Numero1910.

CURIOSITÀ

UNA  FORMULA  NELLA  STORIA  DELLA  FISICA

È stata chiamata “La formula dell’amore”.

(∂ + m) ψ = 0

Paul Adrien Maurice Dirac (Bristol, 8 agosto 1902 – Tallahassee, 20 ottobre 1984).

Paul Dirac è stato un fisico e matematico britannico considerato tra i fondatori della meccanica e della fisica quantistica.

La meccanica quantistica è la teoria fisica che descrive il comportamento della materia, della radiazione e delle loro reciproche interazioni.

La meccanica classica si dimostrò incapace di descrivere il comportamento della materia e della radiazione elettromagnetica a livello microscopico e su scale di lunghezza inferiori a quelle dell’atomo.

Come caratteristica fondamentale, la meccanica quantistica descrive la radiazione e la materia sia come fenomeno ondulatorio che come entità particellare, al contrario della meccanica classica, dove per esempio la luce è descritta solo come un’onda o l’elettrone solo come una particella.

Paul A.M. Dirac

Paul A.M. Dirac, premio Nobel per la Fisica nel 1933, come teorico viene annoverato tra i fondatori della meccanica quantistica ed è famoso per le sue equazioni.

(∂ + m) ψ = 0  è l’equazione forse più famosa di Dirac e significa che: “Se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possono più essere descritti come due sistemi distinti, ma in qualche modo, diventano un unico sistema. In altri termini, quello che accade a uno di loro continua ad influenzare l’altro, anche se distanti chilometri o anni luce».

(N.d.R. : il “romanticismo” dell’equazione è spiegato per intero nella sola descrizione verbale. Infatti, dal punto di vista dell’ Analisi Matematica Superiore, per quanto semplice e concisa possa sembrare la formula, risulta oltremodo complesso darne una spiegazione “scientifica” e, dal punto di vista razionale, esprime una condizione praticamente “incredibile” nella realtà visibile. Si riferisce, infatti, al mondo subatomico ed è stata verificata ed applicata innumerevoli volte con successo. Su di essa si pongono le radici della meccanica quantistica e la credibilità dell’esistenza dell’antimateria: è il cosiddetto fenomeno quantistico dell’«entaglement», che fornisce la base per la nuova visione filosofica del mondo).

Dirac era un ricercatore solitario, taciturno, al punto che i suoi colleghi, scherzando, avevano coniato una nuova unità di misura, il Dirac, che equivaleva ad una parola all’ora, il minimo che una persona potesse pronunciare in compagnia.

(N.d.R. : oggi si direbbe che Dirac era affetto da “autismo”. Non sono infrequenti, nella storia della creatività umana, scienziati, inventori, artisti portatori, oltre che di autismo, di patologie della mente come Sindrome di Asperger, Bipolarità, Schizofrenia ecc.).

Ma, come succede spesso negli individui schizoidi, anche Dirac, dietro la sua apparente freddezza nascondeva una grande sensibilità.

La sua equazione  (∂ + m) ψ = 0  è ancora considerata la più “bella” della fisica.

(N.d.R. : qui si ferma la curiosità “scientifica/sentimentale” che volevo trasmettere. Quello che segue è riservato agli addetti ai lavori ).

 

L’equazione di Paul Dirac rappresenta l’energia di una particella elementare. Viene utilizzata per le particelle di spin ½, come ad esempio gli elettroni e i quark: Dirac la formulò nel 1928 alla “tenera” età di venticinque anni. Lo scopo di Dirac era quello di ovviare agli inconvenienti generati dall’equazione di Klein-Gordon la quale mostra difficoltà nell’interpretazione della funzione d’onda, portando a densità di probabilità che possono essere anche negative o nulle, ammettendo inoltre soluzioni ad energia negativa.

