Smettiamo di credere per necessità, iniziamo a pensare, osiamo abbandonare anche le nostre convinzioni più profonde, se non sono sostenute dalla ragione.
Se la Bibbia non è la parola di Dio, se i suoi miracoli possono non essere reali e se la figura centrale di quella narrazione è più mito che storia, allora ci rimane la possibilità di ricominciare da capo, di costruire un’etica senza superstizione, di cercare il senso della vita senza bisogno di dogmi, di guardare Gesù, se è esistito, non come un Dio, ma come un uomo come gli altri, forse saggio, forse ispiratore, ma non soprannaturale.
E se non è esistito, se è stato una creazione collettiva, un simbolo della sofferenza umana, del desiderio di giustizia, del potere del perdono, allora ha comunque un valore, ma non come verità assoluta, bensì come riflesso di ciò che gli esseri umani possono immaginare quando hanno bisogno di speranza.
Cosa accade quando il mito crolla, quando Dio, la Bibbia e Gesù vengono messi in discussione?
C’è qualcosa che possiamo costruire su quelle rovine?
La distruzione del dogma non è la fine ma l’inizio; ed è lì che andremo, verso quella nuova costruzione.
Ma, prima, bisogna guardare l’abisso senza battere ciglio.
Una volta che il mito comincia a sgretolarsi, emerge una domanda ancora più difficile di tutte le altre precedenti perché, quando non puoi più fidarti del testo, quando i miracoli perdono senso, quando la figura di Gesù diventa simbolica e non storica, si crea un vuoto.
Un vuoto che non è solo teologico, è esistenziale.
Per milioni di persone, tutto il loro senso d’identità, di moralità, di scopo è ancorato ad una storia che credono indiscutibile.
Cosa succede quando quella storia si rivela un mito, cosa rimane quando cala il velo?
Non basta distruggere, bisogna anche offrire una via d’uscita ma, prima di questo, bisogna capire quanto sia profondo l’ancoraggio che la religione ha nella mente umana.
Non si tratta solo di credenze, si tratta di strutture, si tratta di un modo di vivere.
La religione organizzata, in particolare quella giudaico – cristiana, non è solo un insieme di testi, è un’architettura del pensiero, un modo di interpretare il mondo, la morte, il bene, il male, la sofferenza.
E quando smantelli quella base, tutto ciò che poggiava su di essa comincia a vacillare.
Il senso di colpa, la paura, la speranza, l’identità, persino l’idea del sacro, crollano.
E questo crollo può essere liberatorio, ma anche terrificante.
Non tutti sono disposti a vivere senza certezze imposte.
Ci sono persone che hanno bisogno di una figura paterna invisibile che dica loro cosa è giusto e cosa è sbagliato, come comportarsi, come pensare.
Ecco perché, anche se le prove razionali contro la Bibbia e i suoi dogmi sono schiaccianti, molte persone continueranno a credere, non per ignoranza, ma per necessità emotiva, perché abbandonare una credenza non significa solo cambiare idea, ma significa smettere ciò che si è stati per tutta la vita.
Il vero problema, quindi, non è se Gesù sia esistito o meno, se la Bibbia contenga errori o meno, il vero problema è che il mito sia diventato una struttura di potere, un’arma culturale, un modello obbligatorio.
Perché ciò che inizia con una storia di fede, finisce per imporsi come morale universale. E qui ci sono gli effetti più pericolosi.
Quando una storia diventa dogma, smette di essere un racconto e si trasforma in un imperativo, in una legge, in un obbligo: è l’inizio della schiavitù mentale.
Milioni di persone sono state educate a non mettere in discussione, a obbedire, a ripetere.
Fin dall’infanzia, viene loro detto che c’è un Dio che li sorveglia, che vede tutto, che giudica tutto, che c’è un paradiso per i buoni ed un inferno eterno per chi mette in discussione, non solo per chi uccide o ruba, ma anche per chi la pensa diversamente.
Questo livello di controllo è assoluto.
Non c’è bisogno della polizia se hai una coscienza addestrata alla paura, non c’è bisogno di punizioni fisiche, se vivi già con il senso di colpa.
La religione organizzata diventa, quindi, il meccanismo di controllo più efficiente che sia mai esistito: una prigione senza sbarre, dove il guardiano sei tu stesso.
Forse che non si può pensare fuori dal mito, che dubitare sia tradimento?
E se il vero tradimento fosse non dubitare mai?
La conseguenza di continuare a credere nelle finzioni, come se fossero fatti, è che tutto il sistema sociale si distorce, l’istruzione ne risente, i diritti umani vengono negoziati con dogmi, la scienza si scontra con i pregiudizi religiosi, le donne vedono limitate le loro libertà, perché un testo antico dice che devono obbedire all’uomo, la diversità sessuale è condannata perché un passaggio ambiguo la definisce un abominio.
Questo accade non perché Dio lo ha detto, ma perchè il mito è diventato norma e, quando una finzione governa il comportamento di milioni di persone, il danno è reale, anche se la storia non lo è.
La religione deve essere separata dal potere.
Non solo dal potere politico, ma anche da quello morale, deve smettere di essere la base obbligatoria dell’etica, perché una morale basata su premi e punizioni eterne non è etica, è obbedienza per paura, e la paura non produce esseri umani liberi, produce schiavi sottomessi, incapaci di pensare con la propria testa.
E, senza pensiero, non c’è umanità, solo gregge.
La proposta non è quella di sostituire un mito con un altro, né quella di fondare una nuova fede, né scrivere un nuovo vangelo.
La proposta è un’etica fondata sulla ragione, una spiritualità senza superstizioni, un senso della vita che non ha bisogno di miracoli, né di punizioni divine, né di profezie.
Un modo di vivere guidato dalla comprensione, dalla compassione reale, e dalla libertà intellettuale.
Quando una persona agisce non per paura dell’inferno, ma perché capisce che quell’azione è buona in sé, lì inizia la vera morale e, da quel momento, nasce qualcosa di ancora più potente: la libertà interiore, quella che nessun dogma può controllare.
Cosa succede quando un essere umano non ha più bisogno di un prete, di un pastore, di un rabbino, di un testo sacro per sapere come vivere?
Accade che il potere si decentralizza, che l’autorità si rompe, che le chiese perdono il loro controllo.
A questo si contrappone l’ordine della mente libera, una mente che si interroga, che sbaglia, sì, ma che impara, che non ha bisogno di miracoli, ma di comprensione, che non ha bisogno di verità imposte, ma di scoperte proprie.
Una vita pensata e consapevole è più difficile, ma anche più autentica.
E questo è ciò che una religione organizzata non può offrire.
Ciò che adesso appare è chiaro, pulito, potente.
Una delle idee più belle che sia mai stata formulata: una spiritualità senza superstizioni, un’esperienza del divino senza chiese, senza testi sacri, senza sacerdoti, un Dio che non somiglia affatto a quello insegnato dalle religioni, ma che è ovunque, in tutto, in ogni cosa, in ogni pensiero libero.
Non un Dio persona, che pensa, decide, punisce e premia.
Questa è un’idea infantile, primitiva e troppo simile all’essere umano per essere reale, pur nella trascendenza.
Dio non è un re, non ha emozioni, non ama, non odia, non cambia.
Dio è la natura stessa, è il “tutto”, è la sostanza infinita che si manifesta in tutte le cose che esistono.
Dio non è nel cielo, ma nel mondo della natura.
Non dobbiamo più pregare, obbedire, aspettare segni soprannaturali.
Si tratta di comprendere, di osservare la realtà con attenzione, di vivere in armonia con le leggi naturali.
Conoscere la realtà è conoscere Dio.
Più capisci e più sei libero, e più sei vicino al divino.
Non ci sono miracoli o misteri sacri, solo chiarezza.
La Bibbia non è il fondamento della fede: è un’opera umana che ha valore storico, letterario, culturale, ma non una guida morale obbligatoria.
La verità etica non si impone, si scopre con la ragione.
Non c’è nulla di più sacro che pensare con la propria testa, non c’è tempio più puro della mente libera dalle superstizioni.
È una spiritualità non infantile, non dipendente, non sottomessa che non ti obbliga a inginocchiarti, ma ad alzarti, a guardare avanti, a capire che non c’è un piano nascosto, né un destino prestabilito.
Ci sono cause naturali, realtà fisiche, relazioni umane.
La paura e la speranza non possono essere la base per una vita buona, perché la paura ti paralizza e la speranza ti fa aspettare con rassegnazione anziché agire guidati dalla ragione, non dalla fede cieca, né dal desiderio di meritare una ricompensa.
L’essere umano libero non è colui che fa ciò che vuole, ma colui che capisce perché lo vuole, colui che conosce le proprie emozioni, colui che domina le proprie passioni, che sceglie non per obbligo, ma per comprensione.
Vivere qui, ora, con consapevolezza, in piena libertà di coscienza, senza bisogno di promesse future, senza bisogno di miti da difendere, né dogmi da rispettare.
L’inevitabile reazione, il rifiuto, il grido, la negazione, perchè tutto ciò che abbiamo è ripudiato, saranno inevitabili.
Ci sono persone che ascolteranno queste idee con rabbia, con disprezzo, persino con paura, e non perché siano cattive persone, ma perché il pensiero libero, quando arriva, sradica ciò che sembrava eterno, ciò che sembrava sacro e a nessuno è facile guardare la propria eredità culturale, morale e spirtuale e accettare che forse è stata costruita su illusioni.
Ciò che il potere teme non è l’errore, è il dubbio.
Il potere può tollerare il peccato, può perdonare la debolezza, ma non perdona la domanda.
La domanda vera ha la forza di una bomba, che apre crepe, che rompe strutture, fa vacillare imperi.
Perché dà così fastidio dire che Gesù potrebbe non essere esistito o abbia detto e fatto cose diverse da quelle delle narrazioni concordate; perché mette così a disagio affermare che la Bibbia è piena di errori e di manipolazioni; perché è considerato offensivo dubitare dei miracoli, dell’anima immortale, della punizione eterna?
Ogni struttura basata sulla fede ha bisogno di silenzio, ha bisogno che non si pensi troppo, che si creda senza chiedere, che si accetti senza ragionare.
Quando qualcuno osa rompere questo patto di obbedienza, il sistema reagisce con violenza, perché sa che la verità non ha bisogno di templi, ha solo bisogno di tempo.
La resistenza al pensiero è il più grande ostacolo alla libertà e non nasce solo dall’ignoranza, nasce dalla paura, perché pensare significa accettare che nessuno verrà a salvarti, che non c’è un piano segreto per la tua vita, che non c’è un giudice in cielo che punisce i cattivi e ricompensa i buoni.
Pensare significa accettare che l’universo non gira intorno a te, che puoi morire senza un destino trascendente, che il senso della tua esistenza non è scritto in un libro antico, ma dipende da ciò che fai del tuo tempo su questa terra.
Questo dà vertigini, perché ci obbliga a essere responsabili, totalmente responsabili.
Ma questa stessa idea, che all’inizio può sembrare insopportabile, è anche la più liberatoria: perché, se non sei legato a nessun dogma, se non sei soggetto ad alcuna verità rivelata, allora puoi costruire, puoi creare, puoi pensare veramente, puoi vivere senza paura, senza colpa, senza dovere la tua vita ad una struttura religiosa, teologica e ideologica, puoi essere padrone della tua mente e questo, anche se i potenti lo negano, è la cosa più pericolosa per loro.
Il potere politico ha sempre avuto bisogno della religione, perché la religione organizza la paura, con il timor di Dio, la struttura, le conferisce la forma.
Il potere ha bisogno che la gente abbia paura dell’al di là, affinché non si ribelli al di qua, ha bisogno che creda che la sofferenza, la rinuncia, la contrizione fanno parte di un piano divino per la sua salvezza, affinché non metta in discussione le ingiustizie terrene, a cui ricorrerà per esercitare la propria funzione e sfruttare i propri privilegi di posizione.
Ha bisogno che la gente veda i leader come elevati, i dogmi come indiscutibili, la tradizione come verità.
I governi non hanno diritto di imporre credenze, ideologie.
Il pensiero deve essere al di sopra di ogni istituzione religiosa, e ogni persona deve essere libera di cercare la propria verità senza paura, senza minacce.
Ci sono milioni di persone legate alla paura, ci sono bambini educati a non pensare, ci sono ancora libri proibiti, idee censurate, dubbi puniti.
Ma c’è anche una nuova generazione che sta iniziando a svegliarsi, che non accetta più tutto senza riflettere, che vuole prove, argomenti, chiarezza, che osa guardare al mito e dire: “E se non fosse così?”
Ed è questo che cambia davvero il mondo.
Non una guerra, non un miracolo, ma una domanda.
Questa visione può sembrare fredda a chi è stato educato alla religione del miracolo, del mistero, del peccato e della redenzione.
Ma, in realtà, è più calda di quanto sembri, perché è libera, perché tu non hai bisogno di mediatori, perché tu non hai bisogno di sentirti in colpa per essere umano, non hai bisogno di negare io
tuoi desideri, il tuo corpo, la tua intelligenza.
Non devi temere la punizione eterna, né aspettare la salvezza di chichessia: puoi salvarti da solo, non in senso religioso, ma nel senso più profondo.
Puoi capire chi sei, come funzioni, cosa desideri e agire di conseguenza.
La spiritualità non divide le persone tra eletti e condannati, non c’è un popolo speciale, né una religione vera, non ci sono eretici, ci sono solo esseri umani con più o meno comprensione.
E più comprendi, più amore provi, non un amore sentimentale o mistico, ma un amore razionale, necessario, assoluto, verso la realtà così com’è, quell’amore intellettuale per Dio (Amor Dei intellectualis di Spinoza) che è lo stato di trascendenza più alto che un uomo possa raggiungere, la gioia di essere uno con l’universo non dominandolo, non temendolo, ma comprendendolo.
E qui arriviamo alla fase finale.
La vera religione non ha bisogno di chiese, non ha bisogno di gerarchie, non ha bisogno di decime, né di rituali ed uniformi.
Ha solo bisogno di menti libere, di cittadini che pensano, di individui che si rispettano, di una società fondata non su una fede imposta, ma sulla conoscenza condivisa.
Dall’altra parte della paura c’è la verità.
Il potere comanda con la tua ignoranza, tu difenditi con la tua conoscenza.
Da essa scaturisce la coscienza di te, la crescita spirituale della tua identità personale che è il vero scopo del tuo passaggio sulla terra.
Questo è accaduto nella mia mente e nella mia anima, in questi ultimi 20 anni della mia vita.
E mi sta facendo conoscere la felicità e l’ebbrezza di vivere da uomo libero, finalmente.
R E S U R R E Z I O N E : F A T T O S T O R I C O O A T T O D I F E D E ?
Da secoli la resurrezione di Gesù è il fulcro della fede cristiana, un evento considerato miracoloso e trascendente.
Si può forse dire che togliere dal cristianesimo la resurrezione significa mutilarlo completamente o quasi.
Però quando spostiamo l’indagine dal piano teologico a quello puramente storiografico, il panorama cambia drasticamente.
Che cosa possiamo realmente sapere attraverso il rigore della scienza storica su ciò che accadde dopo la crocifissione?
Ecco, se da un lato la fede accetta come suo fondamento il miracolo della resurrezione, la storiografia opera secondo criteri di probabilità e coerenza con le pratiche documentate dell’epoca.
Esplorare questo confine non significa negare la dimensione spirituale, ma riconoscere la distinzione fondamentale tra la tradizione religiosa e ciò che è documentabile come fatto storico.
Detto in altri termini, ciascuno può continuare a credere in quello che vuole, solo che gli storici naturalmente devono fare il loro mestiere.
Del resto la religione è questione di fede.
“Va, la tua fede ti ha salvato”, si legge nei Vangeli, e la fede non ha bisogno di evidenze.
“Beati coloro che credono senza aver visto”, leggiamo sempre nel Vangelo.
La storia invece ha bisogno di documenti, prove, indagini, confronti per cercare di avvicinarsi, al meglio possibile, alla verità.
