L’intransigenza è solo
una forma di arroganza.
Cosa ci insegna la vita… testamento spirituale di un libero pensatore
L’intransigenza è solo
una forma di arroganza.
IL CERVELLO È PIÙ GRANDE DEL CIELO
Cervello e cuore
Cervello e cuore, per le loro funzioni, possono essere considerati tra gli organi più importanti del nostro organismo. Essi sono intimamente legati da una serie di interrelazioni essenziali per la sopravvivenza di entrambi.
È il cervello che permette al cuore di battere: in una parte del tronco dell’encefalo, chiamata bulbo, risiedono i centri che controllano l’attività del cuore. Una lesione di queste aree può comportare la morte per arresto cardiaco. Molti di noi hanno assistito al soccorso d’urgenza di un atleta che, in un campo di calcio o durante un incontro di boxe, in conseguenza di un severo trauma cranico, subisce una commozione cerebrale e perde coscienza; qualche volta, anche il cuore si ferma per qualche attimo, non perché abbia subito un danno, ma perché i centri cerebrali che ne regolano la funzione sono stati messi temporaneamente fuori uso. Il pronto intervento di un medico, che sottopone l’atleta ad un massaggio cardiaco, consente al cuore di rimanere attivo per tutto il tempo in cui i centri cerebrali che lo regolano sono in tilt, in attesa che questi riprendano il loro normale funzionamento e il cuore riprenda a battere sotto il corretto comando del cervello.
L’altra faccia dell’interazione tra questi due organi è che è al cuore, più che a qualunque altro organo, che il cervello è intimamente legato da un rapporto di strettissima dipendenza.
Il cervello funziona bene perché il cuore, con la sua azione, mantiene un flusso di sangue costante permettendogli di svolgere tutte le sue complesse funzioni. Una qualunque alterazione cardiaca può diventare causa di un danno cerebrale. Per esempio, una aritmia cardiaca può provocare la formazione di emboli che, bloccando il flusso ematico in piccoli vasi che nutrono le aree cerebrali, diventano la causa di un ictus. Se il cuore si ferma, i neuroni cerebrali, dopo pochi minuti, muoiono.
Da un punto di vista puramente anatomico e funzionale, il cervello è sempre stato considerato l’organo nobile, sede di miliardi di cellule e di milioni di miliardi di connessioni, dove si concentrano e si realizzano le funzioni più complesse e intellettualmente più importanti dell’uomo, come il raziocinio, l’inventiva, la parola e l’ingegno. Il cuore, invece, è stato spesso considerato un organo puramente meccanico, un gregario, potremmo dire, con la sola funzione di mantenere il buon sostentamento dell’organo leader, il cervello.
Ma, se consideriamo quanto lavora il cuore per il cervello, allora possiamo rivalutare l’importanza di questo gregario. Il cervello, abbiamo detto, è un organo estremamente complesso, un piccolo mondo organizzato alla perfezione, che, per vivere, ha bisogno di sostentamento. Questo gli viene dal sangue che, spinto dal cuore, circola in modo costante nei vasi che lo irrorano. Nel sangue i neuroni trovano tutto quello che serve perché il metabolismo funzioni, gli zuccheri, i grassi, le vitamine eccetera.
Il cuore, da parte sua, è come un grande organizzatore che, in silenzio, fa funzionare tutto questo meccanismo e permette al cervello di espletare la sua azione. Per il nostro cervello, le necessità di sostentamento iniziano fin dalla vita embrionale, perché, fin da allora, va incontro a fenomeni di crescita e rimodellamento che gli permettono di elaborare la forma definitiva.. Poi, c’è tutta la fase che va dallo sviluppo infantile fino all’adolescenza e alla completa maturazione. A questo punto, una volta maturo, il cervello viene utilizzato al massimo, come una macchina che, una volta fatto il rodaggio, si lancia sull’autostrada della vita e la percorre senza soste, fino al termine della sua corsa, che può durare molti anni, fino alla senescenza, quando il cervello comincia a rallentare. E, in questa corsa, non si ferma mai, neanche quando dormiamo, perché, come detto, anche durante il sonno e i sogni, l’attività cerebrale continua. E durante tutti questi lunghi anni della nostra vita, il cervello può realizzare tutto questo complesso lavoro grazie alla presenza del cuore che, silenziosamente, con i suoi battiti, sessanta circa al minuto, in continuazione, spinge verso il cervello il sangue, perché, così, la grande bellezza possa realizzarsi.
Nella dimensione poetica, finalmente, il cuore trova la sua rivalsa e il battito ha il sopravvento sul pensiero. Da sempre il cuore è stato considerato la sede dei sentimenti: se si ragiona con il cervello, ci si emoziona con il cuore; è il battito che ci fa innamorare; l’ispirazione alla creatività artistica, scrivere una poesia o una musica, la si trova nel cuore e non nel cervello; il piacere puramente spirituale dato dal contemplare un’opera d’arte, un bel paesaggio, si dice che venga dal cuore; al cuore si attribuiscono tutti i sentimenti e gli aspetti più umani del cervello.
Scriveva Rita Levi Montalcini: “Tutti dicono che il cervello sia l’organo più complesso del corpo umano. Da medico potrei anche acconsentire, ma come donna, vi assicuro che non vi è nulla di più complesso del cuore; ancora oggi non si conoscono i suoi meccanismi. Nei ragionamenti del cervello c’è logica, nei ragionamenti del cuore ci sono le emozioni”.
“Va’ dove ti porta il cuore” scrive Susanna Tamaro.
Seguendo questa visione, che delega al cuore quelle funzioni morali che dovrebbero essere del cervello, papa Francesco scrive: “Un’altra tendenza è privilegiare i valori del cervello a quelli del cuore. Non dimentichiamolo mai: solo il cuore unisce e integra. La comprensione, senza il sentire compassionevole, tende a dividere. Il cuore coniuga l’idea con la realtà, il tempo con lo spazio, la vita con la morte e l’eternità”.
Il cuore, quindi, è visto come la sede della comprensione compassionevole, un sentire che unifica e allontana da ogni rischio di estrema razionalizzazione.
“Non si vede bene che col cuore: l’essenziale è invisibile agli occhi” scriveva Antoine de Saint-Exupéry ne Il piccolo principe.
In realtà, ancora una volta, tutto è ascrivibile al nostro cervello. Al cuore vengono attribuite quelle che sono le prerogative dell’emisfero non dominante, solitamente il destro, quello che sovraintende alla fantasticheria e alla sensibilità, l’emisfero dell’intuizione e dell’immaginazione, della fantasia e del sogno, l’emisfero che ispira gli artisti; mentre si tende ad attribuire al cervello vero e proprio soprattutto le prerogative dell’emisfero dominante, solitamente il sinistro, la parte analitica che caratterizza gli uomini di scienza, l’emisfero della riflessione, della logica e della razionalità.
Nell’amore il cervello si serve molto del cuore e la relazione di questi due organi diventa quasi complicità. Il cuore, con il suo “batticuore” e con i suoi palpiti, stimolato dall’amigdala, sembra voler segnalare al cervello quando i centri dell’emotività si attivano in modo straordinario, quando una persona o una cosa lo colpiscono in modo particolare e non lo lasciano indifferente.
La prevalenza delle prerogative del cuore o di quelle del cervello caratterizza e differenzia la personalità di ognuno di noi.
IL CERVELLO È PIÙ GRANDE DEL CIELO (Ultimo numero della serie)
Con quest’ultimo Numero si conclude la sintesi di un argomento straordinariamente importante; ma, il capitolo conclusivo di questa sintesi non può essere “sintetizzato” perché è di una importanza ancor più straordinaria.
Perciò, mi scuso fin d’ora se sarà molto lungo, ma non me la sono sentita di tagliare nemmeno una parola: l’interesse eccezionale, almeno per me, del contenuto lo richiede. (N.d.R.).
Intelligenza Artificiale: fantascienza o realtà?
1-Intelligenza artificiale, intelligenza limitata, intelligenza generale, computer superintelligente, superintelligenza, singolarità tecnologica, cyborg…..
Ormai non vi è giornale o rete televisiva che non dedichi ampi spazi a questi temi. Il numero di libri scientifici o di fantascienza dedicati al futuro dell’intelligenza è in continua crescita. L’intelligenza artificiale sembra essere tra i primi argomenti nell’interesse della gente.
Ma veramente la fantascienza sta diventando realtà?
2-Nel corso di questo libro, abbiamo potuto apprezzare le qualità del nostro cervello e abbiamo cercato di capire come alcune funzioni, che consideriamo uniche e caratteristiche del solo cervello umano, possano scaturire dall’azione integrata di milioni di miliardi di piccoli elementi che abbiamo imparato a conoscere, i neuroni. Abbiamo considerato, soprattutto, come il funzionamento del cervello ci porti, in un modo per tanti versi ancora incomprensibile, dal materiale all’immateriale, dagli atomi all’intelligenza.
E siamo rimasti colpiti dalla grandiosità di tutto ciò.
3-Appare, dunque, straordinario che alcuni scienziati abbastanza visionari abbiano immaginato che potesse essere possibile creare macchine capaci di realizzare cose ancora oggi ritenute prerogativa della sola mente umana, come produrre idee, comunicare, risolvere problemi, apprendere, o capaci addirittura di superare quest’ultima, di diventare superintelligenti.
Nel formulare questa ipotesi, essi si sono, innanzitutto, basati sugli straordinari progressi preconizzati nell’ambito delle conoscenze scientifiche e delle tecnologie.
4-Secondo la legge di Moore, la potenza di calcolo dei computer raddoppia, grosso modo, ogni 18 mesi e, secondo questo calcolo, nell’anno 2025, un computer, come quelli che tutti abbiamo in casa, disporrà della stessa capacità di calcolo di un cervello umano e, nel 2045, se si confermerà lo stesso ritmo di crescita, avrà la stessa capacità di calcolo di tutta l’umanità messa insieme.
E ci saranno milioni di computer come questi in tutto il mondo.
Ormai, qualcuno sostiene che sia solo una questione di tempo, prima che le macchine acquisiscano una consapevolezza di sé in grado di rivaleggiare con l’intelligenza umana.
