Mandata da Alan
I Sei migliori medici del Mondo:
1. Luce solare
2. Riposo
3. Esercizio
4. Dieta
5. Fiducia in Se Stessi
6. Amici.
Mantienili in tutte le fasi della vita e avrai una vita sana.
Cosa ci insegna la vita… testamento spirituale di un libero pensatore
Cosa ci insegna la vita... testamento spirituale di un libero pensatore
Mandata da Alan
I Sei migliori medici del Mondo:
1. Luce solare
2. Riposo
3. Esercizio
4. Dieta
5. Fiducia in Se Stessi
6. Amici.
Mantienili in tutte le fasi della vita e avrai una vita sana.
Mandata da Alan
Alcune belle righe di Ratan Tata, imprenditore indiano, uno degli uomini più potenti al mondo:
1. Non educate i vostri figli ad essere ricchi: educateli ad essere felici.
Cosi quando cresceranno sapranno riconoscere il valore delle cose e non il loro prezzo.
2. Mangiate il vostro cibo come medicina.
Altrimenti mangerete le vostre medicine come cibo.
3. Chi vi ama veramente non vi lascerà mai.
Perché anche se ci saranno 100 motivi per andar via, troverà sempre una ragione per restare.
4. C’è molta differenza tra esseri umani ed essere umano.
Solo pochi la capiscono.
5. Sei amato quando nasci, e sarai amato quando muori.
Il tempo che c’è tra i
due momenti lo devi gestire tu!
6. Se vuoi camminare veloce, cammina da solo!
Ma se vuoi andare lontano, cammina in compagnia!
CIAO
La parola ciao è la più comune forma di saluto amichevole e informale della lingua italiana. Essa è utilizzata sia nell’incontrarsi, sia nell’accomiatarsi, rivolgendosi a una o più persone a cui si dà del tu. Un tempo diffusa soprattutto nell’Italia settentrionale, è divenuta anche di uso internazionale.
In riferimento ai bambini, “fare ciao” indica un gesto di saluto ottenuto aprendo e chiudendo la mano o agitando la mano.
Come nacque ciao? Questo saluto semplice che si va sempre più diffondendo, ed è la prima parola alla quale chi non sa ancora l’italiano si aggrappa per stabilire un contatto, il nostro ciao nasce da un saluto cerimonioso e affettato in lingua veneta: “sciao” (pronunciando s e c separate, come in scentrare) cioè schiavo (sciao era scritto sciavo, e viene dal latino sclavus): come dire schiavo vostro, servo vostro: lo troviamo comunemente usato nel teatro di Carlo Goldoni. Passando in Lombardia, terra meno cerimoniosa e più sbrigativa, lo sciao perse la s e divenne ciao. E dalla Lombardia si diffuse in tutta Italia: ma questo avvenne solo all’inizio del Novecento. Oggi ciao viaggia per il mondo.
Ma oggi, molti l’hanno già osservato, il vecchio, glorioso monosillabo che ha varcato gli oceani e le montagne portando dovunque un po’ d’italianità è sempre più insidiato da un ciao ciao ciao, pronunciato frettolosamente, spesso sottovoce, in un’unica emissione di fiato. Il triplice ciao è certamente di origine telefonica: occupa lo spazio di tempo che occorre per deporre il ricevitore, va dunque bruciato velocemente. Si adatta anche al telefono cellulare e qui sta la sua possibilità di durare a lungo.
N.d.R. Ma è mai possibile che il saluto più diffuso, nella nostra lingua e conosciuto in tutto il mondo, abbia a che fare con la schiavitù, il servilismo, la deferenza ad una classe sociale superiore, che mi ricorda il saluto siciliano “Baciamo le mani, a bossia”. (a bossia = a vossia, cioè a vostra signoria) ?
Eppure è così.
A dire il vero, se incontrate, anche oggi, un Austriaco vi sentirete salutare con un “Servus!”, un loro antico saluto.
Infatti,
Servus è un saluto informale diffuso in gran parte dell’Europa centrale. Deriva dal latino servus (servo, schiavo) e può essere considerato la forma breve dell’espressione “sono vostro servo” o “sono al vostro servizio”.
È comune in Baviera, Franconia, Austria, Alto Adige (anche nella forma servas), Slovenia, Croazia (servus o serbus), Ungheria (szervusz / szervusztok, szia / sziasztok), Slovacchia, Transilvania e nord-ovest della Romania (servus / serus. L’area di diffusione fuori dalla Germania ricalca i territori dell’ex Impero Austroungarico.
In molte parti della Germania meridionale, in Austria, in Alto Adige e nella Romania di nord ovest servus è uno dei saluti più comuni utilizzati dai giovani.
A me non piacciono queste forme di saluto: servilismo, sottomissione, che sanzionano o, soltanto, evocano le differenze sociali o di classe, non devono appartenere alla dignità umana e dei popoli.
Propongo, provocatoriamente, di sostituire, almeno in Italia, il “ciao” con il saluto più bello che io conosco. E non lo dico solo perché è il saluto della lingua friulana, la mia. Ma perché ha un suono e un significato meravigliosi: MANDI.
Anzi, sono due le etimologie più accreditate per questa parola che deriva, chiaramente, dal latino: scegliete voi quella che più vi suggestiona.
Mandi = in manu Dei, cioè “(stai) nelle mani del Signore”, “che il Signore sia con te”. Oppure,
Mandi = mane diu, cioè “rimani a lungo”, “vivi a lungo”: augurio di lunga vita.
Sono entrambi espressione ed interpretazione del carattere riservato, schietto e profondo della nostra gente, che ha mantenuto la sua nobiltà d’animo ed affabilità, nonostante si tratti della popolazione che più di ogni altra, in Italia, ha subito invasioni barbariche e militari della peggior specie.
Friulani, siamo orgogliosi di questa parola di saluto: è il nostro emblema e blasone.
Buoni con tutti, servi di nessuno. Mandi.
CURIOSITÀ STORICHE D’ ATTUALITÀ
Il necroforo (dal greco antico nekró(s)=”morto” + phor(eüs)=”portatore”), anche detto popolarmente becchino o, più volgarmente, beccamorto, a Roma vespillone, è una persona la cui professione è la sepoltura o la cremazione.
I monatti, ossia coloro che, che nei periodi di epidemia, erano incaricati di raccogliere e trasportare nei lazzaretti i malati e i cadaveri, a Venezia erano chiamati Pizzigamorti.
