Una persona intelligente si riconosce non dai titoli di studio, né dalla professione, ma dalla capacità di aggiornarsi e di cambiare.
Lo spiega Oscar Wilde quando dice che la coerenza è l’ultimo rifugio delle menti poco creative.
Per coerenza si intende il mantenimento a priori delle proprie convinzioni e dei preconcetti a cui si resta fedeli per pigrizia mentale e assenza di spirito critico, evitando accuratamente di prendere in considerazione altre possibili realtà e verità.
Le persone intelligenti dicono: “Ah, non ci avevo pensato”, “Questo non lo sapevo”, oppure “Sì, ha senso, fammi riflettere”.
La maggior parte delle persone si impunta per difendere il proprio ego, cioè il proprio punto di vista , parziale o unilaterale, magari basato su conoscenze ed esperienze limitate, non verficate o accettate acriticamente.
Le persone intelligenti, invece, aggiornano le proprie convinzioni.
Sono curiose e non stanno sempre sulla difensiva, per conservare l’unica verità che conoscono che, magari, unica non è, ma è comoda, tradizionale, consuetudinaria, se non, addirittura, infondata o falsa.
Si chiedono: “C’è qualcosa che ancora non so?”, invece di cercare di averla vinta a tutti i costi.
Non legano la loro identità all’avere ragione e trattano l’errore come esperienza, non come fallimento.
Anche Albert Einstein l’aveva sostenuto, dicendo che la misura dell’intelligenza è la capacità di cambiare.
Ecco, allora, il vero vanto: saper dire, senza vergogna: “Ho cambiato idea”.
Smettiamo di credere per necessità, iniziamo a pensare, osiamo abbandonare anche le nostre convinzioni più profonde, se non sono sostenute dalla ragione.
Se la Bibbia non è la parola di Dio, se i suoi miracoli possono non essere reali e se la figura centrale di quella narrazione è più mito che storia, allora ci rimane la possibilità di ricominciare da capo, di costruire un’etica senza superstizione, di cercare il senso della vita senza bisogno di dogmi, di guardare Gesù, se è esistito, non come un Dio, ma come un uomo come gli altri, forse saggio, forse ispiratore, ma non soprannaturale.
E se non è esistito, se è stato una creazione collettiva, un simbolo della sofferenza umana, del desiderio di giustizia, del potere del perdono, allora ha comunque un valore, ma non come verità assoluta, bensì come riflesso di ciò che gli esseri umani possono immaginare quando hanno bisogno di speranza.
Cosa accade quando il mito crolla, quando Dio, la Bibbia e Gesù vengono messi in discussione?
C’è qualcosa che possiamo costruire su quelle rovine?
La distruzione del dogma non è la fine ma l’inizio; ed è lì che andremo, verso quella nuova costruzione.
Ma, prima, bisogna guardare l’abisso senza battere ciglio.
Una volta che il mito comincia a sgretolarsi, emerge una domanda ancora più difficile di tutte le altre precedenti perché, quando non puoi più fidarti del testo, quando i miracoli perdono senso, quando la figura di Gesù diventa simbolica e non storica, si crea un vuoto.
Un vuoto che non è solo teologico, è esistenziale.
Per milioni di persone, tutto il loro senso d’identità, di moralità, di scopo è ancorato ad una storia che credono indiscutibile.
Cosa succede quando quella storia si rivela un mito, cosa rimane quando cala il velo?
Non basta distruggere, bisogna anche offrire una via d’uscita ma, prima di questo, bisogna capire quanto sia profondo l’ancoraggio che la religione ha nella mente umana.
Non si tratta solo di credenze, si tratta di strutture, si tratta di un modo di vivere.
La religione organizzata, in particolare quella giudaico – cristiana, non è solo un insieme di testi, è un’architettura del pensiero, un modo di interpretare il mondo, la morte, il bene, il male, la sofferenza.
E quando smantelli quella base, tutto ciò che poggiava su di essa comincia a vacillare.
Il senso di colpa, la paura, la speranza, l’identità, persino l’idea del sacro, crollano.
E questo crollo può essere liberatorio, ma anche terrificante.
Non tutti sono disposti a vivere senza certezze imposte.
Ci sono persone che hanno bisogno di una figura paterna invisibile che dica loro cosa è giusto e cosa è sbagliato, come comportarsi, come pensare.
Ecco perché, anche se le prove razionali contro la Bibbia e i suoi dogmi sono schiaccianti, molte persone continueranno a credere, non per ignoranza, ma per necessità emotiva, perché abbandonare una credenza non significa solo cambiare idea, ma significa smettere ciò che si è stati per tutta la vita.
Il vero problema, quindi, non è se Gesù sia esistito o meno, se la Bibbia contenga errori o meno, il vero problema è che il mito sia diventato una struttura di potere, un’arma culturale, un modello obbligatorio.
Perché ciò che inizia con una storia di fede, finisce per imporsi come morale universale. E qui ci sono gli effetti più pericolosi.
Quando una storia diventa dogma, smette di essere un racconto e si trasforma in un imperativo, in una legge, in un obbligo: è l’inizio della schiavitù mentale.
Milioni di persone sono state educate a non mettere in discussione, a obbedire, a ripetere.
Fin dall’infanzia, viene loro detto che c’è un Dio che li sorveglia, che vede tutto, che giudica tutto, che c’è un paradiso per i buoni ed un inferno eterno per chi mette in discussione, non solo per chi uccide o ruba, ma anche per chi la pensa diversamente.
Questo livello di controllo è assoluto.
Non c’è bisogno della polizia se hai una coscienza addestrata alla paura, non c’è bisogno di punizioni fisiche, se vivi già con il senso di colpa.
La religione organizzata diventa, quindi, il meccanismo di controllo più efficiente che sia mai esistito: una prigione senza sbarre, dove il guardiano sei tu stesso.
Forse che non si può pensare fuori dal mito, che dubitare sia tradimento?
E se il vero tradimento fosse non dubitare mai?
La conseguenza di continuare a credere nelle finzioni, come se fossero fatti, è che tutto il sistema sociale si distorce, l’istruzione ne risente, i diritti umani vengono negoziati con dogmi, la scienza si scontra con i pregiudizi religiosi, le donne vedono limitate le loro libertà, perché un testo antico dice che devono obbedire all’uomo, la diversità sessuale è condannata perché un passaggio ambiguo la definisce un abominio.
Questo accade non perché Dio lo ha detto, ma perchè il mito è diventato norma e, quando una finzione governa il comportamento di milioni di persone, il danno è reale, anche se la storia non lo è.
La religione deve essere separata dal potere.
Non solo dal potere politico, ma anche da quello morale, deve smettere di essere la base obbligatoria dell’etica, perché una morale basata su premi e punizioni eterne non è etica, è obbedienza per paura, e la paura non produce esseri umani liberi, produce schiavi sottomessi, incapaci di pensare con la propria testa.
E, senza pensiero, non c’è umanità, solo gregge.
La proposta non è quella di sostituire un mito con un altro, né quella di fondare una nuova fede, né scrivere un nuovo vangelo.
La proposta è un’etica fondata sulla ragione, una spiritualità senza superstizioni, un senso della vita che non ha bisogno di miracoli, né di punizioni divine, né di profezie.
Un modo di vivere guidato dalla comprensione, dalla compassione reale, e dalla libertà intellettuale.
Quando una persona agisce non per paura dell’inferno, ma perché capisce che quell’azione è buona in sé, lì inizia la vera morale e, da quel momento, nasce qualcosa di ancora più potente: la libertà interiore, quella che nessun dogma può controllare.
Cosa succede quando un essere umano non ha più bisogno di un prete, di un pastore, di un rabbino, di un testo sacro per sapere come vivere?
Accade che il potere si decentralizza, che l’autorità si rompe, che le chiese perdono il loro controllo.
A questo si contrappone l’ordine della mente libera, una mente che si interroga, che sbaglia, sì, ma che impara, che non ha bisogno di miracoli, ma di comprensione, che non ha bisogno di verità imposte, ma di scoperte proprie.
Una vita pensata e consapevole è più difficile, ma anche più autentica.
E questo è ciò che una religione organizzata non può offrire.
Ciò che adesso appare è chiaro, pulito, potente.
Una delle idee più belle che sia mai stata formulata: una spiritualità senza superstizioni, un’esperienza del divino senza chiese, senza testi sacri, senza sacerdoti, un Dio che non somiglia affatto a quello insegnato dalle religioni, ma che è ovunque, in tutto, in ogni cosa, in ogni pensiero libero.
Non un Dio persona, che pensa, decide, punisce e premia.
Questa è un’idea infantile, primitiva e troppo simile all’essere umano per essere reale, pur nella trascendenza.
Dio non è un re, non ha emozioni, non ama, non odia, non cambia.
Dio è la natura stessa, è il “tutto”, è la sostanza infinita che si manifesta in tutte le cose che esistono.
Dio non è nel cielo, ma nel mondo della natura.
Non dobbiamo più pregare, obbedire, aspettare segni soprannaturali.
Si tratta di comprendere, di osservare la realtà con attenzione, di vivere in armonia con le leggi naturali.
Conoscere la realtà è conoscere Dio.
Più capisci e più sei libero, e più sei vicino al divino.
Non ci sono miracoli o misteri sacri, solo chiarezza.
La Bibbia non è il fondamento della fede: è un’opera umana che ha valore storico, letterario, culturale, ma non una guida morale obbligatoria.
