Numero2431.

 

In questo periodo, di una cosa mi meraviglio: che il nome di PUTIN ( che si comporta come un RAS) non sia mai stato accostato, per assonanza, a quello di RASPUTIN.

 

Grigor Efimovich RASPÙTIN (1869-1916) è stato un personaggio molto controverso e inquietante nella storia della Russia Zarista, prima della Rivoluzione d’Ottobre. Della sua biografia, reperibile facilmente dovunque, nulla dirò se non che aveva un influenza nefasta e malvista alla corte dello Zar Nicola II, perché si era proposto come guru mistico carismatico e guaritore, con cure discutibili, del piccolo principe Alexei, sofferente di emofilia.
In realtà, succedeva che, per alleviare i malesseri e i pericoli di questa patologia, allora non curabile perché genetica, si somministrava al ragazzino l’aspirina, farmaco da poco scoperto e che pareva essere la panacea per tutti i mali. Ma, come ben si sa, l’aspirina è un potente fluidificante del sangue, quindi, anziché curare il malato, ne aggravava le condizioni: ogni piccola ferita esterna od ematoma interno non guariva mai, ancora di più. Non si sa bene come, questo specie di sciamano aveva capito la deleteria complicanza del farmaco per il piccolo principe. Normalmente, l’aumentata fluidità del sangue favorisce la ridistribuzione di ogni ristagno infettivo e quindi il suo assorbimento a livello dell’intero sistema circolatorio: da cui i suoi effetti benefici. Rasputin, semplicemente, ne proibì la somministrazione. Col tempo, le condizioni del piccolo migliorarono, pur senza guarire, e, per questo, la figura del mistico contadino Siberiano crebbe in attendibilità e in potere, nell’ambito della corte, specialmente per il credito di fiducia della Zarina Alessandra. Ma, di malefatte, lui ne perpetrava quotidianamente, con ogni sorta di dissolutezza. Era diventato l’anima nera della Russia, mal sopportato, anzi odiato dall’entourage della nobiltà cortigiana. Dopo diversi tentativi, un commando di nobili, guidati dal principe Jussupov, riuscì ad ammazzarlo. Neanche un anno dopo, scoppiava la Rivoluzione d’Ottobre.

Non ci sono accostamenti storici di rilievo, le similitudini sono inesistenti o incongruenti ma, oltre al nome, questi due personaggi, chissà perché, mi suggeriscono una stessa conclusione nefasta delle loro gesta che, forse, li potrebbe accomunare. Non c’è niente di buono in simili personalità: stanno dalla parte sbagliata della storia.

Numero2277.

 

Mandata da mio figlio Alexis.

 

Tony Lentz, nel 1981, affermava:

 

Permettere a noi stessi di essere influenzati dalle sottili, ma potenti, illusioni presentate dalla televisione conduce ad una sorta di follia di massa che potrebbe avere implicazioni piuttosto spaventose per il futuro della nazione…. Inizieremo a vedere cose che non esistono, daremo a qualcun altro il potere di creare per noi le nostre illusioni.

 

Hal Becker, cinico manager della FUTURES GROUP, affermava, nello stesso anno:

 

Mettete qualsiasi cosa in televisione ed essa diventerà realtà. E, se il mondo esterno alla TV contraddice le immagini, la gente inizierà a modificare il mondo per adeguarlo alle immagini della TV. La maggior parte dell’umanità è imprigionata, da quando esistono i mezzi di comunicazione di massa, in un set cinematografico angusto e asfissiante, in cui la complessità del mondo è ridotta ad una piatta rappresentazione bidimensionale, per giunta raffazzonatamente allestita e  – cosa più insopportabile – per il profitto di altri.
Quasi tutto ciò che crediamo di sapere sul mondo e sull’universo ci viene da immagini che altri hanno creato per noi e che noi abbiamo poi trasferito in ciò che ci circonda, per rendere la vita corrispondente al suo simulacro catodico eterodiretto.

Numero2243.

 

N I E N T E   P A U R A !   S O N O   A N C O R A   V I V O.

 

Avete ragione, qualcuno mi ha anche chiamato per sapere se mi era successo qualcosa. In effetti, ho dato il modo di pensarlo, perché in questi ultimi tre mesi, ho pubblicato ben poco. Ma sono felice di rassicurare tutti che godo di buona salute, compatibilmente con l’età, Il fatto è che , in questo periodo, mi sono dedicato ad un progetto editoriale molto impegnativo, del quale non voglio anticipare nulla, ma che vedrà la luce solo dopo il compimento del mio ottantesimo anno di età, quindi a luglio del prossimo anno. L’ho cominciato tre mesi fa, per l’appunto, e pensavo di aver bisogno di un anno intero per realizzarlo. Invece, con mia sorpresa, devo comunicare che è praticamente finito in questi giorni. Attualmente, sto correggendo e rifinendo le bozze. Credo che, in una settimana, avrò concluso. Dopo di che, mi rimetto in pista, con le antenne accese, per dedicarmi a qualunque argomento che possa attirare la mia attenzione. Vi ringrazio del vostro interessamento, in questa circostanza e sempre. È un onore ed un piacere, sentirmi seguito: grazie.

