Numero3757.

 

Trascritto da YOUTUBE

 

Roberto  Benigni   e   Vittorio  Feltri

 

Ascolta bene quello che sto per dirti, perché quello che è accaduto sotto i riflettori di quello studio televisivo non è stato un semplice dibattito, ma l’esecuzione pubblica di un’intera epoca culturale.

Questo video ti lascerà senza parole perché stiamo per scoperchiare il vaso di Pandora di uno scontro che ha ridisegnato i confini del potere in Italia.

Da una parte l’uomo che per decenni ha incantato le platee con la poesia e i saltelli, dall’altra il chirurgo della parola che ha deciso, in diretta nazionale, di affondare il bisturi dove fa più male nel portafoglio e nella credibilità di un’intera classe intellettuale.

Non è solo politica, è una guerra civile combattuta a colpi di share e di verità brutali che nessuno aveva mai avuto il coraggio di urlare in faccia all’ intoccabile Roberto Benigni.

Quello che rivelerò nella seconda parte del racconto cambierà per sempre il tuo modo di guardare la televisione e la gestione dei soldi pubblici in questo paese.

Le telecamere ronzano come insetti impazziti mentre l’aria nello studio si fa elettrica, quasi irrespirabile.

Roberto Benigni entra in scena non come un ospite, ma come un sovrano assoluto della morale, un profeta che agita le mani nell’aria cercando di acchiappare i resti di un’Italia che, secondo lui, sta morendo di freddo e di oscurità.

Ma seduto a pochi metri da lui, avvolto in un cappotto di cashmere che sembra una corazza d’acciaio, c’è Vittorio Feltri.

Lo sguardo di Feltri è quello di un predatore che ha già visto la fine della preda prima ancora che questa inizia a correre.

Benigni parte all’attacco con la sua solita mimica travolgente, citando Dante, citando i partigiani, citando la bellezza come se fosse l’unica moneta di scambio possibile.

Ma la sua voce, di solito squillante, tradisce un tremolio, una paura atavica di chi sente che il terreno sotto i piedi non è più solido come un tempo.

Il clima è quello di una resa dei conti definitiva. Il bersaglio è chiaro: Giorgia Meloni.

Benigni la descrive come l’inverno che spegne il sole del futuro, come colei che alza muri contro l’amore e la speranza.

È la retorica classica della sinistra intellettuale, quella che trasforma ogni decreto legge in un attentato all’umanità.

Ma mentre Benigni declama la costituzione più bella del mondo con gli occhi lucidi, Feltri non si muove, non batte ciglio, si sistema il nodo della cravatta con una lentezza che sa di disprezzo assoluto.

In quel momento il pubblico a casa percepisce che sta per accadere qualcosa di mai visto.

La tensione sale quando Benigni evoca il sangue dei partigiani per condannare il presente, ignorando che la realtà fuori da quegli studi è fatta di bollette che arrivano a fine mese e di periferie dove la poesia non si mangia.

È qui che lo scontro smette di essere un dialogo e diventa una mattanza dialettica senza precedenti.

Benigni continua a saltellare davanti alle telecamere invocando bella ciao come se fosse un esorcismo contro il governo attuale.

Parla di un’Italia che ha paura dell’altro, di un’oscurità che avanza su Palazzo Chigi, ma la sua è una recita che puzza di naftalina, è l’urlo disperato di chi ha vissuto per 40 anni in una bolla dorata, protetto dai contratti milionari della RAI e dagli applausi di un sistema culturale che non ammette repliche.

La sua esuberanza fisica, che un tempo era segno di vitalità, ora appare come una fragilità esposta.

Ogni sua parola sulla povertà e sulla sofferenza degli ultimi sembra infrangersi contro la barriera del buon senso che Feltri sta per scagliare con la violenza di un uragano.

La miccia è accesa e lo scoppio sta per demolire non solo il comico toscano, ma l’intero castello di carte della retorica progressista.

Improvvisamente il ritmo cambia.

Vittorio Feltri prende la parola e la sua voce è un rasoio che taglia la seta.

Non c’è enfasi, non ci sono sussulti, solo una freddezza glaciale che gela il sangue nello studio.

Definisce l’intervento di Benigni un’esibizione circense, una recita parrocchiale che non incanta più nessuno.

Ed è qui che arriva il primo colpo da capo, il richiamo alla realtà.

Mentre Benigni parla di stelle e fiori, Feltri sbatte in faccia alla nazione il prezzo della benzina e del gas.

Dice chiaramente che gli italiani non piangono guardando il tramonto o recitando la Divina Commedia, ma piangono quando devono far quadrare i conti.

È la demolizione sistematica del “poetese” a favore del pragmatismo più crudo.

La maschera di Benigni inizia a incrinarsi: il sorriso eterno del premio Oscar si spegne lentamente sotto il peso di una verità che non sa gestire.

Ma la vera rivelazione, lo scoop che fa tremare le fondamenta di questo racconto, emerge quando Feltri tocca il nervo scoperto del portafoglio.

Per anni ci hanno raccontato di un Benigni poverello di Assisi, ma la realtà che emerge in questo scontro è quella di un milionario che percepisce compensi da capogiro pagati con i soldi pubblici per spiegare ai poveri quanto sia bella la povertà spirituale.

Parla di cifre astronomiche, un milione di euro per leggere due canti di Dante davanti a una platea di privilegiati.

È questo il punto di non ritorno.

Feltri accusa Benigni di essere l’emblema della sinistra “culturale”, di chi predica il pauperismo dagli attici di lusso e dalle ville circondate da libri e statuette dorate.

È un terremoto mediatico che distrugge l’immagine del poeta del popolo, rivelando la figura di un imprenditore della cultura di stato che vive di rendita sulla retorica del passato.

L’analisi si fa ancora più profonda quando entriamo nel merito della gestione del potere.

Giorgia Meloni non viene difesa da Feltri come una divinità, ma come una donna che, nata 30 anni dopo la fine della guerra, cerca di governare un paese reale, lontano dai salotti letterari e dalle bugie poetiche.

