della dignità del condannato.

I corpi venivano solitamente lasciati sulla croce per giorni per decomporsi ed essere divorati da uccelli rapaci e cani randagi.

Secondo punto importante: non esistono eccezioni, cioè non esiste alcun resoconto storicamente verificato di un condannato per sedizione.

Attenzione, condannato per sedizione, poi ci torneremo, come era considerato Gesù, che è stato sepolto con onore, il pomeriggio stesso dell’esecuzione, in una tomba conosciuta.

Altro punto importante riguarda la figura di Pilato.

L’idea che un governatore romano facesse un’eccezione per un agitatore provinciale, contravvenendo alla prassi di lasciare il corpo come monito pubblico, appare storicamente poco plausibile.

Per Pilato, Gesù era probabilmente solo uno dei tanti problemi da eliminare rapidamente.

Ora, e questo è un punto molto interessante, rispetto all’umiliazione del cadavere e alla negazione della sepoltura, alcuni hanno sollevato delle obiezioni, sostenendo che nel mondo ebraico abbiamo attestazioni per cui i condannati a morte per crocifissione potevano avere una degna sepoltura.

Questo confermerebbe la tesi per cui Gesù avrebbe potuto benissimo essere sepolto.

Ma rispetto a questo ci sono degli importanti distinguo da fare.

Intanto la crocifissione era riservata a casi particolari, ma i casi particolari erano molti.

Due dei più comuni erano i criminali di bassa lega e i nemici dello Stato.

Bisogna fare attenzione a questo distinguo: i criminali di bassa lega e i nemici dello Stato.

Si tratta di due categorie molto diverse.

I criminali di bassa lega includevano, per esempio, schiavi fuggiti dai loro padroni e colpevoli di un crimine.

Se catturato, uno schiavo poteva essere crocifisso.

Peggio ancora che fuggire come schiavo o rubare un cavallo, molto peggio era opporsi allo stato romano.

Questo era qualcosa che i romani non tolleravano affatto.

In questo caso ai nemici dello Stato veniva mostrato il potere dello Stato e la crocifissione era il mezzo per farlo.

Se ti opponevi all’azione militare romana venivi crocifisso. Se attaccavi truppe romane venivi crocifisso. Se complottavi per rovesciare il governo locale venivi crocifisso. Se ti definivi re in contrasto con il potere politico romano, venivi crocifisso.

E questo è il caso che riguarda Gesù e che rientra nel novero di quel gruppo di reati per cui i romani agivano senza eccezioni e senza pietà.

Ebbene, in quest’ultimo caso, quindi, quando si aveva a che fare con i nemici dello Stato, i romani non ammettevano eccezioni.

L’esecuzione non doveva soltanto togliere la vita al condannato, ma doveva essere un monito per tutti gli altri, mostrando la morte orribile a cui andava incontro chi avesse fatto lo stesso e lo strazio impressionante del suo cadavere.

Il cadavere veniva lasciato per giorni a marcire, veniva dato in pasto ai corvi e ai cani randagi e non veniva concessa la sepoltura.

Per questo, secondo Herman, è davvero improbabile che il corpo di Gesù fosse stato rimosso dalla croce e posto in un sepolcro.

Gesù non era uno schiavo in fuga, né aveva rubato cavalli: era invece un nemico dello stato e a lui era riservata la peggiore delle morti e il massimo strazio del suo cadavere.

E adesso continuiamo con il nostro discorso.

L’analisi critica dei testi rivela una stratificazione letteraria affascinante.

Se leggiamo i Vangeli in ordine cronologico, infatti, notiamo che la figura di Ponzio Pilato subisce un processo di “santificazione” progressiva.

Ciascuno di voi può prendere i Vangeli e verificare di persona.

Insomma, in Marco, Pilato concorda semplicemente con il sinedrio.

In Matteo, compare il celebre gesto di lavarsi le mani per dichiararsi innocente.

Nel Vangelo di Luca, Pilato dichiara Gesù innocente tre volte e lo invia da Erode, il quale a sua volta non trova colpe in lui.

In Giovanni, Pilato proclama ancora l’innocenza di Gesù, ma il testo greco suggerisce un dettaglio inquietante.

Pilato consegna Gesù direttamente ai capi dei sacerdoti e agli scribi, affinché siano loro a crocifiggerlo.

Nel Vangelo di Pietro, che è un Vangelo apocrifo, Pilato viene quasi totalmente scagionato da ogni colpa.

Ecco, secondo Herman questa evoluzione non è cronaca, ma una strategia letteraria che serve per spostare la colpa del deicidio da Roma alle autorità ebraiche.

Detto in altri termini, per scelta politica, serviva a incolpare di più gli ebrei e discolpare progressivamente Pilato.

Il fatto è però che questo ritratto rabbonito di Ponzio Pilato contrasta con le fonti storiche di Filone di Alessandria e Giuseppe Flavio che descrivono Pilato come un uomo spietato, ostinato e per nulla incline a farsi piegare dalle pressioni delle folle locali.

Insomma, è ragionevole pensare che i Vangeli alterino significativamente i fatti per come supponiamo che siano.

Le esigenze sono naturalmente politiche e teologiche.

Un pilastro dell’Apologetica è la citazione di San Paolo riguardo ai 500 testimoni che avrebbero visto Gesù risorto.

Ma è certo che è risorto?

Paolo dice che lo videro in 500, ma insomma, possibile che nessuno pensi che Paolo possa aver mentito, che il testo possa essere stato interpolato, che nessuno di quei 500 sapesse leggere e scrivere e quindi avesse scritto una testimonianza di tale apparizione del risorto?