La verità etica non si impone, si scopre con la ragione.
Non c’è nulla di più sacro che pensare con la propria testa, non c’è tempio più puro della mente libera dalle superstizioni.
È una spiritualità non infantile, non dipendente, non sottomessa che non ti obbliga a inginocchiarti, ma ad alzarti, a guardare avanti, a capire che non c’è un piano nascosto, né un destino prestabilito.
Ci sono cause naturali, realtà fisiche, relazioni umane.
La paura e la speranza non possono essere la base per una vita buona, perché la paura ti paralizza e la speranza ti fa aspettare con rassegnazione anziché agire guidati dalla ragione, non dalla fede cieca, né dal desiderio di meritare una ricompensa.
L’essere umano libero non è colui che fa ciò che vuole, ma colui che capisce perché lo vuole, colui che conosce le proprie emozioni, colui che domina le proprie passioni, che sceglie non per obbligo, ma per comprensione.
Vivere qui, ora, con consapevolezza, in piena libertà di coscienza, senza bisogno di promesse future, senza bisogno di miti da difendere, né dogmi da rispettare.
L’inevitabile reazione, il rifiuto, il grido, la negazione, perchè tutto ciò che abbiamo è ripudiato, saranno inevitabili.
Ci sono persone che ascolteranno queste idee con rabbia, con disprezzo, persino con paura, e non perché siano cattive persone, ma perché il pensiero libero, quando arriva, sradica ciò che sembrava eterno, ciò che sembrava sacro e a nessuno è facile guardare la propria eredità culturale, morale e spirtuale e accettare che forse è stata costruita su illusioni.
Ciò che il potere teme non è l’errore, è il dubbio.
Il potere può tollerare il peccato, può perdonare la debolezza, ma non perdona la domanda.
La domanda vera ha la forza di una bomba, che apre crepe, che rompe strutture, fa vacillare imperi.
Perché dà così fastidio dire che Gesù potrebbe non essere esistito o abbia detto e fatto cose diverse da quelle delle narrazioni concordate; perché mette così a disagio affermare che la Bibbia è piena di errori e di manipolazioni; perché è considerato offensivo dubitare dei miracoli, dell’anima immortale, della punizione eterna?
Ogni struttura basata sulla fede ha bisogno di silenzio, ha bisogno che non si pensi troppo, che si creda senza chiedere, che si accetti senza ragionare.
Quando qualcuno osa rompere questo patto di obbedienza, il sistema reagisce con violenza, perché sa che la verità non ha bisogno di templi, ha solo bisogno di tempo.
La resistenza al pensiero è il più grande ostacolo alla libertà e non nasce solo dall’ignoranza, nasce dalla paura, perché pensare significa accettare che nessuno verrà a salvarti, che non c’è un piano segreto per la tua vita, che non c’è un giudice in cielo che punisce i cattivi e ricompensa i buoni.
Pensare significa accettare che l’universo non gira intorno a te, che puoi morire senza un destino trascendente, che il senso della tua esistenza non è scritto in un libro antico, ma dipende da ciò che fai del tuo tempo su questa terra.
Questo dà vertigini, perché ci obbliga a essere responsabili, totalmente responsabili.
Ma questa stessa idea, che all’inizio può sembrare insopportabile, è anche la più liberatoria: perché, se non sei legato a nessun dogma, se non sei soggetto ad alcuna verità rivelata, allora puoi costruire, puoi creare, puoi pensare veramente, puoi vivere senza paura, senza colpa, senza dovere la tua vita ad una struttura religiosa, teologica e ideologica, puoi essere padrone della tua mente e questo, anche se i potenti lo negano, è la cosa più pericolosa per loro.
Il potere politico ha sempre avuto bisogno della religione, perché la religione organizza la paura, con il timor di Dio, la struttura, le conferisce la forma.
Il potere ha bisogno che la gente abbia paura dell’al di là, affinché non si ribelli al di qua, ha bisogno che creda che la sofferenza, la rinuncia, la contrizione fanno parte di un piano divino per la sua salvezza, affinché non metta in discussione le ingiustizie terrene, a cui ricorrerà per esercitare la propria funzione e sfruttare i propri privilegi di posizione.
Ha bisogno che la gente veda i leader come elevati, i dogmi come indiscutibili, la tradizione come verità.
I governi non hanno diritto di imporre credenze, ideologie.
Il pensiero deve essere al di sopra di ogni istituzione religiosa, e ogni persona deve essere libera di cercare la propria verità senza paura, senza minacce.
Ci sono milioni di persone legate alla paura, ci sono bambini educati a non pensare, ci sono ancora libri proibiti, idee censurate, dubbi puniti.
Ma c’è anche una nuova generazione che sta iniziando a svegliarsi, che non accetta più tutto senza riflettere, che vuole prove, argomenti, chiarezza, che osa guardare al mito e dire: “E se non fosse così?”
Ed è questo che cambia davvero il mondo.
Non una guerra, non un miracolo, ma una domanda.
Questa visione può sembrare fredda a chi è stato educato alla religione del miracolo, del mistero, del peccato e della redenzione.
Ma, in realtà, è più calda di quanto sembri, perché è libera, perché tu non hai bisogno di mediatori, perché tu non hai bisogno di sentirti in colpa per essere umano, non hai bisogno di negare io
tuoi desideri, il tuo corpo, la tua intelligenza.
Non devi temere la punizione eterna, né aspettare la salvezza di chichessia: puoi salvarti da solo, non in senso religioso, ma nel senso più profondo.
Puoi capire chi sei, come funzioni, cosa desideri e agire di conseguenza.
La spiritualità non divide le persone tra eletti e condannati, non c’è un popolo speciale, né una religione vera, non ci sono eretici, ci sono solo esseri umani con più o meno comprensione.
E più comprendi, più amore provi, non un amore sentimentale o mistico, ma un amore razionale, necessario, assoluto, verso la realtà così com’è, quell’amore intellettuale per Dio (Amor Dei intellectualis di Spinoza) che è lo stato di trascendenza più alto che un uomo possa raggiungere, la gioia di essere uno con l’universo non dominandolo, non temendolo, ma comprendendolo.
E qui arriviamo alla fase finale.
La vera religione non ha bisogno di chiese, non ha bisogno di gerarchie, non ha bisogno di decime, né di rituali ed uniformi.
Ha solo bisogno di menti libere, di cittadini che pensano, di individui che si rispettano, di una società fondata non su una fede imposta, ma sulla conoscenza condivisa.
Dall’altra parte della paura c’è la verità.
Il potere comanda con la tua ignoranza, tu difenditi con la tua conoscenza.
Da essa scaturisce la coscienza di te, la crescita spirituale della tua identità personale che è il vero scopo del tuo passaggio sulla terra.
Questo è accaduto nella mia mente e nella mia anima, in questi ultimi 20 anni della mia vita.
E mi sta facendo conoscere la felicità e l’ebbrezza di vivere da uomo libero, finalmente.
SOLO LA MENZOGNA
HA BISOGNO DI PROTEZIONE
ATTRAVERSO IL DIVIETO.
Carl Gustav Jung
NAG HAMMADI.
I codici di Nag Hammadi sono una collezione di 13 manoscritti in papiro, scoperti in Egitto nel 1945, contenenti oltre 50 testi gnostici, cristiani ed ermetici del IV secolo, tradotti in copto. Include opere chiave come il Vangelo di Tommaso, offrendo una visione diretta dello gnosticismo antico e del primo cristianesimo eterodosso.
Scoperta (1945): I codici furono rinvenuti in una giara di terracotta vicino a Nag Hammadi, nell’Alto Egitto, da contadini locali.
Contenuto: La biblioteca, ora al Museo Copto del Cairo, copre tematiche mistico-filosofiche, tra cui testi valentiniani, setiani, frammenti della Repubblica di Platone e il Corpus Hermeticum.
Importanza:
Questi testi, datati originariamente al II-III secolo d.C. ma trascritti nel IV, hanno rivoluzionato la comprensione dello gnosticismo, precedentemente noto solo attraverso critiche avversarie.
Testi notevoli: Oltre al citato Vangelo di Tommaso, spiccano l’Apocrifo di Giovanni e il Vangelo di Filippo.
La loro conservazione, nascosta probabilmente per evitarne la distruzione a seguito di condanne ecclesiastiche, fornisce una prospettiva alternativa sul cristianesimo primitivo.
QUMRAN
I Manoscritti del Mar Morto (o Rotoli del Mar Morto) sono un insieme di antichi manoscritti giudaici di contenuto religioso rinvenuti nelle Grotte di Qumran nel Deserto della Giudea, vicino a Ein Feshkha sulla riva nord-occidentale del Mar Morto in Cisgiordania.
Di essi fanno parte varie raccolte di testi, tra cui i Manoscritti di Qumran, che ne costituiscono una delle parti più importanti. Sono composti da circa 900 documenti, compresi i Manoscritti biblici di Qumran, scoperti da dei pastori tra il 1947 e il 1956 in undici grotte dentro e intorno al uadi di Qumran, vicino alle rovine dell’antico insediamento di Khirbet Qumran.
Assumono un grande significato religioso e storico, in quanto comprendono alcune fra le più antiche copie superstiti note dei libri biblici e dei loro commenti, e conservano la testimonianza della fine del tardo giudaismo del Secondo Tempio. Essi sono scritti in ebraico, aramaico e greco, per lo più su pergamena, ma con alcuni scritti su papiro. Tali manoscritti datano in genere tra il 150 a.C. e il 70 d.C.