La contrapposizione è totale.

Da una parte l’Italia che lavora, che paga le tasse, che sta nelle periferie degradate a gestire un’immigrazione incontrollata, incoraggiata proprio da chi vive nelle ville blindate.

Dall’altra l’Italia dei monologhi in Rai, dei premi Oscar che citano Ventotene senza sapere cosa sia la fame.

Lo scontro si sposta sul piano della dignità internazionale.

Feltri rivendica un’Italia che a Bruxelles e Washington parla da pari a pari, senza il piattino in mano a mendicare flessibilità per pagare i monologhi dei soliti noti.

Il silenzio di Benigni in questo passaggio è assordante.

Le sue mani, che prima danzavano nell’aria, ora tremano leggermente.

Prova a rifugiarsi in un’ultima citazione leopardiana, cercando di evocare l’infinito come scudo protettivo, ma Feltri lo incalza senza pietà: gli dice che il suo naufragio è dolcissimo (… “e naufragar m’è dolce in questo mare”) perché ha il salvagente d’oro Zecchino, perché è un naufrago con il conto in banca in Svizzera e il futuro assicurato.

È la fine del mito dell’intellettuale impegnato.

La nazione vede chiaramente chi ha la forza di sporcarsi le mani con il fango della realtà e chi ha solo la rabbia impotente di chi ha scoperto di essere diventato un reperto archeologico.

La retorica del cuore viene schiacciata dal rullo compressore della logica di chissà come gira il mondo fuori dagli studi televisivi.

Eppure la battaglia non finisce qui.

Entriamo nel campo della credibilità personale dove Feltri affonda l’ultimo fendente.

Accusa Benigni di aver trasformato la politica in una recita domenicale per rassicurare la propria fazione e sentirsi un uomo migliore mentre guarda gli altri dall’alto in basso: è l’accusa di narcisismo ipertrofico di chi ha smarrito il contatto col suolo e continua a recitare un copione che non interessa più a nessuno se non a quei pochi intellettuali che mangiano caviale sognando la rivoluzione col condizionatore acceso.

La gente vera è stufa dei saltelli, è stufa della gioia obbligata, vuole risposte che Benigni non può dare perché non conosce nemmeno le domande della strada.

Meloni decide, Benigni saltella.

Questa è la sintesi brutale che chiude il secondo round di una mattanza dialettica che ha lasciato lo studio in stato di shock.

Il timer della trasmissione lampeggia.

Gli ultimi 10 minuti sono un calvario per il comico toscano.

Benigni appare visibilmente prostrato, non solo fisicamente, ma spiritualmente.

La sua solita maschera è caduta, lasciando intravedere il volto di un uomo che sente per la prima volta nella sua lunghissima carriera che la sua poesia non basta più a incantare il serpente della realtà.

Feltri lo guarda con una stanchezza glaciale, la noia di chi deve spiegare l’ovvio a chi vive di allucinazioni dorate.

La verità è che il consenso della Meloni umilia Benigni con la sua sola esistenza, perché lei è sostanza e lui è diventato polvere di stelle scaduta.

La festa della retorica è ufficialmente chiusa per fallimento e il bancomat della cultura di parte ha smesso di erogare fondi per chiedere scusa di esistere.

Le luci dello studio virano verso un rosso cupo, quasi a voler sottolineare la fine di un’era.

Il pubblico è immobile, paralizzato da una sensazione di vuoto.

Hanno assistito alla demolizione di un simbolo fatto a pezzi da un uomo che non ha usato metafore, ma solo pietre pesanti come macigni della realtà.

Mentre il conduttore cerca disperatamente di riprendere le fila di un disastro comunicativo di proporzioni epiche, Feltri si sistema il cappotto con un gesto che sa di addio definitivo a un teatro di ombre.

Non c’è più musica, non ci sono più stelle, c’è solo il rumore della verità che purifica l’aria viziata di decenni di bugie poetiche.

Giorgia Meloni è altrove impegnata a lottare tra le carte di Palazzo Chigi, lontana dai riflettori che hanno appena bruciato l’ultimo scampolo di credibilità di chi credeva di essere eterno.

Questo scontro ha segnato un solco profondo nel tessuto sociale italiano.

Non si è trattato solo di una discussione tra un giornalista e un attore, ma della collisione tra due galassie diverse, quella dei fatti e quella delle apparenze.

Benigni è rimasto solo sul palco, come un burattino a cui sono stati tagliati i fili all’improvviso.

Una marionetta rimasta immobile dopo che il pubblico ha smesso di ridere e ha capito il trucco dietro il sipario.

Feltri se n’è andato senza voltarsi, fiero di aver portato un raggio di gelida verità nel teatro dell’inganno.

La nazione ha visto chiaramente chi ha la forza di guidarla attraverso il fango e chi ha solo la rabbia di chi ha scoperto di essere diventato un’ombra del passato.

La finzione è finita, il sipario è calato e per Benigni non ci sono stati applausi, ma solo l’eco terribile di una verità che non ha saputo gestire.

Il regno dell’apparenza è crollato sotto il peso della sua stessa inconsistenza, lasciando l’Italia finalmente libera di guardare in faccia il proprio destino.

Numero3722.

 

Ho lasciato che trascorresse il tempo della Pasqua di Risurrezione, per non contrapporre provocatoriamente l’alternativa inquietante del testo seguente che, solo ora, sottopongo all’attenzione di chi abbia coraggio e curiosità di conoscere non un’altra verità, ma solo un’altra versione dei fatti storici.
In questo, non c’è alcun intento polemico o spirito di contraddizione, ma soltanto un tentativo di fare chiarezza.

 

 

L E    V E R E    P A R O L E    D I    G E S U’    D O P O    L A    R I S U R R E Z I O N E

 

(Cristianesimo delle origini)

 

 

La storia di Gesù è la più grande storia mai raccontata che ha contribuito a plasmare la cultura occidentale.

