Numero2190.

 

Tratto da  MASSIME  E  PENSIERI  DI  NAPOLEONE   di  Honoré de Balzac:

 

Le leggi fatte sotto l’urgenza e la convenienza delle circostanze

sono sempre leggi mal fatte.

 

N.d.R. :  Una buona legge dovrebbe guardare alle prossime generazioni. Ciò che viene approvato ed attuato per l’ “hic et nunc” (qui e adesso), tenta di regolamentare quello che già si è instaurato ed è, quindi, ormai, metabolizzato. Se una legge sancisce ciò che è già accaduto, non traccia la strada per ciò che accadrà: ogni progetto di questo tipo nasce moribondo e costituisce una inutile e deleteria zavorra.
Ma pongo una domanda provocatoria: nel vostro criterio di valutazione delle necessità, viene prima una cosa importante o una cosa urgente?

Numero2189.

 

S U P E R C A L C I O   E   T I F O   S P O R T I V O

 

È appena scoppiata, nel mondo del calcio europeo e, in prospettiva, mondiale, la bomba della cosiddetta SUPERLEGA, concepita per gestire un campionato di squadre di Èlite, sembra nel tentativo di sopperire alle perdite finanziarie dei grandi Club calcistici, causate dall’emergenza COVID. La sollevazione quasi unanime di tutti gli ambienti interessati pare ricondurre a più miti consigli le squadre che hanno sottoscritto l’affiliazione preliminare. Già si annunciano le defezioni delle squadre inglesi e altre ci stanno ripensando. E sembra che tutto si debba risolvere con un flop clamoroso, una bolla di sapone che si autodistrugge da sola e implode in se stessa.
Tempi duri per il calcio, come avevo preconizzato al Numero2162. Ma quello che sta succedendo, che sembra nascere da motivi finanziari, più che tecnici o prettamente sportivi, era e rimane largamente prevedibile. Il calcio è diventato ormai una mungitura del latte delle mucche, o asine, o pecore o capre delle tifoserie che hanno sempre avuto le mammelle piene, ma che ultimamente mostrano segnali di cambiamento.

E, in parte, è pur sempre un azzardo una “riforma” che possa risultare così impattante e, per certi versi, mortificante, rispetto al sentire comune dei tradizionali tifosi fidelizzati (e soprattutto fedeli), che in maniera comprensibile stanno in maggioranza respingendo d’istinto una proposta che potrebbe anche portare nel medio termine soltanto ad una saturazione dell’offerta di calcio, con quell’effetto nausea che mai si è del tutto concretizzato ma che si è fatto sentire nell’ultimo anno. Non si può certo quantificare il rischio, ma la carta dove perdi il vecchio tifoso senza guadagnare il nuovo sta nel mazzo e potrebbe pure saltare fuori.

Ma c’è un’altra mina vagante, un’altra spada di Damocle che pende sulle sorti di questo mondo così popolare ma fragile e suscettibile.
C’è un aspetto del mondo del calcio che per molti decenni, praticamente da sempre a nostra memoria, è stato sottaciuto, accantonato, sorvolato. È la questione della omosessualità degli addetti ai lavori, quali o quanti siano non importa. Chi scrive non ha niente da dire, come traspare dalle pagine di questo BLOG, sulla scelta di vita e di comportamento di chichessia. Ma provate ad immaginare cosa potrebbe suscitare, al cospetto di centinaia di milioni di tifosi, la notizia che quel tale giocatore, quel venerato campione, quel giovane idolo, eroe della pedata, è riconosciuto, o si è dichiarato, come gay.

Apro una grande parentesi e, subito, la riempio con un contributo, trovato sulla rete, che mi è piaciuto. Eccolo.

Tifo sportivo

Il tifo sportivo è un indicatore esistenziale importantissimo. Infatti non è direttamente correlato con la pratica sportiva e con l’amore per lo sport, ma piuttosto è una complessa interazione fra la psicologia del singolo e alcuni aspetti della società.

Chiariamo subito cosa si intende per tifo. Come indica la parola, si tratta di un comportamento abnorme, diverso dal semplice parteggiare per questo o per quello. Dall’etimologia greca della parola, tifo richiama una “febbre”, un sostegno entusiastico per una squadra o un personaggio. Non a caso tutto ciò che diremo sul tifo sportivo vale anche per il tifo extrasportivo, per esempio l’adorazione di un adolescente per il suo cantante preferito. Esiste però una notevole differenza perché il tifo sportivo è legato all’agonismo dello sport considerato e quindi anche a situazioni spiacevoli e negative (per esempio la sconfitta). Cosa c’è di poco “normale” nel tifo sportivo, cosa lo distingue dal semplice parteggiare (tipico del vero sportivo, dello “spettatore”)?