Aiutati da uno studioso del calibro di Bart Herman, cercheremo di capire che cosa si possa dire e che cosa non si possa dire sulla resurrezione.
Partiamo quindi dalle basi: nonostante le profonde divergenze interpretative, esiste un nucleo di eventi che gode di un’attestazione multipla ed è accettato dalla stragrande maggioranza degli storici.
Questi punti costituiscono la base del dibattito.
Il primo punto riguarda l’esistenza storica: un uomo chiamato Gesù di Nazareth è realmente esistito.
Ci sono naturalmente storici che sostengono che non sia mai esistito e hanno anche argomenti a riguardo, ma non sembrano abbastanza convincenti o almeno non lo sono abbastanza da scalzare le ipotesi contrarie.
Punto numero due, l’attività pubblica.
Gesù operò come maestro di un particolare codice etico, raccogliendo un seguito di discepoli.
Terzo punto della questione, ripeto, su cui la maggior parte degli storici concordano, è la crocifissione: entrò in conflitto Gesù con le autorità romane e fu giustiziato.
Il quarto punto è quello che qui ci interessa maggiormente: la rivendicazione dei seguaci.
Dopo la sua morte, diversi gruppi di persone affermarono con forza di averlo visto nuovamente in vita.
Attenzione, lo storico non dice e non può dire: dopo tre giorni è risorto.
Lo storico deve invece affermare che ci sono persone che dissero di averlo visto vivo dopo 3 giorni.
Le due cose sono notevolmente diverse.
Ebbene, alla luce di tutto ciò, lo storico deve porsi una domanda metodologica.
Questi dati provano la resurrezione?
Dal punto di vista della ricerca scientifica la risposta è no.
La storia per sua natura cerca l’evento più probabile basandosi sulle prove disponibili.
Un miracolo, essendo per definizione l’evento meno probabile, difatti è una violazione delle leggi della natura, sfugge agli strumenti della storiografia.
Dire che i discepoli affermarono di averlo visto vivo è un fatto storico.
Dire che Gesù è risorto è un’affermazione di fede che esorbita dal metodo scientifico.
Ma andiamo ancora più a fondo ed esaminiamo le prove.
Rispetto a questo argomento, uno dei punti di maggiore attrito riguarda la sepoltura di Gesù.
Gli Apologeti in genere sostengono che l’esistenza di un sepolcro vuoto sia un dato accertato.
Herman ha dei dubbi e anche molto convincenti e tra le altre cose evidenzia una frattura profonda tra il racconto evangelico e la prassi amministrativa romana.
Un dettaglio tecnico spesso ignorato è che non possediamo nessuna descrizione letteraria della crocifissione nel mondo antico.
Sappiamo che i condannati venivano talvolta inchiodati grazie al ritrovamento archeologico di resti organici e di chiodi, ma nessun autore antico descrive la procedura esatta.
Però le fonti sono coerenti su quello che accadeva dopo la morte.
E che cosa accadeva in genere?
Innanzitutto si verificava l’umiliazione del cadavere come deterrente.
La crocifissione non mirava solo alla morte, ma alla distruzione della dignità del condannato.
I corpi venivano solitamente lasciati sulla croce per giorni per decomporsi ed essere divorati da uccelli rapaci e cani randagi.
Secondo punto importante: non esistono eccezioni, cioè non esiste alcun resoconto storicamente verificato di un condannato per sedizione.
Attenzione, condannato per sedizione, poi ci torneremo, come era considerato Gesù, che è stato sepolto con onore, il pomeriggio stesso dell’esecuzione, in una tomba conosciuta.
Altro punto importante riguarda la figura di Pilato.
L’idea che un governatore romano facesse un’eccezione per un agitatore provinciale, contravvenendo alla prassi di lasciare il corpo come monito pubblico, appare storicamente poco plausibile.
Per Pilato, Gesù era probabilmente solo uno dei tanti problemi da eliminare rapidamente.
Ora, e questo è un punto molto interessante, rispetto all’umiliazione del cadavere e alla negazione della sepoltura, alcuni hanno sollevato delle obiezioni, sostenendo che nel mondo ebraico abbiamo attestazioni per cui i condannati a morte per crocifissione potevano avere una degna sepoltura.
Questo confermerebbe la tesi per cui Gesù avrebbe potuto benissimo essere sepolto.
Ma rispetto a questo ci sono degli importanti distinguo da fare.
Intanto la crocifissione era riservata a casi particolari, ma i casi particolari erano molti.
Due dei più comuni erano i criminali di bassa lega e i nemici dello Stato.
Bisogna fare attenzione a questo distinguo: i criminali di bassa lega e i nemici dello Stato.
Si tratta di due categorie molto diverse.
I criminali di bassa lega includevano, per esempio, schiavi fuggiti dai loro padroni e colpevoli di un crimine.
Se catturato, uno schiavo poteva essere crocifisso.
Peggio ancora che fuggire come schiavo o rubare un cavallo, molto peggio era opporsi allo stato romano.
Questo era qualcosa che i romani non tolleravano affatto.
In questo caso ai nemici dello Stato veniva mostrato il potere dello Stato e la crocifissione era il mezzo per farlo.
Se ti opponevi all’azione militare romana venivi crocifisso. Se attaccavi truppe romane venivi crocifisso. Se complottavi per rovesciare il governo locale venivi crocifisso. Se ti definivi re in contrasto con il potere politico romano, venivi crocifisso.
E questo è il caso che riguarda Gesù e che rientra nel novero di quel gruppo di reati per cui i romani agivano senza eccezioni e senza pietà.
Ebbene, in quest’ultimo caso, quindi, quando si aveva a che fare con i nemici dello Stato, i romani non ammettevano eccezioni.
L’esecuzione non doveva soltanto togliere la vita al condannato, ma doveva essere un monito per tutti gli altri, mostrando la morte orribile a cui andava incontro chi avesse fatto lo stesso e lo strazio impressionante del suo cadavere.
Il cadavere veniva lasciato per giorni a marcire, veniva dato in pasto ai corvi e ai cani randagi e non veniva concessa la sepoltura.
Per questo, secondo Herman, è davvero improbabile che il corpo di Gesù fosse stato rimosso dalla croce e posto in un sepolcro.
Gesù non era uno schiavo in fuga, né aveva rubato cavalli: era invece un nemico dello stato e a lui era riservata la peggiore delle morti e il massimo strazio del suo cadavere.
E adesso continuiamo con il nostro discorso.
L’analisi critica dei testi rivela una stratificazione letteraria affascinante.
Se leggiamo i Vangeli in ordine cronologico, infatti, notiamo che la figura di Ponzio Pilato subisce un processo di “santificazione” progressiva.
Ciascuno di voi può prendere i Vangeli e verificare di persona.
Insomma, in Marco, Pilato concorda semplicemente con il sinedrio.
In Matteo, compare il celebre gesto di lavarsi le mani per dichiararsi innocente.
Nel Vangelo di Luca, Pilato dichiara Gesù innocente tre volte e lo invia da Erode, il quale a sua volta non trova colpe in lui.
In Giovanni, Pilato proclama ancora l’innocenza di Gesù, ma il testo greco suggerisce un dettaglio inquietante.
Pilato consegna Gesù direttamente ai capi dei sacerdoti e agli scribi, affinché siano loro a crocifiggerlo.
Nel Vangelo di Pietro, che è un Vangelo apocrifo, Pilato viene quasi totalmente scagionato da ogni colpa.
Ecco, secondo Herman questa evoluzione non è cronaca, ma una strategia letteraria che serve per spostare la colpa del deicidio da Roma alle autorità ebraiche.
Detto in altri termini, per scelta politica, serviva a incolpare di più gli ebrei e discolpare progressivamente Pilato.
Il fatto è però che questo ritratto rabbonito di Ponzio Pilato contrasta con le fonti storiche di Filone di Alessandria e Giuseppe Flavio che descrivono Pilato come un uomo spietato, ostinato e per nulla incline a farsi piegare dalle pressioni delle folle locali.
Insomma, è ragionevole pensare che i Vangeli alterino significativamente i fatti per come supponiamo che siano.
Le esigenze sono naturalmente politiche e teologiche.
Un pilastro dell’Apologetica è la citazione di San Paolo riguardo ai 500 testimoni che avrebbero visto Gesù risorto.
Ma è certo che è risorto?
Paolo dice che lo videro in 500, ma insomma, possibile che nessuno pensi che Paolo possa aver mentito, che il testo possa essere stato interpolato, che nessuno di quei 500 sapesse leggere e scrivere e quindi avesse scritto una testimonianza di tale apparizione del risorto?
Di fatti, in questo caso, è necessario applicare un rigoroso scetticismo storiografico distinguendo tra una rivendicazione e una prova.
Intanto, su questo fatto bisogna considerare il silenzio dei Vangeli.
È un silenzio di peso enorme.
Se 500 persone avessero visto Gesù contemporaneamente, è inspiegabile che nessuno dei quattro Vangeli, Marco, Matteo, Luca, Giovanni, faccia il minimo accenno a un evento di tali proporzioni.
Lo dice solo Paolo, che non è un evangelista e neppure un testimone presente durante i fatti: la testimonianza di Paolo rimane isolata.*
La storia delle religioni è ricca di fenomeni simili.
I seguaci di Apollonio di Tiana affermarono che il loro maestro apparve in una stanza dopo la morte.
Il senatore romano Proculo Giulio giurò di aver visto Romolo apparire dopo la sua scomparsa.
Milioni di persone oggi credono fermamente nell’ascesa al cielo di Maometto oppure nelle apparizioni collettive della Vergine Maria.
Ora, se non accettiamo queste narrazioni come prove fisiche di eventi soprannaturali in altri sistemi di credenze, la coerenza impone di applicare gli stessi criteri di giudizio anche al caso di Gesù.
Una storia di 500 persone scritta da un singolo individuo rimane la testimonianza di quell’individuo, non di 500 fonti indipendenti.
In sostanza, detto in modo crudo, se tutte le altre, quella di Romolo, quella di Apollonio di Tiana e tante altre, le consideriamo bufale, non si capisce perché non debba essere una bufala anche questa.
Proviamo a trarre qualche conclusione.
L’indagine storica non ha il compito di confermare o smentire la fede, ma di tracciare il confine tra ciò che è scientificamente indagabile e ciò che non lo è.
Il metodo storico ci restituisce l’immagine di un uomo la cui morte traumatica scatenò nei seguaci esperienze profonde e visioni che nel tempo sono state codificate in racconti teologici sempre più complessi.
Accettare la distinzione tra il Gesù della storia e il Cristo della fede è il primo passo per un’analisi onesta delle nostre radici culturali.
La storia ci parla di un predicatore giustiziato dal potere imperiale.
La fede ci parla di un salvatore che ha sconfitto la morte.
Confondere i due piani non aiuta né la scienza né la spiritualità.
Se applichiamo a Gesù gli stessi standard rigorosi e gli stessi criteri di probabilità che usiamo per analizzare figure come Romolo, Apollonio di Tiana o Maometto, quanto della narrazione tradizionale della resurrezione rimane intatto come fatto storico documentabile?
Riferimento a SAPIENS SAPIENS su YouTube.
* Dagli ATTI DEGLI APOSTOLI:
Saulo di Tarso, che diventerà San Paolo l’Apostolo delle genti, è sulla strada per Damasco.
“Strada facendo,mentre stava avvicinandosi a Damasco, d’improvviso una luce dal cielo gli sfolgorò d’intorno: caduto a terra, udì una voce che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Egli rispose: “Chi sei, o Signore?”. E quegli: “Io sono Gesù che tu perseguiti …”.
Saulo di Tarso non vede Gesù, né vivo né risorto. Sente solo una voce che gli parla e, a questa voce, lui si rivolge chiamandolo “Signore”.
SOLO LA MENZOGNA
HA BISOGNO DI PROTEZIONE
ATTRAVERSO IL DIVIETO.
Carl Gustav Jung
NAG HAMMADI.
I codici di Nag Hammadi sono una collezione di 13 manoscritti in papiro, scoperti in Egitto nel 1945, contenenti oltre 50 testi gnostici, cristiani ed ermetici del IV secolo, tradotti in copto. Include opere chiave come il Vangelo di Tommaso, offrendo una visione diretta dello gnosticismo antico e del primo cristianesimo eterodosso.
Scoperta (1945): I codici furono rinvenuti in una giara di terracotta vicino a Nag Hammadi, nell’Alto Egitto, da contadini locali.
Contenuto: La biblioteca, ora al Museo Copto del Cairo, copre tematiche mistico-filosofiche, tra cui testi valentiniani, setiani, frammenti della Repubblica di Platone e il Corpus Hermeticum.
Importanza:
Questi testi, datati originariamente al II-III secolo d.C. ma trascritti nel IV, hanno rivoluzionato la comprensione dello gnosticismo, precedentemente noto solo attraverso critiche avversarie.
Testi notevoli: Oltre al citato Vangelo di Tommaso, spiccano l’Apocrifo di Giovanni e il Vangelo di Filippo.
La loro conservazione, nascosta probabilmente per evitarne la distruzione a seguito di condanne ecclesiastiche, fornisce una prospettiva alternativa sul cristianesimo primitivo.
QUMRAN
I Manoscritti del Mar Morto (o Rotoli del Mar Morto) sono un insieme di antichi manoscritti giudaici di contenuto religioso rinvenuti nelle Grotte di Qumran nel Deserto della Giudea, vicino a Ein Feshkha sulla riva nord-occidentale del Mar Morto in Cisgiordania.
Di essi fanno parte varie raccolte di testi, tra cui i Manoscritti di Qumran, che ne costituiscono una delle parti più importanti. Sono composti da circa 900 documenti, compresi i Manoscritti biblici di Qumran, scoperti da dei pastori tra il 1947 e il 1956 in undici grotte dentro e intorno al uadi di Qumran, vicino alle rovine dell’antico insediamento di Khirbet Qumran.
Assumono un grande significato religioso e storico, in quanto comprendono alcune fra le più antiche copie superstiti note dei libri biblici e dei loro commenti, e conservano la testimonianza della fine del tardo giudaismo del Secondo Tempio. Essi sono scritti in ebraico, aramaico e greco, per lo più su pergamena, ma con alcuni scritti su papiro. Tali manoscritti datano in genere tra il 150 a.C. e il 70 d.C.
I Rotoli sono comunemente associati all’antica setta ebraica detta degli Esseni. Sono tradizionalmente divisi in tre gruppi: manoscritti “biblici” (copie di testi dalla Bibbia ebraica), che costituiscono circa il 40% dei rotoli identificati; manoscritti “apocrifi” o “pseudepigrafici” (documenti noti del periodo del Secondo Tempio, come Enoch, Giubilei, Tobia, Siracide, salmi non canonici, ecc. che non sono stati canonizzati nella Bibbia ebraica, ma in qualche caso sono stati accettati dalla versione greca dei Settanta e/o utilizzati dalla tradizione rabbinica), che costituiscono circa il 30% dei rotoli identificati; e manoscritti “settari” (documenti precedentemente sconosciuti, che descrivono le norme e le credenze di un particolare gruppo o gruppi all’interno della maggioranza ebraica) come la Regola della Comunità, il Rotolo della guerra, commento (in ebraico פשר, pesher) ad Abacuc e la Regola della Benedizione, che costituiscono circa il 30% dei rotoli identificati.
Fino al 1967 la maggior parte delle pergamene conosciute e dei frammenti sono stati custoditi nel Museo Archeologico della Palestina, a Gerusalemme. Dopo la guerra dei sei giorni, queste pergamene e frammenti sono stati spostati al Santuario del Libro, presso il Museo d’Israele, che tuttora ne conserva numerosi, mentre altri sono presso l’Istituto orientale dell’Università di Chicago, al Seminario teologico di Princeton, all’Azusa Pacific University e nelle mani di collezionisti privati.
Manoscritti di Qumran
I manoscritti di Qumran, detti anche rotoli di Qumran, sono una serie di rotoli e frammenti trovati in undici grotte nell’area di Qumran.
