Numero2250.

 

LETTERA AD UN AMICO…. A CUORE APERTO

 

Caro amico,

non ti nomino per il rispetto della tua privacy e della particolarità del momento che stai attraversando, tuttavia, sento il bisogno di farti sentire la mia vicinanza. Sul tuo ricovero in ospedale avevo tentato di sdrammatizzare, definendolo “tagliando”, un po’ per celia, tu sai che l’ironia è il mio pane e mi scuserai, un po’ per una sorta di esorcismo apotropaico, e mi scuserai anche i paroloni, ma so che con te li posso adoperare. So, adesso, anche da fonti indirette, che hai subito un altro dei tuoi interventi operatori che ti restituirà, vivamente lo spero, la tua salute normale e che tutto è andato bene. Non mi permetto di entrare nella specificità dell’evento, per gli stessi motivi prima accennati, ma è importante che tu sappia che sono stato in pensiero ed in ansia per le tue condizioni, nonostante l’ironica minimizzazione. Solo adesso mi sento confortato e aspetto che tu mi contatti, in prima persona, anche con poche parole, per dirmi di te e di come va.
Ho deciso di scrivere quanto stai leggendo, sul BLOG: ho pensato che tu, nelle lunghe, interminabili ore della degenza, avrai sicuramente il tempo di dare una scorsa alle mie ultime novità pubblicate, cosa che fai, e assiduamente, da sempre. Di questo ti ringrazio, ma mi fa gioco approfittare della tua frequenza per trasmetterti il mio messaggio diretto, se non altro che per farti un po’ di compagnia. Il BLOG è diventato, per noi due, un luogo di incontro, qualche volta anche di scontro, ma quasi sempre di confronto e di evoluzione, mentale ed amichevolmente sentimentale, circa i tanti argomenti e problemi che la vita ci ha dato e che abbiamo affrontato e risolto, ciascuno a modo suo, traendone personale esperienza. Magari, ci era mancata la tribuna, l’agorà, dove dare la stura alle nostre esternazioni, fosse anche soltanto inter nos. Il BLOG mi fa pensare, in qualche modo, a Platone e al suo “mondo delle idee”, che abbiamo studiato nella Storia della Filosofia. Ecco, è un sito virtuale/digitale dove ci si può, liberamente, esprimere: penso alla etimologia pura di quest’ultima parola, e mi viene in mente un tubetto di dentifricio che, per dare la sua pasta, deve essere spremuto.
Anzi, meglio, a furor di metafora, penso ai tubetti di colori diversi che i pittori usano per stenderli, prima sulla tavolozza e poi sulla tela, con le loro artistiche pennellate, dando forma e significato visivo alle immagini. Così, tu spremi il tuo colore, io il mio e insieme diamo corpo ad un miscuglio variegato di istoriazioni. Non siamo mica artisti, ma esperti della vita sì, e possiamo dire la nostra dipingendola, con le nostre personali interpretazioni.
Amico mio, ti aspetto, fuori dal BLOG, al più presto nella tua forma migliore, per condividere con te, ancora, le partite di doppio a tennis e i discorsi in compagnia. Recupera la salute e rinnova la gioia di vivere, che so non ti è mai venuta meno. Uomini come te non possono mai permettersi il lusso di dare default.
Altrove, in passato, ti ho salutato con la formula di congedo  “Ave atque vale” che, mai come in questo caso, è formula di augurio sincero: ti saluto e stammi bene. È un saluto e la parola stessa evoca il concetto di salute, che il cielo ti deve concedere a larghe mani.
E poi, ancora, lo ripeto anche qui, con sentita e orgogliosa deferenza: “In manu Dei” (nelle mani di Dio), oppure “Mane diu” (Rimani a lungo) sono le interpretazioni etimologiche che si riassumono e compendiano nel più bel saluto che io conosco: MANDI.

Numero2211.