Di fatti, in questo caso, è necessario applicare un rigoroso scetticismo storiografico distinguendo tra una rivendicazione e una prova.

Intanto, su questo fatto bisogna considerare il silenzio dei Vangeli.

È un silenzio di peso enorme.

Se 500 persone avessero visto Gesù contemporaneamente, è inspiegabile che nessuno dei quattro Vangeli, Marco, Matteo, Luca, Giovanni, faccia il minimo accenno a un evento di tali proporzioni.

Lo dice solo Paolo, che non è un evangelista e neppure un testimone presente durante i fatti: la testimonianza di Paolo rimane isolata.*

Un’altra obiezione fondamentale appare dall’analisi comparativa.

La storia delle religioni è ricca di fenomeni simili.

I seguaci di Apollonio di Tiana affermarono che il loro maestro apparve in una stanza dopo la morte.

Il senatore romano Proculo Giulio giurò di aver visto Romolo apparire dopo la sua scomparsa.

Milioni di persone oggi credono fermamente nell’ascesa al cielo di Maometto oppure nelle apparizioni collettive della Vergine Maria.

Ora, se non accettiamo queste narrazioni come prove fisiche di eventi soprannaturali in altri sistemi di credenze, la coerenza impone di applicare gli stessi criteri di giudizio anche al caso di Gesù.

Una storia di 500 persone scritta da un singolo individuo rimane la testimonianza di quell’individuo, non di 500 fonti indipendenti.

In sostanza, detto in modo crudo, se tutte le altre, quella di Romolo, quella di Apollonio di Tiana e tante altre, le consideriamo bufale, non si capisce perché non debba essere una bufala anche questa.

Proviamo a trarre qualche conclusione.

L’indagine storica non ha il compito di confermare o smentire la fede, ma di tracciare il confine tra ciò che è scientificamente indagabile e ciò che non lo è.

Il metodo storico ci restituisce l’immagine di un uomo la cui morte traumatica scatenò nei seguaci esperienze profonde e visioni che nel tempo sono state codificate in racconti teologici sempre più complessi.

Accettare la distinzione tra il Gesù della storia e il Cristo della fede è il primo passo per un’analisi onesta delle nostre radici culturali.

La storia ci parla di un predicatore giustiziato dal potere imperiale.

La fede ci parla di un salvatore che ha sconfitto la morte.

Confondere i due piani non aiuta né la scienza né la spiritualità.

Se applichiamo a Gesù gli stessi standard rigorosi e gli stessi criteri di probabilità che usiamo per analizzare figure come Romolo, Apollonio di Tiana o Maometto, quanto della narrazione tradizionale della resurrezione rimane intatto come fatto storico documentabile?

 

Riferimento a SAPIENS SAPIENS su YouTube.

 

* Dagli ATTI DEGLI APOSTOLI:

Saulo di Tarso, che diventerà San Paolo l’Apostolo delle genti, è sulla strada per Damasco.

“Strada facendo,mentre stava avvicinandosi a Damasco, d’improvviso una luce dal cielo gli sfolgorò d’intorno: caduto a terra, udì una voce che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Egli rispose: “Chi sei, o Signore?”. E quegli: “Io sono Gesù che tu perseguiti …”.

Saulo di Tarso non vede Gesù, né vivo né risorto. Sente solo una voce che gli parla e, a questa voce, lui si rivolge chiamandolo “Signore”.

 

Numero3722.

 

Ho lasciato che trascorresse il tempo della Pasqua di Risurrezione, per non contrapporre provocatoriamente l’alternativa inquietante del testo seguente che, solo ora, sottopongo all’attenzione di chi abbia coraggio e curiosità di conoscere non un’altra verità, ma solo un’altra versione dei fatti storici.
In questo, non c’è alcun intento polemico o spirito di contraddizione, ma soltanto un tentativo di fare chiarezza.

 

 

L E    V E R E    P A R O L E    D I    G E S U’    D O P O    L A    R I S U R R E Z I O N E

 

(Cristianesimo delle origini)

 

 

La storia di Gesù è la più grande storia mai raccontata che ha contribuito a plasmare la cultura occidentale.

Il paradigma della vita di Gesù è la sua risurrezione, ma intesa in modo molto diverso da quello canonico.

“Io sono esempio di risurrezione: la vostra”.

Una delle figure più influenti della storia, Gesù, dice che il mondo attuale è sbagliato e che dobbiamo cambiarlo, ora.

Questo suo pensiero fondante è contenuto nella Bibbia etiope.

Dopotutto, la Bibbia etiope è una Bibbia cristiana, contiene i Vangeli, la vita, la morte e la risurrezione di Gesù Cristo. Ma non è la Bibbia cattolica.

Immaginate di morire e scoprire che l’ al di là non ha nulla a che vedere con ciò che vi è stato raccontato: niente porte del paradiso, niente inferno di fuoco, piuttosto un viaggio nascosto attraverso misteriosi strati dell’esistenza che lentamente spogliano l’anima fino alla sua verità.

Alcune antiche tradizioni sostengono che queste idee derivino dagli insegnamenti di Gesù Cristo dopo la risurrezione.

Ma la maggior parte dei cristiani non ne ha mai sentito parlare, perché la Bibbia cattolica che molte persone leggono ha 73 libri, mentre l’antico canone conservato dalla Chiesa ortodossa Etiope ne contiene 81.

Interi Vangeli, visioni e rivelazioni sono scomparsi dal cristianesimo occidentale.

La vera domanda è: sono stati rimossi perché erano sbagliati o perché rivelano qualcosa che il mondo non avrebbe dovuto sapere?

