Numero3757.

 

Trascritto da YOUTUBE

 

Roberto  Benigni   e   Vittorio  Feltri

 

Ascolta bene quello che sto per dirti, perché quello che è accaduto sotto i riflettori di quello studio televisivo non è stato un semplice dibattito, ma l’esecuzione pubblica di un’intera epoca culturale.

Questo video ti lascerà senza parole perché stiamo per scoperchiare il vaso di Pandora di uno scontro che ha ridisegnato i confini del potere in Italia.

Da una parte l’uomo che per decenni ha incantato le platee con la poesia e i saltelli, dall’altra il chirurgo della parola che ha deciso, in diretta nazionale, di affondare il bisturi dove fa più male nel portafoglio e nella credibilità di un’intera classe intellettuale.

Non è solo politica, è una guerra civile combattuta a colpi di share e di verità brutali che nessuno aveva mai avuto il coraggio di urlare in faccia all’ intoccabile Roberto Benigni.

Quello che rivelerò nella seconda parte del racconto cambierà per sempre il tuo modo di guardare la televisione e la gestione dei soldi pubblici in questo paese.

Le telecamere ronzano come insetti impazziti mentre l’aria nello studio si fa elettrica, quasi irrespirabile.

Roberto Benigni entra in scena non come un ospite, ma come un sovrano assoluto della morale, un profeta che agita le mani nell’aria cercando di acchiappare i resti di un’Italia che, secondo lui, sta morendo di freddo e di oscurità.

Ma seduto a pochi metri da lui, avvolto in un cappotto di cashmere che sembra una corazza d’acciaio, c’è Vittorio Feltri.

Lo sguardo di Feltri è quello di un predatore che ha già visto la fine della preda prima ancora che questa inizia a correre.

Benigni parte all’attacco con la sua solita mimica travolgente, citando Dante, citando i partigiani, citando la bellezza come se fosse l’unica moneta di scambio possibile.

Ma la sua voce, di solito squillante, tradisce un tremolio, una paura atavica di chi sente che il terreno sotto i piedi non è più solido come un tempo.

Il clima è quello di una resa dei conti definitiva. Il bersaglio è chiaro: Giorgia Meloni.

Benigni la descrive come l’inverno che spegne il sole del futuro, come colei che alza muri contro l’amore e la speranza.

È la retorica classica della sinistra intellettuale, quella che trasforma ogni decreto legge in un attentato all’umanità.

Ma mentre Benigni declama la costituzione più bella del mondo con gli occhi lucidi, Feltri non si muove, non batte ciglio, si sistema il nodo della cravatta con una lentezza che sa di disprezzo assoluto.

In quel momento il pubblico a casa percepisce che sta per accadere qualcosa di mai visto.

La tensione sale quando Benigni evoca il sangue dei partigiani per condannare il presente, ignorando che la realtà fuori da quegli studi è fatta di bollette che arrivano a fine mese e di periferie dove la poesia non si mangia.

È qui che lo scontro smette di essere un dialogo e diventa una mattanza dialettica senza precedenti.

Benigni continua a saltellare davanti alle telecamere invocando bella ciao come se fosse un esorcismo contro il governo attuale.

Parla di un’Italia che ha paura dell’altro, di un’oscurità che avanza su Palazzo Chigi, ma la sua è una recita che puzza di naftalina, è l’urlo disperato di chi ha vissuto per 40 anni in una bolla dorata, protetto dai contratti milionari della RAI e dagli applausi di un sistema culturale che non ammette repliche.

La sua esuberanza fisica, che un tempo era segno di vitalità, ora appare come una fragilità esposta.

Ogni sua parola sulla povertà e sulla sofferenza degli ultimi sembra infrangersi contro la barriera del buon senso che Feltri sta per scagliare con la violenza di un uragano.

La miccia è accesa e lo scoppio sta per demolire non solo il comico toscano, ma l’intero castello di carte della retorica progressista.

Improvvisamente il ritmo cambia.

Vittorio Feltri prende la parola e la sua voce è un rasoio che taglia la seta.

Non c’è enfasi, non ci sono sussulti, solo una freddezza glaciale che gela il sangue nello studio.

Definisce l’intervento di Benigni un’esibizione circense, una recita parrocchiale che non incanta più nessuno.

Ed è qui che arriva il primo colpo da capo, il richiamo alla realtà.

