G I O V E N T U’ E V E C C H I A I A
La gioventù non sa quel che può,
la vecchiaia non può quel che sa.
Cosa ci insegna la vita… testamento spirituale di un libero pensatore
G I O V E N T U’ E V E C C H I A I A
La gioventù non sa quel che può,
la vecchiaia non può quel che sa.
N O N L O S O
Contrariamente a quello che
accade nelle scuole, dove dire
“Non lo so” equivale a prendersi
un brutto voto, nella scala della
evoluzione mentale è il punto
massimo a cui possiamo arrivare.
Il “Non lo so” ti mette in una
posizione d’intelligenza, il punto
più alto d’intelligenza raggiungibile
da una mente. Leopardi diceva
che la verità sta nel dubbio.
da YouTube
C O L L O Q U I C O N CHATGPT (Intelligenza Artificiale).
Da un bel po’ di tempo, intrattengo straordinarie conversazioni con l’Intelligenza Artificiale (ChatGPT), ponendo vari e diversificati quesiti, a cui lui/lei – non è ben definito il sesso, ma credetemi basta e avanza l’univocità del pensiero – risponde con una proprietà di termini e di ragionamenti davvero ineguagliabile.
Qui ne do un esempio, ponendo due domande di una certa importanza.
P R I M A P A R T E
Sapere è scienza,
credere di sapere
è ignoranza.
Ippocrate.
ABITUDINI CHE RIVELANO UN’ELEVATA INTELLIGENZA
Di Annibale Parisi
In sintesi
Secondo esperti in psicologia, l’intelligenza si manifesta attraverso una serie di abitudini distintive.
La lettura intensa si rivela una ricerca di conoscenza profonda, mentre l’interesse verso diversi generi letterari denota una ricchezza intellettuale.
Inoltre, la solitudine può stimolare il pensiero profondo e la creatività, mentre l’apertura mentale favorisce l’apprendimento continuo.
Questi elementi, uniti a un alto livello di auto-critica e adattabilità, creano un profilo di eccellenza intellettuale.
L’atto di leggere intenzionalmente è una pratica fondamentale per chiunque cerchi di approfondire la propria comprensione del mondo.
La lettura non è solo un mezzo per acquisire informazioni, ma diventa un viaggio interiore che stimola la mente a riflettere su temi complessi e articolati.
Chi investe tempo nella lettura di testi impegnativi, infatti, sviluppa una sensibilità critica e la capacità di cogliere sfumature che arricchiscono il proprio bagaglio culturale.
La vera intelligenza si manifesta attraverso la curiosità.
Coloro che eccellono nel loro percorso intellettuale non si limitano a un singolo genere, ma abbracciano la varietà.
Questo approccio consente di attingere a diverse prospettive e di comprendere le differenze culturali, storiche e sociologiche che caratterizzano le opere letterarie.
La diversificazione nella scelta dei testi è un segno evidente di un apprendimento dinamico e di un’apertura mentale.
In un’epoca di distrazioni incessanti, la solitudine assume un valore inestimabile.
Essa offre lo spazio necessario per una riflessione profonda e per l’emergere di idee originali.
Gli individui che riescono a trovare questo silenzio interno sviluppano una creatività avvincente, capace di darle vita attraverso l’arte, la scrittura o la ricerca scientifica.
La solitudine non è quindi un segno di isolamento, ma di un’intensa attività cognitiva.
Una mente aperta è una delle qualità imprescindibili per la crescita personale.
Gli individui che riconoscono l’importanza dell’apprendimento continuo si mostrano maggiormente disposti ad accettare le critiche e a considerare punti di vista alternativi.
Questa umiltà intellettuale non solo stimola il dialogo, ma rappresenta anche un passo cruciale verso il miglioramento di sé e l’acquisizione di nuove competenze.
La capacità di adattarsi a nuove sfide e circostanze è un indicatore fondamentale dell’intelligenza. I
n un mondo in continua evoluzione, gli individui che si rivelano flessibili e pronti a cambiare rotta affrontano le incertezze con maggiore resilienza.
Questa adattabilità non è solo utile per risolvere problemi, ma è anche rimarchevole per chi desidera prosperare in situazioni complesse e variabili.
La curiosità è un motore potente che alimenta l’esprit d’initiative.
Gli individui con una curiosità insaziabile non si accontentano delle risposte facili.
Essi pongono domande, esplorano nuove idee e si dedicano alla ricerca di soluzioni innovative.
Questa passione per l’esplorazione stimola una continua evoluzione personale e favorisce un’analisi profonda dei fenomeni che li circondano.
Una vasta gamma di interessi è un chiaro segnale di una mente vivace e in continuo movimento.