Senza entrare troppo in dettagli noiosi ed accademici diciamo semplicemente che l’equazione di Dirac descrive le particelle elementari con l’ausilio di uno spinore composto da quattro funzioni d’onda (lo spinore di Dirac), naturale estensione dello spinore a due componenti non relativistico. Quella di Dirac è stata una svolta fondamentale verso la teoria unificata dei principi della meccanica quantistica e della relatività ristretta: ha permesso infatti di definire una densità di probabilità sempre consistente ed ha spiegato la struttura fine dello spettro dell’atomo di idrogeno e il fattore giromagnetico dell’elettrone.

Proprio come l’equazione di Klein-Gordon anche quella di Dirac ammette soluzioni ad energia negativa ma, contrariamente dalla prima, Dirac ipotizzò l’esistenza di un mare infinito di particelle che occupano tali stati ad energia negativa. Di seguito, con lo sviluppo della teoria quantistica dei campi, gli stati ad energia negativa furono identificati con le antiparticelle e con l’introduzione di un nuovo numero quantico (+1 per le particelle e -1 per le antiparticelle) così da risolvere i paradossi originati dall’ipotesi del mare di Dirac.

La forma della formula è certamente errata: occorre porre un meno davanti alla massa, la quantità immaginaria davanti alla derivata e la derivata è tagliata:

(i∂̸ – m) ψ = 0

Dove la massa (m) ha il segno negativo, la derivata (∂) è tagliata ed è necessario aggiungere come primo termine una quantità immaginaria (i). Ogni singolo simbolo ha un significato ben preciso, ed è questo che ha permesso a Dirac di racchiudere in una sola formula un sistema di quattro equazioni.

(i∂̸ – m) ψ = 0. Il “taglietto” sulla derivata è di notevole importanza: non si tratta di un’equazione normale, quella di Dirac è un sistema di quattro equazioni.  Dirac si accorse dell’impossibilità nello scrivere un’equazione di particelle cariche con spin come l’elettrone, che necessita di due equazioni, senza avere anche due soluzioni ad energia negativa. Per risolvere il problema Dirac pensò ad un mare di particelle, ma negli anni successivi si capì che le altre due equazioni rappresentavano il positrone, l’antiparticella dell’elettrone.

Ed il quantum entanglement? Questo ha senso solo per i sistemi microscopici. Se una particella a carica nulla decade producendo due particelle di carica opposta ciascuna delle due particelle non ha carica determinata sino a che qualcuno non la misura, dunque impossibile prima determinare l’influenza dell’una sull’altra. Senza contare il fatto che concetti quantistici come il collasso della funzione d’onda o l’entanglement non entrano affatto nella costruzione dell’equazione di Dirac: equazione valida solo per una sola particella libera di muoversi nello spazio intergalattico e che non interagisce con altri campi o particelle!

 

 

Numero1908.

 

Segnalata da Rita

LA  STORIA  DELLE  QUATTRO  CANDELE

Raccontata, in una puntata de I FATTI VOSTRI, da Fabrizio Frizzi.

 

In una stanza quattro candele, bruciando, si consumavano lentamente.

Il luogo era talmente silenzioso che si poteva ascoltare la loro conversazione.

 

La prima diceva “Io sono la pace, ma gli uomini non riescono a mantenermi.

Penso proprio che non mi resti altro da fare che spegnermi”. E, a poco a poco,

la candela si lasciò spegnere.

 

La seconda candela disse “Io sono la fede, ma, purtroppo, non servo a nulla. Gli

uomini non ne vogliono sapere di me e, per questo motivo, non ha senso che io

resti accesa”. Appena ebbe terminato di parlare, una leggera brezza soffiò su

di lei e la spense.

 

Triste, la terza candela, a sua volta disse “Io sono l’amore e non ho la forza per

continuare a rimanere accesa. Gli uomini non mi considerano e non

comprendono la mia importanza”. E, senza attendere oltre, la candela si lasciò

spegnere.

