Numero3757.

 

Trascritto da YOUTUBE

 

Roberto  Benigni   e   Vittorio  Feltri

 

Ascolta bene quello che sto per dirti, perché quello che è accaduto sotto i riflettori di quello studio televisivo non è stato un semplice dibattito, ma l’esecuzione pubblica di un’intera epoca culturale.

Questo video ti lascerà senza parole perché stiamo per scoperchiare il vaso di Pandora di uno scontro che ha ridisegnato i confini del potere in Italia.

Da una parte l’uomo che per decenni ha incantato le platee con la poesia e i saltelli, dall’altra il chirurgo della parola che ha deciso, in diretta nazionale, di affondare il bisturi dove fa più male nel portafoglio e nella credibilità di un’intera classe intellettuale.

Non è solo politica, è una guerra civile combattuta a colpi di share e di verità brutali che nessuno aveva mai avuto il coraggio di urlare in faccia all’ intoccabile Roberto Benigni.

Quello che rivelerò nella seconda parte del racconto cambierà per sempre il tuo modo di guardare la televisione e la gestione dei soldi pubblici in questo paese.

Le telecamere ronzano come insetti impazziti mentre l’aria nello studio si fa elettrica, quasi irrespirabile.

Roberto Benigni entra in scena non come un ospite, ma come un sovrano assoluto della morale, un profeta che agita le mani nell’aria cercando di acchiappare i resti di un’Italia che, secondo lui, sta morendo di freddo e di oscurità.

Ma seduto a pochi metri da lui, avvolto in un cappotto di cashmere che sembra una corazza d’acciaio, c’è Vittorio Feltri.

Lo sguardo di Feltri è quello di un predatore che ha già visto la fine della preda prima ancora che questa inizia a correre.

Benigni parte all’attacco con la sua solita mimica travolgente, citando Dante, citando i partigiani, citando la bellezza come se fosse l’unica moneta di scambio possibile.

Ma la sua voce, di solito squillante, tradisce un tremolio, una paura atavica di chi sente che il terreno sotto i piedi non è più solido come un tempo.

Il clima è quello di una resa dei conti definitiva. Il bersaglio è chiaro: Giorgia Meloni.

Benigni la descrive come l’inverno che spegne il sole del futuro, come colei che alza muri contro l’amore e la speranza.

È la retorica classica della sinistra intellettuale, quella che trasforma ogni decreto legge in un attentato all’umanità.

Ma mentre Benigni declama la costituzione più bella del mondo con gli occhi lucidi, Feltri non si muove, non batte ciglio, si sistema il nodo della cravatta con una lentezza che sa di disprezzo assoluto.

In quel momento il pubblico a casa percepisce che sta per accadere qualcosa di mai visto.

La tensione sale quando Benigni evoca il sangue dei partigiani per condannare il presente, ignorando che la realtà fuori da quegli studi è fatta di bollette che arrivano a fine mese e di periferie dove la poesia non si mangia.

È qui che lo scontro smette di essere un dialogo e diventa una mattanza dialettica senza precedenti.

Benigni continua a saltellare davanti alle telecamere invocando bella ciao come se fosse un esorcismo contro il governo attuale.

Parla di un’Italia che ha paura dell’altro, di un’oscurità che avanza su Palazzo Chigi, ma la sua è una recita che puzza di naftalina, è l’urlo disperato di chi ha vissuto per 40 anni in una bolla dorata, protetto dai contratti milionari della RAI e dagli applausi di un sistema culturale che non ammette repliche.

La sua esuberanza fisica, che un tempo era segno di vitalità, ora appare come una fragilità esposta.

Ogni sua parola sulla povertà e sulla sofferenza degli ultimi sembra infrangersi contro la barriera del buon senso che Feltri sta per scagliare con la violenza di un uragano.

La miccia è accesa e lo scoppio sta per demolire non solo il comico toscano, ma l’intero castello di carte della retorica progressista.

Improvvisamente il ritmo cambia.

Vittorio Feltri prende la parola e la sua voce è un rasoio che taglia la seta.

Non c’è enfasi, non ci sono sussulti, solo una freddezza glaciale che gela il sangue nello studio.

Definisce l’intervento di Benigni un’esibizione circense, una recita parrocchiale che non incanta più nessuno.

Ed è qui che arriva il primo colpo da capo, il richiamo alla realtà.

Mentre Benigni parla di stelle e fiori, Feltri sbatte in faccia alla nazione il prezzo della benzina e del gas.