Gli individui che coltivano passioni per discipline diverse, dall’arte alla scienza, creano connessioni uniche e contributi originali.
Questa ricchezza intellettuale permette loro di affrontare le sfide con una maggiore varietà di strumenti e approcci.
Il processo di autovalutazione è cruciale per il miglioramento personale.
Gli individui che si sottopongono a un rigoroso esame delle proprie azioni e delle proprie capacità possono identificare aree di crescita e lavorare per migliorarsi.
Questa critica di sé è essenziale per raggiungere l’eccellenza e per sviluppare competenze sempre più avanzate.
Impegnarsi in attività che richiedono standard elevati consente agli individui di sviluppare una disciplina robusta.
Questo impegno si traduce in un ciclo virtuoso di riflessione e apprendimento, dove gli errori vengono visti non come fallimenti, ma come opportunità di crescita e miglioramento.
Aspirare all’eccellenza diventa così un principio guida che arricchisce ogni aspetto della vita intellettuale.
In sintesi, l’adozione di queste abitudini non solo segna l’elevata intelligenza di un individuo, ma contribuisce anche a costruire una vita ricca di significato e realizzazione personale.
La fusione di lettura, curiosità, adattamento e riflessione forma un complesso quadro dove l’intelligenza non è solo un attributo, ma un percorso in continua evoluzione verso la conoscenza e l’auto-miglioramento.
da QUORA
P R E S S A P P O C O
Scrive Marvella, corrispondente di QUORA.
Il pressappoco non è solo un avverbio, è anche un modo di intendere la vita.
Io amo gli uomini che amano il pressappoco e odio quelli che hanno le certezze assolute.
Amo quelli che quando ti parlano usano parole come “quasi”, “forse” e “credo”.
Quelli che si mettono in discussione, che non hanno la pretesa di avere la verità in tasca.
Quando incontro qualcuno che non conosco, la prima cosa che mi chiedo è se ho a che fare con un “pressappochista” o con un “assolutista”.
Il pressapochista è quasi sempre una persona disponibile, tollerante, democratica.
L’assolutista invece raramente ti guarda negli occhi e quando esprime un concetto vuole sempre avere ragione.
Lui ha già tutte le risposte preconfezionate e non vede l’ora di sbatterle in faccia a qualcuno.
L’unica cosa che gli dà fastidio è il dubbio.
Grazie a Dio ho imparato a regolarmi di conseguenza: vado d’amore e d’accordo con i primi, ed evito come la peste i secondi, gli assolutisti, i paladini delle Grandi Certezze.
Dopotutto la vita è già piena di idioti così com’è, non vale proprio la pena aggiungerne altri.
Luciano de Crescenzo, Il pressappoco
Sapere è scienza.
Credere di sapere
è ignoranza.
Ippocrate.
da QUORA
Scrive Shiro Fukò, corrispondente di QUORA
Le nuove generazioni sono più ignoranti delle precedenti?
Nel corso dei secoli le nuove generazioni sono sempre state più intelligenti delle precedenti, secondo una normale regola evoluzionistica.
Tuttavia, negli ultimi dieci anni, stiamo assistendo a un fenomeno insolito: i figli sono meno intelligenti dei loro genitori.
Il Quoziente Intellettivo medio della popolazione occidentale è in declino, con particolare riferimento alle capacità di memoria e apprendimento.
Una delle ragioni di questo fenomeno è da ricercare nell’impoverimento del linguaggio.
Diversi studi hanno rivelato una correlazione tra la ricchezza lessicale e la capacità di elaborare pensieri complessi.
La graduale scomparsa dell’uso dei tempi verbali si accompagna a un ridotto uso delle parole.
La ragione della sempre più dilagante violenza nella società è causata anche dall’incapacità di descrivere le proprie emozioni attraverso il linguaggio.
Quando mancano le parole per spiegarsi e difendere le proprie ragioni, il ricorso alla violenza fisica diventa un rischio concreto.
La semplificazione dell’ortografia, come l’abolizione dei generi, dei tempi, delle sfumature lessicali rappresentano una causa dell’impoverimento della mente umana.
da FOCUS Junior
Se pensiamo all’intelligenza umana, ci vengono in mente alcuni personaggi storici famosi proprio per la grande intelligenza di cui erano dotati. Li conoscerete di certo anche voi. Si tratta di Leonardo da Vinci, Albert Einstein, Isaac Newton o Nikola Tesla. Insomma, quelle persone che noi denominiamo “geni”.