Questi sono i Libri Perduti del cristianesimo cattolico.

Cominciamo con un fatto che dovrebbe turbare ogni cristiano vivente.

La Bibbia che tenete tra le mani non è la Bibbia: si tratta di “una Bibbia”, una versione assemblata da commissioni, approvata dagli imperatori e imposta dal potere politico.

La Bibbia protestante ha 66 libri, la Bibbia cattolica ne ha 73, ma la Bibbia Etiope, quella custodita da una chiesa le cui origini risalgono direttamente al primo secolo, ne ha 81.

Alcuni studiosi ne contano persino di più, a seconda di come classificano determinati testi. Non è una discrepanza di poco conto.

Si tratta di un’intera biblioteca di materiale sacro che qualcuno ha deciso che non ti fosse permesso leggere.

Il cristianesimo arrivò in Etiopia quasi immediatamente.

Secondo il libro degli Atti, un funzionario di Corte etiope fu battezzato da Filippo, l’evangelista apocrifo, intorno al 34 d.C. .

Ciò rende la Chiesa etiope una delle primissime comunità cristiane al di fuori di Gerusalemme.

Nel V° secolo il cristianesimo era la religione di stato dell’impero, secoli prima che la maggior parte dell’Europa si convertisse.

La Chiesa etiope non si sviluppò sotto la supervisione romana, non rispondeva al vescovo di Roma, non fu plasmata dalla politica di Costantino o dalle battaglie teologiche che dilaniarono il cristianesimo europeo.

Crebbe autonomamente nella propria lingua con la propria raccolta di testi sacri e non ne abbandonò mai nessuno. Questa è la differenza cruciale.

Mentre il cristianesimo occidentale ha attraversato secoli di revisioni, dibattiti e scarti, la Chiesa Etiope ha semplicemente conservato tutto.

Ha preservato il libro di Enoch, una vasta visione profetica sugli angeli caduti.

L’architettura celeste parla del destino delle anime citata nel Nuovo Testamento stesso, che successivamente è stata scartata dal canone occidentale; inoltre, ha preservato, fra gli altri, il libro dei Giubilei che riscrive la Genesi con sorprendenti dettagli aggiuntivi.

Ha preservato l’ascensione di Isaia, il pastore di Erma e altri testi che i primi cristiani di tutto il mondo antico consideravano “sacre scritture”.

Non si tratta di note a piè di pagina poco conosciute.

Il libro di Enoch è così importante per il cristianesimo delle origini che la lettera di Giuda lo cita direttamente.

I primi padri della Chiesa lo citavano, le comunità di tutto il Mediterraneo lo leggevano come scrittura e poi fu rimosso deliberatamente e sistematicamente.

E la Chiesa etiope è la ragione per cui ne possediamo ancora una copia.

Per gran parte della storia, gli studiosi occidentali non hanno potuto accedere a questi testi, anche volendo. E, men che mai, i fedeli.

La Bibbia etiope proviene dall’Etiopia, è scritta in Etiopico: si tratta dei Vangeli di Matteo e Marco, scritti nell’antica lingua Gaes (Ge’ez), un’antica lingua semitica che quasi nessuno studioso europeo era in grado di decifrare.

I manoscritti erano custoditi in remoti monasteri di montagna, alcuni dei quali accessibili solo scalando ripide pareti rocciose.

Quando i missionari occidentali finalmente entrarono in contatto con il cristianesimo etiope, non lo considerarono una preziosa finestra sulle origini della fede, bensì lo respinsero.

Lo definirono corrotto, primitivo, una deviazione dal vero cristianesimo.

Quell’arroganza ha tenuto il mondo occidentale all’oscuro di questi testi per secoli.

Fu solo nel XX° secolo che iniziarono seri lavori di traduzione e ciò che gli studiosi scoprirono, quando finalmente lessero questi testi, scosse le fondamenta della dottrina biblica: parlava dei 40 giorni che avevano cancellato. Ed è qui che la cosa si fa davvero inquietante.

Nel libro degli Atti c’è una frase che la maggior parte dei cristiani legge senza soffermarsi: dice che dopo la sua risurrezione, Gesù si presentò vivo ai suoi discepoli per un periodo di 40 giorni, parlando loro del regno di Dio.

40 giorni non è un fine settimana, non è un breve addio: si tratta di quasi sei settimane di intenso insegnamento post risurrezione, impartito da un uomo che aveva appena sconfitto la morte.

E i quattro Vangeli canonici non dicono quasi nulla di ciò che disse in quel periodo.

Pensateci, il periodo più straordinario di tutta la teologia cristiana liquidato in tre righe dai Vangeli Canonici

Un Gesù risorto che cammina sulla terra e insegna ai suoi discepoli più vicini e la Bibbia occidentale sostanzialmente lo ignora: qualche racconto delle sue apparizioni, una manciata di istruzioni e poi ascende al cielo.

La più grande opportunità di insegnamento nella storia della religione, viene trattata come un ripensamento, a meno che non si leggano i testi etiopici.

Secondo i manoscritti conservati nei monasteri etiopici, Gesù non trascorse quei 40 giorni a ripetere il sermone della montagna, non ripropose le parabole del granello di senape e della pecora smarrita: rivelò una categoria di conoscenze completamente diversa, cose di cui non aveva mai parlato pubblicamente, cose che, a suo dire, i suoi discepoli non erano pronti ad ascoltare, finché la risurrezione non avesse dimostrato chi fosse veramente.

E il contenuto di quegli insegnamenti vi lascerà senza parole.