 

Numero2180.

 

T R O P P E   R I E V O C A Z I O N I :  POVERO  IL  POPOLO  CHE  HA  BISOGNO  DI  EROI !

 

Ne ho abbastanza! Ho bisogno di sbroccare!
Da qualche tempo (su per giù da quando si è insediato questo tipo di governi degli ultimi tempi), si è instaurata, subdolamente e surrettiziamente all’esordio, poi con frequenza dilagante e urtante, la moda delle rievocazioni.
Non passa giorno che ci viene proposta dal mondo dell’informazione, a cura di solerti giornalistini, evidentemente su incarico di dirigenti a loro volta ispirati da esponenti politici, una serie interminabile ma puntuale di ricorrenze, di anniversari di nascite o di morti, di giorni del ricordo, della memoria, riesumazioni di personaggi e rievocazioni di avvenimenti passati, con una assiduità sospetta e inconsueta.
D’accordo, lo si è sempre fatto: è persino doveroso e giusto che certe ricorrenze di fatti importanti e reminiscenze di personaggi illustri della storia patria non vengano trascurate, ma è oltremodo irritante, almeno per me, l’insistenza e l’improntitudine con cui ci vengono riproposti fatti e personaggi passati, come santi laici e celebrazioni del calendario. Per inciso, sanctus è il participio passato del verbo latino sancire, che vuol dire, come in Italiano, stabilire, fissare, dichiarare, decretare, disporre, imporre, legiferare, promulgare, statuire, approvare, confermare, convalidare, ratificare, consacrare ( quanti sinonimi, e quante diverse sfumature, di una parola o di un verbo esistono nella nostra lingua! Forse troppi! ). Il calendario contiene date e ricorrenze che devono essere ricordate, rispettate e festeggiate: scandiscono lo scorrere del tempo della convivenza civile, secondo partecipazioni collettive abitudinarie e convenzionali. E contiene anche centinaia di personaggi della storia religiosa cristiana cattolica che, in un modo o in un altro, si sono distinti meritoriamente nell’ esemplificare questa appartenenza e professione di fede. Alla stregua del calendario devozionale, vogliono forse istituire un calendario laico e secolare?
Ad essere rievocati non sono poi avvenimenti di eccezionale importanza della nostra storia passata, recente o lontana, o personaggi di grande rilievo dell’arte, della politica, della scienza e quant’altro. Vengono riesumati accadimenti, solo di un certo tipo e con una certa partigianeria, anche poco significativi, ma che, giornalisticamente e, vivaddio, anche politicamente, fanno gioco. E personaggi, positivi o negativi, paradigmatici di una ben definita appartenenza. Questo, che si sta instaurando, è un clima autocelebrativo che mi piace poco. Mi chiedo dove stia la regia occulta di questa “atmosfera”: costruire un sancta sanctorum leggendario. Forse lo posso immaginare. Ma si ricordi sempre che la leggenda penetra solo laddove i valori che vuole esaltare sono accettati dalla comunità a cui li si presenta. E che rievocare ossessivamente gli esempi del passato significa solo non aver fiducia nei valori del presente né, tanto meno, in quelli del futuro. In certe stanza dei bottoni, qualche studioso di sociologia si è accorto che stanno venendo meno i principi e i valori statuali e statali, insomma, nazionali. Appellarsi a quei principi fondanti di valori “tradizionali” è giusto, ma deleterio quando questa diventa l’unica matrice di comunicazione. Ci dovrebbe sorreggere, al contempo, lo spirito critico, la cultura dell’attualità creativa e l’attivismo innovativo che vedo, purtroppo, mancare alle generazioni che si affacciano alla storia di questo paese. Altro che partiti progressisti!
Un’ultima considerazione. Un popolo, una nazione, una comunità sociale e civile che indulgono così spesso in questa pratica di tentare di insediare su qualche piedistallo degli “eroi” del passato e di “mitizzare”, con spicciola disinvoltura, fatti o personaggi anche di secondaria importanza, e perfino negativi, sono dei perdenti.
Ricordiamo insieme certi personaggi della storia di Roma, come Attilio Regolo e Muzio Scevola, che fin dalle scuole elementari, ci venivano additati come esempi di coraggio e di abnegazione, per la salvezza del bene comune. Tito Livio ci dice: “facere et pati fortia Romanum est” ossia, “L’operare e il soffrire da forte è degno di un Romano”. Ebbene, anziché essere degli eroi positivi della storia patria, essi sono il simbolo di sconfitte militari: pur di non ammettere che le sorti dei conflitti non erano state favorevoli, si sono “mitizzati” dei personaggi sacrificali e salvifici che, in realtà, sono morti e hanno fallito e perduto.
Tecnica vecchia, quella di “celebrare” la sconfitta!