I Pizzigamorti o Pizzicamorti erano i becchini veneziani, ossia coloro che erano deputati a vestire e seppellire i morti. La parola becchino o beccamorto deriva dal verbo “beccare”, che significa prendere, e quindi il becchino sarebbe colui che raccoglie i morti. Si consideri anche la maschera con il lungo becco ricurvo, riempito di spezie e unguenti contro la pestilenza, che essi indossavano. La parola potrebbe però anche derivare dal fatto che si afferravano “coll’uncino i morti nei tempi di contagio”; altra spiegazione sarebbe collegata al fatto che venivano anche chiamati in modo dispregiativo “corvi … quasi campassero delle carni de’ morti”, nel senso che vivevano e guadagnavano sulla morte altrui.
I Pizzicamorti veneziani erano vestiti con un lungo mantello marrone, simile a quello dei frati e con un berretto del medesimo colore. Durante le pestilenze, non era però questo l’abito utilizzato dai pizzicamorti, che indossavano casacche di grossa tela e guanti, entrambi coperti di catrame, per evitare qualsiasi contatto con i contagiati, e portavano dei campanelli di ottone per avvertire del loro arrivo. Durante la peste del 1485, indossavano una stola con una croce rossa davanti e dietro come i medici.
“Nel 1485 fuvvi un attacco di peste . S’osservò che la Città da molto tempo non potevasi liberare. I Preti, che andavano a confessare i malati avevano certe vesti , che solevano usare a tal bisogno . Queste per ordine pubblico furono loro tolte e bruciate . Fu pure ordinato, che niuno vendesse tele o abiti vecchi, che i Preti i quali visitavano ammorbati , portassero una stola biava , e così pure i Medici , e quelli che maneggiavano morti o appestati , una Croce rossa di dietro e dinanzi per essere conosciuti” .
Il Magistrato della Sanità faticava naturalmente a trovare persone disposte a fare il mestiere del becchino nei periodi in cui imperversava la pestilenza. I Pizzigamorti, di solito sottopagati, chiedevano notevoli aumenti di stipendio durante le epidemie. Non essendo comunque essi in numero sufficiente, il governo era costretto ad assoldare dei detenuti, promettendo loro una buona retribuzione. Per lo stesso motivo, le infermiere dei lazzaretti erano quasi tutte prostitute.
Si trattava, in ogni modo, di personale poco affidabile, che rubava dalle case vuote, spogliava dei vestiti e di ogni avere i morti, per poi rivendere la merce rubata e probabilmente infetta. I Pizzicamorti vennero anche accusati di aver intenzionalmente diffuso l’infezione, per poter essere assunti con stipendi più vantaggiosi e guadagnare con il contrabbando. Pur essendo necessari per la salvaguardia della salute pubblica, i Pizzicamorti erano odiati dalla popolazione: nessun altra figura della sanità pubblica aveva contatti così stretti con la peste come loro, e per questo erano considerati pericolosi; al tempo stesso, si sapeva che rubavano ai morti e venivano perciò considerati privi di qualsiasi compassione umana, al pari delle bestie. I Pizzigamorti non erano comunque gli unici a trarre vantaggio dal dramma del contagio; esiste una vasta documentazione archivistica che prova che anche barcaioli e guardie dei lazzaretti furono condannate per reati di questo genere.
Da un breve opuscolo del notaio veneziano Rocco Benedetti, veniamo a sapere che, durante la peste del 1575, intere famiglie venivano condotte all’aperto e costrette a spogliarsi in pubblico, così che i dottori potessero verificare che non erano infette. I Pizzicamorti giravano per la città e penetravano nelle case di quelli che vivevano da soli e di cui non si avevano più notizie da giorni, abbattendo le porte o entrando dalle finestre; trovavano i residenti morti nei loro letti o per terra, li trasportavano fuori e li caricavano sulle barche, che si muovevano continuamente avanti e indietro dai lazzaretti . Dato che parte del contagio era causato dal fatto che molte persone infette si ostinavano a voler rimanere nelle proprie case, fu decretato per pubblico Editto che:
“per l’avenire, gli feriti senza remissione alcuno si mandassero subito al Lazzaretto vecchio, e gli sani, che in quella casa che si trovassero al Lazzaretto novo, e quelli che non vi volessero o facessero resistentia d’andarvi, se gli gettavano giù la porta dal capo della sanità, e fossero da pizzamorti tratti per forza fuora di casa, e condotti via […] acciò che non si potesse fare contrabandi furono fatte inquisitioni per li sestieri, che andassero inquirendo e formando processo delle case infette, oltra di ciò sentendosi ogni giorno molti ricchiami e querele contra pizzicamorti dell’insolentia e robbarie, che essi facevano per la Città, fu dato a diversi il debito castigo del laccio, e tra gl’altri, alli 3 de Noveb. furono in pleno populo tra le due colonne di S. Marco appesi 4 insieme con una bella giovine d’età de 22 anni per haver dato a loro ricetto la notte in casa, e commodità d’ascondere gli furti”.
Lo Stato, durante la terribile epidemia del 1575, dimostrò, in ogni modo, capacità di gestione, fornendo anche le giuste dotazioni ai pizzicamorti per la loro sicurezza.
In una città morta, in cui migliaia di persone abbassano i cestelli dalle finestre per chiedere la carità («fattasi tutta la città questuante», annota tristemente il Fuoli) il governo dà prova della consueta saggezza e sangue freddo: i lazzaretti sono mantenuti efficienti, i rifornimenti di viveri sono assicurati anche nei momenti più difficili, i pizzicamorti, grazie alla dotazione delle casacche di tela incatramata e dei guanti, abbondano, insomma nell’anormalità di una catastrofe senza precedenti si coglie la presenza di un ordinato e razionale intervento dell’apparato dello stato.
Ho voluto riservare a questo Numero1942 (è l’anno della mia nascita) un argomento perfettamente attinente, suggerito da una cara amica.
Bel poema di Mario de Andrade (San Paolo 1893-1945) Poeta, romanziere, saggista e musicologo.
Uno dei fondatori del modernismo brasiliano.
________
LA MIA ANIMA HA FRETTA
Ho contato i miei anni e ho scoperto che ho meno tempo per vivere da qui in poi rispetto a quello che ho vissuto fino ad ora.