Innanzitutto ha descritto l’architettura dell’ al di à con straordinaria precisione, non la vaga dicotomia paradiso / inferno a cui il cristianesimo occidentale riduce tutto, ma una struttura stratificata e multidimensionale della realtà spirituale.

Sette o più paradisi distinti, ognuno con le proprie caratteristiche, i propri abitanti, il proprio scopo.

L’anima non sale o scende semplicemente quando il corpo muore.

Inizia un viaggio, attraversa diversi regni, viene messa alla prova, affinata, istruita, trasformata.

Non si tratta del purgatorio nel senso cattolico, che è essenzialmente una sala d’attesa dove si espia il peccato.

Si tratta di un’intera cosmologia di sviluppo spirituale post mortem, in cui l’anima continua a crescere, ad apprendere, ad evolversi a lungo dopo la scomparsa del corpo.

In secondo luogo, ha ridefinito il giudizio.

Nel cristianesimo occidentale tradizionale il giudizio è una scena da tribunale: Dio siede su un trono.

Secondo la configurazione dell’ al di là del Cristianesimo cattolico, le tue azioni vengono pesate e sei destinato alla beatitudine eterna o al tormento eterno.

I testi etiopi descrivono qualcosa di profondamente diverso.

Vi si dice che Gesù abbia insegnato che il giudizio non è qualcosa che Dio fa a te, ma qualcosa che fai a te stesso.

Mentre l’anima attraversa questi regni spirituali, incontra la piena verità della propria esistenza.

Ogni atto di crudeltà, ogni momento di compassione, ogni pensiero nascosto viene svelato non da un giudice esterno, ma dalla consapevolezza che l’anima stessa espande.

Sei tu a giudicare te stesso e il processo non riguarda la punizione, ma la comprensione.

In terzo luogo, e questo è l’insegnamento che avrebbe terrorizzato le autorità ecclesiastiche più di ogni altro, Gesù insegnò che gli esseri umani portano in sé l’essenza divina.

Non che gli esseri umani siano Dio, non che siano uguali al creatore, ma che in ogni anima umana e insita una scintilla, un seme, un frammento di natura divina e l’intero scopo della pratica spirituale è risvegliarlo.

La risurrezione non è stato un miracolo unico compiuto da un essere straordinario, è stata una dimostrazione.

È stato Gesù che ha mostrato all’umanità ciò che siamo, o saremmo, capaci di diventare.

Il regno di Dio non è un luogo in cui si va dopo la morte.

Si tratta di uno stato di coscienza a cui puoi accedere proprio ora in questa vita attraverso un’autentica e autonoma trasformazione spirituale.

E c’è un quarto elemento in questi insegnamenti di 40 giorni che lega tutto insieme.

Si dice che Gesù abbia detto ai suoi discepoli che ciò che stava condividendo con loro non era destinato a tutti.

Non ancora: distinse tra gli insegnamenti pubblici, le parabole e le istruzioni morali che impartiva alle folle e la rivelazione privata, riservata a pochi eletti.

I misteri più profondi li condivideva solo con coloro che avevano camminato con lui, sofferto con lui e ora avevano assistito al suo ritorno dalla morte: non si stava comportando da elitario, si stava comportando in modo pragmatico.

Alcune verità richiedono preparazione: alcune conoscenze sono pericolose nelle mani di chi non è pronto ad accoglierle e le verità più profonde sulla natura della realtà, sulla struttura dell’ al di là e sul potenziale divino dell’anima umana sono proprio di questo tipo.

La Chiesa istituzionale ha preso questa idea di insegnamento graduale e l’ha distorta completamente.

Invece di dire che alcune verità richiedono una predisposizione spirituale, hanno affermato che alcune verità non sono affatto adatte a te.

Invece di incoraggiare le persone a crescere verso una comprensione più profonda, hanno rinchiuso questa comprensione più profonda in una cassaforte e ne hanno gettato via la chiave.

I concili ecclesiastici hanno cambiato il cristianesimo, lo hanno trasformato da retaggio spirituale individuale a istituzione collettiva gestita da una casta sacerdotale.

Se in questo momento vi sentite a disagio, bene.

Quel disagio è esattamente la reazione che i capi della Chiesa del V° secolo cercavano di prevenire, perché ognuno di quegli insegnamenti rappresenta una minaccia diretta al potere religioso istituzionale.

Pensate a cosa succede a una chiesa se i suoi membri credono di possedere un’essenza divina.

Pensate a cosa succede a una classe sacerdotale se le persone credono di poter accedere al regno di Dio, attraverso la propria pratica spirituale, anziché attraverso i sacramenti approvati e imposti coattivamente.

Riflettiamo su cosa accadrebbe all’intera struttura della religione organizzata, se il giudizio fosse una resa dei conti spirituali personale piuttosto che un verdetto emesso da un Dio che, guarda caso, parla solo attraverso il clero autorizzato.

L’intero sistema sarebbe collassato ed è proprio per questo che questi insegnamenti furono rimossi.

Il processo non fu né rapido né indolore.

Si sviluppò nel corso dei secoli attraverso una serie di concili ecclesiastici che riguardavano tanto la politica quanto la teologia.

Questi sono i concili storicamente più importanti.

Il concilio di Nicea del 325 d.C. è uno degli eventi più significativi nella storia della Chiesa cristiana: non fu convocato da un vescovo o da un papa, ma dall’imperatore Costantino, un sovrano romano che comprese che una religione unificata significava un impero più controllabile.

Il Concilio di Cartagine del 397 d.C., che produsse uno dei primi elenchi di libri biblici approvati.

