Le donne sanno bene che gli uomini
non sono così stupidi come si crede:
lo sono di più!
Anonimo
Cosa ci insegna la vita… testamento spirituale di un libero pensatore
Cosa ci insegna la vita... testamento spirituale di un libero pensatore
Le donne sanno bene che gli uomini
non sono così stupidi come si crede:
lo sono di più!
Anonimo
Se gli uomini potessero vederci
come realmente siamo,
sarebbero alquanto sorpresi.
Charlotte Bronte SHIRLEY (Romanzo)
In un papiro egizio leggiamo:
Dio ha creato le medicine
per guarire le malattie,
il vino per guarire la tristezza,
e ha creato i sogni per guidare
chi è cieco nel cammino della vita.
Bisogna rappresentare la vita
non come è,
né come dovrebbe essere,
ma come essa
ci appare nei sogni.
Anton Cechov.
Se volete che vostro figlio
sia intelligente,
leggetegli delle favole;
se volete che sia molto intelligente,
leggetegliene di più.
Albert Einstein.
Se la storia si scrivesse
sotto forma di favole,
nessuno la dimenticherebbe.
Rudyard Kipling.
State molto attenti
a far piangere una donna,
perché Dio
conta le sue lacrime.
Talmud
L’intransigenza è solo
una forma di arroganza.
Il successo è l’abilità di passare
da un fallimento all’altro,
senza perdere l’entusiasmo.
Winston Churchill.
L’unica cosa che ti fa capire
di essere diventato grande
è il coraggio di pensare da solo.
Immanuel Kant.
IL CERVELLO È PIÙ GRANDE DEL CIELO
Sto leggendo il libro che ha questo titolo, scritto in stile niente affatto accademico o strettamente scientifico, dal Prof. Giulio Maira, un luminare di fama internazionale, uno dei più insigni neurochirurghi Italiani.
Ne riporto alcuni brani, semplici ed istruttivi, sperando di trovare qualche lettore interessato come me a questo affascinante mistero che è il cervello umano.
Diamo i numeri.
Il cervello umano è l’organo più meraviglioso e misterioso dell’universo; è la struttura più complessa dell’intero sistema solare conosciuto.
Per descrivere la composizione di quest’organo, dobbiamo usare cifre da capogiro. Consta di quasi 100 miliardi di neuroni (per la precisione, 86 miliardi, dicono gli esperti che li hanno contati) : è la cosiddetta sostanza grigia, capace di realizzare milioni di miliardi di connessioni. Il neurone è l’unità cellulare che costituisce il tessuto nervoso, il quale concorre alla formazione del sistema nervoso, insieme alle Cellule della neuroglia e al tessuto vascolare. Grazie alle sue peculiari proprietà fisiologiche e chimiche è in grado di ricevere, elaborare e trasmettere impulsi nervosi sia eccitatori che inibitori, nonché di produrre sostanze denominate neurosecreti.
In un cervello umano adulto, vi sono più di 150 mila miliardi di sinapsi (Le sinapsi sono i punti di contatto tra due cellule nervose e servono per propagare gli impulsi nervosi).
Gli assoni, le lunghe fibre di connessione tra le cellule, le superstrade del cervello, costituiscono la sostanza bianca: coprono una lunghezza totale di circa 160.000 Km, più di un terzo della distanza dalla Terra alla Luna, quattro volte la circonferenza della Terra all’Equatore.
Si pensa che il cervello possa eseguire fino a 38 miliardi di operazioni al secondo!
Tutto questo con un consumo di 15 watt l’ora, meno del consumo di una vecchia lampadina a incandescenza. Nessun computer al mondo, almeno finora, è in grado di batterci.
La quantità di sinapsi che sono dentro la nostra testa è incredibile.
Se il numero di neuroni è 10 elevato alla 11, quello delle sinapsi è di 10 elevato alla 16. In ogni istante, in ogni cervello umano, milioni di impulsi elettrici sfrecciano lungo gli assoni fino a 480 Km orari, mentre quantità innumerevoli di sostanze chimiche, i neurotrasmettitori(*), saltano da una cellula all’altra mandando informazioni.
Ogni notte, durante il sonno, le migliaia di miliardi di sinapsi della nostra corteccia si riducono di circa il 20%. Si tratta di una operazione solo apparentemente dissennata: il taglio è indispensabile per evitare che il cervello raggiunga un ingolfamento informativo. Così, invece, la mattina dopo, rimosso quel che è stato ritenuto meno importante, si è pronti a far tesoro di nuove esperienze e ad imparare tante cose nuove.
Come da tutto questo incredibile, apparente caos, come da tuta questa materia grezza possa scaturire un pensiero intelligente, è uno dei misteri più grandi dell’universo.
(*) I neurotrasmettitori presenti nel nostro sistema nervoso e collegati ai circuiti neuronali sono tanti. Ne sono stati scoperti, finora, più di un centinaio.
Ne segnalo solo alcuni:
la dopamina: agisce nella regolazione del movimento e nei meccanismi del piacere;
l’adrenalina (o epinefrina): svolge un’ azione eccitatoria, con effetti sul risveglio e sull’attenzione;
la serotonina: importante per la regolazione dell’umore, dell’impulsività e dei meccanismi del sonno;
l’acetilcolina: il neurotrasmettitore più abbondante nel cervello umano, è mediatore di vie nervose implicate nella trasmissione di segnali motori verso i muscoli scheletrici, nell’attivazione cerebrale e agisce su movimento, memoria, motivazione e sonno;
le endorfine: utili per la sopportazione del dolore, vengono rilasciate durante un esercizio fisico, un’attività sessuale, o quando si prova dolore;
l’ossitocina: oltre ad avere un ruolo importante nel momento del travaglio e dell’allattamento, è considerata l’ormone della fedeltà e dell’amore, importante per la costruzione di legami sentimentali.
Essendo in grado di modulare le informazioni che viaggiano attraverso i miliardi di percorsi cerebrali, queste molecole esercitano un potente effetto sull’umore, le emozioni, i pensieri e gli stati mentali.
Questo dato permette di fare un aggancio con un argomento di estrema importanza, cioè quello dell’effetto che le droghe e l’alcol hanno sul cervello.