Il paradigma della vita di Gesù è la sua risurrezione, ma intesa in modo molto diverso da quello canonico.

“Io sono esempio di risurrezione: la vostra”.

Una delle figure più influenti della storia, Gesù, dice che il mondo attuale è sbagliato e che dobbiamo cambiarlo, ora.

Questo suo pensiero fondante è contenuto nella Bibbia etiope.

Dopotutto, la Bibbia etiope è una Bibbia cristiana, contiene i Vangeli, la vita, la morte e la risurrezione di Gesù Cristo. Ma non è la Bibbia cattolica.

Immaginate di morire e scoprire che l’ al di là non ha nulla a che vedere con ciò che vi è stato raccontato: niente porte del paradiso, niente inferno di fuoco, piuttosto un viaggio nascosto attraverso misteriosi strati dell’esistenza che lentamente spogliano l’anima fino alla sua verità.

Alcune antiche tradizioni sostengono che queste idee derivino dagli insegnamenti di Gesù Cristo dopo la risurrezione.

Ma la maggior parte dei cristiani non ne ha mai sentito parlare, perché la Bibbia cattolica che molte persone leggono ha 73 libri, mentre l’antico canone conservato dalla Chiesa ortodossa Etiope ne contiene 81.

Interi Vangeli, visioni e rivelazioni sono scomparsi dal cristianesimo occidentale.

La vera domanda è: sono stati rimossi perché erano sbagliati o perché rivelano qualcosa che il mondo non avrebbe dovuto sapere?

Questi sono i Libri Perduti del cristianesimo cattolico.

Cominciamo con un fatto che dovrebbe turbare ogni cristiano vivente.

La Bibbia che tenete tra le mani non è la Bibbia: si tratta di “una Bibbia”, una versione assemblata da commissioni, approvata dagli imperatori e imposta dal potere politico.

La Bibbia protestante ha 66 libri, la Bibbia cattolica ne ha 73, ma la Bibbia Etiope, quella custodita da una chiesa le cui origini risalgono direttamente al primo secolo, ne ha 81.

Alcuni studiosi ne contano persino di più, a seconda di come classificano determinati testi. Non è una discrepanza di poco conto.

Si tratta di un’intera biblioteca di materiale sacro che qualcuno ha deciso che non ti fosse permesso leggere.

Il cristianesimo arrivò in Etiopia quasi immediatamente.

Secondo il libro degli Atti, un funzionario di Corte etiope fu battezzato da Filippo, l’evangelista apocrifo, intorno al 34 d.C. .

Ciò rende la Chiesa etiope una delle primissime comunità cristiane al di fuori di Gerusalemme.

Nel V° secolo il cristianesimo era la religione di stato dell’impero, secoli prima che la maggior parte dell’Europa si convertisse.

La Chiesa etiope non si sviluppò sotto la supervisione romana, non rispondeva al vescovo di Roma, non fu plasmata dalla politica di Costantino o dalle battaglie teologiche che dilaniarono il cristianesimo europeo.

Crebbe autonomamente nella propria lingua con la propria raccolta di testi sacri e non ne abbandonò mai nessuno. Questa è la differenza cruciale.

Mentre il cristianesimo occidentale ha attraversato secoli di revisioni, dibattiti e scarti, la Chiesa Etiope ha semplicemente conservato tutto.

Ha preservato il libro di Enoch, una vasta visione profetica sugli angeli caduti.

L’architettura celeste parla del destino delle anime citata nel Nuovo Testamento stesso, che successivamente è stata scartata dal canone occidentale; inoltre, ha preservato, fra gli altri, il libro dei Giubilei che riscrive la Genesi con sorprendenti dettagli aggiuntivi.

Ha preservato l’ascensione di Isaia, il pastore di Erma e altri testi che i primi cristiani di tutto il mondo antico consideravano “sacre scritture”.

Non si tratta di note a piè di pagina poco conosciute.

Il libro di Enoch è così importante per il cristianesimo delle origini che la lettera di Giuda lo cita direttamente.

I primi padri della Chiesa lo citavano, le comunità di tutto il Mediterraneo lo leggevano come scrittura e poi fu rimosso deliberatamente e sistematicamente.

E la Chiesa etiope è la ragione per cui ne possediamo ancora una copia.

Per gran parte della storia, gli studiosi occidentali non hanno potuto accedere a questi testi, anche volendo. E, men che mai, i fedeli.

La Bibbia etiope proviene dall’Etiopia, è scritta in Etiopico: si tratta dei Vangeli di Matteo e Marco, scritti nell’antica lingua Gaes (Ge’ez), un’antica lingua semitica che quasi nessuno studioso europeo era in grado di decifrare.

I manoscritti erano custoditi in remoti monasteri di montagna, alcuni dei quali accessibili solo scalando ripide pareti rocciose.

Quando i missionari occidentali finalmente entrarono in contatto con il cristianesimo etiope, non lo considerarono una preziosa finestra sulle origini della fede, bensì lo respinsero.

Lo definirono corrotto, primitivo, una deviazione dal vero cristianesimo.

Quell’arroganza ha tenuto il mondo occidentale all’oscuro di questi testi per secoli.

Fu solo nel XX° secolo che iniziarono seri lavori di traduzione e ciò che gli studiosi scoprirono, quando finalmente lessero questi testi, scosse le fondamenta della dottrina biblica: parlava dei 40 giorni che avevano cancellato. Ed è qui che la cosa si fa davvero inquietante.

Nel libro degli Atti c’è una frase che la maggior parte dei cristiani legge senza soffermarsi: dice che dopo la sua risurrezione, Gesù si presentò vivo ai suoi discepoli per un periodo di 40 giorni, parlando loro del regno di Dio.

40 giorni non è un fine settimana, non è un breve addio: si tratta di quasi sei settimane di intenso insegnamento post risurrezione, impartito da un uomo che aveva appena sconfitto la morte.

E i quattro Vangeli canonici non dicono quasi nulla di ciò che disse in quel periodo.