 

T E S T A M E N T O   S P I R I T U A L E

 

Come seguito del Numero2202., che invito a leggere come premessa necessaria, qui tento di approfondire le mie idee sulla MORTE E L’ALDILÀ. Anche stavolta, come ho fatto al Numero citato, sono ricorso alla formula della rima e della metrica: ho cambiato, però, la disposizione dei quattro versi della strofa . I primi due versi sono liberi, i secondi due sono rimati con finale fisso ( desinenza in ale) per 36 strofe, come nel Numero2202.. Tutti i versi sono, questa volta, non senari ma settenari, cioè composti di 7 sillabe, rispettando le elisioni vocaliche di fine e inizio delle parole. Il contenuto dell’argomento è un riassunto per sommi capi, senza pretese, senza uno schema, magari saltando di palo in frasca, delle mie personalissime convinzioni in merito a temi così importanti e dibattuti.

Non stupitevi se non condivido le affermazioni, oggetto di fede cattolica, su Inferno, Paradiso e sul collocamento delle anime eternamente destinate ad espiare peccati o a godere di celestiali armonie. Tutto quanto mi è stato insegnato fin da piccolo, e anche trattato con maestria da Padre Dante, l’ho sottoposto, dentro di me, a revisioni e recensioni critiche nell’arco di decenni, arrivando, per gradi, ad un mio personale panorama, misto di intuizione e di razionalità, di aspettativa e di speranza, che mi ha portato ad adagiarmi su una specie di autoconvincimento, che qui espongo, su questo argomento sconosciuto perché inconoscibile.

Confesso, con assoluta trasparenza, che quello che penso e dico non è assolutamente provato: non è possibile provarlo compiutamente, a ragion veduta.
Ci sono molti indizi. Ad esempio il ritorno dello spirito, trapassato nell’aldilà, in altro corpo è oggetto di indagine di molte correnti di pensiero e dottrina di fede di diverse religioni sulla terra, ma non è mai stato suffragato da prove inconfutabili. Mi interessa poco. Così come non m’interessano argomenti come il libero arbitrio, la possibilità di scelta o la capacità di decisione che è fatta di volontà e di libertà. Mi interessa la morte come passaggio ad una dimensione che sarà nota solo dopo averla raggiunta e che, come leggerete, io stesso sono curioso di raggiungere.

Chi ha detto che solo questa vita corporea è l’unica situazione di essere e benessere dell’anima? Restare avvinghiati ostinatamente ad un corpo consunto può darsi che non sia la soluzione migliore ad un certo momento dell’esistenza fisica. Può darsi che sia l’anima stessa che si vuole liberare del suo involucro deteriorato e aspiri ad un “grado di libertà” più alto e più appagante. Per me, guardare tutto nell’ottica della fede inculcata, ma mai provata, mi sta stretto. Vorrei saperne di più. Ma l’unico modo per farlo è….morire.

 

 

 

 

Q U A N D O   V I E N E   L A    M O R T E

 

 

Quando viene la morte,

che n’è dello spirito?

La sua forza vitale,

che è esistenziale,

 

emigra in altro sito,

liberata dal corpo,

che l’ha resa reale

e diventa immortale.

 

È altra dimensione

dove ogni suo valore

non resta più uguale,

dove il bene ed il male

 

non saranno gli stessi

che valevano prima:

il criterio morale

diventerà banale

 

perché là l’energia

non ha più fisicità

e quello che qui vale,

nel nostro tribunale,

 

di là non conta niente,

non è come si crede:

tutto sarà veniale

il bene come il male.

 

È un’ipotesi mia,

non lo so, ma ci credo:

è una fede mentale,

un parto intellettuale.

 

Pur se piange qualcuno

che non puoi consolare,

lì, al tuo capezzale,

quando tu starai male,

 

che ti frega del mondo

che stai per lasciare

se sei in ospedale

o al tuo funerale?

 

Pensa all’anima tua

che rinasce più pura,

che s’eleva e che sale

nell’eterea spirale.

 

E, se sei stato buono,

tu sarai più leggero,

a percorrere il viale

del tramonto finale.

 

Però non ti crucciare,

se male avrai vissuto.

Peccato originale

o  pena capitale,

 

tutto è cancellato

da un salvifico reset:

la fedina penale

ritornerà normale.

 

Io non temo la morte,

anzi, sono curioso:

è uno slancio sensuale

a una vita virtuale.