Il concilio di Trento del 1546, che sancì il canone cattolico in risposta alla riforma protestante.

Ciascuno di questi concili fece delle scelte: tutti inclusero certi testi ed esclusero altri e i criteri di inclusione non furono sempre spirituali, ma semplicemente di convenienza manipolatoria.

I testi storici erano testi politici che sostenevano l’autorità gerarchica, che enfatizzavano l’obbedienza alla leadership ecclesiastica, che presentavano la salvezza come qualcosa dispensato da un’istituzione di controllo, piuttosto che scoperta attraverso un lavoro spirituale personale.

Invece, altri testi furono disattesi e scartati, testi che conferivano potere agli individui, che descrivevano una rivelazione continua e che suggerivano che l’anima avesse una relazione diretta con il divino, senza bisogno di un intermediario sacerdotale.

Questi testi furono etichettati come apocrifi, eretici e pericolosi e furono fatti sparire.

Le comunità che continuarono a insegnare basandosi su questi testi, furono soppresse.

I loro libri furono bruciati, i loro insegnanti furono perseguitati.

Col tempo una versione del cristianesimo più semplice, più piatta e più conveniente dal punto di vista istituzionale divenne lo standard.

La versione che dice: “Credete a ciò che vi diciamo, obbedite alle autorità che Dio ha posto sopra di voi. Non fate troppe domande su ciò che accade dopo la morte, perché vi abbiamo già dato tutte le risposte di cui avete bisogno.”

Questa versione prevalse.

Non perché fosse più vera, non perché fosse più vicina a ciò che Gesù insegnava realmente, ma perché era più facile da controllare.

La Chiesa etiope, separata da Roma da geografia, lingua e politica, semplicemente non ha mai attraversato questo processo di selezione.

Ha mantenuto la raccolta disordinata, complessa e teologicamente eterogenea di testi che i primi cristiani di tutto il mondo antico condividevano, ha preservato la versione del cristianesimo che esisteva prima della standardizzazione, prima dell’intervento degli imperatori, prima che i comitati decidessero quali parole di “Gesù – Dio” fossero sufficientemente convenienti da conservare.

Ed ecco ciò che è veramente straordinario nella conservazione etiope.

Non si trattò di un atto consapevole di ribellione.

I monaci etiopi non conservarono questi testi perché sapevano che il cristianesimo occidentale li stava scartando. Li conservarono perché per loro erano semplicemente sacre scritture. Erano le parole di Dio tramandate attraverso la loro tradizione.

Non ci furono controversie, né dibattiti, né decisioni drammatiche per sfidare Roma.

Continuarono semplicemente a leggere ciò che avevano sempre letto e così facendo, senza volerlo, divennero i custodi di una versione del cristianesimo originale che il resto del mondo cercava di cancellare.

Sono trascorsi secoli, imperi sono sorti e caduti, i manoscritti sono rimasti nei loro monasteri di montagna, intoccati dalle guerre teologiche che hanno rimodellato la fede occidentale, preservando silenziosamente una verità che i potenti non volevano che venisse preservata.

Prove dell’esistenza di scritture etiopi. Non si tratta più di speculazioni marginali. Studiosi seri, in università serie e con finanziamenti adeguati stanno analizzando a fondo questi manoscritti e ciò che stanno scoprendo sta riscrivendo non solo la cronologia stessa, ma il messaggio autentico del cristianesimo.

Permettetemi di fornirvi prove concrete.

Nel 1947 un pastore beduino si imbatté in una grotta vicino al Mar morto e scoprì dei vasi di terracotta pieni di antichi rotoli.

Questi rotoli, oggi noti come rotoli del Mar Morto, rappresentarono un significativo passo avanti nella storia della Bibbia.

Contribuirono a fornire prove e spunti di riflessione sulla vita di una comunità ebraica vissuta all’epoca di Gesù e divennero una delle scoperte archeologiche più importanti della storia.

Tra le migliaia di frammenti rinvenuti nella grotta quattro di Kumran, i ricercatori hanno identificato 11 manoscritti aramaici distinti del libro di Enoch, 11 copie di un unico libro nascosto in una grotta nel deserto per oltre 2000 anni.

Ed ecco la parte che ha sbalordito il mondo accademico.

Quando gli studiosi hanno confrontato quei frammenti aramaici con la versione in lingua Gaes del libro di Enoch che i monaci etiopi leggevano da secoli, i testi corrispondevano non solo vagamente, ma anche tematicamente. Il testo etiopico corrispondeva strettamente ai suoi prototipi aramaici, confermando che la Chiesa Etiope aveva fedelmente conservato un documento precedente al cristianesimo stesso, un testo composto tra il 350 e il 200 avanti Cristo.

George Nicholsberg e James Vanderam dell’Università dell’Iowa che hanno pubblicato la traduzione moderna definitiva del primo libro di Enoch hanno definito i testi enochici tra gli scritti ebraici più importanti sopravvissuti dal periodo greco-romano.

Non è uno youtuber a dirlo. Si tratta di un commentario di Hermania pubblicato da Fortress Press, il punto di riferimento per gli studi biblici.

Poi ci sono i Vangeli di Garima. Nel 1950 una storica dell’arte britannica di nome Beata Trick Plain visitò il monastero di Amba Garima, nel nord dell’Etiopia. Poiché alle donne non era permesso entrare, i monaci portarono fuori diversi manoscritti affinché lei potesse esaminarli.

Notò pagine miniate con uno stile che descrisse come di influenza siriana, ma non riuscì a determinarne l’età.

