DA QUORA
Scrive Gaetano Antonio Riotto, corrispondente di Quora.
PICCOLE STORIE
Nilofar Ayoubi
Per proteggere sua figlia, un padre le tagliò i capelli e la vestì da maschio. Per quasi dieci anni, Nilofar Ayoubi poté godere di libertà che, come bambina, le sarebbero state negate.
La decisione arrivò dopo un’aggressione.
Nilofar aveva circa quattro anni e viveva a Kunduz, nel nord dell’Afghanistan. Un giorno, mentre giocava in strada senza velo, uno sconosciuto le si avvicinò, le toccò il petto per cercare segni di femminilità e la schiaffeggiò con una violenza tale da farla cadere a terra. Le disse che, se l’avesse rivista senza velo, avrebbe fatto del male a suo padre.
La bambina tornò a casa piangendo.
Suo padre era furioso. Chiese alla madre di portargli delle forbici, tagliò i capelli alla figlia e ordinò che da quel momento venisse vestita come i suoi fratelli. Fuori casa, Nilofar sarebbe stata presentata come un bambino.
Era una scelta nata dal desiderio di proteggerla. Ma cambiò anche le possibilità della sua infanzia.
Per quasi dieci anni Nilofar poté muoversi con maggiore libertà, sottraendosi a restrizioni imposte alle bambine nel contesto in cui cresceva. Andava in bicicletta, frequentava gli amici, praticava judo e poteva accompagnare il padre in luoghi dove le sue sorelle avrebbero incontrato maggiori limitazioni.
La differenza stava negli abiti, nei capelli e nello sguardo di chi la incontrava. Lei era la stessa persona. A cambiare era il modo in cui il mondo le permetteva di vivere.
Una libertà ottenuta a un prezzo preciso: nascondere di essere una bambina.
In Afghanistan questa pratica è conosciuta come bacha posh. Alcune famiglie presentano temporaneamente una figlia come un maschio, consentendole di accedere a opportunità e spazi altrimenti difficili da raggiungere. Le ragioni possono essere diverse, ma nel caso di Nilofar tutto era cominciato dalla paura di suo padre dopo l’aggressione.
Quella condizione, però, non poteva durare per sempre.
Con l’arrivo della pubertà, Nilofar dovette tornare a presentarsi pubblicamente come una ragazza. Il passaggio fu doloroso: significava confrontarsi con limiti dai quali, per gran parte dell’infanzia, era stata protetta.
Dopo essere cresciuta con la possibilità di muoversi liberamente, scoprì che molti di quei gesti quotidiani non le erano più concessi nello stesso modo. Le strade, le amicizie e le attività erano rimaste le stesse. Era cambiato il ruolo che la società le imponeva.
La storia raccontata da Nilofar mostra quanto una disuguaglianza possa diventare concreta. Entra nei vestiti, negli spostamenti, nelle possibilità di una giornata. Può influenzare persino le decisioni di un genitore che teme per l’incolumità della figlia.
Anni dopo, ormai adulta e impegnata nella difesa dei diritti delle donne afghane, Nilofar raccontò quell’infanzia alla BBC. Nel 2023 la sua testimonianza raggiunse un pubblico internazionale.
Ripensando a quel periodo, riconobbe nella scelta del padre il tentativo di proteggerla e di offrirle una vita più libera.
È anche la contraddizione più profonda della sua vicenda.
Un padre voleva che sua figlia potesse crescere al sicuro. Per riuscirci, arrivò a far credere agli altri che fosse un figlio.
Nilofar non era cambiata quando le avevano tagliato i capelli. Non era diventata più capace, più meritevole o più degna di rispetto indossando gli abiti dei fratelli.
Eppure, agli occhi della società che la circondava, quei vestiti facevano la differenza.
Per quasi dieci anni poté conoscere una libertà che avrebbe dovuto appartenerle indipendentemente dal suo genere. Poi dovette imparare a vivere senza una parte di quella libertà.
La sua infanzia ci lascia una domanda difficile da ignorare: quanta libertà viene negata a una bambina, se per restituirgliela bisogna nascondere che lo sia?