Numero2005.

 

L’ U O M O   E    L A   L I B E R T À                    La condizione umana vista con gli occhi della filosofia.

 

La tesi che vorrei illustrare, senza nessuna pretesa di persuadervi, perché in tutte le cose che dico, non ho mai preteso di persuadere nessuno, anche perché non ci riesco, è che la libertà non esiste.
Però esiste l’idea di libertà e guardate che, quando esiste, un’idea fa storia.
Per esempio, nessuno sa se Dio esiste, in fondo, nessuno l’ha mai visto. Però, dal fatto che esiste l’idea di Dio, nasce una storia, la storia di chi è persuaso che Dio esiste.
Mi raccomando, le idee non stanno a raccontare la verità. Bisogna considerarle dal punto di vista della loro efficacia storica. Se l’dea genera una storia, questa idea va presa in considerazione.

 

Umberto  Galimberti      filosofo.

Numero1993.

 

C U R I O S E   C O I N C I D E N Z E   S T O R I C H E.

 

Se vi interessano le corrispondenze, nell’ambito della scienza, dei nomi e dei numeri, pensate alle stupefacenti coincidenze tra l’assassinio di John Fitzerald Kennedy e quello di Abraham Lincoln.
Lincoln venne eletto al Congresso nel 1846 e Kennedy nel 1946.
Lincoln fu eletto Presidente nel 1860, Kennedy nel 1960.
L’assassino di Lincoln, John Wilkes Booth, nacque nel 1839 e Lee Harvey Oswald, il presunto assassino di Kennedy, nacque nel 1939.
Entrambi i loro successori si chiamavano Johnson. Andrew Johnson, che succedette a Lincoln, era nato nel 1808, mentre Lyndon Johnson, che succedette a Kennedy, era nato nel 1908.
La segretaria di Lincoln si chiamava Kennedy, mentre la segretaria di Kennedy si chiamava Lincoln.
Entrambi i Presidenti furono assassinati di venerdì, davanti alle loro mogli, ed entrambi furono uccisi con un colpo alla testa.

Numero1790.

MASSONERIA  E  RISORGIMENTO  ITALIANO

MASSONERIA  E  CHIESA  CATTOLICA ROMANA

Ciro Menotti, Giuseppe Mazzini, Cesare Balbo, Massimo d’Azeglio, Vincenzo Gioberti, Giuseppe Garibaldi, Nino Bixio, Aurelio Saffi, Camillo Benso Conte di Cavour erano tutti massoni.

Non è vero che l’Unità d’Italia è stata ottenuta per volontà popolare, come ha sempre voluto farci credere la retorica nazionalistica. Al contrario è stata una cospirazione nobile – medio borghese di patrioti liberali anticlericali “illuminati”, la cui cultura è ascrivibile all’Illuminismo Razionalista e Libertario. Un parto elitario e settario.

Questa tesi è stata da me sostenuta nel tema d’Italiano all’esame di Maturità Classica presso il Liceo Stellini di Udine nel luglio del 1960. Era una esegesi storica chiaramente controcorrente, rispetto ai comuni insegnamenti dei testi di storia. Ho dovuto sostenere, per questo, un duro contraddittorio con tutta la Commissione, all’esame orale, come un interrogatorio di terzo grado, come in un Tribunale dell’Inquisizione: ero considerato un “sovversivo” dell’ordine costituito, sul piano intellettuale, ben s’intende. Se mi hanno dato il 9, come voto, probabilmente è perché hanno riconosciuto che i miei argomenti erano storicamente e filologicamente corretti e condivisibili, ancorché e quantunque frutto di una interpretazione del tutto personale.

L’opera della massoneria nel Risorgimento italiano è iniziata con Napoleone e terminata con la distruzione dello Stato pontificio. Sempre condannata dal magistero della Chiesa.

Che lo scopo ultimo della massoneria dell’Ottocento fosse proprio l’abbattimento del potere temporale dei papi e che per raggiungere questo obiettivo i “fratelli” di tutto il mondo si siano affidati ai Savoia che hanno realizzato un’unificazione italiana ad immagine e somiglianza dei desiderata del pensiero massonico, sta scritto nero su bianco in centinaia di documenti sia di parte massonica che cattolica.