I Rotoli sono comunemente associati all’antica setta ebraica detta degli Esseni. Sono tradizionalmente divisi in tre gruppi: manoscritti “biblici” (copie di testi dalla Bibbia ebraica), che costituiscono circa il 40% dei rotoli identificati; manoscritti “apocrifi” o “pseudepigrafici” (documenti noti del periodo del Secondo Tempio, come Enoch, Giubilei, Tobia, Siracide, salmi non canonici, ecc. che non sono stati canonizzati nella Bibbia ebraica, ma in qualche caso sono stati accettati dalla versione greca dei Settanta e/o utilizzati dalla tradizione rabbinica), che costituiscono circa il 30% dei rotoli identificati; e manoscritti “settari” (documenti precedentemente sconosciuti, che descrivono le norme e le credenze di un particolare gruppo o gruppi all’interno della maggioranza ebraica) come la Regola della Comunità, il Rotolo della guerra, commento (in ebraico פשר, pesher) ad Abacuc e la Regola della Benedizione, che costituiscono circa il 30% dei rotoli identificati.
Fino al 1967 la maggior parte delle pergamene conosciute e dei frammenti sono stati custoditi nel Museo Archeologico della Palestina, a Gerusalemme. Dopo la guerra dei sei giorni, queste pergamene e frammenti sono stati spostati al Santuario del Libro, presso il Museo d’Israele, che tuttora ne conserva numerosi, mentre altri sono presso l’Istituto orientale dell’Università di Chicago, al Seminario teologico di Princeton, all’Azusa Pacific University e nelle mani di collezionisti privati.
Manoscritti di Qumran
I manoscritti di Qumran, detti anche rotoli di Qumran, sono una serie di rotoli e frammenti trovati in undici grotte nell’area di Qumran.
Il loro ritrovamento è importante perché:
«[…] Per la prima volta potevamo avere un’intera gamma di composizioni religiose che sono arrivate a noi direttamente, assolutamente prive di ogni interferenza successiva. Visto che i testi sono stati conservati ai margini della vita convenzionale, ci hanno raggiunto prive delle restrizioni censorie. La censura ebraica ha soppresso la letteratura religiosa che non osservava l’ortodossia rabbinica; la censura cristiana aveva assimilato alcune di queste opere, ma dopo averle modificate per i propri scopi.»
(Florentino García Martínez, Dead Sea Scrolls Translated pagina xlv)
Storia dei manoscritti
Lo stesso argomento in dettaglio: Storia dei manoscritti di Qumran.
I manoscritti sono stati scoperti nel 1947 in una grotta. Nel 1951 furono avviati gli scavi nelle zone circostanti il luogo della scoperta. Si trovarono altre dieci grotte contenenti manoscritti. Oggi i reperti sono conservati in parte nel Museo d’Israele e nel Museo Rockefeller, entrambi a Gerusalemme, in parte ad Amman, altri alla Biblioteca Nazionale di Parigi. Vari frammenti sono poi in possesso di istituzioni o di privati. Il Museo di Israele in collaborazione con Google ha provveduto a digitalizzare i manoscritti e a rilasciarli in rete nel 2011 su un apposito sito Digital Dead Sea Scrolls.
Importanza per il canone della Bibbia
L’importanza dei rotoli è relativa al campo dell’ecdotica o critica testuale. Prima della scoperta dei rotoli del Mar Morto, i manoscritti più antichi della Bibbia in Ebraico erano nel testo masoretico del IX secolo, tra i quali il Codex Leningradensis. I manoscritti biblici trovati tra i rotoli del Mar Morto hanno spostato indietro la data fino al II secolo a.C. Prima di questa scoperta, i più antichi manoscritti esistenti del Vecchio Testamento erano in Greco antico, come ad esempio il Codex Vaticanus e il Codex Sinaiticus. Pochi manoscritti trovati a Qumran differiscono in modo significativo dal testo masoretico, la maggior parte è identica.
A L T R I V A N G E L I
Juan J. Benitez
Vi racconterò qualcosa che ho scoperto tra le montagne dell’Etiopia, qualcosa che mi ha inseguito per anni, qualcosa che, quando l’ho compreso per la prima volta, mi ha costretto a rimettere in discussione tutto ciò che credevo di sapere su Gesù, sulla resurrezione e su ciò che accadde davvero in quei giorni dopo che uscì dal sepolcro.
Era il 1998. Mi trovavo ad Addis Abeba, la capitale dell’Etiopia, facendo ricerche per quello che alla fine sarebbe diventato uno dei miei libri più controversi.
Un contatto mi aveva detto che nei monasteri ortodossi etiopi esistevano testi, testi antichi, testi che Roma non aveva mai visto, testi che raccontano una storia molto diversa su ciò che Gesù fece e disse dopo la resurrezione.
“Non sono gli stessi Vangeli che conosci, Juanito” – mi disse il mio contatto, un sacerdote etiope che aveva studiato in Europa, ma era tornato nella sua terra – “Nella tua Bibbia Gesù appare brevemente, dice alcune cose e ascende al cielo”.
Annuii: “Giusto”.
“Ebbene” – proseguì con un sorriso che non dimenticherò mai – “Questa non è tutta la storia, non è neppure la metà della storia”.
Così iniziò un viaggio che mi avrebbe condotto a monasteri scavati nella roccia, a conversazioni con monaci che avevano memorizzato testi di 1600 anni di antichità alla lettura di manoscritti che l’occidente decise di dimenticare.
E ciò che trovai lì cambiò tutto, perché risulta che Gesù non si limitò a brevi apparizioni dopo essere risorto.
insegnò, ammonì, profetizzò e le sue parole finali sono più radicali, più sovversive, più scomode di qualunque cosa troverete nella Bibbia che avete in casa.
Lasciate che vi spieghi qualcosa che probabilmente non sapete.
Nelle vostre case, se avete una Bibbia, ci sono tra 66 e 73 libri, a seconda che sia protestante o cattolica; forse 81 se avete una Bibbia ortodossa greca.
Ma sapete quanti libri ha la Bibbia ortodossa etiope? 81.
Ma non gli stessi 81 degli altri.
Sono libri diversi, libri che non vedrete mai in una Bibbia occidentale, libri conservati nella lingua Jetz, l’antico idioma liturgico dell’Etiopia, copiati a mano dai monaci, generazione dopo generazione.
E tra quei libri ce ne sono diversi che raccontano ciò che Gesù disse e insegnò dopo la resurrezione, non le brevi apparizioni dei Vangeli canonici, ma 40 giorni completi di insegnamenti intensivi.
E sapete perché l’occidente non possiede questi testi?
Perché l’Etiopia rimase isolata geograficamente, politicamente, ecclesiasticamente quando l’impero romano abbracciò il cristianesimo nel quarto secolo, quando i concili cominciarono a decidere che cosa fosse ortodosso e che cosa fosse eretico, quando Roma e Costantinopoli iniziarono a emendare e censurare.
L’Etiopia era troppo lontana, troppo protetta da montagne e deserti, troppo forte nella propria tradizione.
E così, mentre il resto del mondo cristiano bruciava testi e proibiva Vangeli, i monaci etiopi continuavano a copiare tutto.
I testi mistici, i testi apocalittici, i testi scomodi, i testi che mostravano un Gesù molto più radicale di quanto Roma volesse ammettere.
Devo portarvi con me a quella notte.
Era il terzo giorno dopo il mio arrivo in Etiopia.
Il mio contatto mi aveva ottenuto il permesso di visitare uno dei monasteri più antichi e isolati del paese, Debre Damo.
Questo monastero è costruito sulla cima di una montagna di roccia piatta a 2216 m di altezza e c’è un solo modo per salire: ti tirano su con una corda.
Sì, letteralmente ti legano una corda di cuoio di cammello intorno al petto e i monaci ti issano tirando dall’alto.
Sono 15 m di parete verticale e mentre sali oscillando contro la roccia e pregando che la corda non si rompa, hai molto tempo per pensare per che diavolo hai deciso di farlo.
Ma arrivai in cima e ciò che vidi mi tolse il respiro, non per il pericolo appena corso, ma per quello che c’era lassù.
Un complesso di chiese e celle monastiche risalenti al VI secolo, muri di pietra consumati da 1500 anni di vento e pioggia e all’interno della chiesa principale, protetta in cofanetti di legno intagliato, c’erano bibbie manoscritte su pergamena di pelle di capra che avevano più di 1000 anni.
L’ abate del monastero, un anziano con la barba bianca fino al petto, mi accolse con un’ospitalità che non meritavo.
Mi offrì tè, pane e ingera e poi, con una cerimonia quasi irreverente estrasse uno dei manoscritti.
“Questo – mi disse in un inglese sorprendentemente buono – è il Mezzafe Kidan, il libro dell’alleanza.
Registra le parole di Gesù Cristo ai suoi discepoli dopo essersi rialzato dalla morte.
Aprì il manoscritto. Le pagine erano in Jetz, quella lingua antica che sembra un incrocio tra ebraico e arabo con caratteri che paiono piccole opere d’arte e iniziò a tradurre.
Ciò che ascoltai quella notte alla luce di candele di cera d’api sulla cima di quella montagna isolata, cambiò per sempre la mia comprensione della resurrezione.
Nei Vangeli canonici, quelli presenti nelle nostre Bibbie, la resurrezione è trattata in modo sorprendentemente breve.