Il loro ritrovamento è importante perché:
«[…] Per la prima volta potevamo avere un’intera gamma di composizioni religiose che sono arrivate a noi direttamente, assolutamente prive di ogni interferenza successiva. Visto che i testi sono stati conservati ai margini della vita convenzionale, ci hanno raggiunto prive delle restrizioni censorie. La censura ebraica ha soppresso la letteratura religiosa che non osservava l’ortodossia rabbinica; la censura cristiana aveva assimilato alcune di queste opere, ma dopo averle modificate per i propri scopi.»
(Florentino García Martínez, Dead Sea Scrolls Translated pagina xlv)
Storia dei manoscritti
Lo stesso argomento in dettaglio: Storia dei manoscritti di Qumran.
I manoscritti sono stati scoperti nel 1947 in una grotta. Nel 1951 furono avviati gli scavi nelle zone circostanti il luogo della scoperta. Si trovarono altre dieci grotte contenenti manoscritti. Oggi i reperti sono conservati in parte nel Museo d’Israele e nel Museo Rockefeller, entrambi a Gerusalemme, in parte ad Amman, altri alla Biblioteca Nazionale di Parigi. Vari frammenti sono poi in possesso di istituzioni o di privati. Il Museo di Israele in collaborazione con Google ha provveduto a digitalizzare i manoscritti e a rilasciarli in rete nel 2011 su un apposito sito Digital Dead Sea Scrolls.
Importanza per il canone della Bibbia
L’importanza dei rotoli è relativa al campo dell’ecdotica o critica testuale. Prima della scoperta dei rotoli del Mar Morto, i manoscritti più antichi della Bibbia in Ebraico erano nel testo masoretico del IX secolo, tra i quali il Codex Leningradensis. I manoscritti biblici trovati tra i rotoli del Mar Morto hanno spostato indietro la data fino al II secolo a.C. Prima di questa scoperta, i più antichi manoscritti esistenti del Vecchio Testamento erano in Greco antico, come ad esempio il Codex Vaticanus e il Codex Sinaiticus. Pochi manoscritti trovati a Qumran differiscono in modo significativo dal testo masoretico, la maggior parte è identica.
A L T R I V A N G E L I
Juan J. Benitez
Vi racconterò qualcosa che ho scoperto tra le montagne dell’Etiopia, qualcosa che mi ha inseguito per anni, qualcosa che, quando l’ho compreso per la prima volta, mi ha costretto a rimettere in discussione tutto ciò che credevo di sapere su Gesù, sulla resurrezione e su ciò che accadde davvero in quei giorni dopo che uscì dal sepolcro.
Era il 1998. Mi trovavo ad Addis Abeba, la capitale dell’Etiopia, facendo ricerche per quello che alla fine sarebbe diventato uno dei miei libri più controversi.
Un contatto mi aveva detto che nei monasteri ortodossi etiopi esistevano testi, testi antichi, testi che Roma non aveva mai visto, testi che raccontano una storia molto diversa su ciò che Gesù fece e disse dopo la resurrezione.
“Non sono gli stessi Vangeli che conosci, Juanito” – mi disse il mio contatto, un sacerdote etiope che aveva studiato in Europa, ma era tornato nella sua terra – “Nella tua Bibbia Gesù appare brevemente, dice alcune cose e ascende al cielo”.
Annuii: “Giusto”.
“Ebbene” – proseguì con un sorriso che non dimenticherò mai – “Questa non è tutta la storia, non è neppure la metà della storia”.
Così iniziò un viaggio che mi avrebbe condotto a monasteri scavati nella roccia, a conversazioni con monaci che avevano memorizzato testi di 1600 anni di antichità alla lettura di manoscritti che l’occidente decise di dimenticare.
E ciò che trovai lì cambiò tutto, perché risulta che Gesù non si limitò a brevi apparizioni dopo essere risorto.
insegnò, ammonì, profetizzò e le sue parole finali sono più radicali, più sovversive, più scomode di qualunque cosa troverete nella Bibbia che avete in casa.
Lasciate che vi spieghi qualcosa che probabilmente non sapete.
Nelle vostre case, se avete una Bibbia, ci sono tra 66 e 73 libri, a seconda che sia protestante o cattolica; forse 81 se avete una Bibbia ortodossa greca.
Ma sapete quanti libri ha la Bibbia ortodossa etiope? 81.
Ma non gli stessi 81 degli altri.
Sono libri diversi, libri che non vedrete mai in una Bibbia occidentale, libri conservati nella lingua Jetz, l’antico idioma liturgico dell’Etiopia, copiati a mano dai monaci, generazione dopo generazione.
E tra quei libri ce ne sono diversi che raccontano ciò che Gesù disse e insegnò dopo la resurrezione, non le brevi apparizioni dei Vangeli canonici, ma 40 giorni completi di insegnamenti intensivi.
E sapete perché l’occidente non possiede questi testi?
Perché l’Etiopia rimase isolata geograficamente, politicamente, ecclesiasticamente quando l’impero romano abbracciò il cristianesimo nel quarto secolo, quando i concili cominciarono a decidere che cosa fosse ortodosso e che cosa fosse eretico, quando Roma e Costantinopoli iniziarono a emendare e censurare.
L’Etiopia era troppo lontana, troppo protetta da montagne e deserti, troppo forte nella propria tradizione.
E così, mentre il resto del mondo cristiano bruciava testi e proibiva Vangeli, i monaci etiopi continuavano a copiare tutto.
I testi mistici, i testi apocalittici, i testi scomodi, i testi che mostravano un Gesù molto più radicale di quanto Roma volesse ammettere.
Devo portarvi con me a quella notte.
Era il terzo giorno dopo il mio arrivo in Etiopia.
Il mio contatto mi aveva ottenuto il permesso di visitare uno dei monasteri più antichi e isolati del paese, Debre Damo.
Questo monastero è costruito sulla cima di una montagna di roccia piatta a 2216 m di altezza e c’è un solo modo per salire: ti tirano su con una corda.
Sì, letteralmente ti legano una corda di cuoio di cammello intorno al petto e i monaci ti issano tirando dall’alto.
Sono 15 m di parete verticale e mentre sali oscillando contro la roccia e pregando che la corda non si rompa, hai molto tempo per pensare per che diavolo hai deciso di farlo.
Ma arrivai in cima e ciò che vidi mi tolse il respiro, non per il pericolo appena corso, ma per quello che c’era lassù.
Un complesso di chiese e celle monastiche risalenti al VI secolo, muri di pietra consumati da 1500 anni di vento e pioggia e all’interno della chiesa principale, protetta in cofanetti di legno intagliato, c’erano bibbie manoscritte su pergamena di pelle di capra che avevano più di 1000 anni.
L’ abate del monastero, un anziano con la barba bianca fino al petto, mi accolse con un’ospitalità che non meritavo.
Mi offrì tè, pane e ingera e poi, con una cerimonia quasi irreverente estrasse uno dei manoscritti.
“Questo – mi disse in un inglese sorprendentemente buono – è il Mezzafe Kidan, il libro dell’alleanza.
Registra le parole di Gesù Cristo ai suoi discepoli dopo essersi rialzato dalla morte.
Aprì il manoscritto. Le pagine erano in Jetz, quella lingua antica che sembra un incrocio tra ebraico e arabo con caratteri che paiono piccole opere d’arte e iniziò a tradurre.
Ciò che ascoltai quella notte alla luce di candele di cera d’api sulla cima di quella montagna isolata, cambiò per sempre la mia comprensione della resurrezione.
Nei Vangeli canonici, quelli presenti nelle nostre Bibbie, la resurrezione è trattata in modo sorprendentemente breve.
Gesù muore il venerdì, risorge la domenica, appare a Maria Maddalena, appare ai discepoli nel cenacolo, si mostra a Tommaso, a dei discepoli sulla via di Emmaus e poi negli Atti si dice che si presentò vivo con molte prove infallibili, apparendo loro per 40 giorni e parlando del regno di Dio.
40 giorni? Ma che cosa disse in quei 40 giorni? Che cosa insegnò? Di che cosa parlò?
I Vangeli canonici quasi non dicono nulla. È uno dei silenzi più strani di tutta la Bibbia.
Gesù, dopo l’evento più importante della storia cristiana, dopo aver vinto la morte stessa, ha 40 giorni per insegnare ai suoi discepoli, 40 giorni per preparare coloro che avrebbero fondato la sua chiesa.
E le nostre Bibbie dedicano a questo un paio di paragrafi.
Non ha senso, a meno che ciò che disse sia stato registrato e qualcuno abbia deciso che non dovessimo leggerlo.
Ed è esattamente quello che scoprii in Etiopia.
Mentre l’abate traduceva, io prendevo appunti freneticamente. La mia mano a malapena riusciva a stare al passo con ciò che ascoltavo.
Secondo il libro dell’Alleanza, dopo la resurrezione, Gesù non apparve solo per dimostrare che era vivo, apparve come re, come signore del cielo e della terra, con un’autorità che non aveva mai mostrato prima.
Le prime parole che pronuncia sono queste: “Ho vinto, la morte è sconfitta, il potere del nemico è spezzato e ora vi dico: “Andate per tutto il mondo, ma non come conquistatori con la spada. Andate con il fuoco dello Spirito Santo. Quel fuoco è più potente di tutti gli eserciti della terra”.
E qui c’è qualcosa di radicalmente diverso.
Non è il Gesù mansueto e gentile dei quadri di Chiesa. È un conquistatore spirituale, un rivoluzionario.
Ma poi dice qualcosa di ancora più inquietante.
“Vi avverto perché vi amo. Verrà un tempo in cui le mie stesse parole saranno corrotte. Molti predicheranno nel mio nome, ma pochi porteranno la mia verità. Costruiranno templi d’oro e di pietra, ma trascureranno il tempio dell’anima. pronunceranno il mio nome nelle strade, ma i loro cuori saranno lontani da me.”
Quando lo sentii, un brivido mi corse lungo la schiena.
Gesù stava profetizzando la corruzione della sua stessa chiesa prima ancora che quella chiesa esistesse.
E non era una profezia vaga, era specifica, dettagliata, quasi come se avesse visto il futuro e stesse avvertendo i suoi discepoli di ciò che sarebbe venuto.
Chiesi all’abate: “Questo è nel manoscritto originale, non è un’aggiunta posteriore?”
Lui mi guardò con quegli occhi profondi, quasi tristi.
“Fratello Juanito, questo manoscritto ha più di 1000 anni, ma fu copiato da uno più antico e quello da un altro ancora più antico. Questa tradizione risale ai primi secoli, ai discepoli dei discepoli. Questo è ciò che Gesù disse ed è per questo che Roma non lo volle nella sua Bibbia”.
Devo fermarmi un istante per spiegare qualcosa di cruciale.
Quando parliamo di Bibbia tendiamo a pensare che sia sempre esistita così come la conosciamo, che fin dall’inizio ci fosse un accordo su quali libri fossero sacri e quali no.
Questo è completamente falso. Nei primi secoli del cristianesimo c’erano dozzine, forse centinaia di Vangeli, lettere, apocalissi, insegnamenti in circolazione.
Diverse comunità cristiane usavano testi diversi. Non esisteva un canone unico.
Fu solo nel V secolo quando il cristianesimo divenne religione ufficiale dell’Impero Romano che iniziò il processo di canonizzazione, cioè decidere che cosa fosse ispirato da Dio e che cosa fosse apocrifo o eretico.
E chi decise? Roma, i vescovi leali all’Impero, i concili controllati dal potere politico e applicarono tre criteri principali.
Primo, controllo politico. I testi che mettevano in discussione l’autorità della gerarchia ecclesiastica erano sospetti. I testi che promuovevano l’esperienza mistica individuale al di sopra della mediazione sacerdotale erano pericolosi.
Secondo, la razionalità greco-romana. L’impero aveva adottato il cristianesimo, ma restava culturalmente greco-romano. Amava la filosofia, la logica, l’ordine. I testi troppo mistici, troppo apocalittici, troppo orientali, risultavano scomodi.
Terzo, la paura. La paura che se la gente avesse ascoltato i veri insegnamenti del Gesù risorto, quegli insegnamenti radicali sulla trasformazione interiore, sul riconoscere la futura corruzione della Chiesa, sul cercare Dio direttamente senza intermediari, la gente avrebbe smesso di obbedire alla Chiesa e avrebbe cominciato a seguire Dio direttamente e questo per Roma era inaccettabile.
Che cosa fecero dunque?
Editarono, censurarono e, quando la censura non bastava, bruciarono: distrussero intere biblioteche, perseguitarono comunità cristiane che si rifiutavano di adottare il canone ufficiale, ma non poterono raggiungere l’Etiopia.
Le montagne erano troppo alte, il deserto troppo vasto e la chiesa etiope troppo antica e radicata per essere intimidita.
Così, mentre Roma bruciava testi, l’Etiopia li preservava. Quella notte a Debre Damo l’abate continuò a tradurre e arrivammo a una sezione che mi fece rizzare i capelli.
Secondo il libro dell’Alleanza, Gesù parlò a lungo del suo ritorno, della fine dei tempi, ma non nel modo vago e simbolico che troviamo nell’apocalisse di Giovanni.
No, era specifico, dettagliato e pertinente al nostro tempo in modo disturbante.
“Riconoscerete il tempo della fine da questi segni. Le nazioni combatteranno tra loro senza motivo. La sapienza sarà disprezzata e la stoltezza celebrata. I legami familiari si spezzeranno. Il figlio tradirà il padre, la figlia, la madre. Le menzogne saranno proclamate come verità dai luoghi elevati e la verità sarà sepolta nel silenzio”.
Smisi di scrivere e guardai l’abate.
“Suona esattamente come oggi”.
Lui annuì lentamente. “Per questo non mi sorprende che tu sia venuto ora. Molti stanno venendo in cerca di questi testi, come se sentissero che è giunto il momento perché queste parole vengano alla luce”.
Gesù continua nel testo: “Ma il segno più grande sarà questo: quando il mio popolo non riconoscerà più la mia voce, quando invocheranno il mio nome, ma non mi conosceranno, quando costruiranno monumenti alla mia memoria, ma ignoreranno la mia presenza, allora saprete che la tenebra è calata.”
E qui viene la parte che mi spezza ogni volta che la leggo.
“Beati quelli che soffrono per il mio nome, non a parole, ma in silenzio, perché io sono con loro nei luoghi che nessun uomo vede, nelle prigioni segrete, nel pianto di mezzanotte, nella solitudine del rifiutato. Lì sono io e lì è la mia gloria, non nelle vostre cattedrali”.
Questo non è il Gesù dei sermoni televisivi, non è il Gesù della teologia della prosperità, è il Gesù dei dimenticati, degli invisibili, di coloro che soffrono in segreto.
Il giorno seguente l’abate mi presentò uno dei monaci più anziani del monastero.
Quest’uomo, il cui nome non posso rivelare per promessa, aveva trascorso 60 anni della sua vita a copiare manoscritti. 60 anni. Tutta la sua vita adulta dedicata a preservare questi testi.
Parlava pochissimo: quando gli facevi una domanda, talvolta passavano minuti prima che rispondesse, ma quando lo faceva ogni parola pesava come oro.
Gli chiesi, “Padre, perché l’Occidente non ha questi testi? Perché non sono nelle nostre Bibbie?”
Mi fissò con quegli occhi profondi, velati dall’età, ma brillanti di intelligenza.
“ Perché i vostri padri nella fede temettero la verità. Temettero ciò che Gesù disse davvero. Temettero che se la gente avesse saputo, non avrebbero potuto controllarla”.
“Che cosa dissero di così pericoloso?” – domandai.
Sorrise con tristezza.
“Che Dio non sta negli edifici, che i sacerdoti non sono necessari, che ogni persona può incontrare Dio direttamente, che la Chiesa istituzionale si sarebbe corrotta, che il vero cristianesimo avrebbe vissuto ai margini, non al centro del potere”.
Fece una pausa, poi aggiunse qualcosa che non dimenticherò mai.