Tanto per esemplificare. Il Risorgimento è iniziato dal massone Napoleone che invade l’Italia e la saccheggia impunemente in nome della “libertà”. Prima dì entrare a Milano, il futuro imperatore ha l’ardire di rivolgere alla popolazione il seguente bando: ” Noi siamo amici di tutti i popoli, ed in particolare dei discendenti dei Bruti e degli Scipioni. Ristabilire il Campidoglio, collocandovi onorevolmente le statue degli eroi che lo resero celebre: e risvegliare il Popolo Romano assopito da molti secoli di schiavitù, tale sarà il frutto delle nostre vittorie, che formeranno epoca nella posterità”.

Napoleone attribuisce a se stesso il ruolo di liberatore. Vuole che gli italiani non siano più schiavi. Ma da chi e da cosa gli italiani, carichi di storia e di primati, avrebbero dovuto essere liberati? Lo si capisce con immediatezza considerando lo stemma del Regno d’Italia che vede la luce nel 1805, frutto della fervida fantasia del generale-imperatore. Come distintivo del nuovo tipo di regalità, spicca, tra gli altri, un simbolo molto impegnativo: un Pentalfa massonico (una stella a cinque punte) con due punte rivolte verso l’alto e una sola verso il basso. Un’insegna satanica. Ciò significa che Napoleone non si vergogna di mostrare in bella vista cosa intende per l’Ordine Nuovo che viene ad imporre al mondo: un ordine fondato sulla potenza di Satana. Un ordine anticristiano. 
Per capire come il binomio massoneria-satanismo sia in qualche modo costitutivo, bisogna tener presente che la visione del mondo massonica è interamente costruita intorno a due presupposti. Il primo è il rifiuto della Rivelazione: i massoni ritengono spetti all’uomo in totale autonomia, e col solo aiuto della ragione, stabilire quali siano le leggi della morale e del vivere civile.

Questo è anzi il compito che i massoni ritengono loro proprio ed esclusivo: non a caso il 10 febbraio 1996 una pagina intera di pubblicità sul Corriere della Sera ricorda che i massoni “hanno la responsabilità morale e materiale di essere guida di altri uomini”.

Il secondo presupposto è che la natura dell’uomo (della specie umana, non del singolo) è costantemente perfettibile: si tratta del mito del Progresso che induce a ritenere possibile il raggiungimento su questa terra della felicità (il diritto alla felicità tanto solennemente iscritto nella Costituzione americana) conseguito attraverso il pieno sviluppo di tutte le potenzialità umane.

La massoneria ritiene dunque possibile raggiungere la tangenza uomo-dio con le sole forze della ragione, e cioè per natura: gli aspetti di satanismo che colorano tante posizioni massoniche derivano da questa convinzione. Nel libro della Genesi quando Satana si rivolge ad Eva lo fa proprio per insinuarle il desiderio di diventare Dio come se ciò fosse possibile in forza di un semplice atto di volontà: “Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio” (Gn 3, 5).

Tanto per restare in Italia, è in questo contesto teorico che Giosuè Carducci  (Premio Nobel per la Letteratura nel 1906) compone l’inno a Satana (“Salute, o Satana,/ O ribellione,/ O forza vindice/ De la ragione!”).

Tenendo presenti questi assunti diventa chiaro in che senso Napoleone (ed i liberali al di lui seguito) spaccino se stessi per i liberatori del popolo italiano: si propongono di “liberare” gli italiani dal cattolicesimo che, a loro modo di vedere, ha trasformato gli ‘eredi degli Scipioni” in un popolo di schiavi.

Più in generale la massoneria ritiene che gravi sulle sue spalle il compito ciclopico di liberare l’uomo dalla superstizione, da ogni superstizione. Ecco cosa scrive nel 1853 il luminare della massoneria francese J.M. Ragon: l’ordine apre i suoi templi agli uomini “per liberarli dai pregiudizi dei loro paesi o dagli errori delle religioni dei loro padri”. Ancora: la massoneria “non riceve la legge ma la stabilisce dal momento che la sua morale, una ed immutabile, è più estesa e più universale di quelle delle religioni native, sempre esclusive”.

La massoneria italiana è perfettamente allineata su questa posizione. La Costituente che si riunisce nel maggio del 1863 dopo aver stabilito che l’ordine “Non prescrive nessuna professione particolare di fede religiosa, e non esclude se non le credenze che imponessero l’intolleranza delle credenze altrui”, precisa (art.3) che i principi massonici debbono gradualmente divenire “legge effettiva e suprema di tutti gli atti della vita individuale, domestica e civile” e specifica (art.8) che il fine ultimo dell’istituzione è “raccogliere tutti gli uomini liberi in una gran famiglia, la quale possa e debba a poco a poco succedere a tutte le chiese, fondate sulla fede cieca e l’autorità teocratica, a tutti i culti superstiziosi, intolleranti e nemici tra loro, per costruire la vera e sola chiesa dell’Umanità”.

