Numero3813.

 

DIFESE  DELLA  FEDE.

 

Certe difese della fede spesso cominciano promettendo di usare la ragione e finiscono, abbastanza sorprendentemente, per chiederti di accettare, come premessa, proprio quello che avrebbero dovuto dimostrare.

“Credo quia absurdum” diceva Tertulliano: “Credo perché è assurdo”.

È un spiegazione razionale? Non lo è.

“Fides qaerens intellectum” diceva Sant’Anselmo d’Aosta: “La fede che cerca la comprensione”.

È una giustificazione plausibile? Non lo è.

Dire che una fede è razionale non è una dimostrazione, è una dichiarazione.

Ogni religione afferma che la propria visione è quella giusta.

Perché proprio noi, cristiani, avremmo azzeccata quella vera?

La risposta della Chiesa è: “Perché l’uomo ha un desiderio di assoluto”. E quindi è un animale divino.

Perché?

Perché, se io desidero qualcosa, quella cosa deve esistere necessariamente?

Se io desidero essere immortale, ne consegue che io sarei immortale?

Desidero un mondo senza ingiustizie, ma questo non rende il mondo giusto.

Il desiderio non è una prova dell’esistenza dell’oggetto desiderato.

Allora ecco che compare “Homo capax dei”, “l’uomo è capace di Dio” cioè lo contiene.

Ma questa affermazione non dimostra che Dio esiste.

E, comunque, “Homo capax dei” è una categoria teologica e non può diventare una prova indipendente ed obiettiva dell’esistenza di Dio, solo perché la teologia la considera vera.

Perché esiste Dio?

Risposta: Perché l’uomo è fatto per Dio.

E come lo sappiamo?

Perché Dio esiste.

Il serpente si morde la coda.

“Perché dovrei pensare che il Cristianesimo sia vero?” si chiede l’uomo obiettivo.

Risposta: “Perché Dio si è incarnato nel Cristianesimo”.

E come faccio a sapere che Dio sia incarnato?

Silenzio.

Perchè questo è esattamente ciò che bisogna dimostrare e che il Cristianesimo non dimostra. Lo afferma, ma non lo dimostra.

Non puoi utilizzare come prova la stessa proposizione che l’interlocutore ti sta chiedendo di dimostrare.

“Il Cristianesimo è vero perché Gesù è Dio”.

“E perché Gesù è Dio?”.

Perché il Cristianesimo è vero.

Questo non è un argomento, né una dimostrazione: è un girotondo.

In logica (una branca della filosofia e del pensiero) è una “petizione di principio”.

È la conclusione che si traveste da premessa.

Gesù è storicamente esistito. Bene.

Ma dire che Gesù si è incarnato è una proposizione teologica. Dire che è risorto è una proposizione teologica fondata su interpretazione di eventi descritti e riportati da chi non ne è stato testimone diretto.

Dire che è una rivelazione di Dio è una proposizione teologica.

L’interpretazione cristiana di Gesù non viene dimostrata dal fatto che sia esistito.

I criteri della dimostrazione non devono essere interni alla religione che stiamo cercando di fondare o  solo dimostrare come vera.

Poi arriva la crocefissione.

“Gesù muore per mostrarci che l’onnipotenza di Dio coincide con l’amore”.

È un bellissima interpretazione teologica, ma resta una interpretazione.

Il fatto che Gesù sia morto crocifisso non contiene automaticamente il messaggio: “Dio è amore”.

Quella è l’interpretazione cristiana dell’evento e perché dovremmo accettarla è tutto da dimostrare.

 

da YouTube

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Numero3810.

 

UN  ALTRO  GESU’

 

Per quasi 2000 anni i cristiani hanno ascoltato la stessa storia: Gesù risorge, appare ai suoi discepoli e poi ascende al cielo.

È così che la maggior parte delle Bibbie termina, ma c’è una verità che pochi hanno osato raccontare.

Un’altra versione nascosta per secoli tra le montagne dell’Etiopia, custodita in silenzio da monaci che hanno preferito la verità alla fama.

In quei manoscritti antichi, fuori dall’influenza di Roma, la storia non si ferma all’ascensione. Gesù non scompare nel cielo, rimane, parla, rivela.

Nei testi etiopi il Cristo risorto non è più soltanto maestro o profeta, è il re del cielo e della terra che consegna ai suoi discepoli le ultime parole, quelle mai canonizzate, quelle che avrebbero cambiato tutto.

Parla di un regno che non si costruisce con le spade, ma con il fuoco dello spirito. Avverte che un giorno molti pronunceranno il suo nome, ma pochi ascolteranno la sua voce.

Dice, “Verrà un tempo in cui gli uomini edificheranno templi d’oro, ma dimenticheranno il tempio dell’anima”.

Queste non sono semplici parole antiche, sono un avvertimento, un richiamo e oggi più che mai sembrano parlare direttamente a noi.

Vuoi sapere cosa Gesù rivelò davvero dopo la resurrezione?

Allora ascolta attentamente, perché da qui inizia la storia mai raccontata.

Mentre in Occidente la fede si organizzava tra concili, potere e dottrine, in una terra lontana, lontana dagli occhi di Roma, qualcosa di straordinario veniva custodito in silenzio.

L’Etiopia, una delle più antiche nazioni cristiane del mondo, non solo ricevette il Vangelo, ma lo preservò in una forma che nessun altro possedeva. Nel cuore dei suoi monasteri, tra pergamene ingiallite e preghiere sussurrate, venne tramandata una rivelazione che l’occidente non osò canonizzare. Lì, tra le montagne di Lali Libela e le biblioteche di Axum, sopravvive ancora oggi uno dei più grandi canoni biblici del pianeta: 81 libri in totale, non 66 come nelle Bibbie occidentali, 81. E tra questi si trovano testi dimenticati, scritti che raccontano ciò che accadde dopo la resurrezione.

Il più misterioso tra essi è chiamato il “Libro dell’Alleanza”, un testo apocrifo, ma considerato sacro dalla Chiesa ortodossa Etiope. In esso si trovano le parole che Gesù avrebbe pronunciato ai suoi discepoli dopo essere risorto, prima di ascendere definitivamente al Padre.

Non sono parabole. Non sono ricordi, sono comandi, rivelazioni, avvertimenti per il futuro.

I monaci li trascrivevano a mano, secolo dopo secolo, consapevoli che quelle parole erano un fuoco che non doveva spegnersi, un fuoco che oggi, dopo quasi 2000 anni, torna a brillare, perché in quelle frasi dimenticate Gesù non parla del passato, parla del nostro tempo. Nel “Libro dell’Alleanza” Gesù non parla più come un maestro terreno. La sua voce è quella del re risorto che domina il cielo e la terra. Non consola soltanto, comanda, non spiega soltanto, rivela. Ai suoi discepoli dice: “Andate nel mondo e costruite il regno, non con la spada né con il fuoco, ma con il fuoco dello spirito”.

Non chiede rituali, ma trasformazione interiore. Non chiede templi, ma cuori puri.

Li avverte: “Verrà un tempo in cui la mia parola sarà corrotta. Molti parleranno nel mio nome, ma pochi porteranno la mia verità”.

È un monito che sembra scritto per i nostri giorni. Gesù descrive uomini che pregheranno con le labbra, ma non con il cuore. Popoli che costruiranno chiese di pietra e dimenticheranno il tempio dell’anima.

Dice: “Ci sarà un tempo di oscurità quando il mio popolo non riconoscerà più la mia voce”.

In quelle righe la sua voce non è dolce, è tagliente come una spada. smaschera l’ipocrisia, il potere, la vanità di chi usa il nome di Dio per dominare gli altri.

Eppure, tra le righe più dure si nasconde una promessa luminosa.

Beati coloro che soffrono in silenzio per il mio nome, perché io sono con loro nei luoghi che nessun uomo vede.

Non è il Gesù delle citazioni moderne, è il Gesù che cammina con gli invisibili, che ascolta il dolore segreto, che abbraccia chi è dimenticato. Parla di un regno che nasce dal silenzio e dalla compassione. E quelle parole conservate dai monaci etiopi per secoli non sono solo memoria, sono profezia e come ogni profezia attendono il loro compimento. Nei testi etiopi Gesù non parla solo ai discepoli di allora, parla ai discepoli di oggi.

Dice che prima del suo ritorno il mondo avrebbe attraversato un tempo di grande confusione, un’epoca in cui la verità sarebbe stata scambiata per menzogna e la menzogna venerata come verità.

“Ci saranno guerre tra le nazion, – dice – e le case dei giusti cadranno per mano degli empi. Le famiglie si divideranno, i cuori si raffredderanno e molti si diranno miei, ma non mi riconosceranno più”.

Ogni parola sembra risuonare nel presente.

Viviamo in un tempo in cui l’uomo è più connesso che mai, eppure più solo che mai, dove l’immagine ha preso il posto della fede e l’apparenza ha sostituito la sostanza.

Il Cristo del “Libro dell’Alleanza” non parla di catastrofi cosmiche, ma di un’eclissi interiore. Dice: “L’oscurità cadrà non quando il sole si spegnerà, ma quando il mio popolo smetterà di ascoltare la mia voce”.

È una profezia silenziosa, ma terribilmente precisa, perché oggi milioni pronunciano il suo nome, ma pochi lo vivono nel cuore. E forse è proprio questo il tempo di tenebra di cui parlava, un’epoca dove Dio non è scomparso: siamo noi ad esserci allontanati.

Ma le antiche scritture Etiopi aggiungono qualcosa di sorprendente.

Quando tutto sembrerà perduto, la voce dello Spirito tornerà a farsi sentire e non verrà da dove il mondo si aspetta.

Perché allora queste parole non compaiono nelle nostre Bibbie? Perché la voce del Cristo risorto, quella che invitava alla libertà dello spirito, è stata messa a tacere?

Le antiche cronache Etiopi sussurrano tre motivi.

Il primo è il controllo politico. Roma desiderava un canone ordinato senza ombre, senza domande, un Vangelo che potesse unire i popoli, ma anche mantenerli obbedienti.

Le parole che parlavano di un regno interiore erano troppo pericolose.

Insegnavano la libertà dell’anima, non la sottomissione al potere.

Il secondo motivo è la paura del mistero. I testi etiopi traboccano di visioni, angeli, demoni, battaglie invisibili. Una fede viva, non teorica, troppo selvaggia per la mente razionale dell’occidente.

E il terzo è la paura della verità. Perché se il popolo avesse ascoltato il Cristo del “Libro dell’Alleanza”, non avrebbe più cercato Dio nei palazzi o nelle gerarchie, ma nel silenzio del proprio cuore.

E un popolo che ascolta Dio senza mediatori, è un popolo che non si lascia dominare.

Così lentamente quella voce fu rimossa, riscritta, coperta da secoli di teologia e potere, ma non fu mai spenta perché, come dice uno di quegli antichi frammenti: “La mia parola sarà riscritta, il mio volto ridipinto, il mio nome venduto, ma chi mi cerca nello spirito mi troverà ancora”.

I monaci etiopi scrivevano che negli ultimi giorni la voce del Cristo sarebbe tornata a parlare non dai troni, non dalle città d’oro, ma dai luoghi dimenticati.

Dice il testo: “Nell’ora della confusione la mia voce sorgerà dai deserti, dalle montagne, dai figli degli schiavi. Il mio spirito parlerà ancora e coloro che avranno orecchi lo udranno.”

È un’immagine potente. Gesù che non parla attraverso le istituzioni, ma attraverso il vento del deserto, la voce degli umili, la fede dei piccoli. Il suo messaggio non appartiene ai palazzi, ai rituali, ma alle anime che soffrono in silenzio. Non parla ai superbi, ma a chi piange, non ai potenti, ma a chi crede anche quando tutto sembra perduto. Forse è proprio lì che la sua voce risuona ancora oggi, nelle madri che pregano in silenzio per i figli, nei poveri che condividono quel poco che hanno, negli uomini e nelle donne che, senza titoli né potere vivono secondo la coscienza e l’amore.

E così ciò che Roma ha dimenticato, l’Etiopia ha custodito. Ciò che il mondo ha sepolto, Gesù sta facendo risorgere. La voce del Cristo non può essere messa a tacere perché non appartiene al tempo, ma all’eternità. E quella voce ancora una volta ci chiama per nome. Alla fine di tutti quei testi antichi resta un’unica verità. La parola di Gesù non è mai stata prigioniera della storia, è viva, respira nei secoli e ritorna ogni volta che un cuore sincero la cerca senza paura.

Il Cristo dell’Etiopia non è un’idea né un simbolo. È il Cristo nascosto, quello che cammina con chi non ha voce, che parla nel silenzio delle anime pure, che ricorda al mondo che la fede non è potere, ma libertà.

Dice un passo finale del “Libro dell’Alleanza”: “Io sono il seme e la spada, il seme che cade nella terra dei giusti e la spada che divide la verità dalla menzogna. Quando il mondo non mi riconoscerà più, io tornerò come fuoco nel cuore dei semplici”.

Forse proprio adesso, quel fuoco sta tornando non nei templi, ma negli spiriti di chi ha sete di verità.

E quando qualcuno domanda: “Ma dove si trova oggi la voce di Cristo?”, la risposta è semplice: non nei libri dimenticati, ma dentro chi ascolta con amore.

Perché mentre l’Occidente cancellava le sue ultime parole, l’Etiopia le ricordava. E forse è proprio lì che la verità ha atteso che qualcuno la ascoltasse di nuovo.

Numero3809.

 

Appunti da una conferenza del Prof. Umberto Galimberti

 

FEDE  E  RELIGIONE

 

Il cristianesimo è diventato una religione e la religione è l’esatto contrario della fede.

La religione non è fede: è la sacralizzazione della cultura.

La fede è fiducia nella parola di Gesù.

Appena la fede diventa religione smarrisce la sua dimensione fideistica e diventa un’organizzazione, un’appartenenza, un luogo dove ciascuno si sente al sicuro, perché tutti la pensano allo stesso modo.

La fede indica la salvezza in questo mondo, non chissà quando, non nell’al di là.

C’è un giorno in cui Gesù deve andare a morire.

Tra i farisei, i sacerdoti mandano le guardie a prenderlo.

E le guardie tornano senza Gesù.

Alle domande dei sacerdoti: “Dov’è Gesù? Perché non l’avete portato qui?”,

loro rispondono: “Mai nessuno ha parlato come quell’uomo”.

A questo punto, occupiamoci delle parole di Gesù, al di fuori dalla religione, che è la negazione della fede.

 

Numero3739.

 

da  QUORA

 

Scrive Ippazia, corrispondente di QUORA.

 

COME  MAI  LA FOLLA  HA  SCELTO  BARABBA  E  NON  GESU’?

 

Ah, un bel mito evangelico da sfatare!

Forse ti stupirà ma la folla non scelse proprio niente.

La ricerca storica e filologica contemporanea ritiene che l’episodio di Barabba non sia un fatto di cronaca, ma una costruzione narrativa e simbolica posteriore.