Se consideriamo, infatti, che le droghe, essendo sostanze chimiche, agiscono proprio legandosi ai recettori dei neurotrasmettitori e alterando il corretto funzionamento della trasmissione delle informazioni, che di conseguenza vengono distorte, capiamo quanto il loro uso possa modificare il normale funzionamento del cervello.
Nel corso della sua lunga evoluzione, il cervello umano ha sviluppato una capacità straordinaria ed affascinante, quella di “inglobare la sua storia”, di custodire, quasi fosse un museo, i resti di tutte le fasi di una evoluzione avvenuta nel corso di milioni di anni e che, come ultimo atto, ha visto lo sviluppo della corteccia cerebrale che ha avvolto, anteriormente ed all’esterno, le strutture nervose preesistenti.
Questo percorso evolutivo ha plasmato un organo che, invece di trasformarsi in qualcosa di differente da quello che era, si è ampliato sviluppando nuove e più complesse funzioni, senza perdere quelle di cui già disponeva.
Nella configurazione attuale del nostro cervello possiamo quindi riconoscere sia le strutture più antiche, altamente specializzate in funzioni vitali e nell’elaborazione di emozioni, sia quelle più recenti, capaci di complesse operazioni intellettive.
La cosa affascinante è che, nello sviluppo del cervello di ognuno di noi, dall’embrione all’età adulta, grosso modo viene seguito lo stesso percorso: il cervello si sviluppa allargandosi e proiettandosi in avanti, ripercorrendo, in un brevissimo tempo, gli stadi succedutisi in millenni di lenti e continui cambiamenti. Anche dopo la nascita, il lento completamento del cervello inizia da quello più antico e, solo alla fine, la corteccia, il cervello più recente, raggiunge la sua maturità.
Ripercorrendo le diverse tappe dell’evoluzione, possiamo schematicamente dividere il cervello in tre parti.
La prima, risalente a circa 500 milioni di anni fa, è costituita dalle strutture più antiche ed è, in pratica, identica a quella dei rettili.
Si trova nella parte posteriore e centrale del cervello e comprende il tronco dell’encefalo, il cervelletto e i nuclei della base. In essa troviamo le strutture che permettono al cuore di batter e ci consentono di respirare, quelle che regolano i nostri stati di veglia e di sonno, che percepiscono gli sbalzi di temperatura e il senso della fame, che ci permettono di muoverci in modo coordinato.
In altri termini, queste strutture antiche controllano funzioni necessarie per la sopravvivenza e lo fanno senza mai fermarsi, ma in modalità completamente automatica; nessuno di noi si pone il problema di dover respirare o di modificare il battito del proprio cuore. Nel progredire dell’evoluzione da rettili a mammiferi, il cervello è diventato più complesso ed ha sviluppato strutture completamente nuove, quali il sistema limbico, sviluppatosi tra 200 e 300 milioni di anni fa al centro del cervello e sopra le strutture più antiche, quasi ad avvolgerle. Questa parte del cervello contiene le aree deputate all’elaborazione delle emozioni e al controllo dei comportamenti. Per gli animali che vivono in gruppi sociali, come le scimmie, svolge un ruolo importantissimo.
Le aree più importanti che lo costituiscono sono:
l’ippocampo, porta d’ingresso della memoria;
l’amigdala, il luogo in cui nascono le emozioni;
il talamo, una sorta di stazione di ritrasmissione, che raccoglie i segnali degli organi dei sensi e li spedisce alle varie regioni della corteccia;
l’ipotalamo, regolatore della temperatura corporea, del ritmo sonno-veglia, della fame, della sete e di alcuni aspetti della riproduzione e del piacere.
Tutte queste strutture costituiscono il cervello emotivo e si attivano per evitare situazioni sgradevoli (minacce, pericoli,eventi che ci incutono paura) o per cercare e perseguire emozioni piacevoli (nutrirsi, stare con persone che ci fanno sentire sicuri, che ci dimostrano affetto, che ci piacciono).
La terza e più recente regione del cervello umano, quella razionale che controlla i comportamenti più evoluti è la corteccia cerebrale, la neocortex, lo strato più esterno dell’encefalo, comparso circa 100.000 anni fa.
L’area più coinvolta in questa evoluzione è la corteccia prefrontale, la parte più razionale del nostro cervello. Negli uomini, la neocortex, nonostante sia sottile quanto un fazzoletto, è particolarmente sviluppata: corrisponde all’80 per cento circa della massa cerebrale ed è assai convoluta e ripiegata su se stessa.
Queste pieghe rappresentano la soluzione ad un problema evolutivo: come disporre all’interno della scatola cranica, in modo poco ingombrante, i quasi 2 metri quadrati che misura la corteccia una volta spiegata. Piegandola e ripiegandola, creando i solchi e le fessure, che a loro volta costituiscono le circonvoluzioni e i lobi, la natura ha fatto sì che il cranio potesse contenerla.
In questo modo, la natura, nel corso di una lunga e lenta evoluzione, ha salvato le strutture antiche ed ha acquisito nuovi dispositivi senza sconvolgere quelli precedenti. Ha, innanzitutto, assicurato la sopravvivenza dell’individuo, difficile nel suo habitat primordiale; ha poi sviluppato le emozioni per dare una connotazione positiva ad azioni essenziali per la sopravvivenza, quali soddisfare la fame, la sete, la riproduzione sessuale; alla fine, e al vertice del processo di evoluzione e maturazione, ha creato le funzioni razionali superiori, quelle che distinguono gli esseri umani dagli altri animali e ci permettono di avere coscienza di noi stessi, di comunicare, di ragionare, di metterci nei panni degli altri o di prendere decisioni basate sul pensiero più logico o intuitivo.
Pur essendo tutte e tre queste parti strettamente collegate da un’intricata rete di autostrade neuronali, vi sono differenze importanti nel loro modo di interagire. La parte di cervello più antico, quella del cervelletto e del tronco cerebrale, nel suo funzionamento è autonoma e, benché le sue funzioni siano vitali, solitamente non si ha consapevolezza del suo operare. Le altre due parti, quella emotiva e quella razionale, invece, interagiscono continuamente in un modo di rilevante importanza per l’evoluzione della specie umana.