“Legge suprema di tutti gli atti della vita individuale, domestica e civile”, prescrive la Costituente. Detto fatto. Tutti gli ordini religiosi cattolici all’indomani dell’unità d’Italia vengono aboliti ed i loro beni svenduti all’1% della popolazione di fede liberale. Tutte le opere pie costruite nel corso dei secoli soppresse. Le processioni cattoliche vietate, permesse quelle massoniche. Le scuole cattoliche chiuse, imposte quelle di Stato a guida “illuminata”. E via continuando.

Stando così le cose, è ovvio che fra Chiesa cattolica e massoneria ci sia incompatibilità radicale. Fra Cristo e Belial – ricordano Pio IX e Leone XII – non ci può essere compromesso.

Eppure è stato reiteratamente sostenuto il contrario. Per convincere le masse cattoliche della bontà della proprie intenzioni, l’élite massonica ha avuto buon gioco . I fratelli hanno spesso gridato ai quattro venti di essere cattolici più cattolici del Papa. Così hanno fatto i fautori del nostro Risorgimento.

A questa propaganda, i papi hanno risposto come potevano, ripetendo all’infinito la serie delle scomuniche contro la massoneria: ogni volta c’era qualcuno che sosteneva che le censure ecclesiastiche, per lui e per i suoi, non valevano. E ogni volta i papi dovevano ricominciare. Durante il Risorgimento la guerra contro la Chiesa cattolica condotta dalla massoneria nazionale ed internazionale è stata particolarmente cruenta e distruttiva.

Essendo la popolazione italiana, in maggioranza, cattolica, per far trionfare il proprio punto di vista assolutamente minoritario i liberal-massoni hanno fatto ricorso ad una strategia che si potrebbe definire coperta: hanno provato in ogni modo ad infiltrarsi all’interno della Chiesa per condizionarla dal di dentro, hanno colto ogni possibile occasione per definirsi cattolici perfettamente ortodossi, hanno fatto scattare sul piano interno ed internazionale una campagna di denigrazione e falsificazione sistematica.

Contro lo Stato della Chiesa era già in corso una pluricentenaria campagna d’odio e di calunnia orchestrata dalle potenze protestanti. La massoneria organizza un’intensificazione di questa propaganda e lo Stato pontificio viene descritto come il più sanguinario, retrogrado e mal amministrato di tutta la terra. L’ Ordine cerca di convincere i cattolici che la semplice esistenza di uno Stato pontificio sia contraria all’insegnamento di Cristo, vissuto povero e morto in croce, e assicura che rinunciando alla sua visibilità (dal momento che non siamo puri spiriti ciò equivale alla rinuncia all’esistenza) la Chiesa avrebbe guadagnato in spiritualità e purezza.

Pio IX ha combattuto come un leone in difesa della “sua”verità. In decine di encicliche ha descritto a cosa corrispondevano nei fatti le belle e suadenti parole della propaganda liberale. Per evitare che il suo gregge rimanesse abbagliato dalla menzogna trionfante, a cominciare dal 1849 (costretto all’esilio, all’epoca della Repubblica Romana, ha preso carta e penna per raccontare ai cattolici cosa succedeva durante il supposto “risorgimento” della nazione. I massoni, ricorda il Papa, proclamano ai quattro venti di agire nell’interesse della Chiesa e della sua libertà. Si professano cristiani e pretendono dì rifarsi alla più pura volontà di Cristo. Le cose non stanno così: “noi desidereremmo prestar loro fede, se i dolorosissimi fatti, che sono quotidianamente sotto gli occhi di tutti, non provassero il contrario”.

È in corso una vera e propria guerra, ammonisce il Papa: “da una parte ci sono alcuni che difendono i principi di quella che chiamano moderna civiltà, dall’altra ci sono altri che sostengono i diritti della giustizia e della nostra santissima religione”. L’obiettivo che i massoni perseguono è “non solo la sottrazione a questa Santa Sede ed al Romano Pontefice del “suo legittimo” potere temporale”, ma anche “se mai fosse possibile, la completa eliminazione del potere di salvezza della religione cattolica”.

Dalla dura guerra di religione scatenata durante il Risorgimento ad oggi le cose sono cambiate? Sotto tanti aspetti sì. Però c’è un inquietante particolare che indurrebbe a non esserne così sicuri: l’attitudine dei mezzi di comunicazione di massa a sostenere che l’atteggiamento della Chiesa nei confronti della massoneria è radicalmente mutato.