 

In quel momento, un bambino entrò nella stanza, vide le tre candele spente e,

impaurito per la semioscurità, , disse “Ma cosa fate? Voi dovete  rimanere

accese. Io ho paura del buio”. E, così dicendo, scoppiò in lacrime.

 

Allora, la quarta candela, impietosita, disse “Non piangere. Finché io sarò

accesa, potremo sempre riaccendere le altre tre candele: Io sono la speranza”.

Con gli occhi lucidi di lacrime, il bimbo prese la candela della speranza e

riaccese tutte le altre.

 

 

Numero1830.

Un giorno, un’insegnante chiese ai suoi studenti di fare, su un foglio di carta, una lista dei nomi degli altri studenti in classe, lasciando un po’ di spazio sotto ogni nome. Poi disse loro di pensare la cosa più bella che potevano dire su ciascuno dei loro compagni e scriverla.
Ci volle tutto il resto dell’ora per finire il lavoro e, al termine del tempo, ciascuno degli studenti consegnò il suo foglio.

Quel sabato, a casa propria, l’insegnante scrisse il nome di ogni studente su un foglio separato e vi aggiunse la lista di tutto ciò che gli altri avevano detto su di lui/lei.

Il lunedì successivo, distribuì ad ogni studente il foglio a lui intestato contenente la lista dei messaggi degli altri compagni.
Poco dopo, tutti, in classe, stavano sorridendo. “Davvero?!” sentì sussurrare, “Non credevo di contare così tanto per qualcuno!”, “Non pensavo di piacere tanto agli altri!” erano le frasi più pronunciate.

Nessuno, in classe, parlò più di quei fogli e la prof non seppe se i ragazzi avessero discusso con i genitori di questa iniziativa, ma non aveva importanza.
Gli studenti erano felici di se stessi e divennero sempre più uniti.

Molti anni più tardi, uno degli studenti venne ucciso in Vietnam e la sua ex insegnante partecipò al suo funerale. Non aveva mai visto un soldato nella bara, prima di allora: sembrava così bello e impressionante….
La chiesa era piena dei suoi amici di scuola. Uno ad uno, si avvicinarono alla bara per una preghiera  e un saluto. L’insegnante fu l’ultima a salutare la salma.

Mentre stava lì, uno dei soldati presenti alle esequie, le domandò: “Lei era l’insegnante di matematica di Mark?”. Lei annuì e lui le disse: “Mark parlava di lei spessissimo”. Dopo il funerale, molti degli ex compagni di Mark andarono insieme al rinfresco. Vi partecipò pure l’insegnante.

I genitori di Mark vollero parlare con lei. “Vogliamo mostrarle una cosa” disse il padre, estraendo un portafogli dalla sua tasca, “Lo hanno trovato nella sua giacca quando lo hanno ucciso. Pensiamo che possa riconoscerlo”.
Aprendo il portafogli, estrasse con attenzione un foglio di carta, che era stato più volte piegato e ripiegato.

L’insegnante capì, prima ancora di leggere, che quel foglio era quello in cui erano elencati tutti i complimenti che i compagni di classe di Mark avevano scritto su di lui. “Grazie mille per averlo fatto!”, disse la madre di Mark, “Come può vedere, Mark lo conservò come un tesoro”.

Tutti gli ex compagni di classe di Mark si avvicinarono.
Charlie sorrise timidamente e disse: “Io ho ancora la mia lista. È nel primo cassetto della mia scrivania, a casa”. La moglie di John disse che il marito le aveva chiesto di mettere il foglio nell’album di nozze. Marilyn aggiunse che il suo era conservato nel suo diario. Poi Vicky, un’altra ex compagna, aprì la sua agenda e tirò fuori  la sua lista un po’ consumata, mostrandola al gruppo “La porto sempre con me, penso che tutti l’abbiamo conservata”.

L’insegnante, commossa, si sedette e si mise a piangere. Pianse per Mark e per tutti i suoi amici che non lo avrebbero più rivisto.