“ I vostri capi religiosi costruirono imperi, costrinsero i loro seguaci a farsi servi. I vostri capi accumularono oro. Gesù disse loro di spogliarsi di tutto. I vostri capi cercarono palazzi. Gesù disse loro di vivere sulle montagne e nei deserti. Come avrebbero potuto includere questi testi e mantenere il loro potere?”.
Durante la mia seconda settimana in Etiopia mi portarono in un altro monastero ad Axum, l’antica città.
Lì mi mostrarono un altro testo chiave, le didascalie e le istruzioni. Questo testo esiste in versioni più brevi in altre tradizioni cristiane, ma la versione etiope è molto più estesa e molto più radicale.
Le didascalie presentano le istruzioni di Gesù su come i suoi seguaci devono vivere una volta che egli se ne sarà andato.
E non sono istruzioni spirituali astratte, sono pratiche concrete, rivoluzionarie.
“Vivete in semplicità radicale, digiunate e pregate. Non allineatevi con re corrotti né con mercanti, perché essi costruiscono la loro ricchezza sul sangue dei poveri. Non siate come gli scribi del futuro che indosseranno vesti bianche, ma divoreranno le case delle vedove, che porteranno titoli sacri, ma avranno il cuore di pietra”.
Quando lessi questo, non poti fare a meno di pensare alla storia della Chiesa cattolica, ai papi che vivevano come imperatori, ai vescovi proprietari di eserciti, alle crociate, all’inquisizione, alla vendita delle indulgenze.
Gesù vide arrivare tutto ciò, lo profetizzò e mise in guardia contro di esso.
Ma la parte più esplosiva della didascalia viene dopo.
“Negli ultimi giorni la mia voce si leverà di nuovo dai luoghi meno attesi, dai deserti, dalle montagne, dai figli degli schiavi. Il mio spirito parlerà e chi ha orecchi per udire lo ascolterà. Non cercate la mia voce nei palazzi d’oro, cercatela nei luoghi dimenticati, perché è lì che sono sempre stato”.
Vi rendete conto di quanto sia radicale tutto questo?
Gesù sta dicendo che la sua verità non verrà dalla struttura istituzionale della Chiesa, verrà dai margini, dagli esclusi, da quelli che il potere religioso ha respinto.
Sta dicendo che l’istituzione non è il cristianesimo, che il vero Vangelo vivrà fuori dalle mura delle cattedrali.
Devo raccontarvi qualcosa che mi accadde, qualcosa che non ho neppure inserito nei miei libri pubblicati, perché non so se la gente ci crederebbe, ma è importante per capire perché questi testi mi toccano così profondamente.
Era la mia ultima notte ad Axum e alloggiavo in una stanza semplice nel complesso del monastero.
Non riuscivo a dormire, la mente girava intorno a tutto ciò che avevo letto, a tutte le rivelazioni.
Mi alzai e usci a camminare. Era passata la mezzanotte, il cielo incredibilmente limpido, si vedeva la Via Lattea in tutta la sua gloria e all’improvviso, non so come spiegarlo, sentii una presenza.
Non fu spaventosa, fu travolgente, come se tutto il peso dell’universo si concentrasse in quell’istante, in quel luogo.
E udii parole, non con le orecchie, con qualcosa di più profondo. Con l’anima, suppongo.
“Sei venuto a cercare ciò che fu dimenticato. Ora devi decidere che cosa farai con ciò che hai trovato”.
Rimasi paralizzato, incapace di muovere un muscolo.
“Molti vorranno zittirti, molti diranno che menti, ma tu sai ciò che hai visto, sai ciò che hai letto”.
La domanda è: “Avrai il coraggio di raccontarlo?”
E poi, repentinamente, com’era arrivata, la presenza se ne andò.
Rimasi lì sotto le stelle tremando, non per il freddo, per qualcosa di più profondo.
Quell’esperienza mi segnò perché mi fece capire che questi testi non sono semplici documenti storici curiosi: sono pericolosi, sono potenti e qualcuno non vuole che tu li conosca.
Ora lasciatemi ricostruire ciò che i testi etiopi ci dicono su quei 40 giorni dopo la resurrezione.
Nelle Bibbie occidentali il libro degli Atti lo dice brevemente.
“Si presentò vivo con molte prove infallibili, apparendo loro per 40 giorni e parlando del regno di Dio”.
Tutto qui: una frase.
Ma secondo i manoscritti etiopi quei 40 giorni furono un periodo intensivo di insegnamento, come se Gesù stesse tenendo un corso accelerato di verità spirituali che non aveva potuto insegnare prima di morire.
Perché non le aveva insegnate prima?
Perché i suoi discepoli non erano pronti, lo vedevano ancora come un rabbì, un profeta, forse il Messia politico che avrebbe liberato Israele.
Ma dopo la resurrezione tutto cambiò: vedevano qualcuno che aveva sconfitto la morte, che era passato dall’altra parte ed era tornato.
Ora erano pronti per verità più profonde e Gesù sfruttò quei 40 giorni per rivelare ciò che i testi chiamano i rotoli celesti, conoscenze sulla struttura dell’universo spirituale, sugli angeli e i demoni, sull’architettura dell’anima umana.
In uno dei manoscritti che potei fotografare con permesso speciale, dopo aver promesso che lo avrei usato solo per ricerca accademica, c’è una sezione affascinante che descrive come Gesù spiegò la realtà spirituale ai discepoli.
Secondo il testo Gesù disse: “Se i vostri occhi fossero davvero aperti, vedreste che angeli camminano con voi, demoni sussurrano all’orecchio e ogni pensiero che avete costruisce una scala verso il cielo o verso l’abisso. Ogni pensiero conta. Ogni momento di coscienza sta costruendo la vostra eternità”.
Questo è straordinario per varie ragioni.
Primo perché si collega a ciò che i padri del deserto avrebbero insegnato secoli dopo.
Quei monaci radicali che andarono a vivere nel deserto d’Egitto tra il terzo e il quarto secolo, svilupparono una vera scienza dei pensieri, insegnando che ogni pensiero ha un’origine divina, umana o demoniaca e che imparare a discernere quell’origine è la chiave della vita spirituale.
Da dove trassero quell’insegnamento? Da queste tradizioni su ciò che Gesù insegnò dopo la resurrezione.
Secondo, perché suona sorprendentemente simile a ciò che la neuroscienza moderna sta scoprendo, che i nostri pensieri ricablano letteralmente il cervello, che ogni pensiero rafforza certe vie neuronali e ne indebolisce altre, che stiamo letteralmente costruendo la nostra mente con ogni momento di coscienza.
Gesù lo sapeva 2000 anni fa, ma c’è di più.
Il testo continua: “Gli angeli non sono ciò che pensate, non sono bambini con le ali, sono intelligenze, forze, aspetti della volontà divina. Alcuni sono assegnati alle nazioni, altri agli individui. E sì, alcuni caddero, si ribellarono e ora lavorano per allontanare la vostra mente da Dio.”
“I demoni non possono costringervi, possono solo suggerire, sussurrare, tentare. Il loro potere sta solo nella vostra credenza. Se date loro attenzione e credibilità, concedete loro potere su di voi. Ma se riconoscete i loro sussurri per ciò che sono, non hanno alcun potere”.
Questa è una psicologia spirituale incredibilmente sofisticata, insegnata due millenni fa.
Forse però l’insegnamento più profondo che Gesù impartì, secondo questi testi, riguarda la natura stessa dell’anima umana.
In un passaggio che mi fece fermare e rileggere tre volte, Gesù dice: “Il vostro corpo è un tempio”.
Sì, ma non capite che cosa significhi. Non è solo una metafora. Il vostro corpo è letteralmente uno spazio sacro dove il divino e il materiale si incontrano.
“Avete tre livelli: corpo, anima, spirito. Il corpo è terra e tornerà alla terra. L’anima è la vostra mente, le vostre emozioni, la vostra volontà. Questa può elevarsi o cadere e lo spirito è il soffio di Dio in voi. È indistruttibile, è eterno, è la mia stessa presenza in voi. Il lavoro della vostra vita è allineare questi tre. Quando il corpo obbedisce all’anima e l’anima obbedisce allo Spirito e lo Spirito riposa nel Padre, allora siete ciò per cui foste creati, immagini di Dio che camminano sulla terra”.
Questo non è teologia astratta, è istruzione pratica.
E poi arriva la parte che mi spezzò.
“Quando pregate, non pregate solo con la bocca, lasciate che il vostro corpo diventi una preghiera vivente, che il vostro respiro mi lodi, che il vostro silenzio parli più forte dei sermoni”.
Questa non è religione, è rivoluzione.
Gesù sta dicendo che la vera spiritualità non sta nelle parole né nei rituali esterni, ma nella trasformazione completa dell’essere, corpo, anima e spirito fusi in un unico atto di adorazione vivente.
Ora posso rispondere alla domanda che molti si staranno ponendo.
Perché la Chiesa occidentale ha respinto questi testi?
Ho identificato tre ragioni principali. Prima ragione, controllo politico ed ecclesiastico.
Questi testi danno potere all’individuo. Gli dicono che può incontrare Dio direttamente, che non ha bisogno di un sacerdote come intermediario, che il vero tempio è dentro di lui.
Potete immaginare cosa significhi per un’istituzione che basa il proprio potere proprio sull’essere l’intermediario necessario tra Dio e l’umanità.
La Chiesa cattolica sviluppò un intero sistema sacramentale in cui ti serve un sacerdote quasi per tutto: battesimo, confessione, comunione, matrimonio, estrema unzione.
Ma se Gesù insegnò davvero che puoi trovare Dio direttamente, che il tuo corpo è il tempio, che la tua coscienza è l’altare, a che cosa serve l’istituzione?
Ecco perché questi testi erano pericolosi: minavano il fondamento stesso del potere ecclesiastico.
Seconda ragione, il misticismo scomodo. I testi etiopi sono pieni di visioni, esperienze mistiche, angeli e demoni, battaglie spirituali.
Per la mentalità greco-romana questo era imbarazzante, troppo orientale, troppo esperienziale, troppo poco filosofico.
Roma voleva un cristianesimo presentabile nel foro, discutibile con gli stoici e i platonici, rispettabile e razionale.
Un cristianesimo di estasi mistiche, visioni apocalittiche e guerre spirituali invisibili non si adattava a quell’immagine, dunque fu editato, smussato, reso più rispettabile.
Terza ragione, le profezie sulla corruzione della Chiesa.
Questa è la più scomoda. In questi testi Gesù avverte esplicitamente che la sua stessa chiesa si sarebbe corrotta, che sarebbe venuto un tempo in cui la gente avrebbe pronunciato il suo nome senza conoscerlo, avrebbe costruito cattedrali ignorando il tempio interiore e i leader religiosi avrebbero vissuto nel lusso mentre i poveri soffrivano.
Come può un’istituzione includere nel proprio canone testi che profetizzano la sua stessa corruzione? Non può. Quindi quei testi dovevano sparire.
Prima di lasciare l’Etiopia ebbi un’ultima conversazione con quel monaco anziano, il copista.
Gli dissi: “Ho letto questi testi, ho preso appunti, ho fotografato pagine, ma quando tornerò in Occidente chi mi crederà? Diranno che è fantasia, che sono testi apocrifi senza valore.”
Mi guardò con quello sguardo penetrante.
“La verità non ha bisogno che la si creda. Esiste indipendentemente dalla credenza. Noi abbiamo custodito questi testi per 1600 anni, li abbiamo copiati con le nostre mani. Alcuni dei miei fratelli sono morti per preservarli. Perché? Non per potere. Non ne abbiamo, non per denaro. Siamo poveri. Lo abbiamo fatto perché sono verità, perché sono le parole del nostro Signore e perché sapevamo che sarebbe venuto un giorno in cui il mondo ne avrebbe avuto bisogno”.
Fece una pausa, gli occhi gli si inumidirono e credo che quel giorno sia arrivato.
Voglio tornare a una delle profezie più sconvolgenti di questi testi, perché credo che la stiamo vivendo proprio ora.
Secondo il libro dell’Alleanza, Gesù disse: “Verrà un tempo in cui il mio nome sarà venduto, il mio volto sarà ridipinto per soddisfare i potenti, le mie parole saranno riscritte per giustificare ciò che io ho condannato. Vedrete templi magnifici costruiti nel mio nome, ma io non sarò lì. Ascolterete il mio nome sulle labbra di re e presidenti, ma essi non mi conoscono. E in quel tempo di oscurità la mia voce si leverà dai luoghi dimenticati, dalle montagne, dai deserti. da coloro che soffrono in silenzio, perché la verità non può morire. Sono il seme e la spada e tornerò”.
Quando lessi questo per la prima volta, pensai immediatamente a come il cristianesimo è stato usato nella storia moderna.
Usato per giustificare il colonialismo, per benedire eserciti, per accumulare ricchezze oscene, per costruire imperi, per entrare nella politica e nel potere.
Gesù di Nazaret, il rabbì itinerante che non aveva dove posare il capo, che mangiava con prostitute ed esattori, che sfidò le autorità religiose del suo tempo, quel Gesù è stato trasformato in un prodotto, in un marchio, in uno strumento di controllo.
Ma secondo questi testi, lui lo vide arrivare e promise che quando la corruzione fosse divenuta totale, quando il suo nome fosse completamente prostituito dal potere, la sua vera voce si sarebbe nuovamente levata dai margini.
Questo mi porta a uno degli insegnamenti più rivoluzionari di questi testi.
Nella didascalia etiope c’è un passo in cui Gesù parla direttamente di dove sarà la sua presenza negli ultimi giorni. Non cercatemi nelle cattedrali di marmo, non cercatemi nella propaganda, non cercatemi dove i ricchi e i potenti invocano il mio nome. Cercatemi nella vedova che condivide la sua ultima moneta, nel prigioniero che perdona i suoi torturatori, nel bambino rifugiato che ancora canta lode, nel malato terminale che trova pace, nel dipendente che lotta per rialzarsi ancora una volta. Lì sono io negli spezzati, nei dimenticati, in coloro che il mondo disprezza.
E aggiunge qualcosa che mi spezza ogni volta che lo leggo: “e da quei luoghi, da quelle persone, verrà il rinnovamento, non dai seminari, non dai concili, ma dai cuori spezzati che ancora si fidano di me”.
Questo ribalta completamente la struttura di potere del cristianesimo istituzionale.
La Chiesa dice: “La verità viene da noi, dalla gerarchia, dai teologi formati, dai concili ufficiali”.
Gesù in questi testi dice “No, la verità viene dal basso, dai piccoli, dai dimenticati, da chi soffre e tuttavia ama”.
Durante il mio soggiorno in Etiopia qualcosa mi colpì profondamente. Il cristianesimo etiope è diverso. Non è il cristianesimo razionalizzato o addomesticato che conosciamo in Occidente. È selvaggio, mistico, intenso. I monaci digiunano in modi che noi considereremmo estremi. Alcuni mangiano una sola volta al giorno, altri una volta ogni due giorni. Durante la Quaresima non mangiano né bevono nulla fino al tramonto. Pregano per ore.
Ho visto liturgie che durano da prima dell’alba a oltre il mezzogiorno, 4 5 6 ore di preghiera continua. Canti, letture credono letteralmente ad angeli e demoni, alla battaglia spirituale, al mondo invisibile e non reale quanto a quello visibile. Trattano i loro manoscritti antichi con una reverenza difficile da descrivere, come fossero portali al sacro, come se le parole su quelle pergamene avessero potere reale, perché per loro ce l’hanno.
E capisco che questo è ciò che il cristianesimo era prima che Roma lo addomesticasse, prima che i concili lo sistematizzassero, prima che i teologi lo razionalizzassero. Una religione di esperienza diretta, di trasformazione radicale, di incontro personale con il divino.
Ed è precisamente ciò che questi testi insegnano.
C’è una sezione nei testi etiopi che mi ha colpito in modo particolare, riguarda la preghiera.
Secondo questi manoscritti, Gesù non insegnò la preghiera come esercizio mentale o verbale, ma come qualcosa che coinvolge l’intero essere.