Mi sento come quel bambino che ha vinto un pacchetto di dolci: i primi li ha mangiati con piacere, ma quando ha compreso che ne erano rimasti pochi ha cominciato a gustarli più intensamente.
Non ho più tempo per riunioni interminabili dove vengono discussi statuti, regole, procedure e regolamenti interni, sapendo che nulla sarà raggiunto.
Non ho più tempo per sostenere le persone assurde che, nonostante la loro età cronologica, non sono mai cresciute.
Il mio tempo è troppo breve: voglio l’essenza, la mia anima ha fretta. Non ho più molti dolci nel pacchetto.
Voglio vivere accanto a persone umane, molto umane, che sappiano ridere dei propri errori, che non siano gonfiate dai propri trionfi e che si assumano le proprie responsabilità. Così si difende la dignità umana e si va verso la verità e l’onestà.
È l’essenziale che fa valer la pena di vivere.
Voglio circondarmi di persone che sanno come toccare i cuori, di persone a cui i duri colpi della vita hanno insegnato a crescere con tocchi soavi dell’anima.
Sì, sono di fretta, ho fretta di vivere con l’intensità che solo la maturità sa dare.
Non intendo sprecare nessuno dei dolci rimasti. Sono sicuro che saranno squisiti, molto più di quelli mangiati finora.
Il mio obiettivo è quello di raggiungere la fine soddisfatto e in pace con i miei cari e la mia coscienza.
Abbiamo due vite e la seconda inizia quando ti rendi conto che ne hai solo una.
“Siamo tutti uniti in un grande sforzo contro un nemico invisibile, temibile, che ci fa ricordare quanto è importante la solidarietà. Nella “Ginestra”, Giacomo Leopardi ci ricorda che l’unica difesa, l’unico modo per sopravvivere è la social catena”, ha commentato Olimpia Leopardi, discendente del poeta.
e quell’orror che primo
contra l’empia natura
strinse i mortali in social catena
e quando il terrore che per primo
unì gli uomini contro la natura malvagia
in una catena di solidarietà
Composta a Torre del Greco nel 1836, “La Ginestra” esprime l’estremo messaggio della riflessione leopardiana. Il messaggio è un invito a prendere atto dell’infelicità degli uomini, così da stabilire un rapporto di solidarietà fra i componenti del genere umano, contro il vero nemico, che è la natura. Contro di essa, gli uomini non possono far altro che allearsi e costruire una rete di solidarietà e soccorso reciproco. È questa una delle grandi lezioni che ci ha consegnato il poeta Giacomo Leopardi attraverso i suoi versi. Versi che oggi risuonano quanto mai attuali, di fronte al dilagare di un’epidemia, che può essere sconfitta soltanto insieme.
Segnalata da Rita
Attribuita a TRILUSSA
(N.d.R. : Io non ci credo, Trilussa scrive assai meglio le “sue” poesie. Infatti, le mie perplessità riscontrano conferma, perché ho trovato quanto segue) :
La poesia è stata erroneamente attribuita a Trilussa, probabilmente sia per il dialetto romanesco in cui è scritta, sia per lo stile carico di salutare ironia. S’intitola Io e Dio ed è stata scritta, in realtà, da Piero Infante:
IO E DIO
Ve vojo riccontà ‘na storia strana,
che m’è successa propio l’artra settimana.
Camminavo pe’ r vialone, davanti alla chiesa der paese
quanno ‘na strana voja d’entrà me prese.
Sia chiaro non so mai stato un cristiano praticante,
se c’era un matrimonio, se vedevamo al ristorante.
Ma me so sentito come se quarcuno,
me dicesse: “dai entra, che nu’ c’è nessuno”.
Un misto de voja e paura m’aveva preso,
Ma ‘na vorta dentro, restai come sorpreso.
La chiesa era vota, nun c’era anima viva
manco a volare una mosca se sentiva.
C’erano quattro panche e un vecchio crocifisso de nostro Signore:
“Guarda te se a chiamamme è stato er Creatore”.
Me gonfiai er petto e da sbruffone gridai: “ So passato pè un saluto”.
Quanno na voce me rispose: ”mo sei entrato, nu fa lo scemo mettete seduto!”
Pensai: mo me giro e vado via,
quanno quarcuno me rispose: “Nu te ne ‘nnà. Resta … famme compagnia”.
“Famo n’altra vorta , poi mi moje chi la sente: è tardi sarà già tutto apparecchiato”.
“Avvicinate nu fa lo scemo, ‘o so che nu sei sposato.
Me sentivo troppo strano, io che nun avevo mai pregato
me sentivo pregà dar Signore der creato.
“Signore dateme na prova, devo da crede
che sete veramente Iddio che tutto vede”.
“Voi na prova ? Questo nu te basta? Te sei mi fijo,
e io sto qua inchiodato pe er bene che te vojo!”
“Me viè da piagne, me sento de scusamme.
Signore ve prego perdonate le mie mancanze.
A sapello che c’eravate pe davero …
venivo più spesso, ve accennevo quarche cero”.
“Ahahahahhaha ma te pensi che io sto solo qua dentro?
Io so sempre stato co te, nella gioia e nel tormento.
Te ricordi quanno eri piccolino,
io pe te ero Gesù bambino
Prima de coricatte la sera,
me dedicavi sempre na preghiera.
Era semplice, quella che po’ fa er core de un bambino,
me facevi piagne e con le mie lacrime te bagnavo er cuscino.
Poi anni de silenzio… te s’è indurito er core.
Proprio verso de me, che t’ho fatto co tanto amore.
Te gridavo fijo mio sto qua,
Arza l’occhi guarda tuo papà!
Ma te niente… guardavi pe tera
E te ostinavi a famme la guera.
Poi quanno tu padre stava male
e te già pensavi ar funerale,
sul letto de morte… nelle ultime ore
t’è scappata na preghiera… “Te affido ar core der Creatore”.
Ecco perché t’ho chiamato,
pe ditte quanto me sei mancato.
Ho cominciato a piagne dalla gioia e dar dolore…
Ho scoperto de esse amato dar Signore…
Questa è na storiella che nun ’ha niente da insegnà,
solo che in cielo c’è un Dio che piagne se lo chiami papà!
Chiedo scusa all’autore, ma ho voluto dare un’aggiustata alla metrica e alla rima e ho scritto, rispettando la struttura dell’idea e del contesto, questa versione, riveduta e corretta, che segue.