Pensateci, il periodo più straordinario di tutta la teologia cristiana liquidato in tre righe dai Vangeli Canonici

Un Gesù risorto che cammina sulla terra e insegna ai suoi discepoli più vicini e la Bibbia occidentale sostanzialmente lo ignora: qualche racconto delle sue apparizioni, una manciata di istruzioni e poi ascende al cielo.

La più grande opportunità di insegnamento nella storia della religione, viene trattata come un ripensamento, a meno che non si leggano i testi etiopici.

Secondo i manoscritti conservati nei monasteri etiopici, Gesù non trascorse quei 40 giorni a ripetere il sermone della montagna, non ripropose le parabole del granello di senape e della pecora smarrita: rivelò una categoria di conoscenze completamente diversa, cose di cui non aveva mai parlato pubblicamente, cose che, a suo dire, i suoi discepoli non erano pronti ad ascoltare, finché la risurrezione non avesse dimostrato chi fosse veramente.

E il contenuto di quegli insegnamenti vi lascerà senza parole.

Innanzitutto ha descritto l’architettura dell’ al di à con straordinaria precisione, non la vaga dicotomia paradiso / inferno a cui il cristianesimo occidentale riduce tutto, ma una struttura stratificata e multidimensionale della realtà spirituale.

Sette o più paradisi distinti, ognuno con le proprie caratteristiche, i propri abitanti, il proprio scopo.

L’anima non sale o scende semplicemente quando il corpo muore.

Inizia un viaggio, attraversa diversi regni, viene messa alla prova, affinata, istruita, trasformata.

Non si tratta del purgatorio nel senso cattolico, che è essenzialmente una sala d’attesa dove si espia il peccato.

Si tratta di un’intera cosmologia di sviluppo spirituale post mortem, in cui l’anima continua a crescere, ad apprendere, ad evolversi a lungo dopo la scomparsa del corpo.

In secondo luogo, ha ridefinito il giudizio.

Nel cristianesimo occidentale tradizionale il giudizio è una scena da tribunale: Dio siede su un trono.

Secondo la configurazione dell’ al di là del Cristianesimo cattolico, le tue azioni vengono pesate e sei destinato alla beatitudine eterna o al tormento eterno.

I testi etiopi descrivono qualcosa di profondamente diverso.

Vi si dice che Gesù abbia insegnato che il giudizio non è qualcosa che Dio fa a te, ma qualcosa che fai a te stesso.

Mentre l’anima attraversa questi regni spirituali, incontra la piena verità della propria esistenza.

Ogni atto di crudeltà, ogni momento di compassione, ogni pensiero nascosto viene svelato non da un giudice esterno, ma dalla consapevolezza che l’anima stessa espande.

Sei tu a giudicare te stesso e il processo non riguarda la punizione, ma la comprensione.

In terzo luogo, e questo è l’insegnamento che avrebbe terrorizzato le autorità ecclesiastiche più di ogni altro, Gesù insegnò che gli esseri umani portano in sé l’essenza divina.

Non che gli esseri umani siano Dio, non che siano uguali al creatore, ma che in ogni anima umana e insita una scintilla, un seme, un frammento di natura divina e l’intero scopo della pratica spirituale è risvegliarlo.

La risurrezione non è stato un miracolo unico compiuto da un essere straordinario, è stata una dimostrazione.

È stato Gesù che ha mostrato all’umanità ciò che siamo, o saremmo, capaci di diventare.

Il regno di Dio non è un luogo in cui si va dopo la morte.

Si tratta di uno stato di coscienza a cui puoi accedere proprio ora in questa vita attraverso un’autentica e autonoma trasformazione spirituale.

E c’è un quarto elemento in questi insegnamenti di 40 giorni che lega tutto insieme.

Si dice che Gesù abbia detto ai suoi discepoli che ciò che stava condividendo con loro non era destinato a tutti.

Non ancora: distinse tra gli insegnamenti pubblici, le parabole e le istruzioni morali che impartiva alle folle e la rivelazione privata, riservata a pochi eletti.

I misteri più profondi li condivideva solo con coloro che avevano camminato con lui, sofferto con lui e ora avevano assistito al suo ritorno dalla morte: non si stava comportando da elitario, si stava comportando in modo pragmatico.

Alcune verità richiedono preparazione: alcune conoscenze sono pericolose nelle mani di chi non è pronto ad accoglierle e le verità più profonde sulla natura della realtà, sulla struttura dell’ al di là e sul potenziale divino dell’anima umana sono proprio di questo tipo.

La Chiesa istituzionale ha preso questa idea di insegnamento graduale e l’ha distorta completamente.

Invece di dire che alcune verità richiedono una predisposizione spirituale, hanno affermato che alcune verità non sono affatto adatte a te.

Invece di incoraggiare le persone a crescere verso una comprensione più profonda, hanno rinchiuso questa comprensione più profonda in una cassaforte e ne hanno gettato via la chiave.

I concili ecclesiastici hanno cambiato il cristianesimo, lo hanno trasformato da retaggio spirituale individuale a istituzione collettiva gestita da una casta sacerdotale.

Se in questo momento vi sentite a disagio, bene.

Quel disagio è esattamente la reazione che i capi della Chiesa del V° secolo cercavano di prevenire, perché ognuno di quegli insegnamenti rappresenta una minaccia diretta al potere religioso istituzionale.

Pensate a cosa succede a una chiesa se i suoi membri credono di possedere un’essenza divina.

Pensate a cosa succede a una classe sacerdotale se le persone credono di poter accedere al regno di Dio, attraverso la propria pratica spirituale, anziché attraverso i sacramenti approvati e imposti coattivamente.

Riflettiamo su cosa accadrebbe all’intera struttura della religione organizzata, se il giudizio fosse una resa dei conti spirituali personale piuttosto che un verdetto emesso da un Dio che, guarda caso, parla solo attraverso il clero autorizzato.

L’intero sistema sarebbe collassato ed è proprio per questo che questi insegnamenti furono rimossi.

Il processo non fu né rapido né indolore.