Dice chiaramente che gli italiani non piangono guardando il tramonto o recitando la Divina Commedia, ma piangono quando devono far quadrare i conti.

È la demolizione sistematica del “poetese” a favore del pragmatismo più crudo.

La maschera di Benigni inizia a incrinarsi: il sorriso eterno del premio Oscar si spegne lentamente sotto il peso di una verità che non sa gestire.

Ma la vera rivelazione, lo scoop che fa tremare le fondamenta di questo racconto, emerge quando Feltri tocca il nervo scoperto del portafoglio.

Per anni ci hanno raccontato di un Benigni poverello di Assisi, ma la realtà che emerge in questo scontro è quella di un milionario che percepisce compensi da capogiro pagati con i soldi pubblici per spiegare ai poveri quanto sia bella la povertà spirituale.

Parla di cifre astronomiche, un milione di euro per leggere due canti di Dante davanti a una platea di privilegiati.

È questo il punto di non ritorno.

Feltri accusa Benigni di essere l’emblema della sinistra “culturale”, di chi predica il pauperismo dagli attici di lusso e dalle ville circondate da libri e statuette dorate.

È un terremoto mediatico che distrugge l’immagine del poeta del popolo, rivelando la figura di un imprenditore della cultura di stato che vive di rendita sulla retorica del passato.

L’analisi si fa ancora più profonda quando entriamo nel merito della gestione del potere.

Giorgia Meloni non viene difesa da Feltri come una divinità, ma come una donna che, nata 30 anni dopo la fine della guerra, cerca di governare un paese reale, lontano dai salotti letterari e dalle bugie poetiche.

La contrapposizione è totale.

Da una parte l’Italia che lavora, che paga le tasse, che sta nelle periferie degradate a gestire un’immigrazione incontrollata, incoraggiata proprio da chi vive nelle ville blindate.

Dall’altra l’Italia dei monologhi in Rai, dei premi Oscar che citano Ventotene senza sapere cosa sia la fame.

Lo scontro si sposta sul piano della dignità internazionale.

Feltri rivendica un’Italia che a Bruxelles e Washington parla da pari a pari, senza il piattino in mano a mendicare flessibilità per pagare i monologhi dei soliti noti.

Il silenzio di Benigni in questo passaggio è assordante.

Le sue mani, che prima danzavano nell’aria, ora tremano leggermente.

Prova a rifugiarsi in un’ultima citazione leopardiana, cercando di evocare l’infinito come scudo protettivo, ma Feltri lo incalza senza pietà: gli dice che il suo naufragio è dolcissimo (… “e naufragar m’è dolce in questo mare”) perché ha il salvagente d’oro Zecchino, perché è un naufrago con il conto in banca in Svizzera e il futuro assicurato.

È la fine del mito dell’intellettuale impegnato.

La nazione vede chiaramente chi ha la forza di sporcarsi le mani con il fango della realtà e chi ha solo la rabbia impotente di chi ha scoperto di essere diventato un reperto archeologico.

La retorica del cuore viene schiacciata dal rullo compressore della logica di chissà come gira il mondo fuori dagli studi televisivi.

Eppure la battaglia non finisce qui.

Entriamo nel campo della credibilità personale dove Feltri affonda l’ultimo fendente.

Accusa Benigni di aver trasformato la politica in una recita domenicale per rassicurare la propria fazione e sentirsi un uomo migliore mentre guarda gli altri dall’alto in basso: è l’accusa di narcisismo ipertrofico di chi ha smarrito il contatto col suolo e continua a recitare un copione che non interessa più a nessuno se non a quei pochi intellettuali che mangiano caviale sognando la rivoluzione col condizionatore acceso.

La gente vera è stufa dei saltelli, è stufa della gioia obbligata, vuole risposte che Benigni non può dare perché non conosce nemmeno le domande della strada.

Meloni decide, Benigni saltella.

Questa è la sintesi brutale che chiude il secondo round di una mattanza dialettica che ha lasciato lo studio in stato di shock.

Il timer della trasmissione lampeggia.

Gli ultimi 10 minuti sono un calvario per il comico toscano.

Benigni appare visibilmente prostrato, non solo fisicamente, ma spiritualmente.

La sua solita maschera è caduta, lasciando intravedere il volto di un uomo che sente per la prima volta nella sua lunghissima carriera che la sua poesia non basta più a incantare il serpente della realtà.