IO E DIO
Stavorta, ve vojo riccontà ‘na storia strana
che m’è successa proprio l’artra settimana.
Stavo passanno davanti alla chiesa der paese,
quanno ‘na voja d’entrà, d’un tratto, me prese.
Io nun so’ mai stato un cristiano praticante:
se c’è un matrimonio, se vedemo ar ristorante.
Chissà perché, me so’ sentito come se quarcuno
me dicesse de botto: “Entra, che nun c’è nessuno”.
M’aveva preso, chissà, un misto de voja e de paura,
ma, ero da solo, nun potevo fa’ brutta figura.
La chiesa era proprio vota, nun c’era anima viva,
nemmanco a volare una mosca se sentiva.
Quattro panche, ‘na gran croce co’ nostro Signore,
“Guarda te, se a chiamamme è stato er Creatore!”
Me feci coraggio e sussurrai: “So’ passato pe ‘n saluto”.
‘Na voce me rispose: “Sei entrato, mò mettete seduto!”.
Presi paura e me pensai: “Chi è? Mò me ne vado via”.
Ma la voce “Nun te ne annà – disse – famme compagnia”.
“Famo n’artra vorta, mi moje ha già apparecchiato”.
“Nun fa’ lo scemo, ‘o so bene che nun sei sposato”.
Me sentivo troppo strano, io non avevo mai pregato,
ma, però, me sentivo pregà dar Signore der Creato.
“Signore, dateme ‘na prova – dissi – devo da crede
che voi siete veramente Iddio che tutto vede?”.
“Voi ‘na prova? Guardame, sto ‘n croce, fijo mio,
Sto inchiodato pe’ te, anche se so’ fijo de Dio.
“Me vie’ da piagne. Scusateme, ma proprio tanto,
perdonateme, Signore, se nun so’ stato un santo.
Se lo sapevo mai che voi c’eravate per davero….
venivo più spesso, v’ accennevo quarche cero!”.
“Vabbè, ma adesso che stai qua dentro co’ me,
sappi che, ner bene e ner male, io sempre fui con te.
Forse nun te lo ricordi, ma quann’eri piccolino,
bé, io sono stato, per te, il tuo “Gesù Bambino”.
So perfino che, prima de coricatte, ogni sera,
tu me dedicavi sempre ‘na piccola preghiera.
Era semplice, quer che viene dar core de un bambino,
me facevi piagne, e le lacrime te bagnaveno er cuscino.
Poi, anni de silenzio,….chissà, te s’era indurito er core
proprio co’ me, che t’avevo fatto co’ tanto amore.
Io aspettavo e te gridavo: “Fijo mio, ecco, sto qua,
perché nun arzi l’occhi in su, guarda tuo papà!
Ma gniente, tu te ne annavi avanti a guardà pe’ tera
mentre, ostinato, co’ me stavi sempre in guera.
Un brutto giorno, quanno tuo padre stette male
e nun te restava, ormai, che pensare ar funerale,
però, sur suo letto de morte, in quell’urtime sue ore,
te scappò ‘na preghiera: “T’affido ar core der Signore”.
Ecco, caro, adesso sai er perché che t’ho chiamato:
era pe’ ditte, finalmente, quanto me sei mancato”.
Ho cominciato a piagne, dalla gioia e dar dolore,
perché avevo scoperto d’esse amato dar Signore.
Questa storiella, sì, c’ha quarcosa da insegnà:
che, in cielo, quarcuno piagne, …se lo chiami papà!
Segnalata da Rita
Il pericolo, la solitudine, un futuro incerto
non sono mali opprimenti finché il corpo
è sano e le nostre facoltà valide; finché,
specialmente, la libertà ci presta le sue ali
e la speranza ci guida con la sua stella.
Charlotte Bronte
CURIOSITA STORICHE
Cos’erano le CARAMPANE?
Mi pare intrigante ed istruttivo riportare una verità storica non molto conosciuta, se non per vago “sentito dire”, che riguarda abitudini di vita reale di non tanti secoli fa e non molto distanti da qui. A Venezia.
Trascrivo le notizie, raccogliendo e vagliando dal WEB (Wikipedia e altro).
Dalla ricerca sugli “usi e costumi” eterosessuali, si sconfina, inevitabilmente, nel campo omosessuale, per completare il quadro.
Venezia nel XIV secolo era all’apice della propria fortuna commerciale e delle arti che vi si svolgevano in un coacervo di navi in arrivo in porto, di merci di tutti i tipi scaricate sulle banchine, di marinai e commercianti di tutte le nazionalità che si muovevano alla ricerca di nuove e vecchie sensazioni.
Nella città giungevano ogni giorno nuovi abitanti attirati dalla facilità di guadagno, ma soprattutto perché vivere nella capitale diventava una concreta possibilità di sopravvivenza, in relazione alla scarsa disponibilità di viveri delle regioni confinanti.
In questa città sempre più caotica dove si concentravano commercianti di varie e lontane regioni per portare le mercanzie delle proprie terre, dove i marinai di tutte le navi si trovavano a terra chi perché appena sbarcato, chi per imbarcarsi per un nuovo viaggio, era naturale che si concentrasse pure un numero notevole di cortigiane che si concedevano a pagamento.
Il Senato della Repubblica di Venezia ha sempre cercato di arginare il diffondersi delle case da meretricio, imponendo, fin dal 1360, che le prostitute si ubicassero nelle vicinanze del grande mercato di Rialto, nel posto definito delle “Carampane”.
A quell’epoca, le meretrici veneziane non godevano di molte libertà, tanto sociali quanto religiose. Non potevano portare gioielli, dovevano vestire in maniera da poter essere riconosciute per strada, non potevano uscire la notte, avevano anche seri vincoli rispetto all’esercizio della loro “professione”. A dispetto delle disposizioni, comunque, molte prostitute si stabilirono in diverse zone della città, ma specialmente alle Carampane. Una specie di “quartiere a luci rosse”, nel tempo, visto che la Dominante – allo scopo di distogliere gli uomini dal “vizio” della sodomia – prescrisse che le meretrici potessero stare davanti alle porte o alle finestre, scoperte in maniera lasciva e illuminate, di sera, da delle lucerne. In pratica, l’antesignano degli odierni peep-show (esibizione erotica visibile attraverso uno spioncino, o, anche, il locale dove questo avviene).
