“Natura non facit saltus”
affermava Carl von Linné (Linneo), riprendendo la citazione di Leibniz.
Ma questi scienziati non avevano mai visto i canguri.
Cosa ci insegna la vita… testamento spirituale di un libero pensatore
“Natura non facit saltus”
affermava Carl von Linné (Linneo), riprendendo la citazione di Leibniz.
Ma questi scienziati non avevano mai visto i canguri.
Per moltissimo tempo,
anche senza rendermene
conto, non facevo che
cercare di essere mio
padre, che era un tipo
affascinante, un
giocatore, un po’
poeta, un po’
intrigante, un po’
cialtrone…. un tipo
fra Rimbaud e
Fitzgerald. Mio padre
era un amorale, non
gliene fregava niente
di niente. Io, invece,
sono moralissimo,
anche se non in senso
cattolico. Sento una
discriminante tremenda
fra il bene e il male.
Nel momento in cui
sono riuscito a
distaccarlo, ho
cominciato a
liberarmene. Sì,
bisogna assolutamente
uccidere la figura
paterna. O almeno,
castrarla, come
racconta il mito di
Urano, e il mito è
alla base di tutto.
Castrare il padre non
tanto perché, come
dice Freud, ti
toglie la madre, ma
soprattutto perché
toglie la forza
a te stesso.
Roberto Vecchioni.
Mormora fioco l’inverno
nei ricordi di carta.
Ancora nella tua stanza
chiusa si sente
l’alito di brace spenta.
Un desiderio di vento
scavalca la vetrata
e s’interrompe, e sparge
brace sui pavimenti.
Tu mi hai raccolto, perché avevo freddo.
Roberto Vecchioni.
Non ho voglia di niente: cavalli,
poeti, inganni, bicchieri. Non ho sonno,
né fame, niente di tuo
non mi appartiene, sarai domani
la donna mia di ieri.
Roberto Vecchioni.
E tutto quanto tu volevi,
giusto o sbagliato, lo prendevi,
senza pensarci su un minuto.
E poi non ubbidivi mai
e combinavi sempre guai.
Che si trattasse di una gara?
Un colpo il mondo, un colpo tu,
a chi stupiva un po’ di più.
Per un vecchio bambino 1977 Roberto Vecchioni
In principio erat Verbum.
In principio era il Verbo.
Poi venne il nome,
il pronome,
l’aggettivo;
l’articolo, la prassi, la frase,
il sostantivo
maschile, femminile.
E non capimmo più niente.
Roberto Vecchioni
Figlio chi ti insegnerà le stelle
se da questa nave non potrai vederle?
Chi ti indicherà le luci della riva?
Figlio, quante volte non si arriva!
Chi ti insegnerà a guardare il cielo
fino a rimanere senza respiro?
A guardare un quadro per ore e ore,
fino ad avere i brividi dentro al cuore?
Che al di là del torto e la ragione,
contano soltanto le persone?
Che non basta premere un bottone
per un’emozione?
Figlio,figlio,figlio. Roberto Vecchioni
…..perché basta anche un niente per essere felici,
basta vivere come le cose che dici
e dividerti in tutti gli amori che hai
per non perderti, perderti, perderti mai.
Canzone per Alda Merini Roberto Vecchioni.
Il 20 Settembre 2013, alle redazioni dei giornali di tutto il mondo, quindi anche di quelli Italiani, arriva una notizia di Agenzia, (in Italia ADNKRONOS) che lascia di stucco i destinatari e che, lì per lì, viene scambiata per una “fake news”.
Dice il testo che l’Accademia Reale Svedese, responsabile incaricata delle “nominations” ai “Premi Nobel”, starebbe per comunicare che , per il “Nobel” della Letteratura 2013, esiste una terna di nomi di candidati “a sorpresa”.
Veramente, a sorpresa, c’era già stata, nel 1997, l’assegnazione del “Nobel” per la Letteratura ad un personaggio molto impegnato nel mondo dello spettacolo, più che nella produzione libraria: quel geniale, strampalato “giullare medioevale”, che rispondeva al nome di Dario Fo. Evidentemente, si sta instaurando la moda che, per la Letteratura, si deve far riferimento anche ad altre e diverse forme espressive che non siano solo quelle della consueta produzione letteraria cartacea: lo spettacolo, gli audiovisivi, e quant’altro si sta diffondendo come mezzo di comunicazione e di trasmissione del messaggio d’arte letteraria. Questa volta toccherebbe al mondo della canzone, come veicolo culturale che, per la prima volta, viene elevato al rango di arte popolare.
