Numero1444 (il seguito al Numero1443).

P R E A M B O L O

 

Era meglio se mi tappavo la bocca,

invece ho ceduto alla tentazione,

ho composto questa lunga filastrocca

e ve la canto a guisa di canzone.

 

Si, ve la canto e anche ve la suono.

Se la chitarra piange e ho poca voce,

in anticipo, vi chiederò perdono.

Siate buoni, non mi mettete in croce.

 

La cantata ha soltanto due accordi:

il MI settima alternato con il LA.

“Il Plevan di Malborghet”, te lo ricordi?

L’abbiam cantata un’estate fa.

 

È un po’ monotono e ripetitivo,

non c’è intermezzo e poche variazioni

ma tant’è, amici, questo è il motivo,

talvolta sono queste le canzoni.

 

La melodia s’impara molto presto,

così, se qualcuno di voi vuole cantare

insieme a me, vi ho dato il testo,

sarò felice di farmi accompagnare.

 

Imbraccio la chitarra e butto la stampella,

voi, pazientemente, state ad ascoltare.

Spero che la cantata mia sia bella,

schiarisco la voce e vado a incominciare.

Numero1443 (leggere prima il Numero1444).

ALL’ AMICO ALBERTO IN PENSIONE

 

Così il nostro Albertone

finalmente è in pensione

da più di un mese

e da buon anfitrione

offre questa imbandigione

a proprie spese.

 

Siamo qui in riunione

e abbiamo l’occasione

per festeggiarlo.

Ma un piccolo sermone,

che gli serva un po’ da sprone,

vogliamo farlo.

 

Parlo a nome di persone

la cui vera propensione

è l’amicizia

e ogni raccomandazione,

pur se fa provocazione,

non è malizia.

 

Questa semplice canzone

non dà certo l’emozione

di un Battisti

e non ha la presunzione

di fornir la prestazione

dei grandi artisti.

 

Sarà solo un tormentone

per destare l’attenzione

del buon Alberto

sulla nuova situazione

e per la prosecuzione,

ne sono certo,

 

verso una trasformazione

ed una rivoluzione

copernicana,

che non sia una prigione

o una pura reclusione

all’italiana.

 

 

Devi darti uno scossone,

non restare in soggezione

dell’indolenza.

Abbi una motivazione

e di una occupazione

non stare senza.

 

E se hai predilezione

per qualcosa, una passione,

tu dacci dentro.

Ne farai una religione

e la migliore opzione:

sarà il tuo centro.

 

Se tu fai il fannullone

poi ti senti un coglione,

non ti conviene.

Se vivrai da pelandrone

poi cadrai in frustrazione

e non va bene.

 

 

Presta molta attenzione

al tuo amico beverone:

non è sincero.

Vuoi la nostra approvazione?

Usa la moderazione,

ma per davvero.

 

Ma è arrivata la stagione

che avrai la sensazione

di perder colpi.

Ti farò una confessione:

io non vedo un cialtrone

che te ne incolpi.

 

Devi aver la convinzione

che non c’è più paragone

coi bei vent’anni.

E devi avere il pannolone

per salvare il pantalone

dai noti danni.

 

 

Non aver la presunzione,

come un Napoleone,

di avere tutto.

E non fare il farfallone

coi problemi di erezione,

o sarà un lutto.

 

Far la parte del leone,

come uno scapolone,

non è più il caso.

E se cadi dall’arcione

non farai un figurone

siine persuaso.

 

Devi farti una ragione

se sei ciuco e non stallone

nel fare sesso:

lo zampillo non è sciacquone,

lo scopino non è scopone

ma fa lo stesso.

 

 

Tu as dit “Ma vammi in mone,

o soi stuf di là a Verone

in autostrade.

Al à dit ancje Gastone

che mi ven il mal de none

cun che menade”.

 

Meglio il buco che il taccone

come insegna la lezione

del ritornello.

E, come in televisione,

siamo a “striscia lo striscione”

di Militello.

 

Giunto al fin della tenzone,

con un piglio da guascone,

io do l’affondo.

Mi si passi l’irrisione,

perché ho fatto il buontempone,

non lo nascondo.