Gesù muore il venerdì, risorge la domenica, appare a Maria Maddalena, appare ai discepoli nel cenacolo, si mostra a Tommaso, a dei discepoli sulla via di Emmaus e poi negli Atti si dice che si presentò vivo con molte prove infallibili, apparendo loro per 40 giorni e parlando del regno di Dio.
40 giorni? Ma che cosa disse in quei 40 giorni? Che cosa insegnò? Di che cosa parlò?
I Vangeli canonici quasi non dicono nulla. È uno dei silenzi più strani di tutta la Bibbia.
Gesù, dopo l’evento più importante della storia cristiana, dopo aver vinto la morte stessa, ha 40 giorni per insegnare ai suoi discepoli, 40 giorni per preparare coloro che avrebbero fondato la sua chiesa.
E le nostre Bibbie dedicano a questo un paio di paragrafi.
Non ha senso, a meno che ciò che disse sia stato registrato e qualcuno abbia deciso che non dovessimo leggerlo.
Ed è esattamente quello che scoprii in Etiopia.
Mentre l’abate traduceva, io prendevo appunti freneticamente. La mia mano a malapena riusciva a stare al passo con ciò che ascoltavo.
Secondo il libro dell’Alleanza, dopo la resurrezione, Gesù non apparve solo per dimostrare che era vivo, apparve come re, come signore del cielo e della terra, con un’autorità che non aveva mai mostrato prima.
Le prime parole che pronuncia sono queste: “Ho vinto, la morte è sconfitta, il potere del nemico è spezzato e ora vi dico: “Andate per tutto il mondo, ma non come conquistatori con la spada. Andate con il fuoco dello Spirito Santo. Quel fuoco è più potente di tutti gli eserciti della terra”.
E qui c’è qualcosa di radicalmente diverso.
Non è il Gesù mansueto e gentile dei quadri di Chiesa. È un conquistatore spirituale, un rivoluzionario.
Ma poi dice qualcosa di ancora più inquietante.
“Vi avverto perché vi amo. Verrà un tempo in cui le mie stesse parole saranno corrotte. Molti predicheranno nel mio nome, ma pochi porteranno la mia verità. Costruiranno templi d’oro e di pietra, ma trascureranno il tempio dell’anima. pronunceranno il mio nome nelle strade, ma i loro cuori saranno lontani da me.”
Quando lo sentii, un brivido mi corse lungo la schiena.
Gesù stava profetizzando la corruzione della sua stessa chiesa prima ancora che quella chiesa esistesse.
E non era una profezia vaga, era specifica, dettagliata, quasi come se avesse visto il futuro e stesse avvertendo i suoi discepoli di ciò che sarebbe venuto.
Chiesi all’abate: “Questo è nel manoscritto originale, non è un’aggiunta posteriore?”
Lui mi guardò con quegli occhi profondi, quasi tristi.
“Fratello Juanito, questo manoscritto ha più di 1000 anni, ma fu copiato da uno più antico e quello da un altro ancora più antico. Questa tradizione risale ai primi secoli, ai discepoli dei discepoli. Questo è ciò che Gesù disse ed è per questo che Roma non lo volle nella sua Bibbia”.
Devo fermarmi un istante per spiegare qualcosa di cruciale.
Quando parliamo di Bibbia tendiamo a pensare che sia sempre esistita così come la conosciamo, che fin dall’inizio ci fosse un accordo su quali libri fossero sacri e quali no.
Questo è completamente falso. Nei primi secoli del cristianesimo c’erano dozzine, forse centinaia di Vangeli, lettere, apocalissi, insegnamenti in circolazione.
Diverse comunità cristiane usavano testi diversi. Non esisteva un canone unico.
Fu solo nel V secolo quando il cristianesimo divenne religione ufficiale dell’Impero Romano che iniziò il processo di canonizzazione, cioè decidere che cosa fosse ispirato da Dio e che cosa fosse apocrifo o eretico.
E chi decise? Roma, i vescovi leali all’Impero, i concili controllati dal potere politico e applicarono tre criteri principali.
Primo, controllo politico. I testi che mettevano in discussione l’autorità della gerarchia ecclesiastica erano sospetti. I testi che promuovevano l’esperienza mistica individuale al di sopra della mediazione sacerdotale erano pericolosi.
Secondo, la razionalità greco-romana. L’impero aveva adottato il cristianesimo, ma restava culturalmente greco-romano. Amava la filosofia, la logica, l’ordine. I testi troppo mistici, troppo apocalittici, troppo orientali, risultavano scomodi.
Terzo, la paura. La paura che se la gente avesse ascoltato i veri insegnamenti del Gesù risorto, quegli insegnamenti radicali sulla trasformazione interiore, sul riconoscere la futura corruzione della Chiesa, sul cercare Dio direttamente senza intermediari, la gente avrebbe smesso di obbedire alla Chiesa e avrebbe cominciato a seguire Dio direttamente e questo per Roma era inaccettabile.
Che cosa fecero dunque?
Editarono, censurarono e, quando la censura non bastava, bruciarono: distrussero intere biblioteche, perseguitarono comunità cristiane che si rifiutavano di adottare il canone ufficiale, ma non poterono raggiungere l’Etiopia.
Le montagne erano troppo alte, il deserto troppo vasto e la chiesa etiope troppo antica e radicata per essere intimidita.
Così, mentre Roma bruciava testi, l’Etiopia li preservava. Quella notte a Debre Damo l’abate continuò a tradurre e arrivammo a una sezione che mi fece rizzare i capelli.
Secondo il libro dell’Alleanza, Gesù parlò a lungo del suo ritorno, della fine dei tempi, ma non nel modo vago e simbolico che troviamo nell’apocalisse di Giovanni.
No, era specifico, dettagliato e pertinente al nostro tempo in modo disturbante.
“Riconoscerete il tempo della fine da questi segni. Le nazioni combatteranno tra loro senza motivo. La sapienza sarà disprezzata e la stoltezza celebrata. I legami familiari si spezzeranno. Il figlio tradirà il padre, la figlia, la madre. Le menzogne saranno proclamate come verità dai luoghi elevati e la verità sarà sepolta nel silenzio”.
Smisi di scrivere e guardai l’abate.
“Suona esattamente come oggi”.
Lui annuì lentamente. “Per questo non mi sorprende che tu sia venuto ora. Molti stanno venendo in cerca di questi testi, come se sentissero che è giunto il momento perché queste parole vengano alla luce”.
Gesù continua nel testo: “Ma il segno più grande sarà questo: quando il mio popolo non riconoscerà più la mia voce, quando invocheranno il mio nome, ma non mi conosceranno, quando costruiranno monumenti alla mia memoria, ma ignoreranno la mia presenza, allora saprete che la tenebra è calata.”
E qui viene la parte che mi spezza ogni volta che la leggo.
“Beati quelli che soffrono per il mio nome, non a parole, ma in silenzio, perché io sono con loro nei luoghi che nessun uomo vede, nelle prigioni segrete, nel pianto di mezzanotte, nella solitudine del rifiutato. Lì sono io e lì è la mia gloria, non nelle vostre cattedrali”.
Questo non è il Gesù dei sermoni televisivi, non è il Gesù della teologia della prosperità, è il Gesù dei dimenticati, degli invisibili, di coloro che soffrono in segreto.
Il giorno seguente l’abate mi presentò uno dei monaci più anziani del monastero.
Quest’uomo, il cui nome non posso rivelare per promessa, aveva trascorso 60 anni della sua vita a copiare manoscritti. 60 anni. Tutta la sua vita adulta dedicata a preservare questi testi.
Parlava pochissimo: quando gli facevi una domanda, talvolta passavano minuti prima che rispondesse, ma quando lo faceva ogni parola pesava come oro.
Gli chiesi, “Padre, perché l’Occidente non ha questi testi? Perché non sono nelle nostre Bibbie?”
Mi fissò con quegli occhi profondi, velati dall’età, ma brillanti di intelligenza.
“ Perché i vostri padri nella fede temettero la verità. Temettero ciò che Gesù disse davvero. Temettero che se la gente avesse saputo, non avrebbero potuto controllarla”.
“Che cosa dissero di così pericoloso?” – domandai.
Sorrise con tristezza.
“Che Dio non sta negli edifici, che i sacerdoti non sono necessari, che ogni persona può incontrare Dio direttamente, che la Chiesa istituzionale si sarebbe corrotta, che il vero cristianesimo avrebbe vissuto ai margini, non al centro del potere”.
Fece una pausa, poi aggiunse qualcosa che non dimenticherò mai.
“ I vostri capi religiosi costruirono imperi, costrinsero i loro seguaci a farsi servi. I vostri capi accumularono oro. Gesù disse loro di spogliarsi di tutto. I vostri capi cercarono palazzi. Gesù disse loro di vivere sulle montagne e nei deserti. Come avrebbero potuto includere questi testi e mantenere il loro potere?”.
Durante la mia seconda settimana in Etiopia mi portarono in un altro monastero ad Axum, l’antica città.
Lì mi mostrarono un altro testo chiave, le didascalie e le istruzioni. Questo testo esiste in versioni più brevi in altre tradizioni cristiane, ma la versione etiope è molto più estesa e molto più radicale.
Le didascalie presentano le istruzioni di Gesù su come i suoi seguaci devono vivere una volta che egli se ne sarà andato.
E non sono istruzioni spirituali astratte, sono pratiche concrete, rivoluzionarie.