Per decenni gli studiosi hanno ipotizzato che questi Vangeli risalissero all’incirca all’undicesimo secolo. Poi nel 2000 a Nekia, allo studioso francese Jack Merser fu permesso di portare due piccoli frammenti di pergamena al laboratorio di ricerca archeologica dell’Università di Oxford.

L’analisi al radiocarbonio su un campione proveniente da Garima ha restituito, come risultato, un intervallo di date compreso tra il 330 e il 570 d.C.

Un secondo campione indicava una datazione tra il 430 e il 660 dopo C.

Il mondo accademico dovette ricalibrare tutto.

Non si trattava di copie medievali: questi erano potenzialmente i più antichi manoscritti cristiani miniati sopravvissuti sulla Terra, più antichi dei famosi Vangeli di Rabbula in Siria, datati al 586 d.C., conservati in un remoto monastero etiope.

I due volumi del Vangelo di Garima contengono circa 400 pagine di testo, ciascuno è scritto in Gaes, il che li rende le più grandi testimonianze sopravvissute dell’antica lingua aomita, al di fuori delle monete e delle iscrizioni su pietra.

I loro testi differiscono notevolmente l’uno dall’altro, suggerendo che la traduzione da cui entrambi derivano sia ancora più antica, retrodatata a un’epoca ancora precedente rispetto a quanto si fosse ipotizzato.

Nel frattempo il professor Dennis Nosnen, finanziato dal Consiglio Europeo della Ricerca, ha guidato un team che ha visitato oltre 100 monasteri e chiese Etiopi, digitalizzando più di 2000 manoscritti che non erano mai stati catalogati dalla critica occidentale.

La Hill Museum and Manuscript Library Del Minnesota conserva copia su microfilm di 8000 manuscritti Etiopi fotografati durante spedizioni negli anni 70 e 80. La più grande collezione di questo tipo al mondo.

Lo storico Stukenbrock dell’Università di Monaco ha trascorso anni alla ricerca di manoscritti del primo libro di Enoch. La scarsità di copie del libro di Enoch (che è nome etiope) è dovuta al fatto che non è mai stato considerato scrittura sacra dagli ebrei, ma finisce nella Bibbia Etiope, in tutta Europa e Medio Oriente, identificandone più di 150 copie, mentre le precedenti edizioni accademiche si basavano solo su una manciata di esse.

Al congresso dell’organizzazione internazionale per lo studio dell’Antico Testamento del 2019, Stukenbrock presentò dei risultati che dimostravano come i frammenti aramaici di Kumran indicassero l’esistenza di una versione del testo più lunga e sostanzialmente diversa da quella giunta fino a noi in qualsiasi traduzione successiva.

I manoscritti etiopi non sono corruzioni, potrebbero essere più vicini agli originali di qualsiasi altro testo a noi pervenuto.

La biblioteca di Nag Hammadi, scoperta in Egitto nel 1945 nella omonima regione dell’Alto Egitto, sarebbe stata al centro dell’attenzione e delle controversie accademiche per i decenni a venire.

Studi indipendenti hanno confermato che insegnamenti sul potenziale umano divino e sulla stratificazione della realtà spirituale erano ampiamente diffusi nel cristianesimo primitivo.

Non si trattava di tradizioni isolate inventate da una comunità eccentrica, bensì di concetti presenti ovunque.

E la Chiesa etiope è l’unico luogo che non li ha mai abbandonati.

I monaci e gli studiosi etiopi che hanno preservato questi testi per generazioni hanno una propria prospettiva su questo dibattito.

Per loro non si tratta di curiosità storiche o reperti da museo.

Essi vivono le scritture lette ad alta voce durante le funzioni religiose, guidando la pratica spirituale esattamente come hanno fatto per secoli.

Uno studioso monastico ha accolto la posizione etiope con una semplicità disarmante, spiegando che i cristiani occidentali credono che la loro Bibbia sia completa, ma non hanno idea di cosa sia stato rimosso.

Non sanno cosa credessero realmente i primi cristiani prima che i concili politici riscrivessero la fede.

“La chiesa etiope – disse – ha preservato ciò che il resto del mondo ha perso” e, guardando le prove, le datazioni al radiocarbonio, le corrispondenze con i rotoli del Mar Morto, l’enorme quantità di collezioni di manoscritti che gli studiosi occidentali stanno solo ora iniziando a catalogare, è molto difficile contraddirlo.

Cinque insegnamenti proibiti rivelati: lasciatemi spiegare chiaramente.

Secondo i testi etiopi, gli insegnamenti di Gesù dopo la risurrezione possono essere distillati in cinque rivelazioni fondamentali che erano considerate troppo pericolose per essere incluse nella Bibbia occidentale.

La prima è che l’ al di là non è binario, non esiste una semplice distinzione tra paradiso e inferno.

La realtà è composta da strati, dimensioni, stadi di esistenza spirituale che l’anima attraversa dopo la morte. Ogni strato ha uno scopo, ognuno affina ulteriormente l’anima.

La morte non è un verdetto, è una porta verso il percorso di una continua evoluzione.

Il secondo punto è che il giudizio è interiore, non esteriore.

Dio non siede su un trono indicando ai peccatori la via verso il basso e ai santi quella verso l’alto.

L’anima, in presenza della piena verità spirituale si vede completamente, vede ogni scelta fatta e il perché, comprende i propri fallimenti e la propria crescita.

Questa conoscenza di sé è il giudizio ed è molto più profonda e misericordiosa di qualsiasi fantasia processuale.

Il terzo punto è che gli esseri umani possiedono un potenziale divino.

C’è qualcosa di Dio dentro ogni persona.