“Quando pregate, disse, non pensate che sia solo la vostra mente a parlare con Dio. Il vostro corpo prega, il vostro respiro prega, il vostro silenzio prega. Imparate a far tacere la mente, a quietare il rumore interno e in quel silenzio ascolterete la mia voce, non con le orecchie, con qualcosa di più profondo, perché io parlo nel silenzio, nella quiete, nello spazio tra i vostri pensieri”.
Questa è meditazione contemplativa, è esicasmo, la tradizione dei monaci ortodossi orientali, qualcosa che il cristianesimo occidentale ha quasi del tutto perduto.
E poi Gesù dà istruzioni specifiche. Sedete in silenzio, respirate profondamente. A ogni respiro dite nel cuore: “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me. Non in fretta, con calma, lasciate che le parole affondino nel vostro essere. All’inizio la mente vagherà, i pensieri arriveranno come uccelli. Lasciateli andare. Non lottate contro di loro, semplicemente tornate al respiro, tornate alle parole e dopo molto tempo, forse giorni, forse mesi, forse anni, qualcosa cambierà. Le parole cominceranno a dirsi da sole, senza sforzo, come una sorgente che sgorga dall’interno. E allora saprete che non siete voi a pregare, è il mio spirito che prega in voi”.
Questo somiglia in modo straordinario alla preghiera del cuore della tradizione esicasta e secondo questi testi viene direttamente dal Gesù risorto.
Quando tornai in Spagna dopo quel viaggio, non sapevo che fare con tutto ciò che avevo scoperto. Avevo appunti, fotografie, registrazioni audio delle traduzioni dell’abate.
Ma come presentarlo? Chi mi avrebbe creduto?
Provai a parlare con alcuni colleghi accademici, la maggior parte era scettica, testi apocrifi, dicevano, senza reale valore storico.
Provai a parlare con leader religiosi. Alcuni si mostrarono interessati, altri chiaramente a disagio. Uno mi disse apertamente: “Juanito, è meglio lasciare queste cose in pace. Non vogliamo confondere la gente”.
Non vogliamo confondere la gente. Quella frase dice tutto. La verità confonde. La verità è scomoda. Meglio tenere la gente sulla versione semplice, controllabile e addomesticata del cristianesimo.
Ma io non riuscii a lasciar perdere perché quelle parole, quegli insegnamenti mi avevano cambiato e sentivo, come quella notte sotto le stelle ad Axum, di avere la responsabilità di condividerli.
C’è un’altra profezia in questi testi che è diventata dolorosamente attuale.
Secondo il libro dell’alleanza Gesù avvertì: “Verrà un tempo in cui le mie parole saranno riscritte, in cui coloro che hanno potere decideranno che cosa ricordare di me e che cosa dimenticare. Diranno che lo fanno per proteggere la fede, per mantenere l’unità, per evitare l’eresia, ma in verità lo faranno per proteggere il loro potere, perché le mie parole, quelle vere, sono fuoco e il fuoco non può essere controllato”.
Quando lessi questo, pensai immediatamente ai Concili e a Nicea, a Calcedonia, a tutti i momenti in cui uomini con potere politico decisero che cosa fosse ortodosso e che cosa eretico. decisero sulla base della verità o sulla base di ciò che era conveniente al potere?
La storia suggerisce la seconda. Ario, per esempio, fu condannato come eretico a Nicea non perché le sue idee fossero palesemente false, ma perché non si adattavano alla teologia che l’imperatore Costantino voleva promuovere.
Gli gnostici furono perseguitati e i loro testi bruciati. Perché? Non perché non avessero antichi lignaggi o insegnamenti profondi, ma perché sfidavano l’autorità della gerarchia nascente.
La storia la scrivono i vincitori e la teologia la scrivono quelli che hanno il potere.
Ma Gesù in questi testi etiopi avverte che ciò sarebbe accaduto e promette che la verità non può essere distrutta definitivamente.
“La verità è come un seme – dice – potete seppellirla, potete calpestarla, ma a suo tempo germoglierà di nuovo”.
C’è una linea nella didascalia che mi perseguita costantemente. “Negli ultimi giorni il mio spirito parlerà dai figli degli schiavi”.
I figli degli schiavi. Perché proprio questa espressione? Perché non i poveri o gli oppressi in generale? Lo chiesi all’abate di Axum. Mi disse qualcosa che mi fece riflettere per settimane. Fratello Juanito, sai qual è stato uno dei primi paesi a proibire la schiavitù?
Scossi il capo. L’Etiopia. Nel IV secolo, quando adottammo il cristianesimo, uno dei primi atti fu liberare gli schiavi, perché i nostri testi dicono che Dio ama in modo speciale coloro che sono stati resi schiavi, che sono, in un certo senso, più vicini a lui dei liberi.
“Perché?” chiesi.
“Perché conoscono la sofferenza, sanno che cosa significa non avere potere, perché la loro unica speranza è Dio e per questo hanno le orecchie aperte per ascoltarlo”.
Mi raccontò che secondo la tradizione etiope, quando Gesù parlò dei figli degli schiavi nelle sue istruzioni post resurrezione, stava profetizzando sul cristianesimo africano. L’Etiopia non fu mai colonizzata, ma per secoli fu guardata con disprezzo dal cristianesimo europeo. “Africani ignoranti, dicevano, cristiani di seconda classe”, eppure furono loro, i disprezzati a preservare gli insegnamenti più puri.
E ora, nel XX secolo, mentre il cristianesimo europeo crolla, quello africano esplode, proprio come Gesù aveva profetizzato.
So che molti lettori si staranno chiedendo: “Questi testi sono davvero antichi o sono invenzioni medievali?”
Vi do i fatti. I manoscritti più antichi esistenti del canone etiope risalgono al XI – X secolo, ma l’analisi linguistica del jetz usato mostra che si tratta di traduzioni di originali molto più antichi, probabilmente del periodo che va dal quarto al secondo secolo.
Sappiamo che la Chiesa etiopica fu fondata nel V secolo, secondo la tradizione da Frumenzio, un missionario siriaco, ma ci sono anche indizi di comunità cristiane precedenti, forse del primo o secondo secolo.
L’Etiopia aveva contatti con il mondo giudeo-cristiano attraverso il commercio nel Mar Rosso. Il regno di Axum era una potenza commerciale e la tradizione etiope afferma che la sua dinastia reale discende dal re Salomone e dalla regina di Saba.
Punto importante, quando il cristianesimo arrivò in Etiopia non giunse da Roma, ma da Oriente, dalla Siria, dall’Egitto, forse persino dall’India.
E quelle comunità cristiane orientali possedevano testi diversi da quelli che Roma stava usando. Molti dei testi apocrifi che troviamo in Etiopia esistevano anche in versioni copte, siriache, arabe.
Non furono inventati in Etiopia, furono preservati lì quando scomparvero altrove.
Dunque, sono antichi? Sì, sono affidabili. Domanda più complessa, ma vi dirò questo: sono almeno tanto affidabili quanto i Vangeli canonici? Su che cosa si basa l’affidabilità dei Vangeli canonici? Sul fatto che furono accettati dai concili del V secolo, concili controllati dal potere politico.
I testi etiopi hanno la stessa origine, comunità cristiane primitive che registrarono tradizioni orali su Gesù.
La differenza è che Roma li rifiutò ed Etiopia li preservò. Chi aveva ragione?
Ognuno deve deciderlo per sé. Ho intitolato questa sezione Il Cristo nascosto perché è ciò che questi testi rivelano.
Un Gesù che ci è stato nascosto. Non del tutto nascosto, si intende. I Vangeli canonici sono genuini e contengono verità profonde, ma sono incompleti, editati, filtrati attraverso la lente di ciò che Roma considerava accettabile.
I testi etiopi ci offrono un Gesù più completo, più complesso, più sfidante. Un Gesù che non solo morì per il nostro riscatto, anche questo, ma risorse per insegnarci come vivere a un livello completamente diverso di coscienza.
Un Gesù che non parlò d’amore solo in termini generali, ma diede istruzioni specifiche su come trasformare corpo, anima e spirito.
Un Gesù che non si limitò a predire il suo ritorno, ma mise in guardia sulla corruzione specifica che avrebbe attaccato la sua Chiesa e promise che il rinnovamento sarebbe venuto dai margini, non dal centro.
Questo è il Gesù che Roma non voleva che conoscessimo, perché questo Gesù è incontrollabile.
Sono passati più di 25 anni da quel primo viaggio in Etiopia. Ci sono tornato altre tre volte, ho continuato a ricercare. Ho confrontato i testi etiopi con altri apocrifi di altre tradizioni e sono giunto ad alcune conclusioni.
Primo, la Bibbia che abbiamo in Occidente è incompleta, non è falsa, ma è editata, censurata. Cose importanti sono state lasciate fuori.
Secondo, gli insegnamenti post resurrezione di Gesù furono molto più estesi e profondi di quanto suggeriscano i Vangeli canonici. Quei 40 giorni furono cruciali e abbiamo accesso a ciò che vi si insegnò, se siamo disposti a cercare fuori dal canone ufficiale.
Terzo, Gesù profetizzò la corruzione della sua stessa chiesa: è scomodo, ma è lì in molteplici testi di molteplici tradizioni.
Non è un’invenzione etiope, è parte della tradizione cristiana primitiva che fu soppressa.
Quarto, il vero cristianesimo non è una religione istituzionale, è unatrasformazione personale, una pratica spirituale che coinvolge corpo, mente e spirito, un cammino di incontro diretto con il divino.
Quinto e più importante, la verità non ha bisogno del permesso di Roma per essere verità.
La Chiesa cattolica non ha il monopolio della verità cristiana e neppure qualunque altra istituzione.
La verità sta dove la trovi, a volte nelle cattedrali, ma anche nei monasteri di montagna in Etiopia, nei testi che Roma respinse, nei cuori dei marginalizzati che ancora credono. Secondo questi testi, Gesù concluse i suoi insegnamenti post resurrezione con una promessa e una chiamata. La promessa: ”Non vi lascerò orfani. Il mio spirito sarà con voi sempre. Nei momenti di oscurità più profonda, quando vi sembrerà di essere completamente soli, cercatemi nel più profondo del vostro essere. Lì sono io, lì sono sempre stato. E da lì ora vi mando la chiamata, non come pecore ingenue, ma come serpenti saggi e colombe pure. Il mondo vi odierà come ha odiato me, vi perseguiterà come ha perseguitato me, ma non temete perché io ho vinto il mondo. Andate, insegnate, non dai pulpiti d’oro, ma con la vostra vita. Lasciate che la vostra esistenza sia il sermone, che il vostro amore sia la prova, che la vostra pace in mezzo alla sofferenza sia la testimonianza. E negli ultimi giorni, quando tutto sembrerà perduto, quando il mio nome sarà profanato da coloro che dicono di seguirmi, cercate la mia voce nei luoghi dimenticati, perché lì sono sempre stato e lì sarò sempre”.
Concludo questo testo con un avvertimento e un invito.
L’avvertimento. Una volta che conosci queste informazioni non puoi disconoscerle. Non puoi tornare all’innocenza di credere che la Bibbia che possiedi sia completa, che la Chiesa istituzionale abbia tutte le risposte, che non ci sia altro da scoprire.
Hai mangiato dell’albero della conoscenza e come Adamo ed Eva, ora devi decidere che cosa fare di questa conoscenza. L’invito, cerca da te stesso non fermarti a ciò che ti ho detto.
Indaga, leggi i testi etiopi. Sono tradotti, sono disponibili; cerca anche i testi gnostici, i Vangeli apocrifi, le tradizioni mistiche del cristianesimo e soprattutto cerca Gesù direttamente, non attraverso l’istituzione, non tramite intermediari, direttamente come egli stesso insegnò.
“Cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”. E lì, è sempre stato lì, devi solo avere il coraggio di varcare quella soglia. E quando lo farai, quando troverai quella verità che rende liberi, ricorda: non sei il primo. I monaci d’Etiopia ti hanno preceduto da 1600 anni, i padri del deserto prima di loro, gli apostoli prima ancora e prima di tutti lo stesso Gesù uscito dalla tomba nel mattino di Pasqua con fuoco negli occhi e verità sulle labbra.
La verità non può morire, è il seme e la spada e sta germogliando di nuovo qui ora, in questo momento.
La domanda è: avrai il coraggio di vederla?
M O N T E A T H O S
Il Monte Athos, nella penisola Calcidica in Grecia, è sede di un monastero ortodosso risalente al Vi secolo.
Lì si è recato in visita di studio Carl Gustav Jung e lì ha avuto una esperienza di contatto diretto con il vero messaggio di Gesù.
Non solo quello che ci viene descritto dai Vangeli canonici, dove la sua figura è propagandata mettendo in evidenza solo alcuni aspetti e precetti del suo pensiero, e precisamente quelli che erano funzionali ad un insegnamento e ad un magistero di cui la Chiesa si sarebbe appropriata indebitamente per esercitare un controllo sulle coscienze e che la hanno conferito un potere, non solo spirituale ma anche materiale, esercitato coattivamente per due millenni.
Il grande scienziato della psiche, entrato molto cautamente e umilmente in confidenza con il primo responsabile del clero sacerdotale del Monastero, ha avuto da questi il permesso e la consulenza per consultare dei testi evangelici sconosciuti in occidente e risalenti ai primi secoli dopo Cristo.
Questi testi appartengono alla categoria dei Vangeli apocrifi che sono stati banditi, ripudiati, ignorati, distrutti, bruciati e fatti oggetto di discredito ed abominio.
Jung parla in particolare di uno di questi Vangeli, il Vangelo di Pietro, che nessun cristiano cattolico ha mai saputo esistesse, né tantomeno ha mai letto.
Se c’erano state in circolazione altre copie, ormai non esistevano più.
In esso la figura di Gesù è molto diversa da quella della tradizione cattolica.
In questo Vangelo Gesù spiega a Pietro che la resurrezione non è soltanto un evento unico che riguardava il suo corpo fisico, ma un simbolo di qualcosa che tutti devono vivere:
“La morte del falso io e la nascita del vero io”.
“Ogni persona deve morire e risorgere – diceva Gesù in quel testo – non una sola volta alla fine dei tempi, ma continuamente lungo tutta la vita”.
“Ogni volta che lasci cadere un’illusione muori; ogni volta che scopri una verità risorgi”.
Questo è radicalmente diverso dalla dottrina ortodossa.
La Chiesa presenta la resurrezione come un evento storico unico accaduto a Gesù e come un evento futuro che accadrà a tutti nel giudizio finale.
Qui, invece, viene mostrato come processo continuo di trasformazione interiore.
Perché è stato proibito?
Perché presenta un Gesù troppo umano e, al tempo stesso, troppo divino.
Troppo umano perché lo descrive con dubbi, paure, lotte interiori; troppo divino perché insegna che questa stessa divinità è disponibile a tutti.
La Chiesa aveva bisogno di un Gesù unico, diverso da ogni altro essere umano, un Gesù che si potesse venerare, ma non imitare.
Perché, se tutti possono raggiungere ciò che Gesù ha raggiunto con la resurrezione, allora la Chiesa perde la sua ragione d’essere mediatrice esclusiva.
Un Gesù che si può adorare ma non imitare, questa è esattamente la funzione propagandistica della figura del Gesù istituzionale: viene collocato su un piedistallo così alto che nessuno può raggiungerlo, gli vengono attribuite caratteristiche uniche che nessun altro essere umano può possedere.
E poi ci viene detto che l’unico modo di avvicinarsi a lui è attraverso la Chiesa.
Ma il Gesù dei vangeli proibiti è completamente diverso.
Quel Gesù dice: “Ciò che io faccio anche voi potete farlo”.
Quel Gesù insegna metodi concreti di trasformazione interiore, quel Gesù non crea dipendenti, crea discepoli che, col tempo, diventano maestri.
La differenza è enorme.
Una versione mantiene in vita un sistema di controllo, l’altra conduce alla liberazione.