 

 

All’amico Albertone

una raccomandazione,

nel finale:

ti ci troverai benone

se tu prendi la pensione

per quel che vale.

 

Fa’ che sia un’inversione,

è una grande occasione:

non va fallita.

Forse è l’unica stagione

che darà soddisfazione

alla tua vita.

 

L’amicizia ce lo impone:

darti la benedizione

per i dì futuri.

E, con una acclamazione,

ti mandiamo un bel bacione

e tanti auguri.

 

Alberto Visintino

Ristorante “AL ZUC”,              Fontanabona di Pagnacco,           10 Febbraio 2018

Numero1438.

Per moltissimo tempo,

anche senza rendermene

conto, non facevo che

cercare di essere mio

padre, che era un tipo

affascinante, un

giocatore, un po’

poeta, un po’

intrigante, un po’

cialtrone…. un tipo

fra Rimbaud e

Fitzgerald. Mio padre

era un amorale, non

gliene fregava niente

di niente. Io, invece,

sono moralissimo,

anche se non in senso

cattolico. Sento una

discriminante tremenda

fra il bene e il male.

Nel momento in cui

sono riuscito a

distaccarlo, ho

cominciato a

liberarmene. Sì,

bisogna assolutamente

uccidere la figura

paterna. O almeno,

castrarla, come

racconta il mito di

Urano, e il mito è

alla base di tutto.

Castrare il padre non

tanto perché, come

dice Freud, ti

toglie la madre, ma

soprattutto perché

toglie la forza

a te stesso.

 

Roberto Vecchioni.

Numero1437.

Mormora fioco l’inverno

nei ricordi di carta.

Ancora nella tua stanza

chiusa si sente

l’alito di brace spenta.

Un desiderio di vento

scavalca la vetrata

e s’interrompe, e sparge

brace sui pavimenti.

 

Tu mi hai raccolto, perché avevo freddo.

 

Roberto Vecchioni.

Numero1433.

Figlio chi ti insegnerà le stelle

se da questa nave non potrai vederle?

Chi ti indicherà le luci della riva?

Figlio, quante volte non si arriva!

Chi ti insegnerà a guardare il cielo

fino a rimanere senza respiro?

A guardare un quadro per ore e ore,

fino ad avere i brividi dentro al cuore?

Che al di là del torto e la ragione,

contano soltanto le persone?

Che non basta premere un bottone

per un’emozione?

 

Figlio,figlio,figlio.        Roberto Vecchioni

Numero1431.

Il 20 Settembre 2013, alle redazioni dei giornali di tutto il mondo, quindi anche di quelli Italiani, arriva una notizia di Agenzia, (in Italia ADNKRONOS) che lascia di stucco i destinatari e che, lì per lì, viene scambiata per una “fake news”.
Dice il testo che l’Accademia Reale Svedese, responsabile incaricata delle “nominations” ai “Premi Nobel”, starebbe per comunicare che , per il “Nobel” della Letteratura 2013, esiste una terna di nomi di candidati “a sorpresa”.
Veramente, a sorpresa, c’era già stata, nel 1997, l’assegnazione del “Nobel” per la Letteratura ad un personaggio molto impegnato nel mondo dello spettacolo, più che  nella produzione libraria: quel geniale, strampalato “giullare medioevale”, che rispondeva al nome di Dario Fo. Evidentemente, si sta instaurando la moda che, per la Letteratura, si deve far riferimento anche ad altre e diverse forme espressive che non siano solo quelle della consueta produzione letteraria cartacea: lo spettacolo, gli audiovisivi, e quant’altro si sta diffondendo come mezzo di comunicazione e di trasmissione del messaggio d’arte letteraria. Questa volta toccherebbe al mondo della canzone, come veicolo culturale che, per la prima volta, viene elevato al rango di arte popolare.

Infatti, questi sono i nomi dei 3 candidati:

Leonard Cohen, cantautore, poeta, scrittore Canadese, chiaramente di religione Ebraica, conosciuto in tutto il mondo per le sue composizioni di canzoni profondamente ispirate alla sfera intima dell’uomo, alla religione, all’isolamento, alla sessualità. Al momento della notizia, Cohen ha 79 anni.

