Mille e più motti

Cosa ci insegna la vita... testamento spirituale di un libero pensatore

Numero1725.

In Italia, la linea più breve

tra due punti è l’arabesco.

Viviamo in una rete di arabeschi.

Ennio Flaiano.

(N.d.R. : per arabesco, si intende un segno decorativo curvilineo e arzigogolato, mediorientale o barocco, che complica, con gusto ridondante e ampolloso, uno spazio, un concetto, un’idea, un’azione).

Numero1723.

In Italia, in media ogni due o tre giorni,un uomo uccide una donna, compagna, figlia, amante, sorella, ex. Magari in famiglia. Perché non è che la famiglia sia sempre, per forza, quel luogo magico in cui tutto è amore.
La uccide perché la considera una sua proprietà. Perché non concepisce che una donna appartenga a se stessa, sia libera di vivere come vuole lei e persino di innamorarsi di un altro. E noi, che siamo ingenue, spesso scambiamo tutto per amore. Ma l’amore, con la violenza e le botte, non centra un tubo. L’amore, con gli schiaffi e i pugni, centra come la libertà con la prigione.
Un uomo che ci mena, non ci ama. Mettiamocelo in testa. Salviamolo nell’hard disk. Vogliamo credere che ci ami? Bene! Allora ci ama male! Non è questo l’amore. Un uomo che ci picchia è uno stronzo. Sempre. E dobbiamo capirlo subito, al primo schiaffo. Perché, tanto, ci arriverà anche il secondo e poi un terzo e un quarto. L’amore rende felici e riempie il cuore, non rompe le costole e non lascia lividi sulla faccia. Pensiamo mica di avere sette vite come i gatti? Ne abbiamo una sola. Non buttiamola via.

Luciana Littizzetto.

Numero1722.

L’Italiano ha un tale culto per la furbizia, che arriva persino  all’ammirazione di chi se ne serve a suo danno. Il furbo è in alto, in Italia, non soltanto per la propria furbizia, ma per la reverenza che l’Italiano, in generale, ha della furbizia stessa, alla quale principalmente fa appello per la riscossa e per la vendetta.
Nella famiglia, nella scuola, nelle carriere, l’esempio e la dottrina corrente – che non si trova nei libri – insegnano i sistemi della furbizia. La vittima si lamenta della furbizia che l’ha colpita, ma, in cuor suo, si ripromette di imparare la lezione per un’altra occasione. 
La diffidenza degli umili, che si riscontra in quasi tutta l’Italia, è appunto l’effetto di un secolare dominio dei furbi, contro i quali la corbelleria dei più si è andata corazzando di una corteccia di silenzio e di ottuso sospetto, non sufficiente, però, a porli al riparo dalle sempre nuove scaltrezze di quelli.
Giuseppe Prezzolini.

Numero1717.

 

LOTTA  PER  LA  VITA     (TORMENTINO  RAP)

 

Se vuoi esistere,

tu devi insistere

e poi persistere

e mai desistere.

 

La terra stessa

ci fu promessa;

la nostra messa

non c’interessa.

 

Abbiamo in dono

il brutto e il buono,

torto e perdono

son quel che sono.

 

Ma quel che viene

non sempre è bene:

ci sono catene,

affanni e pene.

 

Morir si deve.

Il tempo è breve,

si scioglie lieve

come la neve.

 

Si spegne il fuoco,

il lume è fioco,

la vita è un gioco

che dura poco.

 

Lottiamo forte

contro la sorte.

Sbarriamo le porte

in faccia alla morte.

Numero1716.

STORIA  D’AMORE  TRA DUE  PAESI  FRIULANI

( Ispirata liberamente ad una performance di Dario Zampa, ma con aggiunte, interpolazioni e variazioni personali).