Si sviluppò nel corso dei secoli attraverso una serie di concili ecclesiastici che riguardavano tanto la politica quanto la teologia.

Questi sono i concili storicamente più importanti.

Il concilio di Nicea del 325 d.C. è uno degli eventi più significativi nella storia della Chiesa cristiana: non fu convocato da un vescovo o da un papa, ma dall’imperatore Costantino, un sovrano romano che comprese che una religione unificata significava un impero più controllabile.

Il Concilio di Cartagine del 397 d.C., che produsse uno dei primi elenchi di libri biblici approvati.

Il concilio di Trento del 1546, che sancì il canone cattolico in risposta alla riforma protestante.

Ciascuno di questi concili fece delle scelte: tutti inclusero certi testi ed esclusero altri e i criteri di inclusione non furono sempre spirituali, ma semplicemente di convenienza manipolatoria.

I testi storici erano testi politici che sostenevano l’autorità gerarchica, che enfatizzavano l’obbedienza alla leadership ecclesiastica, che presentavano la salvezza come qualcosa dispensato da un’istituzione di controllo, piuttosto che scoperta attraverso un lavoro spirituale personale.

Invece, altri testi furono disattesi e scartati, testi che conferivano potere agli individui, che descrivevano una rivelazione continua e che suggerivano che l’anima avesse una relazione diretta con il divino, senza bisogno di un intermediario sacerdotale.

Questi testi furono etichettati come apocrifi, eretici e pericolosi e furono fatti sparire.

Le comunità che continuarono a insegnare basandosi su questi testi, furono soppresse.

I loro libri furono bruciati, i loro insegnanti furono perseguitati.

Col tempo una versione del cristianesimo più semplice, più piatta e più conveniente dal punto di vista istituzionale divenne lo standard.

La versione che dice: “Credete a ciò che vi diciamo, obbedite alle autorità che Dio ha posto sopra di voi. Non fate troppe domande su ciò che accade dopo la morte, perché vi abbiamo già dato tutte le risposte di cui avete bisogno.”

Questa versione prevalse.

Non perché fosse più vera, non perché fosse più vicina a ciò che Gesù insegnava realmente, ma perché era più facile da controllare.

La Chiesa etiope, separata da Roma da geografia, lingua e politica, semplicemente non ha mai attraversato questo processo di selezione.

Ha mantenuto la raccolta disordinata, complessa e teologicamente eterogenea di testi che i primi cristiani di tutto il mondo antico condividevano, ha preservato la versione del cristianesimo che esisteva prima della standardizzazione, prima dell’intervento degli imperatori, prima che i comitati decidessero quali parole di “Gesù – Dio” fossero sufficientemente convenienti da conservare.

Ed ecco ciò che è veramente straordinario nella conservazione etiope.

Non si trattò di un atto consapevole di ribellione.

I monaci etiopi non conservarono questi testi perché sapevano che il cristianesimo occidentale li stava scartando. Li conservarono perché per loro erano semplicemente sacre scritture. Erano le parole di Dio tramandate attraverso la loro tradizione.

Non ci furono controversie, né dibattiti, né decisioni drammatiche per sfidare Roma.

Continuarono semplicemente a leggere ciò che avevano sempre letto e così facendo, senza volerlo, divennero i custodi di una versione del cristianesimo originale che il resto del mondo cercava di cancellare.

Sono trascorsi secoli, imperi sono sorti e caduti, i manoscritti sono rimasti nei loro monasteri di montagna, intoccati dalle guerre teologiche che hanno rimodellato la fede occidentale, preservando silenziosamente una verità che i potenti non volevano che venisse preservata.

Prove dell’esistenza di scritture etiopi. Non si tratta più di speculazioni marginali. Studiosi seri, in università serie e con finanziamenti adeguati stanno analizzando a fondo questi manoscritti e ciò che stanno scoprendo sta riscrivendo non solo la cronologia stessa, ma il messaggio autentico del cristianesimo.

Permettetemi di fornirvi prove concrete.

Nel 1947 un pastore beduino si imbatté in una grotta vicino al Mar morto e scoprì dei vasi di terracotta pieni di antichi rotoli.

Questi rotoli, oggi noti come rotoli del Mar Morto, rappresentarono un significativo passo avanti nella storia della Bibbia.

Contribuirono a fornire prove e spunti di riflessione sulla vita di una comunità ebraica vissuta all’epoca di Gesù e divennero una delle scoperte archeologiche più importanti della storia.

Tra le migliaia di frammenti rinvenuti nella grotta quattro di Kumran, i ricercatori hanno identificato 11 manoscritti aramaici distinti del libro di Enoch, 11 copie di un unico libro nascosto in una grotta nel deserto per oltre 2000 anni.

Ed ecco la parte che ha sbalordito il mondo accademico.

Quando gli studiosi hanno confrontato quei frammenti aramaici con la versione in lingua Gaes del libro di Enoch che i monaci etiopi leggevano da secoli, i testi corrispondevano non solo vagamente, ma anche tematicamente. Il testo etiopico corrispondeva strettamente ai suoi prototipi aramaici, confermando che la Chiesa Etiope aveva fedelmente conservato un documento precedente al cristianesimo stesso, un testo composto tra il 350 e il 200 avanti Cristo.

George Nicholsberg e James Vanderam dell’Università dell’Iowa che hanno pubblicato la traduzione moderna definitiva del primo libro di Enoch hanno definito i testi enochici tra gli scritti ebraici più importanti sopravvissuti dal periodo greco-romano.

Non è uno youtuber a dirlo. Si tratta di un commentario di Hermania pubblicato da Fortress Press, il punto di riferimento per gli studi biblici.

Poi ci sono i Vangeli di Garima. Nel 1950 una storica dell’arte britannica di nome Beata Trick Plain visitò il monastero di Amba Garima, nel nord dell’Etiopia. Poiché alle donne non era permesso entrare, i monaci portarono fuori diversi manoscritti affinché lei potesse esaminarli.

