….perché chi
ci tiene,
ti tiene.
Cosa ci insegna la vita… testamento spirituale di un libero pensatore
….perché chi
ci tiene,
ti tiene.
Questo testo, leggermente modificato, si trova anche al Numero1444.
P R E A M B O L O
Era meglio se mi tappavo la bocca,
ma ho ceduto alla tentazione,
ho composto questa filastrocca
e ve la canto a guisa di canzone.
Si, ve la canto e anche ve la suono.
Se la chitarra piange e ho poca voce,
in anticipo, vi chiederò perdono.
Siate buoni, non mi mettete in croce.
La cantata ha soltanto due accordi:
il MI settima alternato con il LA.
“Il Plevan di Malborghet”,se lo ricordi,
allora sai più o meno come fa.
È un po’ monotono e ripetitivo,
non c’è intermezzo e poche variazioni
ma tant’è, amici, questo è il motivo,
talvolta sono queste le canzoni.
La melodia s’impara molto presto,
così, se qualcuno di voi vuole cantare
insieme a me, vi ho dato il testo,
sarò felice di farmi accompagnare.
Imbraccio la chitarra per Graziella
voi, pazientemente, state ad ascoltare.
Spero che la cantata mia sia bella,
schiarisco la voce e vado a incominciare.
LA PENSIONE DI GRAZIELLA
Vi racconto una storiella,
una vera bagatella,
miei signori:
una semplice canzone
per narrar la conclusione
dei lavori.
Dei lavori di bidella
della nostra Graziella,
brava gente:
è arrivata alla pensione
e con gran soddisfazione,
finalmente.
E se nasce una stella,
di sicuro sarà quella
della mia amica;
della nuova condizione
si farà una ragione,
ma con fatica.
Ora, alla chetichella,
suonerà la campanella
per se stessa.
È finita la lezione,
così, la ricreazione
le sia concessa.
La lavagna lei cancella,
scrive FINE e suggella
la carriera,
che, con grande abnegazione,
ha portato a conclusione
e ne va fiera.
Quando apre la cartella,
ogni alunno, in comunella,
la applaude.
Le maestre, in riunione,
votan la sua prestazione
“Magna cum laude”.
Le daranno la pagella,
certamente molto bella
di fine anno:
otterrà la promozione
ed avrà una votazione
che pochi hanno.
Tutti sanno che Graziella
non fa certo da modella
al “fancazzismo”;
di sicuro, è un’eccezione
per la grande propensione
al dinamismo.
Lei è stata sempre quella
che si spreme le cervella
per far le cose:
con la sua organizzazione,
le fa sempre e benone,
pur se noiose.
Per aver la tintarella
e per essere un po’ snella,
fa di tutto.
Ma, se ha qualche frustrazione,
cede alla tentazione,
proprio di brutto.
Con l’amica Gabriella
gioca a tennis e favella
per tutta l’ora.
Ma avrà la convinzione
d’imparare la lezione
giocando ancora.
E, se vuole una gonnella,
con la Bruna “damigella”
va alla caccia
degli sconti di stagione:
si farà una collezione
che le piaccia.
Il marito e mamma bella,
i suoi figli e la sorella
son felici.
Ed ha piena approvazione
e una grande acclamazione
dai suoi amici.
Vi annuncio la novella:
la pensione di Graziella
e siam contenti.
È finita la canzone,
a Graziella un gran bacione
e i complimenti!
C O M M I A T O
Quello che segue, che adesso vi reciterò, l’ho letto, a conclusione della serata, ad un gruppo di amici, riunito per una cena seguita da una schitarrata e cantata senza pretese, in tono dimesso, solo per pochi intimi, riesumando le bellissime canzoni dei vecchi tempi.
In questo componimento la rima compare, ma a casaccio, senza uno schema fisso, perciò non lo definirei una poesia vera e propria, bensì una prosa poetica o una poesia prosaica. Come vi pare.
Quello che conta è che la recitazione sia fluida e scorrevole e, soprattutto, che il contenuto sia, all’ascolto, intrigante e condivisibile, pur se colorato dalla nostalgia.
Sembra che lo sia stato, in tale occasione, per chi lo ha ascoltato.
E che lo sia, tuttora e senza un tempo definito, a voi il giudizio e l’eventuale gradimento.