  • L’invenzione del ”privilegio pasquale”: Ponzio Pilato, come prefetto della Giudea, deteneva lo “ius gladii”, cioè il diritto supremo di vita e di morte sui sudditi non romani. Concedere a una “piazza urlante” di decidere l’esito di un processo capitale sarebbe stata un’abdicazione della sovranità imperiale. Anche un lettore senza conoscenze storiche può capire quanto fosse folle un gesto del genere.

Proseguiamo: Barabba è descritto come un rivoltoso accusato di sedizione e omicidio, dunque un nemico dello Stato.

Liberare un uomo che aveva attentato all’autorità di Cesare per condannare un uomo che Pilato stesso riteneva innocente avrebbe esposto il prefetto a un’accusa di lesa maestà davanti all’imperatore Tiberio.

In più, la sicurezza della regione sarebbe stata gravemente compromessa: Barabba era, secondo i racconti, un ribelle politico pericoloso, non certo un cittadino innocuo da liberare per compiacere la folla.

Da qui emerge l’assurdità dell’intera vicenda.

Qualche fonte in dettaglio:

  • L’usanza romana di liberare un prigioniero in occasione della Pasqua ebraica non trova alcun riscontro nelle fonti storiche coeve. Come sottolineato da specialisti come Jean-Pierre Lémonon (Ponce Pilate, 2007) e S.G.F. Brandon (Jésus et les Zélotes, 1975), non esiste alcun documento che attesti tale consuetudine. Anche il teologo Rudolf Bultmann sostiene la non-storicità dell’episodio, evidenziando la totale mancanza di basi giuridiche per un’amnistia di questo tipo.

«il ritratto di un Ponzio Pilato mitemente acquiescente dinanzi alla folla urlante è esattamente l’opposto dell’immagine che ci siamo fatti di lui attraverso la descrizione di Giuseppe Flavio: la specialità di Pilato era il controllo brutale della folla. Inoltre, qualcosa come la consuetudine di concedere in occasione della Pasqua un’amnistia generalizzata — liberazione di qualsiasi prigioniero venisse richiesta per acclamazione dalla folla — è contraria ad ogni saggezza amministrativa».

  • John Dominic Crossan osserva come questo «non sia assolutamente un racconto storico, e che sia più plausibilmente un’invenzione di Marco».

L’unico senso che si può trovare nella ”scelta” della folla è una invenzione letteraria con intento apologetico preciso:

  • Il nome “Barabba” (Bar-Abba) significa letteralmente “Figlio del Padre”. In molti manoscritti antichi il personaggio viene chiamato Gesù Barabba. La scena della scelta tra due “Figli del Padre” — uno violento, l’altro pacifico — è molto probabilmente un artificio letterario simbolico: la folla, inconsapevole, condanna il messia spirituale per liberare il messia politico, scagionando così l’autorità romana e trasferendo la responsabilità della crocifissione sulla leadership religiosa locale (gli ebrei del Tempio).

In sintesi, storicamente parlando, la folla non ha scelto nulla perché l’episodio di Barabba è “più plausibilmente un’invenzione di Marco” e, come spiega Bart Ehrman in ‘Prima dei Vangeli’, il racconto serve a trasformare un’esecuzione politica romana in un dramma religioso interno al mondo giudaico, facilitando così la convivenza del nascente cristianesimo all’interno dell’Impero Romano dopo la distruzione del Tempio (70 d.C.).

Numero3726.

 

R E S U R R E Z I O N E :    F A T T O    S T O R I C O    O    A T T O    D I    F E D E ?

 

 

Da secoli la resurrezione di Gesù è il fulcro della fede cristiana, un evento considerato miracoloso e trascendente.

Si può forse dire che togliere dal cristianesimo la resurrezione significa mutilarlo completamente o quasi.

Però quando spostiamo l’indagine dal piano teologico a quello puramente storiografico, il panorama cambia drasticamente.

Che cosa possiamo realmente sapere attraverso il rigore della scienza storica su ciò che accadde dopo la crocifissione?

Ecco, se da un lato la fede accetta come suo fondamento il miracolo della resurrezione, la storiografia opera secondo criteri di probabilità e coerenza con le pratiche documentate dell’epoca.

Esplorare questo confine non significa negare la dimensione spirituale, ma riconoscere la distinzione fondamentale tra la tradizione religiosa e ciò che è documentabile come fatto storico.

Detto in altri termini, ciascuno può continuare a credere in quello che vuole, solo che gli storici naturalmente devono fare il loro mestiere.

Del resto la religione è questione di fede.

“Va, la tua fede ti ha salvato”, si legge nei Vangeli, e la fede non ha bisogno di evidenze.

“Beati coloro che credono senza aver visto”, leggiamo sempre nel Vangelo.

La storia invece ha bisogno di documenti, prove, indagini, confronti per cercare di avvicinarsi, al meglio possibile, alla verità.

Aiutati da uno studioso del calibro di Bart Herman, cercheremo di capire che cosa si possa dire e che cosa non si possa dire sulla resurrezione.

 

Partiamo quindi dalle basi: nonostante le profonde divergenze interpretative, esiste un nucleo di eventi che gode di un’attestazione multipla ed è accettato dalla stragrande maggioranza degli storici.

Questi punti costituiscono la base del dibattito.

Il primo punto riguarda l’esistenza storica: un uomo chiamato Gesù di Nazareth è realmente esistito.

Ci sono naturalmente storici che sostengono che non sia mai esistito e hanno anche argomenti a riguardo, ma non sembrano abbastanza convincenti o almeno non lo sono abbastanza da scalzare le ipotesi contrarie.

Punto numero due, l’attività pubblica.

Gesù operò come maestro di un particolare codice etico, raccogliendo un seguito di discepoli.

Terzo punto della questione, ripeto, su cui la maggior parte degli storici concordano, è la crocifissione: entrò in conflitto Gesù con le autorità romane e fu giustiziato.

Il quarto punto è quello che qui ci interessa maggiormente: la rivendicazione dei seguaci.

Dopo la sua morte, diversi gruppi di persone affermarono con forza di averlo visto nuovamente in vita.

Attenzione, lo storico non dice e non può dire: dopo tre giorni è risorto.

Lo storico deve invece affermare che ci sono persone che dissero di averlo visto vivo dopo 3 giorni.

Le due cose sono notevolmente diverse.

Ebbene, alla luce di tutto ciò, lo storico deve porsi una domanda metodologica.

Questi dati provano la resurrezione?

Dal punto di vista della ricerca scientifica la risposta è no.

La storia per sua natura cerca l’evento più probabile basandosi sulle prove disponibili.

Un miracolo, essendo per definizione l’evento meno probabile, difatti è una violazione delle leggi della natura, sfugge agli strumenti della storiografia.

Dire che i discepoli affermarono di averlo visto vivo è un fatto storico.

Dire che Gesù è risorto è un’affermazione di fede che esorbita dal metodo scientifico.

Ma andiamo ancora più a fondo ed esaminiamo le prove.

Rispetto a questo argomento, uno dei punti di maggiore attrito riguarda la sepoltura di Gesù.

Gli Apologeti in genere sostengono che l’esistenza di un sepolcro vuoto sia un dato accertato.

Herman ha dei dubbi e anche molto convincenti e tra le altre cose evidenzia una frattura profonda tra il racconto evangelico e la prassi amministrativa romana.

Un dettaglio tecnico spesso ignorato è che non possediamo nessuna descrizione letteraria della crocifissione nel mondo antico.

Sappiamo che i condannati venivano talvolta inchiodati grazie al ritrovamento archeologico di resti organici e di chiodi, ma nessun autore antico descrive la procedura esatta.

Però le fonti sono coerenti su quello che accadeva dopo la morte.

E che cosa accadeva in genere?

Innanzitutto si verificava l’umiliazione del cadavere come deterrente.

La crocifissione non mirava solo alla morte, ma alla distruzione della dignità del condannato.

I corpi venivano solitamente lasciati sulla croce per giorni per decomporsi ed essere divorati da uccelli rapaci e cani randagi.

Secondo punto importante: non esistono eccezioni, cioè non esiste alcun resoconto storicamente verificato di un condannato per sedizione.

Attenzione, condannato per sedizione, poi ci torneremo, come era considerato Gesù, che è stato sepolto con onore, il pomeriggio stesso dell’esecuzione, in una tomba conosciuta.

Altro punto importante riguarda la figura di Pilato.

L’idea che un governatore romano facesse un’eccezione per un agitatore provinciale, contravvenendo alla prassi di lasciare il corpo come monito pubblico, appare storicamente poco plausibile.

Per Pilato, Gesù era probabilmente solo uno dei tanti problemi da eliminare rapidamente.

Ora, e questo è un punto molto interessante, rispetto all’umiliazione del cadavere e alla negazione della sepoltura, alcuni hanno sollevato delle obiezioni, sostenendo che nel mondo ebraico abbiamo attestazioni per cui i condannati a morte per crocifissione potevano avere una degna sepoltura.

Questo confermerebbe la tesi per cui Gesù avrebbe potuto benissimo essere sepolto.

Ma rispetto a questo ci sono degli importanti distinguo da fare.

Intanto la crocifissione era riservata a casi particolari, ma i casi particolari erano molti.

Due dei più comuni erano i criminali di bassa lega e i nemici dello Stato.

Bisogna fare attenzione a questo distinguo: i criminali di bassa lega e i nemici dello Stato.

Si tratta di due categorie molto diverse.

I criminali di bassa lega includevano, per esempio, schiavi fuggiti dai loro padroni e colpevoli di un crimine.

Se catturato, uno schiavo poteva essere crocifisso.

Peggio ancora che fuggire come schiavo o rubare un cavallo, molto peggio era opporsi allo stato romano.

Questo era qualcosa che i romani non tolleravano affatto.

In questo caso ai nemici dello Stato veniva mostrato il potere dello Stato e la crocifissione era il mezzo per farlo.

Se ti opponevi all’azione militare romana venivi crocifisso. Se attaccavi truppe romane venivi crocifisso. Se complottavi per rovesciare il governo locale venivi crocifisso. Se ti definivi re in contrasto con il potere politico romano, venivi crocifisso.

E questo è il caso che riguarda Gesù e che rientra nel novero di quel gruppo di reati per cui i romani agivano senza eccezioni e senza pietà.

Ebbene, in quest’ultimo caso, quindi, quando si aveva a che fare con i nemici dello Stato, i romani non ammettevano eccezioni.

L’esecuzione non doveva soltanto togliere la vita al condannato, ma doveva essere un monito per tutti gli altri, mostrando la morte orribile a cui andava incontro chi avesse fatto lo stesso e lo strazio impressionante del suo cadavere.

Il cadavere veniva lasciato per giorni a marcire, veniva dato in pasto ai corvi e ai cani randagi e non veniva concessa la sepoltura.

Per questo, secondo Herman, è davvero improbabile che il corpo di Gesù fosse stato rimosso dalla croce e posto in un sepolcro.

Gesù non era uno schiavo in fuga, né aveva rubato cavalli: era invece un nemico dello stato e a lui era riservata la peggiore delle morti e il massimo strazio del suo cadavere.

E adesso continuiamo con il nostro discorso.

L’analisi critica dei testi rivela una stratificazione letteraria affascinante.

Se leggiamo i Vangeli in ordine cronologico, infatti, notiamo che la figura di Ponzio Pilato subisce un processo di “santificazione” progressiva.

Ciascuno di voi può prendere i Vangeli e verificare di persona.

Insomma, in Marco, Pilato concorda semplicemente con il sinedrio.

In Matteo, compare il celebre gesto di lavarsi le mani per dichiararsi innocente.

Nel Vangelo di Luca, Pilato dichiara Gesù innocente tre volte e lo invia da Erode, il quale a sua volta non trova colpe in lui.

In Giovanni, Pilato proclama ancora l’innocenza di Gesù, ma il testo greco suggerisce un dettaglio inquietante.

Pilato consegna Gesù direttamente ai capi dei sacerdoti e agli scribi, affinché siano loro a crocifiggerlo.

Nel Vangelo di Pietro, che è un Vangelo apocrifo, Pilato viene quasi totalmente scagionato da ogni colpa.

Ecco, secondo Herman questa evoluzione non è cronaca, ma una strategia letteraria che serve per spostare la colpa del deicidio da Roma alle autorità ebraiche.

Detto in altri termini, per scelta politica, serviva a incolpare di più gli ebrei e discolpare progressivamente Pilato.

Il fatto è però che questo ritratto rabbonito di Ponzio Pilato contrasta con le fonti storiche di Filone di Alessandria e Giuseppe Flavio che descrivono Pilato come un uomo spietato, ostinato e per nulla incline a farsi piegare dalle pressioni delle folle locali.

Insomma, è ragionevole pensare che i Vangeli alterino significativamente i fatti per come supponiamo che siano.

Le esigenze sono naturalmente politiche e teologiche.

Un pilastro dell’Apologetica è la citazione di San Paolo riguardo ai 500 testimoni che avrebbero visto Gesù risorto.

Ma è certo che è risorto?

Paolo dice che lo videro in 500, ma insomma, possibile che nessuno pensi che Paolo possa aver mentito, che il testo possa essere stato interpolato, che nessuno di quei 500 sapesse leggere e scrivere e quindi avesse scritto una testimonianza di tale apparizione del risorto?

Di fatti, in questo caso, è necessario applicare un rigoroso scetticismo storiografico distinguendo tra una rivendicazione e una prova.

Intanto, su questo fatto bisogna considerare il silenzio dei Vangeli.

È un silenzio di peso enorme.

Se 500 persone avessero visto Gesù contemporaneamente, è inspiegabile che nessuno dei quattro Vangeli, Marco, Matteo, Luca, Giovanni, faccia il minimo accenno a un evento di tali proporzioni.

Lo dice solo Paolo, che non è un evangelista e neppure un testimone presente durante i fatti: la testimonianza di Paolo rimane isolata.*

Un’altra obiezione fondamentale appare dall’analisi comparativa.

La storia delle religioni è ricca di fenomeni simili.

I seguaci di Apollonio di Tiana affermarono che il loro maestro apparve in una stanza dopo la morte.

Il senatore romano Proculo Giulio giurò di aver visto Romolo apparire dopo la sua scomparsa.

Milioni di persone oggi credono fermamente nell’ascesa al cielo di Maometto oppure nelle apparizioni collettive della Vergine Maria.

Ora, se non accettiamo queste narrazioni come prove fisiche di eventi soprannaturali in altri sistemi di credenze, la coerenza impone di applicare gli stessi criteri di giudizio anche al caso di Gesù.

Una storia di 500 persone scritta da un singolo individuo rimane la testimonianza di quell’individuo, non di 500 fonti indipendenti.

In sostanza, detto in modo crudo, se tutte le altre, quella di Romolo, quella di Apollonio di Tiana e tante altre, le consideriamo bufale, non si capisce perché non debba essere una bufala anche questa.

Proviamo a trarre qualche conclusione.

L’indagine storica non ha il compito di confermare o smentire la fede, ma di tracciare il confine tra ciò che è scientificamente indagabile e ciò che non lo è.

Il metodo storico ci restituisce l’immagine di un uomo la cui morte traumatica scatenò nei seguaci esperienze profonde e visioni che nel tempo sono state codificate in racconti teologici sempre più complessi.