5-Tutto sommato, il motivo principale della posizione dominante dell’umanità sulla terra è dovuta al fatto che il nostro cervello ha un insieme leggermente più ampio di facoltà in confronto agli altri animali, cosa che ci ha consentito di trasmettere la cultura in modo più efficiente. La crescita continua delle conoscenze, di generazione in generazione, ci ha permesso, di conseguenza, di consolidare il nostro vantaggio. Ma se arrivassero entità capaci di accumulare conoscenze molto più velocemente di noi e di inventare nuove tecnologie in tempi molto più brevi, potrebbero anch’esse usare l’intelligenza per elaborare strategie ancora più efficienti, assumendo un controllo diretto sulle tecnologie, e poi sui processi politici, sui mercati finanziari, e sui flussi d’informazioni.
6-Ma la legge di Moore può avere validità eterna?
Stiamo già assistendo ad un suo rallentamento e il ritmo potrebbe interrompersi del tutto alla fine di questo o del prossimo decennio. Il motivo è semplice: oggi è possibile inserire centinaia di milioni di transistor in silicio su un microscopico chip, ma c’è un limite a quanto vi si può stipare. Tuttavia, mentre l’era del silicio volge al termine, i fisici già sperimentano una grande varietà di alternative, forse ancora più efficienti. Probabilmente, anzi sicuramente, fra poco avremo computer quantistici, computer molecolari, nanocomputer, computer a DNA, computer ottici eccetera.
7-L’idea che sta dietro la prospettiva di un’intelligenza artificiale scaturisce dal modo in cui abbiamo visto evolvere e funzionare il nostro cervello.
La configurazione cerebrale è frutto di una evoluzione lunga milioni di anni.
Alla nascita, la sua struttura è già decisa dai geni, dal DNA che abbiamo ricevuto in eredità. Lo sviluppo di gran parte dell’intelligenza e l’accumulo della maggior parte delle nostre conoscenze avviene però successivamente, grazie alla capacità di elaborare tutte le informazioni che vengono dai nostri sensi. Se vogliamo descrivere tutto questo in un linguaggio da computer, seguendo Max Tegmark, professore di fisica al MIT e autore del libro Vita 3.0: esseri umani nell’era dell’intelligenza artificiale, possiamo dire che il nostro hardware (l’insieme delle informazioni del nostro DNA che costituiscono la struttura base del cervello e ci forniscono le modalità d’uso) è frutto dell’evoluzione, lo troviamo già quasi pronto alla nascita, fisso e soggetto a piccole modificazioni iniziali legate alla sua crescita fino al volume definitivo, con un DNA praticamente stabile negli ultimi 50.000 anni e con una scarsa capacità di immagazzinamento delle informazioni.
Per questo noi umani, alla nascita, non sappiamo un granché.
8-Al contrario, il nostro software (l’insieme delle reti neurali che si svilupperanno nel corso della vita e che ci permetteranno di acquisire le informazioni che provengono dal mondo che ci circonda e di costituire quello che sarà l’insieme delle nostre conoscenze, del nostro modo di ragionare, di emozionarci e prendere decisioni, ciò che ci farà essere quello che ci caratterizzerà per la vita) viene, in gran parte, continuamente programmato in un secondo momento, attraverso il processo di apprendimento che, senza soluzione di continuità, trasforma il nostro cervello lungo tutta l’esistenza. È questo che ci fa avere un’intelligenza molto superiore a quella che può venirci trasmessa attraverso il DNA all’atto del concepimento. Ed è a questo che dobbiamo una caratteristica straordinaria del nostro cervello, cioè la flessibilità, la sua capacità di modificarsi continuamente, di imparare sempre, di avere quello che finora abbiamo chiamato la sua “plasticità”.
9-Per chi usa termini tecnologici, possiamo dire che il nostro DNA contiene circa soltanto un gigabyte di informazioni, sì e no sufficiente a scaricare e memorizzare un singolo film, mentre l’insieme finale delle nostre sinapsi immagazzina tutto quello che conosciamo e tutte le abilità apprese , sotto forma di circa 100 terabyte (in ordine di grandezza: terabyte = 1000 miliardi di byte) di informazioni.
Nella nostra biologia, possiamo agire poco sul nostro hardware, impiantando, per esempio, qualcosa di artificiale, ma nulla che ci permetta di acquisire un cervello più grande. Ma, e questa è la sfida che si pongono gli scienziati, se riusciamo a costruire un cervello che, oltre ad avere un software duttile, avesse anche un hardware implementabile a piacere, avremmo una macchina immensamente più potente e capace, in pochi decenni, di un’evoluzione che, per la biologia, richiederebbe migliaia di anni.
10-Ha impiegato circa 13,8 miliardi anni, dal momento del BIG BANG, una materia inerte ed incosciente a diventare intelligente. Uno sviluppo ulteriore certamente richiederà un enorme numero di anni. Secondo chi si occupa di IA (Intelligenza Artificiale), perché ci possa essere il grande salto, è necessario che la vita si liberi dei vincoli della propria evoluzione e riesca a progettare e modificare il proprio hardware. Sarebbe un modo estremamente più rapido di costruire macchine intelligenti rispetto alla soluzione escogitata dalla evoluzione. Probabilmente, la macchina che si otterrà consumerà molto più dei 15 watt di energia che usa il nostro cervello, ma ben presto, si progetteranno altre macchine intelligenti capaci di usare energia in modo anche più efficiente.
11-Gli scienziati, in altri termini, immaginarono di poter creare ciò che oggi chiamiamo un’ Intelligenza Artificiale, con l’obiettivo ultimo di simulare, e possibilmente superare, il funzionamento del cervello umano.
Molti sono pieni di entusiasmo per questo salto nel futuro e lo considerano una delle più grandi sfide dell’umanità, probabilmente il più grande evento della storia dell’uomo. Del resto, dicono, se un processo cieco e lento come l’evoluzione è stato capace di produrre l’IU, l’ Intelligenza Umana, un processo adeguatamente ottimizzato, grazie alla scienza, non dovrebbe farlo in modo più rapido e forse più efficace?
Spinti dal mito dell’IA, dopo decenni passati a puntare tutto sull’esplorazione dello spazio e sui misteri della Fisica, da qualche decennio, gli scienziati, non solo biologi, ma anche matematici, fisici, astrofisici eccetera si occupano di capire come opera il nostro organo più complesso e, oggi, istituzioni e governi di tutto il mondo lanciano grandi progetti per andare alla conquista della mente.
12-Nel 2008, con il sostegno di Google e della NASA, è stata fondata in California la Singularity University per lo sviluppo di biotecnologie finalizzate all’evoluzione di un’IA. La via verso l’IA sta seguendo sostanzialmente due concezioni scientifiche del tutto differenti.
Secondo alcuni, la mente è simile ad una macchina, il cui comportamento può essere studiato e replicato in un computer. Per altri, l’intelligenza è una proprietà funzionale del cervello biologico e, per simularla, dobbiamo cercare di riprodurre la struttura di quest’ultimo, ispirandoci al funzionamento del sistema nervoso e sviluppando concetti come quelli delle reti neurali.
Nel 2013, l’Unione Europea ha lanciato lo Human Brain Project (Progetto Cervello Umano), che mira, mediante un supercomputer, a realizzare la simulazione informatica completa del funzionamento del cervello umano. Con le tecnologie attuali, per realizzare questo progetto ci vorranno macchine imponenti, il consumo di energia di un simile mostro di silicio sarà così elevato da richiedere, per la sua alimentazione, una centrale nucleare da 1000 megawatt e saranno necessari strumenti di raffreddamento eccezionali per evitare che i suoi circuiti fondano. E pensare che tutto ciò servirà soltanto a cercare di simulare una piccola parte del corpo umano che pesa meno di un chilo e mezzo e sta tutto dentro la nostra testa, che, al massimo del suo lavoro, fa salire la temperatura corporea solo di pochissimi gradi, usa meno di 20 watt/ora di potenza e ha bisogno solo di un gradevole pasto per tirare avanti. Senza considerare che, per realizzarla, è sufficiente far congiungere due cellule con un atto naturale, e anche piacevole, e restare in attesa per nove mesi.
13-Sempre nel 2013, Barack Obama ha lanciato il progetto BRAIN (Cervello), per mappare l’intera attività cerebrale, per decifrare in che modo le reti neurali operano per produrre il pensiero e prendere decisioni. Tracciare una mappa completa dei percorsi neurali del cervello umano potrebbe permettere di capire meglio come funziona la nostra mente e cosa si inceppa quando si sviluppa una malattia mentale, come la schizofrenia, l’Alzheimer, l’epilessia, l’autismo, la depressione eccetera. Ma il funzionamento del nostro cervello è ancora, in buona parte misterioso, e la nostra scarsa conoscenza sulla struttura neurale di quest’organo può essere un grosso ostacolo alla ricerca sull’IA. Gli studi sull’IA sono ritenuti così importanti per il futuro del genere umano e per la rilevanza strategica che potranno avere sull’equilibrio tra le nazioni, che la corsa per diventarne leader è già cominciata.
14-Oltre all’Agenzia del Dipartimento della Difesa di Washington che sviluppa tecnologie militari (DARPA), anche la Cina sta investendo cifre ancora più ingenti. Sempre negli USA e in Cina operano due grandi gruppi multinazionali GAFAM: Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft.
BATX: Baidu, Alibaba, Tencent, Xiaomi.
Entrambi i gruppi hanno destinato decina di miliardi di dollari allo sviluppo di questo settore.
Nello sviluppo del futuro, avranno un ruolo importante anche le interfacce neurali, sistemi che permettono lo scambio di informazioni tra una macchina (un computer o una protesi robotica) e il sistema nervoso, per potenziare l’intelligenza e altre funzioni in individui sani. In alcuni laboratori, si lavora per sviluppare piccoli chip da impiantare nel cervello, disegnati per acquisire, interpretare e modificare i segnali elettrici generati durante l’attività cerebrale e consentire quindi una comunicazione diretta con un computer (interfaccia neurale). È l’obiettivo che vogliono raggiungere i ricercatori della Silicon Valley, l’idea degli uomini Cyborg, superintelligenti, ricettivi.
