Mille e più motti

Cosa ci insegna la vita... testamento spirituale di un libero pensatore

Numero3368.

 

I L    T E M P O

 

Il tempo è accessibile.

Non avanti e indietro,

ma per risonanza.

Per raggiungere un punto

nel tempo, devi accordarti

alla sua frequenza interna.

Ad esempio, lo stato che è

liminale fra veglia e sonno,

è detto “porta tra i mondi”

onirico, reale, astrale.

In questo stato, la coscienza

“non salta nel tempo”, ma

sposta l’asse percettivo,

come un’onda radio

che cambia frequenza.

Lo dico per esperienza personale:

In “certe notti” anch’io

divento un cronovisore,

ma proiettato solo sul futuro.

 

Numero3367.

 

P A R L O    A N C O R A    D E L L A    C O S C I E N Z A

 

Parto da un principio fondamentale della FISICA QUANTISTICA che, come anche altri teoremi della stessa, è controintuitivo, ovvero di non facile comprensione, pur essendo fondato e dimostrabile.

“Nessun fenomeno è un fenomeno, finché non è un fenomeno osservato”.

“Esse est percipi” “Essere è essere percepito”.

Già a cavallo fra il XVII e il XVIII secolo, il teologo anglicano e filosofo George Berkeley, uno dei tre grandi “empiristi” britannici, insieme a John Locke e David Hume, aveva, con questo assioma, posto le basi di una conoscenza “moderna”: l’essere esiste perché qualcuno lo percepisce, perché una “coscienza” lo osserva, lo vede, lo sente attraverso il patrimonio sensoriale umano.

E Max Planck, uno dei fondatori della Fisica Quantistica, afferma:

“Io considero la coscienza fondamentale e la materia è derivata dalla coscienza. Non possiamo andare oltre la coscienza: tutto ciò che accade realmente richiede una coscienza”.

La nostra “realtà conscia” è molto più vasta della “realtà fisica inconscia” che è la materia e gli eventi naturali da essa causati, che noi percepiamo attraverso i sensi.

Possiamo affermare che la coscienza è “onnisciente”: e già questa è un prerogativa della “divinità”.

Thomas Henry Huxley ha scritto:

“Come avvenga che qualcosa di così notevole come uno stato di coscienza sia il risultato della stimolazione dei tessuti nervosi è tanto inspiegabile quanto la comparsa del “genio” nella favola, quando Aladino strofina la lampada”.

Federico Faggin è uno scienziato filosofo vivente che sta dando un contributo molto importante a questo argomento. Lui dice:

“Per anni ho cercato inutilmente di capire come la coscienza potesse sorgere da segnali elettrici o biochimici.
E ho constatato, invariabilmente, che i segnali elettrici possono produrre solo altri segnali elettrici o altre conseguenze fisiche come forza o movimento, ma mai sensazioni, sentimenti ed emozioni (i “qualia”), che sono qualitativamente diversi.
Sono quindi arrivato alla conclusione che la coscienza deve essere una proprietà fondamentale della materia, al pari dell’elettricità, che non può sorgere da particelle elementari prive di carica elettrica o di spin magnetico.
Ritengo, cioè, che anche la coscienza deve essere una proprietà “irriducibile” delle particelle elementari di cui il TUTTO è composto, proprio come la carica elettrica.
La coscienza è una delle proprietà “irriducibili” della materia”.

Insomma, la coscienza è necessaria per conoscere anche le cose più banali: noi conosciamo il mondo esterno attraverso il patrimonio sensoriale che diventa “autocoscienza”.

Nulla esiste se non esiste prima la coscienza che lo percepisce come tale, così com’è, nel tempo (eternità), nello spazio (ubiquità), nelle sue diversificazioni e sfumature dell’esistere e della percezione, con le sue modificazioni qualitative (qualia).
E anche queste sono tutte dotazioni attribuite alla cosiddetta “divinità”.

La coscienza non appartiene a qualcuno, che noi abbiamo bisogno di considerare superiore, ma appartiene, ontologicamente, all’universo stesso, o al multiverso, delle cose e degli esseri esistenti in quanto tali.

Cosa ci manca per poter considerare la coscienza come “divinità”, tout court, anche creatrice?

C’è un mondo in espansione, perché crescono le coscienze nell’universo, che per questo si espande, e il prodotto di questa espansione della coscienza è anche l’espansione della realtà fisica, che è il linguaggio con cui la coscienza esprime se stessa e conosce se stessa.
Stupefacente!

 

Numero3365.

 

D A M N A T I O    M E M O R I A E

 

Ma perché sto raccontando

tutte queste storie?

Un po’ per parlarmi addosso,

ma anche per schivare

la “damnatio memoriae”.