Accettare la distinzione tra il Gesù della storia e il Cristo della fede è il primo passo per un’analisi onesta delle nostre radici culturali.

La storia ci parla di un predicatore giustiziato dal potere imperiale.

La fede ci parla di un salvatore che ha sconfitto la morte.

Confondere i due piani non aiuta né la scienza né la spiritualità.

Se applichiamo a Gesù gli stessi standard rigorosi e gli stessi criteri di probabilità che usiamo per analizzare figure come Romolo, Apollonio di Tiana o Maometto, quanto della narrazione tradizionale della resurrezione rimane intatto come fatto storico documentabile?

 

Riferimento a SAPIENS SAPIENS su YouTube.

 

* Dagli ATTI DEGLI APOSTOLI:

Saulo di Tarso, che diventerà San Paolo l’Apostolo delle genti, è sulla strada per Damasco.

“Strada facendo,mentre stava avvicinandosi a Damasco, d’improvviso una luce dal cielo gli sfolgorò d’intorno: caduto a terra, udì una voce che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Egli rispose: “Chi sei, o Signore?”. E quegli: “Io sono Gesù che tu perseguiti …”.

Saulo di Tarso non vede Gesù, né vivo né risorto. Sente solo una voce che gli parla e, a questa voce, lui si rivolge chiamandolo “Signore”.

 

Numero3716.

 

P A R O L E    D I    G E S U’    D A I    V A N G E L I    A P O C R I F I

 

 

Il regno dei cieli è

dentro il corpo umano,

nascosto nel silenzio

dei vostri pensieri.

 

 

Non costruite templi di pietra,

perché essi si sgretoleranno.

Costruite invece templi del cuore,

perché essi sono eterni.

Numero3695.

 

LA  VERITA’  NON TEME
DI  ESSERE  ESAMINATA.

SOLO  LA  MENZOGNA
HA  BISOGNO DI  PROTEZIONE
ATTRAVERSO  IL  DIVIETO.

 

Carl Gustav Jung

 

NAG  HAMMADI.

I codici di Nag Hammadi sono una collezione di 13 manoscritti in papiro, scoperti in Egitto nel 1945, contenenti oltre 50 testi gnostici, cristiani ed ermetici del IV secolo, tradotti in copto. Include opere chiave come il Vangelo di Tommaso, offrendo una visione diretta dello gnosticismo antico e del primo cristianesimo eterodosso.
    • Scoperta (1945): I codici furono rinvenuti in una giara di terracotta vicino a Nag Hammadi, nell’Alto Egitto, da contadini locali.
    • Contenuto: La biblioteca, ora al Museo Copto del Cairo, copre tematiche mistico-filosofiche, tra cui testi valentiniani, setiani, frammenti della Repubblica di Platone e il Corpus Hermeticum.
    • Importanza:
       Questi testi, datati originariamente al II-III secolo d.C. ma trascritti nel IV, hanno rivoluzionato la comprensione dello gnosticismo, precedentemente noto solo attraverso critiche avversarie.
  • Testi notevoli: Oltre al citato Vangelo di Tommaso, spiccano l’Apocrifo di Giovanni e il Vangelo di Filippo.
La loro conservazione, nascosta probabilmente per evitarne la distruzione a seguito di condanne ecclesiastiche, fornisce una prospettiva alternativa sul cristianesimo primitivo.
QUMRAN
 

Manoscritti del Mar Morto (o Rotoli del Mar Morto) sono un insieme di antichi manoscritti giudaici di contenuto religioso rinvenuti nelle Grotte di Qumran nel Deserto della Giudea, vicino a Ein Feshkha sulla riva nord-occidentale del Mar Morto in Cisgiordania.

Di essi fanno parte varie raccolte di testi, tra cui i Manoscritti di Qumran, che ne costituiscono una delle parti più importanti. Sono composti da circa 900 documenti, compresi i Manoscritti biblici di Qumran, scoperti da dei pastori tra il 1947 e il 1956 in undici grotte dentro e intorno al uadi di Qumran, vicino alle rovine dell’antico insediamento di Khirbet Qumran.

Assumono un grande significato religioso e storico, in quanto comprendono alcune fra le più antiche copie superstiti note dei libri biblici e dei loro commenti, e conservano la testimonianza della fine del tardo giudaismo del Secondo Tempio. Essi sono scritti in ebraico, aramaico e greco, per lo più su pergamena, ma con alcuni scritti su papiro. Tali manoscritti datano in genere tra il 150 a.C. e il 70 d.C.

I Rotoli sono comunemente associati all’antica setta ebraica detta degli Esseni. Sono tradizionalmente divisi in tre gruppi: manoscritti “biblici” (copie di testi dalla Bibbia ebraica), che costituiscono circa il 40% dei rotoli identificati; manoscritti “apocrifi” o “pseudepigrafici” (documenti noti del periodo del Secondo Tempio, come Enoch, Giubilei, Tobia, Siracide, salmi non canonici, ecc. che non sono stati canonizzati nella Bibbia ebraica, ma in qualche caso sono stati accettati dalla versione greca dei Settanta e/o utilizzati dalla tradizione rabbinica), che costituiscono circa il 30% dei rotoli identificati; e manoscritti “settari” (documenti precedentemente sconosciuti, che descrivono le norme e le credenze di un particolare gruppo o gruppi all’interno della maggioranza ebraica) come la Regola della Comunità, il Rotolo della guerracommento (in ebraico פשר, pesherad Abacuc e la Regola della Benedizione, che costituiscono circa il 30% dei rotoli identificati.

Fino al 1967 la maggior parte delle pergamene conosciute e dei frammenti sono stati custoditi nel Museo Archeologico della Palestina, a Gerusalemme. Dopo la guerra dei sei giorni, queste pergamene e frammenti sono stati spostati al Santuario del Libro, presso il Museo d’Israele, che tuttora ne conserva numerosi, mentre altri sono presso l’Istituto orientale dell’Università di Chicago, al Seminario teologico di Princeton, all’Azusa Pacific University e nelle mani di collezionisti privati.

Manoscritti di Qumran

manoscritti di Qumran, detti anche rotoli di Qumran, sono una serie di rotoli e frammenti trovati in undici grotte nell’area di Qumran.

Il loro ritrovamento è importante perché:

«[…] Per la prima volta potevamo avere un’intera gamma di composizioni religiose che sono arrivate a noi direttamente, assolutamente prive di ogni interferenza successiva. Visto che i testi sono stati conservati ai margini della vita convenzionale, ci hanno raggiunto prive delle restrizioni censorie. La censura ebraica ha soppresso la letteratura religiosa che non osservava l’ortodossia rabbinica; la censura cristiana aveva assimilato alcune di queste opere, ma dopo averle modificate per i propri scopi.»

Storia dei manoscritti

Lo stesso argomento in dettaglio: Storia dei manoscritti di Qumran.

I manoscritti sono stati scoperti nel 1947 in una grotta. Nel 1951 furono avviati gli scavi nelle zone circostanti il luogo della scoperta. Si trovarono altre dieci grotte contenenti manoscritti. Oggi i reperti sono conservati in parte nel Museo d’Israele e nel Museo Rockefeller, entrambi a Gerusalemme, in parte ad Amman, altri alla Biblioteca Nazionale di Parigi. Vari frammenti sono poi in possesso di istituzioni o di privati. Il Museo di Israele in collaborazione con Google ha provveduto a digitalizzare i manoscritti e a rilasciarli in rete nel 2011 su un apposito sito Digital Dead Sea Scrolls.

Importanza per il canone della Bibbia

L’importanza dei rotoli è relativa al campo dell’ecdotica o critica testuale. Prima della scoperta dei rotoli del Mar Morto, i manoscritti più antichi della Bibbia in Ebraico erano nel testo masoretico del IX secolo, tra i quali il Codex Leningradensis. I manoscritti biblici trovati tra i rotoli del Mar Morto hanno spostato indietro la data fino al II secolo a.C. Prima di questa scoperta, i più antichi manoscritti esistenti del Vecchio Testamento erano in Greco antico, come ad esempio il Codex Vaticanus e il Codex Sinaiticus. Pochi manoscritti trovati a Qumran differiscono in modo significativo dal testo masoretico, la maggior parte è identica.

 

A L T R I    V A N G E L I

 

Juan J. Benitez

 

Vi racconterò qualcosa che ho scoperto tra le montagne dell’Etiopia, qualcosa che mi ha inseguito per anni, qualcosa che, quando l’ho compreso per la prima volta, mi ha costretto a rimettere in discussione tutto ciò che credevo di sapere su Gesù, sulla resurrezione e su ciò che accadde davvero in quei giorni dopo che uscì dal sepolcro.

Era il 1998. Mi trovavo ad Addis Abeba, la capitale dell’Etiopia, facendo ricerche per quello che alla fine sarebbe diventato uno dei miei libri più controversi.

Un contatto mi aveva detto che nei monasteri ortodossi etiopi esistevano testi, testi antichi, testi che Roma non aveva mai visto, testi che raccontano una storia molto diversa su ciò che Gesù fece e disse dopo la resurrezione.

“Non sono gli stessi Vangeli che conosci, Juanito” – mi disse il mio contatto, un sacerdote etiope che aveva studiato in Europa, ma era tornato nella sua terra – “Nella tua Bibbia Gesù appare brevemente, dice alcune cose e ascende al cielo”.

Annuii: “Giusto”.

“Ebbene” – proseguì con un sorriso che non dimenticherò mai – “Questa non è tutta la storia, non è neppure la metà della storia”.

Così iniziò un viaggio che mi avrebbe condotto a monasteri scavati nella roccia, a conversazioni con monaci che avevano memorizzato testi di 1600 anni di antichità alla lettura di manoscritti che l’occidente decise di dimenticare.

E ciò che trovai lì cambiò tutto, perché risulta che Gesù non si limitò a brevi apparizioni dopo essere risorto.

insegnò, ammonì, profetizzò e le sue parole finali sono più radicali, più sovversive, più scomode di qualunque cosa troverete nella Bibbia che avete in casa.

Lasciate che vi spieghi qualcosa che probabilmente non sapete.

Nelle vostre case, se avete una Bibbia, ci sono tra 66 e 73 libri, a seconda che sia protestante o cattolica; forse 81 se avete una Bibbia ortodossa greca.

Ma sapete quanti libri ha la Bibbia ortodossa etiope? 81.

Ma non gli stessi 81 degli altri.

Sono libri diversi, libri che non vedrete mai in una Bibbia occidentale, libri conservati nella lingua Jetz, l’antico idioma liturgico dell’Etiopia, copiati a mano dai monaci, generazione dopo generazione.

E tra quei libri ce ne sono diversi che raccontano ciò che Gesù disse e insegnò dopo la resurrezione, non le brevi apparizioni dei Vangeli canonici, ma 40 giorni completi di insegnamenti intensivi.

E sapete perché l’occidente non possiede questi testi?

Perché l’Etiopia rimase isolata geograficamente, politicamente, ecclesiasticamente quando l’impero romano abbracciò il cristianesimo nel quarto secolo, quando i concili cominciarono a decidere che cosa fosse ortodosso e che cosa fosse eretico, quando Roma e Costantinopoli iniziarono a emendare e censurare.

L’Etiopia era troppo lontana, troppo protetta da montagne e deserti, troppo forte nella propria tradizione.

E così, mentre il resto del mondo cristiano bruciava testi e proibiva Vangeli, i monaci etiopi continuavano a copiare tutto.

I testi mistici, i testi apocalittici, i testi scomodi, i testi che mostravano un Gesù molto più radicale di quanto Roma volesse ammettere.

Devo portarvi con me a quella notte.

Era il terzo giorno dopo il mio arrivo in Etiopia.

Il mio contatto mi aveva ottenuto il permesso di visitare uno dei monasteri più antichi e isolati del paese, Debre Damo.

Questo monastero è costruito sulla cima di una montagna di roccia piatta a 2216 m di altezza e c’è un solo modo per salire: ti tirano su con una corda.

Sì, letteralmente ti legano una corda di cuoio di cammello intorno al petto e i monaci ti issano tirando dall’alto.

Sono 15 m di parete verticale e mentre sali oscillando contro la roccia e pregando che la corda non si rompa, hai molto tempo per pensare per che diavolo hai deciso di farlo.

Ma arrivai in cima e ciò che vidi mi tolse il respiro, non per il pericolo appena corso, ma per quello che c’era lassù.

Un complesso di chiese e celle monastiche risalenti al VI secolo, muri di pietra consumati da 1500 anni di vento e pioggia e all’interno della chiesa principale, protetta in cofanetti di legno intagliato, c’erano bibbie manoscritte su pergamena di pelle di capra che avevano più di 1000 anni.

L’ abate del monastero, un anziano con la barba bianca fino al petto, mi accolse con un’ospitalità che non meritavo.

Mi offrì tè, pane e ingera e poi, con una cerimonia quasi irreverente estrasse uno dei manoscritti.

“Questo – mi disse in un inglese sorprendentemente buono – è il Mezzafe Kidan, il libro dell’alleanza.

Registra le parole di Gesù Cristo ai suoi discepoli dopo essersi rialzato dalla morte.

Aprì il manoscritto. Le pagine erano in Jetz, quella lingua antica che sembra un incrocio tra ebraico e arabo con caratteri che paiono piccole opere d’arte e iniziò a tradurre.

Ciò che ascoltai quella notte alla luce di candele di cera d’api sulla cima di quella montagna isolata, cambiò per sempre la mia comprensione della resurrezione.

Nei Vangeli canonici, quelli presenti nelle nostre Bibbie, la resurrezione è trattata in modo sorprendentemente breve.

Gesù muore il venerdì, risorge la domenica, appare a Maria Maddalena, appare ai discepoli nel cenacolo, si mostra a Tommaso, a dei discepoli sulla via di Emmaus e poi negli Atti si dice che si presentò vivo con molte prove infallibili, apparendo loro per 40 giorni e parlando del regno di Dio.

40 giorni? Ma che cosa disse in quei 40 giorni? Che cosa insegnò? Di che cosa parlò?

I Vangeli canonici quasi non dicono nulla. È uno dei silenzi più strani di tutta la Bibbia.

Gesù, dopo l’evento più importante della storia cristiana, dopo aver vinto la morte stessa, ha 40 giorni per insegnare ai suoi discepoli, 40 giorni per preparare coloro che avrebbero fondato la sua chiesa.

E le nostre Bibbie dedicano a questo un paio di paragrafi.

Non ha senso, a meno che ciò che disse sia stato registrato e qualcuno abbia deciso che non dovessimo leggerlo.

Ed è esattamente quello che scoprii in Etiopia.

Mentre l’abate traduceva, io prendevo appunti freneticamente. La mia mano a malapena riusciva a stare al passo con ciò che ascoltavo.

Secondo il libro dell’Alleanza, dopo la resurrezione, Gesù non apparve solo per dimostrare che era vivo, apparve come re, come signore del cielo e della terra, con un’autorità che non aveva mai mostrato prima.