15-Nel futuro, potremmo anche avere un robot controllato a distanza dal cervello umano con cui si interfaccia attraverso un computer, oppure un androide con cervello artificiale nel quale viene trasferita la personalità di un essere umano, un ologramma in grado di esprimersi, in tutto e per tutto, come una persona.
La fantascienza ha già previsto tutto questo ed ha immaginato un futuro in cui la mente potrà essere trasferita in un computer. Ma non si tratta solo di un film, il concetto di mind uploading, di trasferimento della mente, non è pura utopia.
C’è chi è convinto che, nelle prossime decadi, i robot diventeranno il guscio dentro il quale sarà racchiusa la mente degli uomini: corpi meccanici con cervello umano.
16-A questo punto, penso che fornire alcune definizioni riguardanti il mondo dell’IA possa aiutarci a capire meglio.
Cominciamo con la definizione di intelligenza.
Tradizionalmente, si definiva intelligente una persona con una buona formazione e con un buon livello culturale. In realtà, l’intelligenza ha molte più sfumature e possiamo darne varie definizioni quali “la capacità di risolvere problemi nuovi e adattarsi all’ambiente”, oppure, “la capacità di progettare e realizzare fini complessi”.
Il termine IA, invece, indica la capacità di una macchina (un computer, un robot, un androide) di avere comportamenti simili a quelli umani.
Nell’ambito dell’intelligenza, possiamo poi distinguere fra intelligenza ristretta e intelligenza generale; la prima è la capacità di raggiungere un numero limitato di fini. Oggi l’IA è, in genere, ristretta; ogni sistema, per quanto complesso, è in grado di realizzare fini molto specifici. Un formidabile computer come Deep Blue (Blu profondo), in grado di battere un campione mondiale di scacchi, è capace di svolgere l’attività molto ristretta di giocare a scacchi. La maggior parte delle IA specializzate è capace di assolvere alla perfezione compiti precisi,mostrando, invece, una stupidità assoluta non appena si sconfina in qualche campo a loro sconosciuto.
L’intelligenza umana (IU) è invece di un’ampiezza unica, in grado di padroneggiare una gamma straordinaria di abilità; è, cioè, un’intelligenza generale, capace di raggiungere praticamente qualsiasi fine, compreso l’apprendimento. Qualunque bambino, con un tempo di addestramento sufficiente, può diventare bravo non solo in qualsiasi gioco, ma anche in qualsiasi lingua, attività sportiva o lavoro. Ciò vuol dire che, se le macchine ci battono in un numero sempre crescente di campi ristretti, noi umani vinciamo facilmente per generalità.
17-Il sogno della ricerca sull’IA è la costruzione di una macchina con un’intelligenza della massima ampiezza, in grado di realizzare praticamente qualunque fine, altrettanto bene di un essere umano. Possiamo definirla un’Intelligenza Artificiale Generale (IAG). In fin dei conti, chi si occupa di ciò pensa che la materia inerte possa essere configurata in modo che, obbedendo alle leggi della Fisica,, ricordi, computi e apprenda, anche se non è materia biologica. Una tale intelligenza, se realizzata, potrebbe innescare un cambiamento radicale per l’umanità, un punto di svolta conosciuto come singolarità tecnologica, un futuro dominato da macchine intelligenti nel quale il nostro destino diventerebbe imprevedibile. Il termine singolarità viene usato dagli scienziati per definire questa esplosione di intelligenza artificiale.
Si ritiene che, nel momento in cui un’IA supererà la soglia dell’IU, potrà subire un’accelerazione che la porterebbe in poco tempo alla superintelligenza, cioè ad una intelligenza che supera di molto le prestazioni cognitive degli esseri umani in quasi tutti i domini di interesse, compreso quello dell’apprendimento.
È assai probabile che, a quel punto, questi computer intelligenti creeranno macchine più intelligenti degli esseri umani. E queste macchine, a loro volta, saranno in grado di progettare altre macchine ancora più intelligenti, lasciando l’intelligenza dell’uomo molto indietro. C’è la paura che la prima macchina ultraintelligente possa essere anche l’ultima invenzione che sarà permesso all’uomo di realizzare.
18-L’impiego di IA specializzate già oggi è molto diffuso e molte macchine, in un sempre maggior numero di compiti specifici, superano di gran lunga le capacità del cervello umano. Gli algoritmi che le guidano, cioè quegli strumenti informatici che ci permettono di programmare una macchina, stanno migliorando esponenzialmente, allo scopo di fare ancora meglio molto di ciò che l’IU è in grado di fare. Anche se il mondo dell’IA è in continua evoluzione, ciò che oggi conosciamo ci consente di fare un confronto, anche se non definitivo, fra le due intelligenze.
La prima differenza è relativa alla velocità dei cambiamenti di ognuna: l’evoluzione biologica umana è troppo lenta rispetto alla progressione dell’IA.
L’IA, inoltre, supera nettamente l’IU in tutto ciò che comporta velocità di operazione. Se consideriamo la velocità degli elementi computazionali, ci accorgiamo che i neuroni biologici funzionano ad una velocità molto inferiore a quella di un microprocessore moderno.
Per quel che riguarda la comunicazione interna, gli assoni trasmettono potenziali d’azione a velocità di 120 metri/secondo, mentre i processori elettronici possono comunicare, per via ottica, alla velocità della luce (circa 300 milioni di metri /secondo).
Nel numero degli elementi computazionali siamo indietro: il cervello biologico possiede, all’incirca, 86 mila miliardi di neuroni e questo numero è condizionato dalle sue dimensioni non modificabili; i supercomputer possono essere grandi come un hangar, con la possibilità di aggiungere tutti i cavi ad alta velocità che si vuole.
19-Nella velocità di diffusione delle conoscenze, il cervello appare molto lento, anche se il lavoro fatto dalla nostra mente non è disprezzabile. Se il nostro DNA non si è evoluto sensibilmente negli ultimi 50.000 anni, le informazioni conservate collettivamente nei nostri cervelli, nelle biblioteche e, adesso, nei computer hanno conosciuto, negli ultimi anni, una straordinaria esplosione culturale (usando un termine da IA potremmo definirla una singolarità biologica). Nel corso del tempo (circa 45.000 anni fa) l’uomo ha sviluppato meccanismi che gli hanno permesso di comunicare per mezzo di un linguaggio parlato raffinato e, in questo modo, trasmettere le informazioni più utili da un cervello ad un altro.
Lo sviluppo della capacità di leggere e scrivere (intorno al 4000 a.C. in Mesopotamia) e, successivamente (quasi 5500 anni dopo, a Magonza), l’invenzione della stampa, hanno permesso di immagazzinare e condividere quantità di informazioni molto maggiori di quelle che una singola persona avrebbe potuto custodire, realizzando biblioteche di cultura. Utilizzando la nostra intelligenza e il nostro ingegno, abbiamo prodotto tecnologie informatiche che hanno reso possibile a tutti gli esseri umani l’accesso a buona parte delle informazioni del mondo. Con i computer abbiamo potuto costruire strumenti straordinari, dagli smartphone a Internet a computer ancora più capaci. Così, l’insieme delle conoscenze dell’umanità ha continuato a crescere ad un ritmo sempre più accelerato, permettendo lo straordinario progresso che è sotto gli occhi di tutti e raggiungendo velocità non confrontabili con la lentezza della nostra storia biologica.
Ma, per quanto questo risultato possa sembrarci eccezionale, i meccanismi di condivisione nell’ambito della IA sono infinitamente più veloci. Miliardi di macchine possono conoscere, in pochi attimi, tutto ciò che ognuna di loro ha imparato nell’ora antecedente, con una straordinaria diffusione delle conoscenze.
20-In quanto ad affidabilità nel tempo, noi umani lo siamo relativamente poco; gran parte della struttura del nostro cervello è determinata alla nascita e va incontro ad un deterioramento fisiologico, mentre un computer può essere implementato e potenziato continuamente. Di una macchina, o di un programma algoritmico, si possono creare numeri arbitrari di copie, mentre i cervelli biologici possono essere riprodotti soltanto molto lentamente. Ogni nuovo esemplare, inoltre, all’inizio è in uno stato di impotenza funzionale, non ricordando nulla di ciò che i genitori hanno imparato nel corso della vita.
Un computer, come Watson dell’IBM, è in grado di analizzare l’insieme completo di conoscenze che compongono Wikipedia, ma se si rimuove un singolo transistor da un processore, il computer si blocca immediatamente, mentre il cervello umano può funzionare abbastanza bene anche privato di una sua buona metà.
Un computer ha un’architettura rigida, un cervello umano è costituito da una sofisticatissima rete neurale che si riconnette di continuo e si rafforza dopo aver appreso una nuova attività; le sue reti lavorano massicciamente in parallelo, con un centinaio di miliardi di neuroni che si attivano in contemporanea al fine di raggiungere l’obiettivo di imparare.
Il confronto fra il consumo energetico del campione di scaccchi Garry Kasparov (circa 20 watt/ora) e quello di Deep Blue mostrò che quest’ultimo di watt ne consumò migliaia. Durante tutta la partita, Kasparov ebbe sempre una temperatura corporea normale, mentre Deep Blue era così incandescente che si dovettero impiegare diversi ventilatori per dissiparne il calore. Ma probabilmente, già oggi sono stati progettati nuovi computer con una maggiore efficienza energetica; e, se non oggi, forse succederà in futuro.
21-Dietro ogni ricerca di Google si nasconde un’IA che, in un istante, pesca il risultato ritenuto migliore da uno sterminato oceano di dati. Ci sono IA che analizzano dati finanziari o forniscono diagnosi mediche con una probabilità di errore di gran lunga inferiore a quella degli esseri umani, rappresentando già un enorme potenziale di miglioramento dell’assistenza sanitaria. Vantaggi straordinari si otterranno con l’analisi dei BIG DATA, cioè con l’elaborazione di sconfinati volumi di informazioni in campi diversi, grazie ad algoritmi e computer sofisticati, addestrati ad estrarre da essi valore e conoscenza per ottenere benefici nel campo, oltre che sanitario, anche aziendale, economico, finanziario, sociale eccetera. È altamente probabile che, durante tutta la nostra vita, molte delle più importanti decisioni circa la nostra salute saranno prese da algoritmi informatici.
Qualcuno dice che ai medici rimarranno solamente quei compiti che richiedono grande creatività.