Bob Dylan, anche lui cantautore, poeta e scrittore, mostro sacro di generazioni di giovani, contestatori e pacifisti, anche lui di religione Ebraica, in seguito convertito al Cristianesimo, ma niente affatto coinvolto e piuttosto agnostico.
Vero “guru” dei generi musicali “folk rock”, “country rock”, “gospel” e via dicendo. Nel 2013, Dylan (vero cognome Zimmerman) ha 72 anni.

Il terzo candidato della terna, e qui sta la vera sorpresa, è un cantautore Italiano.

La notizia non ebbe seguito. Si pensò ad una presa in giro. Infatti, il “Nobel” per la Letteratura del 2013 venne assegnato ad Alice Munroe, scrittrice Canadese regina del “romanzo breve”, di larga divulgazione.
Alcuni giornalisti interpellarono la Segreteria dell’Accademia Svedese, chiedendo se avesse fondamento la notizia di cui sopra. La risposta fu che non era loro abitudine riferire alcunché in merito a “candidature”, “nominations” o quant’altro, per motivi di riservatezza o privacy delle persone coinvolte.

Ma chi sarebbe il cantautore Italiano che avrebbe avuto la candidatura?
Sì, è proprio lui, il nostro “professur” di latino e greco al Liceo Beccaria di Milano e in altri Licei Classici della Lombardia, che andava a scuola con i jeans e la camicia bianca sbottonata e che parlava ai suoi studenti come a suoi pari, grande poeta e musicista raffinato e paradossale nella sua “classicità”, che attinge l’ispirazione nel passato per  cristallizzare l’eternità dei pensieri e dei sentimenti in una compartecipe modernità: Roberto Vecchioni.

Leonard Cohen è morto il 7 Novembre 2016. Non avrà mai il “Premio Nobel” perché non viene assegnato postumo o alla memoria.

Bob Dylan ha avuto il “Premio Nobel” per la Letteratura a 75 anni, il 13 Ottobre dell’anno 2016, lo stesso in cui muore, 25 giorni dopo, Leonard Cohen. Lo ha ritirato il 1 Aprile 2017.

Allora, forse quella notizia, poco credibile e stravagante, non era una bufala.

Senza atteggiarmi presuntuosamente a mago o veggente, avanzo qui e ora, 10 Luglio 2019, la previsione che, in uno dei prossimi anni a venire, Roberto Vecchioni riceverà il “Premio Nobel” per la Letteratura.
“Giorno verrà, presago il cor mel dice”.

 

Numero 1257.

 

FORMIDABILI   QUEGLI   ANNI

 

Noi non siamo della razza

di chi frigna e si dispera,

come zombie di un passato

che sembrava primavera.

 

A fanculo ogni rimpianto

che non sono roba vera,

la malinconia è uno sguardo

e la vita è roba seria.

 

E se passi un solo giorno

senza farti una domanda,

senza un grido di stupore,

l’hai mandata al creatore.

 

Formidabili quegli anni,

formidabili quei sogni nei miei sogni,

la malinconia bevuta, gli occhi insonni,

formidabili quei giorni nei miei giorni….

 

….noi siam quelli del rimorso

prima ancora del peccato,

siamo i primi della classe

di un amore immaginato.

 

E le libertà che avete

mica c’erano a quei tempi,

noi ci siamo fatti il culo,

tocca a voi mostrare i denti……

 

….ed è proprio aver vissuto

che ci fa vivere ancora

ed è proprio aver perduto

che ci fa credere ancora.

 

Roberto Vecchioni     Formidabili quegli anni.

Numero1159.