Così nel 1995 la più diffusa enciclopedia su dischetto – la Grolier Multimedia Enciclopedia scrive: “Il divieto ai cattolici di far parte di logge massoniche è stato cancellato nel 1983”. Così, ed è caso molto serio, il Corriere della Sera nel luglio dello scorso anno, in un’inchiesta pubblicata su Sette dal titolo “Il risveglio della Massoneria” Lindner, firmatario dell’articolo, sostiene: “L’istituzione ha dovuto fare sempre i conti con gli ostacoli frapposti dal Vaticano che solo nel 1983 ha tolto la scomunica”.

È vero l’esatto contrario: nel 1983 la Chiesa non ha cancellato nessuna delle centinaia di scomuniche comminate nel tempo contro la massoneria. La Chiesa ha fatto di più: nella Dichiarazione sulla Massoneria dei 26 novembre 1983 ha ribadito ad opera del card. Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, che nulla è cambiato dall’epoca della prima censura contenuta nella bolla “In eminenti” redatta il 28 aprile 1738 da Clemente XII. Nulla di nuovo sotto il sole.


N.d.R. : oggi, ottobre 2019, si legge su articoli di stampa di qualunque ispirazione e su libri di giornalisti  e saggisti specializzati ( Gianluigi Nuzzi, Emiliano Fittipaldi ecc.), che la massoneria sarebbe profondamente infiltrata nella Chiesa Cattolica Romana e che Papa Francesco si sentirebbe “assediato”. Secondo molti, questo “assedio” sarebbe anche alla base dei motivi che hanno spinto alle dimissioni l’ex Papa Ratzinger.

Numero1426 (Testo completo dal 1426 al 1421).

Detto fra noi, ho la netta consapevolezza di essere un ignorantello. Eppure, dicono e lo dico anch’io, ho studiato tanto, nel passato, perché ho sempre avuto una curiosità sfrenata di conoscere le cose. Ma lo scibile umano è immenso e, per quanto mi sforzi, ho la sensazione che sto tentando di riempire continuamente un recipiente senza fondo, o di svuotare il mare con un secchiello. Però, non è solo la mia limitatezza nell’applicazione che mi fa sentire inadeguato, è anche e, soprattutto, il cambiamento e l’aggiornamento delle notizie che, oggi molto più che in passato, rimescolano le carte e modificano le regole del gioco del sapere.
Sto passando in rassegna tante cose, che costituiscono, il patrimonio consolidato dei dati storici acquisiti, nel comune notiziario degli studi scolastici ed accademici e, qua e là, mi accorgo di uno stillicidio di errori od omissioni o, verosimilmente, di cattive e capziose interpretazioni dei dati, che sono passati per veri e costituiscono il nostro comune, consueto, tradizionale bagaglio del sapere corrente.
Insomma, mi sto accorgendo che non me l’hanno raccontata giusta, nelle aule delle scuole, seppur qualificate, nei libri di testo, spesso infarciti di luoghi comuni, nell’approccio ad una verità che possa essere storicamente accettabile, probabile, condivisibile.
So bene che la verità non è mai stereotipata, sclerotizzata, dogmatica. Mentre, invece, è in costante cammino di revisione, di aggiornamento: la verità storica, in particolare, è “in fieri” per definizione, ed io mi sto appassionando ad una serie di “gialli storici”, in cui mi sento, e mi diverto a impersonare, una sorta di Commissario Montalbano.
Intendiamoci bene, io non voglio riscrivere la storia, Voglio solo, invece, interpretarla a modo mio, forse pretestuosamente o presuntuosamente, ma mi piace farlo in barba a tutte le autorità accademiche che possano eccepire e confutare.

Numero1425 (Testo completo dal 1426 al 1421).