A mio parere, l’IU rimarrà essenziale nella valutazione clinica finale di un paziente, perché questa, anche se basata su analisi accurate e veloci fornite da una macchina in grado di valutare milioni di dati, richiederà sempre qualcosa che nessun computer avrà mai e che si chiama “buon senso”, cioè l’insieme di tutti i BIG DATA cognitivi ed emozionali che ogni singolo medico ha incamerato nel corso della sua vita professionale e che possiamo chiamare “esperienza”.
22-Relativamente alla capacità di memoria, sembra che quella di un cervello adulto sia abbastanza inferiore a quella di uno smartphone di fascia bassa, ma vi è una significativa differenza tra una macchina e un cervello umano nei meccanismi che ne sono alla base. Il meccanismo che ci permette di conservare tanti ricordi della nostra vita senza intasare la mente è peculiare. Sappiamo che vi è un processo di selezione: fissiamo solo ciò che ha fatto vibrare le corde delle nostre emozioni e trascuriamo tutto il resto. Ciò che ci rimane dentro, che sia un libro o un avvenimento o una persona, è lì perché, nella gerarchia emotiva della nostra mente, valeva la pena di mantenerlo. E poi, interviene il sonno, durante il quale il cervello fa un ulteriore lavoro di rimozione delle cose non importanti e di evidenziazione dei ricordi più rilevanti.
Un computer non ha meccanismi di selezione o di cancellazione razionale. Inoltre, fissa i ricordi in tanti cassetti senza un nesso fra loro, senza un meccanismo di interpretazione del loro significato. Le fotografie di familiari o amici che salviamo non sono connesse le une alle altre; il computer non capisce che in esse si dipana la storia di amicizie e di amori lungo un ampio arco temporale. Noi cogliamo il senso e il significato di quelle immagini perché la nostra mente intreccia per noi i ricordi e dà loro un senso, perché guardarle ci regala un batticuore e il ricordo delle emozioni che ogni avvenimento di ogni fotografia, un tempo, ci ha regalato. Tutto questo, per un’IA almeno oggi, e chissà per quanto tempo ancora, non è possibile.
23-I ricercatori dell’IA hanno cominciato a rendersi conto che le emozioni potrebbero essere una chiave di accesso per la coscienza. Essi sanno che le emozioni sono essenziali per esprimere giudizi di valore e per orientarsi nel prendere decisioni, poiché racchiudono milioni di anni di saggezza pratica; per milioni e milioni di anni, i sentimenti sono stati i più efficaci algoritmi del mondo. Senza l’aiuto delle emozioni e del senso morale, una macchina avrà difficoltà a determinare ciò che è importante e ciò che non lo è, ciò che è giusto e ciò che non lo è. Alcuni ricercatori stanno cominciando a realizzare robot in grado di riconoscere le emozioni nelle espressioni del viso, analizzando i più impercettibili movimenti di sopracciglia, palpebre, labbra, guance. Altri robot cominciano a mostrare emozioni come felicità, tristezza, paura.
Gli scienziati stanno progettando freneticamente nuove macchine capaci di emulare le nostre capacità cognitive. Eppure, anche se domani un calcolatore sarà in grado di replicare perfettamente tutte le funzioni mentali di una persona cosciente, sarà solo una macchina che recita una parte, e agisce solo attivando degli algoritmi e non un pensiero. Watson, il computer della IBM, capace di battere due concorrenti umani nel quiz televisivo Jeopardy, era in grado di elaborare dati alla velocità di 500 gigabyte al secondo, l’equivalente di un milione di libri al secondo, con 16.000 miliardi di byte di memoria RAM.
Ma non era possibile andare da lui a congratularsi per la sua vittoria, come non si può andare da una Ferrari di Formula 1 a congratularsi per una pole position.
24-L’IA si evolverà mai fino a raggiungere una consapevolezza di sé?
Qualcuno sostiene che sia solo una questione di tempo. Ma come facciamo a creare in una macchina qualcosa che ancora non riusciamo a spiegare nell’uomo? Non è solo un problema di tecnologia, è un problema di filosofia, forse. Se poi consideriamo che molto del pensiero umano è costituito dal subconscio e che la parte cosciente dei nostri pensieri rappresenta la fetta più piccola delle elaborazioni di cui abbiamo contezza, ci rendiamo conto di quanto sia difficile replicare il pensiero umano in una macchina.
Una delle differenze che vengono ritenute sostanziali è la creatività.
Nel corso di questo libro, il tema della creatività è stato affrontato più volte, ritenendolo tra le espressioni più specifiche dell’uomo.
La creatività, con l’immaginazione, rappresenta il segreto del nostro successo.
Alcuni scienziati sostengono che i computer, una volta diventati abbastanza potenti, potranno mostrare lo stesso tipo di intelligenza creativa generalmente attribuita alle persone, conferendo loro abilità quali la formulazione di nuove idee. Se immaginiamo la creatività come espressione di una libera associazione di idee, pensieri ed emozioni, un computer guidato da algoritmi rigidi non potrà mai esprimerla. e se la capacità di creare cose nuove sarà guidata da programmi oggi, per noi, ancora non concepibili, sarà ancora creatività o dovremo darle un altro nome? Un computer programmato a comporre brani nello stile di Bach, come già succede, dimostra creatività, cioè un’idea frutto di una libera associazione di pensieri, oppure solamente una meccanica combinazione di note, senza alcuna emozione e senza alcuna consapevolezza? E, anche se il risultato apparirà buono, sarà sempre una replica di ciò che l’IU ha già immaginato.
25-Una delle differenze più importanti tra IA e IU riguarda il loro destino finale. Già pochi istanti dopo che la macchina umana è arrivata a fine esercizio, l’intero contenuto della sua mente viene cancellato e nessuno può più ripescarlo.
Per questo, quando muoiono certi uomini, è come se un intero archivio di conoscenza e di cultura venisse bruciato e tutti ci sentiamo culturalmente più poveri. In un computer, tutta la conoscenza può essere trasferita su una memoria esterna e duplicata quanto si vuole. E , in fine, c’è la cultura.
Quella accumulata dall’IU è stata frutto di un processo di evoluzione di conoscenze elaborate dal cervello stesso. Le conoscenze diffuse dai programmi di un computer da chi sono prodotte, se non dalla mente umana?
Quando i computer saranno capaci di generare cultura?
Avranno mai le macchine consapevolezza di cos’è cultura?
26-Marvin Minsky, nel 1970, aveva detto: “Al massimo, entro otto anni avremo una macchina con una intelligenza simile a quella umana”.
Oggi, si ritiene che lo sviluppo di una IAG di livello umano potrà avvenire, con una probabilità del 10% entro il 2030, con una probabilità del 50% entro il 2050 ed entro il 2100 con una probabilità del 90%. È anche possibile che non accada mai, com’è possibile, invece, che avvenga nel corso della nostra vita.
Ma è corretto parlare sempre di IA, tutte le volte che addestriamo una macchina a svolgere operazioni prima di pertinenza solamente dell’uomo?
Se per intelligenza s’intende la capacità di progettare e realizzare fini complessi, tutte le volte che oggi ci riferiamo all’IA parliamo di software progettati dall’uomo per risolvere determinati problemi particolari.
Penso che, in questi casi, abbiamo a che fare con supertecnologie che aiutano l’uomo a fare quello che già fa, anche se in modo molto più veloce ed efficiente. Il termina IA, ormai entrato nell’uso collettivo, dovrebbe essere riservato a ciò che ancora non c’è e che forse non ci sarà mai, e cioè a una macchina capace di un’intelligenza generale di livello pari o superiore a quello umano. Ed è proprio intorno alla possibilità di creare una superintelligenza, ovvero una macchina la cui intelligenza sia talmente superiore alla nostra da renderci incapaci non solo di migliorarla ma addirittura di comprenderla, che sorgono domande cruciali.
È possibile che una macchina particolarmente complessa possa pervenire alla coscienza in senso umano e che la coscienza possa sorgere spontaneamente? Alcuni scienziati affermano che il cervello umano è semplicemente un’entità con maggiori scambi con neuroni, dendriti e sinapsi, rispetto ai bit disponibili in un cervello artificiale, e che quindi, raggiunto un certo grado di complessità, anche il cervello artificiale potrà esercitare le stesse funzioni di quello umano.
Ma un substrato costituito di rame, silicio e tungsteno potrà spontaneamente sviluppare le stesse caratteristiche supportate dalla materia biologica di un corpo vivente? Anche se la scienza ci ha spesso dimostrato che anche l’impossibile può realizzarsi, certamente è molto difficile.
27-La coscienza è una caratteristica così complessa, implica così tante cose come consapevolezza di sé e della realtà che ci circonda, visione morale del mondo, pensiero e capacità di riflettere sui propri pensieri e, su questo, elaborare un progetto, e talmente tante altre ancora, che appare difficile che una materia grezza, solo per aver raggiunto un livello di elevata complessità computazionale, possa farle emergere.
Coscienza è anche capacità di capire l’armonia di un brano musicale ed emozionarci davanti ad un tramonto. Una macchina cercherà mai un tramonto o si emozionerà mai ascoltando un Notturno di Chopin?
E se quindi un computer difficilmente svilupperà una consapevolezza di se stesso, come potrà essere definito superintelligente? Per fare di una macchina artificiale un’intelligenza bisognerebbe donarle una conoscenza universale del mondo, compreso quel tipo di saggezza che non c’è modo di condensare in algoritmi. Per quanto straordinariamente complessi possano essere gli algoritmi, potranno mai imparare una cosa inafferrabile come i sentimenti? O i valori? O l’etica?
Certamente sono domande per il futuro, perché oggi il sistema di IA più avanzato, secondo qualsiasi criterio di misura ragionevole, è di molto al di sotto delle capacità intellettuali generali dell’uomo. Ma è bene che il genere umano si attrezzi per trovare le risposte perché, come si può facilmente capire, questa è una storia che rischia di assumere dimensioni oggi impensabili, poiché potrebbe riguardare addirittura il futuro ultimo della nostra vita nell’universo. Ed è una storia che sarà l’uomo a scrivere. E, siccome saremo noi a progettare simili macchine, è bene che ci chiediamo: quale futuro vogliamo? Solo dopo aver riflettuto molto sul tipo di futuro che vogliamo, saremo in grado di indirizzare la rotta verso un futuro desiderabile.
