Numero3841.

 

LA  MALATTIA

 

C’è un insegnamento di Gesù sulla malattia che è stato cancellato dai Vangeli ufficiali con una precisione che non può essere accidentale.

Un insegnamento che dice che la malattia non arriva dall’esterno, non è una punizione divina, non è sfortuna, non è semplicemente genetica o un batterio o un virus isolato da ogni contesto interno.

Ha un’origine specifica interiore, emotiva e spirituale che Gesù descrisse con una chiarezza che le neuroscienze moderne stanno appena iniziando a confermare dai laboratori di psiconeuroimmunologia ed epigenetica.

E ciò che mi indigna di più, ciò che mi fa veramente arrabbiare con 2000 anni di religione istituzionale è che questo insegnamento era disponibile fin dall’inizio, che Gesù lo trasmise con precisione, che i suoi discepoli gnostici lo praticarono e lo documentarono e che qualcuno decise deliberatamente che tu non avresti dovuto averlo.

Perché un essere umano che sa che la radice della sua malattia è dentro di lui e che il potere della sua guarigione è anche dentro di lui, non ha bisogno di alcun intermediario religioso né di alcun sistema di controllo che amministri il suo accesso al sacro e alla salute.

Quello che imparerai oggi potrebbe essere esattamente la dimensione della guarigione che nessun medico ti ha mai menzionato.

Per capire cosa Gesù insegnava sulla malattia, prima devi capire come gli gnostici comprendevano la relazione tra il mondo interiore e il mondo fisico.

Per la gnosi (conoscenza) non esiste una separazione reale tra ciò che accade nella tua mente, nelle tue emozioni e nel tuo stato spirituale e ciò che si manifesta nel tuo corpo fisico.

Il corpo non è una macchina indipendente che funziona secondo le sue proprie leggi biologiche isolate dalla coscienza che lo abita, ma è l’espressione più densa e più visibile di un campo di coscienza completo che include pensieri, emozioni, schemi spirituali e il grado di connessione o disconnessione dell’anima con la sua origine nel pleroma.

Il termine “pleroma” è una parola greca che significa “pienezza” e indica la totalità della perfezione e della potenza divina.

Ciò che si squilibra prima nel mondo interiore eventualmente si manifesta nel mondo esteriore del corpo.

La malattia fisica è sempre, nella prospettiva gnostica, l’ultima tappa di un processo che è iniziato molto prima negli strati più sottili dell’esperienza umana.

È il corpo che parla nell’unica lingua che una mente disconnessa dalla sua natura interiore può ascoltare quando ha ignorato per troppo tempo i messaggi più sottili.

Nel Vangelo di Giovanni, capitolo 5, Gesù guarisce un uomo paralizzato che era rimasto 38 anni senza poter camminare.

Ma ciò che il cristianesimo istituzionale non spiega mai è l’istruzione precisa che Gesù gli diede dopo la guarigione.

Non gli disse “Va e vivi in pace”, ma gli disse: “ Ecco, sei stato guarito, non peccare più affinché non ti accada qualcosa di peggio”.

Nel contesto gnostico questa dichiarazione non è una minaccia morale, è una diagnosi clinica.

Gesù stava indicando con precisione che la paralisi fisica aveva avuto la sua origine in uno schema interiore, in un errore di allineamento con la propria natura divina e che se quello schema non si fosse trasformato, il corpo avrebbe manifestato di nuovo la malattia perché la causa sarebbe rimasta attiva.

Gli gnostici identificavano tre radici fondamentali da cui emerge ogni malattia. Le chiamavano le tre passioni malate dell’anima.

La prima è l’ignoranza spirituale, l’oblio della propria natura luminosa, vivere completamente identificati con il corpo, la personalità e la storia, senza alcun contatto con la scintilla del pleroma che costituisce l’identità più vera dell’essere umano.

La seconda è il desiderio patologico, la carenza cronica, la sensazione impellente che manchi qualcosa di essenziale perché la vita sia completa.