Feltri lo guarda con una stanchezza glaciale, la noia di chi deve spiegare l’ovvio a chi vive di allucinazioni dorate.

La verità è che il consenso della Meloni umilia Benigni con la sua sola esistenza, perché lei è sostanza e lui è diventato polvere di stelle scaduta.

La festa della retorica è ufficialmente chiusa per fallimento e il bancomat della cultura di parte ha smesso di erogare fondi per chiedere scusa di esistere.

Le luci dello studio virano verso un rosso cupo, quasi a voler sottolineare la fine di un’era.

Il pubblico è immobile, paralizzato da una sensazione di vuoto.

Hanno assistito alla demolizione di un simbolo fatto a pezzi da un uomo che non ha usato metafore, ma solo pietre pesanti come macigni della realtà.

Mentre il conduttore cerca disperatamente di riprendere le fila di un disastro comunicativo di proporzioni epiche, Feltri si sistema il cappotto con un gesto che sa di addio definitivo a un teatro di ombre.

Non c’è più musica, non ci sono più stelle, c’è solo il rumore della verità che purifica l’aria viziata di decenni di bugie poetiche.

Giorgia Meloni è altrove impegnata a lottare tra le carte di Palazzo Chigi, lontana dai riflettori che hanno appena bruciato l’ultimo scampolo di credibilità di chi credeva di essere eterno.

Questo scontro ha segnato un solco profondo nel tessuto sociale italiano.

Non si è trattato solo di una discussione tra un giornalista e un attore, ma della collisione tra due galassie diverse, quella dei fatti e quella delle apparenze.

Benigni è rimasto solo sul palco, come un burattino a cui sono stati tagliati i fili all’improvviso.

Una marionetta rimasta immobile dopo che il pubblico ha smesso di ridere e ha capito il trucco dietro il sipario.

Feltri se n’è andato senza voltarsi, fiero di aver portato un raggio di gelida verità nel teatro dell’inganno.

La nazione ha visto chiaramente chi ha la forza di guidarla attraverso il fango e chi ha solo la rabbia di chi ha scoperto di essere diventato un’ombra del passato.

La finzione è finita, il sipario è calato e per Benigni non ci sono stati applausi, ma solo l’eco terribile di una verità che non ha saputo gestire.

Il regno dell’apparenza è crollato sotto il peso della sua stessa inconsistenza, lasciando l’Italia finalmente libera di guardare in faccia il proprio destino.

Numero3718.

 

I L    B E L    P A E S E

 

analfabetismo diffuso,

maleducazione generale,

disprezzo delle regole civili,

illegalità tollerata,

superstizioni antiscientifiche

elevate a legitttime opinioni,

ignoranza genitoriale,

violenza giovanile pubblicamente

e impunemente vantata,

mafia, camorra e ‘drangheta,

contaminanti la società popolare,

ammirate e imitate perfino

a livello interpersonale,

corruzioni a tutti i livelli

anche nei rapporti privati,

il dio denaro che sostituisce

quello di una fede stanca,

sempre più percepita come falsa,

privilegi di troppe caste

imprenditoriali, religiose e politiche,

dignità sentimentale e assistenza

trascurate e sempre più vilipese:

dove sono di casa tutte queste

esecrabili abitudini di vita?

Ce ne sarebbero altre da citare,

ma bastano queste per identificare

quello che, un tempo, era

e avrebbe potuto essere

il più bel paese del mondo?

 

 

Numero3675.

 

Q U I    P R O    Q U O

 

TI  SEI  INNAMORATO  DI  CIO’  CHE  SPERAVI,  NON  DI  CIO’  CHE  ERA.

 

L’amore immaginato può essere più potente del reale.

Ti sei legato ad una promessa, non ad una stabile presenza.

Sperare crea attaccamento anche senza fatti.

La realtà non sempre coincide con il desiderio.

Innamorarsi dell’idea porta delusione profonda.

Ciò che era non nutriva quanto speravi.

Le speranze diventano catene emotive reali.

Guardare in faccia la realtà è riavere libertà.

Se sei vittima di questo equivoco illusorio, puoi pagare un prezzo altissimo.

 

@ilmegliodeilibri

Numero3673.

 

S O L D I

 

Se ho una banconota da 50 Euro

e la do al parrucchiere per tagliarmi i capelli;

e poi lui va a fare la spesa, e la dà ad un negoziante;

e il negoziante va a fare benzina per la macchina,

i 50 Euro vanno da un posto ad un altro,

restando sempre 50 Euro,

e dopo 30 – 40 transazioni, la banconota appartiene a qualcun altro

e vale sempre 50 Euro.