Viene da domandarsi se quello che vediamo adesso sia il risultato finale, definitivo, dell’encefalo, o se, anche noi, non rappresentiamo che una tappa intermedia nell’evoluzione del genere umano, alla quale seguirà un’ulteriore evoluzione del cervello con l’acquisizione di capacità oggi impensabili, tali da permetterci di entrare in quel mondo misterioso che oggi non conosciamo, di fare luce in quella oscurità che avvolge ciò che ancora non sappiamo.
Certamente il cervello si evolve ed è logico pensare che si evolverà ancora.
Tuttavia, come sarà il cervello dei secoli futuri, oggi non ci è dato saperlo.
IL CERVELLO È PIÙ GRANDE DEL CIELO (continua)
“…il cervello è misterioso, straordinario e complesso come l’universo che ci circonda, da esso proviene tutto ciò che ci caratterizza come esseri umani.
Da tutti i neuroni, le fibre che li connettono e le sinapsi che, con i neurotrasmettitori, ne permettono il funzionamento, dipende la qualità della vita dell’individuo, quella che ognuno di noi percepisce e che si identifica nell’esperienza della bellezza e nei momenti di felicità che la vita ci concede.
Molte sono le aree cerebrali che possono essere coinvolte nel perseguimento di questo obiettivo, ma voglio segnalare alcune strutture che ritengo essenziali.
Si tratta di un neurotrasmettitore, la dopamina, e di tre aree cerebrali, il sistema limbico. la corteccia prefrontale, e un gruppo di neuroni chiamati neuroni specchio, che ci permettono di percepire come propri il movimento e gli stati emozionali provenienti dall’esterno.
La dopamina è il messaggero più importante tra quelli in gioco nei processi emozionali del piacere e della ricompensa; è detta il mediatore chimico del piacere. Tutte le volte che compiamo un’azione che ci dà piacere,quando c’innamoriamo, quando vinciamo una competizione sportiva, quando leggiamo un libro che ci appassiona, quando qualcosa ci rende felici, quando riusciamo ad esprimere la nostra creatività o quando, semplicemente, vediamo una cosa bella, si attiva un meccanismo che porta alla produzione di dopamina e al desiderio di ripetere quell’esperienza che ci ha dato piacere.
Grazie a questo meccanismo, sfruttando la dopamina, la natura ci fa percepire come piacevoli alcuni comportamenti essenziali per la sopravvivenza, quali il mangiare, il bere il riprodursi, e ci fa desiderare di ripeterli. La natura, in altre parole, ha fatto in modo di farci piacere attività che sono fondamentali per la nostra vita e per la riproduzione della specie, attività che sono proprie di tutti gli esseri animali. Immaginiamo cosa sarebbe successo se non ci desse piacere mangiare o bere, o se ci procurasse disgusto avere un’attività sessuale, l’umanità si sarebbe certamente già estinta!
In questo meccanismo di piacere e desiderio, entra prepotentemente un circuito cerebrale primordiale, che è parte del cervello più antico, risalente com’è a milioni di anni addietro, nella storia evolutiva dell’uomo.
È il sistema limbico, deputato al controllo delle emozioni e degli istinti e ancora molto importante per la sopravvivenza umana. Le emozioni sono meccanismi biologici istintivi che ravvivano le nostre esistenze e ci aiutano nei compiti fondamentali della vita: cercare il piacere ed evitare il dolore. Sono quelle che ci spingono a fare la guerra, ma anche l’amore.
In pratica, tutte le volte che sperimentiamo qualcosa di piacevole, si attiva il meccanismo che porta alla produzione di dopamina, e questa va ad accumularsi soprattutto in una piccola area del sistema limbico, il nucleo accumbens, detta il centro del piacere più istintivo. Quando questo nucleo viene coinvolto, i suoi neuroni dopaminergici attivano altre due strutture del sistema limbico che sono l’amigdala, deputata all’elaborazione delle nostre emozioni, e l’ippocampo, sede della memoria, area in cui si formano i ricordi.
L’amigdala (in greco antico significa mandorla, ha infatti questa forma) è la parte del cervello che colora la nostra vita. Da lì partono le sensazioni che proviamo quando ci alteriamo per rabbia, per gelosia, per paura o, anche, per amore; oppure quando ci divertiamo, ridiamo o piangiamo. L’amigdala è fortemente connessa all’ippocampo. Tutto quello che colpisce emotivamente l’amigdala viene trasmesso con forza all‘ippocampo e fissato nelle aree della memoria. In questo modo, si fissa nel ricordo l’esperienza piacevole che la dopamina ha segnalato. Noi memorizziamo meglio tutto ciò che ci emoziona. Basti pensare al film della nostra vita, fatto di avvenimenti, persone, cose che sono rimaste incise nella memoria a lungo termine per la forza che hanno avuto di emozionarci.
Negli animali, questo meccanismo è sufficiente per spingere a ripetere l’esperienza che ha procurato piacere. In noi uomini, che non possiamo lasciare i comportamenti solamente all’istinto, al cervello primordiale, in questo gioco tra piacere e desiderio, tra dopamina e sistema limbico, interviene prepotentemente anche la corteccia prefrontale, sede del raziocinio, del controllo dei comportamenti e dei processi decisionali; il direttore d’orchestra del nostro cervello, quello che caratterizza l’essere umano, rispetto agli altri animali.
La corteccia prefrontale è coinvolta in tutte le operazioni associate all’intelligenza ed è la sede dell’elaborazione della maggior parte del pensiero razionale. Il grande neuropsicologo russo Luria, la definiva “l’organo della civilizzazione”, deputata a controllare le funzioni delle strutture soggiacenti, più antiche, per far sì che la ragione vinca sull’irragionevolezza. Con il coinvolgimento della corteccia prefrontale, oltre che fissare nella memoria il ricordo dell’esperienza piacevole, dell’emozione provata, si dà alla stessa una rappresentazione cognitiva che, se positiva, spinge la nostra mente (e non solo il nostro istinto) a ripetere quell’esperienza.