La terza è l’odio nelle sue molteplici forme: il risentimento sostenuto, il senso di colpa cronico, il giudizio implacabile di se stessi e degli altri.

Queste tre radici non sono concetti astratti, hanno biochimiche specifiche e documentate dalla scienza moderna.

L’ignoranza spirituale, il vivere completamente disconnessi da qualsiasi dimensione interiore profonda, produce nel sistema nervoso un’attivazione cronica dell’asse dello stress che i ricercatori moderni associano direttamente a infiammazione sistemica, soppressione immunologica e accelerazione dell’invecchiamento cellulare.

Il desiderio patologico produce un’attivazione frustrata cronica del circuito dopaminergico della ricompensa che genera stati di ansia, depressione e compulsione con effetti misurabili sulla coerenza cardiaca e sul sistema immunitario.

Il risentimento sostenuto produce ciò che i ricercatori di psiconeuroimmunologia chiamano tempesta di citochine infiammatorie.

La dottoressa Kandpert, il cui lavoro rivoluzionario sui neuropeptidi, ha dimostrato che le emozioni hanno recettori in ogni cellula del corpo.

Documentò che le emozioni negative sostenute producono composti chimici specifici che letteralmente infiammano i tessuti.

Il risentimento ha una sua biochimica, la paura cronica ha una sua biochimica e questa biochimica produce malattia.

Nel Vangelo gnostico di Filippo, un testo di Nag Hammadi che molti studiosi ritengono conservi insegnamenti diretti dei discepoli di Gesù, si descrive che la parola pronunciata dalla gnosi, dal riconoscimento diretto della propria natura luminosa, ha il potere di decostruire la malattia dalla sua radice perché attacca lo schema di coscienza che l’ha generata, invece di sopprimere semplicemente il sintomo fisico, che è la sua espressione finale.

Gesù praticava esattamente questo quando guariva.

Non eseguiva rituali magici esterni: iniziava nel malato un processo di gnosi accelerata, di conoscenza diretta di sé, di riconoscimento della radice interiore della malattia e simultaneamente della natura luminosa che poteva dissolvere quella radice.

Quando diceva al cieco “La tua fede ti ha guarito”, non stava parlando di una credenza religiosa passiva.

Stava descrivendo l’effetto della gnosi attiva, del riconoscimento esperienziale diretto della propria natura divina, sul sistema nervoso e attraverso di esso sul corpo fisico.

La frase che pronunciò a Marta nel Vangelo di Giovanni prima di risuscitare Lazzaro è la sintesi più precisa di tutto il suo insegnamento sulla guarigione.

Le disse, “Non ti ho detto che se credessi vedresti la gloria di Dio?”

Nel contesto gnostico, vedere la gloria di Dio non è un evento soprannaturale esterno, è la gnosi, l’esperienza diretta della propria natura luminosa che quando accade genuinamente produce effetti che il mondo materiale chiama miracoli, perché non ha altro vocabolo per descrivere ciò che accade quando la coscienza opera dal suo livello più profondo, invece che dai suoi schemi condizionati da paura e oblio.

Gesù era ciò che gli gnostici chiamavano un iniziatore, un maestro che iniziava nel malato il processo di conoscenza di sé che dissolveva la radice interiore della malattia, che risvegliava la consapevolezza che il potere di guarigione non era fuori, ma dentro, che la saggezza nascosta di cui il malato aveva bisogno non era informazione medica esterna, ma il riconoscimento diretto della propria natura divina che era stata oscurata dalle tre radici di ignoranza, desiderio patologico e odio che generavano la malattia.

Ora passiamo alle pratiche concrete del vero antidoto che Gesù trasmise.

Cercherò di esemplificare le pratiche nel modo migliore possibile.

La prima pratica è l’attivazione della gnosi guaritrice attraverso la conoscenza di sé.

Ogni mattina per 10 minuti siediti in silenzio e fatti la domanda che i maestri gnostici consideravano la più terapeutica di tutte.

Non chiederti cosa ti fa male, non chiederti quale sintomo hai, ma chiediti: chi sono io al di là di questo corpo, di questa emozione e di questa storia.