 

La vita che hai fatto

ti condanna o ti premia:

rivivrai tale e quale

il bilancio morale.

 

Un handicap ti spetta:

tu riparti più indietro,

se hai fatto del male;

se no, rimani tale.

 

La coscienza ti aiuta

per trovare la pace

nel momento fatale

di morte naturale.

 

Questo è ciò che ho capito

vivendo la mia vita:

non è un carnevale

o una lotta bestiale.

 

È un percorso creativo

e di rinnovamento:

riscatto spirituale

dallo stato animale.

 

Quando tu rinascerai

alla nuova esistenza,

la dote cerebrale

sarà “condizionale”

 

per riorganizzare

il piano della vita,

per questo sei speciale,

nessuno ti è uguale.

 

L’anima non muore mai,

neanche dopo la morte:

è forza celestiale,

entità universale.

 

Per veder se sei morto

e lasci questo mondo,

se un dubbio ti assale,

non leggere il giornale.

 

Così, viva la vita,

a causa della morte.

Vi sembrerà banale,

ma questo è radicale.

 

Che ci sia altra vita

dopo quella vissuta

non mi pare anormale,

niente d’ eccezionale.

 

Credo che lo spirito

sia eternamente vivo,

trionfo immateriale

sulla scorza animale.

 

La morte è un parcheggio

dove si paga un ticket,

è la tassa tombale

per un’anima astrale.

 

Per ognuno è diversa,

non è noto l’importo,

né l’esborso venale

esiguo o colossale.

 

Chi ci sia alla cassa

non è dato sapere:

la sentenza arbitrale

è comunque imparziale.

 

Questo mio pensiero

non vuole fare scuola,

niente di dottrinale

né d’anticlericale,

 

sono elucubrazioni

senza secondi fini,

esercizio verbale

di taglio razionale.

 

È solo una speranza,

forse una fantasia,

un trucco concettuale,

retaggio ancestrale

 

di ore che ho passato

sui miei sudati libri:

l’ignoranza abissale

è stata il mio messale.

 

Chissà, forse ho pensato

molto più che vissuto,

essere un asociale

mi è parso abituale,

 

ma ho trovato conforto,

coi miei limiti umani,

nel mondo culturale,

nella sfera ideale.

 

Per la tua riflessione,

dedico questi versi,

lascito spirituale,

a te, figlio mio, Ale.

 

 

 

N.d.R. : Se siete arrivati fino in fondo e non vi siete annoiati, vi ringrazio per la pazienza e l’attenzione che mi regalate leggendo le mie “panzane”. Questo, che avete appena letto, con le sue rime sempliciotte e uno stile fra il serioso e il faceto, si potrebbe definire un piccolo trattato di filosofia teoretica spicciola ad uso personale che, con la pubblicazione, si rimette al giudizio critico dei pochi lettori che hanno la bontà di seguirmi. Se, anche stavolta, riuscirò a suscitare qualche reazione, di qualsivoglia natura, in merito alle mie “elucubrazioni”, ne sarò onorato e  sarò oltremodo felice di pubblicare i commenti al riguardo. Se non ve la sentite di intraprendere un’impresa così impegnativa, grazie anche solo per avermi letto. Almeno, mi sarò fatto conoscere meglio da chi poco mi ha frequentato e superficialmente con me ha condiviso tempo e idee.

Forse coglierete in questa mia insistenza  ad affrontare temi così spinosi e complessi, un “cupio dissolvi”, che in latino significa “desiderio di scomparire”: non è così. E, magari, una certa volontà di strafare, esagerare, una sottolineatura fuori luogo e non necessaria. Accetto l’osservazione, ma vado oltre. Anche stavolta, più che mai, ribadisco il concetto informatore di questo BLOG: qui, io penso quello che dico e dico quello che penso. Altrimenti non mi sarei cimentato in quest’impresa. Questo è uno spazio di libertà, mio e di tutti, e nei riguardi di qualunque argomento.