Le prime parole che pronuncia sono queste: “Ho vinto, la morte è sconfitta, il potere del nemico è spezzato e ora vi dico:  “Andate per tutto il mondo, ma non come conquistatori con la spada. Andate con il fuoco dello Spirito Santo. Quel fuoco è più potente di tutti gli eserciti della terra”.

E qui c’è qualcosa di radicalmente diverso.

Non è il Gesù mansueto e gentile dei quadri di Chiesa. È un conquistatore spirituale, un rivoluzionario.

Ma poi dice qualcosa di ancora più inquietante.

“Vi avverto perché vi amo. Verrà un tempo in cui le mie stesse parole saranno corrotte. Molti predicheranno nel mio nome, ma pochi porteranno la mia verità. Costruiranno templi d’oro e di pietra, ma trascureranno il tempio dell’anima. pronunceranno il mio nome nelle strade, ma i loro cuori saranno lontani da me.”

Quando lo sentii, un brivido mi corse lungo la schiena.

Gesù stava profetizzando la corruzione della sua stessa chiesa prima ancora che quella chiesa esistesse.

E non era una profezia vaga, era specifica, dettagliata, quasi come se avesse visto il futuro e stesse avvertendo i suoi discepoli di ciò che sarebbe venuto.

Chiesi all’abate: “Questo è nel manoscritto originale, non è un’aggiunta posteriore?”

Lui mi guardò con quegli occhi profondi, quasi tristi.

“Fratello Juanito, questo manoscritto ha più di 1000 anni, ma fu copiato da uno più antico e quello da un altro ancora più antico. Questa tradizione risale ai primi secoli, ai discepoli dei discepoli. Questo è ciò che Gesù disse ed è per questo che Roma non lo volle nella sua Bibbia”.

Devo fermarmi un istante per spiegare qualcosa di cruciale.

Quando parliamo di Bibbia tendiamo a pensare che sia sempre esistita così come la conosciamo, che fin dall’inizio ci fosse un accordo su quali libri fossero sacri e quali no.

Questo è completamente falso. Nei primi secoli del cristianesimo c’erano dozzine, forse centinaia di Vangeli, lettere, apocalissi, insegnamenti in circolazione.

Diverse comunità cristiane usavano testi diversi. Non esisteva un canone unico.

Fu solo nel V secolo quando il cristianesimo divenne religione ufficiale dell’Impero Romano che iniziò il processo di canonizzazione, cioè decidere che cosa fosse ispirato da Dio e che cosa fosse apocrifo o eretico.

E chi decise? Roma, i vescovi leali all’Impero, i concili controllati dal potere politico e applicarono tre criteri principali.

Primo, controllo politico. I testi che mettevano in discussione l’autorità della gerarchia ecclesiastica erano sospetti. I testi che promuovevano l’esperienza mistica individuale al di sopra della mediazione sacerdotale erano pericolosi.

Secondo, la razionalità greco-romana. L’impero aveva adottato il cristianesimo, ma restava culturalmente greco-romano. Amava la filosofia, la logica, l’ordine. I testi troppo mistici, troppo apocalittici, troppo orientali, risultavano scomodi.

Terzo, la paura. La paura che se la gente avesse ascoltato i veri insegnamenti del Gesù risorto, quegli insegnamenti radicali sulla trasformazione interiore, sul riconoscere la futura corruzione della Chiesa, sul cercare Dio direttamente senza intermediari, la gente avrebbe smesso di obbedire alla Chiesa e avrebbe cominciato a seguire Dio direttamente e questo per Roma era inaccettabile.

Che cosa fecero dunque?

Editarono, censurarono e, quando la censura non bastava, bruciarono: distrussero intere biblioteche, perseguitarono comunità cristiane che si rifiutavano di adottare il canone ufficiale, ma non poterono raggiungere l’Etiopia.

Le montagne erano troppo alte, il deserto troppo vasto e la chiesa etiope troppo antica e radicata per essere intimidita.

Così, mentre Roma bruciava testi, l’Etiopia li preservava. Quella notte a Debre Damo l’abate continuò a tradurre e arrivammo a una sezione che mi fece rizzare i capelli.

Secondo il libro dell’Alleanza, Gesù parlò a lungo del suo ritorno, della fine dei tempi, ma non nel modo vago e simbolico che troviamo nell’apocalisse di Giovanni.

No, era specifico, dettagliato e pertinente al nostro tempo in modo disturbante.

“Riconoscerete il tempo della fine da questi segni. Le nazioni combatteranno tra loro senza motivo. La sapienza sarà disprezzata e la stoltezza celebrata. I legami familiari si spezzeranno. Il figlio tradirà il padre, la figlia, la madre. Le menzogne saranno proclamate come verità dai luoghi elevati e la verità sarà sepolta nel silenzio”.

Smisi di scrivere e guardai l’abate.

“Suona esattamente come oggi”.

Lui annuì lentamente. “Per questo non mi sorprende che tu sia venuto ora. Molti stanno venendo in cerca di questi testi, come se sentissero che è giunto il momento perché queste parole vengano alla luce”.

Gesù continua nel testo: “Ma il segno più grande sarà questo: quando il mio popolo non riconoscerà più la mia voce, quando invocheranno il mio nome, ma non mi conosceranno, quando costruiranno monumenti alla mia memoria, ma ignoreranno la mia presenza, allora saprete che la tenebra è calata.”

E qui viene la parte che mi spezza ogni volta che la leggo.

“Beati quelli che soffrono per il mio nome, non a parole, ma in silenzio, perché io sono con loro nei luoghi che nessun uomo vede, nelle prigioni segrete, nel pianto di mezzanotte, nella solitudine del rifiutato. Lì sono io e lì è la mia gloria, non nelle vostre cattedrali”.

Questo non è il Gesù dei sermoni televisivi, non è il Gesù della teologia della prosperità, è il Gesù dei dimenticati, degli invisibili, di coloro che soffrono in segreto.

Il giorno seguente l’abate mi presentò uno dei monaci più anziani del monastero.

Quest’uomo, il cui nome non posso rivelare per promessa, aveva trascorso 60 anni della sua vita a copiare manoscritti. 60 anni. Tutta la sua vita adulta dedicata a preservare questi testi.

Parlava pochissimo: quando gli facevi una domanda, talvolta passavano minuti prima che rispondesse, ma quando lo faceva ogni parola pesava come oro.

Gli chiesi, “Padre, perché l’Occidente non ha questi testi? Perché non sono nelle nostre Bibbie?”

Mi fissò con quegli occhi profondi, velati dall’età, ma brillanti di intelligenza.

“ Perché i vostri padri nella fede temettero la verità. Temettero ciò che Gesù disse davvero. Temettero che se la gente avesse saputo, non avrebbero potuto controllarla”.

“Che cosa dissero di così pericoloso?” – domandai.

Sorrise con tristezza.

“Che Dio non sta negli edifici, che i sacerdoti non sono necessari, che ogni persona può incontrare Dio direttamente, che la Chiesa istituzionale si sarebbe corrotta, che il vero cristianesimo avrebbe vissuto ai margini, non al centro del potere”.

Fece una pausa, poi aggiunse qualcosa che non dimenticherò mai.

“ I vostri capi religiosi costruirono imperi, costrinsero i loro seguaci a farsi servi. I vostri capi accumularono oro. Gesù disse loro di spogliarsi di tutto. I vostri capi cercarono palazzi. Gesù disse loro di vivere sulle montagne e nei deserti. Come avrebbero potuto includere questi testi e mantenere il loro potere?”.

 

Durante la mia seconda settimana in Etiopia mi portarono in un altro monastero ad Axum, l’antica città.

Lì mi mostrarono un altro testo chiave, le didascalie e le istruzioni. Questo testo esiste in versioni più brevi in altre tradizioni cristiane, ma la versione etiope è molto più estesa e molto più radicale.

Le didascalie presentano le istruzioni di Gesù su come i suoi seguaci devono vivere una volta che egli se ne sarà andato.

E non sono istruzioni spirituali astratte, sono pratiche concrete, rivoluzionarie.

“Vivete in semplicità radicale, digiunate e pregate. Non allineatevi con re corrotti né con mercanti, perché essi costruiscono la loro ricchezza sul sangue dei poveri. Non siate come gli scribi del futuro che indosseranno vesti bianche, ma divoreranno le case delle vedove, che porteranno titoli sacri, ma avranno il cuore di pietra”.

Quando lessi questo, non poti fare a meno di pensare alla storia della Chiesa cattolica, ai papi che vivevano come imperatori, ai vescovi proprietari di eserciti, alle crociate, all’inquisizione, alla vendita delle indulgenze.

Gesù vide arrivare tutto ciò, lo profetizzò e mise in guardia contro di esso.

Ma la parte più esplosiva della didascalia viene dopo.

“Negli ultimi giorni la mia voce si leverà di nuovo dai luoghi meno attesi, dai deserti, dalle montagne, dai figli degli schiavi. Il mio spirito parlerà e chi ha orecchi per udire lo ascolterà. Non cercate la mia voce nei palazzi d’oro, cercatela nei luoghi dimenticati, perché è lì che sono sempre stato”.

Vi rendete conto di quanto sia radicale tutto questo?

Gesù sta dicendo che la sua verità non verrà dalla struttura istituzionale della Chiesa, verrà dai margini, dagli esclusi, da quelli che il potere religioso ha respinto.

Sta dicendo che l’istituzione non è il cristianesimo, che il vero Vangelo vivrà fuori dalle mura delle cattedrali.

Devo raccontarvi qualcosa che mi accadde, qualcosa che non ho neppure inserito nei miei libri pubblicati, perché non so se la gente ci crederebbe, ma è importante per capire perché questi testi mi toccano così profondamente.

Era la mia ultima notte ad Axum e alloggiavo in una stanza semplice nel complesso del monastero.

Non riuscivo a dormire, la mente girava intorno a tutto ciò che avevo letto, a tutte le rivelazioni.

Mi alzai e usci a camminare. Era passata la mezzanotte, il cielo incredibilmente limpido, si vedeva la Via Lattea in tutta la sua gloria e all’improvviso, non so come spiegarlo, sentii una presenza.

Non fu spaventosa, fu travolgente, come se tutto il peso dell’universo si concentrasse in quell’istante, in quel luogo.

E udii parole, non con le orecchie, con qualcosa di più profondo. Con l’anima, suppongo.

“Sei venuto a cercare ciò che fu dimenticato. Ora devi decidere che cosa farai con ciò che hai trovato”.

Rimasi paralizzato, incapace di muovere un muscolo.

“Molti vorranno zittirti, molti diranno che menti, ma tu sai ciò che hai visto, sai ciò che hai letto”.

La domanda è: “Avrai il coraggio di raccontarlo?”

E poi, repentinamente, com’era arrivata, la presenza se ne andò.

Rimasi lì sotto le stelle tremando, non per il freddo, per qualcosa di più profondo.

Quell’esperienza mi segnò perché mi fece capire che questi testi non sono semplici documenti storici curiosi: sono pericolosi, sono potenti e qualcuno non vuole che tu li conosca.

Ora lasciatemi ricostruire ciò che i testi etiopi ci dicono su quei 40 giorni dopo la resurrezione.

Nelle Bibbie occidentali il libro degli Atti lo dice brevemente.

“Si presentò vivo con molte prove infallibili, apparendo loro per 40 giorni e parlando del regno di Dio”.

Tutto qui: una frase.

Ma secondo i manoscritti etiopi quei 40 giorni furono un periodo intensivo di insegnamento, come se Gesù stesse tenendo un corso accelerato di verità spirituali che non aveva potuto insegnare prima di morire.

Perché non le aveva insegnate prima?

Perché i suoi discepoli non erano pronti, lo vedevano ancora come un rabbì, un profeta, forse il Messia politico che avrebbe liberato Israele.

Ma dopo la resurrezione tutto cambiò: vedevano qualcuno che aveva sconfitto la morte, che era passato dall’altra parte ed era tornato.

Ora erano pronti per verità più profonde e Gesù sfruttò quei 40 giorni per rivelare ciò che i testi chiamano i rotoli celesti, conoscenze sulla struttura dell’universo spirituale, sugli angeli e i demoni, sull’architettura dell’anima umana.

In uno dei manoscritti che potei fotografare con permesso speciale, dopo aver promesso che lo avrei usato solo per ricerca accademica, c’è una sezione affascinante che descrive come Gesù spiegò la realtà spirituale ai discepoli.

Secondo il testo Gesù disse: “Se i vostri occhi fossero davvero aperti, vedreste che angeli camminano con voi, demoni sussurrano all’orecchio e ogni pensiero che avete costruisce una scala verso il cielo o verso l’abisso. Ogni pensiero conta. Ogni momento di coscienza sta costruendo la vostra eternità”.

Questo è straordinario per varie ragioni.

Primo perché si collega a ciò che i padri del deserto avrebbero insegnato secoli dopo.

Quei monaci radicali che andarono a vivere nel deserto d’Egitto tra il terzo e il quarto secolo, svilupparono una vera scienza dei pensieri, insegnando che ogni pensiero ha un’origine divina, umana o demoniaca e che imparare a discernere quell’origine è la chiave della vita spirituale.

Da dove trassero quell’insegnamento? Da queste tradizioni su ciò che Gesù insegnò dopo la resurrezione.

Secondo, perché suona sorprendentemente simile a ciò che la neuroscienza moderna sta scoprendo, che i nostri pensieri ricablano letteralmente il cervello, che ogni pensiero rafforza certe vie neuronali e ne indebolisce altre, che stiamo letteralmente costruendo la nostra mente con ogni momento di coscienza.

Gesù lo sapeva 2000 anni fa, ma c’è di più.

Il testo continua: “Gli angeli non sono ciò che pensate, non sono bambini con le ali, sono intelligenze, forze, aspetti della volontà divina. Alcuni sono assegnati alle nazioni, altri agli individui. E sì, alcuni caddero, si ribellarono e ora lavorano per allontanare la vostra mente da Dio.”

“I demoni non possono costringervi, possono solo suggerire, sussurrare, tentare. Il loro potere sta solo nella vostra credenza. Se date loro attenzione e credibilità, concedete loro potere su di voi. Ma se riconoscete i loro sussurri per ciò che sono, non hanno alcun potere”.

Questa è una psicologia spirituale incredibilmente sofisticata, insegnata due millenni fa.

Forse però l’insegnamento più profondo che Gesù impartì, secondo questi testi, riguarda la natura stessa dell’anima umana.

In un passaggio che mi fece fermare e rileggere tre volte, Gesù dice: “Il vostro corpo è un tempio”.

Sì, ma non capite che cosa significhi. Non è solo una metafora. Il vostro corpo è letteralmente uno spazio sacro dove il divino e il materiale si incontrano.

“Avete tre livelli: corpo, anima, spirito. Il corpo è terra e tornerà alla terra. L’anima è la vostra mente, le vostre emozioni, la vostra volontà. Questa può elevarsi o cadere e lo spirito è il soffio di Dio in voi. È indistruttibile, è eterno, è la mia stessa presenza in voi. Il lavoro della vostra vita è allineare questi tre. Quando il corpo obbedisce all’anima e l’anima obbedisce allo Spirito e lo Spirito riposa nel Padre, allora siete ciò per cui foste creati, immagini di Dio che camminano sulla terra”.