28-Lo sviluppo dell’IA ci pone di fronte ad una riflessione, fino a poco tempo fa, ritenuta bizzarra. Finora, un’intelligenza brillante è stata sempre caratteristica di una coscienza evoluta. Soltanto gli esseri consapevoli potevano portare a termine compiti come giocare a scacchi, guidare automobili, diagnosticare malattie. Oggi si stanno sviluppando macchine capaci di svolgere tali compiti in modo assai più efficace degli uomini, basandosi su pattern e e algoritmi che prescindono dalla presenza di una consapevolezza e che, nel loro obiettivo specifico, possono superare l’IU. Tutto questo ci porta a considerare che sia possibile sviluppare nuovi tipi efficienti di “intelligenza” a prescindere dalla coscienza e che ciò che conta, in quest’ambito, è il raggiugimento del fine, non la presenza di una consapevolezza di ciò che si sta per fare. Guidare una macchina non comporta, di necessità, emozionarsi di fronte ad uno spicchio di mare che appare all’improvviso tra gli alberi. Anche senza l’emozione, l’auto a guida autonoma, sarà presto in grado di fare meglio di un conducente umano, anche se, durante il viaggio, non potrà godere della musica che la sua radio diffonde o fare considerazioni sulla meraviglia dell’esistenza.
Ma, se tutto ciò che ci serve è che venga svolto un particolare compito programmato dall’uomo, per quanto complesso possa essere, è così importante che venga realizzato con consapevolezza e creatività invece che sulla base di un programma algoritmico predeterminato?
29-Se un robot decifra e utilizza, in un dato contesto, le parole cinesi molto meglio di un qualunque essere umano, è veramente importante stabilire se capisce il cinese, dal momento che, in tutte le applicazioni pratiche, vi riuscirà meglio di qualunque essere umano? In altri termini, la parola “capire” avrà ancora senso se riferita ad una macchina? Sulla base di quanto detto fin qui, possiamo attribuire ad un computer la parola “pensare”? E siamo sicuri che si possano chiamare “intelligenti” macchine incapaci di costruire una rappresentazione del mondo o di dare vita a processi creativi? Il sospetto che sorge è che questi complessi sistemi di calcolo, invece di essere in grado di operare come la mente umana, di fatto si limitino a calcolare i dati in modo più sofisticato e veloce, cioè che siano solamente delle supertecnologie.
La saggezza, l’intelligenza non sono semplicemente un accumulo di informazioni, per quanto numerose queste possano essere, ma la capacità, partendo da una mole di dati, di rielaborarli e riuscire a pensare una prospettiva più ampia sulle cose.
30-Il progetto IA è in continua evoluzione e gli scienziati, oltre che su una maggiore memoria e velocità, vogliono adesso puntare ad una macchina che apprenda. Per fare questo, si sta cercando di simulare le reti neurali umane, cioè un insieme di gruppi di neuroni interconnessi, realizzando un esempio di tecnica di intelligenza artificiale ispirata al cervello. Si sta cercando di realizzare quello che si chiama machine learning, cioè l’apprendimento autonomo da parte di macchine autodidatte, che non hanno bisogno di un maestro per progredire nella loro conoscenza, evolversi e migliorare.
Il machine learning, grazie all’aumento delle capacità di calcolo e di memoria dei nostri computer, rappresenta un grande passo avanti. Deep Blue, della IBM, ha imparato da solo a giocare a 40 giochi; Alpha Go, di Google, ha fatto lo stesso con Go, un antico gioco diffuso in Cina, assai più complesso degli scacchi.
Le machine learning sono computer che imparano ad estrarre deduzioni dalla massa di dati che assorbono, anziché aspettare che sia un uomo a dar loro istruzioni sul da farsi: formulano ipotesi, le confrontano con i dati raccolti nel mondo esterno, le aggiustano. La loro superiorità sta nel fatto che queste funzioni, proprie della mente umana, loro possono realizzarle ad una velocità un milione di volte superiore. Google, Amazon, Netflix oggi usano questi computer imparanti.
Tutto ciò avvicina le macchine alla IA vera, quella che vuole simulare l’IU. Per certi versi, questa prospettiva appare molto intrigante. Tutto ciò che amiamo della civiltà è il prodotto dell’IU; ampliandolo con l’IA, potenzialmente potremmo rendere la nostra vita ancora migliore, prevenire le calamità naturali, curare le malattie, vivere più a lungo..
31-Ma è necessario fare una riflessione sul tipo di futuro che vogliamo e che noi, come specie, potremmo creare: l’idea stessa di un’IA così avanzata solleva problemi non solo tecnologici e filosofici, ma anche di sicurezza per il genere umano. Gli scienziati e i governanti devono chiedersi cosa si possa fare per aumentare le probabilità di raccogliere i frutti della futura IA ed evitarne i rischi. Questo è il dibattito più importante del nostro tempo.
Poiché un’IA avanzata sarebbe, per definizione, molto abile nel raggiungere i suoi fini, quali che siano, dobbiamo assicurarci che questi siano in linea con i nostri, perché, altrimenti, abbiamo di che preoccuparci. Ma, a quel punto, saremo in grado di cambiare i fini di un’IA più intelligente di noi? E come ci assicureremo che quei fini saranno mantenuti? Cosa sarà della nostra vita, quando l’uomo svilupperà algoritmi non coscienti, ma dotati di grande intelligenza? Siamo sicuri che un software intelligente si limiterà a fare solamente ciò che noi lo programmiamo a fare?
32-Non sappiamo dove ci porterà l’IA, e, ancora meno, quello che accadrà con una superintelligenza, quali opportunità e quali sfide ci presenterà un furturo così fatto. Potremmo trovarci di fronte a qualcosa di completamente nuovo, qualcosa che, secondo i modelli matematici, potrebbe diventare milioni di volte più intelligente di noi. Probabilmente siamo all’inizio di una storia ancora da scrivere, ma che si prospetta straordinaria. Il livello di investimenti, combinato con i progressi nei BIG DATA, nelle scienze dei materiali e nella tecnologia, stanno ponendo le basi per una svolta decisiva.
Malgrado gli straordinari entusiasmi di molti, alcuni scienziati, come lo svedese Nick Bostrom, direttore del Future of Humanity Institute presso l’Università di Oxford, trovano ragioni per essere prudenti, fino al punto di affermare che una superintelligenza artificiale potrebbe comportare, per l’essere umano, un pericolo maggiore di qualsiasi altra invenzione della storia umana.
Numerose personalità della scienza e della tecnologia, come Stephen Hawking, il premio Nobel per la Fisica Frank Wilczek, Bill Gates, Elon Musk, così come molti altri, hanno espresso cautele come Bostrom.
Pensata come ausiliaria delle capacità cognitive del cervello umano, l’IA potrebbe dimostrarsi in grado di prendere decisioni autonome e, in seguito, rendere l’uomo schiavo della sua stessa tecnologia. La paura che l’umanità possa creare cose che non è in grado di controllare ci porta a storie lontane, al mito di Prometeo, condannato ad una punizione eterna per aver donato il fuoco ai mortali, o a quello di Icaro, le cui ali si sono sciolte al sole per aver osato volare troppo in alto; i libri e i film di fantascienza ci rappresentano mondi in cui l’uomo appare incapace e succube di intelligenze aliene. La paura è che una superintelligenza ostile o poco amichevole, possa impedirci di controllarla o di modificarne i fini, e che questo possa segnare il nostro destino.
33-La scommessa è che la scienza ci dia gli strumenti per gestire il processo nel modo giusto, calcolando anche i rischi apparentemente inverosimili e prevedendo opportuni accorgimenti. Certamente, ci troviamo di fronte ad una sfida complessa che consiste anche nell’evitare di perdere la nostra umanità e mantenere il nostro buon senso. Ma in tutta questa storia, sicuramente un vantaggio l’abbiamo: saremo noi a progettare la superintelligenza e potremo costruirla in modo che protegga i valori umani; siamo noi, al momento, mentre l’IA prende forma, ad avere in mano il futuro della nostra vita. Gli scienziati, i filosofi, i politici devono capire bene cosa possiamo fare oggi per determinare le condizioni iniziali di un’IAG, in modo da selezionare delle motivazioni che ci garantiscono la sopravvivenza e che siano benefiche. Se riusciamo a fare tutto questo, allora una superintelligenza potrebbe rivelarsi una delle trovate più geniali nella storia dell’umanità. Intanto, il 18 Dicembre 2018, un gruppo di esperti nominato dalla Commissione Europea ha tracciato le prime linee guida etiche in tema di IA. Il documento punta principalmente sulla centralità dell’essere umano: prima degli algoritmi, devono venire la dignità e la libertà dell’uomo. Il primo punto indicato è l’affidabilità,, sia tecnica che etica. La prima discende dalla capacità degli scienziati e dall’utilizzo delle migliori tecnologie oggi disponibili. Le questioni etiche, potenzialmente rilevanti e forse più complesse, vanno dalla possibilità di manipolare il proprio corpo, allo sviluppo ed uso di armi completamente autonome, che prescindono dal controllo diretto dell’essere umano nella decisione di uccidere, alla possibilità di analizzare dati complessi di un individuo, riferibili alle sue abitudini, preferenze, idee politiche e religiose, al fine di definirne il profilo e predire o, addirittura, manipolare il suo comportamento; e, ancora, determinare come una macchina debba agire di fronte ad una scelta tragica, come quella di sacrificare una vita per salvarne un’altra. Il documento fissa alcuni principi fondamentali: l’IA deve promuovere il benessere degli individui e della società, favorendo sviluppo economico, equità sociale e tutela dell’ambiente; non deve nuocere agli uomini, evitando discriminazioni, manipolazioni del singolo o o dell’opinione pubblica (vedi i recenti scandali di Cambridge Analytica, relativi a certi usi di algoritmi e social media per conoscere ed influenzare decisioni politiche); deve essere assicurata la libertà degli esseri umani dalla subordinazione o coercizione da sistemi di IA; l’utilizzo deve essere improntato a principi di equità, garantendo eguali opportunità; vi deve essere trasparenza della tecnologia e del modello di business; ogni forma di inganno deve essere esclusa e l’uomo deve essere informato della vera natura della macchina. L’IA, in pratica, deve avanzare in maniera protetta, benevola, disponibile a tutti e benefica.