Lo scopo di una vita spirituale non è solo quello di adorare quella divinità da lontano, ma di nutrirla, svilupparla e portarla alla sua piena espressione.

La risurrezione di Gesù non è stata un trucco magico compiuto da una divinità in sembianze umane.

La resurrezione non è avvenuta. Il cristianesimo che la sostiene è falso.

Che tu ci creda o no, che tu sia sincero o meno. Se la resurrezione non è avvenuta, il cristianesimo è falso. È un’altra religione.

La risurrezione fu una dimostrazione di ciò che la scintilla divina, pienamente realizzata in un essere umano, può compiere.

E lo può compiere attraverso la conoscenza (gnosi), la conoscenza di sé, realizzata per mezzo della sua evoluzione spirituale, seguendo, passo dopo passo, i vari stadi di perfezionamento verso la purezza interiore extracorporea, di cui la risurrezione è il simbolo.

Il quarto punto è che Gesù insegnava su più livelli: dava insegnamenti pubblici alle folle, insegnamenti più profondi ai seguaci devoti e i misteri più profondi solo alla cerchia ristretta, dopo la risurrezione.

Questo significa che i Vangeli canonici, quelli che avete nella vostra Bibbia in questo momento, contengono soltanto gli insegnamenti superficiali, il materiale introduttivo.

Le vere profondità erano riservate a coloro che avevano dimostrato di essere pronti e quelle profondità: sono esattamente ciò che i testi etiopici affermano di preservare.

Il quinto punto è che la rivelazione non si è fermata.

Lo Spirito Divino continua a comunicare con l’umanità.

La verità non è congelata in un libro, è viva, in evoluzione, si dispiega continuamente per coloro che sviluppano la capacità spirituale di riceverla.

La scrittura non è una cassaforte chiusa, è un canale aperto.

E l’idea che Dio abbia detto tutto ciò che c’era da dire 2000 anni fa e poi sia rimasto in silenzio non è un insegnamento biblico, è una convenienza istituzionale.

Ognuno di questi cinque insegnamenti, preso singolarmente, sarebbe sufficiente a rimodellare il modo in cui una persona comprende il cristianesimo.

Nel loro insieme descrivono una religione completamente diversa da quella praticata dalla maggior parte dei cristiani occidentali.

Una religione più mistica, più personale, più esigente e in definitiva più rispettosa della capacità di crescita dell’anima individuale.

Ora fermatevi un attimo a pensare a come sarebbe il cristianesimo oggi se questi cinque insegnamenti non fossero mai stati rimossi.

Immaginate un cristianesimo in cui le chiese insegnassero la meditazione e la trasformazione interiore, anziché solo l’obbedienza a dogmi e rituali e la confessione, instaurate a fini di controllo.

Immaginate una fede in cui la morte non fosse temuta come un esame finale, ma compresa come l’inizio di una nuova fase di educazione spirituale.

Immaginate sermoni che vi dicano che il divino è già dentro di voi, in attesa di essere riconosciuto, invece di sermoni che vi dicono quanto siete peccatori fragili e decaduti e quanto disperatamente avete bisogno di un’istituzione che vi salvi.

Questo è il cristianesimo descritto nei testi etiopici ed è il cristianesimo che è stato deliberatamente smantellato affinché una manciata di uomini potenti potesse mantenere il controllo sulla vita spirituale di milioni di persone.

Ciò che rende questi insegnamenti ancora più sorprendenti è la loro stretta somiglianza con le intuizioni più profonde di altre grandi tradizioni spirituali.

Il concetto buddista di illuminazione progressiva attraverso molteplici vite, la concezione induista dell’Atman come sé divino presente in ogni essere.

L’insegnamento sufi, secondo cui il cuore umano è uno specchio capace di riflettere la luce di Dio.

Non si tratta di idee estranee introdotte di nascosto nel cristianesimo.

Secondo i testi etiopici ne hanno sempre fatto parte. erano gli insegnamenti originali, il messaggio centrale, lo strato più profondo di ciò che Gesù è venuto a rivelare e furono strappati via e sostituiti con una versione della storia più semplice, più gestibile e più redditizia dal punto di vista istituzionale.

Per quasi 2000 anni gli antichi testi conservati dalla Chiesa ortodossa Etiope Tewahedo sono esistiti silenziosamente al di fuori dei confini del canone occidentale, custoditi in monasteri di montagna, mentre il resto del mondo leggeva una versione diversa della storia.

Che questi scritti conservino davvero gli insegnamenti di Gesù Cristo o si limitino a riecheggiare ciò che i primi credenti pensavano che egli avesse insegnato, la loro sopravvivenza impone una consapevolezza inquietante.

La fede che la maggior parte delle persone ha ereditato potrebbe essere solo una parte del quadro.

E quando una storia sopravvive per 2000 anni nel silenzio, di solito significa che non era destinata a scomparire, era destinata ad aspettare.

Quindi la domanda non è più se questi insegnamenti dimenticati esistano.

La domanda è ben più scomoda.

Se le pagine mancanti venissero reinserite nella storia, quanto diversa diventerebbe?

E, cosa ancora più importante, chi ne trarrebbe vantaggio se non si scoprisse mai la verità?

L’indagine è appena iniziata.

Numero3716.

 

P A R O L E    D I    G E S U’    D A I    V A N G E L I    A P O C R I F I

 

 

Il regno dei cieli è

dentro il corpo umano,

nascosto nel silenzio

dei vostri pensieri.

 

 

Non costruite templi di pietra,

perché essi si sgretoleranno.