.
Più di sessant’anni fa, frequentavo la quinta classe del Ginnasio al Liceo Classico Jacopo Stellini di Udine. Per un breve periodo, avemmo, come supplente della professoressa d’Italiano, una giovane insegnante, laureata di fresco. Stavamo studiando il Leopardi, e lei stava spiegando, infervorata e con una certa teatralità, la famosa ode “La quiete dopo la tempesta”. Ci si accorgeva che era inesperta, che un po’ recitava, forse per darsi un tono, o uno stile, che ancora non aveva. Dopo averla seguita con pazienza nel suo sproloquio didascalico, io mi alzai e buttai lì la mia polpetta avvelenata: sostenni di aver trovato, in una vecchia antologia della Letteratura Italiana, il testo di un’ode intitolata “Temporale estivo”, presumibilmente del Leopardi, che costituiva l’antefatto, in sequenza cronologica, di cui “La quiete dopo la tempesta” sarebbe stata la prosecuzione. La giovane professoressa mi chiamò alla cattedra per essere interrogato e mi chiese di parlare di questa poesia, che, in realtà, non risultava scritta da nessuna parte, e che esisteva solo nella mia immaginazione e nella mia memoria. L’avevo inventata io di sana pianta, in perfetto e credibile stile leopardiano, come potrete leggere. Così gliela recitai, dalla prima all’ultima parola. Lei volle che gliela mettessi per iscritto, mi diede un bel voto e cominciò una zuccherosa recensione dell’ode truffaldina, senza metterne minimamente in dubbio la provenienza e l’attribuzione. Tutta presa nella sua esposizione oratoria, non si accorgeva delle sghignazzate in silenzio e degli ammiccamenti furtivi dei miei compagni di classe, che si erano accorti della burla, anche perché mi conoscevano bene e sapevano che ero in grado di creare un “falso d’autore” di un tale livello.
Il giorno dopo, all’ora d’Italiano, la giovane insegnante ci informò che aveva cercato dappertutto il testo che le avevo consegnato, ma che non era riuscita a trovarlo. Allora, io mi alzai, chiesi scusa della gherminella, e confessai che la poesia, effettivamente, l’avevo scritta io. I miei compagni erano sotto i banchi per le risate. Ma lei si arrabbiò di brutto, prese il foglio con il testo e andò dal preside. Al suo ritorno, un bidello mi disse che dovevo presentarmi in Presidenza. Il preside era un tipo un po’ particolare, noi lo chiamavamo, familiarmente, “Bagigio”. Non ricordo neanche perché. Questi mi fece una lavata di testa, mi richiamò al rispetto degli insegnanti, che non dovevano essere fatti bersaglio di scherzi. Però, poi, volle sincerarsi, con la poesia in mano, che fossi proprio io l’autore e me la fece, prima scrivere e poi recitare, seduta stante. Cosa che feci, disinvoltamente. Lui si fermò a pensare un po’, in silenzio, poi, boffonchiando qualcosa fra sé, si lasciò sfuggire una frase che assomigliava a qualcosa come: “Accidenti, ci sarei cascato anch’io!”.

 

Qui, di seguito, il testo.

 

TEMPORALE  ESTIVO

Di piombo è il cielo
e scuro di cupi nembi;
scende sulla natura
un velo opaco di morte.
Apronsi le porte ai venti.
Scendon dall’alto irati
come falchi dal nido
sull’umile preda,
imperversan sui prati,
per l’aie, negli orti,
piegan gli intorti
rami sibilando.
E, con loro,
l’arida polve
s’alza sconvolta
dal turbo fuggente
che tutto involve.
L’alta arbore tronfia,
piegata da cotal possanza,
china l’agile chioma
e piange, sull’erba del prato,
le infiacchite foglie
che il vento raccoglie
e guida in frenetica danza.

Scende la pioggia,
violenta sui tetti,
di striscio sui muri,
picchietta argentina
sugli otri, sui vasi,
sui ferrei portali,
bevanda divina
sull’aride zolle
da tanto satolle
d’estiva calura.
Sull’uscio di casa,
il pio colono
alza il guardo pregando:
“O Dio del cielo,
persa non sia
la mia fatica
da ria furia inimica:
il raccolto m’è vita!”
Così sperando dice
e il cielo acconsente;
omai lontan si sente
quell’irato tuonar.
Sbadiglia una finestra
disserrando le imposte,
spiove la gronda,
scola la fronda antica
la quercia dell’orto,
si ripopola l’aia,
s’ode vivace e gaia
la sinfonia consueta.

Da qui, a seguire, si poteva recitare “La quiete dopo la tempesta” in un “continuum”  di sacrilega impostura.