Questo non è teologia astratta, è istruzione pratica.

E poi arriva la parte che mi spezzò.

“Quando pregate, non pregate solo con la bocca, lasciate che il vostro corpo diventi una preghiera vivente, che il vostro respiro mi lodi, che il vostro silenzio parli più forte dei sermoni”.

Questa non è religione, è rivoluzione.

Gesù sta dicendo che la vera spiritualità non sta nelle parole né nei rituali esterni, ma nella trasformazione completa dell’essere, corpo, anima e spirito fusi in un unico atto di adorazione vivente.

Ora posso rispondere alla domanda che molti si staranno ponendo.

Perché la Chiesa occidentale ha respinto questi testi?

Ho identificato tre ragioni principali. Prima ragione, controllo politico ed ecclesiastico.

Questi testi danno potere all’individuo. Gli dicono che può incontrare Dio direttamente, che non ha bisogno di un sacerdote come intermediario, che il vero tempio è dentro di lui.

Potete immaginare cosa significhi per un’istituzione che basa il proprio potere proprio sull’essere l’intermediario necessario tra Dio e l’umanità.

La Chiesa cattolica sviluppò un intero sistema sacramentale in cui ti serve un sacerdote quasi per tutto: battesimo, confessione, comunione, matrimonio, estrema unzione.

Ma se Gesù insegnò davvero che puoi trovare Dio direttamente, che il tuo corpo è il tempio, che la tua coscienza è l’altare, a che cosa serve l’istituzione?

Ecco perché questi testi erano pericolosi: minavano il fondamento stesso del potere ecclesiastico.

Seconda ragione, il misticismo scomodo. I testi etiopi sono pieni di visioni, esperienze mistiche, angeli e demoni, battaglie spirituali.

Per la mentalità greco-romana questo era imbarazzante, troppo orientale, troppo esperienziale, troppo poco filosofico.

Roma voleva un cristianesimo presentabile nel foro, discutibile con gli stoici e i platonici, rispettabile e razionale.

Un cristianesimo di estasi mistiche, visioni apocalittiche e guerre spirituali invisibili non si adattava a quell’immagine, dunque fu editato, smussato, reso più rispettabile.

Terza ragione, le profezie sulla corruzione della Chiesa.

Questa è la più scomoda. In questi testi Gesù avverte esplicitamente che la sua stessa chiesa si sarebbe corrotta, che sarebbe venuto un tempo in cui la gente avrebbe pronunciato il suo nome senza conoscerlo, avrebbe costruito cattedrali ignorando il tempio interiore e i leader religiosi avrebbero vissuto nel lusso mentre i poveri soffrivano.

Come può un’istituzione includere nel proprio canone testi che profetizzano la sua stessa corruzione? Non può. Quindi quei testi dovevano sparire.

Prima di lasciare l’Etiopia ebbi un’ultima conversazione con quel monaco anziano, il copista.

Gli dissi: “Ho letto questi testi, ho preso appunti, ho fotografato pagine, ma quando tornerò in Occidente chi mi crederà? Diranno che è fantasia, che sono testi apocrifi senza valore.”

Mi guardò con quello sguardo penetrante.

“La verità non ha bisogno che la si creda. Esiste indipendentemente dalla credenza. Noi abbiamo custodito questi testi per 1600 anni, li abbiamo copiati con le nostre mani. Alcuni dei miei fratelli sono morti per preservarli. Perché? Non per potere. Non ne abbiamo, non per denaro. Siamo poveri. Lo abbiamo fatto perché sono verità, perché sono le parole del nostro Signore e perché sapevamo che sarebbe venuto un giorno in cui il mondo ne avrebbe avuto bisogno”.

Fece una pausa, gli occhi gli si inumidirono e credo che quel giorno sia arrivato.

Voglio tornare a una delle profezie più sconvolgenti di questi testi, perché credo che la stiamo vivendo proprio ora.

Secondo il libro dell’Alleanza, Gesù disse: “Verrà un tempo in cui il mio nome sarà venduto, il mio volto sarà ridipinto per soddisfare i potenti, le mie parole saranno riscritte per giustificare ciò che io ho condannato. Vedrete templi magnifici costruiti nel mio nome, ma io non sarò lì. Ascolterete il mio nome sulle labbra di re e presidenti, ma essi non mi conoscono. E in quel tempo di oscurità la mia voce si leverà dai luoghi dimenticati, dalle montagne, dai deserti. da coloro che soffrono in silenzio, perché la verità non può morire. Sono il seme e la spada e tornerò”.

Quando lessi questo per la prima volta, pensai immediatamente a come il cristianesimo è stato usato nella storia moderna.

Usato per giustificare il colonialismo, per benedire eserciti, per accumulare ricchezze oscene, per costruire imperi, per entrare nella politica e nel potere.

Gesù di Nazaret, il rabbì itinerante che non aveva dove posare il capo, che mangiava con prostitute ed esattori, che sfidò le autorità religiose del suo tempo, quel Gesù è stato trasformato in un prodotto, in un marchio, in uno strumento di controllo.

Ma secondo questi testi, lui lo vide arrivare e promise che quando la corruzione fosse divenuta totale, quando il suo nome fosse completamente prostituito dal potere, la sua vera voce si sarebbe nuovamente levata dai margini.

Questo mi porta a uno degli insegnamenti più rivoluzionari di questi testi.

Nella didascalia etiope c’è un passo in cui Gesù parla direttamente di dove sarà la sua presenza negli ultimi giorni. Non cercatemi nelle cattedrali di marmo, non cercatemi nella propaganda, non cercatemi dove i ricchi e i potenti invocano il mio nome. Cercatemi nella vedova che condivide la sua ultima moneta, nel prigioniero che perdona i suoi torturatori, nel bambino rifugiato che ancora canta lode, nel malato terminale che trova pace, nel dipendente che lotta per rialzarsi ancora una volta. Lì sono io negli spezzati, nei dimenticati, in coloro che il mondo disprezza.

E aggiunge qualcosa che mi spezza ogni volta che lo leggo:  “e da quei luoghi, da quelle persone, verrà il rinnovamento, non dai seminari, non dai concili, ma dai cuori spezzati che ancora si fidano di me”.

Questo ribalta completamente la struttura di potere del cristianesimo istituzionale.

La Chiesa dice: “La verità viene da noi, dalla gerarchia, dai teologi formati, dai concili ufficiali”.

Gesù in questi testi dice “No, la verità viene dal basso, dai piccoli, dai dimenticati, da chi soffre e tuttavia ama”.

Durante il mio soggiorno in Etiopia qualcosa mi colpì profondamente. Il cristianesimo etiope è diverso. Non è il cristianesimo razionalizzato o addomesticato che conosciamo in Occidente. È selvaggio, mistico, intenso. I monaci digiunano in modi che noi considereremmo estremi. Alcuni mangiano una sola volta al giorno, altri una volta ogni due giorni. Durante la Quaresima non mangiano né bevono nulla fino al tramonto. Pregano per ore.

Ho visto liturgie che durano da prima dell’alba a oltre il mezzogiorno, 4 5 6 ore di preghiera continua. Canti, letture credono letteralmente ad angeli e demoni, alla battaglia spirituale, al mondo invisibile e  non reale quanto a quello visibile. Trattano i loro manoscritti antichi con una reverenza difficile da descrivere, come fossero portali al sacro, come se le parole su quelle pergamene avessero potere reale, perché per loro ce l’hanno.

E capisco che questo è ciò che il cristianesimo era prima che Roma lo addomesticasse, prima che i concili lo sistematizzassero, prima che i teologi lo razionalizzassero. Una religione di esperienza diretta, di trasformazione radicale, di incontro personale con il divino.

Ed è precisamente ciò che questi testi insegnano.

C’è una sezione nei testi etiopi che mi ha colpito in modo particolare, riguarda la preghiera.

Secondo questi manoscritti, Gesù non insegnò la preghiera come esercizio mentale o verbale, ma come qualcosa che coinvolge l’intero essere.

“Quando pregate, disse, non pensate che sia solo la vostra mente a parlare con Dio. Il vostro corpo prega, il vostro respiro prega, il vostro silenzio prega. Imparate a far tacere la mente, a quietare il rumore interno e in quel silenzio ascolterete la mia voce, non con le orecchie, con qualcosa di più profondo, perché io parlo nel silenzio, nella quiete, nello spazio tra i vostri pensieri”.

Questa è meditazione contemplativa, è esicasmo, la tradizione dei monaci ortodossi orientali, qualcosa che il cristianesimo occidentale ha quasi del tutto perduto.

E poi Gesù dà istruzioni specifiche. Sedete in silenzio, respirate profondamente. A ogni respiro dite nel cuore: “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me. Non in fretta, con calma, lasciate che le parole affondino nel vostro essere. All’inizio la mente vagherà, i pensieri arriveranno come uccelli. Lasciateli andare. Non lottate contro di loro, semplicemente tornate al respiro, tornate alle parole e dopo molto tempo, forse giorni, forse mesi, forse anni, qualcosa cambierà. Le parole cominceranno a dirsi da sole, senza sforzo, come una sorgente che sgorga dall’interno. E allora saprete che non siete voi a pregare, è il mio spirito che prega in voi”.

Questo somiglia in modo straordinario alla preghiera del cuore della tradizione esicasta e secondo questi testi viene direttamente dal Gesù risorto.

Quando tornai in Spagna dopo quel viaggio, non sapevo che fare con tutto ciò che avevo scoperto. Avevo appunti, fotografie, registrazioni audio delle traduzioni dell’abate.

Ma come presentarlo? Chi mi avrebbe creduto?

Provai a parlare con alcuni colleghi accademici, la maggior parte era scettica, testi apocrifi, dicevano, senza reale valore storico.

Provai a parlare con leader religiosi. Alcuni si mostrarono interessati, altri chiaramente a disagio. Uno mi disse apertamente: “Juanito, è meglio lasciare queste cose in pace. Non vogliamo confondere la gente”.

Non vogliamo confondere la gente. Quella frase dice tutto. La verità confonde. La verità è scomoda. Meglio tenere la gente sulla versione semplice, controllabile e addomesticata del cristianesimo.

Ma io non riuscii a lasciar perdere perché quelle parole, quegli insegnamenti mi avevano cambiato e sentivo, come quella notte sotto le stelle ad Axum, di avere la responsabilità di condividerli.

C’è un’altra profezia in questi testi che è diventata dolorosamente attuale.

Secondo il libro dell’alleanza Gesù avvertì: “Verrà un tempo in cui le mie parole saranno riscritte, in cui coloro che hanno potere decideranno che cosa ricordare di me e che cosa dimenticare. Diranno che lo fanno per proteggere la fede, per mantenere l’unità, per evitare l’eresia, ma in verità lo faranno per proteggere il loro potere, perché le mie parole, quelle vere, sono fuoco e il fuoco non può essere controllato”.

Quando lessi questo, pensai immediatamente ai Concili e a Nicea, a Calcedonia, a tutti i momenti in cui uomini con potere politico decisero che cosa fosse ortodosso e che cosa eretico. decisero sulla base della verità o sulla base di ciò che era conveniente al potere?

La storia suggerisce la seconda. Ario, per esempio, fu condannato come eretico a Nicea non perché le sue idee fossero palesemente false, ma perché non si adattavano alla teologia che l’imperatore Costantino voleva promuovere.

Gli gnostici furono perseguitati e i loro testi bruciati. Perché? Non perché non avessero antichi lignaggi o insegnamenti profondi, ma perché sfidavano l’autorità della gerarchia nascente.

La storia la scrivono i vincitori e la teologia la scrivono quelli che hanno il potere.

Ma Gesù in questi testi etiopi avverte che ciò sarebbe accaduto e promette che la verità non può essere distrutta definitivamente.

“La verità è come un seme – dice – potete seppellirla, potete calpestarla, ma a suo tempo germoglierà di nuovo”.

C’è una linea nella didascalia che mi perseguita costantemente. “Negli ultimi giorni il mio spirito parlerà dai figli degli schiavi”.

I figli degli schiavi. Perché proprio questa espressione? Perché non i poveri o gli oppressi in generale? Lo chiesi all’abate di Axum. Mi disse qualcosa che mi fece riflettere per settimane. Fratello Juanito, sai qual è stato uno dei primi paesi a proibire la schiavitù?

Scossi il capo. L’Etiopia. Nel IV secolo, quando adottammo il cristianesimo, uno dei primi atti fu liberare gli schiavi, perché i nostri testi dicono che Dio ama in modo speciale coloro che sono stati resi schiavi, che sono, in un certo senso, più vicini a lui dei liberi.

“Perché?” chiesi.

“Perché conoscono la sofferenza, sanno che cosa significa non avere potere, perché la loro unica speranza è Dio e per questo hanno le orecchie aperte per ascoltarlo”.

Mi raccontò che secondo la tradizione etiope, quando Gesù parlò dei figli degli schiavi nelle sue istruzioni post resurrezione, stava profetizzando sul cristianesimo africano. L’Etiopia non fu mai colonizzata, ma per secoli fu guardata con disprezzo dal cristianesimo europeo. “Africani ignoranti, dicevano, cristiani di seconda classe”, eppure furono loro, i disprezzati a preservare gli insegnamenti più puri.

E ora, nel XX secolo, mentre il cristianesimo europeo crolla, quello africano esplode, proprio come Gesù aveva profetizzato.

So che molti lettori si staranno chiedendo: “Questi testi sono davvero antichi o sono invenzioni medievali?”

Vi do i fatti. I manoscritti più antichi esistenti del canone etiope risalgono al XI – X secolo, ma l’analisi linguistica del jetz usato mostra che si tratta di traduzioni di originali molto più antichi, probabilmente del periodo che va dal quarto al secondo secolo.

Sappiamo che la Chiesa etiopica fu fondata nel V secolo, secondo la tradizione da Frumenzio, un missionario siriaco, ma ci sono anche indizi di comunità cristiane precedenti, forse del primo o secondo secolo.

L’Etiopia aveva contatti con il mondo giudeo-cristiano attraverso il commercio nel Mar Rosso. Il regno di Axum era una potenza commerciale e la tradizione etiope afferma che la sua dinastia reale discende dal re Salomone e dalla regina di Saba.

Punto importante, quando il cristianesimo arrivò in Etiopia non giunse da Roma, ma da Oriente, dalla Siria, dall’Egitto, forse persino dall’India.

E quelle comunità cristiane orientali possedevano testi diversi da quelli che Roma stava usando. Molti dei testi apocrifi che troviamo in Etiopia esistevano anche in versioni copte, siriache, arabe.

Non furono inventati in Etiopia, furono preservati lì quando scomparvero altrove.

Dunque, sono antichi? Sì, sono affidabili. Domanda più complessa, ma vi dirò questo: sono almeno tanto affidabili quanto i Vangeli canonici? Su che cosa si basa l’affidabilità dei Vangeli canonici? Sul fatto che furono accettati dai concili del V secolo, concili controllati dal potere politico.