Costruite invece templi del cuore,

perché essi sono eterni.

Numero3671.

 

L A    V E R I T A’

 

La verità fa male quando rompe le illusioni che ti proteggono.

Essere bloccata spesso significa non voler vedere chiaramente.

La verità richiede una decisione che stai evitando.

Il blocco nasce dall’attrito fra ciò che senti e sai, e ciò che fai.

La verità non è mai comoda ma, se l’accetti, è liberatoria.

Restare bloccata è un modo di non scegliere, peggiorandoti.

La verità ti spaventa perché cambierebbe tutto.

Una parte di te sa che stai rimandando troppo a lungo.

Ignorare ciò che nascondi nel profondo ti fa sentire fragile e inquieta.

Sai che stai sprecando la tua vita, ma fai finta di niente.

Sai già che qualcosa deve cambiare dentro di te.

Il futuro dipende da ciò che stai evitando oggi.

Mentire a te stessa mantiene una stabilità solo apparente.

Il futuro esiste nelle scelte che non fai.

La verità è un punto di svolta non più rimandabile.

Il futuro non si costruisce con le giustificazioni.

La paura di desiderare è paura della verità.

Accontentarsi, quasi sempre, è rinuncia deludente.

Ignorare ciò che senti è il vero spreco.

Questa vita non ti rappresenta come prima.

Stai vivendo una vita che non ti somiglia.

Torna a riappropriarti risolutamente della consapevolezza.

 

liberamente da @ilmegliodeilibri

Numero3604.

 

da  QUORA

 

Scrive Murta P., corrispondente di QUORA.

 

C H E    C O S A    P I A C E    A L L E    D O N N E

 

C’è una citazione attribuita a Jung (perfettamente in linea con il suo pensiero) che amo molto:

“Il più grande privilegio di una vita è diventare sé stessi.”

Secondo me, risponde già alla domanda: “Cosa piace alle donne?”

Quando incontri qualcuno, il punto non è capire “cosa vuole”, ma chi sei tu mentre ti presenti.

Perché se metti una persona su un piedistallo prima ancora di conoscerla, non stai vedendo lei: stai idealizzando una tua proiezione.

Jung chiamava ombra tutto ciò che rimane nascosto dietro la maschera che costruiamo da bambini per compiacere, e da adolescenti per appartenere.

Integrare l’ombra significa smettere di recitare e lasciar emergere ciò che siamo davvero: desiderio autentico, curiosità, ironia, presenza senza bisogno.

Quando vivi così, non hai più necessità di chiederti “cosa piace”.

Cerchi semplicemente chi ti riconosce, chi ti vede senza che tu debba nasconderti.

Ti mostri, e chiedi all’altra persona di mostrarsi.

Le persone entrano nella nostra vita come possibilità.

Nessuno merita un piedistallo a priori – nemmeno dopo anni, nemmeno dentro una relazione.

Solo quando qualcuno ti incontra da pari può diventare protagonista insieme a te della tua storia.

Gli altri rimangono di passaggio, ed è naturale così: fa parte della fatica e della bellezza di diventare sé stessi.

Per questo, quando ti dicono “sii te stesso”, ti stanno dicendo solo metà della verità.

La parte difficile è scoprire chi è davvero quel “te”.

E questo vale anche per il rapporto con il gentil sesso, come per chiunque altro.

Non devi chiederti “cosa piace alle donne?” mettendo addirittura un intero genere sul piedistallo.

Chi è davvero se stesso si chiede al massimo:

“Come esprimo desiderio in modo autentico?”

Tutto il resto si costruisce a due.

Ma questa è un’altra storia.

 

N.d.R.: forse, la domanda giusta è: “chi sono io, quando incontro quella donna?”.
Non mi devo comportare come piace, genericamente, alle donne, magari compromettendo la mia genuinità, spontaneità, anche vulnerabilità o venendo meno ai miei connotati caratteriali per recitare una parte.

A mio avviso, il miglior modo di approcciare una donna è essere me stesso, senza infingimenti o mascherature che, presto o tardi, finirebbero per lasciare il tempo che trovano.

Avere una relazione con una donna è sempre una buona occasione per imparare ad essere se stessi o, addirittura, per migliorarsi.

Numero3547.

 

U N    A M I C O    V E R O

 

Vuoi sapere chi è un amico vero?

Non guardare chi ti aiuta quando stai male: è troppo facile.

A tutti piace fare l’eroe e consolarti, perché la tua tristezza non minaccia nessuno.

Se vuoi la verità, guarda chi applaude quando vinci.

Racconta una bella notizia, un successo, una vittoria e guarda i suoi occhi per quel mezzo secondo prima che sorrida.

Se vedi appena un lampo di fastidio o se cambia subito discorso parlando di sé, o se sminuisce la tua vittoria con un “Sì, ma …”, quella persona non è un amico, è un rivale segreto che ti tollera solo finché stai un gradino sotto di lui.

L’amico vero è quello che non si sente sminuito dalla tua luce, ma la usa per accendere la sua.

 

@Influenza.Mentale

Numero3499.

 

V E R I T A’    D I F F I C I L I    D A    A C C E T T A R E

 

A volte devi smettere di amare alcune persone, per ritrovare te stesso.

Qualunque cosa tu faccia, verrai giudicato, quindi fallo comunque.

Il rimpianto fa più male del fallimento. Non trattenerti.

I tuoi pensieri ti controllano, solo se glielo permetti.

Devi allontanare le persone tossiche, per capire davvero il valore della tua vita.

La tua cerchia si restringe con l’età, perché capisci l’importanza della qualità.

 

@DianaUrsu