Mentre Benigni parla di stelle e fiori, Feltri sbatte in faccia alla nazione il prezzo della benzina e del gas.

Dice chiaramente che gli italiani non piangono guardando il tramonto o recitando la Divina Commedia, ma piangono quando devono far quadrare i conti.

È la demolizione sistematica del “poetese” a favore del pragmatismo più crudo.

La maschera di Benigni inizia a incrinarsi: il sorriso eterno del premio Oscar si spegne lentamente sotto il peso di una verità che non sa gestire.

Ma la vera rivelazione, lo scoop che fa tremare le fondamenta di questo racconto, emerge quando Feltri tocca il nervo scoperto del portafoglio.

Per anni ci hanno raccontato di un Benigni poverello di Assisi, ma la realtà che emerge in questo scontro è quella di un milionario che percepisce compensi da capogiro pagati con i soldi pubblici per spiegare ai poveri quanto sia bella la povertà spirituale.

Parla di cifre astronomiche, un milione di euro per leggere due canti di Dante davanti a una platea di privilegiati.

È questo il punto di non ritorno.

Feltri accusa Benigni di essere l’emblema della sinistra “culturale”, di chi predica il pauperismo dagli attici di lusso e dalle ville circondate da libri e statuette dorate.

È un terremoto mediatico che distrugge l’immagine del poeta del popolo, rivelando la figura di un imprenditore della cultura di stato che vive di rendita sulla retorica del passato.

L’analisi si fa ancora più profonda quando entriamo nel merito della gestione del potere.

Giorgia Meloni non viene difesa da Feltri come una divinità, ma come una donna che, nata 30 anni dopo la fine della guerra, cerca di governare un paese reale, lontano dai salotti letterari e dalle bugie poetiche.

La contrapposizione è totale.

Da una parte l’Italia che lavora, che paga le tasse, che sta nelle periferie degradate a gestire un’immigrazione incontrollata, incoraggiata proprio da chi vive nelle ville blindate.

Dall’altra l’Italia dei monologhi in Rai, dei premi Oscar che citano Ventotene senza sapere cosa sia la fame.

Lo scontro si sposta sul piano della dignità internazionale.

Feltri rivendica un’Italia che a Bruxelles e Washington parla da pari a pari, senza il piattino in mano a mendicare flessibilità per pagare i monologhi dei soliti noti.

Il silenzio di Benigni in questo passaggio è assordante.

Le sue mani, che prima danzavano nell’aria, ora tremano leggermente.

Prova a rifugiarsi in un’ultima citazione leopardiana, cercando di evocare l’infinito come scudo protettivo, ma Feltri lo incalza senza pietà: gli dice che il suo naufragio è dolcissimo (… “e naufragar m’è dolce in questo mare”) perché ha il salvagente d’oro Zecchino, perché è un naufrago con il conto in banca in Svizzera e il futuro assicurato.

È la fine del mito dell’intellettuale impegnato.

La nazione vede chiaramente chi ha la forza di sporcarsi le mani con il fango della realtà e chi ha solo la rabbia impotente di chi ha scoperto di essere diventato un reperto archeologico.

La retorica del cuore viene schiacciata dal rullo compressore della logica di chissà come gira il mondo fuori dagli studi televisivi.

Eppure la battaglia non finisce qui.

Entriamo nel campo della credibilità personale dove Feltri affonda l’ultimo fendente.

Accusa Benigni di aver trasformato la politica in una recita domenicale per rassicurare la propria fazione e sentirsi un uomo migliore mentre guarda gli altri dall’alto in basso: è l’accusa di narcisismo ipertrofico di chi ha smarrito il contatto col suolo e continua a recitare un copione che non interessa più a nessuno se non a quei pochi intellettuali che mangiano caviale sognando la rivoluzione col condizionatore acceso.

La gente vera è stufa dei saltelli, è stufa della gioia obbligata, vuole risposte che Benigni non può dare perché non conosce nemmeno le domande della strada.

Meloni decide, Benigni saltella.

Questa è la sintesi brutale che chiude il secondo round di una mattanza dialettica che ha lasciato lo studio in stato di shock.

Il timer della trasmissione lampeggia.

Gli ultimi 10 minuti sono un calvario per il comico toscano.

Benigni appare visibilmente prostrato, non solo fisicamente, ma spiritualmente.