34-Cosa possiamo dedurre da tutto questo?
Isaac Newton, secoli fa, pubblicando i Principi matematici della filosofia naturale, intuì come il libro della natura fosse scritto nel linguaggio della matematica. Ci sono voluti secoli perché la scienza usasse estesamente la matematica e, grazie ad uno sviluppo avanzato di questa, l’umanità è giunta alla IA. L’IA rappresenta certamente una sfida tecnologica importantissima. Nuove macchine, sulla base di regole predefinite, saranno capaci di prendere decisioni o di aiutarci a farlo e, nel bene o nel male, la loro esistenza influenzerà fortemente la nostra vita.
Uno degli aspetti più interessanti degli studi sull’IA è che queste ricerche potranno avere un impatto diretto sul futuro della mente: potremo capire meglio i meccanismi del funzionamento del cervello, potenziare la nostra intelligenza, trovare la cura di molte malattie neurologiche, creare interfacce cervello- computer e, in un futuro quasi da fantascienza, fare copie di backup dei nostri pensieri.
Ma come cambierà il nostro rapporto con le macchine, se un giorno l’uomo riuscirà a realizzare un’IA avanzata, che sia di tipo umano e generale?
Se la scienza riuscirà in ciò, il risultato che si raggiungerà sarà eccezionale.
Ma, in quel momento, dovremo avere le leggi per governarlo con quella saggezza che le macchine probabilmente non avranno, perché l’IAG ci presenterà meravigliose opportunità, ma anche difficilissime sfide.
La più difficile di questa sarà fare in modo che le macchine si inseriscano nella nostra vita senza stravolgerla, ma preservando l’equilibrio complessivo del mondo e la dignità e la libertà dell’uomo. Pensare che potremmo essere la prima generazione a vivere questa opportunità è preoccupante, ma, allo stesso tempo, esaltante e bellissimo.
IL mondo, come lo abbiamo immaginato finora, sta letteralmente cambiando e l’impatto economico, sociale e lavorativo che ne conseguirà, sarà rilevante già in un futuro prossimo. Accanto ad effetti positivi ed esaltanti, dobbiamo mettere in conto anche conseguenze negative. per questo dovremo decidere come modernizzare le nostre leggi e quali consigli dare ai nostri figli in modo che evitino lavori destinati a essere presto svolti in modo migliore dalle macchine. Dobbiamo aggiornare i nostri sistemi educativi e ripensare il nostro panorama lavorativo. Il problema cruciale, già oggi, è creare nuovi mestieri che gli uomini riescano a fare meglio degli algoritmi.
35-Per finire, mi sono posto queste domande: dobbiamo veramente preoccuparci del progresso futuro dell’IA e del possibile raggiungimento del punto di singolarità tecnologica? Pensiamo che debba essere fermato?
Se penso come in un romanzo di fantascienza, sì. Ma se penso in modo razionale, no. Per tre motivi.
Innanzitutto, è difficile immaginare che l’uomo possa creare una vera IAG e possa dotarla di una coscienza, senza la quale le scelte tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato non potranno esserci, se non ha ancora capito cosa sia la coscienza umana e quale sia stata l’incredibile sequenza di eventi biologici che si sono dovuti realizzare perché fosse possibile.
Secondariamente, perché ho fiducia nella scienza e nell’uomo che la governa In fondo l’uomo, già altre volte, ha sviluppato tecnologie che avrebbero potuto trasformarsi in armi micidiali, capaci di distruggere l’umanità e, finora, per saggezza o per paura o per spirito di autoconservazione, è riuscito a controllarle e a volgerle in un utilizzo sicuro. La cosa certa è che la scienza si è mossa sempre con affidabilità, con verifiche continue di ogni progressione e con la condivisione nell’ambito del mondo scientifico. Non esistono i laboratori di uomini malvagi che portano avanti scoperte inenarrabili per arrivare al controllo del mondo. Lasciamo tutto ciò alla fantascienza e fidiamoci degli approcci metodologici che guidano gli scienziati e della loro razionalità.
Infine, e questo è il terzo motivo, perché penso che non non si possa arretrare la spinta ad andare oltre che caratterizza la nostra mente e che ha permesso, da sempre, i progressi del genere umano. Non possiamo fermare il progresso e l’IA di questo progresso è parte fondamentale, così come la ricerca per raggiungere la cura dei tumori o per allungare la vita preservandoci in salute.
È proprio in questo anelito continuo al miglioramento che sta la bellezza della vita, non immobile e statica, ma sempre con una tensione verso il nuovo.
36-Ma, mentre da uomo di scienza, guardo con entusiasmo ad un futuro di straordinario progresso scientifico, da semplice essere umano mi chiedo: la vita è davvero soltanto elaborazione di dati, e quindi condizionabile da algoritmi, oppure la coscienza di noi stessi, la capacità di indagarci dentro, di chiederci da dove veniamo e dove andremo ci rende esseri differenti e mai raggiungibili da una macchina?
Per quanto l’intelligenza sia straordinariamente importante, l’uomo non è solo intelligenza. È anche emozioni, inserimento in un mondo fatto anche di altre cose in cui l’uomo ha un ruolo, ma non sempre determinante o rilevante.
Come farà una macchina, pur con tutti i suoi complessi algoritmi, ad inserirsi in una realtà così stupefacente come la natura terrestre?
È probabile che l’uomo non sia essenziale e che possa essere tranquillamente sostituito da una macchina e dalle sue formule. Certamente i fiori, gli alberi e gli uccelli non se ne accorgeranno. Ma che fine farà poi il genere umano? Che fine farà un’esperienza di milioni di anni che ha saputo sviluppare la coscienza e un pensiero intelligente? La coscienza è la più alta forma di complessità conosciuta nell’universo e, probabilmente, anche la più rara. Siamo certi di voler rinunciare a tutto questo e che tutto quello che potrà venire dopo sia migliore?
O non dovremo, piuttosto, considerare l’IA semplicemente come una straordinaria opportunità tecnologica capace di aiutarci a costruire un mondo migliore, senza malattie, senza povertà, senza discriminazioni, con una più equa distribuzione delle risorse, magari con la possibilità di accrescere le nostre capacità emotive e cognitive, ma senza voler necessariamente raggiungere una superintelligenza pari o superiore all’IU?
Non dimentichiamoci mai che siamo esseri piccolissimi al limite della vastità dell’universo e che dobbiamo considerare la vita e la nostra intelligenza umana miracoli preziosi.
Speriamo che questo limiti il nostro desiderio di onnipotenza e non ci spinga a cercare al di fuori di noi stessi coscienze artificiali, surrogati di una realtà già bellissima, e che l’umanità, affidandosi alla filosofia della sua lunga vita, mantenga sempre il controllo sulle tecnologie.
Chiuderei facendo mie le parole del neuroscienziato David Eagleman: ” Che sconcertante capolavoro è il cervello, e come siamo fortunati ad appartenere ad una generazione che ha la tecnica e la volontà di studiarlo. È la cosa di gran lunga più bella che abbiamo scoperto nell’universo, e quella cosa bellissima siamo noi”.
Io mi ritengo responsabile
di quello che ti dico,
non di quello che tu capisci.
Oggi, nella giornata contro la violenza sulle donne, sento e vedo sui telegiornali, che in Italia un Italiano su quattro pensa che la colpa della violenza dei maschi sulle donne è da attribuirsi al modo con cui queste si vestono, si atteggiano e si rendono disponibili.
Questa convinzione, per fortuna largamente minoritaria, fa ridere.
È una esecrabile panzana!
Per onestà intellettuale, riferisco che, un giorno, ho chiesto ad una gentile e ben agghindata rappresentante del sesso femminile se le donne si vestissero in modo “glamour” o provocatorio per eccitare le fantasie dei maschi o per far schiattare d’invidia le concorrenti femmine.
Indovinate cosa mi ha risposto l’interpellata!
Da parte mia, riporto la scritta che ho letto su un cartello di manifestanti femmine a Londra, comparsa su un reportage giornalistico :
A dress
is not
a “yes”.
Un vestito
non è
un “sì”.
Mi pare una considerazione obiettivamente intelligente!
Letto alla Festa del nostro Anniversario.
25 ANNI ASSIEME.
In questi ultimi tempi, ho scritto, non molto ma abbastanza, un po’ per me, per i miei hobby e i miei interessi, talvolta per qualche ricorrenza di amici o amiche, qualche poesiola, cose di poco conto, cose a destra e a manca, da dilettante della parola, ma da professionista del sentimento. In quest’ultimissimo anno, in particolare, mi sono dedicato alla redazione di un BLOG, del quale vi dirò più tardi.
Ma, mi sono accorto che, tranne che in qualche rara occasione di molto tempo fa, a te, Rita, io non ho mai scritto niente di veramente significativo.
In questa circostanza, in questa ricorrenza dei nostri 25 anni assieme, circondati da persone care e amiche, ho sentito il dovere, e il piacere, di rimediare alla mancanza, per farmi perdonare, se ce ne fosse bisogno, e se ne sono capace.
E comincio a scrivere di noi, per ricordare e ricordarci , a spanne e con un po’ di emozione, cosa sono stati questi lunghi e brevi anni di serena compagnia e di buona vita.
La nostra. Insieme. Sì, separati nei luoghi di residenza, ma sempre insieme.
L.A.T.: acronimo inglese che significa Living Apart Together, cioè Vivere Separati Insieme. Formula consigliabile, se possibile, per un L.L.L., altro acronimo inglese che vuol dire Long Lasting Love, cioè Amore che Dura a Lungo.
A sgranare il rosario dei giorni dopo i giorni, tanti belli, alcuni difficili e dolorosi, altri impegnativi oppure normali, non ci penso proprio. Se siamo qua, bene o male, la salute ci ha sorretto e, quel che conta, abbiamo fatto del nostro meglio per rendere, l’un l’altra, la vita degna di essere vissuta.
E, per quanto mi riguarda, io ho avuto, da te e con te, in questi 25 anni, il pezzo migliore della mia vita.