“Vivete in semplicità radicale, digiunate e pregate. Non allineatevi con re corrotti né con mercanti, perché essi costruiscono la loro ricchezza sul sangue dei poveri. Non siate come gli scribi del futuro che indosseranno vesti bianche, ma divoreranno le case delle vedove, che porteranno titoli sacri, ma avranno il cuore di pietra”.
Quando lessi questo, non poti fare a meno di pensare alla storia della Chiesa cattolica, ai papi che vivevano come imperatori, ai vescovi proprietari di eserciti, alle crociate, all’inquisizione, alla vendita delle indulgenze.
Gesù vide arrivare tutto ciò, lo profetizzò e mise in guardia contro di esso.
Ma la parte più esplosiva della didascalia viene dopo.
“Negli ultimi giorni la mia voce si leverà di nuovo dai luoghi meno attesi, dai deserti, dalle montagne, dai figli degli schiavi. Il mio spirito parlerà e chi ha orecchi per udire lo ascolterà. Non cercate la mia voce nei palazzi d’oro, cercatela nei luoghi dimenticati, perché è lì che sono sempre stato”.
Vi rendete conto di quanto sia radicale tutto questo?
Gesù sta dicendo che la sua verità non verrà dalla struttura istituzionale della Chiesa, verrà dai margini, dagli esclusi, da quelli che il potere religioso ha respinto.
Sta dicendo che l’istituzione non è il cristianesimo, che il vero Vangelo vivrà fuori dalle mura delle cattedrali.
Devo raccontarvi qualcosa che mi accadde, qualcosa che non ho neppure inserito nei miei libri pubblicati, perché non so se la gente ci crederebbe, ma è importante per capire perché questi testi mi toccano così profondamente.
Era la mia ultima notte ad Axum e alloggiavo in una stanza semplice nel complesso del monastero.
Non riuscivo a dormire, la mente girava intorno a tutto ciò che avevo letto, a tutte le rivelazioni.
Mi alzai e usci a camminare. Era passata la mezzanotte, il cielo incredibilmente limpido, si vedeva la Via Lattea in tutta la sua gloria e all’improvviso, non so come spiegarlo, sentii una presenza.
Non fu spaventosa, fu travolgente, come se tutto il peso dell’universo si concentrasse in quell’istante, in quel luogo.
E udii parole, non con le orecchie, con qualcosa di più profondo. Con l’anima, suppongo.
“Sei venuto a cercare ciò che fu dimenticato. Ora devi decidere che cosa farai con ciò che hai trovato”.
Rimasi paralizzato, incapace di muovere un muscolo.
“Molti vorranno zittirti, molti diranno che menti, ma tu sai ciò che hai visto, sai ciò che hai letto”.
La domanda è: “Avrai il coraggio di raccontarlo?”
E poi, repentinamente, com’era arrivata, la presenza se ne andò.
Rimasi lì sotto le stelle tremando, non per il freddo, per qualcosa di più profondo.
Quell’esperienza mi segnò perché mi fece capire che questi testi non sono semplici documenti storici curiosi: sono pericolosi, sono potenti e qualcuno non vuole che tu li conosca.
Ora lasciatemi ricostruire ciò che i testi etiopi ci dicono su quei 40 giorni dopo la resurrezione.
Nelle Bibbie occidentali il libro degli Atti lo dice brevemente.
“Si presentò vivo con molte prove infallibili, apparendo loro per 40 giorni e parlando del regno di Dio”.
Tutto qui: una frase.
Ma secondo i manoscritti etiopi quei 40 giorni furono un periodo intensivo di insegnamento, come se Gesù stesse tenendo un corso accelerato di verità spirituali che non aveva potuto insegnare prima di morire.
Perché non le aveva insegnate prima?
Perché i suoi discepoli non erano pronti, lo vedevano ancora come un rabbì, un profeta, forse il Messia politico che avrebbe liberato Israele.
Ma dopo la resurrezione tutto cambiò: vedevano qualcuno che aveva sconfitto la morte, che era passato dall’altra parte ed era tornato.
Ora erano pronti per verità più profonde e Gesù sfruttò quei 40 giorni per rivelare ciò che i testi chiamano i rotoli celesti, conoscenze sulla struttura dell’universo spirituale, sugli angeli e i demoni, sull’architettura dell’anima umana.
In uno dei manoscritti che potei fotografare con permesso speciale, dopo aver promesso che lo avrei usato solo per ricerca accademica, c’è una sezione affascinante che descrive come Gesù spiegò la realtà spirituale ai discepoli.
Secondo il testo Gesù disse: “Se i vostri occhi fossero davvero aperti, vedreste che angeli camminano con voi, demoni sussurrano all’orecchio e ogni pensiero che avete costruisce una scala verso il cielo o verso l’abisso. Ogni pensiero conta. Ogni momento di coscienza sta costruendo la vostra eternità”.
Questo è straordinario per varie ragioni.
Primo perché si collega a ciò che i padri del deserto avrebbero insegnato secoli dopo.
Quei monaci radicali che andarono a vivere nel deserto d’Egitto tra il terzo e il quarto secolo, svilupparono una vera scienza dei pensieri, insegnando che ogni pensiero ha un’origine divina, umana o demoniaca e che imparare a discernere quell’origine è la chiave della vita spirituale.
Da dove trassero quell’insegnamento? Da queste tradizioni su ciò che Gesù insegnò dopo la resurrezione.
Secondo, perché suona sorprendentemente simile a ciò che la neuroscienza moderna sta scoprendo, che i nostri pensieri ricablano letteralmente il cervello, che ogni pensiero rafforza certe vie neuronali e ne indebolisce altre, che stiamo letteralmente costruendo la nostra mente con ogni momento di coscienza.
Gesù lo sapeva 2000 anni fa, ma c’è di più.
Il testo continua: “Gli angeli non sono ciò che pensate, non sono bambini con le ali, sono intelligenze, forze, aspetti della volontà divina. Alcuni sono assegnati alle nazioni, altri agli individui. E sì, alcuni caddero, si ribellarono e ora lavorano per allontanare la vostra mente da Dio.”
“I demoni non possono costringervi, possono solo suggerire, sussurrare, tentare. Il loro potere sta solo nella vostra credenza. Se date loro attenzione e credibilità, concedete loro potere su di voi. Ma se riconoscete i loro sussurri per ciò che sono, non hanno alcun potere”.
Questa è una psicologia spirituale incredibilmente sofisticata, insegnata due millenni fa.
Forse però l’insegnamento più profondo che Gesù impartì, secondo questi testi, riguarda la natura stessa dell’anima umana.
In un passaggio che mi fece fermare e rileggere tre volte, Gesù dice: “Il vostro corpo è un tempio”.
Sì, ma non capite che cosa significhi. Non è solo una metafora. Il vostro corpo è letteralmente uno spazio sacro dove il divino e il materiale si incontrano.
“Avete tre livelli: corpo, anima, spirito. Il corpo è terra e tornerà alla terra. L’anima è la vostra mente, le vostre emozioni, la vostra volontà. Questa può elevarsi o cadere e lo spirito è il soffio di Dio in voi. È indistruttibile, è eterno, è la mia stessa presenza in voi. Il lavoro della vostra vita è allineare questi tre. Quando il corpo obbedisce all’anima e l’anima obbedisce allo Spirito e lo Spirito riposa nel Padre, allora siete ciò per cui foste creati, immagini di Dio che camminano sulla terra”.
Questo non è teologia astratta, è istruzione pratica.
E poi arriva la parte che mi spezzò.
“Quando pregate, non pregate solo con la bocca, lasciate che il vostro corpo diventi una preghiera vivente, che il vostro respiro mi lodi, che il vostro silenzio parli più forte dei sermoni”.
Questa non è religione, è rivoluzione.
Gesù sta dicendo che la vera spiritualità non sta nelle parole né nei rituali esterni, ma nella trasformazione completa dell’essere, corpo, anima e spirito fusi in un unico atto di adorazione vivente.
Ora posso rispondere alla domanda che molti si staranno ponendo.
Perché la Chiesa occidentale ha respinto questi testi?
Ho identificato tre ragioni principali. Prima ragione, controllo politico ed ecclesiastico.
Questi testi danno potere all’individuo. Gli dicono che può incontrare Dio direttamente, che non ha bisogno di un sacerdote come intermediario, che il vero tempio è dentro di lui.
Potete immaginare cosa significhi per un’istituzione che basa il proprio potere proprio sull’essere l’intermediario necessario tra Dio e l’umanità.
La Chiesa cattolica sviluppò un intero sistema sacramentale in cui ti serve un sacerdote quasi per tutto: battesimo, confessione, comunione, matrimonio, estrema unzione.
Ma se Gesù insegnò davvero che puoi trovare Dio direttamente, che il tuo corpo è il tempio, che la tua coscienza è l’altare, a che cosa serve l’istituzione?
Ecco perché questi testi erano pericolosi: minavano il fondamento stesso del potere ecclesiastico.
Seconda ragione, il misticismo scomodo. I testi etiopi sono pieni di visioni, esperienze mistiche, angeli e demoni, battaglie spirituali.
Per la mentalità greco-romana questo era imbarazzante, troppo orientale, troppo esperienziale, troppo poco filosofico.
Roma voleva un cristianesimo presentabile nel foro, discutibile con gli stoici e i platonici, rispettabile e razionale.
Un cristianesimo di estasi mistiche, visioni apocalittiche e guerre spirituali invisibili non si adattava a quell’immagine, dunque fu editato, smussato, reso più rispettabile.