Spesso dimentichiamo che la vita finirà, un giorno o l’altro. E non sappiamo quando accadrà. Perciò dite alle persone che le amate e che le apprezzate, che sono speciali e importanti per voi. Diteglielo, prima che sia troppo tardi.

“Ricorda, quello che metti nella vita degli altri tornerà a riempire la tua….”.

 

Numero1805.

Letto alla Festa del nostro Anniversario.

 

25  ANNI  ASSIEME.

 

In questi ultimi tempi, ho scritto, non molto ma abbastanza, un po’ per me, per i miei hobby e i miei interessi, talvolta per qualche ricorrenza di amici o amiche, qualche poesiola, cose di poco conto, cose a destra e a manca, da dilettante della parola, ma da professionista del sentimento. In quest’ultimissimo anno, in particolare, mi sono dedicato alla redazione di un BLOG, del quale vi dirò più tardi.
Ma, mi sono accorto che, tranne che in qualche rara occasione di molto tempo fa, a te, Rita, io non ho mai scritto niente di veramente significativo.

In questa circostanza, in questa ricorrenza dei nostri 25 anni assieme, circondati da persone care e amiche, ho sentito il dovere, e il piacere, di rimediare alla mancanza, per farmi perdonare, se ce ne fosse bisogno, e se ne sono capace.

E comincio a scrivere di noi, per ricordare e ricordarci , a spanne e con un po’ di emozione, cosa sono stati questi lunghi e brevi anni di serena compagnia e di buona vita.
La nostra. Insieme. Sì, separati nei luoghi di residenza, ma sempre insieme.
L.A.T.: acronimo inglese che significa Living Apart Together, cioè Vivere Separati Insieme. Formula consigliabile, se possibile, per un L.L.L., altro acronimo inglese che vuol dire Long Lasting Love, cioè Amore che Dura a Lungo.

A sgranare il rosario dei giorni dopo i giorni, tanti belli, alcuni difficili e dolorosi, altri impegnativi oppure normali, non ci penso proprio. Se siamo qua, bene o male, la salute ci ha sorretto e, quel che conta, abbiamo fatto del nostro meglio per rendere, l’un l’altra, la vita degna di essere vissuta.
E, per quanto mi riguarda, io ho avuto, da te e con te, in questi 25 anni, il pezzo migliore della mia vita.

Per superare, con un po’ di faccia tosta e disinvoltura, l’approccio all’”incipit”, che è sempre difficile, del mio discorso, prendo a prestito, anche se corro il rischio di apparire melodrammatico, parole che mi sono venute in mente, parole non mie, ma che faccio mie per modificarne il senso. Sono i versi di una delle più belle romanze della musica lirica Italiana di sempre, “Sono andati, fingevo di dormire….”, da “La Bohéme”, versi di Giacosa e Illica per la musica indimenticabile di Giacomo Puccini, là dove Mimì, stesa sul giaciglio di morte, dice a Rodolfo: “Ho tante cose che ti voglio dire, o una sola, ma grande come il mare. Come il mare, profonda ed infinita….” E qui, segue un verso che io non citerò per motivi di privacy, sono parole che si dicono nell’intimità di una coppia, ma che molti conoscono.

Ebbene, voglio cambiare il finale della frase, riprendendo e ripetendo: “Ho tante cose, che ti voglio dire, o una sola, ma grande come il mare. Come il mare profonda ed infinita: Grazie, Rita!” Così ho fatto pure la rima! E ridiamoci su, tanto per sdrammatizzare, se no mi metto a piangere.