Non a caso, in questa zona del Sestiere, esistono anche ponte e fondamenta de le Tette, che prendono il nome dall’interessante consuetudine. A tale proposito più tardi, il 27 marzo 1511, le meretrici presentarono una istanza nientemeno che al Patriarca Antonio Contarini, affinché venisse in loro aiuto non potendo esse più vivere: “niun va li lhoro”. Nessuno va con loro, a causa dei cosiddetti peccati “contro natura”. Qualche anno prima, alcune avevano provato ad invogliare i clienti con una acconciatura particolare, detta “al fungo” (consistente nel raccogliere i capelli sulla fronte in modo da formare un ciuffo), che le faceva sembrare più simili a ragazzi. Una novità che non piacque al Consiglio dei Dieci, che la proibì con una legge il 14 marzo 1470.
Tra le curiosità, fino a pochissimi anni fa a Venezia con carampane si intendevano donne di malcostume, o – sempre spregiativamente – vecchie cui si volesse dare delle ruffiane. Ancora oggi con tale termine si fa riferimento – più genericamente – a donne che, ben oltre la mezza età, si danno arie da ragazze, nel trucco, nell’abbigliamento o negli atteggiamenti.
Questo delle “Carampane” era proprio una specie di quartiere a luci rosse, dal quale le prostitute non sarebbero potute uscire per non diffondere, con il loro fare lascivo, un cattivo esempio per le cittadine per bene. Nella zona della Carampane c’è il famoso Ponte delle Tette e l’adiacente fondamenta omonima dove appunto le donne potevano mostrare la propria mercanzia anche sedute sul davanzale delle finestre decisamente poco vestite.
Gli edifici loro adibiti diventarono insufficienti per il numero cospicuo delle donne che vi abitavano, quindi si diffusero in città in diversi luoghi, alle Carampane, a San Salvador, e specialmente a San Samuele.
Erano però molto numerosi in città, proprio per la presenza di molti uomini non accompagnati dalle famiglie, gli stupri o addirittura i rapimenti di ragazze, come viene ricordato dalla famosa festa veneziana che attualmente viene rivissuta in prossimità del Carnevale di Venezia, la Festa delle Marie. I Magistrati veneziani erano abbastanza accondiscendenti con le puttane di mestiere e solo in caso di particolari atti gravi, intervenivano contro le signore di strada, spesso solo con sanzioni pecuniarie o corporali. Lo erano molto meno con gli stupratori tanto che “se alcun desverzenerà per forza alcuna zovene, over haverà violentemente da far con Donna maritata, o con femmina corrotta…., tutti doi li occhi perda”.
Venivano pure puniti gli sfruttatori del meretricio, tanto che i papponi subivano sanzioni corporali, ammende e pure la reclusione. Non venivano assolutamente tollerati gli omosessuali e coloro che si prestavano ad atti di sodomia; la punizione, per coloro che fossero risultati colpevoli dei reati loro ascritti, era la decapitazione in Piazza San Marco tra le colonne del Marco e del Todaro ed il loro corpo veniva successivamente bruciato.
Nel ‘500 Venezia manteneva una floridezza che le altre città del mondo non potevano permettersi. Il numero degli abitanti prima della peste del 1575 superava le 175 mila unità, che diventano cospicue se confrontate alle 55 mila di Roma del 1526.
OMOSESSUALITA’ A VENEZIA.
La parola omosessualità e stata creata fondendo il termine greco omoios, che vuol dire “simile”, e il termine latino sexus, che vuol dire “sesso”, e si riferisce ad “una disposizione all’esperienza sessuale, affettiva o di romantica attrazione verso le persone dello stesso sesso”.
Per l’uomo la penetrazione rettale è il modo più efficace per stimolare la radice del suo membro e la prostata, zona altamente erogena. Qualcuno raggiunge l’orgasmo solo così, mentre altri lo raggiungono affiancando contemporaneamente la masturbazione. L’omosessualità si riscontra in molte specie animali. La diffusione dell’omosessualità nella specie umana è difficile da determinare accuratamente, benché in molte antiche culture le relazioni omosessuali fossero altamente diffuse.
La storia dell’omosessualità
è anche una storia degli atteggiamenti sociali possibili verso un comportamento percepito come “deviante”. L’atteggiamento sociale verso i comportamenti omosessuali ha conosciuto momenti di relativa tolleranza, durante i quali la società ammetteva un certo grado di discussione ed esibizione pubblica del tema, anche attraverso l’arte e le produzioni culturali (come è avvenuto per esempio nell’Atene classica, nella Toscana del Rinascimento, o a Berlino e a Parigi nell’anteguerra), alternandoli però a momenti di repressione durissima.
Con la nascita del movimento gay, si può finalmente guardare a questo mondo come a una “comunità’” strutturata secondo valori e rituali propri.
Ma come era vista in passato la omosessualità ?
In antichità , il maschio era educato per essere padrone e dominatore nel rapporto erotico e di coppia, e tale esigeva di essere anche nel rapporto omosessuale. Nella Roma antica, sodomizzare uno schiavo era legale, ed era il segno di potenza del padrone.
Quando si parla di omosessualità in quest’epoca si parla infatti, quasi automaticamente, di un rapporto fra un adulto e un ragazzo d’eta’ compresa tra i quattordici e diciott’anni (si ricordi che la pubertà, all’epoca, arrivava più tardi).
Uno dei motivi, che era accettato tacitamente anche da parte dei genitori , era ” di essere iniziato alla sessualità, seppure in un modo sentito come “surrogato” e non certo soddisfacente”. Il secondo motivo , anche questo abbastanza importante, era il denaro (determinante in una società povera come quella ). I soldi che un ragazzo poteva aggiungere al bilancio familiare prostituendosi non erano malvisti da tutte le famiglie e non tutti i genitori avevano voglia di chiedersi da dove venissero. Infine, il terzo motivo era quello di attirare l’attenzione di un adulto (altro aspetto importante quando la condizione di giovane non era invidiata e “centrale” come nella cultura attuale).
Era buon uso che un nobile accettasse di prendere in casa un “figlio” per garzone. in cambio avrebbe potuto portarselo a letto senza problemi. Nascono, cosi, i cosiddetti “boccia da cullo”.
Non doveva essere facile per i sodomiti vivere sereni e senza sensi di colpa. In un mondo dominato dalla Chiesa il peccato era punito non solo da Dio, ma anche dagli uomini.