Il livello di intelligenza di un uomo è calcolabile. Ci sono dei test appositi per misurare il QI (Quoziente intellettivo) di una persona. Quello di Einstein era di 160, così come quello del fisico Stephen Hawking, morto non molti anni fa. QI più alti li avevano solo Tesla e Leonardo da Vinci, all’incirca di 180. Ma pochissimi sanno che è esistito nel secolo scorso un uomo che aveva un QI incredibilmente più alto anche di Leonardo, Tesla e Einstein. E non è una bufala, ragazzi, ma una storia vera.
Si chiamava William James Sidis e nacque il 1° aprile (non è neanche uno scherzo, ve lo assicuriamo) del 1898 a New York. Era figlio di un noto psichiatra e pioniere della psicopatologia, l’ebreo ucraino Boris Sidis, che era collega del famoso psicologo William James, padrino del piccolo che ereditò i suoi due nomi di battesimo dal nome e dal cognome di questi.
Sua madre, Sarah Mendelbaum Sidis, anch’ella ebrea, si laureò in medicina all’Università di Boston. Il QI del piccolo William era addirittura di 254! A un anno di età parlava correttamente la lingua inglese, a un anno e mezzo leggeva i giornali e a tre anni scriveva cose di vario genere e argomento con la sua macchina da scrivere appoggiata al seggiolone.
A 4 anni aveva imparato perfettamente il latino, e poco dopo il greco. A 5 anni elaborò una formula matematica che gli permetteva di stabilire in che giorno esatto era accaduto un determinato evento storico. A 6 anni sapeva perfettamente anche il francese, il tedesco, il russo, l’ebraico, il turco e l’armeno. A 8 anni inventò una lingua che chiamò “vendergood”, che è l’argomento del suo secondo libro scritto a quell’età.
A 10 anni era un mostro nella logica e nella matematica, e aveva dimostrato di elaborare una tavola logaritmica in base 12. Negli anni seguenti scrisse libri di astronomia e anatomia, e a 11 anni entrò all’Università di Harvard, tuttora una delle migliori del mondo, di cui continua ad essere lo studente più giovane della storia.
A 13 anni tenne addirittura un ciclo di lezioni al club matematico di Harvard. Si laureò con lode a 16 anni. A 17 anni insegnò all’Università di Harvard le materie di geometria euclidea, geometria non euclidea e trigonometria, e scrisse in greco le dispense per quest’ultimo corso. Ma gli altri studenti lo prendevano in giro e lo picchiavano.
Si ritirò dall’insegnamento. La sua condizione di genio precocissimo, con le attenzioni addosso di tutti i giornali, l’essere oggetto di burle e violenze dai suoi coetanei, oltre al fatto di non essere mai trattato come un comune adolescente ma come un “fenomeno da baraccone”, portò il povero William ad avere frequenti crisi nervose e a voler distaccarsi completamente dalle persone e da ogni tipo di vita sociale.
I genitori, dopo che fu arrestato per aver partecipato a una sommossa, lo sequestrarono letteralmente per un anno in un sanatorio che entrambi dirigevano nel New Hampshire. In seguito lo fecero ricoverare in una clinica per malati mentali in California per un anno. Aveva 20 anni e conosceva alla perfezione, ormai, oltre 40 lingue. Quando uscì dalla clinica, non volle più vedere i suoi genitori e si stabilì a New York, dove svolse lavori umili.
Scrisse libri perlopiù inediti su vari argomenti. Si definiva un “peridromofilo”, un termine che lui stesso coniò per descrivere le persone affascinate dai trasporti (collezionava ossessivamente biglietti del tram e scrisse un libro di 300 pagine sulla loro classificazione. Nel 1930 brevettò un calendario “perpetuo”, che teneva conto degli anni bisestili. Morì a soli 46 anni, in totale solitudine, il 17 luglio 1944, a causa di un’emorragia cerebrale, stessa patologia di cui era morto pochi anni prima anche suo padre.
FONTI: La vita perfetta di William Sidis, di Morten Brask (Iperborea); Treccani.
A parziale integrazione del Numero 2886.
Le persone con un’intelligenza superiore alla media spesso mostrano comportamenti e caratteristiche specifici che li distinguono dagli individui con un’intelligenza nella norma. La loro capacità di osservare, comprendere e gestire situazioni diverse e complesse è solo una delle peculiarità a cui fare riferimento quando si parla dei loro tratti distintivi.
Il significato del superamento della media
Prima di tutto, va sottolineato che le persone con un’intelligenza superiore (al di sopra della media) sono diverse da quelle con un’intelligenza inferiore (al di sotto della media). Esistono vari studi scientifici in tema di psicologia e psicometria che hanno contribuito alla nascita del concetto di Quoziente Intellettivo (QI), permettendo così di classificare gli individui in base alle loro abilità cognitive.