Permettiti di sentire anche solo brevemente la scintilla del pleroma che Gesù insegnava: vive in ogni essere umano come la sua natura più vera, non come esercizio di immaginazione, ma come riconoscimento attivo.

Da quel riconoscimento visualizza la luce di quella scintilla espandersi verso ogni zona del corpo che ha bisogno di guarigione.

Questa pratica attiva nel sistema nervoso la coerenza cardiaca e la risposta parasimpatica che i ricercatori del Heartmat Institute associano direttamente con il ripristino del sistema immunitario.

Gesù la chiamava accendere la lampada interiore.

Le neuroscienze la chiamano attivazione vagale: è lo stesso processo descritto da due vocabolari separati da 2000 anni.

La seconda pratica è la parola medicinale.

Gli gnostici insegnavano che pronunciare con precisione e intenzione la conoscenza sulla propria natura ha effetti terapeutici diretti, perché la parola pronunciata dalla gnosi riorganizza gli schemi di pensiero che generano la biochimica della malattia.

La pratica consiste nell’identificare lo schema interiore che senti più associato al tuo processo di malattia, sia esso paura, risentimento, carenza o disconnessione, e poi pronunciare a voce alta per 5 minuti consecutivi la dichiarazione opposta dal riconoscimento della tua natura luminosa, non come affermazione positiva superficiale, ma come gnosi attiva pronunciata dal contatto genuino con la scintilla del pleroma che hai attivato nella prima pratica.

La differenza tra un’affermazione positiva convenzionale e la parola medicinale gnostica è esattamente questa.

La prima viene dalla volontà della personalità, la seconda viene dal riconoscimento della natura divina propria e i suoi effetti biologici sono completamente diversi.

La terza pratica è il risveglio della coscienza attraverso l’alchimia del risentimento.

Il risentimento sostenuto è lo schema generatore di malattia più documentato dalla ricerca moderna.

Gli studi sui sopravvissuti al cancro a lungo termine mostrano costantemente che la liberazione genuina dal risentimento è uno dei fattori più significativamente associati alla remissione.

Gesù lo prescrisse direttamente quando disse che il perdono libera colui che perdona.

Nella pratica gnostica, il processo di liberazione dal risentimento non inizia dalla volontà morale, ma dalla conoscenza di sé.

Identifichi prima la radice del risentimento, il dolore originale, il momento di oblio della tua natura divina che ti ha reso vulnerabile a quel danno.

Poi dalla scintilla del pleroma osservi la persona o la situazione che risenti, riconoscendo che il loro danno è emerso anche dal loro stesso oblio della loro natura luminosa, non come giustificazione di ciò che hanno fatto, ma come comprensione della sua origine.

Questa comprensione profonda che è possibile solo dalla gnosi e non dalla personalità ferita, è ciò che i testi gnostici chiamano l’alchimia che trasforma il veleno in medicina e i suoi effetti sulla biochimica del corpo sono immediati e misurabili.

La quarta pratica è la connessione con il divino interiore come fonte primaria di guarigione.

Ogni sera prima di dormire, dedica 5 minuti a riconoscere consapevolmente che il potere di guarigione non è in nessuna fonte esterna, ma è nella natura luminosa del pleroma che vive dentro di te.

Porta la tua attenzione al centro del petto, senti la scintilla e da quella scintilla dirigi un’intenzione semplice e senza ansia verso ogni zona del corpo che ha bisogno di restaurazione, non come supplica a un essere esterno, ma come attivazione di una capacità interna che è sempre stata presente, ma che l’oblio della natura divina propria manteneva inaccessibile.

Questa pratica notturna attiva i processi di riparazione cellulare che avvengono naturalmente durante il sonno, ma che sono potenziati significativamente quando il sistema nervoso entra nello stato di coerenza che il riconoscimento della propria natura divina produce.

Cosa puoi aspettarti da queste pratiche applicate con disciplina?