CARLINO e MARIA (LA LONGA) erano due bravi giovani Friulani che si piacevano.
Un bel giorno, CARLINO, pungolato da un certo VENDOGLIO, telefonò a MARIA (che era un bel AMPEZZO di GEMONA) :
“Vorrei invitarti nella mia VILLA (SANTINA) che ti faccio vedere il TRAMONTI (DI SOPRA)”.
“Va bene, vengo a vedere la tua CASARSA, ma solo per un ATTIMIS, un (AZZANO)  DECIMO di secondo – rispose MARIA, dopo un attimo di esitazione e per FARLA (DI MAIANO) difficile.
Dunque, si incontrarono e, preso un TOLMEZZO pubblico, attraversarono un FIUMICELLO, e arrivarono al PALAZZOLO che era già BUIA.
Visitata la CASASOLA, visto che era una bella serata, uscirono per una passeggiata. MARIA, preso per PRADAMANO il suo CARLINO, gli disse: “Io ANDREIS a sdraiarmi sul BORDANO del PRATO (CARNICO), sotto quel MORARO”.
Così fecero. Mentre ammiravano il panorama col CAMINO (AL TAGLIAMENTO) dei FORNI (DI SOPRA), lungo l’ARZENE del FIUME (VENETO), MARIA, prendendo l’iniziativa, diede un BARCIS sulla bocca di CARLINO e, carezzandogli il CAZZASO, gli sussurrò : ” Bel MORUZZO, sono tutta BAGNARIA ARSA dal desiderio”.
CARLINO, pur sorpreso da quella MOSSA, raccolse il SAN VITO (AL TORRE) della FAGAGNA, le scoprì il PORPETTO, sollevò il GONARS, le TOLMEZZO le mutandine, dicendo : “Io sarò un un MANIAGO, ma anche tu sei una bella PORCIA : sei CAPRIVA di RAGOGNA!”.
E, mentre le SOCCHIEVE la TAIPANA, tirò fuori l’ERTO CASSO e tentò di infilarlo nella TORVISCOSA STREGNA.
“BELLAZOIA, sei CHIUSAFORTE – disse CARLINO – ma SUBIT ti VERZEGNIS ben io!”.
Però MARIA, vedendo quel CORNO DI ROSAZZO, si mise a strillare come un’AQUILEIA : “AIELLO! AIELLO! Ce l’hai TREPPO GRANDE, sei troppo ROVEREDO! Ti prego, fai PIANO (D’ARTA), che c’è più gusto!”.
Allora CARLINO : “Se vuoi – disse – ti metto il CASSACCO nel SEDEGLIANO”.
“NIMIS!” – gridò MARIA – questo è OSOPPO! : mi fa troppo male il CERVIGNANO, mi DOLEGNA l’OVARO! Brutto CASTIONS, sei un MAIANO! PAVIA (DI UDINE), PAVIA!!
CARLINO, colpito a MORTEGLIANO dalla reazione della ragazza, rimase impalato come un CLAUT. Poi, a sua volta, in preda al COLLOREDO, replicò : “Sei una MUZZANA, una BUDOIA! Tu guardi la PALUZZA nell’occhio altrui e non vedi il TRAVESIO che hai nel tuo! Ti do un MORSANO (AL TAGLIAMENTO) in un orecchio e un calcio nel SEDEGLIANO che vai a casa ZOPPOLA!”.
Infine, con grande LESTIZZA, sbottò : ” Ecco, per colpa dei tuoi CAPRIZZI, adesso è diventato TREPPO PICCOLO, ho il CAVAZZO MOGGIO e l’AMARO in bocca.!”.
Così, quel giorno, finì MAL(BORGHETTO) per il buon CARLINO.
MARIA, dopo questo episodio, nel vicino CAMPOLONGO (AL TORRE) trovò il modo di spassarsela con un CAVASSO NUOVO, un certo VITO (D’ASIO) che, con l’amico MARIANO (DEL FRIULI), aveva conosciuto sul SAGRADO della chiesetta del CASTELNOVO (DEL FRIULI).

Così si conclude la storiella di CARLINO e MARIA sperando che il lettore la GRADISCA e ne accolga, di buon GRADO, la scherzosa interpretazione.

N.B. In questa stesura, sono presenti 86 nomi di località delle Province di UDINE, GORIZIA E PORDENONE.

Numero1715.

PROVERBI FRIULANI

 

Bisugne là a durmì

cence fasal dì

e jevà,

cence fasi clamà.

 

Bisogna andare a dormire

senza farselo dire,

ed alzarsi

senza farsi chiamare.

 

No sta fa mal

ch’al  l’è pecjat.

No sta fa ben,

ch’al l’è strassat.

 

Non fare del male

che è peccato.

Non fare del bene

che è sprecato.

 

L’avar al l’è chel

che si lambiche

a vivi puar,

par murì sior.

 

L’avaro è quello

che si tormenta

a vivere povero,

per morire ricco.

 

Nissun al à tant ce fa,

come il bon di nuie.

 

Nessuno ha tanto da fare,

come il buono a nulla.

Numero1714.

SDRINDULE

Siamo a Camporosso. Di notte.
Fritz, ubriaco fradicio in macchina, viene fermato dai Carabinieri.
Il Maresciallo : “Ma quanto ha bevuto lei?”
“…….2 bottiglioni, 6 birre, 3 grappini, 4 cognacchini….”
“Venga, venga che facciamo il controllo”.
“….Perché?…. non mi credi?….”.
“Non faccia il furbo, che dobbiamo controllare l’alcool”.
“….Già che ci sei, controlla anche acqua e olio….”.
“Non faccia lo spiritoso con me, eh! mi dia la patente!”.
“…. Ve l’ho data un mese fa, l’avete già persa?….”
“Non prenda in giro un pubblico ufficiale, lei, nome e cognome.!”
“Non posso dirvelo! ….Sono un alcolista anonimo….”.

Numero1713.