I testi etiopi hanno la stessa origine, comunità cristiane primitive che registrarono tradizioni orali su Gesù.

La differenza è che Roma li rifiutò ed Etiopia li preservò. Chi aveva ragione?

Ognuno deve deciderlo per sé. Ho intitolato questa sezione Il Cristo nascosto perché è ciò che questi testi rivelano.

Un Gesù che ci è stato nascosto. Non del tutto nascosto, si intende. I Vangeli canonici sono genuini e contengono verità profonde, ma sono incompleti, editati, filtrati attraverso la lente di ciò che Roma considerava accettabile.

I testi etiopi ci offrono un Gesù più completo, più complesso, più sfidante. Un Gesù che non solo morì per il nostro riscatto, anche questo, ma risorse per insegnarci come vivere a un livello completamente diverso di coscienza.

Un Gesù che non parlò d’amore solo in termini generali, ma diede istruzioni specifiche su come trasformare corpo, anima e spirito.

Un Gesù che non si limitò a predire il suo ritorno, ma mise in guardia sulla corruzione specifica che avrebbe attaccato la sua Chiesa e promise che il rinnovamento sarebbe venuto dai margini, non dal centro.

Questo è il Gesù che Roma non voleva che conoscessimo, perché questo Gesù è incontrollabile.

Sono passati più di 25 anni da quel primo viaggio in Etiopia. Ci sono tornato altre tre volte, ho continuato a ricercare. Ho confrontato i testi etiopi con altri apocrifi di altre tradizioni e sono giunto ad alcune conclusioni.

Primo, la Bibbia che abbiamo in Occidente è incompleta, non è falsa, ma è editata, censurata. Cose importanti sono state lasciate fuori.

Secondo, gli insegnamenti post resurrezione di Gesù furono molto più estesi e profondi di quanto suggeriscano i Vangeli canonici. Quei 40 giorni furono cruciali e abbiamo accesso a ciò che vi si insegnò, se siamo disposti a cercare fuori dal canone ufficiale.

Terzo, Gesù profetizzò la corruzione della sua stessa chiesa: è scomodo, ma è lì in molteplici testi di molteplici tradizioni.

Non è un’invenzione etiope, è parte della tradizione cristiana primitiva che fu soppressa.

Quarto, il vero cristianesimo non è una religione istituzionale, è una trasformazione personale, una pratica spirituale che coinvolge corpo, mente e spirito, un cammino di incontro diretto con il divino.

Quinto e più importante, la verità non ha bisogno del permesso di Roma per essere verità.

La Chiesa cattolica non ha il monopolio della verità cristiana e neppure qualunque altra istituzione.

La verità sta dove la trovi, a volte nelle cattedrali, ma anche nei monasteri di montagna in Etiopia, nei testi che Roma respinse, nei cuori dei marginalizzati che ancora credono. Secondo questi testi, Gesù concluse i suoi insegnamenti post resurrezione con una promessa e una chiamata. La promessa: ”Non vi lascerò orfani. Il mio spirito sarà con voi sempre. Nei momenti di oscurità più profonda, quando vi sembrerà di essere completamente soli, cercatemi nel più profondo del vostro essere. Lì sono io, lì sono sempre stato. E da lì ora vi mando la chiamata,  non come pecore ingenue, ma come serpenti saggi e colombe pure. Il mondo vi odierà come ha odiato me, vi perseguiterà come ha perseguitato me, ma non temete perché io ho vinto il mondo. Andate, insegnate, non dai pulpiti d’oro, ma con la vostra vita. Lasciate che la vostra esistenza sia il sermone, che il vostro amore sia la prova, che la vostra pace in mezzo alla sofferenza sia la testimonianza. E negli ultimi giorni, quando tutto sembrerà perduto, quando il mio nome sarà profanato da coloro che dicono di seguirmi, cercate la mia voce nei luoghi dimenticati, perché lì sono sempre stato e lì sarò sempre”.

Concludo questo testo con un avvertimento e un invito.

L’avvertimento. Una volta che conosci queste informazioni non puoi disconoscerle. Non puoi tornare all’innocenza di credere che la Bibbia che possiedi sia completa, che la Chiesa istituzionale abbia tutte le risposte, che non ci sia altro da scoprire.

Hai mangiato dell’albero della conoscenza e come Adamo ed Eva, ora devi decidere che cosa fare di questa conoscenza. L’invito, cerca da te stesso non fermarti a ciò che ti ho detto.

Indaga, leggi i testi etiopi. Sono tradotti, sono disponibili; cerca anche i testi gnostici, i Vangeli apocrifi, le tradizioni mistiche del cristianesimo e soprattutto cerca Gesù direttamente, non attraverso l’istituzione, non tramite intermediari, direttamente come egli stesso insegnò.

“Cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”. E lì, è sempre stato lì, devi solo avere il coraggio di varcare quella soglia. E quando lo farai, quando troverai quella verità che rende liberi, ricorda: non sei il primo. I monaci d’Etiopia ti hanno preceduto da 1600 anni, i padri del deserto prima di loro, gli apostoli prima ancora e prima di tutti lo stesso Gesù uscito dalla tomba nel mattino di Pasqua con fuoco negli occhi e verità sulle labbra.

La verità non può morire, è il seme e la spada e sta germogliando di nuovo qui ora, in questo momento.

La domanda è: avrai il coraggio di vederla?

 

M O N T E    A T H O S

 

Il Monte Athos, nella penisola Calcidica in Grecia, è sede di un monastero ortodosso risalente al Vi secolo.
Lì si è recato in visita di studio Carl Gustav Jung e lì ha avuto una esperienza di contatto diretto con il vero messaggio di Gesù.
Non solo quello che ci viene descritto dai Vangeli canonici, dove la sua figura è propagandata mettendo in evidenza solo alcuni aspetti e precetti del suo pensiero, e precisamente quelli che erano funzionali ad un insegnamento e ad un magistero di cui la Chiesa si sarebbe appropriata indebitamente per esercitare un controllo sulle coscienze e che la hanno conferito un potere, non solo spirituale ma anche materiale, esercitato coattivamente per due millenni.

Il grande scienziato della psiche, entrato molto cautamente e umilmente in confidenza con il primo responsabile del clero sacerdotale del Monastero, ha avuto da questi il permesso e la consulenza per consultare dei testi evangelici sconosciuti in occidente e risalenti ai primi secoli dopo Cristo.

Questi testi appartengono alla categoria dei Vangeli apocrifi che sono stati banditi, ripudiati, ignorati, distrutti, bruciati e fatti oggetto di discredito ed abominio.

Jung parla in particolare di uno di questi Vangeli, il Vangelo di Pietro, che nessun cristiano cattolico ha mai saputo esistesse, né tantomeno ha mai letto.
Se c’erano state in circolazione altre copie, ormai non esistevano più.

In esso la figura di Gesù è molto diversa da quella della tradizione cattolica.

In questo Vangelo Gesù spiega a Pietro che la resurrezione non è soltanto un evento unico che riguardava il suo corpo fisico, ma un simbolo di qualcosa che tutti devono vivere:

“La morte del falso io e la nascita del vero io”.

“Ogni persona deve morire e risorgere – diceva Gesù in quel testo – non una sola volta alla fine dei tempi, ma continuamente lungo tutta la vita”.

“Ogni volta che lasci cadere un’illusione muori; ogni volta che scopri una verità risorgi”.

Questo è radicalmente diverso dalla dottrina ortodossa.

La Chiesa presenta la resurrezione come un evento storico unico accaduto a Gesù e come un evento futuro che accadrà a tutti nel giudizio finale.

Qui, invece, viene mostrato come processo continuo di trasformazione interiore.

Perché è stato proibito?

Perché presenta un Gesù troppo umano e, al tempo stesso, troppo divino.

Troppo umano perché lo descrive con dubbi, paure, lotte interiori; troppo divino perché insegna che questa stessa divinità è disponibile a tutti.

La Chiesa aveva bisogno di un Gesù unico, diverso da ogni altro essere umano, un Gesù che si potesse venerare, ma non imitare.

Perché, se tutti possono raggiungere ciò che Gesù ha raggiunto con la resurrezione, allora la Chiesa perde la sua ragione d’essere mediatrice esclusiva.

Un Gesù che si può adorare ma non imitare, questa è esattamente la funzione propagandistica della figura del Gesù istituzionale: viene collocato su un piedistallo così alto che nessuno può raggiungerlo, gli vengono attribuite caratteristiche uniche che nessun altro essere umano può possedere.

E poi ci viene detto che l’unico modo di avvicinarsi a lui è attraverso la Chiesa.

Ma il Gesù dei vangeli proibiti è completamente diverso.

Quel Gesù dice: “Ciò che io faccio anche voi potete farlo”.

Quel Gesù insegna metodi concreti di trasformazione interiore, quel Gesù non crea dipendenti, crea discepoli che, col tempo, diventano maestri.

La differenza è enorme.

Una versione mantiene in vita un sistema di controllo, l’altra conduce alla liberazione.

 

La Chiesa Cattolica è esattamente quello

contro cui Gesù Cristo ha predicato

e ha insegnato ai suoi discepoli a combattere.

 

Friederich Nietzsche.

 

Numero3392.

 

L A    B I B B I A    E    L A    F E D E

 

Non accontentarti di ciò che ti è stato raccontato.

Non limitarti a ripetere le parole “sacre” senza conoscerne l’origine.

Osserva ogni testo “sacro”, ad esempio la Bibbia, come una guida simbolica, non come un’ordinanza dogmatica.

Riconosci che siamo stati formati, distrutti, rifatti, che l’intelligenza universale ha sempre parlato in modo plurale e che il nostro compito non è adorare nell’ignoranza, ma partecipare con consapevolezza alla prossima grande svolta dell’umanità.

Quella sarà un’era in cui l’uomo, finalmente, ricorderà il proprio linguaggio stellare, curerà la terra dopo ogni catastrofe e userà la scintilla divina che porta dentro non per dominare e distruggere, ma per creare, amare e risplendere.

Quando comprenderai che i cicli continuano, che gli dei parlano tra loro e che la storia umana è una scuola di anime, allora il sapere si farà saggezza e il divino non sarà più là fuori, ma vivo, presente, vibrante dentro di te.

Alla fine, la vera rivelazione non è nei miracoli descritti, né nei dogmi imposti, ma nella possibilità che ogni essere umano ha di risvegliarsi, di vedere la Bibbia e la storia stessa non come un blocco immobile, ma come una finestra aperta su una eredità profonda, frammentata, disseminata nel tempo e nello spazio.

La vera fede non è cieca.

È il coraggio di interrogare, di scavare, di disfare per poi ricostruire.

Non si tratta di distruggere ciò che ci è stato trasmesso, ma di comprenderlo davvero, non per negare, ma per illuminare.

Ci hanno insegnato a credere senza domandare, a obbedire senza indagare, a venerare senza comprendere.

Ma ora siamo chiamati a qualcosa di diverso: a essere custodi consapevoli di una conoscenza che ci è stata trasmessa, spesso in silenzio, attraverso simboli, parabole, numeri, ripetizioni, nomi ed omissioni.

Perché la Bibbia, come ogni testo “sacro”, è anche ciò che non dice, ciò che allude, ciò che insinua.

Il non detto è spesso più potente del detto.

Quando ci accorgiamo che ogni  cultura ha custodito un frammento dello stesso racconto, dai miti di Atlantide alle genealogie Egizie, dalle cosmogonie Maya ai sogni sciamanici dell’Amazzonia, allora comprendiamo che la verità non è un possesso esclusivo, ma un filo sottile che attraversa tutti i popoli e tutti i tempi, un immaginario collettivo, un ricordo condiviso,  una nostalgia dell’origine.

Gesù, o Yeshua, lungi dall’essere il fondatore di una religione, ruolo in cui egli stesso si sarebbe disconosciuto, è il simbolo dell’uomo che si cerca, che attraversa i mondi per tornare al cuore, che apprende, dubita, evolve.

È il segno che dentro ognuno di noi vive un principio divino capace di trasformare l’acqua in vino, la paura in forza, la materia in spirito.

Ma solo se ci spingiamo oltre il velo.

Dunque, la domanda che resta, l’unica che davvero conta, non è se i testi siano autentici, o chi li abbia scritti, o quali siano i versetti giusti, o le traduzioni esatte, ma è questa: che cosa ci stai facendo oggi con questo immenso patrimonio, come lo vivi?

Lo ripeti a memoria o lo lasci vibrare dentro di te; lo usi per separarti dagli altri o per riconoscere che siamo tutti parte di uno stesso mistero?

Quando abbandonerai l’illusione di sapere tutto, o che quello che credi di sapere è tutto quello che sai, quando ascolterai, studiando ed imparando, i popoli antichi, i maestri dimenticati, la pietre mute e persino il silenzio che c’è tra un versetto e l’altro, allora capirai che la vera Bibbia non è quella stampata, ma quella scritta nei tuoi sogni, nelle tua domande, nei tuoi dolori e nelle tue rinascite.

Ed è lì, proprio lì, che comincia la tua parte nella grande narrazione del cosmo.

Numero3319.

 

da  QUORA

 

Scrive Gianni Demb, corrispondente di QUORA

 

C R I S T O    C O M E    A L T R I ?

 

Le supposte similitudini tra Cristianesimo , Mitraismo e antiche religioni pagane.

  • Molti studiosi ritengono che le origini del cristianesimo siano da ricercare in antichi culti pagani di carattere misterico. Scorrendo l’elenco delle analogie tra le vicende della vita di Gesù e quelle di molte divinità dell’antichità è impossibile rimanere impassibili innanzi alle numerose e sconcertanti somiglianze.

Uno dei motivi per cui molti studiosi, dal XIX secolo ad oggi, dubitano della storicità di Gesù è stata la scoperta che la sua vicenda presenta molte somiglianze con quelle di note divinità mitologiche, in particolare con gli dei morti e risorti dell’antico Medio Oriente, che erano adorati nei culti misterici contemporanei o preesistenti al cristianesimo.

Come scrisse J.M. Robertson in “Pagan Christs”, pubblicato nel 1903:

  • “Come Cristo, e come Adone e Attis, anche Osiride e Dioniso muoiono e risorgono.
  • Congiungersi con loro è la mistica aspirazione dei seguaci di questi culti.
  • Essi sono simili perché la partecipazione ai loro misteri dà l’immortalità.
  • Dal mitraismo Cristo prende le chiavi simboliche del paradiso e assume la funzione di “Saoshayant”, il nato da vergine e distruttore del maligno.
  • Perciò, negli aspetti fondamentali, il cristianesimo è un paganesimo rimodellato.
  • Il mito cristiano assorbe molti aspetti dai culti pagani.
  • Come il dio bambino nel culto di Dioniso, egli fu rappresentato in fasce in una mangiatoia.
  • Era nato in una stalla come Horus, il figlio della dea vergine Iside, regina del cielo.
  •  Di nuovo, come Dioniso, trasformò l’acqua in vino; come Esculapio, fece risorgere gli uomini dalla morte e ridiede la vista al cieco; e ancora, come Attis e Adone, venne pianto dalle donne, che poi gioirono della sua resurrezione.
  • La sua resurrezione ebbe luogo, come quella di Mitra, da un sepolcro di roccia.
  • Non c’è una concezione associata a Cristo che non sia comune a qualcuno o a tutti i culti del Salvatore dell’antichità“.