La Serenissima Repubblica emette leggi, che puniscono aspramente i comportamenti “contro la natura”umana cioè la omosessualità. Gli omosessuali venivano impiccati nelle due colonne della piazzetta di S. Marco e poi bruciati fin che fossero ridotti in cenere. Un colpo davvero grosso misero in scena nel 1407 i magistrati della Repubblica di Venezia: trentacinque sodomiti (non si sa, per la mancanza di documenti, se ad uno ad uno o tutti assieme) furono scoperti e processati. L’avvenimento, al di là delle gravi complicazioni politiche che causo’ (quattordici imputati erano nobili) diventa per noi di grande interesse, perché costituisce una delle prime tracce di una rete di frequentazioni fra sodomiti nelle città italiane del medio evo.
Gli arresti in massa continuano a costellare per secoli le carte processuali veneziane. Ne troviamo, ad esempio, un altro già nel 1422: diciannove le persone coinvolte, fra cui tre barbieri e parecchi minorenni; poi nel 1464 vengono incriminate quattordici persone (fra cui cinque nobili), molte delle quali pero fuggono prima della cattura. Nel 1474 abbiamo ancora sei sodomiti (due dei quali nobili) coimputati. La vicenda assume le tinte di un thriller quando l’accusatore viene misteriosamente assassinato. Ma di questa presenza strutturata ci parlano anche le leggi stesse di Venezia . Una di esse, nel 1450, menziona i portici vicini a Rialto e quello della chiesa di S. Martino come luoghi d’incontro di sodomiti. Inoltre i supervisori dell’Arsenale (presso cui si trova la chiesa di S. Martino, ) decidono che “a spese del nostro Tesoro, sia fatto chiudere con grosse assi il predetto portico di san Martino, facendo fare quattro porte ai quattro lati delle colonne, che stiano aperte e chiuse secondo gli orari delle porte della chiesa” . Cinque anni dopo questo decreto, nel 1455, viene deciso di pattugliare certe zone di Venezia, per impedire ai sodomiti di usarle come luoghi di incontro.
Nel 1488 un editto impone di chiudere con assi di legno anche il portico della chiesa di Santa Maria Mater Domini, per i motivi per cui si era già chiuso quello di S. Martino”. Un’ulteriore lista di luoghi da sorvegliare viene stilata in un decreto del 1496, che elenca “magazzini, bastie, scuole, tutti i portici, le case degli scaleteri, taverne, postriboli, case delle prostitute; coloro che (le pattuglie) avranno trovato nei luoghi sospetti, li dovranno arrestare”.
Alcuni decreti del Consiglio dei X, promulgati nel medesimo secolo, annunciano che, per estirpare «abhominabile vitium sodomiae» (l’abominevole vizio della sodomia), si erano eletti due nobili per contrada. Ogni venerdì si doveva raccogliere il collegio dei deputati ad inquisire sopra i sodomiti. I medici e i barbieri, chiamati a curare qualche uomo o anche qualche femmina, avevano tre giorni per denunciare all’amministrazione le loro”confidenze amorose”. “Gli membri delle pattuglie saranno tenuti a interrogare e investigare se qualcuno gestisca luoghi pubblici o case che vengono chiamate “bastie” (taverne), nelle quali solitamente vengono commessi molti atti illeciti e disonesti, oppure se esistano frequentazioni di eta’ non conveniente, vale a dire adulti che conversano insieme a ragazzi”.
Un nuovo decreto, questa volta per sottoporre a sorveglianza anche gli scaleteri (pasticceri), “poiché siamo stati avvertiti del fatto che nella casa di molti scaleteri di questa nostra città molti giovani, ed altri di diverse età e condizioni, si ritrovano di giorno e di notte, e qui giocano e tengono taverna, e commettono molti atti disonesti. Ci sono stati famosi processi contro omosessuali o per violenza “contro natura”, come quelli contro un tale Francesco Cercato, che fu impiccato per sodomia tra le colonne della Piazzetta San Marco nel 1480, e tale Francesco Fabrizio, prete e poeta, che fu decapitato e bruciato nel 1545 per il “vizio inenarrabile”. La controriforma, cioè la risposta alla riforma di Martin Lutero (stabilita dal concilio di Trento 1570) aveva come scopo quello di “improntare una morale più severa e di spirito cristiano”. Il problema principale di Venezia , un paese di crocevia di gente che andava e veniva per tutto il Mediterraneo, la sodomia (la pratica più diffusa in Venezia) fu condannata nel concilio di Trento. In seguito a questa riforma il Senato deliberò che, in certi posti della città, fosse concesso alle Meretrici di mettere in mostra le proprie virtù per “attirare un pubblico di uomini sempre più numeroso e mantenere così ben saldi gli usi di una cultura eterosessuale”. La zona delle “Carampane”, vicino a Rialto, era una delle aree di Venezia nella quale le prostitute di Venezia erano obbligate a concentrarsi fin dal XV secolo per disposizione delle leggi sull’ordine pubblico.
Nel 1509 a Venezia vi erano 11.654 cortigiane censite (su una popolazione di 150.000 abitanti…),
Nonostante questo, l’omosessualità continuava a persistere, e soprattutto si presentava nei confronti dei giovani, potendo comportare difficoltà di socializzazione e gravi conseguenze per l’individuo, tra le quali il suicidio. Per non parlare di problematicità demografiche.
La Serenissima disapprovava l’omosessualità molto di più della prostituzione, tanto che una legge del 1482 stabiliva che chi veniva riconosciuto colpevole del peccato di sodomia doveva essere giustiziato e poi bruciato in mezzo alle colonne della piazzetta di San Marco. Un ‘ ordinanza stabilì che le prostitute che lavoravano nella zona di San Cassiano (PONTE DELLE TETTE ) dovessero affacciarsi alle finestre o stare sulle porte a seno nudo per incoraggiare i clienti e soprattutto per esortare i numerosi omosessuali del tempo all’eterosessualità. Le leggi che riguardano l’omosessualita’ erano severissime : abominandum vitium…eradicetur de civitate ( abominevole vizio….sia sradicato dalla nostra città) tuonavano i DIECI che obbligavano i medici a denunciare chi, maschio o femmina , si facesse curare per essere “in parte posteriore confractum” (lacerato nella parte posteriore).