E da altre parole in musica, traggo lo spunto per proseguire, precisamente dai versi del “Faber” De Andrè, nella sua magnifica “La Canzone dell’amore perduto”, là dove dice: “L’amore che strappa i capelli è finito ormai, non resta che qualche svogliata carezza…. e un po’ di tenerezza”. E dirò, a mia volta, chiosando, che sulla “svogliata carezza”, sorvolerei, per i motivi di privacy prima citati, mentre avrei da eccepire,  vigorosamente, sul “po’ di tenerezza”.
Non di tenerezza di poco conto si tratta, quella che tu hai saputo regalarmi in tutti questi anni, ma di un continuo, costante, assiduo, attento impegno per i miei bisogni materiali e, soprattutto, di un sorprendente, eccezionale, magnifico senso di affettuosa complicità e dedizione sul piano spirituale e sentimentale. Di nuovo, grazie, Rita!
In 25 anni condivisi insieme, “mi sono fatto persuaso” di aver vinto un premio.  Il mio affetto per te non è mai mutato, ma si è arricchito di comprensione, rispetto, devozione e gratitudine. E, da te, ho avuto pazienza, lealtà, umiltà e mitezza nei tuoi capelli sempre più bianchi, nei tuoi occhi a volte stanchi. Di cuore, grazie, Rita!

E ti voglio chiedere scusa per un po’ di cose.
Scusa, se ti sgrido quando scrivi male le lettere delle parole crociate, al punto che non sai neanche leggere le parole che scrivi; scusa, se ti sgrido, perché non ne ricordi i significati, dopo averteli spiegati più volte; scusa, perché ti zittisco sempre quando canti, stonata come una campana rotta, eppure sapessi come mi piace, sempre e comunque, il tuo  sgangherato cantare; scusa, se perdo le staffe, quando ti metti a starnazzare come un’anitra impazzita tutte le volte che, in macchina, supero i 50 all’ora, o quando ti appassioni a programmi televisivi che io detesto.

Ma di una cosa, soprattutto, ho bisogno di farmi perdonare da te. Perché m’inalbero e do in escandescenze, ogni volta che nei telegiornali, sento parlare di mafia, di corruzione, di omertà, di collusione, di sprechi, di degrado ambientale e morale, di truffe e di furbetti di ogni specie, nella tua terra, “amara e bella”, da cui provieni.
Eppure tu, Rita, figlia di un poliziotto degli Uffici Giudiziari del Palazzo di Giustizia di Palermo, che ha combattuto e contrastato la mafia e la mentalità mafiosa, ai tempi di Falcone e Borsellino, tu sei di una specchiata onestà e di una trasparenza cristallina, in tutto quello che pensi e fai. E, come te, tuo fratello e tutti i tuoi parenti e amici, la cui disponibilità e generosità ho conosciuto e apprezzato.
Se m’incazzo, non è uno sfogo denigratorio contro di te, e tu lo sai. Ma so di procurarti un dispiacere. E di questo ti chiedo scusa, anche se succederà di nuovo. E’ più forte di me. Tu sei una “terrona” sui generis, un’anomalia eccezionale che conferma la regola. Ed è a te che io voglio bene, perché sei il contrario di ciò che detesto.
Ma, tutto sommato, come tutti possono capire, tutte queste scuse non sono una “captatio benevolentiae”, si tratta di ben piccole cose: bazzecole di nessun conto. Le mie incazzature e i tuoi difettucci. Mentre invece, se metto sull’altro piatto della bilancia, le tue doti e i tuoi meriti…..non ho abbastanza parole per dirti ancora: grazie, Rita!

Io non sono il tipo che ti dice: ”Non posso vivere senza di te”, perché non sarebbe vero. Nella mia vita ho fatto a meno di persone che credevo indispensabili, ho passato periodi in cui nemmeno io volevo farmi compagnia, sono sopravvissuto alla solitudine e ne ho fatto un mio punto di forza. Potrei vivere benissimo senza di te, la differenza è che non voglio. Mi manchi già da subito, appena hai varcato la soglia per uscire. E di questo, sempre grazie, Rita!