 

Invece, se io pago 50 Euro al parrucchiere con la carta, mediamente l’1,5% va alla banca.

Se il parrucchiere prende i soldi che gli ho dato con la mia carta

e lui paga la sua spesa di 50 Euro con la sua carta, l’1,5% va alla banca.

Se il negoziante, presso il quale il parrucchiere ha fatto la spesa,

va a fare benzina e paga con la sua carta, l’1,5% va alla banca.

Quindi, dopo 30 – 40 transazioni,

i 50 Euro, anche se non sono mai comparsi perché sono sempre virtuali,

a questo punto, non esistono più in valore: sono spariti in interessi di commissione,

perché la banca ha preso gli interessi di tutte le transazioni.

 

Penso che sia per questo che vogliono sbarazzarsi del denaro contante.

 

da YouTube

Numero3614.

 

S U B C O N S C I O

 

Il subconscio non distingue

fra realtà e immaginazione.

Ciò che ripeti, la tua mente lo trasforma in verità.

Il subconscio non giudica, obbedisce.

Ogni immagine mentale è un comando che dai a te stesso.

Se visualizzi la paura, in te creerai paura.

Se visualizzi forza, costruirai forza.

Le parole che usi diventano la tua realtà.

La tua mente non fa differenza tra sogno e verità: sceglie ciò che ripeti.

Allena la tua mente come alleneresti un muscolo.

 

@ilmegliodeilibri

Numero3549.

 

S O F F E R E N Z A    M E N T A L E

 

Cos’è la sofferenza mentale?

La nostra mente non distingue davvero tra ciò che accade fuori e ciò che proiettiamo dentro.

Se guardi una scena forte di un film: una persona che soffre, sangue finto, un’attrice che sappiamo benissimo che sta recitando una parte ed è pagata per questo, una parte di te lo sa, razionalmente, ma il corpo reagisce lo stesso, il cuore accelera, il respiro si blocca, i muscoli si tendono.

Perché?

Perché, per il cervello, quell’immagine, anche se è solo un film, è realtà.

Ora, immagina quante scene del genere ti proietti da solo nella tua testa: ipotesi catastrofiche, dialoghi che non sono mai successi, rimpianti del passato, paura del futuro.

Ogni volta che fai partire uno di quei film interni, il tuo corpo reagisce come se tutto fosse vero.

E così, ti fai del male da solo, più e più volte, anche quando fuoori non sta succedendo niente.

 

da YouTube

Numero3481.

 

 

L A    F O R Z A    D E I    P E N S I E R I

 

I pensieri, da soli, non creano la realtà.

So che te l’hanno ripetuto continuamente,

ma la realtà è molto più complessa.

Mi ci sono voluti anni per capirlo.

Non tutti i pensieri hanno lo stesso peso.

Ed è proprio questo che il mondo

della manifestazione spesso ignora.

L’idea che “basti pensare” ti intrappola

in un ciclo infinito di sforzi e delusioni.

Ricorda: la manifestazione non è

un semplice passatempo spirituale.

È una scienza interiore. Un fenomeno

quantistico governato da leggi

di probabilità, non da frasi vuote.

Esiste un particolare tipo di pensieri

capaci di influenzare la realtà:

quelli carichi di emozione autentica.

Questa verità mi ha destabilizzato,

finché non ho compreso che dietro

non c’è magia, ma un principio preciso.

E, una volta che lo afferri, la realtà

smette di essere un mistero e diventa

una tecnologia spirituale da padroneggiare.

 

@AnimaOltreilimiti80

Numero3436.

 

C O S E    O V V I E    M A    I L L U M I N A N T I

 

Non sarai mai criticato da qualcuno che sta facendo più di te.
Verrai criticato solo da qualcuno che sta facendo meno di te.

Un vincitore è solo un
perdente che ha deciso
di provarci un’altra volta.

Le persone si arrabbiano
davvero quando non
permetti loro di usarti.

Numero3427.

 

 

P E R S O N E    T O S S I C H E      (che possono distruggere la tua autostima)

 

Genitore controllante – Ti fa sentire in colpa se decidi da solo/a.

Fratello/sorella competitivo – Trasforma tutto in sfida.

Partner narcisista – Alterna amore a svalutazione.

Amico invidioso – Finge supporto, ma gode dei tuoi fallimenti.