La Serenissima incoraggiava l’esibizionismo delle prostitute per combattere l’omosessualità alquanto diffusa a Venezia tra il XV e il XVI secolo, fino a diventare un problema di stato. Le influenze di sodomia conseguenti al sempre crescente arrivo di mercanti proveniente dal Medio Oriente, al vivace miscuglio di popoli e, con essi, delle rispettive abitudini culturali, provocò una sorta di campagna della Repubblica mirata alla conservazione degli usi e costumi propri di una cultura eterosessuale.
Il mestiere più antico del mondo era, quindi, non solo tollerato, ma quasi, addirittura, favorito.
N.d.R. : Ma, per doverosa e rigorosa integrazione, non posso esimermi dal ricordare che, sulle gloriose navi, mercantili e da guerra, della “Serenissima” esisteva, come mansione istituzionale, la figura del “mozzo da cul”.
Nei lunghi mesi di navigazione, come “facevano i marinai” (se lo chiedeva anche Lucio Dalla), a “soddisfare le proprie voglie” (questo, invece, se lo chiedeva Faber De Andrè)?
Riporto quanto segue:
Essere un “Recia” (orecchio) (In altro dialetto: “ricchione”)
Ci si riferisce all’usanza di contrassegnare con un orecchino il “mozzo da culo”, giovane con tendenze omosessuali imbarcato come mozzo, al solo scopo di soddisfare le voglie dell’equipaggio…
Un qualsiasi oggetto è detto “da culo” quando…
…per la scarsa qualità, non risponde alla funzione alla quale è preposto, nello stesso modo in cui il “mozzo da culo” tutto era fuorché un vero mozzo… Altri dicono significhi “di nessun valore”, con riferimento alle “pezze da culo” (quelle che venivano usate, prima della carta igienica).
A proposito di carta igienica, segnalo anche, per inciso, e per restare in tema marinaresco, questa altra chicca:
Essere un “Cáo da brodo”.
Essere definiti “Cao da brodo” non è proprio esaltante…
Ci si riferisce ad una corda (cáo, cioè cavo) che veniva fatta scendere dalla poppa della nave e lasciata perennemente immersa nell’acqua. Il riferimento al brodo? … la parte sfilacciata immersa veniva utilizzata come carta igienica dall’equipaggio.
Alla luce di quanto sopra, non può destare meraviglia se la più bella gioventù maschile di Venezia, arruolata sulle Galeazze, sui Brigantini, sui Vascelli, sulle Fregate, sulle Galandrie, costretta a feroci astinenze sessuali, si dedicasse a praticare esborsi fisiologici, contro natura, con l’unico personaggio “disponibile” a bordo. Giovani che poi, ben si capisce, si assuefacevano facilmente a questo tipo di rapporti che, una volta a terra, come sulla nave, diventavano pratica abituale. I marinai erano moltissimi e il “malcostume” si diffondeva a macchia d’olio.
L’ipocrisia non comanda alla natura.
Una curiosità : che cos’è la PITTIMA?
da WIKIPEDIA:
Pittima è il termine con cui in passato veniva definita, particolarmente nelle repubbliche marinare di Venezia e Genova, ma anche a Napoli, una persona pagata dai creditori per seguire costantemente i loro debitori. Era una sorta di esattore che aveva come compito quello di ricordare a costoro che dovevano saldare il debito contratto.
La pittima poteva gridare a gran voce per mettere in imbarazzo il debitore, e il suo costante pedinamento era volto a sfiancarlo così che si decidesse a saldare il debito, la cui riscossione gli poteva fruttare una percentuale più o meno congrua.
La pittima vestiva di rosso, affinché tutti sapessero che il perseguitato dalla pittima era un debitore moroso. Questo aumentava l’imbarazzo dovuto al pedinamento della pittima.
In particolare nella Serenissima Repubblica di Venezia la figura della pittima era reclutata tra gli emarginati e i disagiati che fruivano di una sorta di assistenza sociale del Doge costituita da mense pubbliche e ostelli a loro riservati. Questi assistiti dovevano però rendersi disponibili a richiesta delle istituzioni per fare la pittima: il debitore pedinato non poteva nuocere a queste figure istituzionali pena la condanna. Il credito doveva essere difeso come il buon nome della maggiore repubblica commerciale dell’epoca.
Pittima è divenuto in seguito sinonimo di persona insistente che si lamenta sempre (ma anche, quindi, in termini speculativi, di percentuale).
In lingua veneta, la frase genericamente più utilizzata per definire pittima una persona è: “Ti xe proprio na pittima!” (Sei proprio uno che si lamenta di continuo per nulla), equivalente di “T’ê pròpio ‘na pìtima!“, in lingua genovese. Il termine è usato ugualmente in dialetto fiorentino e compare comunque tra le voci del dizionario italiano Garzanti, che ne dà la definizione di “una persona noiosa, che si lamenta in continuazione di piccole cose”.
Il dizionario Treccani ne dà lo stesso significato, dando l’etimologia (lat. tardo epithĕma, dal gr. ἐπίϑεμα, propr. «ciò che è posto sopra») e specificandone il significato originale di “impacco a scopo terapeutico”, da cui è derivato il significato di “persona fastidiosa”; viene suggerito il paragone con la parola “impiastro”.
LA SPERANZA
SPERANZA di Gianni Rodari
Se io avessi una botteguccia
fatta di una sola stanza
vorrei mettermi a vendere
sai cosa? La speranza.
“Speranza a buon mercato!”
Per un soldo ne darei
ad un solo cliente
quanto basta per sei.
E alla povera gente
che non ha da campare
darei tutta la mia speranza
senza fargliela pagare.
Segnalata da Rita
Gira su WHATSAPP. 30 Marzo 2020.
Anche se mi sembra, un po’, una autocelebrazione consolatoria, non me la sento di tralasciarne la pubblicazione, per aderire ad un sincero incoraggiamento.
IN ITALIA… ??
??Siamo Italiani perché i camici monouso li fanno Armani e Calzedonia.
??Siamo italiani perché i respiratori li ingegnerizza la Ferrari a Maranello.
??Siamo italiani perché le mascherine le fanno Gucci e Prada.
??Siamo italiani perché il gel disinfettante lo fanno Bulgari e Ramazzotti.
??Siamo italiani perché Cracco cucina per l’ospedale di Milano.