In questo modo, si ripete il gioco che ha caratterizzato l’evoluzione della specie umana, un gioco fondamentale tra cervello antico (o cervello emotivo) e cervello recente (o cervello razionale) : senza la pressione del sistema limbico e dell’emotività, senza la passione, insomma, la parte nobile del cervello non avrebbe quelle spinte ad agire, ad inventare, non avrebbe, in sostanza, la creatività che ha permesso all’uomo di realizzare tutte le opere che conosciamo.
“Tu chiamale, se vuoi, emozioni!” fa cantare Mogol a Battisti, scrivendo, in una frase, il senso della vita di ognuno di noi.
Con la corteccia cerebrale, insomma, si pensa, si ricorda,, si parla; ma sono le aree più antiche, quelle delle emozioni, che ci danno il batticuore e rendono viva la nostra esistenza.
E in questo, sta un’altra grande differenza tra l’uomo e il computer: nessun computer è in grado di provare emozioni, nessuno scienziato, finora, è stato in grado di dotare un computer di un’amigdala.



IL CERVELLO È PIÙ GRANDE DEL CIELO. (continua)
Sonno e sogno
Durante la notte, non più bombardato da stimoli sensoriali esterni, il cervello può finalmente effettuare il lavoro di archiviazione ed integrazione delle informazioni della giornata. Studi di imaging cerebrale (RM e RM funzionale, RM = Risonanza Magnetica) rivelano che le aree del cervello che si attivano quando dormiamo sono le stesse coinvolte nei processi di apprendimento: quindi, sognare serve proprio a consolidare le nuove informazioni acquisite. Che il sonno non sia un riposo per il cervello è dimostrato dal fatto che, nel passaggio dalla veglia al sonno, il suo consumo di energia cala solo di un 10%; in talune parti del cervello addirittura aumenta.
Una delle prerogative più affascinanti del cervello è che impara sempre.
Anche nel profondo lavorio delle ore di sonno, la mente impara e, al risveglio, abbiamo reti neurali diverse da quando ci siamo addormentati.
E, imparando, il cervello stimola la nostra creatività.
Anche la peculiare struttura narrativa dei sogni, fatta di salti improvvisi e bizzarre associazioni di idee, può determinare straordinarie interazioni con i processi creativi. Questo rimescolare le carte è, verosimilmente, responsabile dell’esperienza che tutti abbiamo fatto, almeno una volta, ossia di uscire da un sogno con un’idea nuova, una visione chiara rispetto ad un problema, che prima di addormentarci non avevamo.
Sono soprattutto gli stati di dormiveglia, un misto tra libera fantasia del sogno e albeggiare della coscienza, che possono diventare momenti di straordinaria ispirazione. È possibile che, dopo che il cervello, durante la notte, ha rimosso il disordine in eccesso, la mente si trovi più libera di compiere associazioni che prima non era in grado di vedere.
Gli studi sul cervello ci dicono dunque che la nostra vita notturna non è solo un gioco di disattivazione di aree cerebrali. Nel sonno, anzi, si attivano molte aree; per esempio, l’ippocampo, regno dell’apprendimento e della memoria, sede in cui si formano i ricordi. E, con esso, si attiva anche l’amigdala, cioè l’area cerebrale deputata all’elaborazione delle emozioni e dei comportamenti, e ciò significa che i sogni coinvolgono fortemente la sfera emotiva, suscitando gioia, ma anche paura. Contemporaneamente, altre zone cerebrali vengono disattivate, tra queste, soprattutto, la corteccia prefrontale dorso-laterale, sede dei processi decisionali e motivazionali che ci permettono l’adattamento a situazioni nuove; in questo modo, con il sonno, si inattiva la parte più razionale del nostro cervello e, forse per questo, nei nostri sogni troviamo spesso un senso disordinato e senza apparente plausibilità.
Come abbiamo detto, molte cose succedono dentro la nostra testa durante la notte. Mentre il corpo riposa, il cervello si rigenera; si ampliano le connessioni fra le cellule cerebrali, alcuni circuiti si consolidano mentre altri sono sfoltiti, si attivano nuove sinapsi che codificano quanto si è imparato da svegli e, così, si consolidano i ricordi e si modifica la nostra personalità.
Dopo quanto abbiamo detto, appare chiaro come il sonno, per il cervello, per l’acquisizione di conoscenze, per lo sviluppo delle nostre idee e della nostra memoria, sia altrettanto importante della veglia. In un cervello sano tutto è legato: senza la veglia non avremmo coscienza, ma senza la possibilità di dormire non potremmo vivere. Tutto ciò che ci rende quello che siamo dipende anche dalle ore che ogni notte trascorriamo sognando.
Eppure il sonno continua ad essere dimenticato, sottovalutato e messo in secondo piano. Rendersi conto di quanto il sonno sia importante e fare di tutto per dormire bene può migliorare la qualità della nostra vita.
Possiamo dire che noi siamo come dormiamo.
Il sonno acquisisce un’importanza ancora più rilevante nei bambini: fin dai primi giorni di vita, il cervello ha bisogno di incamerare moltissime informazioni; serviranno per sviluppare le reti neurali e costituire il loro patrimonio di conoscenze. Per questo i neonati dormono circa 15 ore al giorno e i bambini dormono molto più degli adulti; e per questo nel loro sonno prevale la fase REM (Rapid Eyes Movement= Movimento Rapido degli Occhi), essenziale per lo sviluppo dei processi nervosi e la formazione di connessioni corticali. È scientificamente dimostrato che i bambini che dormono di più hanno una soglia di attenzione più alta e un atteggiamento più calmo, sono maggiormente in grado di imparare e adattarsi ai cambiamenti intorno a loro.