La sua solita maschera è caduta, lasciando intravedere il volto di un uomo che sente per la prima volta nella sua lunghissima carriera che la sua poesia non basta più a incantare il serpente della realtà.

Feltri lo guarda con una stanchezza glaciale, la noia di chi deve spiegare l’ovvio a chi vive di allucinazioni dorate.

La verità è che il consenso della Meloni umilia Benigni con la sua sola esistenza, perché lei è sostanza e lui è diventato polvere di stelle scaduta.

La festa della retorica è ufficialmente chiusa per fallimento e il bancomat della cultura di parte ha smesso di erogare fondi per chiedere scusa di esistere.

Le luci dello studio virano verso un rosso cupo, quasi a voler sottolineare la fine di un’era.

Il pubblico è immobile, paralizzato da una sensazione di vuoto.

Hanno assistito alla demolizione di un simbolo fatto a pezzi da un uomo che non ha usato metafore, ma solo pietre pesanti come macigni della realtà.

Mentre il conduttore cerca disperatamente di riprendere le fila di un disastro comunicativo di proporzioni epiche, Feltri si sistema il cappotto con un gesto che sa di addio definitivo a un teatro di ombre.

Non c’è più musica, non ci sono più stelle, c’è solo il rumore della verità che purifica l’aria viziata di decenni di bugie poetiche.

Giorgia Meloni è altrove impegnata a lottare tra le carte di Palazzo Chigi, lontana dai riflettori che hanno appena bruciato l’ultimo scampolo di credibilità di chi credeva di essere eterno.

Questo scontro ha segnato un solco profondo nel tessuto sociale italiano.

Non si è trattato solo di una discussione tra un giornalista e un attore, ma della collisione tra due galassie diverse, quella dei fatti e quella delle apparenze.

Benigni è rimasto solo sul palco, come un burattino a cui sono stati tagliati i fili all’improvviso.

Una marionetta rimasta immobile dopo che il pubblico ha smesso di ridere e ha capito il trucco dietro il sipario.

Feltri se n’è andato senza voltarsi, fiero di aver portato un raggio di gelida verità nel teatro dell’inganno.

La nazione ha visto chiaramente chi ha la forza di guidarla attraverso il fango e chi ha solo la rabbia di chi ha scoperto di essere diventato un’ombra del passato.

La finzione è finita, il sipario è calato e per Benigni non ci sono stati applausi, ma solo l’eco terribile di una verità che non ha saputo gestire.

Il regno dell’apparenza è crollato sotto il peso della sua stessa inconsistenza, lasciando l’Italia finalmente libera di guardare in faccia il proprio destino.

Numero3718.

 

I L    B E L    P A E S E

 

analfabetismo diffuso,

maleducazione generale,

disprezzo delle regole civili,

illegalità tollerata,

superstizioni antiscientifiche

elevate a legitttime opinioni,

ignoranza genitoriale,

violenza giovanile pubblicamente

e impunemente vantata,

mafia, camorra e ‘drangheta,

contaminanti la società popolare,

ammirate e imitate perfino

a livello interpersonale,

corruzioni a tutti i livelli

anche nei rapporti privati,

il dio denaro che sostituisce

quello di una fede stanca,

sempre più percepita come falsa,

privilegi di troppe caste

imprenditoriali, religiose e politiche,

dignità sentimentale e assistenza

trascurate e sempre più vilipese:

dove sono di casa tutte queste

esecrabili abitudini di vita?

Ce ne sarebbero altre da citare,

ma bastano queste per identificare

quello che, un tempo, era

e avrebbe potuto essere

il più bel paese del mondo?

 

 

Numero3717.

 

S A P E R E    D I    NO N    S A P E R E

 

Sapere ciò che non si sa  (di non sapere)

rappresenta una delle forme

più importanti di consapevolezza.

 

Adam Grant.

 

 

Pensare di sapere tutto chiude la mente,

invece, riconoscere ciò che non sai, la apre.

Quando credi di avere già tutte le risposte,

smetti di fare domande, smetti di crescere.

La vera consapevolezza nasce proprio da lì:

dal sapere di non sapere. Non è debolezza,

è lucidità, ti permette di restare curioso,

di ascoltare meglio, di rivedere le tue idee.