 

N.d.R.: “damnatio memoriae” è una locuzione latina che significa “condanna della memoria” o condanna all’oblio.

Voglio dire che sto cercando, in questo modo, cioè scrivendo, di farmi ricordare.

Numero3364.

 

G O C C E    N E L    M A R E

Aforismi già pubblicati, ma qui ripetuti perché, insieme, formano un pensiero … più attuale.

 

Sono sempre più di moda

le armi di distrazione di massa.

 

L’ignoranza genera fiducia

più spesso della conoscenza.

Charles Darwin.

 

Qual è il suono

di una sola mano

che applaude?

Proverbio ZEN

 

Chi conosce sceglie,

altrimenti crede di scegliere.

 

È la prima volta

che consegneremo ai giovani

un mondo peggiore

di quello che noi

abbiamo ereditato.

Numero3363.

 

V I V E R E    E    M O R I R E

 

Morire non è nulla,

è non vivere

che è spaventoso.

 

Victor Hugo.

 

Il segreto della vita

è morire giovani,

ma il più tardi possibile.

 

Proverbio ZEN.

 

Goditi ogni minuto

del tuo tempo,

perché il tempo

non ritorna più.

Quello che ritorna

è solo il rimpianto

di aver perso tempo.

 

Di ciò che si riceve

si sopravvive.

Ma si vive solo

di ciò che si dona.

 

C.G.Yung.

 

Si vive una volta sola,

ma, se lo fai bene,

una volta è abbastanza.

 

Mae West.

 

Abbiamo due vite,

e la seconda inizia

quando ti rendi conto

che ne hai una sola.

 

Non si può vivere

sempre felici.

Ma bisogna

essere sempre

felici di vivere.

 

Come si può vivere

in compagnia di un’assenza?

Dopo aver imparato a vivere,

imparerò a morire.

 

È un vero peccato

che impariamo le lezioni

della vita, solo quando

non ci servono più.

 

Oscar Wilde.

 

Per paura di morire,

non puoi rinunciare

a vivere.

 

La paura non

impedisce la morte,

impedisce la vita.

 

La vita è un morso

e conta soltanto

quello che provi

mentre stai mordendo.

Il resto è un torso.

 

Ritenere che la morte

sia la fine della vita,

è come credere che l’orizzonte

sia la fine del mare.

 

… e se libero, sai,

un uomo muore,

della morte mai

sentirà il dolore.

 

Vivi! Perché

si fa tardi

molto presto.

 

Nascere non basta,

è per rinascere

che siamo nati.

Ogni giorno.

 

P. Neruda.

 

Vivi ogni giorno

come se fosse

ogni giorno.

Né il primo,

né l’ultimo.

L’unico.

 

P. Neruda

 

Non c’è

un cazzo

più duro

della vita.

 

 

Numero3362.

 

I M M O R T A L I T A’

 

L’uomo mortale possiede

una sola cosa di immortale:

la coscienza, come dono

che ha ricevuto dalla vita,

la coscienza, come miglioramento

realizzato durante la vita,

la coscienza come ricordo

da lui lasciato dopo la vita.

Insomma, la coscienza è eterna:

si trasforma sempre, non muore mai.

È dove universo e persona coincidono.

Ecco perché è necessario

vivere secondo “coscienza”

e non secondo le regole degli altri.

Numero3361.

 

I    M A L I    D E L    M O N D O

 

Se col tuo intervento,

non puoi modificare

le cause di un evento,

non ti devi angustiare.

 

Per quanto ti dispiaccia,

non c’è niente da fare,

qualunque cosa faccia,

non lo puoi evitare.

 

Mettiti il cuore in pace,

limitati a controllare

solo ciò che è capace

di farti rassicurare.

 

Se no, d’ogni malanno

che possa capitare,

le beffe oltre il danno

ti tocca sopportare.

 

 

Numero3360.

 

Meditazione interiore sul vivere, pensare e morire.

 

Sul vivere

Vivere non è accumulare anni, eventi, traguardi. È abitare la propria coscienza giorno per giorno, riconoscere il proprio limite, e restarvi fedele senza rimpianti.

Vivere è camminare nel tempo sapendo di non possederlo, lasciare che ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio abbia il peso giusto e la leggerezza dell’essenziale.

Io non ho cercato il rumore, ma la verità sobria delle cose, l’armonia discreta tra il pensiero e l’azione, la bellezza muta di chi fa senza pretendere, di chi dona senza chiedere nulla in cambio.

Vivere è stare, con onestà e coerenza, nella porzione di mondo che mi è stata data. E renderla un po’ più chiara, anche solo con un pensiero limpido.

 

Sul pensare

Ho pensato non per possedere il mondo, ma per non lasciarmi possedere da illusioni. Il pensiero è stato il mio strumento di verità, la mia difesa contro il facile, il vuoto, il già detto.