Notò pagine miniate con uno stile che descrisse come di influenza siriana, ma non riuscì a determinarne l’età.

Per decenni gli studiosi hanno ipotizzato che questi Vangeli risalissero all’incirca all’undicesimo secolo. Poi nel 2000 a Nekia, allo studioso francese Jack Merser fu permesso di portare due piccoli frammenti di pergamena al laboratorio di ricerca archeologica dell’Università di Oxford.

L’analisi al radiocarbonio su un campione proveniente da Garima ha restituito, come risultato, un intervallo di date compreso tra il 330 e il 570 d.C.

Un secondo campione indicava una datazione tra il 430 e il 660 dopo C.

Il mondo accademico dovette ricalibrare tutto.

Non si trattava di copie medievali: questi erano potenzialmente i più antichi manoscritti cristiani miniati sopravvissuti sulla Terra, più antichi dei famosi Vangeli di Rabbula in Siria, datati al 586 d.C., conservati in un remoto monastero etiope.

I due volumi del Vangelo di Garima contengono circa 400 pagine di testo, ciascuno è scritto in Gaes, il che li rende le più grandi testimonianze sopravvissute dell’antica lingua aomita, al di fuori delle monete e delle iscrizioni su pietra.

I loro testi differiscono notevolmente l’uno dall’altro, suggerendo che la traduzione da cui entrambi derivano sia ancora più antica, retrodatata a un’epoca ancora precedente rispetto a quanto si fosse ipotizzato.

Nel frattempo il professor Dennis Nosnen, finanziato dal Consiglio Europeo della Ricerca, ha guidato un team che ha visitato oltre 100 monasteri e chiese Etiopi, digitalizzando più di 2000 manoscritti che non erano mai stati catalogati dalla critica occidentale.

La Hill Museum and Manuscript Library Del Minnesota conserva copia su microfilm di 8000 manuscritti Etiopi fotografati durante spedizioni negli anni 70 e 80. La più grande collezione di questo tipo al mondo.

Lo storico Stukenbrock dell’Università di Monaco ha trascorso anni alla ricerca di manoscritti del primo libro di Enoch. La scarsità di copie del libro di Enoch (che è nome etiope) è dovuta al fatto che non è mai stato considerato scrittura sacra dagli ebrei, ma finisce nella Bibbia Etiope, in tutta Europa e Medio Oriente, identificandone più di 150 copie, mentre le precedenti edizioni accademiche si basavano solo su una manciata di esse.

Al congresso dell’organizzazione internazionale per lo studio dell’Antico Testamento del 2019, Stukenbrock presentò dei risultati che dimostravano come i frammenti aramaici di Kumran indicassero l’esistenza di una versione del testo più lunga e sostanzialmente diversa da quella giunta fino a noi in qualsiasi traduzione successiva.

I manoscritti etiopi non sono corruzioni, potrebbero essere più vicini agli originali di qualsiasi altro testo a noi pervenuto.

La biblioteca di Nag Hammadi, scoperta in Egitto nel 1945 nella omonima regione dell’Alto Egitto, sarebbe stata al centro dell’attenzione e delle controversie accademiche per i decenni a venire.

Studi indipendenti hanno confermato che insegnamenti sul potenziale umano divino e sulla stratificazione della realtà spirituale erano ampiamente diffusi nel cristianesimo primitivo.

Non si trattava di tradizioni isolate inventate da una comunità eccentrica, bensì di concetti presenti ovunque.

E la Chiesa etiope è l’unico luogo che non li ha mai abbandonati.

I monaci e gli studiosi etiopi che hanno preservato questi testi per generazioni hanno una propria prospettiva su questo dibattito.

Per loro non si tratta di curiosità storiche o reperti da museo.

Essi vivono le scritture lette ad alta voce durante le funzioni religiose, guidando la pratica spirituale esattamente come hanno fatto per secoli.

Uno studioso monastico ha accolto la posizione etiope con una semplicità disarmante, spiegando che i cristiani occidentali credono che la loro Bibbia sia completa, ma non hanno idea di cosa sia stato rimosso.

Non sanno cosa credessero realmente i primi cristiani prima che i concili politici riscrivessero la fede.

“La chiesa etiope – disse – ha preservato ciò che il resto del mondo ha perso” e, guardando le prove, le datazioni al radiocarbonio, le corrispondenze con i rotoli del Mar Morto, l’enorme quantità di collezioni di manoscritti che gli studiosi occidentali stanno solo ora iniziando a catalogare, è molto difficile contraddirlo.

Cinque insegnamenti proibiti rivelati: lasciatemi spiegare chiaramente.

Secondo i testi etiopi, gli insegnamenti di Gesù dopo la risurrezione possono essere distillati in cinque rivelazioni fondamentali che erano considerate troppo pericolose per essere incluse nella Bibbia occidentale.

La prima è che l’ al di là non è binario, non esiste una semplice distinzione tra paradiso e inferno.

La realtà è composta da strati, dimensioni, stadi di esistenza spirituale che l’anima attraversa dopo la morte. Ogni strato ha uno scopo, ognuno affina ulteriormente l’anima.

La morte non è un verdetto, è una porta verso il percorso di una continua evoluzione.

Il secondo punto è che il giudizio è interiore, non esteriore.

Dio non siede su un trono indicando ai peccatori la via verso il basso e ai santi quella verso l’alto.

L’anima, in presenza della piena verità spirituale si vede completamente, vede ogni scelta fatta e il perché, comprende i propri fallimenti e la propria crescita.

Questa conoscenza di sé è il giudizio ed è molto più profonda e misericordiosa di qualsiasi fantasia processuale.

Il terzo punto è che gli esseri umani possiedono un potenziale divino.

C’è qualcosa di Dio dentro ogni persona.

Lo scopo di una vita spirituale non è solo quello di adorare quella divinità da lontano, ma di nutrirla, svilupparla e portarla alla sua piena espressione.

La risurrezione di Gesù non è stata un trucco magico compiuto da una divinità in sembianze umane.