Chi riconosce i propri limiti, ha più spazio

per imparare. Chi li nega, resta fermo nelle

stesse convinzioni. È questa apertura che

rende una persona più flessibile e più

intelligente nel tempo. Non perché sa di

più, ma perché è disposta a rimettere in

discussione ciò che sa. E da lì nascono le

evoluzioni più profonde. Oggi chiediti cosa

potresti non aver ancora capito davvero.

Numero3600.

 

A P P U N T I    D A     U N A    C O N F E R E N Z A

D I    I G O R    S I B A L D I

 

Il modo più semplice, più autentico, più potente che noi abbiamo per essere veramente noi stessi è il “mi piace”.

Il “devo” può non essere nostro; il “posso”, che può essere anche il “permesso”, nemmeno questo può essere nostro; il “mi conviene”, o il “bisogna che” non sono nostri: sono del gruppo a cui apparteniamo.

Il “mi piace” è solo mio.

Ma nell’occidente esiste, da sempre, culturalmente, il “tabù del piacere”.

L’occidente è la civiltà del “noi”, del collettivismo: qui sono nati tutti gli “ismi” della storia.

Il nemico del “noi” è l’ “io”.

Con riferimento alla sfera sessuale, il fallo eretto è un simbolo di vitalità, di euforia, di eccitazione, di entusiasmo, di affermazione di sé, e non è fingibile.

Se c’è un’erezione vuol dire che c’è qualcuno o qualcosa che ti piace.

E, se c’è qualcosa che ti piace, tu sei tu.

Ma di questo fenomeno, in occidente, c’è un “tabù”: ci sono in giro, nella storia delle iconografie occidentali, molti peni, spesso striminziti, ma pochi falli eretti.

Cioé, l’occidente mette il “mi piace” proprio in fondo alla cantina.

Si dice, allora: cosa ti “deve” piacere, cosa ti “può” piacere, cosa ti “conviene” che ti piaccia, ma il “mi piace” è censurabile e non sempre gradito, come fosse una depravazione.

Perché il “mi piace” comporta di essere all’altezza della persona o della cosa, di una donna o di un dipinto: è molto più impegnativo.

 

Numero3308.

 

P S I C H E    U M A N A

 

IMPULSI (Istinti) = sono naturali.

EMOZIONI = sono per metà naturali e per metà culturali.

SENTIMENTI = sono culturali, si imparano.

 

I miti di tutte le civiltà sono nati per orientare la psiche umana al sentimento e per interiorizzarlo.

È così che si capisce cos’è il bene e cos’è il male.

Numero3141.

 

da  URBANMAGAZINE

 

5 abitudini quotidiane delle persone con un Quoziente Intellettivo basso

Il Quoziente Intellettivo (QI) è spesso usato come misura dell’intelligenza generale. Sebbene molti fattori influenzino l’intelligenza, ci sono comportamenti che sembrano più comuni nelle persone con un QI relativamente basso. È importante precisare che le abitudini descritte qui non sono indicatori esclusivi di bassa intelligenza, ma possono rivelare una certa superficialità nel pensiero o mancanza di curiosità intellettuale.

1. Assenza di Abitudini di Lettura

Le persone con un QI basso tendono a evitare la lettura regolare. La lettura, specialmente di materiale informativo o narrativo complesso, stimola il cervello, migliorando la comprensione e la capacità di analisi. Coloro che non dedicano tempo a leggere limitano le opportunità di espandere la propria conoscenza, rendendo difficile acquisire nuove competenze e approfondire la comprensione del mondo.

2. Preferenza per Discussioni Superficiali

Le conversazioni profonde e intellettualmente stimolanti richiedono una certa capacità di analisi e apertura mentale. Le persone con un basso QI spesso preferiscono discorsi su argomenti semplici e familiari, come pettegolezzi o chiacchiere banali. Questo perché affrontare argomenti più complessi richiede uno sforzo cognitivo e una capacità di comprensione che potrebbe non essere alla loro portata.

3. Dipendenza dai Social Media per l’Informazione

Informarsi esclusivamente attraverso i social media è un’abitudine comune, ma le persone con un QI basso tendono a farlo senza spirito critico. Questo comportamento porta a un’accettazione passiva di informazioni potenzialmente distorte o non verificate. Al contrario, individui con un QI più alto verificano le fonti e approfondiscono le notizie per formarsi un’opinione più precisa e basata su dati reali.