Infatti, questi sono i nomi dei 3 candidati:
Leonard Cohen, cantautore, poeta, scrittore Canadese, chiaramente di religione Ebraica, conosciuto in tutto il mondo per le sue composizioni di canzoni profondamente ispirate alla sfera intima dell’uomo, alla religione, all’isolamento, alla sessualità. Al momento della notizia, Cohen ha 79 anni.
Bob Dylan, anche lui cantautore, poeta e scrittore, mostro sacro di generazioni di giovani, contestatori e pacifisti, anche lui di religione Ebraica, in seguito convertito al Cristianesimo, ma niente affatto coinvolto e piuttosto agnostico.
Vero “guru” dei generi musicali “folk rock”, “country rock”, “gospel” e via dicendo. Nel 2013, Dylan (vero cognome Zimmerman) ha 72 anni.
Il terzo candidato della terna, e qui sta la vera sorpresa, è un cantautore Italiano.
La notizia non ebbe seguito. Si pensò ad una presa in giro. Infatti, il “Nobel” per la Letteratura del 2013 venne assegnato ad Alice Munroe, scrittrice Canadese regina del “romanzo breve”, di larga divulgazione.
Alcuni giornalisti interpellarono la Segreteria dell’Accademia Svedese, chiedendo se avesse fondamento la notizia di cui sopra. La risposta fu che non era loro abitudine riferire alcunché in merito a “candidature”, “nominations” o quant’altro, per motivi di riservatezza o privacy delle persone coinvolte.
Ma chi sarebbe il cantautore Italiano che avrebbe avuto la candidatura?
Sì, è proprio lui, il nostro “professur” di latino e greco al Liceo Beccaria di Milano e in altri Licei Classici della Lombardia, che andava a scuola con i jeans e la camicia bianca sbottonata e che parlava ai suoi studenti come a suoi pari, grande poeta e musicista raffinato e paradossale nella sua “classicità”, che attinge l’ispirazione nel passato per cristallizzare l’eternità dei pensieri e dei sentimenti in una compartecipe modernità: Roberto Vecchioni.
Leonard Cohen è morto il 7 Novembre 2016. Non avrà mai il “Premio Nobel” perché non viene assegnato postumo o alla memoria.
Bob Dylan ha avuto il “Premio Nobel” per la Letteratura a 75 anni, il 13 Ottobre dell’anno 2016, lo stesso in cui muore, 25 giorni dopo, Leonard Cohen. Lo ha ritirato il 1 Aprile 2017.
Allora, forse quella notizia, poco credibile e stravagante, non era una bufala.
Senza atteggiarmi presuntuosamente a mago o veggente, avanzo qui e ora, 10 Luglio 2019, la previsione che, in uno dei prossimi anni a venire, Roberto Vecchioni riceverà il “Premio Nobel” per la Letteratura.
“Giorno verrà, presago il cor mel dice”.
Folle,
chi parla alla luna,
stolto,
chi non le dà ascolto.
Mi piace pensare alla musica,
come a una scienza delle emozioni.
George Gershwin.
Prendete la vita con leggerezza,
perché la leggerezza
non è superficialità.
Italo Calvino.
Detto fra noi, ho la netta consapevolezza di essere un ignorantello. Eppure, dicono e lo dico anch’io, ho studiato tanto, nel passato, perché ho sempre avuto una curiosità sfrenata di conoscere le cose. Ma lo scibile umano è immenso e, per quanto mi sforzi, ho la sensazione che sto tentando di riempire continuamente un recipiente senza fondo, o di svuotare il mare con un secchiello. Però, non è solo la mia limitatezza nell’applicazione che mi fa sentire inadeguato, è anche e, soprattutto, il cambiamento e l’aggiornamento delle notizie che, oggi molto più che in passato, rimescolano le carte e modificano le regole del gioco del sapere.
Sto passando in rassegna tante cose, che costituiscono, il patrimonio consolidato dei dati storici acquisiti, nel comune notiziario degli studi scolastici ed accademici e, qua e là, mi accorgo di uno stillicidio di errori od omissioni o, verosimilmente, di cattive e capziose interpretazioni dei dati, che sono passati per veri e costituiscono il nostro comune, consueto, tradizionale bagaglio del sapere corrente.
Insomma, mi sto accorgendo che non me l’hanno raccontata giusta, nelle aule delle scuole, seppur qualificate, nei libri di testo, spesso infarciti di luoghi comuni, nell’approccio ad una verità che possa essere storicamente accettabile, probabile, condivisibile.
So bene che la verità non è mai stereotipata, sclerotizzata, dogmatica. Mentre, invece, è in costante cammino di revisione, di aggiornamento: la verità storica, in particolare, è “in fieri” per definizione, ed io mi sto appassionando ad una serie di “gialli storici”, in cui mi sento, e mi diverto a impersonare, una sorta di Commissario Montalbano.