Per superare, con un po’ di faccia tosta e disinvoltura, l’approccio all’”incipit”, che è sempre difficile, del mio discorso, prendo a prestito, anche se corro il rischio di apparire melodrammatico, parole che mi sono venute in mente, parole non mie, ma che faccio mie per modificarne il senso. Sono i versi di una delle più belle romanze della musica lirica Italiana di sempre, “Sono andati, fingevo di dormire….”, da “La Bohéme”, versi di Giacosa e Illica per la musica indimenticabile di Giacomo Puccini, là dove Mimì, stesa sul giaciglio di morte, dice a Rodolfo: “Ho tante cose che ti voglio dire, o una sola, ma grande come il mare. Come il mare, profonda ed infinita….” E qui, segue un verso che io non citerò per motivi di privacy, sono parole che si dicono nell’intimità di una coppia, ma che molti conoscono.
Ebbene, voglio cambiare il finale della frase, riprendendo e ripetendo: “Ho tante cose, che ti voglio dire, o una sola, ma grande come il mare. Come il mare profonda ed infinita: Grazie, Rita!” Così ho fatto pure la rima! E ridiamoci su, tanto per sdrammatizzare, se no mi metto a piangere.
E da altre parole in musica, traggo lo spunto per proseguire, precisamente dai versi del “Faber” De Andrè, nella sua magnifica “La Canzone dell’amore perduto”, là dove dice: “L’amore che strappa i capelli è finito ormai, non resta che qualche svogliata carezza…. e un po’ di tenerezza”. E dirò, a mia volta, chiosando, che sulla “svogliata carezza”, sorvolerei, per i motivi di privacy prima citati, mentre avrei da eccepire, vigorosamente, sul “po’ di tenerezza”.
Non di tenerezza di poco conto si tratta, quella che tu hai saputo regalarmi in tutti questi anni, ma di un continuo, costante, assiduo, attento impegno per i miei bisogni materiali e, soprattutto, di un sorprendente, eccezionale, magnifico senso di affettuosa complicità e dedizione sul piano spirituale e sentimentale. Di nuovo, grazie, Rita!
In 25 anni condivisi insieme, “mi sono fatto persuaso” di aver vinto un premio. Il mio affetto per te non è mai mutato, ma si è arricchito di comprensione, rispetto, devozione e gratitudine. E, da te, ho avuto pazienza, lealtà, umiltà e mitezza nei tuoi capelli sempre più bianchi, nei tuoi occhi a volte stanchi. Di cuore, grazie, Rita!
E ti voglio chiedere scusa per un po’ di cose.
Scusa, se ti sgrido quando scrivi male le lettere delle parole crociate, al punto che non sai neanche leggere le parole che scrivi; scusa, se ti sgrido, perché non ne ricordi i significati, dopo averteli spiegati più volte; scusa, perché ti zittisco sempre quando canti, stonata come una campana rotta, eppure sapessi come mi piace, sempre e comunque, il tuo sgangherato cantare; scusa, se perdo le staffe, quando ti metti a starnazzare come un’anitra impazzita tutte le volte che, in macchina, supero i 50 all’ora, o quando ti appassioni a programmi televisivi che io detesto.
Ma di una cosa, soprattutto, ho bisogno di farmi perdonare da te. Perché m’inalbero e do in escandescenze, ogni volta che nei telegiornali, sento parlare di mafia, di corruzione, di omertà, di collusione, di sprechi, di degrado ambientale e morale, di truffe e di furbetti di ogni specie, nella tua terra, “amara e bella”, da cui provieni.
Eppure tu, Rita, figlia di un poliziotto degli Uffici Giudiziari del Palazzo di Giustizia di Palermo, che ha combattuto e contrastato la mafia e la mentalità mafiosa, ai tempi di Falcone e Borsellino, tu sei di una specchiata onestà e di una trasparenza cristallina, in tutto quello che pensi e fai. E, come te, tuo fratello e tutti i tuoi parenti e amici, la cui disponibilità e generosità ho conosciuto e apprezzato.
Se m’incazzo, non è uno sfogo denigratorio contro di te, e tu lo sai. Ma so di procurarti un dispiacere. E di questo ti chiedo scusa, anche se succederà di nuovo. E’ più forte di me. Tu sei una “terrona” sui generis, un’anomalia eccezionale che conferma la regola. Ed è a te che io voglio bene, perché sei il contrario di ciò che detesto.
Ma, tutto sommato, come tutti possono capire, tutte queste scuse non sono una “captatio benevolentiae”, si tratta di ben piccole cose: bazzecole di nessun conto. Le mie incazzature e i tuoi difettucci. Mentre invece, se metto sull’altro piatto della bilancia, le tue doti e i tuoi meriti…..non ho abbastanza parole per dirti ancora: grazie, Rita!
Io non sono il tipo che ti dice: ”Non posso vivere senza di te”, perché non sarebbe vero. Nella mia vita ho fatto a meno di persone che credevo indispensabili, ho passato periodi in cui nemmeno io volevo farmi compagnia, sono sopravvissuto alla solitudine e ne ho fatto un mio punto di forza. Potrei vivere benissimo senza di te, la differenza è che non voglio. Mi manchi già da subito, appena hai varcato la soglia per uscire. E di questo, sempre grazie, Rita!
Le belle persone sono sempre belle. Anche se passano gli anni, anche se sono senza trucco, se sono stanche, se hanno le rughe. Perché la bellezza che hanno dentro non invecchia mai. Diventa, con gli anni, più fragile e preziosa, ma le belle persone non smettono mai di brillare. E tu sei una bella persona, non bella in senso fisico, ma bella e basta, bella perché, con un gesto, mi fai felice, anche se non te lo dico, bella perché fai parte di me e mi rendi migliore.
Ecco, proprio di questo, più che per gli altri motivi, ti voglio, infine, ringraziare. Perché, vivendoti accanto, ho imparato a guardarmi attraverso i tuoi occhi e, davanti alle manifestazioni del tuo affetto, ho avuto un riscontro, una risposta di ritorno, un formidabile “feed back” di gradimento che mi ha confortato e rasserenato: se questo è ciò che io significo per te, se io sono un uomo buono per te, allora, in stretto sillogismo e per la proprietà transitiva, io valgo qualcosa. E, nel profondo della mia interiorità, l’autostima e la fiducia hanno cacciato i feticci delle incertezze e delle insicurezze. Per questo mi hai reso migliore. Per questo, il grazie più grande, Rita!
I nostri prossimi 25 anni che verranno, sperabilmente un po’ di meno, almeno per me, sappiamo solo che saranno i più difficili. Ma, come abbiamo fatto sempre, ci adatteremo con pazienza, ma non con rassegnazione, alle condizioni della nostra età e della nostra salute, per portare a dignitoso compimento questo percorso che stiamo facendo insieme e che si chiama: la nostra vita.
E….prendiamola con allegria.
Ecco, l’allegria. Due sono stati i capisaldi del nostro rapporto: il rispetto reciproco e l’allegria. Del primo dirò che è stato costantemente presente, in modo spontaneo e naturale. Talvolta, possono esserci scappati, un’imprecazione o un “vaffa…”: un momentaneo deragliamento, ma tutto è sempre rientrato nei binari del buon senso e del buongusto, stemperando l’alterazione con una risata e una parola di rabbonimento. Mai un muso lungo, una ripicca. E ci ha aiutato molto l’allegria, l’ironia bonaria, mai rancorosa. Una coppia può perdere la passione, può perdere pure il desiderio, ma se perde, anche, la capacità di ridere insieme, allora è finita. Noi stiamo bene assieme perché ci divertiamo, ci prendiamo in giro: è autoironia di coppia. Non ci sono segreti: le affinità fanno la coppia, le differenze la fanno durare. Non è la mancanza d’amore, ma la mancanza di amicizia che rende infelici i rapporti, come dice il mio amico Friederich Nietzsche.
Satis superque.
A voi, miei cari e amici miei, dico grazie di cuore, anche a nome di Rita, per essere qui, con noi, in questo giorno significativo. Avevo bisogno di voi, che ci conoscete e condividete con noi frequentazioni e compagnia, come uditorio qualificato, per testimoniare, anche emotivamente, di questa mia esternazione. Grazie per avermi ascoltato pazientemente e vi sento miei complici e sodali negli apprezzamenti che io ho rivolto alla mia compagna di vita, che è anche vostra amica a cui tutti voi, nessuno escluso, so che volete bene.
Rita, non so come andrà, non so che futuro ci aspetta: tu devi ancora trovare, capire quale strada percorrere; io, su un sentiero sconnesso, sto già camminando.
L’unica mia certezza è che voglio rinascere per essere migliore, per poter dare di più e ricevere di più, fuori dal grigiore e dalla consuetudine, dentro al vero me stesso. L’unico mio motore, quello che mi aiuta a continuare in questo mio cammino, è l’affetto che ho per te: profondo, intenso, unico. Questo sentimento, che la maturità, anzi, la vecchiaia, non rende effimero, è radicato in una certezza: con te mi sento vivo.
Con te, sento che potrò affrontare quello che la vita ha da proporre, con energia e consapevolezza, con fantasia ed ironia. Conto su di te, sulla tua presenza, rara ma cara, accanto a me. L’unico posto, che spero di continuare ad occupare, sta nel tuo cuore. E spero che, anche tu, aspiri alla stessa cosa. E che sia su questa terra, dove siamo nati per starci, e che non è nell’aldilà.
Quante rondini occorrono
perché sia primavera?
Quanti baci ci vogliono,
perché viva un amore?
Di cosa ha bisogno una vita,
per essere tale?
La mia ha bisogno di Rita.
Grazie.
Tricesimo, 23 Novembre 2019
EL PLEVAN DI MALBORGHET
El plevan di Malborghet
se nol ves vut nancje un difiet
sares stat Pape,
ma al beveve, al porconave,
al fumave e al girave
ator cu l’Ape.
Une dì cun doi amis
e son sus fur di pais
par cambià arie,
al è tornat dut spetenat
cence amis e compagnat
da ‘ne massarie.
Le à cjatade sul stradon
c’al va jù viers Fossalon
sot el soreli.
Je jà dit: “Ma sior plevan
ca no mi tocj cun che man
se no i bergheli”.