4. Assenza di Pianificazione e Progettualità

La capacità di pianificare e di porsi obiettivi a lungo termine è un segno di intelligenza pratica e maturità. Le persone con un basso QI tendono a vivere alla giornata, senza una chiara idea di dove vogliono arrivare o come raggiungere i propri obiettivi. Questa mancanza di progettualità può portare a decisioni impulsive e alla difficoltà di prevedere le conseguenze delle proprie azioni.

5. Evitare Situazioni Che Richiedono Ragionamento Complesso

Chi ha un QI basso potrebbe evitare attività che stimolano il ragionamento critico, come giochi di strategia, puzzle complessi o discussioni che implicano l’uso della logica. Preferiscono attività che richiedono un coinvolgimento mentale minimo, come guardare programmi televisivi semplici o partecipare a giochi senza grandi sfide intellettive. Questo perpetua un circolo vizioso, in cui la mente non viene sufficientemente allenata a pensare in modo analitico.

Le persone dal Quoziente Intellettivo basso spesso condividono alcune abitudini.

Conclusione

Le abitudini quotidiane possono riflettere la nostra mentalità e il nostro approccio alla vita. Sebbene il QI sia solo una parte dell’intelligenza complessiva di una persona, queste abitudini possono indicare aree su cui lavorare per migliorare le proprie capacità cognitive e la qualità della propria vita. Essere consapevoli di queste tendenze e fare uno sforzo per contrastarle può aiutare a sviluppare abitudini più salutari e stimolanti per il cervello.

Numero3086.

 

da  QUORA

 

Scrive Vincenzo Politi, corrispondente di QUORA

 

Quali cose il mondo invidia all’Italia?

 

  1. Cose molto superficiali, come il cibo, il bel tempo e la moda. Questo può essere un limite per gli italiani stessi. Immagina un professionista italiano che va all’estero e che NON lavora nel campo della cucina o della moda. Non dico che incontrerà ostilità ma, inconsciamente, verrà preso poco sul serio. Un po’ come un giapponese che va a lavorare in Europa o in America: se si occupa di tecnologia e intelligenza artificiale, allora va bene, perché “i giapponesi sono bravi in quelle cose”, ma se vuole fare lo stilista, allora incontrerà delle resistenze. Stessa cosa per gli italiani che vogliono lavorare in campi che non rientrano in quelli in cui, per stereotipi, “gli italiani sono bravi”.
  2. Cose che gli italiani stessi non apprezzano affatto: l’arte, le città, la storia della musica classica (Verdi, Bellini, Rossini, Donizetti, eccetera), la storia del cinema (neo-realismo, Fellini, Visconti, Antonioni, eccetera). All’estero siamo conosciuti per questo, in Italia non sappiamo manco chi sia Bernini. Molti apprezzano anche alcuni scrittori italiani: Pavese, Calvino, Eco ed altri sono conosciuti in tutto il mondo. In Italia, leggiamo Moccia e Fabio Volo, al massimo la biografia di Corona. La lingua italiana, pur essendo praticamente inutile, visto che è parlata solo in Italia e in qualche cantone Svizzero, è una delle più studiate al mondo – dicono addirittura che sia più studiata del francese! Questo perché, all’estero, la lingua italiana è considerata chic, una lingua di nicchia, una lingua culturale. Chi studia canto lirico deve sapere soprattutto l’italiano, visto che i libretti delle più grandi opere sono scritte nella nostra lingua; a seguire, vengono francese e tedesco. Chi studia storia dell’arte, anche all’estero, prima o poi con la lingua italiana dovrà farci i conti. Tutti amano anche l’estrema eleganza e la naturale musicalità dell’italiano. Questo, all’estero. E nelle strade italiane? Altro che estrema eleganza e musicalità dell’italiano! Congiuntivi sbagliati, parole pronunciate male, una totale mancanza di rispetto per le regole grammaticali di base. Un’ignoranza diffusa che va dal cosiddetto popolo fino alle classi politiche attuali. E, per giunta, tutti che si vantano della loro totale e imbarazzante ignoranza. Pare che saper coniugare i verbi, di questi tempi, sia troppo ‘radical chic’. Poi, cosa voglia dire, ‘radical chic’, nessuno te lo sa dire. Per non parlare di quelli che si credono ‘international’ e creano mostruosità aberranti tipo ‘apericena’, o parole in inglese, o in una specie di inglese, pronunciate malissimo e ‘italianizzate’ alla bell’e meglio. Una coltellata ai timpani sarebbe meno dolorosa.