C O M M I A T O
Così, pian piano, è quasi finita
questa nostra simpatica serata
che, insieme, abbiamo passata
suonando e ascoltando canzoni:
la colonna sonora della vita,
le speranze, i sogni, le emozioni
di allora, dei nostri anni più belli:
le parole, le strofe, i ritornelli
han portato alla mente i ricordi
delle nostre lontane stagioni.
Una chitarra e quattro accordi
e la voce che vola su in alto
e il cuore che ha un soprassalto
per risentirci giovani e felici,
lontani da eccessi e bagordi,
ma soltanto da buoni amici.
Che bei tempi, lasciatemi dire,
quando tutto sembrava possibile
e il futuro appariva credibile
e potevi sognarlo davvero
e speravi, comunque, nel meglio
e il lavoro era proprio vero,
come l’amore quand’è sincero.
Siamo stati proprio fortunati.
Avevamo poco e ci sembrava tanto,
ci mancavano, forse, soltanto
le illusioni dei superpoteri,
le chimere dei mondi incantati,
e tutte quelle fantascemenze
da cui oggi siamo bersagliati,
che ottundono infantili coscienze.
Sì, pochi diritti e tanti doveri:
tale era la nostra condizione,
ma bastava una semplice canzone
ed ecco tutto diventava più bello:
non il bello di oggi, ma quello di ieri
il bello di classe, il bello elegante,
il buon gusto dei valori veri,
non la moda becera ed alienante,
stavo quasi per dire ignorante
che, per rendere diverso tutto,
abdica al proprio equilibrio
e trasforma ogni cosa in brutto.
Non apparteniamo più e ormai
alle porcherie del tempo presente.
Non so voi, ma io sono stanco
di disapprovare e contestare
questo mondo che lascio dietro a me:
adesso, ragazzi miei, tocca a voi,
vivete pure come diavolo vi pare,
perché, tanto, le capirete poi
le cose che non dovreste fare.
Io tolgo il disturbo, scusate l’intrusione,
quando sarà ora, me ne voglio andare,
in punta di piedi, con educazione.
Ma se, qui, stasera siete stati bene
e vi è piaciuta la nostra compagnia
e se, fra poco, ve ne andrete via
portandovi dentro qualche cosa
che vi ha arricchiti e resi migliori,
ripetiamo ancora questi incontri,
rimettiamo insieme i nostri cuori
un po’ drogati dalla nostalgia
e ricordiamoci che la poesia
non è soltanto di chi la scrive,
ma anche di chi la sente sua,
di chi l’ascolta dentro e la vive,
come retaggio davvero universale,
nel proprio immaginario personale,
che diventa, per magia, collettivo,
per unirci in un grande abbraccio,
per accendere quella scintilla di eterno
che c’è dentro di noi ancora vivo
e che ci rende buoni, umani,
liberi e aperti alle cose belle
che abbiamo sempre in comune,
oltre le nostre caduche particelle.
Grazie a tutti per essere stati qui,
per aver partecipato e ascoltato,
per avere sentito e, magari, sognato.
Sempre più spesso, ma senza ipocrisia,
ci capita di pronunciare parole come:
“Ormai,…purtroppo,…che peccato!”
perché ci accorgiamo, con malinconia,
che il meglio delle nostre vite è passato
e che il resto se ne sta volando via.
È stato bello, comunque, stare insieme,
perché abbiamo davvero qualcosa
che, ancora, ci accomuna tutti, così:
la musica, la poesia, i buoni sentimenti
che stasera ci hanno lasciati contenti
di aver vissuto, qui insieme, queste ore.
Grazie a tutti e … di tutto cuore.
Alberto Visintino 2018
P R E A M B O L O
Era meglio se mi tappavo la bocca,
invece ho ceduto alla tentazione,
ho composto questa lunga filastrocca
e ve la canto a guisa di canzone.
Si, ve la canto e anche ve la suono.
Se la chitarra piange e ho poca voce,
in anticipo, vi chiederò perdono.
Siate buoni, non mi mettete in croce.
La cantata ha soltanto due accordi:
il MI settima alternato con il LA.
“Il Plevan di Malborghet”, te lo ricordi?
L’abbiam cantata un’estate fa.
È un po’ monotono e ripetitivo,
non c’è intermezzo e poche variazioni
ma tant’è, amici, questo è il motivo,
talvolta sono queste le canzoni.
La melodia s’impara molto presto,
così, se qualcuno di voi vuole cantare
insieme a me, vi ho dato il testo,
sarò felice di farmi accompagnare.