Collega “passivo – aggressivo” – Sorride, ma ti mette in cattiva luce.

Familiare vittimista – Usa il senso di colpa per manipolarti.

Conoscente opportunista – Appare solo quando ha bisogno.

Partner geloso e possessivo – Controlla tempo e relazioni.

Amico giudicante – Critica ogni tua scelta per abbassarti.

 

@AnimaOltreilimiti80.

 

Numero3313.

 

 

R E A L T A’    E    V E R I T A’

 

 

È un punto di partenza la realtà,

e una destinazione non ce l’ha,

perché continuamente cambierà.

La destinazione è la verità,

che, purtroppo, nessuno avrà.

Ma, se non parti dalla realtà,

non cercare mai alla verità.

Se, invece, parti da una verità

strumentale che, magari, hai già,

soltanto per la tua comodità,

o, forse, per la tua serenità,

immancabilmente la realtà,

prima o dopo, vedrai, ti smentirà.

 

 

Tutti hanno il diritto di avere un’opinione, ma questi tutti dovrebbero, al contempo, sentire il dovere di averla informata e verificata.

Questo, purtroppo, non succede sempre, anzi, a ragion veduta, accade che molte delle conoscenze che abbiamo ricevuto, fin dalla tenera età, non sono mai state da noi sottoposte a valutazione e verifica.

L’imprinting delle prime categorie cognitive e mentali, come quelle dei comportamenti morali e sociali dettati da una religione, permane per tanto tempo, diciamo pure per decenni, senza che venga sottoposto ad una revisione critica qualsivoglia e, per effetto della propaganda permanente, viene percepita e passa, più o meno inconsapevolmente, come una verità fondante del nostro stare al mondo.

Il bombardamento quasi ossessivo dell’advertising (lo chiamano De propaganda fide) diventa un lavaggio del cervello al quale, prima o dopo, ci si arrende impotenti e rassegnati.

È come la pubblicità di Poltrone & Sofà, che ti ripete ogni giorno, più volte al giorno, che i loro sono “divani di qualità”. Mentre sappiamo tutti che è una bugia: però, a furia di ripeterlo, diventa uno slogan che passa per verità.

Questo accade per tanti e diversi motivi, come il basso livello culturale, la pigrizia mentale, il clima che si respira in famiglia a seguito di comportamenti esemplari apodittici, la contaminazione sociale di contatto, in ambiente scolastico o nella vita di relazione, il quieto vivere, spesso anche la coercizione e il terrorismo psicologico.

Per moltissimi di noi, la stragrande maggioranza, ciò che ci viene insegnato sin da piccoli rimane l’unica e insindacabile realtà a noi nota, che diventa verità indiscutibile.

Più avanti nel tempo della vita, l’età della ragione porta certe persone, sembra relativamente poche, a chiedersi se quello che hanno appreso come giusto e corretto, sia anche una verità incontestabile per tutti, nel tempo e nello spazio, cioè possa valere per ogni tipo di civiltà sulla terra e se possa restare immutabile nel tempo, perché universale e assoluta.

E qui casca l’asino.

La dicotomia fra fede e ragione ha alimentato diatribe senza fine in 2500 anni di storia della filosofia, ma anche, e soprattutto, nelle relazioni quotidiane delle persone.

Alla luce di una serie di constatazioni semplici, pacate, di buon senso e in armonia con la logica, posso affermare, per quanto riguarda me e il mio pensiero, che la realtà del mio vissuto non si sovrappone ai dettami di quanto mi è stato inculcato: ho onestamente constatato che le verità che ho imparato con l’esperienza della vita, con gli studi che mi hanno sempre sostenuto e mi stanno ancora arricchendo, sono altre e di diversa matrice.

Ed ho trovato una mia serenità, direi quasi una felicità, nel riconoscere di sentirmi bene e in armonia con questa constatazione: mi percepisco in pace con me stesso e con la mia coscienza di essere umano senziente e pensante.

Mi sono posto tante, tantissime domande.

So che troppa gente, aprioristicamente, non lo fa.

Molti per scelta consapevole, molti altri per ipocrisia.

Devo citare Friederick Nietzsche perché è, sull’argomento, di una icasticità disarmante:

“Molte persone preferiscono non conoscere la verità, perché temono che le loro illusioni vengano distrutte”.

Mi permetto di fare un’affermazione sibillina e forse anche antipatica: è comodo, troppo comodo, oserei dire quasi vigliacco, accettare acriticamente per vero quello che ci viene propinato, solo perché lo hanno sempre fatto tutti.