Terza ragione, le profezie sulla corruzione della Chiesa.
Questa è la più scomoda. In questi testi Gesù avverte esplicitamente che la sua stessa chiesa si sarebbe corrotta, che sarebbe venuto un tempo in cui la gente avrebbe pronunciato il suo nome senza conoscerlo, avrebbe costruito cattedrali ignorando il tempio interiore e i leader religiosi avrebbero vissuto nel lusso mentre i poveri soffrivano.
Come può un’istituzione includere nel proprio canone testi che profetizzano la sua stessa corruzione? Non può. Quindi quei testi dovevano sparire.
Prima di lasciare l’Etiopia ebbi un’ultima conversazione con quel monaco anziano, il copista.
Gli dissi: “Ho letto questi testi, ho preso appunti, ho fotografato pagine, ma quando tornerò in Occidente chi mi crederà? Diranno che è fantasia, che sono testi apocrifi senza valore.”
Mi guardò con quello sguardo penetrante.
“La verità non ha bisogno che la si creda. Esiste indipendentemente dalla credenza. Noi abbiamo custodito questi testi per 1600 anni, li abbiamo copiati con le nostre mani. Alcuni dei miei fratelli sono morti per preservarli. Perché? Non per potere. Non ne abbiamo, non per denaro. Siamo poveri. Lo abbiamo fatto perché sono verità, perché sono le parole del nostro Signore e perché sapevamo che sarebbe venuto un giorno in cui il mondo ne avrebbe avuto bisogno”.
Fece una pausa, gli occhi gli si inumidirono e credo che quel giorno sia arrivato.
Voglio tornare a una delle profezie più sconvolgenti di questi testi, perché credo che la stiamo vivendo proprio ora.
Secondo il libro dell’Alleanza, Gesù disse: “Verrà un tempo in cui il mio nome sarà venduto, il mio volto sarà ridipinto per soddisfare i potenti, le mie parole saranno riscritte per giustificare ciò che io ho condannato. Vedrete templi magnifici costruiti nel mio nome, ma io non sarò lì. Ascolterete il mio nome sulle labbra di re e presidenti, ma essi non mi conoscono. E in quel tempo di oscurità la mia voce si leverà dai luoghi dimenticati, dalle montagne, dai deserti. da coloro che soffrono in silenzio, perché la verità non può morire. Sono il seme e la spada e tornerò”.
Quando lessi questo per la prima volta, pensai immediatamente a come il cristianesimo è stato usato nella storia moderna.
Usato per giustificare il colonialismo, per benedire eserciti, per accumulare ricchezze oscene, per costruire imperi, per entrare nella politica e nel potere.
Gesù di Nazaret, il rabbì itinerante che non aveva dove posare il capo, che mangiava con prostitute ed esattori, che sfidò le autorità religiose del suo tempo, quel Gesù è stato trasformato in un prodotto, in un marchio, in uno strumento di controllo.
Ma secondo questi testi, lui lo vide arrivare e promise che quando la corruzione fosse divenuta totale, quando il suo nome fosse completamente prostituito dal potere, la sua vera voce si sarebbe nuovamente levata dai margini.
Questo mi porta a uno degli insegnamenti più rivoluzionari di questi testi.
Nella didascalia etiope c’è un passo in cui Gesù parla direttamente di dove sarà la sua presenza negli ultimi giorni. Non cercatemi nelle cattedrali di marmo, non cercatemi nella propaganda, non cercatemi dove i ricchi e i potenti invocano il mio nome. Cercatemi nella vedova che condivide la sua ultima moneta, nel prigioniero che perdona i suoi torturatori, nel bambino rifugiato che ancora canta lode, nel malato terminale che trova pace, nel dipendente che lotta per rialzarsi ancora una volta. Lì sono io negli spezzati, nei dimenticati, in coloro che il mondo disprezza.
E aggiunge qualcosa che mi spezza ogni volta che lo leggo: “e da quei luoghi, da quelle persone, verrà il rinnovamento, non dai seminari, non dai concili, ma dai cuori spezzati che ancora si fidano di me”.
Questo ribalta completamente la struttura di potere del cristianesimo istituzionale.
La Chiesa dice: “La verità viene da noi, dalla gerarchia, dai teologi formati, dai concili ufficiali”.
Gesù in questi testi dice “No, la verità viene dal basso, dai piccoli, dai dimenticati, da chi soffre e tuttavia ama”.
Durante il mio soggiorno in Etiopia qualcosa mi colpì profondamente. Il cristianesimo etiope è diverso. Non è il cristianesimo razionalizzato o addomesticato che conosciamo in Occidente. È selvaggio, mistico, intenso. I monaci digiunano in modi che noi considereremmo estremi. Alcuni mangiano una sola volta al giorno, altri una volta ogni due giorni. Durante la Quaresima non mangiano né bevono nulla fino al tramonto. Pregano per ore.
Ho visto liturgie che durano da prima dell’alba a oltre il mezzogiorno, 4 5 6 ore di preghiera continua. Canti, letture credono letteralmente ad angeli e demoni, alla battaglia spirituale, al mondo invisibile e non reale quanto a quello visibile. Trattano i loro manoscritti antichi con una reverenza difficile da descrivere, come fossero portali al sacro, come se le parole su quelle pergamene avessero potere reale, perché per loro ce l’hanno.
E capisco che questo è ciò che il cristianesimo era prima che Roma lo addomesticasse, prima che i concili lo sistematizzassero, prima che i teologi lo razionalizzassero. Una religione di esperienza diretta, di trasformazione radicale, di incontro personale con il divino.
Ed è precisamente ciò che questi testi insegnano.
C’è una sezione nei testi etiopi che mi ha colpito in modo particolare, riguarda la preghiera.
Secondo questi manoscritti, Gesù non insegnò la preghiera come esercizio mentale o verbale, ma come qualcosa che coinvolge l’intero essere.
“Quando pregate, disse, non pensate che sia solo la vostra mente a parlare con Dio. Il vostro corpo prega, il vostro respiro prega, il vostro silenzio prega. Imparate a far tacere la mente, a quietare il rumore interno e in quel silenzio ascolterete la mia voce, non con le orecchie, con qualcosa di più profondo, perché io parlo nel silenzio, nella quiete, nello spazio tra i vostri pensieri”.
Questa è meditazione contemplativa, è esicasmo, la tradizione dei monaci ortodossi orientali, qualcosa che il cristianesimo occidentale ha quasi del tutto perduto.
E poi Gesù dà istruzioni specifiche. Sedete in silenzio, respirate profondamente. A ogni respiro dite nel cuore: “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me. Non in fretta, con calma, lasciate che le parole affondino nel vostro essere. All’inizio la mente vagherà, i pensieri arriveranno come uccelli. Lasciateli andare. Non lottate contro di loro, semplicemente tornate al respiro, tornate alle parole e dopo molto tempo, forse giorni, forse mesi, forse anni, qualcosa cambierà. Le parole cominceranno a dirsi da sole, senza sforzo, come una sorgente che sgorga dall’interno. E allora saprete che non siete voi a pregare, è il mio spirito che prega in voi”.
Questo somiglia in modo straordinario alla preghiera del cuore della tradizione esicasta e secondo questi testi viene direttamente dal Gesù risorto.
Quando tornai in Spagna dopo quel viaggio, non sapevo che fare con tutto ciò che avevo scoperto. Avevo appunti, fotografie, registrazioni audio delle traduzioni dell’abate.
Ma come presentarlo? Chi mi avrebbe creduto?
Provai a parlare con alcuni colleghi accademici, la maggior parte era scettica, testi apocrifi, dicevano, senza reale valore storico.
Provai a parlare con leader religiosi. Alcuni si mostrarono interessati, altri chiaramente a disagio. Uno mi disse apertamente: “Juanito, è meglio lasciare queste cose in pace. Non vogliamo confondere la gente”.
Non vogliamo confondere la gente. Quella frase dice tutto. La verità confonde. La verità è scomoda. Meglio tenere la gente sulla versione semplice, controllabile e addomesticata del cristianesimo.
Ma io non riuscii a lasciar perdere perché quelle parole, quegli insegnamenti mi avevano cambiato e sentivo, come quella notte sotto le stelle ad Axum, di avere la responsabilità di condividerli.
C’è un’altra profezia in questi testi che è diventata dolorosamente attuale.
Secondo il libro dell’alleanza Gesù avvertì: “Verrà un tempo in cui le mie parole saranno riscritte, in cui coloro che hanno potere decideranno che cosa ricordare di me e che cosa dimenticare. Diranno che lo fanno per proteggere la fede, per mantenere l’unità, per evitare l’eresia, ma in verità lo faranno per proteggere il loro potere, perché le mie parole, quelle vere, sono fuoco e il fuoco non può essere controllato”.
Quando lessi questo, pensai immediatamente ai Concili e a Nicea, a Calcedonia, a tutti i momenti in cui uomini con potere politico decisero che cosa fosse ortodosso e che cosa eretico. decisero sulla base della verità o sulla base di ciò che era conveniente al potere?
La storia suggerisce la seconda. Ario, per esempio, fu condannato come eretico a Nicea non perché le sue idee fossero palesemente false, ma perché non si adattavano alla teologia che l’imperatore Costantino voleva promuovere.
Gli gnostici furono perseguitati e i loro testi bruciati. Perché? Non perché non avessero antichi lignaggi o insegnamenti profondi, ma perché sfidavano l’autorità della gerarchia nascente.