Non sono religioso ma sono stato in seminario salesiano 5 anni più 8 mesi di noviziato.
Il risultato di questo periodo è che, nonostante tutto quello che mi è stato insegnato, non credo più e non mi confesso più.
In compenso ci sono preti che si confidano e direi proprio “si confessano” ogni tanto da me. Visto il peso delle confidenze direi che sono confessioni.
Alcuni non credono più, ma non avrebbero di che vivere se tornassero allo stato laicale e, tra l’altro, è stato impedito loro attivamente di intraprendere studi che li avrebbero messi in condizione di trovare facilmente lavoro nella società civile.
Altri invece hanno sofferto repressioni e direi quasi persecuzioni per le loro idee sul mondo e sulla religione.
Altri erano molto disgustati dal carrierismo ed dall’opportunismo dilaganti.
Molti si dedicano al loro lavoro come una missione, ignorando il più possibile quello che succede sulle loro teste, o, diciamo, lo vedono benissimo, ma non ne parlano ed agiscono per il meglio nelle loro possibilità, come se niente fosse.
Quasi tutti sono ben coscienti della laicizzazione galoppante della società ed ognuno affronta questa realtà come può a modo suo.
Quasi tutti sono consci di essere gli ultimi dei moicani, di essere alla fine di un’epoca, fine che si prolungherà forse per molto, ma con un continuo, inesorabile calo numerico.
Se Dio è uno perchè ci sono tante religioni o varianti di esse?
Hanno calcolato che esistono non meno di 4000 religioni sulla faccia della terra.
Poni la domanda come se stessi cercando una falla logica in un teorema matematico, quando in realtà stai fissando il più grande e sanguinoso monumento all’arroganza e al tribalismo umano.
La tua premessa, “Se Dio è uno”, è l’errore di partenza, il peccato originale del tuo ragionamento.
Tu presumi che le religioni siano il risultato di un Dio che cerca di comunicare con l’umanità.
Le religioni non sono un messaggio divino imperfetto. Sono un prodotto umano, al 100%.
Sono il più antico e geniale sistema di controllo sociale mai inventato, un’arma, una bandiera e una coperta di Linus cosmica, tutto in uno.
La risposta alla tua domanda non è teologica. È geografica, politica e psicologica.
Dio non ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza.
È l’uomo che, terrorizzato dal buio, dalla morte e dalla sua stessa insignificanza, ha creato Dio a immagine e somiglianza del proprio capotribù.
Un padre severo, un re geloso, un legislatore paranoico.
E siccome le tribù sono diverse, anche i loro dèi lo sono.
È così brutalmente semplice.
Sei nato a Roma, e ti è toccato il Dio con la barba e il figlio carpentiere.
Fossi nato a Benares, avresti avuto un pantheon di divinità blu con sei braccia.
Fossi nato a La Mecca, il tuo Dio sarebbe stato così trascendente da non poter essere nemmeno raffigurato.
Fossi nato nelle Ande, avresti adorato il Sole.
La tua fede non è una scelta spirituale, è un incidente geografico.
Sei un prodotto del tuo ambiente, e il tuo Dio è semplicemente il cadavere di un dio tribale che ha avuto più successo degli altri nel tuo angolo di mondo.
Le religioni non sono diverse perché Dio si è spiegato male. Sono diverse perché sono in competizione.
Sono come “franchise”, catene di fast food spirituale che lottano per la stessa quota di mercato: la tua anima.
Dio è il marchio, e le religioni sono i vari “franchise” in competizione, ognuno con il suo menù (i dogmi), il suo manuale operativo (i testi sacri), la sua gerarchia manageriale (il clero) e la sua campagna pubblicitaria (il proselitismo).
Il Papa, il Dalai Lama, il Gran Mufti non sono umili servitori di Dio. Sono gli amministratori delegati delle loro rispettive multinazionali della salvezza.
E come ogni buon manager, sanno che per mantenere il controllo devono insistere sul fatto che il loro prodotto è l’unico autentico, e tutti gli altri sono imitazioni scadenti o, peggio, velenose.
I leader e i rappresentanti delle principali religioni del mondo si riuniscono allegramente ogni tre anni ad Astana, in Kazakistan
Le “varianti”, le sette, le eresie?
Non sono altro che lotte di potere interne, come quando un manager regionale decide che può fare meglio della sede centrale e apre la sua catena di ristoranti.
Martin Lutero non ha avuto un’illuminazione divina; era un monaco furioso con la gestione finanziaria e morale corrotta della sede centrale di Roma e ha deciso di lanciare un’OPA ostile, dando vita a un nuovo, fortunatissimo “franchise”: il Protestantesimo. I Sunniti e gli Sciiti non si combattono da 1400 anni per una sottigliezza teologica; si combattono per una questione di successione politica, per decidere chi dovesse essere l’amministratore delegato dopo la morte del fondatore. È una faida familiare glorificata a scontro cosmico.
E i testi sacri? La Bibbia, il Corano, la Torah? Pensi che siano manuali d’istruzioni chiari e coerenti dettati da un essere onnisciente?
Sono raccolte di miti, leggi tribali, poesie, propaganda politica e cronache storiche, scritte, redatte, tradotte e manipolate da decine di uomini diversi nel corso di secoli, ognuno con la propria agenda politica e culturale.
La loro proverbiale ambiguità non è un difetto, è la loro più grande forza.
Permette a ogni generazione di preti, rabbini e imam di reinterpretarli a proprio piacimento, mantenendo così il loro potere come unici e indispensabili intermediari tra te e il divino.
Loro sono quelli che ti spiegano cosa Dio “voleva dire veramente”.
Quindi, smettila di porti la domanda dal punto di vista di Dio. Non c’entra nulla.
La diversità delle religioni non è la prova della confusione di Dio, ma la prova cristallina della frammentazione dell’uomo.
È il suono di miliardi di individui spaventati che urlano il proprio nome nel buio, sperando disperatamente che qualcuno risponda.
E quando non risponde nessuno, si inventano un Dio che lo faccia, un Dio che, guarda caso, odia le stesse persone che odiano loro, ama la loro tribù sopra ogni altra e promette loro un posto speciale nell’eternità.
Non c’è un solo Dio e tante religioni.
Ci sono miliardi di persone terrorizzate e un’infinità di maschere che hanno dipinto il vuoto sul volto.
Non accontentarti di ciò che ti è stato raccontato.
Non limitarti a ripetere le parole “sacre” senza conoscerne l’origine.
Osserva ogni testo “sacro”, ad esempio la Bibbia, come una guida simbolica, non come un’ordinanza dogmatica.
Riconosci che siamo stati formati, distrutti, rifatti, che l’intelligenza universale ha sempre parlato in modo plurale e che il nostro compito non è adorare nell’ignoranza, ma partecipare con consapevolezza alla prossima grande svolta dell’umanità.
Quella sarà un’era in cui l’uomo, finalmente, ricorderà il proprio linguaggio stellare, curerà la terra dopo ogni catastrofe e userà la scintilla divina che porta dentro non per dominare e distruggere, ma per creare, amare e risplendere.
Quando comprenderai che i cicli continuano, che gli dei parlano tra loro e che la storia umana è una scuola di anime, allora il sapere si farà saggezza e il divino non sarà più là fuori, ma vivo, presente, vibrante dentro di te.
Alla fine, la vera rivelazione non è nei miracoli descritti, né nei dogmi imposti, ma nella possibilità che ogni essere umano ha di risvegliarsi, di vedere la Bibbia e la storia stessa non come un blocco immobile, ma come una finestra aperta su una eredità profonda, frammentata, disseminata nel tempo e nello spazio.
La vera fede non è cieca.
È il coraggio di interrogare, di scavare, di disfare per poi ricostruire.
Non si tratta di distruggere ciò che ci è stato trasmesso, ma di comprenderlo davvero, non per negare, ma per illuminare.
Ci hanno insegnato a credere senza domandare, a obbedire senza indagare, a venerare senza comprendere.
Ma ora siamo chiamati a qualcosa di diverso: a essere custodi consapevoli di una conoscenza che ci è stata trasmessa, spesso in silenzio, attraverso simboli, parabole, numeri, ripetizioni, nomi ed omissioni.
Perché la Bibbia, come ogni testo “sacro”, è anche ciò che non dice, ciò che allude, ciò che insinua.
Il non detto è spesso più potente del detto.
Quando ci accorgiamo che ogni cultura ha custodito un frammento dello stesso racconto, dai miti di Atlantide alle genealogie Egizie, dalle cosmogonie Maya ai sogni sciamanici dell’Amazzonia, allora comprendiamo che la verità non è un possesso esclusivo, ma un filo sottile che attraversa tutti i popoli e tutti i tempi, un immaginario collettivo, un ricordo condiviso, una nostalgia dell’origine.
Gesù, o Yeshua, lungi dall’essere il fondatore di una religione, ruolo in cui egli stesso si sarebbe disconosciuto, è il simbolo dell’uomo che si cerca, che attraversa i mondi per tornare al cuore, che apprende, dubita, evolve.
È il segno che dentro ognuno di noi vive un principio divino capace di trasformare l’acqua in vino, la paura in forza, la materia in spirito.
Ma solo se ci spingiamo oltre il velo.
Dunque, la domanda che resta, l’unica che davvero conta, non è se i testi siano autentici, o chi li abbia scritti, o quali siano i versetti giusti, o le traduzioni esatte, ma è questa: che cosa ci stai facendo oggi con questo immenso patrimonio, come lo vivi?
Lo ripeti a memoria o lo lasci vibrare dentro di te; lo usi per separarti dagli altri o per riconoscere che siamo tutti parte di uno stesso mistero?
Quando abbandonerai l’illusione di sapere tutto, o che quello che credi di sapere è tutto quello che sai, quando ascolterai, studiando ed imparando, i popoli antichi, i maestri dimenticati, la pietre mute e persino il silenzio che c’è tra un versetto e l’altro, allora capirai che la vera Bibbia non è quella stampata, ma quella scritta nei tuoi sogni, nelle tua domande, nei tuoi dolori e nelle tue rinascite.
Ed è lì, proprio lì, che comincia la tua parte nella grande narrazione del cosmo.
C O N T R O L L O D E L L E C O S C I E N Z E A T T R A V E R S O L A R E P R E S S I O N E S E S S U A L E
È quello che ha messo in atto la Chiesa per molti secoli fino ai giorni nostri.
La repressione sessuale sistematica crea dipendenza psicologica.
Perfino i preti, a cui è imposto il celibato, a partire dal 1073 d.C. per volere di Papa Gregorio VII (Ildebrando di Soana), diventano emotivamente vulnerabili, controllabili, manipolabili.
Coloro che reprimono i desideri naturali del corpo, creano mostri nell’anima.
Il celibato sacerdotale è la prostituzione dell’anima nel nome di Dio.
Creare la malattia e vendere la cura, denunciare, stigmatizzare il problema e presentarsi come soluzione: è il delitto perfetto che diventa benefattore.
La Chiesa ha sequestrato la stessa definizione di spiritualità umana, ha trasformato la repressione in virtù, la sofferenza in santità, la negazione della natura umana in vicinanza a Dio.
Ha fatto credere che reprimere la sessualità rende le persone più spirituali: è la matrice di controllo più sofisticata della storia, perché ha fatto, e fa, sentire in colpa miliardi di persone, per il semplice fatto di essere umane.
L’ipocrisia – perché è di questo che si tratta – non è un difetto del sistema, è il sistema stesso, che funziona perfettamente: libertà sessuale per i vertici, repressione sessuale per i sottoposti ed addetti ai lavori.
Dice Baruch Spinoza: “La Chiesa non salva le anime, le cattura”.
La colpa sessuale è uno strumento di ingegneria sociale per instaurare il tipo di società che serve meglio agli interessi della Chiesa.
Non stanno salvando anime, stanno creando un gregge, una nuova specie di esseri umani, una versione castrata di uomini colpevoli, dipendenti dalla autorità esterna, sottraendo loro qualsiasi sensazione di autostima.
La Chiesa ha creato la più grande prigione mentale della storia, dove i prigionieri chiudono essi stessi le porte dall’interno e buttano via la chiave dalla finestra.
Non si tratta di denaro, non si tratta di potere temporale, ma di qualcosa di molto più ambizioso: creare una versione dell’umanità incapace di autogoverno spirituale e dipendente eternamente dall’autorità esterna, tramite l’osservanza di dettami morali, comportamentali e di pensiero, che si attuano con un automatismo algoritmico.
Usare la repressione sessuale fa frammentare la connessione naturale fra corpo e anima, creando vuoti psicologici che solo l’autorità ecclesiastica può riempire.
Loro sanno che gli esseri umani sessualmente realizzati sono spiritualmente indipendenti, liberi, sono connessi con la propria divinità interna, sono difficili da controllare.
Hanno deciso di rompere questa connessione, ad esempio, di intercettare lo sviluppo spirituale del bambino attraverso la colpa sessuale precoce, di creare dipendenza emotiva cronica attraverso la negazione degli impulsi di connessione umana, di trasformare la naturale autostima in bisogno di convalida esterna costante.
È un manuale per creare schiavitù psicologica in persone che, altrimenti, si sentirebbero libere.
Il progetto della Chiesa non è solo quello di dominare i corpi, ma soprattutto quello di dominare le anime, rendendo impossibile agli esseri umani di accedere alle proprie fonti interiori di valori, di significati, di connessioni col divino.
È il più grande crimine contro la coscienza umana mai documentato.
Ha sequestrato la spiritualità naturale della specie, sostituito l’autenticità divina con la dipendenza istituzionale.
Nei secoli, la Chiesa ha tracciato l’esempio di un sistema di potere che tutti i governi venuti dopo hanno adottato.
Governi che infantilizzano i cittadini con sistemi educativi che distruggono la creatività naturale, con media che coltivano insicurezza costante, con industrie che vendono soluzioni a problemi che esse stesse creano.
Tutti seguono lo stesso schema che la Chiesa ha perfezionato e istituzionalizzato mille anni fa:
Frammentare la connessione interna,
creare dipendenza esterna,
rivendere ciò che è stato sottratto e rubato.
Spinoza si è reso conto che la repressione sessuale sistematica non creava solo dipendenza emotiva, creava disconnessione dall’intuizione naturale, dalla saggezza corporea, dalla capacità di sentire interiormente la verità.
Gli esseri umani sessualmente repressi perdono l’accesso al proprio sistema interno di navigazione spirituale, diventano incapaci di distinguere la verità dalla menzogna, usando le sensazioni corporee dipendenti da autorità esterne per definire la realtà.
È castrazione epistemica, rimozione della capacità naturale di conoscere.
La Chiesa controlla non solo ciò che le persone fanno, controlla come conoscono, come distinguono il reale dal falso, il vero dal bugiardo: è il controllo della stessa percezione della realtà.
Per secoli ha funzionato così bene che, anche oggi, la maggior parte delle persone non si fida della propria intuizione, ha bisogno di specialisti, di autorità, di istituzioni, per convalidare la propria esperienza interna.
Ha scritto Spinoza: “L’unica rivoluzione reale è la rivoluzione della coscienza individuale, contro tutti i sistemi che ci rivendono la nostra stessa divinità”.
Come fare questa rivoluzione?
Ricollegarsi alla saggezza interiore,
fidarsi della propria intuizione spirituale,
smettere di cercare la convalida esterna per le esperienze interne.
La Chiesa ha creato il problema della disconnessione spirituale e vende la soluzione della mediazione divina.
Oggi, la tecnologia crea il problema della disconnessione umana e vende la soluzione della connessione digitale.
Il governo crea il problema della sicurezza sociale e vende la soluzione del controllo esterno e forzoso.
Cosa fare?
Smettere di cercare fuori ciò che può essere trovato solo dentro,
smettere di esternalizzare la nostra connessione con il divino,
smettere di vendere la nostra autonomia spirituale, per promesse di sicurezza esterna.
La rivoluzione deve avvenire nella coscienza individuale.
Loro temono una umanità spiritualmente autonoma, connessa con la saggezza interiore, non manipolabile da autorità esterne.