Le belle persone sono sempre belle. Anche se passano gli anni, anche se sono senza trucco, se sono stanche, se hanno le rughe. Perché la bellezza che hanno dentro non invecchia mai. Diventa, con gli anni, più fragile e preziosa, ma le belle persone non smettono mai di brillare. E tu sei una bella persona, non bella in senso fisico, ma bella e basta, bella perché, con un gesto, mi fai felice, anche se non te lo dico, bella perché fai parte di me e mi rendi migliore.

Ecco, proprio di questo, più che per gli altri motivi, ti voglio, infine, ringraziare. Perché, vivendoti accanto, ho imparato a guardarmi attraverso i tuoi occhi e, davanti alle manifestazioni del tuo affetto, ho avuto un riscontro, una risposta di ritorno, un formidabile “feed back” di gradimento che mi ha confortato e rasserenato: se questo è ciò che io significo per te, se io sono un uomo buono per te, allora, in stretto sillogismo e per la proprietà transitiva, io valgo qualcosa. E, nel profondo della mia interiorità, l’autostima e la fiducia hanno cacciato i feticci delle incertezze e delle insicurezze. Per questo mi hai reso migliore. Per questo, il grazie più grande, Rita!

I nostri prossimi 25 anni che verranno, sperabilmente un po’ di meno, almeno per me, sappiamo solo che saranno i più difficili. Ma, come abbiamo fatto sempre, ci adatteremo con pazienza, ma non con rassegnazione, alle condizioni della nostra età e della nostra salute, per portare a dignitoso compimento questo percorso che stiamo facendo insieme e che si chiama: la nostra vita.
E….prendiamola con allegria.

Ecco, l’allegria. Due sono stati i capisaldi del nostro rapporto: il rispetto reciproco e l’allegria. Del primo dirò che è stato costantemente presente, in modo spontaneo e naturale. Talvolta, possono esserci scappati,  un’imprecazione o un “vaffa…”: un momentaneo deragliamento, ma tutto è sempre rientrato nei binari del buon senso e del buongusto, stemperando l’alterazione con una risata e una parola di rabbonimento. Mai un muso lungo, una ripicca. E ci ha aiutato molto l’allegria, l’ironia bonaria, mai rancorosa. Una coppia può perdere la passione, può perdere pure il desiderio, ma se perde, anche, la capacità di ridere insieme, allora è finita. Noi stiamo bene assieme perché ci divertiamo, ci prendiamo in giro: è autoironia di coppia. Non ci sono segreti: le affinità fanno la coppia, le differenze la fanno durare. Non è la mancanza d’amore, ma la mancanza di amicizia che rende infelici i rapporti, come dice il mio amico Friederich Nietzsche.

Satis superque.

A voi, miei cari e amici miei, dico grazie di cuore, anche a nome di Rita, per essere qui, con noi, in questo giorno significativo. Avevo bisogno di voi, che ci conoscete e condividete con noi frequentazioni e compagnia, come uditorio qualificato, per testimoniare, anche emotivamente, di questa mia esternazione. Grazie per avermi ascoltato pazientemente e vi sento miei complici e sodali negli apprezzamenti che io ho rivolto alla mia compagna di vita, che è anche vostra amica a cui tutti voi, nessuno escluso, so che volete bene.
Rita, non so come andrà, non so che futuro ci aspetta: tu devi ancora trovare, capire quale strada percorrere; io, su un sentiero sconnesso, sto già camminando.
L’unica mia certezza è che voglio rinascere per essere migliore, per poter dare di più e ricevere di più, fuori dal grigiore e dalla consuetudine, dentro al vero me stesso. L’unico mio motore, quello che mi aiuta a continuare in questo mio cammino, è l’affetto che ho per te: profondo, intenso, unico. Questo sentimento, che la maturità, anzi, la vecchiaia, non rende effimero, è radicato in una certezza: con te mi sento vivo.
Con te, sento che potrò affrontare quello che la vita ha da proporre, con energia e consapevolezza, con fantasia ed ironia. Conto su di te, sulla tua presenza, rara ma cara, accanto a me. L’unico posto, che spero di continuare ad occupare, sta nel tuo cuore. E spero che, anche tu, aspiri alla stessa cosa. E che sia su questa terra, dove siamo nati per starci, e che non è nell’aldilà.