Per questo è importante aiutare i bambini a dormire per tutte le ore necessarie, non cercando di farli adattare ai ritmi degli adulti, possibilmente accompagnandoli serenamente verso il sogno con il suono della nostra voce, con racconti inventati o leggendo un libro; sono esperienze che rimarranno per sempre nella loro vita, anche quando saranno adulti e che hanno il compito di accompagnarli verso l’inconscio del sonno, togliendo loro la paura della solitudine. Anche nel mondo di oggi, così cambiato rispetto a quando eravamo noi bambini, il legame che si crea tra le parole dell’adulto e l’attenzione stupita del bambino ci trasporta indietro nel tempo, alle innumerevoli volte che, tra chi racconta e chi ascolta si è realizzato questo momento straordinario in cui le memorie dell’uno sono diventate i sogni dell’altro, creando magie che, per il bambino, diverranno straordinari ricordi e frammenti della sua identità.
La maggioranza degli adulti dovrebbe dormire dalle 7 alle 8 ore a notte. Dormire troppo (più di 9 ore) o troppo poco (meno di 5 ore), mette a rischio il cuore e mette a repentaglio l’organismo (obesità, diabete, ansia).
Particolarmente pericoloso è il dormire poco.
Oltre che dormire bene la notte, un’altra cosa che può essere utile al cervello è schiacciare un pisolino (power nap): la siesta è assolutamente naturale e ci aiuta ed essere più vispi, creativi e produttivi. Si è visto che anche un breve pisolino pomeridiano migliora la coordinazione motoria e l’apprendimento del 20%, mentre è dimostrato da una serie vastissima di studi, che la deprivazione del sonno diminuisce le prestazioni cerebrali e compromette la memoria.
Le statistiche sono impressionanti: secondo alcuni sondaggi, circa un terzo degli adulti non riesce a dormire quanto dovrebbe e molti bambini arrivano a scuola affaticati. La nostra tendenza a dormire poco e male riduce la produttività, impedisce l’apprendimento, rovina i rapporti, blocca il pensiero creativo e indebolisce l’autocontrollo. Negli adulti, il dormire poco e male è spesso causa di depressione e di obesità, nei bambini potrebbe scatenare la sindrome da deficit dell’attenzione con iperattività.
Persino una minima privazione può avere un effetto deleterio sulla salute ed è associata ad un elevato rischio di malattie cardiache, diabete, ipertensione e morte prematura. Anche memoria, vocabolario e pensiero logico sono correlati ad un buon sonno. Sappiamo che la melatonina abbassa la pressione arteriosa e contribuisce a prevenire infarti e ictus. Chi dorme meno di 6 ore a notte produce livelli inferiori di melatonina, aumentando il rischio di ipertensione. Lo stesso vale per il diabete. Non dormire stimola la produzione di cortisolo, ormone dello stress, il quale, oltre ai danni che produce al cervello, inibisce la produzione di collagene, dando alla pelle un’aria malsana e facendo comparire rughe e occhiaie. Se non dormiamo abbastanza faremo fatica a concentrarci, tenderemo ad avere più incidenti, saremo meno determinati e produttivi. In conclusione, avere un sonno regolare permette di riprendere le forze spese durante il giorno e all’organismo di funzionare meglio, favorendo concentrazione, coordinamento e, soprattutto, buonumore.
Il sonno, in breve, contribuisce a farci diventare le persone che vogliamo essere. Per questo il sonno e i sogni, con la loro bellezza e il loro mistero,sono uno straordinario regalo che la natura ci fa.
In cambio ci chiede soltanto di chiudere gli occhi e lasciarci andare.
IL CERVELLO È PIÙ GRANDE DEL CIELO (continua)
Lo straordinario cervello delle donne.
Parlare del cervello delle donne e quindi delle differenze con il cervello dell’uomo e delle basi scientifiche che spiegano queste differenze, significa superare preconcetti sviluppatisi in secoli di osservazioni e, per la grande maggioranza, non suffragati da prove.
Diceva Simone de Beauvoir: “Maschi e femmine si nasce, ma uomini e donne si diventa”, come se i generi da un punto di vista antropologico, fossero determinati su base culturale e non biologica.
Il cervello maschile e quello femminile sono diversi fin dalla nascita, oltre che nell’anatomia anche nel loro modo di funzionare. Si tratta di differenze realizzatesi nel corso di millenni, che coinvolgono la genetica, gli ormoni, i comportamenti, e che non implicano nessun giudizio di superiorità o inferiorità, di maggiore o minore intelligenza, ma sono semplicemente il risultato del fatto che, nell’arco di millenni, nel corso dell’evoluzione, uomini e donne hanno svolto ruoli diversi e ciò ha determinato nei due sessi sviluppi cerebrali diversi e, di conseguenza, comportamenti diversi.
Louann Brizendine, una neuropsichiatra che insegna a Berkeley, ha scritto: “Mentre gli uomini potenzieranno in particolare i centri cerebrali legati al sesso e all’aggressività, le donne tenderanno a sviluppare doti uniche e straordinarie: una maggiore agilità verbale, la capacità di stabilire profondi legami di amicizia, la facoltà quasi medianica di decifrare emozioni e stati d’animo dalle espressioni facciali e dal tono della voce, e la maestria nel placare conflitti”.
Il codice genetico femminile, per più del 99%, è identico a quello maschile. Questo vuol dire che, dei 30.000 geni presenti nel genoma umano, la variazione tra i sessi è minima, inferiore all’ 1%. Tuttavia sappiamo che differenze anche di pochi geni chiave possono avere profonde influenze sulle dimensioni e sull’organizzazione del cervello.
Le conoscenze di oggi ci dicono che il cervello della donna pesa circa il 12% in meno di quello dell’uomo: in media 1200 grammi contro 1350. Tuttavia, se si fa una misura non assoluta ma relativa al peso corporeo, la differenza si annulla, e anzi, ne viene fuori una, molto lieve, a favore della donna.
Il quoziente intellettivo (QI), per quanto valga misurarlo, è identico; anzi, negli ultimi 100 anni, le donne hanno superato gli uomini in fatto d’intelligenza, migliorando le prestazioni nei test. E questo non certo perché i loro geni o le dimensioni del cervello siano cambiati, ma perché oggi le donne hanno una maggiore istruzione e hanno raggiunto maggiori possibilità di espressione rispetto ai secoli scorsi.
La realtà è che le intelligenze dell’uomo e della donna sono molto diverse e complementari, ed è questa la cosa affascinante dal punto di vista neurobiologico.