“CATINE”
Caterina Tomasulo – cabarista friulolucana ( lavora in un bar e proviene dalla Lucania).

Appena arrivata qua, uscita dalla stazione, sono entrata in un bar per bere un caffè. Mi hanno vista con la valigia e mi hanno detto : “SEI ASSUNTA!”
Come Assunta, non vi va bene Caterina? Io pensavo che fosse un nome. Per noi è solo un nome. Se tu chiedi, da noi, di essere ASSUNTA, “Assunta? E chi si’, la Madonna?” È il nome della Madonna, è una Festa religiosa, si festeggia il 15 di Agosto e basta. Il resto dell’anno, in nero.

Quando io sono arrivata qua, non capivo niente. A parte MANDI e O CUMBININ, io non capivo una madonna. È tutto un intercalare : BEN, MAH, CÈ, PO, BON.
Questo BON che voi mettete dappertutto nella frase, anche 20 volte, all’inizio della frase, alla fine, nel mezzo. Di solito BON comincia la frase e BON BON la finisce. Non si comincia col BON BON, di solito; e, in mezzo, tutti i BON di questo mondo. Perfino un teatro a Colugna, lo hanno chiamato BON : forse non sapevano come chiamarlo. Allora BON, BON BON.
E poi c’è il BEN : BEN, POBEN, POBEN BON; CÈ, PO, CEPO. Ma MONOMO, Ah, PONOPO, Ma SUPOSU, SUPO, DAI PO, SUPODAI PO, Ma VAMO, VAMO, VA SUL’OSTIE VA. Così lo “slang” si confonde. Poi ci sono le parole belle : NININ.
C’era NININ che mi piaceva tanto. CJALE CE NININ CA L’È, AL È TANT NININ, SATU. Allora NININ vuol dire “carino”. E poi sentivo : PASSIMI UN NININ DI PAN, VA UN NININ PUI IN LÀ. Allora NININ vuol dire anche “un poco”. Ma “un poco” non si dice anche UN TIC? Sì.
A volte si unisce UN TIC e UN NININ e viene fuori UN TINININ : “poco poco poco”, ‘N’ANTICCHIA, come dicono i Meridionali.
Il Friulano tende a unire le parole perché non ha tempo da perdere dietro alle parole, deve andare a lavorare. E anche il saluto è breve e conciso : breve la domanda e concisa la risposta, mica come i Meridionali che perdono un quarto d’ora.
Il Friulano dice : CE MUT? – ‘SOME.
Un’altra sfumatura di saluto : ALORE? – CÀ.
Un’altra : CE MUT SINO? – BEN.  Basta, non di più.
Se a uno vien voglia di parlare tanto, dice : VONDE BEN. Due parole, ma basta.
Se poi uno si azzarda a dire : TAN BEN CHE MAI, gli fanno l’antidoping subito. C’è qualcosa che non va. E se mai dice : MAI CUSÌ TAN BEN, lo ricoverano direttamente : è pericoloso, parla troppo.
Tranne un’eccezione, tranne sul SI e sul NO. Lì le cose cambiano. I Meridionali diventano improvvisamente sintetici : SI e NO sono troppo lunghi, fanno un cenno con la testa per dire SÌ, eTZ per dire NO. Questo è un suono sconosciuto in tutto il mondo!
Invece il Friulano diventa improvvisamente prolisso. Non dice solo SÌ e NO, ma dice SIVE, NOVE, oppure POSISÌ, PONONÒ, e se poi si cambia la posizione del PO diventa : POSÌPO e PONÒPO, che ribaltano di nuovo la situazione.
POSÌPO nega e PONÒPO conferma.
“O PAI SIMPRI IO DI BEVI” – “POSÌPO, IAR O AI PAIAT IO”
Oppure : “TU NO TU PAIS MAI DI BEVI” – “AH, PONÒPO! CUI AIAL PAIAT IAR?”
Quindi, il contrario, POSÌPO vuol dire NO, e PONÒPO vuol dire SÌ. Come al Referendum. E, infatti, in Friuli, al Referendum si vota POSÌPO e PONÒPO.
Ma questa è un’eccezione. In generale, il Friulano è breve  bisogna racchiudere in una parola piccola tutto un concetto.
Per esempio : una cosa fatta velocemente si dice TIC E TAC. Qualcosa, invece, fatto con difficoltà : CIF E CIAF. Per dire in qualche maniera, in qualche modo : O DI RIF O DI RAF, che molte volte va accoppiato col SI CUMBINE. E se c’è qualcosa bellissima : ALC E CÈ.
VIOT TU, IAR SERE, O SOI RIVADE CIF E CIAF A FA DI CENE, PERÒ O AI METUT SU DOI US IN FONGHET TIC E TAC; MI SON VEGNUS ALC E CÈ E, O DI RIF O DI RAF, SI CUMBINE.
La saggezza, la saggezza friulana.