Uno dei “gialli storici” che più mi stanno appassionando in questi tempi, è quello che riguarda la “Gioconda”, il dipinto di Leonardo da Vinci, ad olio su tavola di legno di pioppo di 77 X 53 cm e 13 mm di spessore, che si trova al Museo del Louvre di Parigi.
La sua datazione è imprecisata, ma copre un arco di tempo che va dal 1503-4 al 1512-13 e anni seguenti fino alla data della morte del Maestro, nel 1519.
Va subito detto che si tratta di un dipinto incompiuto. Da quando Leonardo cominciò a dipingerlo, vi pose mano continuamente fino ai suoi ultimi giorni. Con grande pazienza e amorevole devozione. Vi si notano, infatti, affioramenti dei colori di base. In alto, a destra, vicino alla cornice, si nota un piccolo tratto color blu brillante, che non è il colore del cielo, come alcuni critici scrivono, bensì il colore di fondo. Mentre il color marrone affiora, a chiazze, dietro le spalle del personaggio. Leonardo, come altri pittori, partiva dalla tavola di legno levigata, vi applicava del gesso duro, che lasciava asciugare. Poi, applicava del blu nella metà alta e del marrone in quella bassa e, una volta seccati questi due colori di fondo, cominciava a dipingere.
Il quadro è integro, non è stato tagliato o ridotto. Si può riscontrare solo una maggiore opacità, causata da una disastrosa pulitura con solvente effettuata nel 1809 e da una successiva applicazione d’una vernice che provocò la comparsa della finissima “craquelure” oggi visibile.
Già studi radiografici avevano reso noto che, sulla tavola di pioppo, c’erano almeno 3 versioni del dipinto.
Nel 2004, lo scienziato francese Pascal Cotte, fondatore della Società di Ingegneria Elettronica “Lumiere Technology” di Parigi, ha analizzato, con la sua equipe, migliaia di immagini multispettrali, archiviato 3 miliardi di punti dati e individuato 155 elementi nascosti sotto la vernice e non visibili ad occhio nudo.
Cotte non si lancia in interpretazioni da critico d’arte, ma racconta così quello che ha trovato.
“Abbiamo analizzato esattamente cosa c’è fra i vari strati del dipinto e siamo in grado di ricostruire tutta la cronologia della creazione del quadro”. Ci sarebbe un primo ritratto, nascosto sotto la Gioconda che noi vediamo, che Leonardo avrebbe iniziato a dipingere nel 1503; era più grande rispetto alla cosiddetta “Monna Lisa”, che noi oggi vediamo, più grande la mano e la manica destra, più grandi e orientate verso il basso le dita della mano sinistra. Poi, ci sarebbe un secondo ritratto con l’aggiunta di molti dettagli stupefacenti: ampie cancellature del ritratto precedente, che sembrano eseguite con la mano destra (Leonardo era mancino naturale ma, anche, ambidestro), aghi o spilloni per sorreggere l’acconciatura dei capelli e diversi elementi decorativi a forma di stella sulla veste. Le mani sono già impostate e così la balaustra e il paesaggio, ma subiranno ulteriori trasformazioni. Gli accessori e le gioie sono proprie di un ritratto di dama facoltosa: in questo caso, sembrano corrispondere bene e riferirsi credibilmente, anche a una Lisa Gherardini, il cui marito, Francesco del Giocondo, , mercante e strozzino, era molto ricco.
Nel terzo ritratto nascosto, lo studio di Cotte rileva come Leonardo abbia cancellato e ridisegnato alcuni contorni, stendendo un nuovo strato di fondo. Spariscono spilloni e perle, cambia la cuffia, l’acconciatura dei capelli sulle spalle è differente da quella della versione precedente e della quarta, e finale, visibile oggi.
Modificati anche i lineamenti del volto e del naso, la veste ha più volume, la bocca appare molto più piccola, il collo e le spalle diverse dalla versione conclusiva; la camicia con décolleté è differente dall’attuale e così, anche, molti dettagli delle maniche.
Una sottolineatura particolare merita il sottilissimo velo (o veletta) di seta scura che si trova sul capo e sui lati del volto della figura femminile. Va  ricordato che questo accessorio, nella vita comune dell’epoca, era il segno distintivo della donna in gravidanza o in puerperio e, quindi, la sua presenza è un rafforzativo dell’ipotesi che il volto abbia a che fare con “la maternità”.
Pensate anche voi quello che penso io? Che, presto o tardi, il Louvre dovrà cambiare la targhetta con il nome del personaggio dipinto? Vedremo.

Numero1424 (Testo completo dal 1426 al 1421).