Si tratta di fatti, comportamenti, ragionamenti già applicati, vissuti, collaudati da tanti altri e per tanto tempo e, per ciò stesso, dovrebbero essere veri e buoni, anche se si riferiscono a diverse realtà spazio – temporali.

Però, andarlo a verificare può risultare difficoltoso, a volte, o addirittura spesso, deludente, magari anche inquietante e allarmante: non è un processo agevole e può generare repulsione e rigetto.

Meglio accettare tutto con il beneficio d’inventario e non andare a spulciare troppo, perchè non si sa mai cosa ci si trova sotto.

La mia onestà intellettuale mi impedisce di adagiarmi supinamente su un morbido letto già predisposto e garantito come comodo e confortevole.

Meno che mai se mi viene imposto coattivamente.

 

Quello che è più gravoso da sopportare, per il cervello umano, non è il dolore, bensì il dubbio.

Il dubbio è un tarlo che non lascia il cervello in pace, un assillo fastidioso di fondo che genera inquietudine mentale, ansia esistenziale, stress emotivo che non si risolve mai: ecco perché il cervello ha bisogno di certezze.

Se la mente fresca e giovane del bambino è bombardata dai precetti monocordi e assillanti di chi lo accudisce, perché rispondono ai criteri di vita e del diffuso sentire delle entità sociali (famiglia e comunità di appartenenza), per essa l’apprendimento, il comportamento, l’esempio e gli interventi correttivi, diventano uno stile di vita e di pensiero.

In questo modo, la società nel suo complesso, e la religiosità in particolare come ispiratrice, si assicurano di controllare la coscienza del nuovo adepto, formandolo e trasformandolo in un loro rispettoso accolito: difenderanno se stesse, la loro sequenzialità e il perdurare della loro esistenza nel tempo, plasmando la “tabula rasa” del soggetto aspirante, consapevole o meno, all’inserimento fideistico e sociale.

E pretendono di essere e di rimanere come unica e indiscutibile fonte di attendibiltà.
Esse si presentano come verità assoluta: legge sociale, civile, morale e religiosa.
Ma le etnie, le civiltà, le comunità, le popolazioni, con le loro religioni e le loro politiche, sono tante e non c’è uniformità nelle loro regole di vita: ognuna ha sue sacrosante abitudini, consuetudini di pensiero e di comportamento, per cui spesso confliggono fra loro.

Mi pare evidente che non esiste una verità sola, perché tante, troppe, e troppo diverse sono le parti in gioco, ognuna pretendente a detenere l’esclusività della interpretazione unica e corretta della verità stessa.
Quindi non mi si venga a dire che un criterio di vita, uno stile di comportamento, una espressione di pensiero siano più veri e fondati di un qualunque altro o, men che mai, interpretazione unica o univoca della realtà.

Per inciso, viene trascurata e messa in secondo piano la forza ispiratrice della natura, che regola, invece, tutto il resto del creato, che non è sottomessa al volere e al discernimento dell’uomo, come essere portatore di pensiero.
Stiamo vedendo in questi tempi come la natura si sta ribellando allo strazio, che di essa sta facendo l’uomo che, per il suo maldestro e sciagurato egoismo, la prostituisce al proprio scriteriato sfruttamento.

Nessuno possiede e detiene la verità sulla terra e chi afferma di esserne l’interprete privilegiato è un folle.

Anzi, se non è un malfattore pericoloso, certamente è un manipolatore che si propone di turlupinare la gente al solo scopo di gestire un potere che non merita e che non gli appartiene.

“Sapere è scienza, credere di sapere è ignoranza” diceva Ippocrate, con un aforisma che ho fatto mio.

Questo mio modo di argomentare viene anatemizzato dalla Chiesa Cattolica con il termine di “relativismo” e viene bannato e condannato all’ignominia.

Perché della verità essa si considera portatrice unica e indiscutibile.

Mezzo millennio fa, chi dissentiva pubblicamente rispetto a questa dogmaticità teoretica, veniva processato per eresia, torturato sadicamente e condannato spesso al rogo.

Io mi colloco all’estremo opposto di questa posizione: preferisco di gran lunga il pavido e tremebondo dubbio della ragione alle tetragone e incrollabili certezze della fede.

La certezza della fede è, a sua volta, una contraddizione in termini, un ossimoro: è come dire “ghiaccio bollente” o “silenzio assordante”.