??Siamo Italiani perché la fabbrica d’armi Beretta ingegnerizza e costruisce le valvole per le maschere modificate.
??Siamo Italiani perché l’ospedale da campo più grande d’Europa lo costruiscono gli Alpini.
??Siamo italiani perché riusciamo a ricavare respiratori dalle maschere subacquee della Decathlon.
??Siamo italiani perché all’appello per una task force di 300 medici volontari, hanno risposto in piu di 1500, e anche i medici ottantenni non si sono tirati indietro. E perché all’appello per 500 infermieri volontari, hanno risposto in 8000!
??Siamo italiani perché l’Europa l’hanno unita gli Antichi Romani, ed era solo una provincia di Roma. (N.d.R. però, conquistata con le armi e sottomessa con la forza).
??Siamo italiani. DAI ITALIA!
Avremo mille difetti e limiti,
ma che Paese meraviglioso siamo.
GRAZIE ALLE ECCELLENZE ITALIANE,
CE LA CAVIAMO TRANQUILLAMENTE DA SOLI.
Dal MESSAGGERO VENETO del 27 Marzo2020
La peste del 1630, conosciuta come “peste manzoniana” dopo che il grande scrittore la narrò nei “Promessi sposi”, uccise oltre un milione di persone nell’Italia settentrionale su una popolazione di 4 milioni. Ma Udine si salvò da quel flagello. Qui ci furono poche vittime e tra loro il medico Pompeo Caimo, nato in città nel 1568, famosissimo all’epoca tanto che a lui, autore del manuale “Modi di curare la febbre maligna”, il Comune si era rivolto per avere consigli e aiuto.
Visto il pericolo avanzante, Caimo era tornato in Friuli da Padova, dove insegnava all’università medicina teorica e anatomia, trasferendosi nella sua villa di Tissano, ma questo non gli salvò la vita. Vi morì il 30 novembre 1631 a causa proprio di febbre maligna, però senza tracce di peste.
Come fece Udine a mettersi al riparo da una delle epidemie più micidiali? È una storia interessante anche al giorno d’oggi mentre viviamo nella morsa di una paura antica. Per capire cosa accadde si deve rileggere una relazione tenuta nel 1890 dall’avvocato Antonio Measso davanti all’Accademia di scienze lettere e arti. Come tutte le città, Udine era provata allora da continui attacchi di peste e a ogni avvisaglia intesseva avvertimenti e notizie con le varie province e con Venezia, che comandava su questi territori. Appena sorgeva il problema, venivano nominati subito i Provveditori con poteri assoluti, anche di pena di morte contro inadempienti e diffusori dell’epidemia. L’allarme scattò nel 1628 quando un nuovo sprazzo di contagio partì da Costantinopoli estendendosi in Germania e Francia. E poi era cominciata la guerra per la contesa di Mantova e appena gli eserciti entravano in azione la peste si diffondeva in un baleno. Di fronte a tali presagi, Udine si attrezzò come poteva. «Temeva la peste – disse Measso –, si aspettava la guerra in casa, ma arrivò prima la carestia…». Altro flagello immenso questo, causato dalla scarsità del raccolto nel 1627 e 1628. La gente della campagna, affamata, cominciò a riversarsi in città dov’erano state organizzate scorte e dove vigeva un controllo ferreo sugli ingressi grazie alla cinta muraria e alle porte che rendevano obbligatori i varchi. Il Comune decise pure di riaprire il lazzaretto allestito a San Gottardo dal 1505. E una mattina tutti i poveri, esattamente 2.344, dopo un rito in duomo, sfilarono in processione verso il lazzaretto, dove a ognuno vennero dati una medaglietta di ammissione e un vestito. Nel frattempo si raddoppiò il servizio medico e si chiese aiuto a Pompeo Caimo che, dopo essersi laureato a Padova e una bellissima carriera, essendo stato medico personale di tre Papi, di Andrea Doria, di re e granduchi in giro per l’Europa, decise di accettare la proposta, anche perché la marea nera della peste stava invadendo Veneto e Lombardia.
Nonostante ogni intervento, il costo della carestia fu elevatissimo a Udine, dove morirono in 1.500 su 12 mila abitanti, ma la città riuscì almeno a difendersi dal successivo attacco della peste, altrimenti sarebbe stata la sua fine. Venezia si fece invece trovare impreparata davanti al contagio, causato da un ambasciatore giunto da Mantova. Un summit di 36 medici rassicurò il Doge e subito si scatenò l’inferno. La peste fu dichiarata vinta (dopo 44 mila morti in città) il 21 novembre 1631 e, come voto, si costruì la basilica di Santa Maria della Salute.
Quella fu l’ultima volta in cui Udine dovette cautelarsi da un attacco tanto implacabile. Se ne registrarono in seguito altri, ma le difese sanitarie ressero. Una testimonianza di quei giorni è il monumento funebre a Pompeo Caimo, alle Grazie. Il dottore lasciò i suoi 2200 libri alla Serenissima e, come annotò don Marchetti raccontandone la storia, sarebbero piaciuti anche a don Ferrante, lo stravagante erudito narrato da Manzoni, tutto preso da magie, astrologia e scienze occulte, che però non lo salvarono dalla peste. —
Segnalata da Rita
Col tempo, impari a
tenerti le cose dentro,
ma non perché hai
un carattere chiuso,
ma perché, spesso,
spiegare è inutile.
Tanto, alla fine,
le persone che ti
capiscono veramente,
sono quelle a cui
non hai bisogno
di spiegare nulla.
A. Curnetta.
CRONACHE DEL CORONAVIRUS
Dal TG1, Telegiornale della Sera del 29 Marzo 2020 :
viene presentato un servizio da Napoli per documentare la diffusione delle situazioni di indigenza, specialmente di tipo alimentare: gente povera in coda per avere un po’ di cibo nei centri del volontariato, provvedimenti di assistenza ai bisognosi ecc.
Ma viene mostrata anche la scena seguente: un cesto di vimini calato con una corda, fino al livello di strada, da gente con la mascherina, chiusa in casa, da un terrazzo del secondo o terzo piano. Sul cesto, un cartello con la scritta:
CHI HA METTA, CHI NON HA PRENDA.
La voce del commento al servizio lo ha definito il PANARO SOLIDALE.
Aggiungo io: Creatività partenopea, dopo il “caffè sospeso”, hanno inventato Il “panaro sospeso”.