In conclusione, all’estero ci invidiano le cose belle ma che, alla fine, non sono poi così fondamentali (si può vivere pure senza la pizza e il mandolino), oppure cose che appartengono al patrimonio storico e culturale dell’Italia e che, paradossalmente, gli italiani stessi stanno sistematicamente distruggendo. Un po’ come l’opera di “distruzione culturale” compiuta dagli sciacalli dell’ISIS, che per difendere il Medio Oriente lo stanno letteralmente demolendo, più di quanto avrebbe potuto fare il tanto temuto Occidente infedele e peccatore!

Numero2904.

da  QUORA

 

L’Italia è culturalmente arretrata?

 

Scrive Fabio Colasanti, corrispondente di QUORA

 

Gran parte dell’ultimo libro di Piero Angela (Dieci cose che ho imparato, Mondadori, 2022) è dedicata a rispondere, più o meno, a questa domanda.

La posizione di Piero Angela è ben riassunta in queste righe che vengono dalla pagina 13 del suo libro.

“Personalmente credo che vi sia soprattutto un gravissimo ritardo culturale a entrare nella modernità; cioè un deficit nella capacità di comprendere (e di investire in) quelli che sono oggi i veri acceleratori dello sviluppo: educazione, conoscenza, competenza, flessibilità, innovazione, capacità progettuale, etc. Tutte cose importanti anche in passato, naturalmente, ma che oggi sono deflagrate attraverso il moltiplicarsi delle scoperte scientifiche e delle invenzioni tecnologiche”.

Il punto di Piero Angela è che per il grosso degli italiani “Cultura” è solo cultura classica. Il grosso degli italiani non apprezza gli sviluppi scientifici e tecnologici, ne ha addirittura paura. Le nostre imprese non riescono a trovare abbastanza laureati in materie STEM (Science, Technology, Engineering and Math). E abbiamo tanti laureati in materie letterarie, scienza delle comunicazioni, scienze politiche e giurisprudenza che non trovano lavoro.

Nei vari capitoli del libro, Piero Angela fa un lunghissimo elenco di tutte le statistiche che mostrano il ritardo dell’Italia rispetto agli altri paesi industrializzati in tutti i campi che sono oggi cruciali per lo sviluppo.

Comincia con la qualità dell’istruzione. I nostri studenti di 15 anni escono molto male dalle inchieste PISA fatte dall’OCSE su di un larghissimo campione e come numero di laureati nella popolazione stiamo tra la Colombia e l’Arabia Saudita nelle statistiche OCSE (e siamo gli ultimi nell’UE).

Siamo poi tra gli ultimi paesi in Europa nell’uso dell’internet e delle altre tecnologie digitali. Non stiamo bene in termini di brevetti. La nostra spesa per la ricerca scientifica è tra le più basse in Europa.

Nel nostro paese c’è poca concorrenza e poco riconoscimento del merito.

E, comunque, c’è il fatto incontrovertibile che siamo il paese UE con la crescita media più bassa tra il 1991 ed oggi. Perfino la Grecia, con otto anni di recessione, è cresciuta un niente più di noi.


Aggiungo alcuni dati per aiutare chi sembra andare avanti solo sulla base di impressioni personali.

Numero2749.

 

da  QUORA

 

L E G G E R E

 

1 – Il cervello dei lettori è diverso – Il cervello delle persone che sanno leggere rispetto a quello degli analfabeti è molto diverso. Le differenze sono: come i cervelli elaborano i segnali visivi, come comprendono il linguaggio, come formano i ricordi, come ragionano. Secondo Feggy Ostrosky-Solis, uno psicologo messicano, “l’apprendimento della lettura plasma potentemente i sistemi neuropsicologici degli adulti”. Per Maryanne Wolf, i sistemi di pianificazione, di analisi del suono e di significato sono utilizzati durante la lettura. L’attività in queste aree triplica quando stiamo leggendo. Più una persona legge, più la lettura diventa automatica, liberando spazio cognitivo per un’analisi intellettuale più profonda. Questo significa che la nostra mente decodifica lettere e parole più facilmente e rapidamente quanto più pratica abbiamo. La lettura diventa più facile con il passare del tempo!