Le moderne tecniche di studio consentono di rilevare queste differenze.
Una merita davvero attenzione ed è quella relativa al numero di neuroni ed alla densità delle connessioni. Si è visto che i maschi hanno 6,5 volte più neuroni, mentre le donne hanno 10 volte più connessioni. Che vuol dire?
Partiamo dalle connessioni. Sappiamo che i due emisferi cerebrali hanno modalità differenti, ma complementari, di analizzare ciò che osserviamo: l’una logico-razionale, che corrisponde al modo di operare dell’emisfero dominante (più frequentemente l’emisfero sinistro), l’altra intuitiva-olistica, prerogativa dell’emisfero non dominante (più frequentemente l’emisfero destro).
Naturalmente, un corretto funzionamento del cervello richiede che i due emisferi interagiscano tra loro, che siano connessi.
Una delle differenze più importanti tra i due sessi è proprio quella relativa alle connessioni tra i due emisferi, più sviluppate nella donna che nell’uomo.
Nel cervello della donna è stato riscontrato un maggior spessore di due strutture che facilitano la comunicazione tra i due emisferi: il corpo calloso e la commissura anteriore; e le connessioni sono soprattutto trasversali e vanno dall’emisfero destro a quello sinistro e viceversa. In questo modo, il cervello femminile, ogni volta che deve interagire con la realtà esterna, riesce a reclutare sinapsi in maniera massiva da entrambi gli emisferi, facilitando la comunicazione tra pensiero analitico e pensiero intuitivo. Conseguenza di questo diverso arrangiamento delle fibre è che, nelle donne, la comunicazione interemisferica è facilitata e il loro cervello ha una modalità di funzionamento più globale, più idonea alla comprensione intuitiva dei problemi, anche complessi, rispetto alla procedura razionale e sequenziale, più tipica del sesso maschile.
I maschi, al contrario, hanno meno connessioni trasversali e tendono ad usare un solo emisfero per volta; nel loro cervello le connessioni corrono soprattutto dalla fronte alla nuca lungo lo stesso emisfero.
Possiamo dire, in linea di massima, che l’uomo possiede un cervello che segue schemi logici più basati sulla razionalità, mentre nella donna il funzionamento cerebrale sarebbe maggiormente di tipo intuitivo, e che nell’uomo il funzionamento dei circuiti nervosi è più rigido, mentre è più duttile nella donna.
Tutto questo spiegherebbe come le donne sono, notoriamente, più brave nel multitasking, ovvero nel fare più cose insieme, realizzino una migliore analisi dei problemi, abbiano migliori abilità sociali, siano più intuitive, dimostrino maggiore empatia, siano più sensibili alle espressioni del viso e abili nel comprendere stati d’animo e umore altrui.
Da uno studio di RM (risonanza magnetica), è emerso che le donne posseggono fra 14 e 16 aree del cervello destinate alla valutazione del comportamento degli altri, mentre gli uomini ne hanno da 4 a 6.
I maschi, invece, eccellono nelle attività motorie, dove si impiegano i muscoli, e sono più capaci di analizzare lo spazio, ad orientarsi, a capire le mappe. L’unica area in cui gli uomini dimostrano una maggiore connettività è il cervelletto, quella parte dell’encefalo legata al controllo dei movimenti.
Passiamo adesso ai neuroni. Si calcola che il numero dei neuroni della corteccia cerebrale sia di 19,3 miliardi nelle donne e di 22,8 miliardi negli uomini.
Pur avendo le donne, globalmente, un minor numero di neuroni, possiedono, tuttavia, aree cerebrali con almeno il 10% di neuroni e connessioni in più.
I moderni studi di neuroimaging (RM= Risonanza Magnetica, RM funzionale, eccetera) hanno riscontrato una maggiore densità neuronale in aree della corteccia cerebrale femminile collegate con la parola.
Adesso capisco perché, se io e mia moglie chiamiamo due nostri amici per fare la stessa comunicazione, la conversazione tra me e il mio amico dura un minuto, e quella tra mia moglie e la sua amica ne dura come minimo venti!
Probabilmente la maggiore tendenza delle donne, nel corso dell’evoluzione, alle attività comunicative ha dotato il loro cervello di molti milioni di neuroni in più in queste aree. La spiegazione può essere individuata nella differenziazione dei ruoli che risale all’origine della nostra specie. Mentre gli uomini andavano a caccia in piccoli gruppi, muovendosi furtivi e silenziosi nella savana per non spaventare gli animali, le donne si riunivano nei villaggi per badare ai bambini e chiacchieravano animatamente fra di loro e con i piccoli.
Altre aree più sviluppate, nelle donne, sono l’ippocampo, principale centro di formazione dei ricordi, e le aree delle emozioni. Ciò spiega perché, in media, le donne abbiano maggiore facilità nell’esprimere verbalmente le emozioni e nel ricordare i dettagli degli eventi che le suscitano, e stringono rapporti emotivi e legami affettivi molto più solidi dei maschi. Il cervello femminile, inoltre, è assai dotato nel valutare con rapidità i pensieri, le convinzioni e le intenzioni altrui, basandosi sugli indizi apparentemente più insignificanti.
Una differenza importante per le ripercussioni funzionali che ne possono derivare è quella relativa ad un’area considerata la custode delle emozioni, l’amigdala, il centro cerebrale della paura, della rabbia, dell’aggressività, maggiormente rappresentata negli uomini che nelle donne. Ma al di là delle dimensioni, nei due generi l’amigdala funziona in modo molto diverso. Il motivo per cui le donne ricordano meglio i dettagli relativi alle emozioni è, in parte, legato al fatto che l’amigdala femminile viene attivata più facilmente dalle sfumature emotive. Sappiamo che più forte è la risposta dell’amigdala ad un’esperienza che ci colpisce, più particolari l’ippocampo registrerà per conservare quell’esperienza nella memoria. Poiché le donne hanno un ippocampo relativamente più grande, riescono a ricordare i minimi dettagli delle esperienze emotive, i loro primi appuntamenti e le liti più feroci; gli uomini si ricordano a malapena che quei fatti hanno avuto luogo, non per superficialità, e questa volta mi metto dalla parte degli uomini, ma per la diversità dell’amigdala e dell’ippocampo nei due generi. Altro dato importante è che, nel cervello femminile, il circuito dell’emotività e della paura, oltre che essere più strettamente connesso a funzioni cognitive ed emozionali è, rispetto agli uomini, maggiormente connesso a funzioni verbali. Nell’uomo, invece, l’amigdala, che è una delle aree più primitive del cervello, mantiene soprattutto le sue funzioni più ancestrali, quelle che registrano la paura e scatenano l’aggressività; l’amigdala maschile possiede inoltre molti recettori per il testosterone, che tendono a stimolare e potenziare questa risposta.