Un altro studioso, Burton L. Mack, nel 1994 scrisse:

  • “Studi recenti hanno mostrato che il cristianesimo dei primi tempi non era una religione originale, ma era influenzato dalle religioni dell’antichità.
  • E’ stato sconvolgente scoprire la sua somiglianza con i culti misterici ellenistici, soprattutto per aspetti fondamentali come i miti degli dei morti e risorti e i rituali del battesimo e della cena sacra“.

Ahmed Osman nel libro “House of the Messiah“, scrive che:

  • “I Vangeli propongono la rappresentazione di un mistero risalente a molti secoli prima, all’antico Egitto.
  • Esso si basa sugli impressionanti paralleli tra il mito di Gesù e le storie dell’antica religione egizia, e solleva dubbi circa l’esistenza storica dello stesso Gesù.”

Continua dicendo che:

  • “I seguaci di Giovanni Battista hanno inventato Gesù perché si compisse la profezia del loro maestro a proposito di “uno che doveva venire dopo di lui“.
  • Tuttavia, i seguaci di Giovanni non avrebbero costruito una storia in cui il loro maestro giocasse un ruolo così marginale nelle origini del cristianesimo.
  • Tra l’altro non è neppure certo che Giovanni abbia formulato questa profezia.”

Altri studiosi invece formulano una teoria diversa.

  • Pensano che le vere origini del cristianesimo, nella loro forma più “pura”, sono da ricercare nella Chiesa di Gerusalemme, guidata da Giacomo.
  • I suoi membri facevano riferimento al Tempio di Gerusalemme ed è pertanto ragionevole pensare che compissero pratiche religiose di tradizione ebraica.
  •  La Chiesa di Giacomo fu annientata durante la rivolta dei giudei e la diffusione del cristianesimo fu affidata, da allora in poi, all’azione missionaria di Paolo di Tarso.
  • In questo modo si spiegherebbero, secondo alcuni studiosi, gli elementi pagani del cristianesimo.

Numero3224.

 

DEDICATO  ALLA  MIA  CARA  AMICA  GIULIANA

 

da  QUORA

 

Scrive Enrico, corrispondente di QUORA

 

I L    C R I S T O    V E L A T O

 

Il Cristo velato è una scultura marmorea di Giuseppe Sanmartino, conservata nella cappella Sansevero di Napoli ed è stata realizzata nel 1753.

 

 

Raimondo di Sangro fu il committente di quest’opera, che originariamente doveva essere collocata nel mausoleo di famiglia sottostante la Cappella, vano che oggi ospita le Macchine anatomiche. Un piastrone di pietra indica oggi il punto preciso dove la statua avrebbe dovuto essere posta. L’incarico di eseguire il Cristo velato fu in un primo momento affidato allo scultore Antonio Corradini; tuttavia, deceduto da lì a breve, questi fece in tempo a realizzare solo un bozzetto in terracotta oggi al museo nazionale di San Martino. L’incarico passò così a Giuseppe Sanmartino, a cui venne chiesto di produrre «una statua di marmo scolpita a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua».

Sanmartino realizzò quindi un’opera dove il Cristo morto, sdraiato su un materasso, viene ricoperto da un velo che aderisce perfettamente alle sue forme. La maestria dello scultore napoletano sta nell’esser riuscito a trasmettere la sofferenza che il Cristo ha provato, attraverso la composizione del velo, dal quale si intravedono i segni sul viso e sul corpo del martirio subito. Ai piedi della scultura, infine, l’artista scolpisce anche gli strumenti del suddetto supplizio: la corona di spine, una tenaglia e dei chiodi.

Matilde Serao, grande ammiratrice della scultura, ci restituisce una descrizione assai vivida del Cristo:

«Sopra un largo piedistallo è disteso un materasso marmoreo; sopra questo letto gelato e funebre giace il Cristo morto. È grande quanto un uomo, un uomo vigoroso e forte, nella pienezza dell’età. Giace lungo disteso, abbandonato, spento: i piedi dritti, rigidi, uniti, le ginocchia sollevate lievemente, le reni sprofondate, il petto gonfio, il collo stecchito, la testa sollevata sui cuscini, ma piegata sul lato dritto, le mani prosciolte. I capelli sono arruffati, quasi madidi del sudore dell’agonia. Gli occhi socchiusi, alle cui palpebre tremolano ancora le ultime e più dolorose lagrime. In fondo, sul materasso sono gettati, con una spezzatura artistica, gli attributi della Passione, la corona di spine, i chiodi, la spugna imbevuta di fiele, il martello […] E più nulla. Cioè no: sul Cristo morto, su quel corpo bello ma straziato, una religiosa e delicata pietà, ha gettato un lenzuolo dalle pieghe morbide e trasparenti, che vela senza nascondere, che non cela la piaga ma la mostra, che non copre lo spasimo ma lo addolcisce»

La firma dello scultore, infine, è apposta sul retro del piedistallo, sotto il materasso: «Joseph Sanmartino, Neap., fecit, 1753».

 

Guardate il velo che lo ricopre. Dà i brividi vero? È così morbido e realistico che non sembra possibile che sia fatto di marmo. Sembra addirittura che il lenzuolo si muova, come sospinto da un lieve soffio di vento. O da un respiro. Per secoli si credette che la sua incredibile trasparenza fosse opera dei poteri di Raimondo Di Sangro (nobiluomo , aristocratico campano che si dedicò tutta la vita a studi di alchimia), il quale avrebbe adagiato sulla statua un vero e proprio velo che si sarebbe marmorizzato attraverso un processo alchemico.

Adesso osservate il corpo di Cristo. È disteso su un materasso marmoreo, le ginocchia contratte, scavate dalla fatica e dal dolore, la testa sollevata sui cuscini, gli occhi socchiusi. Se guardate con attenzione, vedrete delle lacrime che tremolano sulle sue palpebre. Io ogni volta che la osservo provo un senso di commozione. E ho visto persone piangere e inginocchiarsi davanti a questa statua. Perché in questa scultura c’è tutta la sofferenza dell’uomo umiliato, percosso e trafitto.

Se però lo osservate con più attenzione, noterete un dettaglio che a molti sfugge. Sulla tempia di Cristo vedrete una vena che sembra ancora pulsare. E guardate i suoi arti. Sembrano ancora contratti, come se potessero muoversi da un momento all’altro. Perché? Perché quest’incredibile scultura non raffigura, come molti credono, un uomo morente, che ha appena esalato il suo ultimo respiro, ma un uomo che è sul punto di risvegliarsi e di emetterne uno nuovo: quello della rinascita dopo la morte!

Il Cristo Velato racchiude un messaggio di speranza e di riscatto, è il simbolo della rinascita alla quale l’anima, dopo aver attraversato la sofferenza (simboleggiata dalla Croce), può aspirare. Ed ecco anche perché il Cristo è velato. Il velo nasconde i misteri dell’esistenza agli occhi dei viventi. Cos’è la morte, sembra dirvi lo scultore, se non un leggerissimo velo, quasi impalpabile, che non attende altro che essere svelato?

Numero2899.

 

C I T A Z I O N E    D A L    V A N G E L O

 

Intanto si erano radunate migliaia di persone,

al punto che si calpestavano a vicenda,

e Gesù cominciò a dire anzitutto ai suoi discepoli:

 

 

 

Guardatevi bene dal lievito

dei Farisei, che è l’ipocrisia.

 

Non c’è nulla di nascosto

che non sarà rivelato,

né di segreto

che non sarà conosciuto.

 

 

Dal Vangelo di Luca 12, 1-7

Numero2811.

 

da  QUORA

 

Da atei, si possono apprezzare comunque gli insegnamenti di Gesù Cristo?

 

Risponde Cesare, corrispondente di QUORA.

 

Perché no? Anche se insegnamenti simili vengono più sobriamente e più incisivamente da moltissimi personaggi che non si proclamano “figli di Dio” e non cercano di avvalorare tale affermazione con storie di “miracoli”, e sono quindi più apprezzabili e credibili.

 

Risponde Vincenzo Chiaravalle, corrispondente di QUORA.

Se proprio insisti, sì. Ma ci sono tanti di quei maestri migliori che, se non hai un impegno emotivo particolare sul Cristo, non ci stai sopra a stracciarti le vesti. Molto sopravvalutato. Gli stessi cristiani, molte volte, non si impegnano granché sugli insegnamenti del Cristo. Forse non li conoscono. Forse danno per scontato che si tratti perlopiù di pace, amore, benevolenza, perdóno, e generica “roba buona.” Peccato che, a guardare meglio, le cose non stiano esattamente così. Qualche idea buona, nel mix, si trova pure. Ma niente di esclusivo, niente che il Cristo abbia detto per primo, o che abbia detto solo lui…

Se a un cristiano citi il Discorso della Montagna, senza avvertirlo, sarà lui stesso a sollevare delle obiezioni. Se gli citi molte parabole, senza avvertirlo, sarà lui stesso a dichiararle addirittura immorali. Quindi, di cosa stiamo parlando? Prima di proporre gli insegnamenti del Cristo agli atei, bisognerebbe riproporli ai cristiani, i quali ti direbbero che la loro morale, nel frattempo, è profondamente cambiata — ammesso che sia mai stata quella del Cristo.

Ma gli atei credono che gli insegnamenti di Gesù fossero sbagliati?

Non tutti, e non necessariamente. Quando ti metti nella posizione di maestro e cerchi di dire cose sagge, qualcuna la becchi anche, non dovrebbe essere così difficile.

Devo dire che tanti insegnamenti di Gesù non piacciono a me — poco male —, ma mi pare che non piacciano nemmeno ai cristiani, a giudicare dal modo di vivere di tutti loro.

Perlopiù ti vengono a chiedere cosa farebbe Gesù quando vogliono qualcosa da te. Si guardano bene dal fare loro stessi i sacrifici che vogliono che tu faccia.

Prendiamo una delle migliori idee di Gesù: l’idea che i cristiani non debbano litigare tra loro e non debbano farsi causa tra di loro. È una delle poche cose che Gesù dice specificamente nel Discorso della Montagna, ampliando un po’ il concetto di ‘rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori‘. (Gesù ha seri problemi di falsa attribuzione, perché gli mettono in bocca pure un’infinità di cose che non ha mai detto, e neanche suggerito… Questa è scritta nero su bianco, è proprio nel testo. Puoi andare a verificare.)

Se uno si desse nella propria vita la missione di non entrare mai in un tribunale, a costo di rimetterci, probabilmente ne guadagnerebbe in salute. Non lo so, eh. Dico, è una possibilità. È un’ipotesi valida. Intesi?

Il problema è che i Paesi cristiani sono pieni di tribunali, di avvocati, di giudici, e di gente che fa causa ad altra gente a tutto spiano. Sono società tra le più litigiose al mondo.

Sarebbero tutti contenti se tu non facessi mai causa a loro — come sopra, vogliono più che altro che tu faccia quello che ha detto Gesù, gli conviene se tu fai quello che ha detto Gesù —, ma loro, per i fatti loro, non vedono l’ora di avere una buona scusa per fare causa a te, o per trasgredire i precetti cristiani. Questa è, semplicemente, ipocrisia.

Quindi, io sono spesso disposto a parlare degli insegnamenti di Gesù, anche da ateo.

 

Risponde Cristian Papi, corrispondente di QUORA.

Comunque sono le solite cose di buon senso: ama gli altri, ama te stesso, non rompere le balle al prossimo.

Cose del genere, ad esempio, le aveva dette anche il principe Siddhartha Gautama, detto Buddha, circa seicento anni prima.

Casomai non si fosse capito, sto dicendo che gli insegnamenti di Gesù erano tutt’altro che originali.

 

Risponde Ruggero Goldoni, corrispondente di QUORA.

Da ateo, non ho nulla contro Cristo, è un personaggio che, se realmente esistito, aveva il suo carisma.

Sono i suoi fans che mi preoccupano.

 

 

 

Numero2808.

 

 

da  QUORA

 

Perché Gesù è considerato cristiano quando, in realtà, era ebreo?

 

Risponde Pierfrancesco Pesci, corrispondente di QUORA.

Premetto che il Gesù di cui parlerò si riferisce all’individuo storico realmente esistito (quantomeno io ritengo sia così) e che ha svolto una intensa attività di predicazione in Palestina diffondendo una propria interpretazione del principio religioso giudaico. Quindi non parlerò del Gesù figlio di Dio.

In realtà accostare Gesù al cristianesimo può quasi apparire come un ossimoro.

La stessa considerazione di Gesù quale ebreo risale ad alcuni testi degli anni ‘80 del secolo scorso. Prima nessuno si azzardava a considerarlo ebreo ma di fatto come un perfetto esemplare di cristiano. Al cristiano il concetto di ebraicità di Gesù può dare fastidio per quanto sia stata creata nei secoli la contrapposizione tra cristianesimo e giudaismo.

Se è evidente, infatti, che Gesù non potesse in origine essere cristiano, non è assolutamente scontato definirlo quale il primo dei cristiani.

Gesù, Yehoshua ben Yosef, non solo nacque ebreo, ma morì da ebreo e condusse una vita nel pieno rispetto della religione israelita. Probabilmente era un Esseno. I vangeli rappresentano una fonte infinita di questa mia affermazione. Dai vangeli apprendiamo quanto Gesù rispettasse la legge ebraica in tutte le sue manifestazioni. Vestiva secondo tradizione con le frange alla base, osservava tutte le festività prescritte, frequentava le sinagoghe, compiva pellegrinaggi, mangiava secondo la cucina Kosher, pregava secondo le modalità previste. Un perfetto ebreo e fortemente convinto di esserlo. Inoltre credo al passo di Matteo (10,5-6) in cui Gesù esortava i discepoli affermando: ” Non andate tra i pagani e non entrate nelle città dei samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa di Israele.” A ribadire l’esclusività dell’insegnamento religioso ai soli giudei, in pieno stile israelita. Ricordiamoci che Gesù non ha mai predicato ad altri che non fossero correligionari. Non ha mai tentato di convertire i pagani, i politeisti, genericamente i gentili.

Questo passaggio è fondamentale per comprendere quale forzatura fu effettuata da Saul di Tarso (San Paolo diventato apostolo) per creare la religione cristiana sulle ceneri dell’esperienza di vita di Gesù.

Per fare ciò Paolo rinunciò alla circoncisione, al Kosher, alle festività alla modalità di preghiera ed al riconoscimento del popolo ebraico quale unico sottoscrittore del patto con Dio.

Una completa rivoluzione che sconcertò i famigliari ed i seguaci di Gesù che si trovavano a Gerusalemme negli anni successivi alla sua morte. Per loro era un’eresia. Per Paolo lo strumento per avviare una nuova religione le cui origini non dovevano essere create ma esistevano già grazie all’antico testamento.

Numero2807.

 

da  QUORA

 

GESU’  È  DIO?   GESU’  HA  MAI  DETTO  DI  ESSERE  DIO?