2 – La mente che non legge è non focalizzata per natura – la nostra mente non è fatta per rimanere focalizzata e in profonda concentrazione. Tuttavia, questa capacità è allenata durante la lettura. La nostra mente, per questioni evolutive, è stata progettata per prestare attenzione a qualsiasi stimolo esterno in ogni momento. Questo ci ha permesso di non morire per gli attacchi dei predatori. Di conseguenza, abbiamo questa tendenza mentale a continuare a passare la nostra attenzione tra le migliaia di stimoli che percepiamo. Leggere allena la nostra mente a concentrarsi, a controllare cognitivamente e deliberatamente gli impulsi e le sensazioni. Il non lettore è disattento per natura, perché è così che il nostro cervello viene dalla fabbrica. Secondo Vauhan Bell, uno psicologo ricercatore, questa capacità di focalizzare l’attenzione è qualcosa che non è affatto normale nella storia dello sviluppo psicologico umano.

3. Leggere è conoscenza di sé – Avete mai notato che quando parliamo con qualcuno conosciamo sempre un po’ di più di noi stessi? Se il tuo amico ama le moto, potresti scoprire che lui o lei non ama molto le moto. La stessa cosa succede con la lettura. Quando veniamo catturati (il nome scientifico per questo stato negli studi è Experience Taking) da un personaggio con cui ci identifichiamo, impariamo molto su noi stessi. Sia le cose in comune che quelle che non faremmo mai appaiono in una lettura quando facciamo attenzione ai dettagli, alle motivazioni, alle emozioni e alle personalità dei personaggi. Usiamo tutto questo come base per riaffermare il nostro senso di identità e persino per ricostruirlo in base al personaggio.

Numero2651.

 

G L I   I T A L I  A N I   E   L’ I N G L E S E

 

Da Quora

 

Perché tanti italiani non conoscono l’inglese anche se lo hanno studiato a scuola?

Il motivo principale è scomodo da dire, ma è la verità: la maggior parte degli insegnanti italiani non sono in grado di insegnare l’inglese vivo, semplicemente perché non hanno dovuto studiarlo per laurearsi. Nella maggior parte dei casi, hanno frequentato Lingue e Letterature Straniere, dove gli esami sono in italiano e ci si specializza nello studio della letteratura, non della LINGUA. Le programmazioni delle scuole superiori, quindi, sono improntate sulla (non) preparazione di questi esperti di storia delle letteratura. Di conseguenza, per un preciso calcolo e manifesta incapacità, la scuola italiana non fornisce ciò che serve ai ragazzi, ma ciò che fa comodo ai docenti. I quali, per convenienza, naturalmente ingigantiscono l’importanza della letteratura. Per forza, sono in grado di insegnare solo quella e in quella si rifugiano.

Nella scuola italiana si insegna pertanto la base nozionistica: liste di vocaboli alle elementari (animali, colori e oggetti per 5 anni) e grammatica a ripetizione alle medie (facile, basta dire la regola ai ragazzi e assegnare esercizi all’infinito). Nessuno insegna a parlare fluentemente o a leggere un giornale.

Arrivati al liceo, la mazzata finale: i ragazzi italiani vengono letteralmente imbottiti di letteratura inglese, la cui utilità – rispetto agli obiettivi – è zero. Non si capisce perché un sedicenne italiano debba essere un esperto dei simbolismi di James Joyce e Virginia Woolf, ma non sia in grado di fare una semplice conversazione, mandare un’email, sostenere un colloquio di lavoro, comprendere un film in lingua originale.

Motivo? La maggior parte degli insegnanti italiani non hanno le competenze linguistiche per insegnare la lingua viva – comunicazione, scrittura, interazione reale e al passo con i tempi. Perché, per poterlo fare, è necessario avere un livello di inglese almeno B2-C1.

Per insegnare letteratura, invece, l’inglese non è necessario saperlo. Si tratta perlopiù di nozioni da memorizzare. Le lezioni si possono tenere in italiano (nessuno lo vieta), si studia la traduzione dei brani di letteratura e la biografia di scrittori e poeti a memoria. I liceali italiani, pertanto, sanno che THOU era antico per YOU (informazione fondamentale), scrivono dotte dissertazioni sullo stream of consciousness (corrente di consapevolezza) (che manco a Oxford), ma non sono in grado di scrivere un commento su Instagram, di interagire con un coetaneo in inglese, di sostenere una banale conversazione sull’attualità, di fare una telefonata per prenotare un volo.