Nei primi tre giorni la pratica mattutina di gnosi guaritrice produrrà una sensazione fisica di calore ed espansione al centro del petto, che è la risposta del sistema nervoso parasimpatico, all’attivazione del nervo vago attraverso la conoscenza di sé profonda.

Questa sensazione fisica non è immaginazione, è la conferma biologica che il processo descritto da Gesù sta accadendo.

Nella prima settimana la parola medicinale pronunciata costantemente inizierà a produrre momenti di quiete mentale che contrastano drammaticamente con gli schemi di pensiero abituali che generavano la biochimica della malattia.

Il sistema nervoso sta imparando un nuovo schema di operazione dalla gnosi invece che dall’oblio.

Nel primo mese l’alchimia del risentimento avrà prodotto cambiamenti fisici oggettivamente osservabili: migliore qualità del sonno, riduzione dei dolori cronici associati all’infiammazione generata dallo stress emotivo, maggiore energia disponibile e una sensazione di leggerezza nel corpo, che è l’esperienza soggettiva della riduzione del carico infiammatorio sistemico che il risentimento sostenuto produceva.

Le sfide sono prevedibili. La mente condizionata per anni a cercare la guarigione esclusivamente in fonti esterne resisterà a queste pratiche dicendoti che sono insufficienti, che hai bisogno di qualcosa di più, che questo è troppo semplice per essere vero.

Questa resistenza è esattamente lo schema di ignoranza spirituale che Gesù identificava come la prima radice della malattia.

La dipendenza cronica da fonti esterne di guarigione è considerata come unica opzione valida.

Comunque Gesù guariva i corpi perché comprendeva esattamente da dove veniva la malattia, dalla disconnessione dell’anima con la sua natura divina, dall’oblio di ciò che l’essere umano è nel livello più profondo.

E l’antidoto che trasmise non era un rituale esterno né un dogma da obbedire, era gnosi, conoscenza di sé, il riconoscimento diretto della propria natura luminosa che quando accade genuinamente trasforma simultaneamente la coscienza e la biochimica del corpo che quella coscienza abita.

Stasera, prima di dormire pratica la connessione con il divino interiore: 5 minuti al centro del petto,  suscita la scintilla, l’intenzione senza ansia verso ciò che ha bisogno di essere restaurato e dormi in quella luce.

Ripeti la frase: “Io guarisco dalla mia luce interiore”.

Queste parole scritte con intenzione sono la dichiarazione più potente che un corpo malato o un corpo sano che vuole rimanere sano possa fare perché affermano la verità più fondamentale che Gesù insegnò sulla relazione tra coscienza e biologia.

Condividi questo scritto con qualcuno che è in un processo di malattia, perché ciò che hai appena imparato potrebbe essere esattamente la dimensione della sua guarigione che nessun medico gli ha mai menzionato.

Numero2890.

da QUORA

 

C O M E   S P I E G H I   I   M I R A C O L I   D E I   S A N T I ?

 

 

Come quelli che avrebbe compiuto padre Pio, ad esempio?

Ebbene, devi sapere che tra aprile e maggio del 1921, i vertici del Sant’Uffizio, insospettiti da quel che accadeva nel Gargano, si decisero ad inviare un visitatore apostolico a San Giovanni Rotondo, che si premurasse di studiare la personalità di padre Pio, sceverare la questione delle stigmate, verificare la natura dei rapporti del frate con le donne, valutare la natura dei presunti miracoli che al padre Pio si attribuivano. La scelta del Vaticano cadde su un carmelitano scalzo quarantacinquenne, che era stato lui stesso un giovane consultore del Sant’Uffizio e aveva assunto da poco la guida della diocesi di Volterra: Raffaele Carlo Rossi.

Ora, cerca di seguire attentamente quanto segue, perché si tratta di informazioni estremamente importanti: non tornare a rifugiarti nel caldo tepore del gregge di pecoroni assetati di miracolismo a buon mercato, giacché ne va della tua dignità di essere umano, razionale e senziente.