Non abbiamo bisogno di loro, non avremmo mai dovuto averne, e non ne avremo mai.
Voltaire, pseudonimo di François-Marie Arouet, è stato uno dei pensatori più brillanti, controversi e influenti dell’Illuminismo. Satirico, razionalista, polemico, amava la verità quanto detestava il fanatismo. La sua arma preferita? La parola affilata, una voce che brucia ancora oggi, tagliente come una lama, arguta come una satira, viva come una risata nel mezzo dell’ipocrisia.
Uomo di teatro, romanziere, storico, polemista, intellettuale engagé ante litteram, ha attraversato il Settecento da protagonista e da provocatore. Il suo pensiero è un inno alla libertà di espressione, alla tolleranza religiosa, alla battaglia contro il fanatismo, l’ignoranza e la superstizione. Ma non lo ha fatto con il tono grave del predicatore: ha scelto l’arma dell’ironia, dello sberleffo, dell’intelligenza acuta.
Voltaire non credeva nelle verità assolute, ma nella necessità di interrogare ogni autorità, ogni dogma, ogni certezza comoda. Diceva: “La libertà consiste nel poter dire che due più due fa quattro. Se ciò è concesso, tutto il resto segue.”
Dietro il suo sarcasmo, si nascondeva una visione del mondo umanista e profondamente etica: non basta pensare, bisogna agire, coltivare il proprio giardino, esercitare la ragione come forma di giustizia.
Chi lo legge oggi, scopre un autore che parla alla nostra epoca con una chiarezza disarmante. Che ci ricorda quanto la libertà non sia solo un diritto, ma un dovere di coscienza. E quanto la parola, anche quella più ironica, possa cambiare la storia.
Con i suoi scritti, i suoi pamphlet e le sue lettere, ha scardinato dogmi, smascherato ipocrisie e difeso la libertà di pensiero con un’ironia acuminata ma profonda.
In tempi oscuri, Voltaire ha saputo ridere dell’assurdo senza rinunciare alla lotta: il suo pensiero ci ricorda ancora oggi quanto pensare liberamente sia un atto rivoluzionario.
Curiosità su Voltaire:
Il suo vero nome era François-Marie Arouet. Adottò il nome Voltaire probabilmente anagrammando il cognome Arouet e aggiungendo qualche lettera: era già un personaggio.
Fu imprigionato più volte per le sue parole. Venne incarcerato alla Bastiglia per aver offeso un nobile e poi esiliato: usava la satira come arma politica e intellettuale.
Amava l’Inghilterra (più della Francia). Nel suo “Lettere filosofiche”, elogiò la tolleranza religiosa inglese, scatenando scandalo in patria.
Fu un instancabile epistolare. Scrisse più di 20.000 lettere, corrispondendo con sovrani, filosofi, scienziati e intellettuali di tutta Europa.
Morì da libero pensatore, ma… Non fu sepolto in terra consacrata. I suoi resti furono portati al Panthéon decenni dopo, come simbolo della libertà di pensiero.
Libro consigliato: “Candido, o l’ottimismo”. Una satira pungente e irresistibile sul mondo, sull’illusione della filosofia ottimista, sulla crudeltà umana e sul bisogno di agire, non solo di pensare.
10 Frasi di Voltaire sulla libertà
Voltaire ci insegna che il pensiero è un atto civile. Che la libertà non si eredita: si difende. Che l’ironia è una forma altissima di resistenza, e che coltivare la propria mente è il primo passo per essere davvero liberi. In un mondo ancora pieno di dogmi e chiusure, le sue frasi restano armi leggere e precise: fanno sorridere, pensare, e a volte svegliare.
1.
Non condivido la tua opinione, ma darei la vita perché tu possa esprimerla.
– Attribuita, sintesi del suo pensiero sulla libertà di espressione
Una delle più celebri frasi sull’importanza della tolleranza e del dissenso: la libertà vale più della vittoria.
2.
Dio ha fatto l’uomo a sua immagine, e l’uomo gliel’ha restituita.
– Dizionario filosofico
Una critica lucidissima all’antropocentrismo religioso: creiamo Dio come riflesso dei nostri limiti.
3.
Chi sa parlare bene, pensa bene.
– da Lettere e discorsi
Il linguaggio come strumento di chiarezza mentale e libertà.
4.
Il dubbio non è piacevole, ma la certezza è ridicola.
– Lettere filosofiche
Una lezione di umiltà intellettuale: meglio dubitare che affermare per dogma.
5.
Coltiviamo il nostro giardino.
– Candido
Una delle frasi chiave del pensiero voltairiano: non fuggire nel pensiero astratto, ma agire nel reale.
6.
Ogni uomo è colpevole di tutto il bene che non ha fatto.
– Zadig
La responsabilità morale non è solo evitare il male, ma anche fare il bene quando possiamo.
7.
Il fanatismo è un mostro che osa chiamarsi figlio della religione.
– Trattato sulla tolleranza
Una condanna senza appello: la fede senza ragione è pericolosa.
8.
La superstizione è alla religione ciò che l’astrologia è all’astronomia.
– Dizionario filosofico
La superstizione distorce la fede come l’astrologia distorce la scienza.
9.
La lettura allarga l’anima, e una buona biblioteca è un gran tesoro. – Lettere
La cultura come nutrimento dell’essere, non solo dell’intelletto.
10.
Scrivete solo ciò che vale la pena di essere letto. Fate solo ciò che vale la pena di essere scritto.
– Massima epistolare
Una frase che parla a chi crea: scrivere, vivere e pensare con intenzione.
Tutti hanno il diritto di avere un’opinione, ma questi tutti dovrebbero, al contempo, sentire il dovere di averla informata e verificata.
Questo, purtroppo, non succede sempre, anzi, a ragion veduta, accade che molte delle conoscenze che abbiamo ricevuto, fin dalla tenera età, non sono mai state da noi sottoposte a valutazione e verifica.
L’imprinting delle prime categorie cognitive e mentali, come quelle dei comportamenti morali e sociali dettati da una religione, permane per tanto tempo, diciamo pure per decenni, senza che venga sottoposto ad una revisione critica qualsivoglia e, per effetto della propaganda permanente, viene percepita e passa, più o meno inconsapevolmente, come una verità fondante del nostro stare al mondo.
Il bombardamento quasi ossessivo dell’advertising (lo chiamano De propaganda fide) diventa un lavaggio del cervello al quale, prima o dopo, ci si arrende impotenti e rassegnati.
È come la pubblicità di Poltrone & Sofà, che ti ripete ogni giorno, più volte al giorno, che i loro sono “divani di qualità”. Mentre sappiamo tutti che è una bugia: però, a furia di ripeterlo, diventa uno slogan che passa per verità.
Questo accade per tanti e diversi motivi, come il basso livello culturale, la pigrizia mentale, il clima che si respira in famiglia a seguito di comportamenti esemplari apodittici, la contaminazione sociale di contatto, in ambiente scolastico o nella vita di relazione, il quieto vivere, spesso anche la coercizione e il terrorismo psicologico.
Per moltissimi di noi, la stragrande maggioranza, ciò che ci viene insegnato sin da piccoli rimane l’unica e insindacabile realtà a noi nota, che diventa verità indiscutibile.
Più avanti nel tempo della vita, l’età della ragione porta certe persone, sembra relativamente poche, a chiedersi se quello che hanno appreso come giusto e corretto, sia anche una verità incontestabile per tutti, nel tempo e nello spazio, cioè possa valere per ogni tipo di civiltà sulla terra e se possa restare immutabile nel tempo, perché universale e assoluta.
E qui casca l’asino.
La dicotomia fra fede e ragione ha alimentato diatribe senza fine in 2500 anni di storia della filosofia, ma anche, e soprattutto, nelle relazioni quotidiane delle persone.
Alla luce di una serie di constatazioni semplici, pacate, di buon senso e in armonia con la logica, posso affermare, per quanto riguarda me e il mio pensiero, che la realtà del mio vissuto non si sovrappone ai dettami di quanto mi è stato inculcato: ho onestamente constatato che le verità che ho imparato con l’esperienza della vita, con gli studi che mi hanno sempre sostenuto e mi stanno ancora arricchendo, sono altre e di diversa matrice.
Ed ho trovato una mia serenità, direi quasi una felicità, nel riconoscere di sentirmi bene e in armonia con questa constatazione: mi percepisco in pace con me stesso e con la mia coscienza di essere umano senziente e pensante.
Mi sono posto tante, tantissime domande.
So che troppa gente, aprioristicamente, non lo fa.
Molti per scelta consapevole, molti altri per ipocrisia.
Devo citare Friederick Nietzsche perché è, sull’argomento, di una icasticità disarmante:
“Molte persone preferiscono non conoscere la verità, perché temono che le loro illusioni vengano distrutte”.
Mi permetto di fare un’affermazione sibillina e forse anche antipatica: è comodo, troppo comodo, oserei dire quasi vigliacco, accettare acriticamente per vero quello che ci viene propinato, solo perché lo hanno sempre fatto tutti.
Si tratta di fatti, comportamenti, ragionamenti già applicati, vissuti, collaudati da tanti altri e per tanto tempo e, per ciò stesso, dovrebbero essere veri e buoni, anche se si riferiscono a diverse realtà spazio – temporali.
Però, andarlo a verificare può risultare difficoltoso, a volte, o addirittura spesso, deludente, magari anche inquietante e allarmante: non è un processo agevole e può generare repulsione e rigetto.
Meglio accettare tutto con il beneficio d’inventario e non andare a spulciare troppo, perchè non si sa mai cosa ci si trova sotto.
La mia onestà intellettuale mi impedisce di adagiarmi supinamente su un morbido letto già predisposto e garantito come comodo e confortevole.
Meno che mai se mi viene imposto coattivamente.
Quello che è più gravoso da sopportare, per il cervello umano, non è il dolore, bensì il dubbio.
Il dubbio è un tarlo che non lascia il cervello in pace, un assillo fastidioso di fondo che genera inquietudine mentale, ansia esistenziale, stress emotivo che non si risolve mai: ecco perché il cervello ha bisogno di certezze.
Se la mente fresca e giovane del bambino è bombardata dai precetti monocordi e assillanti di chi lo accudisce, perché rispondono ai criteri di vita e del diffuso sentire delle entità sociali (famiglia e comunità di appartenenza), per essa l’apprendimento, il comportamento, l’esempio e gli interventi correttivi, diventano uno stile di vita e di pensiero.
In questo modo, la società nel suo complesso, e la religiosità in particolare come ispiratrice, si assicurano di controllare la coscienza del nuovo adepto, formandolo e trasformandolo in un loro rispettoso accolito: difenderanno se stesse, la loro sequenzialità e il perdurare della loro esistenza nel tempo, plasmando la “tabula rasa” del soggetto aspirante, consapevole o meno, all’inserimento fideistico e sociale.
E pretendono di essere e di rimanere come unica e indiscutibile fonte di attendibiltà.
Esse si presentano come verità assoluta: legge sociale, civile, morale e religiosa.
Ma le etnie, le civiltà, le comunità, le popolazioni, con le loro religioni e le loro politiche, sono tante e non c’è uniformità nelle loro regole di vita: ognuna ha sue sacrosante abitudini, consuetudini di pensiero e di comportamento, per cui spesso confliggono fra loro.
Mi pare evidente che non esiste una verità sola, perché tante, troppe, e troppo diverse sono le parti in gioco, ognuna pretendente a detenere l’esclusività della interpretazione unica e corretta della verità stessa.
Quindi non mi si venga a dire che un criterio di vita, uno stile di comportamento, una espressione di pensiero siano più veri e fondati di un qualunque altro o, men che mai, interpretazione unica o univoca della realtà.
Per inciso, viene trascurata e messa in secondo piano la forza ispiratrice della natura, che regola, invece, tutto il resto del creato, che non è sottomessa al volere e al discernimento dell’uomo, come essere portatore di pensiero.
Stiamo vedendo in questi tempi come la natura si sta ribellando allo strazio, che di essa sta facendo l’uomo che, per il suo maldestro e sciagurato egoismo, la prostituisce al proprio scriteriato sfruttamento.
Nessuno possiede e detiene la verità sulla terra e chi afferma di esserne l’interprete privilegiato è un folle.
Anzi, se non è un malfattore pericoloso, certamente è un manipolatore che si propone di turlupinare la gente al solo scopo di gestire un potere che non merita e che non gli appartiene.
“Sapere è scienza, credere di sapere è ignoranza” diceva Ippocrate, con un aforisma che ho fatto mio.
Questo mio modo di argomentare viene anatemizzato dalla Chiesa Cattolica con il termine di “relativismo” e viene bannato e condannato all’ignominia.
Perché della verità essa si considera portatrice unica e indiscutibile.
Mezzo millennio fa, chi dissentiva pubblicamente rispetto a questa dogmaticità teoretica, veniva processato per eresia, torturato sadicamente e condannato spesso al rogo.
Io mi colloco all’estremo opposto di questa posizione: preferisco di gran lunga il pavido e tremebondo dubbio della ragione alle tetragone e incrollabili certezze della fede.
La certezza della fede è, a sua volta, una contraddizione in termini, un ossimoro: è come dire “ghiaccio bollente” o “silenzio assordante”.
Ci sono due categorie di pensiero umano sulla terra: ci sono le persone che preferiscono conoscere e le persone che preferiscono credere.
Ben si capisce a quale delle due appartiene il sottoscritto.
Ma rilevo che ci sono eserciti di esseri umani che scelgono di portare il proprio cervello all’ammasso, piuttosto che dedicarsi ad una faticosa opera di ricerca di una verità che non si troverà mai, perché è sempre in divenire e continuamente, costantemente muta, cambia, si trasforma, si aggiorna.
Che senso ha cercare una verità che non esiste mai come forma definita e certa?
Questa è la vera regola naturale: la realtà è “gattopardesca” per diventare verità.
La natura cambia sempre per continuare ad esistere sempre, nelle mutazioni, negli adattamenti, nei cambiamenti.
“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi” dice Tancredi Falconeri, al momento del saluto con lo zio, il Principe di Salina, ne “Il gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Ecco lo scopo: la prosecuzione dell’esistenza in vita, l’autoconservazione.
Non è la meta il senso della vita, ma il viaggio.
Il massimo che possiamo avere da un viaggio di vita non è il raggiungimento di un punto di arrivo, che è la morte, ma il godere di una situazione e condizione confortevoli durante il percorso.
Rassegnamoci e accontentiamoci di questo. Tutto il resto è opinabile e …. mistificatorio.
Chi ci deruba di questa legittima e naturale aspirazione, per prostituirla a convinzioni e regole calate dall’alto in nome di principi prescritti e imposti da una autorità superiore che, lungi dall’essere certa e indiscutibile, riconosce loro la facoltà di gestire le menti e le cose terrene, sta esercitando un potere autoreferenziale, fine a se stesso.
Noi lo riconosciamo solo se, consapevolmente o supinamente, lo accettiamo.
A mo’ di unico esempio, mi permetto di sottoporre a chi vuole intendere obiettivamente, una constatazione che proviene da un dato di fatto, ma che trova diverse interpretazioni da parte di tre punti di vista, avendo ciascuno di essi ben presente il proprio partigiano vantaggio.
Enunciazione del fatto: oggi, anno 2025, vivono e respirano sulla terra oltre 8 miliardi di esseri umani.
Non tengo in considerazione il numero di altri esseri viventi come gli animali e, men che meno, le piante, che pure hanno un loro ruolo.
Sappiamo quanti erano gli abitanti, esseri umani, sulla terra all’inizio del’900, ovvero poco più di un secolo fa?
Erano, ed è un altro dato inconfutabile, 1,6 miliardi di persone.
Questo vuol dire che, in 125 anni, il numero degli abitanti umani della terra è aumentato di 5 volte.
Chi vuole approfondire questo argomento legga il Numero2535. che parla di SOVRAPPOPOLAZIONE.