Come trovate al Numero2209, recentemente pubblicato, Voltaire dice: “Giudica un uomo dalle sue domande, piuttosto che dalle sue risposte”. Qui, io mi sono interrogato ed ho risposto a modo mio. Non intendo insegnare niente a nessuno, perché sarebbe follia pretendere di insegnare ciò che non si sa. Non ho mai trovato l’argomento “morte” fra le materie della didattica umana. Ma, vivaddio, parlarne si può a livello di scambio d’idee e qui vi ho esposto le mie.
Buona vita a tutti.

 

N.d.R. : Ricordo e ripeto, perché mi sembra molto attinente al contesto, il seguente (che poi è precedente)

Numero2113.

 

Come si fa a vivere

in compagnia di un’assenza?

Dopo aver imparato a vivere,

imparerò a morire.

 

 

 

 

Numero2203.

 

Siddhartha Gautama BUDDHA (566 avanti Cristo – 488 avanti Cristo) monaco, filosofo, mistico e asceta indiano così diceva, due millenni e mezzo fa:

Non credere in qualcosa semplicemente perché l’hai sentito. Non credere in qualsiasi cosa semplicemente perché se ne parla da parte di molti. Non credere in qualsiasi cosa semplicemente perché si trova scritto nei tuoi libri religiosi. Non credere in qualsiasi cosa soltanto per l’autorità dei tuoi insegnanti e degli anziani. Non credere nelle tradizioni perché sono state tramandate per molte generazioni.
Ma, dopo l’osservazione e l’analisi, quando scopri che qualcosa è d’accordo con la ragione e favorisce il bene a beneficio di tutti, allora accettala e vivi su di essa.

 

BUDDHA.

 

N.d.R. : In tutti questi anni, non abbiamo ancora  imparato né capito niente!

Numero2202.

 

L’uomo mortale

ha una sola cosa

di immortale:

il ricordo che porta

e il ricordo che lascia.

 

Cesare  Pavese

 

 

In questo BLOG, di quando in quando, di qua e di là, ho buttato giù delle “poesiole” su diversi argomenti, anche i più strampalati, così, senza pretese. Mi sono cimentato qui, in un’impresa un po’ greve: parlare di cose molto serie ed importanti che mi riguardano: la vita, la morte, la fede, l’aldilà. Ma appunto perché gli argomenti sono molto severi ed impegnativi, ho deciso, per parlarne, di ricorrere alla composizione, in strofe di quattro versi, di senari in rima alternata. Questo perché ho inteso togliere all’esposizione il tono austero,   aulico e un po’ ridondante, che avrebbe avuto discorsivamente.

Scrivere versi non è facile. A me piace scriverli in maniera semplice, con un verseggiare magari banale e un po’ nazionalpopolare, proprio quando l’argomento è serioso e pedantesco. Per l’amor del cielo, non parliamo di poesia, ma, casomai, di filastrocca. Riesco, così, ad alleggerire il messaggio ed i concetti, rendendoli più scorrevoli e comprensibili: i versi, specialmente quelli corti, sono un concentrato, un nucleo, di pensieri appena accennati da sviluppare con la riflessione. La lettura poi è favorita dal ritmo della metrica. Sì, perché, oltre alle rime sono molto importanti le metriche, ossia le scansioni sillabiche di ogni verso. In questo caso ogni verso è composto di una successione di sei sillabe (senario). Mi raccomando, bisogna tener conto delle elisioni vocaliche.
Il duplice condizionamento della rima, in questo caso alternata (A B A B) e della scansione sillabica sempre uguale a se stessa, forma una specie di piano Cartesiano bidimensionale di ascisse e ordinate, oppure un tessuto, contesto di trama e ordito, che ingabbiano la composizione entro uno schema predefinito. Le parole, poi, cercano di restare quelle del senso comune e di immediata comprensione, evitando voli pindarici o afflati lirici che lascio a ben altri tipi letterari.
Provo così a devitalizzare, sdrammatizzare e rendere più accessibile la prosopopea delle affermazioni didascaliche od apodittiche.
Mi piace ricordare che questo modo di scrivere o verseggiare è tornato e resta di gran moda, tutt’oggi, fra i giovani con i loro idoli cantautori, i RAPPER, che scrivono e tentano di cantare dei versi rimati e ritmati. Di quello che dicono mi taccio, di come lo dicono, beh, ho qualcosa da dire: i versi hanno, magari, una rima o una assonanza, ma hanno una metrica, cioè una scansione ritmica, molto zoppicante ed approssimativa, per nulla rigorosa ed uniforme. Ci sono versi più lunghi, altri più corti, altri stiracchiati e pasticciati. Ma sembra che vada bene così. Parlando, poi, della musica, eviterei di chiamarla tale perché, tale non è. È solo ritmo ossessivo e tampinante senza un motivo musicale conduttore, con forse alcuni accordi per l’orchestrazione ritmica. Ma non so bene neanch’io di cosa sto parlando. So solo che, ascoltando, non ci capisco niente e che, delle loro canzonette, non ricordo un solo motivetto da fischiettare. E ai giovani ricordo, infine, che i testi delle composizioni epiche antiche, come l’Iliade, l’Odissea, l’Eneide, come anche tutte le produzioni poetiche e liriche, erano composte in versi solo scanditi ritmicamente e senza alcuna rima. Probabilmente perché si potevano raccontare meglio, senza leggere alcunché, perché gli Aedi, i cantautori dell’epoca, e Omero era uno di questi, li sapevano recitare, erano migliaia di versi, tutti a memoria. La carta era rara e la scrittura ancora di più.