Intendiamoci bene, io non voglio riscrivere la storia, Voglio solo, invece, interpretarla a modo mio, forse pretestuosamente o presuntuosamente, ma mi piace farlo in barba a tutte le autorità accademiche che possano eccepire e confutare.
Uno dei “gialli storici” che più mi stanno appassionando in questi tempi, è quello che riguarda la “Gioconda”, il dipinto di Leonardo da Vinci, ad olio su tavola di legno di pioppo di 77 X 53 cm e 13 mm di spessore, che si trova al Museo del Louvre di Parigi.
La sua datazione è imprecisata, ma copre un arco di tempo che va dal 1503-4 al 1512-13 e anni seguenti fino alla data della morte del Maestro, nel 1519.
Va subito detto che si tratta di un dipinto incompiuto. Da quando Leonardo cominciò a dipingerlo, vi pose mano continuamente fino ai suoi ultimi giorni. Con grande pazienza e amorevole devozione. Vi si notano, infatti, affioramenti dei colori di base. In alto, a destra, vicino alla cornice, si nota un piccolo tratto color blu brillante, che non è il colore del cielo, come alcuni critici scrivono, bensì il colore di fondo. Mentre il color marrone affiora, a chiazze, dietro le spalle del personaggio. Leonardo, come altri pittori, partiva dalla tavola di legno levigata, vi applicava del gesso duro, che lasciava asciugare. Poi, applicava del blu nella metà alta e del marrone in quella bassa e, una volta seccati questi due colori di fondo, cominciava a dipingere.
Il quadro è integro, non è stato tagliato o ridotto. Si può riscontrare solo una maggiore opacità, causata da una disastrosa pulitura con solvente effettuata nel 1809 e da una successiva applicazione d’una vernice che provocò la comparsa della finissima “craquelure” oggi visibile.
Già studi radiografici avevano reso noto che, sulla tavola di pioppo, c’erano almeno 3 versioni del dipinto.
Nel 2004, lo scienziato francese Pascal Cotte, fondatore della Società di Ingegneria Elettronica “Lumiere Technology” di Parigi, ha analizzato, con la sua equipe, migliaia di immagini multispettrali, archiviato 3 miliardi di punti dati e individuato 155 elementi nascosti sotto la vernice e non visibili ad occhio nudo.
Cotte non si lancia in interpretazioni da critico d’arte, ma racconta così quello che ha trovato.
“Abbiamo analizzato esattamente cosa c’è fra i vari strati del dipinto e siamo in grado di ricostruire tutta la cronologia della creazione del quadro”. Ci sarebbe un primo ritratto, nascosto sotto la Gioconda che noi vediamo, che Leonardo avrebbe iniziato a dipingere nel 1503; era più grande rispetto alla cosiddetta “Monna Lisa”, che noi oggi vediamo, più grande la mano e la manica destra, più grandi e orientate verso il basso le dita della mano sinistra. Poi, ci sarebbe un secondo ritratto con l’aggiunta di molti dettagli stupefacenti: ampie cancellature del ritratto precedente, che sembrano eseguite con la mano destra (Leonardo era mancino naturale ma, anche, ambidestro), aghi o spilloni per sorreggere l’acconciatura dei capelli e diversi elementi decorativi a forma di stella sulla veste. Le mani sono già impostate e così la balaustra e il paesaggio, ma subiranno ulteriori trasformazioni. Gli accessori e le gioie sono proprie di un ritratto di dama facoltosa: in questo caso, sembrano corrispondere bene e riferirsi credibilmente, anche a una Lisa Gherardini, il cui marito, Francesco del Giocondo, , mercante e strozzino, era molto ricco.
Nel terzo ritratto nascosto, lo studio di Cotte rileva come Leonardo abbia cancellato e ridisegnato alcuni contorni, stendendo un nuovo strato di fondo. Spariscono spilloni e perle, cambia la cuffia, l’acconciatura dei capelli sulle spalle è differente da quella della versione precedente e della quarta, e finale, visibile oggi.
Modificati anche i lineamenti del volto e del naso, la veste ha più volume, la bocca appare molto più piccola, il collo e le spalle diverse dalla versione conclusiva; la camicia con décolleté è differente dall’attuale e così, anche, molti dettagli delle maniche.
Una sottolineatura particolare merita il sottilissimo velo (o veletta) di seta scura che si trova sul capo e sui lati del volto della figura femminile. Va ricordato che questo accessorio, nella vita comune dell’epoca, era il segno distintivo della donna in gravidanza o in puerperio e, quindi, la sua presenza è un rafforzativo dell’ipotesi che il volto abbia a che fare con “la maternità”.
Pensate anche voi quello che penso io? Che, presto o tardi, il Louvre dovrà cambiare la targhetta con il nome del personaggio dipinto? Vedremo.