Altro dato di fatto inconfutabile: si definiscono “gas serra” i gas nell’atmosfera che incidono sul bilancio energetico del pianeta. Questi gas generano il cosiddetto “effetto serra”.
I principali “gas serra” sono: il biossido di carbonio (o anidride carbonica) CO2, il metano e il protossido di azoto.
Parlo solo del primo, il più importante: sentiamo spesso imputare, quasi esclusivamente, all’anidride carbonica i disastri ambientali, cui assistiamo impotenti, ultimamente, e alle sostanze naturali ma soprattutto artificiali che la provocano, come prodotto della loro combustione, ovvero il carbone, il gas e il petrolio con i suoi derivati usati per la produzione di energia motrice e di illumunazione, per il trasporto e per il riscaldamento. Derivati dal petrolio sono anche i prodotti “plastici” anch’essi causa di inquinamento ambientale.
Ma avete mai sentito parlare dell’uomo come inquinatore del nostro pianeta?
Intendo l’uomo come essere vivente che respira e non solo come produttore e consumatore di sostanze inquinanti?
In merito alla sua figura sulla quale sto puntando il mio riflettore, tre sono le diverse valutazioni che trovano campo di diffusione e propaganda con sottolineature contrastanti, divergenti e, a volte, truffaldine.
Cosa dice la natura?
Oltre che l’utilizzo indiscriminato delle fonti inquinanti, deve essere limitato e, se possibile, diminuito gradualmente, anche il numero degli abitanti della terra, perché sono i più grandi inquinatori, come emettitori di anidride carbonica con la respirazione, oltre che essere utilizzatori spreconi delle risorse energetiche ambientali.
Cosa dice il mondo della scienza, delle tecnologie e delle economie di sfruttamento?
L’utilizzo delle fonti ergetiche non rinnovabili e non sostenibili, quali sono quelle ancora più universalmente diffuse, non va ridotto o eliminato perché sono sempre quelle più vantaggiose e sfruttabili. Quanto al numero degli abitanti della terra, secondo la legge del mercato, non andrebbe ridotto perchè la prolificazione aumenterebbe la platea della domanda di utilizzo e quindi manterrebbe in essere l’offerta dei produttori.
Cosa dice l’ambientalismo e, in particolare, le scuole di pensiero che si rifanno ai dettami moralistici delle religioni?
Bisogna ridurre ed eliminare tutte le produzioni di fonti energetiche inquinanti (nucleare, carbone, petrolio, gas ecc.) e sostituirle con altre fonti ecosostenibili (eoliche, solari, fluviali, marine ecc.), ma nulla si deve fare contro la vita umana che è sacra.
Perché sacra? In nome di una incartapecorita interpretazione della Bibbia, là dove Iahveh benedisse Noè e i suoi figli e disse loro: “Crescete, moltiplicatevi e riempite la terra”.
E questo dovrebbe valere ancora oggi per tutti?
Ma la Bibbia era considerata, e lo è ancora, la volontà scritta di Dio, la sua verità rivelata.
Peccato che a scriverla siano stati degli uomini, secondo il sapere del loro tempo di tantissimi secoli fa.
Non esistono verità sacre ed immutabili: oggi le condizioni sono cambiate.
Non solo le condizioni ambientali di vita, ma anche le facoltà mentali, le discrezionalità, la cultura esperienziale degli uomini sulla terra sono ora in grado di ragionare in difformità con fisime mentali fideistiche che, a ragion veduta, sembrano e sono ridicole.
E poi, a mio personale parere, parlando di “antiche credenze”, quelle della Bibbia sono state, restano e valgono come tali per moltissime persone, mentre per me sono solo dei mobili d’arredamento antiquario, se mi si permette la battuta.
Non ci azzeccano un bel nulla con il pensiero moderno e le conoscenze che oggi abbiamo tutti, a differenza di un tempo quando l’ignoranza e la credulità erano generali e diffuse.
Ribadisco ancora una volta che la verità va aggiornata costantemente a seconda dei mutamenti della realtà della natura e degli uomini e non può restare stereotipata e immodificabile, per i dettami dogmatici delle religioni.
La verità della fede è una contraddizione in termini.
La fede crede, la verità sa, e io non credo in ciò che so: lo so e basta, e se qualcosa la so, non la credo, non ce n’è bisogno.
Verità e fede sono due categorie mentali inconciliabili.
La fede ha a che fare con le cose invisibili: perciò non si sanno.
La filosofia, che significa “amore per il sapere”, si occupa della verità: non la sa ma, umilmente, la cerca.
La morale è fatta per gli uomini e non gli uomini per la morale.
Nelle prime versioni della Bibbia non c’è un vero aldilà. Le ricompense di Dio vengono date in vita, tra le quali c’è appunto anche una vita lunga. Il più famoso di questi personaggi è Matusalemme, cui Dio diede 900 anni di vita, ma ce ne sono anche altri.
Per cui all’inizio, non c’era un aldilà.
finché tu ritorni nella terra donde fosti tratto; perché sei polvere, e in polvere ritornerai’.
Genesi, 3,19
Dopodiché quando nella cultura ebraica si parla di aldilà, si parla dello Sheol, che però è ben lontano dal concetto attuale di paradiso, e più a quello greco di Ade, degli inferi.
Lo Sheol, come l’Ade, è un luogo né per buoni né per cattivi, ma popolato da ombre, assolutamente non da preferire alla vita terrena. Era solo il luogo dove si riunivano le ombre dei defunti.
Esattamente come nella Grecia antica, quando Ulisse incontra l’ombra di Achille, e non lo trova in un luogo con connotazioni morali.
Poi col passare del tempo, e con l’evidenza che non sempre in vita i giusti vengono premiati e i malvagi punirti, anzi spesso è il contrario, si è iniziato a immaginare l’esistenza di destinazioni diverse, per le anime dei giusti e degli empi.
Ed ecco nascere i concetti di paradiso e inferno.
Ma questo non nasce all’interno della Bibbia, ma prende influenze esterne. Considera che quando la Bibbia parla di paradiso, normalmente si riferisce al giardino dell’Eden e non all’aldilà. Dunque da dove viene questo concetto?
In parte da influenze greco romane: sarà in questo ambito che nasce un importante concetto di aldilà positivo nei campi Elisi.
In parte, dalle influenze Zoroastriane subite durante l’esilio babilonese. Il zoroastrismo ha una influenza molto importante, introducendo il suo manicheismo, cioè il dualismo tra bene e male, che noi immaginiamo ad esempio quando pensiamo al conflitto tra dio e il diavolo, impensabile (e irrazionale oserei dire) nelle prime versioni della Bibbia, dove non solo Satana lavora per dio (come nella storia di Giobbe), ma comunque dove un angelo dovrebbe essere una forza paritetica rispetto a dio, non certo in grado di influenzare il mondo.
E assieme a questi concetti, si importò anche il concetto di inferno e paradiso.
Nota importante: Gesù Cristo non parlava di nessuno dei due. Gesù parlava della imminente resurrezione materiale dei corpi di tutti i morti alla fine dei tempi (sottolineo: fine dei tempi imminente secondo Gesù).
In verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non gusteranno la morte prima di aver visto il Figlio dell’uomo venire nel suo regno.
Matteo 16,28
Ed ecco che tecnicamente i cristiani credono in questo, nella resurrezione di tutti i morti qui sulla terra, non tanto nell’aldilà. Tant’è che fa anche parte del Credo, professione di fede che si recita in ogni messa
Aspetto la risurrezione dei morti
e la vita del mondo che verrà.
Amen.
Anzi, i cristiani dovrebbero credere in questo, perché poi invece ci mescolano (col loro grande amore per le contraddizioni) proprio concetti complessi come Paradiso, Inferno, Purgatorio e Limbo? Concetti che si appellano a dubbie frasi bibliche, ma che tecnicamente sono stati elaborati a posteriori, specie poi nel Medioevo in cui il purgatorio era un luogo fondamentale.
Poi aldilà e risurrezione si fondono dicendo che i vari luoghi dell’aldilà non sono definitivi, ma sono i luoghi dove si attende la risurrezione e il giudizio universale.
Tornando dunque alla domanda, fatta la doverosa premessa che per chi non crede la domanda è malposta, visto che tutta la Bibbia è una invenzione umana indipendentemente dai valori storico letterari della stessa, Paradiso e Inferno non nascono solo dalla paura della morte, quanto dal volere in qualche modo cercare una giustizia ultraterrena che risolva i problemi di un mondo terreno chiaramente ingiusto.
Questo è uno dei pensieri controcorrente di questo martire dell’umanità.
QUI DI SEGUITO ALCUNI SUOI RAGIONAMENTI
1 Smetti di lottare contro l’inevitabile.
L’universo segue le proprie leggi e la nostra frustrazione nasce dal non comprenderle o dal desiderare che siano diverse.
2 La libertà non consiste nel fare ciò che vogliamo, ma nel comprendere perché vogliamo ciò che vogliamo.
La persona libera non è quella che fa ciò che le pare, ma quella che agisce sulla base della conoscenza e non della reazione automatica.
Chi non conosce se stesso non è libero.
3 La felicità non si trova all’esterno, ma nella chiarezza interiore.
La nostra felicità non si basa su ciò che possediamo, ma su come comprendiamo la nostra stessa esistenza.
4 L’amore basato sulla dipendenza non è amore ma schiavitù.
L’amore è una forza che deve nascere dalla comprensione e non dal possesso.
Amare non è cercare nell’altro ciò che ci manca, ma condividere con lui ciò che già siamo.
La vera connessione con un altro essere umano non si fonda sul bisogno ma sulla libertà.
Nessuno può completare nessuno, perché nessuna relazione può riempire il vuoto di chi non ha imparato a stare in pace con se stesso.
L’amore più forte non è quello che nasce dalla paura della solitudine, ma quello che si dona senza pretese, senza l’ossessione di trattenere o l’angoscia di perdere.
Amare è comprendere e comprendere è accettare che l’altro non ci appartiene.
5 La paura è la radice della schiavitù, sia mentale che emotiva.
Temiamo il futuro, l’opinione degli altri, il dolore, la morte.
Ogni paura nasce dall’ignoranza.
La paura non può esistere senza la speranza, né la speranza senza la paura.
Finché continueremo a sperare che il mondo funzioni come vogliamo, la paura continuerà a governare le nostre vite.
Il potere che la paura esercita su di noi dipende dal fatto che ci fa credere di non avere controllo sulla nostra esistenza, ci spinge a cercare salvatori, guide, autorità esterne che ci dicano cosa fare e cosa pensare.
Per questo la paura è lo strumento più efficace per la manipolazione.
Chi controlla la paura della gente ne controlla anche la volontà.
I governi, le religioni, i sistemi di potere hanno usato la paura per mantenere le persone nella sottomissione, facendo loro credere di aver bisogno di essere protette da minacce che spesso nemmeno comprendono.
Ma chi capisce la natura della paura smette di essere schiavo.
Si tratta di non lasciarsi governare da ciò che non possiamo controllare.
La paura ci fa vedere problemi dove non ci sono, ci obbliga a vivere in un’ansia costante per cose che, forse, non accadranno mai.
L’unico modo per superare la paura è la conoscenza.
Quando la paura smette di esercitare il suo dominio, la libertà diventa un ideale vicino ed un modo nuovo di vivere.
6 Il pensiero razionale è l’unica via verso la vera libertà.
La maggior parte delle persone crede di essere libera perché può scegliere fra diverse opzioni.
Ma questa è un’illusione.
Non è libero chi agisce per impulso, chi si lascia trascinare dalle emozioni o dalle aspettative degli altri.
La libertà autentica non è fare ciò che vogliamo in un determinato momento, ma comprendere perché vogliamo ciò che vogliamo e decidere con chiarezza.
Un uomo è libero nella misura in cui vive secondo ragione.
Non significa che la ragione debba annullare le emozioni, ma che queste non devono governarci senza la nostra comprensione.
Il problema è che molti confondono la propria libertà con la soddisfazione immediata dei propri desideri.
La persona veramente libera non è quella che segue ogni impulso, ma quella che ha compreso la natura dei propri pensieri.
La rabbia, l’invidia, l’avidità, l’attaccamento incontrollato, tutte queste emozioni che ci imprigionano sono ostacoli alla libertà, non perché siano cattive in sé, ma perché offuscano il nostro giudizio e ci rendono schiavi di reazioni automatiche.
La ragione non è fredda o priva di umanità, ma è il cammino che ci permette di agire in funzione di ciò che è realmente benefico per noi.
Questo consiglio non significa che dobbiamo essere completamente razionali in ogni momento, ma che la ragione deve essere la nostra guida.
Quanto più comprendiamo il mondo e la nostra natura, tanto meno dipendiamo da illusioni e false aspettative.
La libertà non è vivere senza regole, ma vivere con comprensione e chi ha raggiunto questo stato non è più prigioniero del proprio ambiente, perché ha trovato dentro di sé la fonte del proprio potere.
7 La pace interiore si trova nell’armonia con la natura, non nel senso di ritirarsi nei boschi, o di disconnettersi dal mondo, ma nell’accettare che siamo parte di un tutto più grande che non possiamo controllare.
L’uomo libero non pensa a nulla meno che alla morte e la sua saggezza è una meditazione non sulla morte ma sulla vita.
Non ha senso vivere nella paura del destino, della perdita, del cambiamento.
La natura segue il suo corso, con o senza la nostra approvazione e, prima lo comprendiamo, prima possiamo vivere senza angoscia.
Questa visione è radicalmente diversa da altre filosofie che cercano la felicità in ideali irraggiungibili o in promesse di un’altra vita.
Il senso dell’esistenza non sta in ciò che speriamo ma in ciò che già è.
La gioia non è una meta futura, ma uno stato che nasce quando smettiamo di lottare contro l’inevitabile.
Non è l’assenza di problemi a darci serenità, ma la comprensione che la nostra sofferenza nasce dalla nostra resistenza ad accettare la realtà.
Chi comprende questo non vede più la vita come un campo di battaglia, ma come l’espressione della natura che, semplicemente, è.
Non è una strada facile, non ci sono promesse di un conforto immediato.
Ci vuole un cambiamento profondo nel nostro modo di vedere il mondo.
Ma chi lo comprende, scopre qualcosa che pochi riescono a trovare, una libertà che non dipende da nulla di esterno, una felicità che non si spezza con le circostanze, una vita in cui non si cerca più di fuggire dal presente, ma di abitarlo e viverlo in totale chiarezza e pienezza.
E, forse, dopo tutto, questa è forse l’unica vera maniera di superare la paura, il dubbio e la sofferenza.
Non è tutto qui il pensiero di Spinoza: ci sono molti altri argomenti di carattere teologico, metafisico e fideistico che hanno fatto sollevare contro di lui tutta la comunità ebraica olandese, portatrice e custode dei dogmatismi ancestrali di quella religione.
Per aver detto le cose sopra scritte e per le sue posizioni contrarie alle istituzioni religiose ebraiche, tale e tanto era il livore che nutrivano i suoi correligionari nei suoi confronti che le autorità religiose formularono un anatema spaventoso contro di lui, una scomunica che è qui sotto riportata.
“Secondo la decisione degli angeli e del giudizio dei santi,
bandiamo, scomunichiamo, malediciamo e cacciamo Baruch de Espinoza.
Sia maledetto nel giorno, sia maledetto nella notte, sia maledetto quando si posa, sia maledetto quando si leva, sia maledetto se esce, sia maledetto se entra.
Che Dio mai lo perdoni.
L’ira e il furor di Dio si infiammino contro quest’uomo e riversino su di lui tutte le maledizioni che stanno scritte nel libro della legge.
Si cancelli il suo nome sotto il cielo.
Che Dio lo recida, per il suo tormento, dal ceppo di Israele, con tutte le maledizioni che stanno scritte nel libro della legge.
Noi ordiniamo che nessuno abbia rapporti orali o scritti con lui, che nessuno lo soccorra, che nessuno rimanga con lui sotto il suo tetto, che nessuno gli si avvicini a meno di 4 passi, che nessuno legga alcuno scritto redatto o pubblicato da lui.”