 

 

 

 

LA  VITA,  LA  MORTE,  LA  FEDE,  L’ ALDILÀ

 

Mi sento onorato

e orgoglioso, certo,

per essere stato

me stesso, Alberto.

 

Ma sono invecchiato,

come tutti anch’io,

non sono malato

ma non sono più mio.

 

Il corpo è diverso

e non m’ubbidisce,

il filo s’è perso,

il fiore appassisce.

 

La morte è qui intorno,

ed attende anche me:

arriverà il giorno,

senza ma e senza se.

 

Grazie alla mia vita,

a chi me l’ha data,

a chi l’ha tradita,

a chi l’ha amata;

 

a chi voglio bene

e mi ha ricambiato,

alle gioie e alle pene

che abbiamo passato.

 

E grazie per tutto,

il dato e l’avuto,

il bello ed il brutto,

che ho conosciuto.

 

E ancora ringrazio,

ne sono sicuro,

se resta lo spazio,

in un certo futuro,

 

di un’altra presenza,

dove credo varrà

la mia esperienza

che ho avuto qua.

 

La vita è energia

che non muore mai,

qualunque cosa sia,

qualunque cosa fai.

 

Ma la morte esiste?

È una vita nuova

e non mi rende triste

mettermi alla prova.

 

Però non mi sfugge,

Lavoisier m’informa,

nulla si distrugge,

tutto si trasforma.

 

Se nell’universo

sono quasi zero,

che cosa avrò perso

in quel buco nero

 

che chiamano morte?

Il dono ch’ho avuto,

toccatomi in sorte,

non andrà perduto.

 

È un dono di vita

che per sempre resta,

anche se è finita

la corsa di questa.

 

L’anima non muore

e, se ho ben vissuto,,

diventa migliore

e nulla è perduto.

 

A chi devo la grazia

non lo so neppur io.

Dicono: “Ringrazia

sempre il buon Dio”

 

Una volta ho creduto,

ma ora non più,

da quando ho saputo

che è morto Gesù,

 

ma dopo è risorto

alla vita eterna.

Perché era morto?

Volontà paterna!

 

Il padre suo, forse,

si sarà pentito:

come lui risorse

non si è mai capito.

 

Io credo e penso

che noi risorgiamo:

se la vita ha senso

io le dico “Ti amo!”.

 

L’energia vitale

che sentiamo ora

rende naturale

il vivere ancora.

 

Lo spirito è anelo

di tornare in vita,

scendendo dal cielo

con forza infinita.

 

E così la natura

rinnova se stessa,

così s’assicura

che la vita non cessa.

 

N.d.R. : da qui in avanti, mi complico le cose, ricorrendo per ogni strofa ad una coppia di versi con rima fissa e ripetuta.