Tra le più rilevanti caratteristiche psicologiche delle persone dotate di un’intelligenza superiore alla media, vi è senz’altro la loro elevata capacità di osservazione e di scorgere dettagli che sfuggono ai più. Essi tendono a mostrare una notevole profondità di pensiero, frutto della loro curiosità e del desiderio costante di apprendere.
Un’altra peculiarità tipica è l’eccezionale intelligenza emotiva (IE), ovvero la capacità di percepire, comprendere, gestire ed esprimere le proprie emozioni e quelle degli altri. Con ciò si intendono sia rilevare la presenza di sentimenti negativi altrui che sintonizzarsi con gli stati d’animo positivi per condividerli e trarne beneficio.
Le persone dotate di un’intelligenza superiore alla media dimostrano inoltre una straordinaria capacità di adattabilità del comportamento, anche in situazioni nuove o complesse. Essi sono in grado di modificare le loro abitudini secondo le circostanze, privilegiando quelle più funzionali nelle diverse situazioni. Questo aspetto conferisce loro un vantaggio competitivo nei confronti dei soggetti con intelligenza nella norma.
Nel corso delle numerose ricerche sul tema, alcune tendenze comportamentali tipiche delle persone con intelligenza superiore sono state individuate e classificate. Tra queste vi sono:
Uno dei segni più evidenti di un’intelligenza superiore alla media è il bisogno di solitudine e indipendenza. Le persone in questione spesso cercano il contatto con se stesse, rifuggendo dalle situazioni di gruppo e preferendo uno spazio privato in cui ascoltare i propri pensieri ed elaborarli. Questo consente loro di sviluppare idee, riflessioni e strategie complesse che possono poi essere applicate nella vita di tutti i giorni.
Le persone con un’intelligenza superiore alla media sono spesso caratterizzate da una forte tendenza all’autocritica e al perfezionismo. Essi tendono a esaminarsi costantemente per migliorare se stessi, non accontentandosi mai dei risultati ottenuti e cercando sempre nuove sfide. Questa disposizione all’autoanalisi e alla ricerca del miglioramento permette loro di raggiungere obiettivi impensabili per individui di intelligenza media.
Uno dei tratti distintivi delle persone più intelligenti è la loro insaziabile curiosità e il desiderio di sperimentare. Non si limitano a osservare passivamente il mondo circostante, ma vogliono capire, mettere gli ingranaggi in movimento e scoprire nuovi orizzonti. Questo li porta ad accogliere ogni occasione come un’opportunità di crescita personale e intellettuale.
Pur essendo sul piano generale portatori di vantaggi competitivi e di successo, le persone con un’intelligenza superiore alla media possono anche riscontrare alcune difficoltà in termini di salute e benessere. Ad esempio, la loro propensione al perfezionismo può trasformarsi in elevati livelli di stress, poiché essi pongono aspettative elevate su se stessi e si confrontano spesso con gli insuccessi.
È onnisciente chi conosce
il passato, prossimo e remoto,
il presente ed il futuro
e persino il congiuntivo?
da QUORA
S T U D I A R E
«Ricordo ancora la domanda che fece il professore di filosofia il primo giorno di liceo: ‘A che serve studiare? Chi sa rispondere?”.
Qualcuno osò rispostine educate: “a crescer bene”, “a diventare brave persone”. Niente, scuoteva la testa. Finché disse: “Ad evadere dal carcere”.
Ci guardammo stupiti. “L’ignoranza è un carcere. Perché là dentro non capisci e non sai che fare.
In questi cinque anni dobbiamo organizzare la più grande evasione del secolo. Non sarà facile, vi vogliono stupidi, ma se scavalcate il muro dell’ignoranza poi capirete senza dover chiedere aiuto. E sarà difficile ingannarvi. Chi ci sta?”.
Mi è tornato in mente quell’episodio indelebile leggendo che solo un ragazzo su venti capisce un testo. E penso agli altri diciannove, che faticano ad evadere e rischiano l’ergastolo dell’ignoranza.
Uno Stato democratico deve salvarli perché è giusto. E perché il rischio poi è immenso: le menti deboli chiedono l’uomo forte».
Colui che non sa
e non sa di non sapere
è uno sciocco. Evitalo.
Colui che non sa
e sa di non sapere
è un fanciullo. Istruiscilo.
Colui che sa
e non sa di sapere
è addormentato. Sveglialo.
Colui che sa
e sa di sapere
è un saggio. Seguilo.
Aforisma Arabo.
L’uomo
tanto può
quanto sa.
I più grandi dotti
non sono gli uomini più saggi.
Geoffrey Chaucer.