Lui jà dit: “Ma ce biei voi
a son come doi pedoi
ator pa muse”.
Je jà dit: “Ma ce nas larc,
a mi par di viodi un farc
c’al jes da buse”.
Lui jà dit: “Cjale ce tetes
a son come las sachetes
da me mantele.
Je jà dit: “Pense al to cul
ca l’è grues come un baul
mi par ‘ne siele”.
E se al è dur a no l’è mol,
ben si sa che dopo al cjol
cui c’al disprezze.
Ân pensat ben di fa la pas
e po la voe ju à cjapas
come une frezze.
A son sus sù tal camarin
e àn sunat il mandulin
fintremai sere.
Po je jà dit: “Ma ce biel jet
quattri breis e un cavalet,
durmin par tiere”.
Cussì il plevan di Malborghet
al è stat tre dis pognet
cun che massarie
e par no lassale plene
i cjarezzave il fil de schene
cu la manarie.
E al Monsignor di Cividat
une bigote jà contat
dute la storie.
Al è sut sù tal indoman,
satu ce c’al veve in man?
Une gruesse scorie.
Ma il plevan di Malborghet
a nol podeve sta quiet
cence fa ‘ne frape.
Al à butat la so velade,
al à molat ‘ne celerade
e vie cu l’Ape.
Cussì lu àn scomunicat,
ancje la cros i àn gjavat,
al sta in campagne.
Cumò al fas il mantignut
da la massarie, che a so mut,
si la guadagne.
La massarie dal plevan
e à sclipat il capelan
par fa la scuete
e par no patì la fan
e guadagne un toc di pan
cu la sunete.
Se continuerai a cercare
le chiavi di casa
sotto la luce di un lampione,
ti assicuro che non le troverai mai.
Ma non perché c’è poca luce,
ma perché sei ubriaco.
Uno dei più bei testi di protesta e contestazione da un personaggio fra i più amati dal mondo intellettuale e non solo teatrale.
Canzone interpretata da Francesco Guccini.
C I R A N O Musica di Giancarlo Bigazzi Parole di Giuseppe Dati.
Facciamola finita, venite tutti avanti
nuovi protagonisti, politici rampanti,
venite portaborse, ruffiani e mezze calze
feroci conduttori di trasmissioni false
che avete spesso fatto del qualunquismo un arte
coraggio liberisti, buttate giù le carte,
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese
in questo benedetto, assurdo bel paese.
Non me ne frega niente se anch’io sono sbagliato
spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato
coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco
io non perdono, non perdono e tocco!
Ma quando sono solo con questo naso al piede
che almeno di mezz’ora da sempre mi precede,
si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore
che a me è quasi proibito il sogno di un amore.
Non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute
per colpa o per destino le donne le ho perdute
e quando sento il peso d’essere sempre solo
mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo.
Ma dentro di me sento che il grande amore esiste
amo senza peccato, amo, ma sono triste,
perché Rossana è bella, siamo così diversi,
a parlarle non riesco, le parlerò coi versi
le parlerò coi versi.
Venite gente vuota, facciamola finita
voi preti che vendete a tutti un’altra vita,
se c’è, come voi dite, un Dio nell’infinito
guardatevi nel cuore, l’avete già tradito
e voi materialisti col vostro chiodo fisso
che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso
le verità cercate per terra da maiali,
tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali.
Tornate a casa nani, levatevi davanti
per la mia rabbia enorme mi servono giganti,
ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!
Io tocco i miei nemici col naso e con la spada
ma in questa vita oggi non trovo più la strada,
non voglio rassegnarmi ad essere cattivo
tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo.
Dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto
dove non soffriremo e tutto sarà giusto,
non ridere, ti prego, di queste mie parole,
io sono solo un’ombra e tu, Rossana, il sole.
Ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora
ed io non mi nascondo sotto la tua dimora
perché oramai lo sento, non ho sofferto invano
se mi ami come sono per sempre tuo,
per sempre tuo, per sempre tuo, Cirano.
Il momento migliore
per piantare un albero
è vent’anni fa.
Il secondo momento
migliore è adesso.
Ho appena finito di guardare in TV la replica di una delle innumerevoli puntate della serie del Commissario Montalbano. L’avevo già vista, come tante altre; ma le rivedo volentieri perché mi piace ascoltare il dialetto Siciliano: trovo che, nelle sue coloriture, esprime, come pochi altri, il carattere della gente che lo parla.
Ma quello che mi interessa anche, è constatare la bravura del protagonista, Luca Zingaretti, fratello dell’attuale leader politico del Partito Democratico.
È certamente un validissimo attore ma, a parte le sue doti artistiche, quello che mi intriga, ogni volta che lo guardo, è la somiglianza della sua figura con quella di Benito Mussolini. Basterebbe aggiungervi l’espressione tronfia, l’atteggiamento borioso e la loquela drammatica e trionfalistica del “Duce” e sarebbe perfetto. Un regista, teatrale o cinematografico, lo arruolerebbe ad occhi chiusi: non esisterebbe, al mondo, un attore che, meglio di lui, potrebbe vestire i panni e dare il volto al Cavalier Benito.
E mi sono chiesto: se io fossi Zingaretti e mi fosse fatta la proposta di interpretare un tale personaggio, cosa farei? Accetterei o no?
Francamente non saprei risolvere il dilemma.
È talmente stridente la dicotomia fra la “persona” e il “personaggio” che io sarei in difficoltà a decidere. Non so lui.
Sappiamo tutti che un attore dovrebbe essere in grado di interpretare qualunque ruolo gli venga proposto, almeno dal punto di vista tecnico: stiamo parlando di “fiction”. Ma è vero anche che un personaggio bisogna “sentirlo”, in qualche modo, come simile a sé, per darne una valida interpretazione. La sola somiglianza fisica potrebbe essere necessaria ma non sufficiente.
Io non conosco le idee politiche di Luca Zingaretti, magari sono in linea con quelle del fratello; comunque, i tratti storici ed umani del “Duce” sarebbero anche in contrasto con il profilo del popolare Commissario, famoso in tutto il mondo. Penso che, proprio per opportunità e coerenza, potrebbe rifiutare.
E se, per pura ipotesi accademica, accettasse? Ci sarebbe una sollevazione popolare? O una interpellanza parlamentare?
Questo diventerebbe un caso, seppur in linea ipotetica, di vero e proprio OSSIMORO artistico.
Tutto sommato, alla fine di questa riflessione, per quanto fittizia e di “finzione”, io “mi sono fatto persuaso” che, se fossi in lui, rifiuterei.
L’organo sessuale più importante
non sta in mezzo alle gambe,
ma in mezzo alle orecchie.
REFUSO DELLA STORIA
Dall’errore si dovrebbe imparare,
dall’orrore, no.
OSSIMORO
L’ossimoro (dal greco ὀξύμωρον, composto da ὀξύς, «acuto» e μωρός, «ottuso») è una figura retorica che consiste nell’accostamento di due termini di senso contrario o comunque in forte antitesi tra loro.
Esempi: disgustoso piacere, illustre sconosciuta, silenzio assordante, lucida follia, ghiaccio bollente.
Dato l’etimo del termine, anche la stessa parola ossimoro è a sua volta un ossimoro.
DEMOCRAZIA CRISTIANA : è stato un palese, furbesco, subdolo OSSIMORO STORICO nelle vicende politiche di casa nostra, nel dopoguerra e per oltre cinquant’anni.
“DEMOCRAZIA” significa “Potere del Popolo”.
L’insieme ideale delle forze politiche che si oppongono alle forme di governo dittatoriali.
“CRISTIANA” significa “Relativa al Cristianesimo”.
DEFINIZIONE
Il cristianesimo è una religione a carattere universalistico, originata dal giudaismo nel I secolo, fondata sulla rivelazione ovvero sulla venuta e predicazione, contenuta nei Vangeli, di Gesù di Nazareth, inteso come figlio del Dio d’Israele e quindi Dio egli stesso, incarnato, morto e risorto per la salvezza dell’umanità, ovvero il Messia promesso, il Cristo.
Dare una definizione unitaria del cristianesimo è difficile, poiché esso – più che una singola religione in senso stretto – si può considerare una serie di correnti religiose, devozionali e/o metafisiche e/o teologico-speculative, modi di comportarsi, abitudini quotidiane spesso eterogenee, aventi sì un comune nucleo di valori e credenze religiose, ma differenti tra loro a seconda del modo in cui interpretano la tradizione e la sua letteratura religiosa, e a seconda di quale aspetto diviene oggetto di focalizzazione per le singole correnti.
Nella realtà sociale, civile, religiosa e politica dell’Italia, “CRISTIANA” è ciò che si riferisce alla Chiesa Cattolica Apostolica Romana, istituzione a struttura verticistica (cioè monarchica) con a capo indiscusso e assoluto il Papa.
Tutto il contrario che “DEMOCRAZIA”.
“GUERRA SANTA” : è un altro stridente OSSIMORO STORICO.
Così, storicamente, sono state considerate, ad esempio, le CROCIATE.
Così, anche oggi, viene intesa la “JIHAD” :
Denominazione di gruppi terroristici che si ispirano all’integralismo islamico.
C’è qualcuno che mi spiega, in piena onestà intellettuale, come fa una “GUERRA” ad essere “SANTA”?
Dello stesso attributo di “SANTA” si è ammantata, per secoli la perla del magistero religioso Cristiano Cattolico e anche Protestante : l’INQUISIZIONE.
Di quante persecuzioni, imprigionamenti, torture, roghi, decollazioni, impiccagioni, a vario titolo e contro un vasto ventaglio di vittime, si sia macchiata la “SANTA” INQUISIZIONE, nell’arco di svariati secoli, sono pieni gli archivi e i libri di storia, con precise documentazioni.
Ma non se ne parla poi tanto…..
Ogni giorno ci muoviamo
in un mondo fatto di codici.
I codici elettronici sono
attorno a noi.
I codici genetici sono
dentro di noi:
determinano chi siamo,
come viviamo,
e, a volte, persino,
come moriremo.
E se ci fosse un codice
dietro ad ogni cosa,
un misterioso codice
superiore, che controlla
tutto ciò che è stato
e tutto ciò che sarà?
Lo chiameremmo Dio?