Ci sono due categorie di pensiero umano sulla terra: ci sono le persone che preferiscono conoscere e le persone che preferiscono credere.

Ben si capisce a quale delle due appartiene il sottoscritto.

Ma rilevo che ci sono eserciti di esseri umani che scelgono di portare il proprio cervello all’ammasso, piuttosto che dedicarsi ad una faticosa opera di ricerca di una verità che non si troverà mai, perché è sempre in divenire e continuamente, costantemente muta, cambia, si trasforma, si aggiorna.

Che senso ha cercare una verità che non esiste mai come forma definita e certa?

Questa è la vera regola naturale: la realtà è “gattopardesca” per diventare verità.

La natura cambia sempre per continuare ad esistere sempre, nelle mutazioni, negli adattamenti, nei cambiamenti.

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi” dice Tancredi Falconeri, al momento del saluto con lo zio, il Principe di Salina, ne “Il gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Ecco lo scopo: la prosecuzione dell’esistenza in vita, l’autoconservazione.

Non è la meta il senso della vita, ma il viaggio.

Il massimo che possiamo avere da un viaggio di vita non è il raggiungimento di un punto di arrivo, che è la morte, ma il godere di una situazione e condizione confortevoli durante il percorso.

Rassegnamoci e accontentiamoci di questo. Tutto il resto è opinabile e …. mistificatorio.

Chi ci deruba di questa legittima e naturale aspirazione, per prostituirla a convinzioni e regole calate dall’alto in nome di principi prescritti e imposti da una autorità superiore che, lungi dall’essere certa e indiscutibile, riconosce loro la facoltà di gestire le menti e le cose terrene, sta esercitando un potere autoreferenziale, fine a se stesso.

Noi lo riconosciamo solo se, consapevolmente o supinamente, lo accettiamo.

 

A mo’ di unico esempio, mi permetto di sottoporre a chi vuole intendere obiettivamente, una constatazione che proviene da un dato di fatto, ma che trova diverse interpretazioni da parte di tre punti di vista, avendo ciascuno di essi ben presente il proprio partigiano vantaggio.

Enunciazione del fatto: oggi, anno 2025, vivono e respirano sulla terra oltre 8 miliardi di esseri umani.

Non tengo in considerazione il numero di altri esseri viventi come gli animali e, men che meno, le piante, che pure hanno un loro ruolo.

Sappiamo quanti erano gli abitanti, esseri umani, sulla terra all’inizio del’900, ovvero poco più di un secolo fa?

Erano, ed è un altro dato inconfutabile, 1,6 miliardi di persone.

Questo vuol dire che, in 125 anni, il numero degli abitanti umani della terra è aumentato di 5 volte.

Chi vuole approfondire questo argomento legga il Numero2535. che parla di SOVRAPPOPOLAZIONE.

Altro dato di fatto inconfutabile: si definiscono “gas serra” i gas nell’atmosfera che incidono sul bilancio energetico del pianeta. Questi gas generano il cosiddetto “effetto serra”.

I principali “gas serra” sono: il biossido di carbonio (o anidride carbonica) CO2, il metano e il protossido di azoto.

Parlo solo del primo, il più importante: sentiamo spesso imputare, quasi esclusivamente, all’anidride carbonica i disastri ambientali, cui assistiamo impotenti, ultimamente, e alle sostanze naturali ma soprattutto artificiali che la provocano, come prodotto della loro combustione, ovvero il carbone, il gas e il petrolio con i suoi derivati usati per la produzione di energia motrice e di illumunazione, per il trasporto e per il riscaldamento. Derivati dal petrolio sono anche i prodotti “plastici” anch’essi causa di inquinamento ambientale.

Ma avete mai sentito parlare dell’uomo come inquinatore del nostro pianeta?

Intendo l’uomo come essere vivente che respira e non solo come produttore e consumatore di sostanze inquinanti?

In merito alla sua figura sulla quale sto puntando il mio riflettore, tre sono le diverse valutazioni che trovano campo di diffusione e propaganda con sottolineature contrastanti, divergenti e, a volte, truffaldine.

Cosa dice la natura?

Oltre che l’utilizzo indiscriminato delle fonti inquinanti, deve essere limitato e, se possibile, diminuito gradualmente, anche il numero degli abitanti della terra, perché sono i più grandi inquinatori, come emettitori di anidride carbonica con la respirazione, oltre che essere utilizzatori spreconi delle risorse energetiche ambientali.