 

Non voglio morire,

non ancora, lo spero,

voglio solo dire

questo mio pensiero.

 

“Se vivi, morirai”.

Ma sono sincero:

questo non è mai

stato un gran mistero.

 

Alle fiabe non credo,

ciò che sembra vero

è quello che vedo

sia bianco, sia  nero.

 

La Chiesa c’insegna

col suo magistero:

“La persona è indegna”

Non è proprio vero.

 

Perché il peccato,

detto per intero,

per me è sempre stato

invenzione del clero.

 

La mia protesta,

non come Lutero,

soltanto contesta

ciò ch’è menzognero.

 

Di ogni menzogna,

lo dico davvero,

io provo vergogna

e ne vado fiero.

 

Coi falsi e gli scaltri

sarò veritiero:

la fede degli altri

non è il mio sentiero.

 

Venite a trovarmi

là al cimitero

solo per portarmi

un fiore ed un cero.

 

Di preghiere pie,

non ditemi altero,

lasciatemi le mie,

con me sono severo.

 

Della mia libertà,

libertà di pensiero,

anche nell’aldilà

sarò messaggero.

 

E la pena che avrò

dal giudice austero

è che diventerò

“di luce prigioniero”.

 

N.d.R. : Del personaggio storico di Gesù Cristo mi hanno sempre affascinato il messaggio di giustizia sociale e la metafora (adoperata, però, a fini fideistici) della resurrezione dello spirito: per me è l’esempio emblematico della resurrezione di tutte le anime. Se è stata possibile per lui, perché non dovrebbe accadere per ogni uomo?
Tentare di capire, con il discernimento umano, è stato e sarà sempre considerato un atto di superbia, poiché a noi non è dato altro che credere acriticamente, come unico atto di fede possibile. Consideratemi pure un uomo superbo.

 

 

Numero2169.

 

A  PROPOSITO  DI  VIRUS

 

E se, invece del CORONAVIRUS,

il virus fosse informatico?

 

Dio ce ne scampi!

Lo scenario sarebbe catastrofico!.

Molto più di questo

che stiamo vivendo con molti problemi.

Per ora non ne voglio parlare,

ma il solo pensiero mi atterrisce.

L’economia mondiale sarebbe sconvolta

e la vita sulla terra diventerebbe un inferno.

 

Non voglio essere profeta di sventure,

altri, da tempo, lo hanno prospettato.

Incrociamo le dita, scaramanticamente.

 

 

Numero2149.

 

Ricevo da Efrem, amico recente, ma assiduo e competente lettore, questo contributo che apprezzo molto, senza piaggeria.

 

Un pensiero di Joel Dieker tratto dal romanzo “L’enigma della camera 622”.

“….La vita è un romanzo di cui si conosce già la fine: il protagonista muore.
La cosa più importante, in fondo, non è come va a finire,
ma in che modo ne riempiamo le pagine.”

 

N.d.R. : Non mi rimane che ribadire il concetto:

La vita è un morso
e conta solo
ciò che provi
mentre mordi.
Il resto è un torso.

 

Numero2148.

 

R I F L E S S I O N I

 

L’altro giorno, una ragazza giovane mi ha chiesto:

“Cosa provi nell’essere vecchia?”

Mi ha sorpreso molto la domanda,

dato che non mi sono mai ritenuta vecchia.

La ragazza, vista la mia reazione,

immediatamente si è dispiaciuta, però

le ho spiegato che era una domanda interessante.

E poi ho riflettuto, ho pensato

che invecchiare è un regalo.

A volte mi sorprende la persona che vedo

nel mio specchio. Ma non mi preoccupo

di lei da molto tempo.

Io non cambierei nulla di quello che ho

per qualche ruga in meno e un ventre piatto.

Non mi rimprovero più perché

non mi piace riassettare il letto,

o perché non mangio alcune “cose”.

Mi sento finalmente nel mio diritto

di essere disordinata, stravagante

e trascorrere le mie ore contemplando i fiori.

Ho visto alcuni cari amici andarsene

da questo mondo, prima di aver goduto

della libertà che viene con l’invecchiare.