La resurrezione non è avvenuta. Il cristianesimo che la sostiene è falso.

Che tu ci creda o no, che tu sia sincero o meno. Se la resurrezione non è avvenuta, il cristianesimo è falso. È un’altra religione.

La risurrezione fu una dimostrazione di ciò che la scintilla divina, pienamente realizzata in un essere umano, può compiere.

E lo può compiere attraverso la conoscenza (gnosi), la conoscenza di sé, realizzata per mezzo della sua evoluzione spirituale, seguendo, passo dopo passo, i vari stadi di perfezionamento verso la purezza interiore extracorporea, di cui la risurrezione è il simbolo.

Il quarto punto è che Gesù insegnava su più livelli: dava insegnamenti pubblici alle folle, insegnamenti più profondi ai seguaci devoti e i misteri più profondi solo alla cerchia ristretta, dopo la risurrezione.

Questo significa che i Vangeli canonici, quelli che avete nella vostra Bibbia in questo momento, contengono soltanto gli insegnamenti superficiali, il materiale introduttivo.

Le vere profondità erano riservate a coloro che avevano dimostrato di essere pronti e quelle profondità: sono esattamente ciò che i testi etiopici affermano di preservare.

Il quinto punto è che la rivelazione non si è fermata.

Lo Spirito Divino continua a comunicare con l’umanità.

La verità non è congelata in un libro, è viva, in evoluzione, si dispiega continuamente per coloro che sviluppano la capacità spirituale di riceverla.

La scrittura non è una cassaforte chiusa, è un canale aperto.

E l’idea che Dio abbia detto tutto ciò che c’era da dire 2000 anni fa e poi sia rimasto in silenzio non è un insegnamento biblico, è una convenienza istituzionale.

Ognuno di questi cinque insegnamenti, preso singolarmente, sarebbe sufficiente a rimodellare il modo in cui una persona comprende il cristianesimo.

Nel loro insieme descrivono una religione completamente diversa da quella praticata dalla maggior parte dei cristiani occidentali.

Una religione più mistica, più personale, più esigente e in definitiva più rispettosa della capacità di crescita dell’anima individuale.

Ora fermatevi un attimo a pensare a come sarebbe il cristianesimo oggi se questi cinque insegnamenti non fossero mai stati rimossi.

Immaginate un cristianesimo in cui le chiese insegnassero la meditazione e la trasformazione interiore, anziché solo l’obbedienza a dogmi e rituali e la confessione, instaurate a fini di controllo.

Immaginate una fede in cui la morte non fosse temuta come un esame finale, ma compresa come l’inizio di una nuova fase di educazione spirituale.

Immaginate sermoni che vi dicano che il divino è già dentro di voi, in attesa di essere riconosciuto, invece di sermoni che vi dicono quanto siete peccatori fragili e decaduti e quanto disperatamente avete bisogno di un’istituzione che vi salvi.

Questo è il cristianesimo descritto nei testi etiopici ed è il cristianesimo che è stato deliberatamente smantellato affinché una manciata di uomini potenti potesse mantenere il controllo sulla vita spirituale di milioni di persone.

Ciò che rende questi insegnamenti ancora più sorprendenti è la loro stretta somiglianza con le intuizioni più profonde di altre grandi tradizioni spirituali.

Il concetto buddista di illuminazione progressiva attraverso molteplici vite, la concezione induista dell’Atman come sé divino presente in ogni essere.

L’insegnamento sufi, secondo cui il cuore umano è uno specchio capace di riflettere la luce di Dio.

Non si tratta di idee estranee introdotte di nascosto nel cristianesimo.

Secondo i testi etiopici ne hanno sempre fatto parte. erano gli insegnamenti originali, il messaggio centrale, lo strato più profondo di ciò che Gesù è venuto a rivelare e furono strappati via e sostituiti con una versione della storia più semplice, più gestibile e più redditizia dal punto di vista istituzionale.

Per quasi 2000 anni gli antichi testi conservati dalla Chiesa ortodossa Etiope Tewahedo sono esistiti silenziosamente al di fuori dei confini del canone occidentale, custoditi in monasteri di montagna, mentre il resto del mondo leggeva una versione diversa della storia.

Che questi scritti conservino davvero gli insegnamenti di Gesù Cristo o si limitino a riecheggiare ciò che i primi credenti pensavano che egli avesse insegnato, la loro sopravvivenza impone una consapevolezza inquietante.

La fede che la maggior parte delle persone ha ereditato potrebbe essere solo una parte del quadro.

E quando una storia sopravvive per 2000 anni nel silenzio, di solito significa che non era destinata a scomparire, era destinata ad aspettare.

Quindi la domanda non è più se questi insegnamenti dimenticati esistano.

La domanda è ben più scomoda.

Se le pagine mancanti venissero reinserite nella storia, quanto diversa diventerebbe?

E, cosa ancora più importante, chi ne trarrebbe vantaggio se non si scoprisse mai la verità?

L’indagine è appena iniziata.

Numero3711.

 

C A M B I A M E N T O

 

Pensaci, a volte, resti

come e dove sei,

soltanto perché

cambiare fa paura.

Poi arriva un momento

in cui capisci che

lo “status quo” non

è più vivere davvero.

E allora cambi strada,

forse, non perché tutto

ti risulta più chiaro,

ma perché senti che

è proprio giusto farlo.

Se finora hai vissuto,

rinunciando al bello

che la vita ti può dare,

per accumulare crediti

che per te non potrai

mai esigere, anche se

li hai davvero meritati,

allora devi ricominciare

tutto daccapo, ma

non avrai più tempo.

La tua vita è tua, non

appartiene agli altri.

La tua felicità, se c’è,

è qui, adesso: goditela.

 

@Dentroilvivere

Numero3675.

 

Q U I    P R O    Q U O

 

TI  SEI  INNAMORATO  DI  CIO’  CHE  SPERAVI,  NON  DI  CIO’  CHE  ERA.

 

L’amore immaginato può essere più potente del reale.

Ti sei legato ad una promessa, non ad una stabile presenza.