Approfondire la letteratura compete all’università e deve essere una scelta volontaria, perché di nicchia. Negli anni formativi va insegnata la LINGUA VIVA a 360 gradi, non il passato letterario. Così si azzoppa la conoscenza dell’inglese proprio negli anni in cui ci sarebbe il tempo e l’energia per impararlo. Da insegnante, infatti, vedo quanto drammatico è doversi mettere a studiare l’inglese a 40 anni, quando diventa una vera impresa, per ovvi motivi di tempo – e di cervello. Perché se è vero che “una lingua la impari quando vuoi”, è purtroppo altrettanto vero che la plasticità del cervello giovane fa un’enorme differenza. Direi abissale.

Il risultato di questa scelta di comodo – per gli insegnanti – è che, a fronte di almeno un decennio di inglese (!), i ragazzi italiani usciti dal liceo non sanno nemmeno ordinare una birra al pub. Non capiscono, non parlano. L’inglese per loro è una lingua morta.

Per fare un parallelo: che ne direste se, a scuola guida, invece di insegnarvi a GUIDARE un’automobile e a decifrare i cartelli stradali, vi facessero lezioni interminabili sulla vita di Enzo Ferrari o sulla storia della Mercedes-Benz? Ecco, questo fa la scuola italiana ai propri ragazzi. Li intontisce a forza di contenuti teorici e non dà loro gli strumenti pratici per utilizzare la lingua che, piaccia o no, fa funzionare il mondo intero.

L’inglese vivo è la patente per il mondo. E chi non ce l’ha rimane a piedi.

 

Eleonora  Andretta

 

E che ne è della pronuncia dell’Inglese?

 

Per imparare la pronuncia inglese devi avere degli insegnanti di madrelingua, non insegnanti italiane che spesso soffrono di un forte accento dialettale meridionale e che in Inghilterra avranno speso al massimo qualche settimana in famiglia o in vacanza.

Il problema più diffuso tra gli studenti è quello di non riuscire a comprendere l’inglese parlato. Sanno benissimo la grammatica, meglio degli stessi inglesi, sanno a volte tradurre un testo scritto, ma non capiscono un accidente quando interloquiscono con un inglese madrelingua.

Questo perché si insegna la pronuncia nelle scuole italiane da persone spesso poco preparate le quali insistono sulla pronuncia di una singola parola, come se gli inglesi parlassero facendo una pausa ad ogni parola. Gli inglesi parlano come noi, come noi usano un vocabolario abbastanza ristretto, utilizzano-come noi- molti modi di dire e parlano senza molte interruzioni. La pronuncia di una parola va vista nel contesto della frase e può variare moltissimo a seconda che ci cada sopra o no l’accento ritmico. La maggior parte delle vocali è semimuta , diventa una scevà o schwa , foneticamente descritta come una “e” rovesciata “ə”, quando non ci cade sopra l’accento. Bisogna apprendere le frasi intere e non le singole parole. Ecco perché 99 su 100 non comprendono cosa dice l’interlocutore, la radio o il testo di una canzone.

 

Un insegnante d’Inglese.

 

Numero2646.

 

da  QUORA

 

S T U D I A R E

 

«Ricordo ancora la domanda che fece il professore di filosofia il primo giorno di liceo: ‘A che serve studiare? Chi sa rispondere?”.

Qualcuno osò rispostine educate: “a crescer bene”, “a diventare brave persone”. Niente, scuoteva la testa. Finché disse: “Ad evadere dal carcere”.

Ci guardammo stupiti. “L’ignoranza è un carcere. Perché là dentro non capisci e non sai che fare.

In questi cinque anni dobbiamo organizzare la più grande evasione del secolo. Non sarà facile, vi vogliono stupidi, ma se scavalcate il muro dell’ignoranza poi capirete senza dover chiedere aiuto. E sarà difficile ingannarvi. Chi ci sta?”.

Mi è tornato in mente quell’episodio indelebile leggendo che solo un ragazzo su venti capisce un testo. E penso agli altri diciannove, che faticano ad evadere e rischiano l’ergastolo dell’ignoranza.

Uno Stato democratico deve salvarli perché è giusto. E perché il rischio poi è immenso: le menti deboli chiedono l’uomo forte».