La storia la scrivono i vincitori e la teologia la scrivono quelli che hanno il potere.
Ma Gesù in questi testi etiopi avverte che ciò sarebbe accaduto e promette che la verità non può essere distrutta definitivamente.
“La verità è come un seme – dice – potete seppellirla, potete calpestarla, ma a suo tempo germoglierà di nuovo”.
C’è una linea nella didascalia che mi perseguita costantemente. “Negli ultimi giorni il mio spirito parlerà dai figli degli schiavi”.
I figli degli schiavi. Perché proprio questa espressione? Perché non i poveri o gli oppressi in generale? Lo chiesi all’abate di Axum. Mi disse qualcosa che mi fece riflettere per settimane. Fratello Juanito, sai qual è stato uno dei primi paesi a proibire la schiavitù?
Scossi il capo. L’Etiopia. Nel IV secolo, quando adottammo il cristianesimo, uno dei primi atti fu liberare gli schiavi, perché i nostri testi dicono che Dio ama in modo speciale coloro che sono stati resi schiavi, che sono, in un certo senso, più vicini a lui dei liberi.
“Perché?” chiesi.
“Perché conoscono la sofferenza, sanno che cosa significa non avere potere, perché la loro unica speranza è Dio e per questo hanno le orecchie aperte per ascoltarlo”.
Mi raccontò che secondo la tradizione etiope, quando Gesù parlò dei figli degli schiavi nelle sue istruzioni post resurrezione, stava profetizzando sul cristianesimo africano. L’Etiopia non fu mai colonizzata, ma per secoli fu guardata con disprezzo dal cristianesimo europeo. “Africani ignoranti, dicevano, cristiani di seconda classe”, eppure furono loro, i disprezzati a preservare gli insegnamenti più puri.
E ora, nel XX secolo, mentre il cristianesimo europeo crolla, quello africano esplode, proprio come Gesù aveva profetizzato.
So che molti lettori si staranno chiedendo: “Questi testi sono davvero antichi o sono invenzioni medievali?”
Vi do i fatti. I manoscritti più antichi esistenti del canone etiope risalgono al XI – X secolo, ma l’analisi linguistica del jetz usato mostra che si tratta di traduzioni di originali molto più antichi, probabilmente del periodo che va dal quarto al secondo secolo.
Sappiamo che la Chiesa etiopica fu fondata nel V secolo, secondo la tradizione da Frumenzio, un missionario siriaco, ma ci sono anche indizi di comunità cristiane precedenti, forse del primo o secondo secolo.
L’Etiopia aveva contatti con il mondo giudeo-cristiano attraverso il commercio nel Mar Rosso. Il regno di Axum era una potenza commerciale e la tradizione etiope afferma che la sua dinastia reale discende dal re Salomone e dalla regina di Saba.
Punto importante, quando il cristianesimo arrivò in Etiopia non giunse da Roma, ma da Oriente, dalla Siria, dall’Egitto, forse persino dall’India.
E quelle comunità cristiane orientali possedevano testi diversi da quelli che Roma stava usando. Molti dei testi apocrifi che troviamo in Etiopia esistevano anche in versioni copte, siriache, arabe.
Non furono inventati in Etiopia, furono preservati lì quando scomparvero altrove.
Dunque, sono antichi? Sì, sono affidabili. Domanda più complessa, ma vi dirò questo: sono almeno tanto affidabili quanto i Vangeli canonici? Su che cosa si basa l’affidabilità dei Vangeli canonici? Sul fatto che furono accettati dai concili del V secolo, concili controllati dal potere politico.
I testi etiopi hanno la stessa origine, comunità cristiane primitive che registrarono tradizioni orali su Gesù.
La differenza è che Roma li rifiutò ed Etiopia li preservò. Chi aveva ragione?
Ognuno deve deciderlo per sé. Ho intitolato questa sezione Il Cristo nascosto perché è ciò che questi testi rivelano.
Un Gesù che ci è stato nascosto. Non del tutto nascosto, si intende. I Vangeli canonici sono genuini e contengono verità profonde, ma sono incompleti, editati, filtrati attraverso la lente di ciò che Roma considerava accettabile.
I testi etiopi ci offrono un Gesù più completo, più complesso, più sfidante. Un Gesù che non solo morì per il nostro riscatto, anche questo, ma risorse per insegnarci come vivere a un livello completamente diverso di coscienza.
Un Gesù che non parlò d’amore solo in termini generali, ma diede istruzioni specifiche su come trasformare corpo, anima e spirito.
Un Gesù che non si limitò a predire il suo ritorno, ma mise in guardia sulla corruzione specifica che avrebbe attaccato la sua Chiesa e promise che il rinnovamento sarebbe venuto dai margini, non dal centro.
Questo è il Gesù che Roma non voleva che conoscessimo, perché questo Gesù è incontrollabile.
Sono passati più di 25 anni da quel primo viaggio in Etiopia. Ci sono tornato altre tre volte, ho continuato a ricercare. Ho confrontato i testi etiopi con altri apocrifi di altre tradizioni e sono giunto ad alcune conclusioni.
Primo, la Bibbia che abbiamo in Occidente è incompleta, non è falsa, ma è editata, censurata. Cose importanti sono state lasciate fuori.
Secondo, gli insegnamenti post resurrezione di Gesù furono molto più estesi e profondi di quanto suggeriscano i Vangeli canonici. Quei 40 giorni furono cruciali e abbiamo accesso a ciò che vi si insegnò, se siamo disposti a cercare fuori dal canone ufficiale.
Terzo, Gesù profetizzò la corruzione della sua stessa chiesa: è scomodo, ma è lì in molteplici testi di molteplici tradizioni.
Non è un’invenzione etiope, è parte della tradizione cristiana primitiva che fu soppressa.
Quarto, il vero cristianesimo non è una religione istituzionale, è unatrasformazione personale, una pratica spirituale che coinvolge corpo, mente e spirito, un cammino di incontro diretto con il divino.
Quinto e più importante, la verità non ha bisogno del permesso di Roma per essere verità.
La Chiesa cattolica non ha il monopolio della verità cristiana e neppure qualunque altra istituzione.
La verità sta dove la trovi, a volte nelle cattedrali, ma anche nei monasteri di montagna in Etiopia, nei testi che Roma respinse, nei cuori dei marginalizzati che ancora credono. Secondo questi testi, Gesù concluse i suoi insegnamenti post resurrezione con una promessa e una chiamata. La promessa: ”Non vi lascerò orfani. Il mio spirito sarà con voi sempre. Nei momenti di oscurità più profonda, quando vi sembrerà di essere completamente soli, cercatemi nel più profondo del vostro essere. Lì sono io, lì sono sempre stato. E da lì ora vi mando la chiamata, non come pecore ingenue, ma come serpenti saggi e colombe pure. Il mondo vi odierà come ha odiato me, vi perseguiterà come ha perseguitato me, ma non temete perché io ho vinto il mondo. Andate, insegnate, non dai pulpiti d’oro, ma con la vostra vita. Lasciate che la vostra esistenza sia il sermone, che il vostro amore sia la prova, che la vostra pace in mezzo alla sofferenza sia la testimonianza. E negli ultimi giorni, quando tutto sembrerà perduto, quando il mio nome sarà profanato da coloro che dicono di seguirmi, cercate la mia voce nei luoghi dimenticati, perché lì sono sempre stato e lì sarò sempre”.
Concludo questo testo con un avvertimento e un invito.
L’avvertimento. Una volta che conosci queste informazioni non puoi disconoscerle. Non puoi tornare all’innocenza di credere che la Bibbia che possiedi sia completa, che la Chiesa istituzionale abbia tutte le risposte, che non ci sia altro da scoprire.
Hai mangiato dell’albero della conoscenza e come Adamo ed Eva, ora devi decidere che cosa fare di questa conoscenza. L’invito, cerca da te stesso non fermarti a ciò che ti ho detto.
Indaga, leggi i testi etiopi. Sono tradotti, sono disponibili; cerca anche i testi gnostici, i Vangeli apocrifi, le tradizioni mistiche del cristianesimo e soprattutto cerca Gesù direttamente, non attraverso l’istituzione, non tramite intermediari, direttamente come egli stesso insegnò.
“Cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”. E lì, è sempre stato lì, devi solo avere il coraggio di varcare quella soglia. E quando lo farai, quando troverai quella verità che rende liberi, ricorda: non sei il primo. I monaci d’Etiopia ti hanno preceduto da 1600 anni, i padri del deserto prima di loro, gli apostoli prima ancora e prima di tutti lo stesso Gesù uscito dalla tomba nel mattino di Pasqua con fuoco negli occhi e verità sulle labbra.
La verità non può morire, è il seme e la spada e sta germogliando di nuovo qui ora, in questo momento.
La domanda è: avrai il coraggio di vederla?
M O N T E A T H O S
Il Monte Athos, nella penisola Calcidica in Grecia, è sede di un monastero ortodosso risalente al Vi secolo.
Lì si è recato in visita di studio Carl Gustav Jung e lì ha avuto una esperienza di contatto diretto con il vero messaggio di Gesù.
Non solo quello che ci viene descritto dai Vangeli canonici, dove la sua figura è propagandata mettendo in evidenza solo alcuni aspetti e precetti del suo pensiero, e precisamente quelli che erano funzionali ad un insegnamento e ad un magistero di cui la Chiesa si sarebbe appropriata indebitamente per esercitare un controllo sulle coscienze e che la hanno conferito un potere, non solo spirituale ma anche materiale, esercitato coattivamente per due millenni.