Dal rapporto finale che il vescovo Rossi consegnò al Sant’Uffizio – un testo lungo centocinquanta pagine, intitolato “Sul P. Pio da Pietrelcina” e datato 4 ottobre 1921 – risulta che il visitatore apostolico si trattenne a San Giovanni per una settimana esatta. Dopo aver interrogato numerosi testimoni e aver esaminato a lungo il padre cappuccino, si iniziano ad avere alcune smentite – dallo stesso frate – riguardo le voci miracolistiche che giravano attorno a lui. Avendo avuto notizia che sul capo del frate comparivano, a momenti, tracce lasciate come da una corona di spine, il vescovo Rossi lo interpellò: «C’è chi dice che qualche segno le viene anche in testa!», salvo registrare la replica di padre Pio: «(ridendo): Oh, per amor del Signore! Che vuol che risponda!». Un’altra volta, monsignor Rossi chiese conto al cappuccino delle voci secondo cui la sua vita terrena non sarebbe stata più lunga di quella di Gesù. «A proposito di morire a 33 anni ecc. ha detto qualche cosa?» «Ma neanche per sogno», fu la schietta risposta di padre Pio.

Ma andiamo avanti: quale fu l’atteggiamento di padre Pio, quando monsignor Rossi ne sollecitò l’avviso sui vari prodigi che gli venivano attribuiti dalla vox populi, particolarmente gli episodi di bilocazione e le guarigioni mirabili? In tali casi, il frate rispose spesso con un «non mi consta» mutuato dal non constai del latino giurisprudenziale. Richiesto se un giorno gli fosse davvero occorso di essere a Foggia, presso il comando della Divisione militare, pur senza muoversi dal convento di San Giovanni, padre Pio replicò con sintassi un po’ incerta, ma senza mezzi termini: «Eccellenza, non mi consta nulla di tutto questo. Delle imprudenzate ce ne sono state per parte di persone che hanno voluto fare il mio nome, per cose che io non avrei mai pensato né di dire, né di far sapere. C’era da impazzire e devo ringraziare il Signore che la più grande grazia che riconosco di aver ricevuto in proposito sia stata appunto quella di non aver perduto la ragione e la salute per quante frottole si dicevano».

Quindi abbiamo già delle importanti dichiarazioni del padre Pio, che smentiscono categoricamente e sistematicamente qualsiasi miracolistica diceria popolare che lo avrebbe visto protagonista di straordinari prodigi. Si tratta di fesserie e voci incontrollate propalate da pecoroni accecati da fanatismo religioso. Come confermato candidamente dallo stesso padre Pio.

Analoghe nella sostanza le repliche del cappuccino quando monsignor Rossi lo interrogò sugli effetti taumaturgici della sua intercessione per malati ritenuti incurabili: il gobbo di Lucerà, lo storpio di San Giovanni Rotondo, le due giovani mute, il cancelliere della Pretura zoppo, e quant’altra umanità sofferente si era rivolta al frate per ritrovare il sorriso. Lui, padre Pio, si limitava a pregare: erano i devoti che si abbandonavano a imprudenzate e gridavano al miracolo. «Ho pregato per i bisogni delle persone che si sono raccomandate a me, indigenti, bisognose, ecc. Questo mi consta».

Per quanto riguarda le stigmate il frate aveva ammesso di essersi procurato dell’acido fenico «per uso della Comunità», sostenendo di averlo fatto in segreto per rimediare all’assenza di una ricetta medica. L’acido – era stata la sua spiegazione – gli serviva a disinfettare le siringhe, «in un Collegio di ragazzi spesso e volentieri l’occasione occorre». La veratrina, padre Pio ricordava di averla ordinata invece «per una ricreazione»: per compiere uno scherzo ai confratelli, mischiandola al tabacco da fiuto in modo da farli starnutire irresistibilmente.