Per questi motivi, di fronte ad una situazione di stress o di ira,, la donna attiva il sistema limbico, cioè i circuiti emotivi e, insieme a questo, le aree del linguaggio, e la reazione tende ad avere una connotazione affettiva e verbale; l’uomo, invece, attiva la corteccia prefrontale e la risposta tende ad essere prevalentemente motoria e orientata alla reazione fisica. Ecco perché molti uomini possono arrivare ad uno scontro fisico in pochi secondi, mentre molte donne fanno di tutto per evitare un conflitto. Anche in queste differenze di comportamento dei due generi possiamo trovare una spiegazione evoluzionistica: di fronte ad un pericolo, la donna doveva proteggere la prole, rassicurarla con le parole, sedare i conflitti, cercare alleanze con le altre donne del clan, se gli uomini erano assenti; compito dell’uomo era procurare il cibo con la caccia, oppure aggredire ed abbattere l’eventuale aggressore.
Per questi motivi, in genere, in un diverbio con una donna, l’uomo dimostra meno scioltezza verbale e, non riuscendo a tenerle testa con la dialettica, può essere spinto dai suoi circuiti cerebrali ad una reazione rabbiosa ed aggressiva.
Da una esasperazione di questa differente fisiologia della risposta all’ira, possono discendere alcuni comportamenti irrazionali che ci sconvolgono.
Di fronte ad una violenta lite, la donna reagisce piangendo e parlando, l’uomo aggredisce. Questo potrebbe essere alla base di tanti contrasti che degenerano in femminicidio.
Parimenti, abbiamo visto come, in una situazione di allarme, la donna tende a rinchiudersi in se stessa, nel nucleo familiare che deve proteggere. L’amplificazione di questo istinto protettivo potrebbe, invece, essere alla base dei casi di infanticidio, visto come distorsione perversa dell’istinto a proteggere la prole davanti ad un pericolo, talvolta solamente immaginato!
Gli ormoni sessuali giocano un ruolo determinante nelle differenze di genere di cui vi ho parlato. Le prime differenze cerebrali si manifestano già a partire dalla ottava settimana di sviluppo fetale, in conseguenza dell’inizio di quell’attività ormonale che condizionerà, per il resto della vita, i sistemi neuronali di maschi e femmine. L’afflusso di testosterone indirizzerà verso un cervello maschile, in caso contrario, il cervello acquisirà una struttura femminile; nei maschi si svilupperanno maggiormente le cellule dei centri del sesso e dell’aggressività, nelle donne si produrranno, già da allora, più connessioni nei centri delle comunicazioni e nelle zone che elaborano le emozioni. È questo bivio della vita fetale che determina il destino biologico di ognuno, reso ancora più evidente e indirizzato al momento della caratterizzazione ormonale che si avrà alla pubertà. Le secrezioni di estrogeni che si ha nelle bambine fin dalla età infantile è necessaria a stimolare lo sviluppo delle ovaie e del cervello a scopi riproduttivi; allo stesso tempo, stimola lo sviluppo di circuiti cerebrali differenti, sollecita la crescita di neuroni, incrementa ulteriormente i centri deputati all’osservazione, alla comunicazione e, perfino, alla protezione. Così, si preparano i circuiti cerebrali femminili, in modo che le bambine imparino a cogliere le sfumature dei rapporti sociali e possano dare impulso alla propria fertilità.
Le ragazze, non essendo influenzate dal testosterone, ma governate dagli estrogeni, preferiscono evitare gli attriti, perché la discordia le mette in conflitto con il loro bisogno di restare in armonia con gli altri. I maschi non si preoccupano del rischio dei conflitti: la competizione fa parte della loro costituzione. Il cervello dei bambini, plasmato dal testosterone, non cerca affatto il legame sociale come quello delle bambine.
Un’altra differenza importante tra i due cervelli, nell’adolescenza, è che quello delle ragazze matura più in fretta che nei maschi, facendole così progredire più rapidamente verso la maturazione dei circuiti cerebrali, con due o tre anni di anticipo.
Essere donna, però, è un fattore di rischio per deficit cognitivi e demenza. Non solo perché la donna vive di più, ma perché ci sono dei meccanismi, ancora poco conosciuti di tipo genetico e ormonale che determinano una peggiore evoluzione degenerativa del cervello.
Secondo la scienza, i cervelli delle donne sono più vulnerabili.
IL CERVELLO È PIÙ GRANDE DEL CIELO
Cervello e cuore
Cervello e cuore, per le loro funzioni, possono essere considerati tra gli organi più importanti del nostro organismo. Essi sono intimamente legati da una serie di interrelazioni essenziali per la sopravvivenza di entrambi.
È il cervello che permette al cuore di battere: in una parte del tronco dell’encefalo, chiamata bulbo, risiedono i centri che controllano l’attività del cuore. Una lesione di queste aree può comportare la morte per arresto cardiaco. Molti di noi hanno assistito al soccorso d’urgenza di un atleta che, in un campo di calcio o durante un incontro di boxe, in conseguenza di un severo trauma cranico, subisce una commozione cerebrale e perde coscienza; qualche volta, anche il cuore si ferma per qualche attimo, non perché abbia subito un danno, ma perché i centri cerebrali che ne regolano la funzione sono stati messi temporaneamente fuori uso. Il pronto intervento di un medico, che sottopone l’atleta ad un massaggio cardiaco, consente al cuore di rimanere attivo per tutto il tempo in cui i centri cerebrali che lo regolano sono in tilt, in attesa che questi riprendano il loro normale funzionamento e il cuore riprenda a battere sotto il corretto comando del cervello.