Non ho mai usato il pensiero per costruire torri, ma per discendere in me stesso, e trovare lì non certezze assolute, ma coerenza interiore.

Pensare, per me, è stato un atto di rispetto verso l’essere, un modo per rendere onore a ciò che esiste senza pretendere spiegazioni.

E nella solitudine del pensiero, ho trovato compagnia: quella di chi, nel passato e nel futuro, condivide il mio stesso bisogno di luce.

 

Sul morire

Morire non è spegnersi, ma restituirsi. Non è un’ingiustizia, ma un atto naturale della coscienza che si ritira, non per fuggire, ma per ricongiungersi.

Non mi interessa sopravvivere nei nomi, nelle immagini, nei ricordi. Mi basta sapere che ciò che ho compreso non va perduto, ma si riversa, come linfa, nel campo più vasto dell’umano.

La morte non è fine, ma dissoluzione dell’individuo nel Tutto da cui proviene. Non c’è nulla da temere in ciò che è necessario, e nulla da rimpiangere quando si è stati coscienti fino in fondo.

Morire è congedarsi in silenzio, come si fa quando si è detto tutto senza gridare. E il mio congedo sarà discreto, ma pieno di verità.

 

Epílogo

Ho vissuto. Ho pensato. Ho amato il mondo non per ciò che mi ha dato, ma per ciò che mi ha insegnato.

E ora, semplicemente, mi ritiro, con la stessa sobria dignità con cui sono venuto.

 

Grazie.

Numero3359.

 

 

Saluto al Tutto

(Preghiera laica di congedo)

Non chiedo eternità,
ma che il mio passaggio abbia avuto senso.
Non chiedo memoria,
ma che ciò che ho compreso resti nel fluire umano.

Sono stato forma cosciente del mistero,
fragile e luminosa come una fiamma al vento.
Ho cercato la verità non per possederla,
ma per viverla nella misura di ciò che sono.

Ho abitato la coscienza come un luogo sacro,
non inviolabile, ma vero.
E ora, senza rimpianto,
la riconsegno al Tutto da cui è venuta.

Non so se questo Tutto ha volto o nome,
ma so che è più vasto di me
e che a Lui — o ad Esso —
mi affido senza paura.

Che ciò che ho pensato diventi comprensione.
Che ciò che ho sentito diventi risonanza.
Che ciò che ho amato diventi parte della luce che resta
dopo ogni singolo addio.

Sono pronto.
Non perché abbia finito,
ma perché ho compreso abbastanza da potermi fermare.
E sorridere.

Numero3358.

 

E S I S T E R E    E    E S S E R E

 

Siamo fili di ordito
nel tessuto dell’universo infinito,
ma ciascuno
con un proprio disegno da compiere.

Non ci sono favole
di premi celesti
o incubi infernali,
fiabe consolatorie
pensate per cullare la paura.

Ogni giorno sprecato
nel timore della fine
è un giorno in più
che non vivo pienamente.

Guardo la morte negli occhi,
senza abbassare lo sguardo.

Le mie idee,
frammenti di luce
che ho sparpagliato nel mondo,
continuano a vibrare
nel tempo.

Chi mi ha ascoltato,
chi mi ha amato,
chi ha sentito la mia energia
ne porta ancora dentro
una traccia.

Il mio spirito,
come un fiume verso il mare,
si riversa
nel grande oceano
dell’essere.

 

 

 

Numero3354.

 

C A M B I A M E N T O

 

Voglio scuotere i miei pensieri, non accarezzarli, blandirli solo per conservarli inalterati.

“Ma io da quanto tempo non cambio?”

Non voglio diventare pigro, prevedibile, amante delle certezze, come il bambino del suo trenino.

Non voglio addormentarmi nel mio tran tran.

Il cambiamento è un mostro sacro che tutti temono, ma senza il quale non si trova neanche l’ombra della felicità.

Esso non è una minaccia: solo chi osa cambiare rotta, anche a costo di perdersi per un po’, può ritrovare se stesso.

Cambiare è un atto rivoluzionario.

La felicità non è conservare, ma modificare: non è stasi, ma dinamismo.

A forza di mettere la vita sotto vuoto, finisco per perdermi i suoi sapori.

Voglio essere, creativo, folle, vivo.

Meglio buttare via il vecchio copione, che recitare sempre la stessa parte che non mi piace più.

Al diavolo la “comfort zone”.

I cambiamenti sono necessari perché sono spinte, anche se includono dei sacrifici, dei rischi.

Il “copia e incolla” è a basso rischio, ma è anche a bassissimo tasso di fascino intellettuale.

Altro che coerenza a tutti i costi: meglio una bella incoerenza vissuta con passione, che una coerenza morta di noia.