Sia nel prosieguo della visita apostolica, sia nella relazione finale da lui trasmessa alla Suprema, monsignor Rossi si dimostrò scettico sui prodigi che la vox populi accreditava al cappuccino, e quasi sarcastico sui promotori locali della sua santità. Nel suo rapporto conclusivo affermava che a differenza dei miracoli di Gesù, quelli di padre Pio andavano messi tra virgolette. «Nemmeno uno dei miracoli sussiste», fu l’impietoso bilancio del vescovo Rossi. Era falso che un «giovanetto affetto da gibbosità» si fosse «almeno in parte raddrizzato». Era falso che il claudicante cancelliere della pretura di San Giovanni Rotondo avesse avuto il piede risanato. Era falso che una bambina muta, portata al cospetto di padre Pio, si fosse vista restituire la favella. Era falsa la guarigione di un povero ebete, «di statura lillipuziana», gobbo, storpio e guercio: «L’ho veduto io stesso: è un infelice, fa pietà». Fantasia pura anche quella secondo cui la campana della chiesa parrocchiale di San Giovanni era andata improvvisamente in pezzi, a seguito di un torto commesso dall’arciprete ai confratelli di padre Pio. «Cose da ridere! E il popolino gridava al miracolo! …».

Non so se hai seguito il discorso, ma questo non lo affermo io, lo afferma un vescovo della Chiesa cattolica, monsignor Rossi, inviato dalla Santa Sede ad indagare: i miracoli attribuiti a padre Pio sono in realtà un mucchio di cazzate superstiziose.  Tutto ciò di cui ti ho parlato è di dominio pubblico, non è un segreto di Stato, è scritto nero su bianco. Esiste addirittura una pubblicazione che contiene l’intero rapporto del vescovo Rossi: Francesco Castelli, Padre Pio sotto inchiesta. L’autobiografia segreta, Ares, 2008. Naturalmente tutto ciò che abbiamo appreso circa i presunti miracoli di padre Pio, può facilmente essere accostato per analogia e attribuito a tutti gli altri santi del pantheon cattolico.

Ora però non sentirti troppo depresso per aver creduto a queste miracolistiche minchiate superstiziose: molti altri pecoroni cadono in questo tranello e rimangono invischiati a vita in un meschino letamaio religioso, fraudolento, infondato e illusorio. Ti stupirà sapere che in fondo anche io credo in una qualche sorta di miracolo. Credo nel miracolo che potrebbe trasformare un ottuso pecorone religioso, con la testa stipata di minchiate dogmatiche e superstiziose, in un essere razionale e senziente. Così come da un bruco può nascere una farfalla. Certo, è quasi di impossibile attuazione, ma conviene essere fiduciosi.

Numero2540.

 

M I R A C O L O

 

Luigi Garlaschelli (Pavia, 22 Giugno 1949) è un chimico, divulgatore scientifico, accademico, scrittore ed esperantista Italiano.

Il suo campo di divulgazione scientifica principale sono i miracoli e i fenomeni insoliti che spesso hanno spiegazioni pseudoscientifiche.
La Sindone di Torino, le stigmate, i fuochi fatui, il fachirismo, i cerchi nel grano, la Madonnina di Civitavecchia, il presunto miracolo di Bolsena sono alcuni degli argomenti di cui si è occupato con rigore scientifico, con risonanze anche internazionali.

Fra gli altri si è occupato anche del cosiddetto “Miracolo di San Gennaro”.
Egli ha ottenuto chimicamente il cosiddetto “sangue miracoloso” mescolando il cloruro di ferro con il carbonato di calcio.
Il composto, lasciato riposare, gelatinizza cioè diventa solido, coagulato. Se è mosso senza scosse, esso resta fermo. Ma basta agitarlo leggermente, oppure dargli un colpo secco ed ecco che ridiventa liquido.

È proprio questo che l’Arcivescovo di Napoli, 3 volte l’anno, fa con l’ampolla reliquario. Prima la gira sottosopra e il sangue solido non si muove. Poi, con qualche piccola scossa, ottiene la liquefazione e, attraverso l’oblò trasparente, si vede il sangue fluidificato.

Garlaschelli ha ottenuto lo stesso risultato con il composto chimico descritto sopra.