Imbraccio la chitarra e butto la stampella,
voi, pazientemente, state ad ascoltare.
Spero che la cantata mia sia bella,
schiarisco la voce e vado a incominciare.
ALL’ AMICO ALBERTO IN PENSIONE
Così il nostro Albertone
finalmente è in pensione
da più di un mese
e da buon anfitrione
offre questa imbandigione
a proprie spese.
Siamo qui in riunione
e abbiamo l’occasione
per festeggiarlo.
Ma un piccolo sermone,
che gli serva un po’ da sprone,
vogliamo farlo.
Parlo a nome di persone
la cui vera propensione
è l’amicizia
e ogni raccomandazione,
pur se fa provocazione,
non è malizia.
Questa semplice canzone
non dà certo l’emozione
di un Battisti
e non ha la presunzione
di fornir la prestazione
dei grandi artisti.
Sarà solo un tormentone
per destare l’attenzione
del buon Alberto
sulla nuova situazione
e per la prosecuzione,
ne sono certo,
verso una trasformazione
ed una rivoluzione
copernicana,
che non sia una prigione
o una pura reclusione
all’italiana.
Devi darti uno scossone,
non restare in soggezione
dell’indolenza.
Abbi una motivazione
e di una occupazione
non stare senza.
E se hai predilezione
per qualcosa, una passione,
tu dacci dentro.
Ne farai una religione
e la migliore opzione:
sarà il tuo centro.
Se tu fai il fannullone
poi ti senti un coglione,
non ti conviene.
Se vivrai da pelandrone
poi cadrai in frustrazione
e non va bene.
Presta molta attenzione
al tuo amico beverone:
non è sincero.
Vuoi la nostra approvazione?
Usa la moderazione,
ma per davvero.
Ma è arrivata la stagione
che avrai la sensazione
di perder colpi.
Ti farò una confessione:
io non vedo un cialtrone
che te ne incolpi.
Devi aver la convinzione
che non c’è più paragone
coi bei vent’anni.
E devi avere il pannolone
per salvare il pantalone
dai noti danni.
Non aver la presunzione,
come un Napoleone,
di avere tutto.
E non fare il farfallone
coi problemi di erezione,
o sarà un lutto.
Far la parte del leone,
come uno scapolone,
non è più il caso.
E se cadi dall’arcione
non farai un figurone
siine persuaso.
Devi farti una ragione
se sei ciuco e non stallone
nel fare sesso:
lo zampillo non è sciacquone,
lo scopino non è scopone
ma fa lo stesso.
Tu as dit “Ma vammi in mone,
o soi stuf di là a Verone
in autostrade.
Al à dit ancje Gastone
che mi ven il mal de none
cun che menade”.
Meglio il buco che il taccone
come insegna la lezione
del ritornello.
E, come in televisione,
siamo a “striscia lo striscione”
di Militello.
Giunto al fin della tenzone,
con un piglio da guascone,
io do l’affondo.
Mi si passi l’irrisione,
perché ho fatto il buontempone,
non lo nascondo.
All’amico Albertone
una raccomandazione,
nel finale:
ti ci troverai benone
se tu prendi la pensione
per quel che vale.
Fa’ che sia un’inversione,
è una grande occasione:
non va fallita.
Forse è l’unica stagione
che darà soddisfazione
alla tua vita.
L’amicizia ce lo impone:
darti la benedizione
per i dì futuri.
E, con una acclamazione,
ti mandiamo un bel bacione
e tanti auguri.
Alberto Visintino
Ristorante “AL ZUC”, Fontanabona di Pagnacco, 10 Febbraio 2018
May our house
always be too small,
to hold all our friends.
Possa la nostra casa
essere sempre troppo piccola
per contenere tutti i nostri amici.
Come diceva un mio amico,
di cui non ricordo il nome,
gli amici non si scordano mai.
L’amicizia e l’amore
non si chiedono come l’acqua,
ma si offrono come il tè.
Detto ZEN
I veri amici
ti pugnalano
di fronte.
Oscar Wilde.
Amicus certus,
in re incerta,
cernitur.
L’amico vero
si distingue
nella difficoltà.
Amicus diu queritur,
vix invenitur,
difficile servatur.
Un amico si cerca a lungo,
si trova a stento,
difficilmente si conserva.
Un amico è colui
che conosce tutto di te
e, nonostante ciò,
ti vuole bene.