Il grande scienziato della psiche, entrato molto cautamente e umilmente in confidenza con il primo responsabile del clero sacerdotale del Monastero, ha avuto da questi il permesso e la consulenza per consultare dei testi evangelici sconosciuti in occidente e risalenti ai primi secoli dopo Cristo.
Questi testi appartengono alla categoria dei Vangeli apocrifi che sono stati banditi, ripudiati, ignorati, distrutti, bruciati e fatti oggetto di discredito ed abominio.
Jung parla in particolare di uno di questi Vangeli, il Vangelo di Pietro, che nessun cristiano cattolico ha mai saputo esistesse, né tantomeno ha mai letto.
Se c’erano state in circolazione altre copie, ormai non esistevano più.
In esso la figura di Gesù è molto diversa da quella della tradizione cattolica.
In questo Vangelo Gesù spiega a Pietro che la resurrezione non è soltanto un evento unico che riguardava il suo corpo fisico, ma un simbolo di qualcosa che tutti devono vivere:
“La morte del falso io e la nascita del vero io”.
“Ogni persona deve morire e risorgere – diceva Gesù in quel testo – non una sola volta alla fine dei tempi, ma continuamente lungo tutta la vita”.
“Ogni volta che lasci cadere un’illusione muori; ogni volta che scopri una verità risorgi”.
Questo è radicalmente diverso dalla dottrina ortodossa.
La Chiesa presenta la resurrezione come un evento storico unico accaduto a Gesù e come un evento futuro che accadrà a tutti nel giudizio finale.
Qui, invece, viene mostrato come processo continuo di trasformazione interiore.
Perché è stato proibito?
Perché presenta un Gesù troppo umano e, al tempo stesso, troppo divino.
Troppo umano perché lo descrive con dubbi, paure, lotte interiori; troppo divino perché insegna che questa stessa divinità è disponibile a tutti.
La Chiesa aveva bisogno di un Gesù unico, diverso da ogni altro essere umano, un Gesù che si potesse venerare, ma non imitare.
Perché, se tutti possono raggiungere ciò che Gesù ha raggiunto con la resurrezione, allora la Chiesa perde la sua ragione d’essere mediatrice esclusiva.
Un Gesù che si può adorare ma non imitare, questa è esattamente la funzione propagandistica della figura del Gesù istituzionale: viene collocato su un piedistallo così alto che nessuno può raggiungerlo, gli vengono attribuite caratteristiche uniche che nessun altro essere umano può possedere.
E poi ci viene detto che l’unico modo di avvicinarsi a lui è attraverso la Chiesa.
Ma il Gesù dei vangeli proibiti è completamente diverso.
Quel Gesù dice: “Ciò che io faccio anche voi potete farlo”.
Quel Gesù insegna metodi concreti di trasformazione interiore, quel Gesù non crea dipendenti, crea discepoli che, col tempo, diventano maestri.
La differenza è enorme.
Una versione mantiene in vita un sistema di controllo, l’altra conduce alla liberazione.
Viviamo immersi in un flusso continuo: parole, immagini, notizie, opinioni.
Modelli di vita.
Tutto entra, quasi nulla viene trattenuto.
Ci hanno insegnato ad assorbire, non a trasformare, a raccogliere, non a costruire.
Ma l’animo non cresce per accumulo.
Anche il corpo, se mangia senza digerire, non si fortifica, si appesantisce, si intossica, si indebolisce.
Lo stesso accade allo spirito: ciò che non viene elaborato non diventa tuo, resta estraneo, resta in superficie e col tempo smette di servirti e comincia a guidarti.
Per questo, molti parlano e non pensano, ripetono ma non comprendono, sanno citare ma non sanno stare.
Manca lo spazio, manca il silenzio, manca il tempo necessario affinché ciò che entra possa diventare forma e contenuto interiore.
La vita non ha la velocità dei messaggi, né il ritmo delle notizie.
Ha tempi lenti, tempi organici, tempi che non si possono forzare.
Chi vive solo per accumulare, finisce per vivere fuori da sé.
Chi misura tutto in termini di avere, perde il contatto con l’essere.
E quando l’animo non ha un centro proprio, si sposta sugli altri.
Confronta, imita, invidia.
Non perché gli altri siano migliori, ma perché dentro non si è ancora formata una voce stabile.
L’invidia nasce da qui: dal non aver rinsaldato la propria mente.
Il saggio non rifiuta ciò che viene dall’esterno, ma non lo inghiotte: lo trattiene, lo osserva, lo lavora.
Prende ciò che incontra e lo rende coerente con sé.
Non copia, non colleziona, trasforma.
Ciò che trasformi ti appartiene, ciò che non trasformi ti governa.
Per questo non basta assorbire, occorre digerire, non basta sapere, occorre diventare.
E diventare richiede lentezza, attenzione, fedeltà a se stessi.
Non limitarti a stare, non vivere di riflesso.
Non lasciare che il tuo animo diventi un luogo di passaggio.
N.d.R.: a tutto questo si aggiunga che noi, il cosiddetto “mondo occidentale”, che comprende l’Europa ed il Nord America, vale a dire circa 800 milioni di persone, per mantenere il tenore di vita che ci è proprio, consumiamo l’80% delle risorse della terra.
Il restante 20% è destinato ai circa 7 miliardi e mezzo degli altri abitanti sulla terra.
Non meravigliamoci troppo se alcune centinaia di migliaia di questi, ogni anno, cercano di migrare da noi, a rischio della vita, per trovare migliori condizioni per la loro esistenza.
Perché Dio proibì ad Adamo ed Eva di mangiare la mela?
Quel divieto non era un test d’amore, ma la clausola capestro di un contratto firmato da due analfabeti.
Dio non ha proibito di mangiare quel frutto per proteggere Adamo ed Eva. Lo ha fatto per proteggere se stesso e il suo status di dittatore assoluto. Nel Giardino dell’Eden, Adamo ed Eva non erano esseri umani. Erano animali domestici, automi biologici che vivevano in uno stato di beata e totale insipienza. Non conoscevano la vergogna, la paura, il dolore o la morte. La loro unica funzione era obbedire a un’unica, arbitraria regola. Il divieto non era un test di lealtà. Era un meccanismo di controllo. Finché obbedivano ciecamente, senza capire il perché, rimanevano i suoi perfetti e inconsapevoli schiavi.
L’albero non dava la conoscenza del bene e del male in senso filosofico. Dava una cosa molto più pericolosa. Dava la coscienza di sé e la capacità di giudizio autonomo. Prima di mangiare il frutto, “bene” era ciò che Dio ordinava, e “male” era ciò che Dio proibiva. La loro moralità era un software preinstallato. Dopo aver mangiato, hanno acquisito la capacità di guardare un’azione, o un ordine, e di giudicare da soli se fosse giusta o sbagliata. Hanno potuto guardare se stessi, nudi, e provare vergogna. Hanno potuto guardare Dio e, per la prima volta, pensare “Quello che stai facendo è ingiusto”. Questo è il vero peccato originale. Non la disobbedienza, ma l’acquisizione della facoltà di critica. Un essere che può giudicarti non è più un tuo schiavo. È un tuo pari, o un tuo nemico.
La cacciata dall’Eden non fu una punizione. Fu una necessità logica per un tiranno che aveva perso il controllo dei suoi esperimenti. Adamo ed Eva erano diventati inutili, contaminati. Erano diventati umani. Complessi, fallibili, capaci di mentire, di soffrire e, soprattutto, di ribellarsi. Dio non ha cacciato due peccatori. Ha buttato via due giocattoli che si erano rotti, due animali da laboratorio che avevano sviluppato una coscienza imprevista. L’intera storia non è una lezione sulla tentazione e la caduta dell’uomo. È il racconto di un esperimento fallito, la cronaca di come un despota cosmico ha preferito condannare le sue creature a una vita di sofferenza piuttosto che tollerare la loro indipendenza.
Partiamo dalla cultura medioevale: Inferno, Purgatorio, Paradiso; dove l’arte è arte sacra, dove persino la donna è “donna angelo”.
Se togli la parola Dio dalla cultura medioevale, non capisci niente di quel mondo; ma se togli quella parola dal mondo contemporaneo lo capisci ancora? Sì, sì, lo capisci benissimo.
Non lo capiresti più se togliessi la parola “tecnica” o se togliessi la parola “denaro”, che è diventato il generatore simbolico di tutti i valori.
Allora, come dice Nietzsche, “Dio è morto”.
Che cosa sono diventate le chiese se non le tombe e i sepolcri di Dio?
I nostri tempi non sono più pieni di futuro.
Io mi anestetizzo (mi drogo) nel presente perché non voglio vedere il futuro.
Non ho più l’orizzonte di senso: questo è il sentire delle generazioni di oggi perché il futuro non è più una promessa.
La scienza non guarda il mondo per contemplarlo, ma per manipolarlo.
Lo scienziato anticipa la sua teoria, poi verifica se questa sia riscontrabile ed attuabile nella natura e, da qui, la fa diventare legge di natura universale. Per sempre? No. Fino alla formulazione di una legge più raffinata e perfezionata, adattandosi alle nuove scoperte.
La scienza ha un intento manipolatorio.
È come un giudice che costringe l’imputato a rispondere alle sue domande.
Cartesio dice che l’uomo, con questo metodo, diventa “maitre et possesseur de la nature” (padrone e possessore della natura).