Cosa dice il mondo della scienza, delle tecnologie e delle economie di sfruttamento?

L’utilizzo delle fonti ergetiche non rinnovabili e non sostenibili, quali sono quelle ancora più universalmente diffuse, non va ridotto o eliminato perché sono sempre quelle più vantaggiose e sfruttabili. Quanto al numero degli abitanti della terra, secondo la legge del mercato, non andrebbe ridotto perchè la prolificazione aumenterebbe la platea della domanda di utilizzo e quindi manterrebbe in essere l’offerta dei produttori.

Cosa dice l’ambientalismo e, in particolare, le scuole di pensiero che si rifanno ai dettami moralistici delle religioni?

Bisogna ridurre ed eliminare tutte le produzioni di fonti energetiche inquinanti (nucleare, carbone, petrolio, gas ecc.) e sostituirle con altre fonti ecosostenibili (eoliche, solari, fluviali, marine ecc.), ma nulla si deve fare contro la vita umana che è sacra.

Perché sacra? In nome di una incartapecorita interpretazione della Bibbia, là dove Iahveh benedisse Noè e i suoi figli e disse loro: “Crescete, moltiplicatevi e riempite la terra”.

E questo dovrebbe valere ancora oggi per tutti?

Ma la Bibbia era considerata, e lo è ancora, la volontà scritta di Dio, la sua verità rivelata.

Peccato che a scriverla siano stati degli uomini, secondo il sapere del loro tempo di tantissimi secoli fa.

 

Non esistono verità sacre ed immutabili: oggi le condizioni sono cambiate.

Non solo le condizioni ambientali di vita, ma anche le facoltà mentali, le discrezionalità, la cultura esperienziale degli uomini sulla terra sono ora in grado di ragionare in difformità con fisime mentali fideistiche che, a ragion veduta, sembrano e sono ridicole.

E poi, a mio personale parere, parlando di “antiche credenze”, quelle della Bibbia sono state, restano e valgono come tali per moltissime persone, mentre per me sono solo dei mobili d’arredamento antiquario, se mi si permette la battuta.

Non ci azzeccano un bel nulla con il pensiero moderno e le conoscenze che oggi abbiamo tutti, a differenza di un tempo quando l’ignoranza e la credulità erano generali e diffuse.

Ribadisco ancora una volta che la verità va aggiornata costantemente a seconda dei mutamenti della realtà della natura e degli uomini e non può restare stereotipata e immodificabile, per i dettami dogmatici delle religioni.

La verità della fede è una contraddizione in termini.

La fede crede, la verità sa, e io non credo in ciò che so: lo so e basta, e se qualcosa la so, non la credo, non ce n’è bisogno.
Verità e fede sono due categorie mentali inconciliabili.

La fede ha a che fare con le cose invisibili: perciò non si sanno.

La filosofia, che significa “amore per il sapere”, si occupa della verità: non la sa ma, umilmente, la cerca.

La morale è fatta per gli uomini e non gli uomini per la morale.

 

 

 

 

 

Numero3069.

 

da  QUORA

 

Scrive Lukas SCHWEKENDIEK, corrispondente di QUORA

 

I N S E G N A M E N T I    D I    V I T A

 

  1. Nessuno viene a salvarti – devi mettere in carreggiata la tua vita da solo. È tua responsabilità, di nessun altro.
  2. Il talento non conta molto – ti dà una mano, certo, ma non ti garantisce nulla. È il duro lavoro che fa la differenza.
  3. Il 99,999% delle persone non si preoccupa affatto di te – Non perché ti odiano, ma piuttosto perché ognuno di loro ha i propri problemi da risolvere.
  4. Niente è gratuito – tutto nella vita ha un prezzo, e devi pagarlo in anticipo prima di beneficiare dei risultati.
  5. Morirai – Mi dispiace, è inevitabile. Abituati all’idea, perché non si sa mai quando potrebbe accadere.
  6. Il 99% di tutte le persone che incontrerai sono false – la loro vita sul palco è molto diversa da quella che si svolge dietro le quinte.
  7. Il tuo passato è incastonato nella pietra – Non importa quanto ti preoccupi o ci pensi, non cambierà mai. Vai avanti.
  8. La vita non è una linea retta – In realtà, la vita è fatta di alti e bassi.
  9. Tutto cambia – Niente rimane lo stesso, i tuoi amici la tua vita, te stesso. Impara ad adattarti o sarai lasciato indietro.