Sperare crea attaccamento anche senza fatti.

La realtà non sempre coincide con il desiderio.

Innamorarsi dell’idea porta delusione profonda.

Ciò che era non nutriva quanto speravi.

Le speranze diventano catene emotive reali.

Guardare in faccia la realtà è riavere libertà.

Se sei vittima di questo equivoco illusorio, puoi pagare un prezzo altissimo.

 

@ilmegliodeilibri

Numero3663.

 

C O M E    C I    I N N A M O R I A M O

 

Carl Gustav Jung, uno dei grandi geni della psicologia, diceva che le persone si innamorano solo per due ragioni e nessuna ha a che vedere con il tuo aspetto o con la tua personalità.

La prima ragione – secondo Jung – è che tu rappresenti qualcosa che all’altra persona manca, ma di cui ha un disperato bisogno.

Forse tu sei libero, spontaneo, coraggioso e lei non osa esserlo.

Ti guarda e sente: questo è ciò che mi manca.

È una proiezione dell’inconscio, cerca uno stile che non ha sviluppato dentro di sé.

La seconda ragione è ancora più profonda.

Tu incarni un’immagine interna che già esisteva dentro di lei.

In ogni uomo vive un archetipo femminile: l’anima.

In ogni donna vive un archetipo maschile: l’animus.

Quando lei si imbatte in te, tu risvegli quell’archetipo: l’attrazione è immediata, intensa e irrazionale.

Ma qui arriva la grande lezione: non s’innamora di te per chi sei davvero, ma per ciò che rappresenti nel suo mondo interiore.

Tu sei lo specchio: a volte sei il riflesso di ciò che desidera; altre volte, il riflesso di ciò che teme.

È per questo che molte relazioni intense finiscono con il cuore spezzato.

Perché lei non ama la persona reale, ma l’immagine proiettata e, quando quell’immagine crolla, crolla anche l’illusione.

Quindi, la prossima volta che qualcuno s’innamora di te, chiediti: sono il suo specchio, la sua ombra o il suo maestro?

E – ancora più importante – pensa di chi ti stai innamorando tu: di una persona reale, o di una parte dimenticata di te stesso che stai proiettando su di lei?

Jung diceva che l’amore non è trovare qualcuno che ti completi, è scoprire te stesso, attraverso la tua relazione con lei.

Perché il vero amore non vuole riempire vuoti, ma aiutarti ad evolvere.

Ed evolvere insieme.

 

da YouTube

 

 

Numero3644.

 

B R I C I O L E    D’ A M O R E

 

Ricevere poco non diventa amore, con il tempo.

Le briciole creano dipendenza, non nutrimento.

L’amore non si misura in assenze giustificate.

Accettare il minimo abbassa il tuo livello interno di riferimento.

Le briciole mantengono speranza, senza sostanza.

L’amore reale è coerentemente impegnato e impegnativo.

Dare valore al poco ti impoverisce.

La reciprocità è essenziale.

 

@ilmegliodeilibri

Numero3633.

 

S U B C O N S C I O

 

Il subconscio non discute gli ordini.

Esegue ciò che viene ripetuto.

Funziona anche senza consapevolezza.

Le abitudini nascono sotto la soglia cosciente.

Il subconscio impara dalla esperienza emotiva.

Ignorarlo non lo spegne.

Agisce prima del ragionamento.

Comprenderlo è potere.

 

@ilmegliodeilibri

Numero3569.

 

D I S C O T E C A

 

Se un giorno ti manca la motivazione, vai in discoteca, resta lucido, non bere nulla.

Osserverai uomini che fingono sicurezza, spendono senza senso, atteggiandosi a bulli, fingendosi criminali.

Vedrai le ragazze e le donne che competono tra di loro per apparire e sentirai intorno a te un’illusione collettiva di felicità forzata.

Capirai che tu sei nato per essere diverso, che nessuno può decifrare la tua storia come fai tu, che in quel posto tu ti senti un pesce fuor d’acqua.

Se ti trovi in discoteca, senza bere, ti renderai conto che viviamo nell’era della mediocrità, dove ci sono persone che dicono di voler costruire il loro futuro, ma lo fanno sprecando il loro presente, scappando dai loro problemi, dalla loro realtà e dalla loro vita, perché attualmente fa schifo e preferiscono non viverla.

Per distinguerti, basta fare ciò che fa una persona intelligente: allontanati da tutto ciò che non è allineato con il tuo obiettivo.

 

da YouTube

Numero3549.

 

S O F F E R E N Z A    M E N T A L E

 

Cos’è la sofferenza mentale?

La nostra mente non distingue davvero tra ciò che accade fuori e ciò che proiettiamo dentro.

Se guardi una scena forte di un film: una persona che soffre, sangue finto, un’attrice che sappiamo benissimo che sta recitando una parte ed è pagata per questo, una parte di te lo sa, razionalmente, ma il corpo reagisce lo stesso, il cuore accelera, il respiro si blocca, i muscoli si tendono.

Perché?

Perché, per il cervello, quell’immagine, anche se è solo un film, è realtà.

Ora, immagina quante scene del genere ti proietti da solo nella tua testa: ipotesi catastrofiche, dialoghi che non sono mai successi, rimpianti del passato, paura del futuro.

Ogni volta che fai partire uno di quei film interni, il tuo corpo reagisce come se tutto fosse vero.

E così, ti fai del male da solo, più e più volte, anche quando fuoori non sta succedendo niente.

 

da YouTube

Numero3545.

 

A M A R E,   A M A R S I    E D    E S S E R E    A M A T I

 

Le persone che donano più amore

sono spesso quelle che non si sono

mai sentite amate davvero.

Così finiscono per prendersi cura

degli altri più che di se stesse,

sperando di ricevere in cambio

lo stesso affetto. Ma non accade mai.

Nascondono sempre il loro dolore,

raccontando solo metà della storia

e tengono tutto nascosto, perché

non vogliono  mai essere un peso.

 

@stanzazen