 

Risponde Carlo Coppola, corrispondente di QUORA

Decisamente no.

Anche esistesse un Dio eterno, unico, immutabile ed infallibile dubito fortemente che avrebbe avuto un figlio come Gesù.

E mi dispiace dirlo. Sono cresciuto in Azione Cattolica pensa un po’.

Ma non bisogna prendere fischi per fiaschi. La religione cattolica, così com’è, è una creatura di Saulo di Tarso (passato alla storia come Paolo Apostolo). Ulteriormente modellata nel corso dei secoli da altri e altrettanto bravi filosofi che però alla natura divina di Gesù penso credessero ancora meno del sottoscritto.

La natura di Gesù per la Chiesa fu decisa a tavolino, durante il Concilio di Nicea nel 325 d.C. circa 300 anni dopo la presunta morte e resurrezione di Gesù (negata per esempio dalla scuola gnostica, anch’essa presente al concilio) e dopo asprissime discussioni fra ariani che negavano la natura divina di Dio, o meglio che Gesù e Dio Padre fossero della stessa sostanza (come si recita ancora nel credo) e Antiochiani e Gnostici si giunse finalmente alla decisione che Gesù era Dio ed era esattamente fatto come Dio.

A Costantino I Imperatore non interessava una beata ceppa di chi avesse ragione. Ammesso che ci fosse una qualche possibile ragione. Interessava che la religione cristiana fosse univoca, che non litigassero fra di loro e che fosse lui a controllare la giostra. Quindi chiuse la porta del concilio a chiave e disse che non l’avrebbe aperta prima che tutti fossero stati d’accordo su una versione unica della faccenda. E così fu. E Gesù divenne Dio, della stessa sostanza del Padre. Penso che se glielo avessero detto 300 anni prima si sarebbe scompisciato dalle risate.

Insomma. Non è questa la sede per una esposizione dottrinale ma di scemenze la Chiesa ne ha messe per iscritto un bel po’.

Basti pensare che dopo un migliaio di anni dalla sua esistenza la Chiesa cattolica ha pensato bene che il vescovo di Roma fosse il Vicario di Cristo sulla terra. Non una guida spirituale qualsiasi ma proprio il rappresentante unico ed ufficiale di Dio sulla terra con tanto di accredito diplomatico del Padre Eterno. E per capirlo chiaramente ci dovevano pensare una decina di secoli. Ovviamente il Patriarca di Costantinopoli mandò bellamente affanculo il Papa di Roma e tutti suoi vescovi e se andò per cazzi suoi. Poi si sono sognati anche che in materia di fede il Papa fosse infallibile. Cioè la verità è quello che dico io e se mi rompi le balle ti faccio arrosto in piazza. Poi si sono inventati l’Immacolata Concezione. E mica il buon Gesù poteva nascere come tutti gli altri. Niente trombata, o meglio, trombata virtuale dello spirito santo. Ma di anni, per decidere questa cosa, si sa, fra consulti ginecologici e ragionamenti ci vuole il tempo che ci vuole, ce ne hanno messi 1800. E pazienza per San Giuseppe protettore dei cornuti virtuali.

In buona sostanza la Chiesa Romana ha imbastito tante di quelle pagliacciate nella storia che ne basta la metà, anzi un quarto e forse meno.

Compresa la divinità di quel grand’uomo che dev’essere stato Yehoshua ben Yosef (Gesù figlio di Giuseppe).

 

Risponde Livia Bosinceanu, corrispondente di QUORA.

Tu e tuo padre siete la stessa persona? La risposta penso che sia ovvia siete due persone totalmente distinte, lo spirito Santo non è altro che la forza attiva di Dio, la forza con crea, agisce.

In tutta la Bibbia la parola “Trinità” non la troveremo riportata nemmeno una volta, la trinità non ha niente a che vedere con gli insegnanti della Bibbia. Purtroppo i falsi insegnamenti basati su dottrine e credenze pagane hanno creato molta confusione nella mente di molte persone.

Trinità

Definizione: Dottrina fondamentale delle religioni della cristianità. Secondo il Simbolo Atanasiano, ci sono tre Persone divine (il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo), ciascuna delle quali sarebbe eterna e onnipotente, né maggiore né minore delle altre; ciascuna d’esse sarebbe Dio, e tuttavia non formerebbero che un solo Dio. Altre formulazioni del dogma sottolineano che queste tre “Persone” non sono entità separate e distinte, bensì tre manifestazioni dell’essenza divina. Perciò alcuni sostenitori della Trinità dicono di credere che Gesù Cristo sia Dio, o che Gesù e lo Spirito Santo siano Geova. Insegnamento non biblico.

 

Risponde Eugenio Bernardino Prella, corrispondente di QUORA.

Il testo della Nuovo Testamento lo ripete spesso, ed è anche il punto forte dell’accusa dei capi di Israele. Quindi, anche secondo la Tradizione e in particolare il magistero della Chiesa cattolica, il credere — ma in senso forte di adesione ad una verità rivelata, non nel senso vago di avere una semplice opinione — che Gesù Cristo è Dio, la seconda Persona della SS.Trinità incarnatasi, vero Dio e vero uomo, è la condizione fondamentale per ritenersi Cristiani.

 

Risponde Paola Capodaglio, corrispondente di QUORA.

Gesù non si pose mai sullo stesso piano dell’Onnipotente. Disse: “Il Padre è maggiore di me” (Giovanni 14:28). Nella Bibbia si parla di lui come il “Figlio di Dio” (Giovanni 1:49). Anche altre creature spirituali sono chiamate “Figli di Dio” (Giobbe 1:6). Inoltre i primi seguaci di Gesù non lo consideravano uguale all’Onnipotente. Ad esempio, parlando di Gesù risorto, l’apostolo Paolo scrisse: “Dio lo ha esaltato a una posizione superiore”. È ovvio che Paolo non credeva che Gesù fosse l’Onnipotente. Altrimenti come avrebbe fatto Dio a esaltarlo a una posizione superiore? (Filippesi 2:9).

 

Risponde Jay Smith, corrispondente di QUORA.

Dubito che un Dio che ha creato miliardi di galassie, con miliardi di stelle ciascuna, abbia sentito la necessità di mandare in un minuscolo pianeta insignificante dell’universo un Homo Sapiens in mezzo ad altri Homo Sapiens e donargli superpoteri come trasformare l’acqua in vino, leggere nel pensiero, camminare sulle acque, risuscitare i morti.

Gesù, se esistito veramente, é stato semplicemente un uomo.

 

Risponde Alberto Morelli, corrispondente di QUORA.

I dogmi non si possono spiegare, o si accettano o si è atei.

Per questo sono ateo.

 

 

Numero2806.

 

da  WIKIPEDIA

 

I L    C R E D O    C R I S T I A N O

 

I due testi del Credo

La versione latina usata nel rito romano è sostanzialmente fedele al testo del Concilio del 381, ma pronunciato al singolare (credo) invece dell’originale plurale (crediamo) e contiene due aggiunte rispetto al testo liturgico greco: Deum de Deo, frase che si trovava nel testo del Concilio del 325, e l’espressione FilioqueLa traduzione italiana è la versione del Messale Romano, seconda edizione (1983).

Tra [parentesi quadre] le parti del simbolo niceno omesse dal successivo niceno-costantinopolitano. In grassetto le parti assenti nel simbolo niceno e aggiunte dal successivo niceno-costantinopolitano. In corsivo i verbi cambiati da plurale a singolare e le frasi aggiunte al testo niceno-costantinopolitano.

Primo Concilio di Nicea (325)
Simbolo niceno
Primo Concilio di Costantinopoli
Simbolo niceno-costantinopolitano
Testo latino
del Simbolo niceno-costantinopolitano
Traduzione italiana
del Simbolo niceno-costantinopolitano
Πιστεύομεν εἰς ἕνα Θεόν
Πατέρα παντοκράτορα,
[πάντων] ὁρατῶν τε και ἀοράτων ποιητήν.
Πιστεύομεν εἰς ἕνα Θεόν,
Πατέρα Παντοκράτορα,
ποιητὴν οὐρανοῦ καὶ γῆς,
ὁρατῶν τε πάντων καὶ ἀοράτων.
Credo in unum Deum,
Patrem omnipotentem,
factórem caeli et terrae,
visibilium omnium et invisibilium.
Credo in un solo Dio,
Padre onnipotente,
creatore del cielo e della terra,
di tutte le cose visibili e invisibili.
Καὶ εἰς ἕνα κύριον Ἰησοῦν Χριστόν,
τὸν υἱὸν τοῦ θεοῦ,
γεννηθέντα ἐκ τοῦ Πατρὸς μονογενῆ,
Καὶ εἰς ἕνα Κύριον Ἰησοῦν Χριστόν,
τὸν Υἱὸν τοῦ Θεοῦ τὸν μονογενῆ,
τὸν ἐκ τοῦ Πατρὸς γεννηθέντα πρὸ πάντων τῶν αἰώνων·
Et in unum Dóminum Iesum Christum,
Fílium Dei Unigenitum,
et ex Patre natum ante omnia saecula.
Credo in un solo Signore, Gesù Cristo,
unigenito Figlio di Dio,
nato dal Padre prima di tutti i secoli:
[τουτέστιν ἐκ τῆς ουσίας τοῦ Πατρός,]
[θεὸν εκ θεοῦ,] Deum de Deo, Dio da Dio,
φῶς ἐκ φωτός,
Θεὸν ἀληθινὸν ἐκ Θεοῦ ἀληθινοῦ,
γεννηθέντα οὐ ποιηθέντα,
ὁμοούσιον τῷ πατρί,
δι’ οὗ τὰ πάντα ἐγένετο,
φῶς ἐκ φωτός,
Θεὸν ἀληθινὸν ἐκ Θεοῦ ἀληθινοῦ,
γεννηθέντα οὐ ποιηθέντα,
ὁμοούσιον τῷ Πατρί,
δι’ οὗ τὰ πάντα ἐγένετο.
lumen de lumine,
Deum verum de Deo vero,
genitum, non factum,
consubstantialem Patri:
per quem omnia facta sunt.
Luce da Luce,
Dio vero da Dio vero,
generato, non creato,
della stessa sostanza del Padre;
per mezzo di lui tutte le cose sono state create.
[τά τε ἐν τῷ οὐρανῷ καὶ τά ἐν τῇ γῆ].
Tὸν δι’ ἡμᾶς τοὺς ἀνθρώπους
καὶ διὰ τὴν ἡμετέραν σωτηρίαν
κατελθόντα
καὶ σαρκωθέντα,
ἐνανθρωπήσαντα,
Τὸν δι’ ἡμᾶς τοὺς ἀνθρώπους
καὶ διὰ τὴν ἡμετέραν σωτηρίαν
κατελθόντα ἐκ τῶν οὐρανῶν
καὶ σαρκωθέντα ἐκ Πνεύματος Ἁγίου
καὶ Μαρίας τῆς Παρθένου

καὶ ἐνανθρωπήσαντα.
Qui propter nos homines
et propter nostram salutem
descendit de caelis.
Et incarnatus est de Spiritu Sancto
ex Maria Virgine
,
et homo factus est.
Per noi uomini
e per la nostra salvezza
discese dal cielo
per opera dello Spirito Santo
si è incarnato nel seno della Vergine Maria
e si è fatto uomo.
παθόντα, Σταυρωθέντα τε ὑπὲρ ἡμῶν ἐπὶ Ποντίου Πιλάτου,
καὶ παθόντα
καὶ ταφέντα.
Crucifixus etiam pro nobis sub Pontio Pilato;
passus
et sepultus est.
Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato,
morì
e fu sepolto.
καὶ ἀναστάντα τῇ τριτῇ ἡμέρᾳ, Καὶ ἀναστάντα τῇ τρίτῃ ἡμέρᾳ
κατὰ τὰς Γραφάς.
Et resurrexit tértia die,
secundum Scripturas,
Il terzo giorno è risuscitato,
secondo le Scritture,
καὶ ἀνελθόντα εἰς τοὺς οὐρανούς, Καὶ ἀνελθόντα εἰς τοὺς οὐρανοὺς
καὶ καθεζόμενον ἐv δεξιᾷ τοῦ Πατρός.
et ascendit in caelum,
sedet ad dexteram Patris.
è salito al cielo,
siede alla destra del Padre.
ἐρχόμενον
κρῖναι ζῶντας καὶ νεκρούς.
Καὶ πάλιν ἐρχόμενον μετὰ δόξης
κρῖναι ζῶντας καὶ νεκρούς,
οὗ τῆς βασιλείας οὐκ ἔσται τέλος.
Et iterum venturus est cum gloria,
iudicare vivos et mortuos,
cuius regni non erit finis.
E di nuovo verrà, nella gloria,
per giudicare i vivi e i morti,
e il suo regno non avrà fine.
Καὶ εἰς τὸ Ἅγιον Πνεῦμα. Καὶ εἰς τὸ Πνεῦμα τὸ Ἅγιον,
τὸ κύριον καὶ τὸ ζῳοποιόν,
τὸ ἐκ τοῦ Πατρὸς ἐκπορευόμενον,
τὸ σὺν Πατρὶ καὶ Υἱῷ συμπροσκυνούμενον καὶ συνδοξαζόμενον,
τὸ λαλῆσαν διὰ τῶν προφητῶν
.
Et in Spíritum Sanctum,
Dominum et vivificantem:
qui ex Patre Filioque procedit.
Qui cum Patre et Filio simul adoratur et conglorificatur:
qui locutus est per prophetas
.
Credo nello Spirito Santo,
che è Signore e dà la vita,
e procede dal Padre e dal Figlio.
Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato,
e ha parlato per mezzo dei profeti
.
Εἰς μίαν, Ἁγίαν, Καθολικὴν καὶ Ἀποστολικὴν Ἐκκλησίαν. Et unam, sanctam, catholicam et apostolicam Ecclesiam. Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.
Ὁμολογοῦμεν ἓν βάπτισμα εἰς ἄφεσιν ἁμαρτιῶν. Confiteor unum baptisma in remissionem peccatorum. Professo un solo battesimo per il perdono dei peccati.
Προσδοκοῦμεν ἀνάστασιν νεκρῶν. Et exspecto resurrectionem mortuorum, Aspetto la risurrezione dei morti
Καὶ ζωὴν τοῦ μέλλοντος αἰῶνος. Ἀμήν.. et vitam venturi saeculi. Amen. e la vita del mondo che verrà. Amen.
[Τοὺς δὲ λέγοντας·
ἦν ποτε ὅτε οὐκ ἦν,
καὶ πρὶν γεννηθῆναι οὐκ ἦν,
καὶ ὅτι ἐξ οὐκ ὄντων ἐγένετο,
ἢ ἐξ ἑτέρας ὑποστάσεως
ἢ οὐσίας
φάσκοντας εἶναι,
ἢ κτιστόν,
ἢ τρεπτὸν ἢ ἀλλοιωτὸν
τὸν υἱὸν τοῦ θεοῦ,
ἀναθεματίζει
ἡ καθολικὴ ἐκκλησία.]