A chi interessa se scelgo di leggere

o giocare sul computer fino  alle quattro

del mattino e poi dormire fino a chissà che ora?

A chi interessa se ballo da sola ascoltando

la musica anni 60? E se dopo voglio

piangere per un amore perduto?

E se cammino sulla spiaggia in costume da bagno,

portando a spasso  il mio corpo paffuto

e mi tuffo fra le onde lasciandomi  cullare,

nonostante gli sguardi di quelle

che indossano ancora il bikini:

saranno vecchie anche loro se avranno fortuna.

È vero che negli anni il mio cuore ha sofferto

per la perdita di una persona cara, ma

è la sofferenza  che ci dà forza e ci fa crescere.

Un cuore che non si è rotto è sterile e non

saprà mai della felicità di essere imperfetto.

Sono orgogliosa di aver vissuto abbastanza

per far ingrigire i miei capelli e per conservare

il sorriso della mia giovinezza, di quando ancora

non c’erano solchi profondi sul mio viso.

Quindi, per rispondere alla domanda con sincerità,

posso dire che mi piace essere vecchia,

perché la vecchiaia mi rende più saggia, più libera!

So che non vivrò per sempre, ma mentre sono qui,

voglio vivere secondo le mie leggi, quelle del mio cuore.

Non voglio lamentarmi per ciò che non è stato,

né preoccuparmi di quello che sarà.

Nel tempo che rimane, semplicemente amerò

la vita come ho fatto fino ad oggi,

il resto lo lascio a Dio.

Numero2139.

 

A N Z I A N O

 

ANZIANO = Uomo di una certa età, non ben definibile.
C’è chi è anziano a 60 anni, chi a 70, chi, ancora, a 80, nel qual caso è più pertinente il termine “vecchio”.

ANZI …. ANO = Uomo di una certa età, che ha avuto il “culo” di raggiungerla in buone condizioni di salute.

ANZI …. NO = Uomo di una certa età che è ancora vitale, vigoroso, voglioso.

 

L’età anagrafica e l’età fisiologica sono, per fortuna, poco coincidenti. È un dato di fatto che ci sono giovani già “vecchi” e vecchi ancora “giovani” o giovanili.

Siete curiosi di sapere a quale delle categorie sopra specificate, ritiene di appartenere chi scrive?
Resterete delusi: lui non lo dirà mai, neanche sotto tortura.

Numero2138.

 

Charles Aznavour

 

I E R I   S Ì                                        (Hier encore)  1970             Testo italiano di Alberto Testa – Mogol.

 

Ieri sì, da giovane
Il gusto della vita, io lo bruciavo in me
Oh, ieri sí, quand’ero giovane, perché
La fiamma trema un po’, ma non si spegne mai

Vivevo tutti i sogni che il cuore suggeriva
Avevo dei castelli che ora non ho più
La notte, poi, cercavo il sole intorno a me
E non vedevo il tempo consumarsi con me

Ieri sì, da giovane,
cantavo le canzoni più facili per me
e, nelle mie mani, Io credevo che
ci fosse già il filo dell’eternità

Io non chiedevo mai agli altri intorno a me
Qual è la verità, la vita che cos’è
Credevo nelle cose che dicevo io
Pensavo solo a me, e a tutto il resto no

Ieri sì, da giovane
La luce di ogni giorno portava una pazzia
La forza dell’età riempiva i giorni miei
E non vedevo mai il vuoto che c’è in lei

I giochi dell’amore, io li ho giocati tutti
Ho fatto dell’orgoglio la prima mia virtù
Gli amici sono andati, non torneranno più
La mia commedia, ormai, da solo finirò

Ho ancora una canzone, ma non la canterò
Il gusto della vita, non lo ritroverò
É il tempo di pagare gli errori miei di ieri
Da giovane

N.d.R. : …. è troppo scontato appropriarsi, per identificazione, del paradigma di questa canzone/poesia, il cui testo italiano è stato elaborato egregiamente da due dei migliori parolieri italiani. Il contenuto si addice, come “copia/incolla” alla vita di ciascuno di noi e, inevitabilmente, fa scaturire suggestioni di struggente malinconia.