La denominazione “La Gioconda” o “Monna Lisa” deriverebbe dall’interpretazione di un passo, contenuto nel “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori” di Giorgio Vasari (1511-1564), che mai conobbe Leonardo e mai vide il quadro, dove parla diffusamente di una testa, non mai di un ritratto, che Leonardo dipinse raffigurando Monna Lisa Gherardini (1479-1542), andata in sposa (per lui era la terza moglie) a Francesco del Giocondo (1460-1528). Tale testa sarebbe stata eseguita da Leonardo al tempo del suo soggiorno a Firenze (1504-1506), dopo le campagne militari di Cesare Borgia.
Della testa il Vasari così scrive: “Prese Lionardo a fare, per Francesco del Giocondo, il ritratto di Monna Lisa sua moglie, e, quattro anni penatovi, lo lasciò imperfetto, la quale opera è appresso il re Francesco di Francia, a Fontanableò”. Attenzione, dunque, al fatto che il dipinto era incompiuto e non si poteva parlare di ritratto finito. Si dilunga, in seguito, in una serie di lodi del dipinto, in realtà piuttosto generiche.
Ma dalla descrizione del Vasari, sorgono molti dubbi: egli parla, infatti, della peluria delle sopracciglia magnificamente dipinte ed esalta la grazia delle fossette sulle guance. Invito il lettore ad osservare attentamente il volto della donna dipinta e si accorgerà che non vi è traccia di sopracciglia (cosa piuttosto rara ed inconsueta), né, tanto meno, di fossette. Le une e le altre sono completamente assenti.
Il Vasari potrebbe aver attinto la sua descrizione, da un “sentito dire”, a memoria, sull’opera, com’era visibile a Firenze fino al 1508, quando il pittore lasciò la città. D’altra parte Il Vasari era ed è ritenuto uno spregiudicato e superficiale raccoglitore di “fake news” sensazionali, piuttosto che uno storico rigoroso.
Sta di fatto che la descrizione del Vasari non concorda con la realtà visibile a tutt’oggi. Chissà dove sarà finita la testa di cui parla Vasari; potrebbe essere il primo volto trovato da Cotte, ma lui e i posteri recensori l’hanno fatta coincidere con il dipinto che si trovava a Fontaineblau, quello che che noi oggi vediamo. Il quadro è passato dalle mani di Gian Giacomo Caprotti, chiamato dal maestro “Salaì”, giovane, scapestrato allievo e amante di Leonardo, destinatario della donazione di molte opere del Maestro, alla proprietà di Francesco I, previo esborso di una considerevole somma, si dice addirittura a peso d’oro. Non è vero dunque che il dipinto sarebbe stato “rubato” dai Francesi. In un documento del 1525, in cui vengono elencati alcuni dipinti, che si trovavano tra i beni di Gian Giacomo Caprotti, l’opera viene menzionata, per la prima volta, come “La Joconda”.
Devo, tuttavia, sottolineare che, nell’Italiano antico, “gioconda” significava allegra, che vivifica, che consola e ispira gioia. Infatti San Francesco d’Assisi, nel suo “Cantico delle Creature”, definisce “jocundo” il fuoco.
Può essere mai, che l’appellativo “gioconda” si riferisca non alla appartenenza familiare, bensì al sorriso indecifrabile e imperscrutabile, all’enigmatico, ironico e misterioso atteggiamento del volto? In una canzone degli anni ’60, Nat King Cole la canta, chiamandola “the Lady with a mystic smile”.
A proposito del sorriso, dirò che a me non pare di cogliervi granché di sensuale o, addirittura, di sessuale, bensì una calma, serena, benevola espressione materna. Così come, dirò delle mani, che trovo in una elegantissima, abbandonata, “protettrice” postura.
Altra precisazione doverosa è che, nella Firenze di Leonardo, una donna (specialmente se bella, perché spesso additata, indicata o sparlata), riceveva un nomignolo tratto dal cognome paterno (patronimico), non da quello del marito. Per esempio, Ginevra de’ Benci, che aveva sposato Luigi Niccolini, era nota come la Bencina, non come la Niccolina. Dunque, Lisa Gherardini, che fu brava moglie e brava mamma, ma non una sex symbol, la si doveva chiamare,semmai, “La Gherardina”, figlia di Antonmaria Gherardini di Montagliari, e non “La Gioconda”. Il termine “Monna”, che troviamo davanti al nome, è un diminutivo, per crasi, di “Madonna”, derivante, a sua volta, dal latino “Mea Domina”, che oggi avrebbe lo stesso significato di “Signora”.
Ultima notazione, di non poco rilievo, è che nel 1503, quando il dipinto sarebbe stato cominciato, Lisa Gherardini avrebbe dovuto avere 24 anni. A me pare, francamente, che la donna ritratta sia più vicina alla quarantina, che ne dite?
Al Vasari, il mondo accademico storico e artistico ha creduto. Io no.
Così come non credo alla congerie, improbabile e fumosa di altre attribuzioni, snocciolate nei secoli da illustri recensori. Altre ipotesi, più o meno fondate sull’identità della signora riguardano: Costanza di Avalos, Caterina Sforza, Bona Sforza, la napoletana Isabella Gualandi, Isabella d’Aragona, duchessa di Milano nel 1489. C’è anche chi ha formulato l’ipotesi che la figura femminile ritratta sia nient’altro che “Salaì”: Il Maestro, notoriamente omosessuale e amante del bello, sopra tutto di quello mascolino effeminato, si sarebbe divertito a rappresentare l’allievo e amante, vestito da donna, con gli abiti femminili che “Salaì” indossava fra le mura domestiche.
Tutto questo appartiene al “sapere diffuso”, alla credulità popolare, tramandato sui libri di scuola e accettato supinamente, acriticamente, per vero.
Da qui, comincia un’altra storia, sulla quale mi sono documentato: la mia.