Quante rondini occorrono
perché sia primavera?
Quanti baci ci vogliono,
perché viva un amore?
Di cosa ha bisogno una vita,
per essere tale?
La mia ha bisogno di Rita.

Grazie.

Tricesimo, 23 Novembre 2019

Numero1801.

Uno dei più bei testi di protesta e contestazione da un personaggio fra i più amati dal mondo intellettuale e non solo teatrale.

Canzone interpretata da Francesco Guccini.

C I R A N O                              Musica di Giancarlo Bigazzi    Parole di Giuseppe Dati.

Venite pure avanti voi con il naso corto
signori imbellettati, io più non vi sopporto,
infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio
perché con questa spada vi uccido quando voglio.

Venite pure avanti poeti sgangherati
inutili cantanti di giorni sciagurati
buffoni che campate di versi senza forza
avrete soldi e gloria, ma non avete scorza,
godetevi il successo, godete finché dura
ché il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura
e andate chissà dove per non pagar le tasse
col ghigno e l’arroganza dei primi della classe.
Io sono solo un povero cadetto di Guascogna
però non la sopporto la gente che non sogna.
Gli orpelli? L’arrivismo? All’amo non abbocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!

 

Facciamola finita, venite tutti avanti
nuovi protagonisti, politici rampanti,
venite portaborse, ruffiani e mezze calze
feroci conduttori di trasmissioni false
che avete spesso fatto del qualunquismo un arte
coraggio liberisti, buttate giù le carte,
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese
in questo benedetto, assurdo bel paese.
Non me ne frega niente se anch’io sono sbagliato
spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato
coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco
io non perdono, non perdono e tocco!

Ma quando sono solo con questo naso al piede
che almeno di mezz’ora da sempre mi precede,
si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore
che a me è quasi proibito il sogno di un amore.
Non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute
per colpa o per destino le donne le ho perdute
e quando sento il peso d’essere sempre solo
mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo.
Ma dentro di me sento che il grande amore esiste
amo senza peccato, amo, ma sono triste,
perché Rossana è bella, siamo così diversi,
a parlarle non riesco, le parlerò coi versi
le parlerò coi versi.

Venite gente vuota, facciamola finita
voi preti che vendete a tutti un’altra vita,
se c’è, come voi dite, un Dio nell’infinito
guardatevi nel cuore, l’avete già tradito
e voi materialisti col vostro chiodo fisso
che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso
le verità cercate per terra da maiali,
tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali.
Tornate a casa nani, levatevi davanti
per la mia rabbia enorme mi servono giganti,
ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!

Io tocco i miei nemici col naso e con la spada
ma in questa vita oggi non trovo più la strada,
non voglio rassegnarmi ad essere cattivo
tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo.
Dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto
dove non soffriremo e tutto sarà giusto,
non ridere, ti prego, di queste mie parole,
io sono solo un’ombra e tu, Rossana, il sole.
Ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora
ed io non mi nascondo sotto la tua dimora
perché oramai lo sento, non ho sofferto invano
se mi ami come sono per sempre tuo,
per sempre tuo, per sempre tuo, Cirano.

 

Numero1772.

….Quando il mio tempo sfiorerà

la soglia dell’eternità

e qualche cosa mi dirà: ci siamo.

Quando guardandoti, vedrò

che senza il nostro amore no,

non avrai più quei giorni tuoi di prima.

Quando più calmo sembrerò

e la tua mano cercherò

perché il mio polso batterà più piano,

dopo aver accettato Dio,

prima di andarmene lo so,

un’altra volta, se potrò,

io ti dirò, come un addio,

….. ti amo.

 

A mia moglie      Charles  Aznavour.     (testo Italiano di Giorgio Calabrese).