L’altra faccia dell’interazione tra questi due organi è che è al cuore, più che a qualunque altro organo, che il cervello è intimamente legato da un rapporto di strettissima dipendenza.
Il cervello funziona bene perché il cuore, con la sua azione, mantiene un flusso di sangue costante permettendogli di svolgere tutte le sue complesse funzioni. Una qualunque alterazione cardiaca può diventare causa di un danno cerebrale. Per esempio, una aritmia cardiaca può provocare la formazione di emboli che, bloccando il flusso ematico in piccoli vasi che nutrono le aree cerebrali, diventano la causa di un ictus. Se il cuore si ferma, i neuroni cerebrali, dopo pochi minuti, muoiono.
Da un punto di vista puramente anatomico e funzionale, il cervello è sempre stato considerato l’organo nobile, sede di miliardi di cellule e di milioni di miliardi di connessioni, dove si concentrano e si realizzano le funzioni più complesse e intellettualmente più importanti dell’uomo, come il raziocinio, l’inventiva, la parola e l’ingegno. Il cuore, invece, è stato spesso considerato un organo puramente meccanico, un gregario, potremmo dire, con la sola funzione di mantenere il buon sostentamento dell’organo leader, il cervello.
Ma, se consideriamo quanto lavora il cuore per il cervello, allora possiamo rivalutare l’importanza di questo gregario. Il cervello, abbiamo detto, è un organo estremamente complesso, un piccolo mondo organizzato alla perfezione, che, per vivere, ha bisogno di sostentamento. Questo gli viene dal sangue che, spinto dal cuore, circola in modo costante nei vasi che lo irrorano. Nel sangue i neuroni trovano tutto quello che serve perché il metabolismo funzioni, gli zuccheri, i grassi, le vitamine eccetera.
Il cuore, da parte sua, è come un grande organizzatore che, in silenzio, fa funzionare tutto questo meccanismo e permette al cervello di espletare la sua azione. Per il nostro cervello, le necessità di sostentamento iniziano fin dalla vita embrionale, perché, fin da allora, va incontro a fenomeni di crescita e rimodellamento che gli permettono di elaborare la forma definitiva.. Poi, c’è tutta la fase che va dallo sviluppo infantile fino all’adolescenza e alla completa maturazione. A questo punto, una volta maturo, il cervello viene utilizzato al massimo, come una macchina che, una volta fatto il rodaggio, si lancia sull’autostrada della vita e la percorre senza soste, fino al termine della sua corsa, che può durare molti anni, fino alla senescenza, quando il cervello comincia a rallentare. E, in questa corsa, non si ferma mai, neanche quando dormiamo, perché, come detto, anche durante il sonno e i sogni, l’attività cerebrale continua. E durante tutti questi lunghi anni della nostra vita, il cervello può realizzare tutto questo complesso lavoro grazie alla presenza del cuore che, silenziosamente, con i suoi battiti, sessanta circa al minuto, in continuazione, spinge verso il cervello il sangue, perché, così, la grande bellezza possa realizzarsi.
Nella dimensione poetica, finalmente, il cuore trova la sua rivalsa e il battito ha il sopravvento sul pensiero. Da sempre il cuore è stato considerato la sede dei sentimenti: se si ragiona con il cervello, ci si emoziona con il cuore; è il battito che ci fa innamorare; l’ispirazione alla creatività artistica, scrivere una poesia o una musica, la si trova nel cuore e non nel cervello; il piacere puramente spirituale dato dal contemplare un’opera d’arte, un bel paesaggio, si dice che venga dal cuore; al cuore si attribuiscono tutti i sentimenti e gli aspetti più umani del cervello.
Scriveva Rita Levi Montalcini: “Tutti dicono che il cervello sia l’organo più complesso del corpo umano. Da medico potrei anche acconsentire, ma come donna, vi assicuro che non vi è nulla di più complesso del cuore; ancora oggi non si conoscono i suoi meccanismi. Nei ragionamenti del cervello c’è logica, nei ragionamenti del cuore ci sono le emozioni”.
“Va’ dove ti porta il cuore” scrive Susanna Tamaro.
Seguendo questa visione, che delega al cuore quelle funzioni morali che dovrebbero essere del cervello, papa Francesco scrive: “Un’altra tendenza è privilegiare i valori del cervello a quelli del cuore. Non dimentichiamolo mai: solo il cuore unisce e integra. La comprensione, senza il sentire compassionevole, tende a dividere. Il cuore coniuga l’idea con la realtà, il tempo con lo spazio, la vita con la morte e l’eternità”.
Il cuore, quindi, è visto come la sede della comprensione compassionevole, un sentire che unifica e allontana da ogni rischio di estrema razionalizzazione.
“Non si vede bene che col cuore: l’essenziale è invisibile agli occhi” scriveva Antoine de Saint-Exupéry ne Il piccolo principe.
In realtà, ancora una volta, tutto è ascrivibile al nostro cervello. Al cuore vengono attribuite quelle che sono le prerogative dell’emisfero non dominante, solitamente il destro, quello che sovraintende alla fantasticheria e alla sensibilità, l’emisfero dell’intuizione e dell’immaginazione, della fantasia e del sogno, l’emisfero che ispira gli artisti; mentre si tende ad attribuire al cervello vero e proprio soprattutto le prerogative dell’emisfero dominante, solitamente il sinistro, la parte analitica che caratterizza gli uomini di scienza, l’emisfero della riflessione, della logica e della razionalità.
Nell’amore il cervello si serve molto del cuore e la relazione di questi due organi diventa quasi complicità. Il cuore, con il suo “batticuore” e con i suoi palpiti, stimolato dall’amigdala, sembra voler segnalare al cervello quando i centri dell’emotività si attivano in modo straordinario, quando una persona o una cosa lo colpiscono in modo particolare e non lo lasciano indifferente.
La prevalenza delle prerogative del cuore o di quelle del cervello caratterizza e differenzia la personalità di ognuno di noi.