Il tifo sportivo è la situazione in cui l’umore del soggetto dipende dal risultato agonistico.

A differenza del tifoso, l’umore dello spettatore non dipende dal risultato, è libero di guardarsi (gustarsi) l’evento sportivo. Molti tifosi addirittura condannano questo atteggiamento distaccato senza capire che la loro condanna in realtà li accusa di un comportamento non equilibrato.

A differenza del tifoso, lo spettatore non ha ferite aperte che sanguinano sempre, ogniqualvolta ricorda la coppa persa negli ultimi minuti, lo scudetto perso all’ultima partita o il mondiale sfumato all’ultimo rigore. A differenza del tifoso, tiene separata la sua vita da quella della squadra e non identifica mai, in nessun istante, il suo umore con la prestazione sportiva. A differenza del tifoso, non considera un segno distintivo soffrire quando la squadra perde perché lui ha anche altro nella vita.

Sport e tifo sportivo

Dalla definizione precedente risulta chiaro che quando si parla di tifo non ci si riferisce solo a quello dell’ultrà, ma anche a quello di tutti coloro il cui stato emotivo dipende dal risultato agonistico, per esempio si è adirati perché l’arbitro ha “rubato” la partita o si è immensamente felici perché si è “vinto” lo scudetto o distrutti perché lo si è perso all’ultimo minuto.

Il tifo sportivo è tanto più diffuso fra gli spettatori di un determinato sport:

  1. quanto meno lo sport è oggettivo
  2. quanto più lo sport è di squadra (vs. individuale).

Il punto a) è ben rappresentato per esempio dal calcio vs. l’atletica leggera.

Infatti la fortuna del calcio è nella sua scarsa oggettività. Nessuno, se non personalmente coinvolto, si può scaldare oltre misura per sport dove “tutto è chiaro” e chi vince “merita di vincere”. Il grande carrozzone del calcio è stato mantenuto in piedi proprio dalla sua scarsa oggettività nella quale si perdono i tifosi, arrivando a livelli di coinvolgimento esagerati.

Il calcio è cioè poco oggettivo perché serve così (si pensi per esempio alla difficoltà di usare la tecnologia per correggere gli errori arbitrali). Uno sport dove l’ultima in classifica può battere la prima è in grado di scatenare infinite discussioni che a loro volta aumentano il coinvolgimento dei tifosi.

Esistono sport intermedi (per esempio l’automobilismo) in cui il grado di oggettività è discreto, ma non eccelso (un motore può sempre fondere!) fino ad arrivare a sport molto oggettivi (come l’atletica leggera).

Per capire il punto b) è necessario ampliare il concetto di “squadra”. Se è a tutti chiaro che in sport come il calcio o il basket il tifoso può identificarsi con la squadra (“abbiamo vinto”), non è del tutto immediato (e sembrerebbe contraddire il punto b) come in sport come ciclismo o automobilismo ci possa essere un grande tifo per questo o quel campione. Tralasciando campanilismi (il campione è del paese del tifoso!), di solito nello sport individuale il tifoso costruisce comunque una sua “squadra” di cui entra a far parte. Così la Ferrari è la squadra del cuore e, se vince il suo pilota, si grida comunque “(abbiamo vinto”); nel ciclismo la squadra si crea quando un campione si oppone a un altro (o al resto del mondo!), creando una specie di partito (storici i bartaliani contro i coppiani): va da sé che il processo non è del tutto automatico come per gli sport di squadra. Senza una “squadra” il tifoso non può esultare con un “abbiamo vinto”.

Il tifoso

Il punto centrale attorno a cui ruota tutto è il tifoso, quest’essere dalle mille facce, ma con un unico destino: quello di pendere con grande pericolo verso la popolazione dei sopravviventi. Non ci si riferisce agli ultrà (peraltro degenerazione del tifoso, basta sommarvi una personalità violenta e un’assenza di cultura), ma al vero tifoso, magari corretto, ma emotivamente molto coinvolto.

  1. Razionalmente si dovrebbe comprendere che:È assurdo spersonalizzarsi in una squadra, illudendosi di farvi parte. Chi vince lo scudetto sono i giocatori, l’allenatore, la società; chi prende i soldi sono i giocatori, l’allenatore, la società. Come è patetica la frase “abbiamo vinto!”! Che hai vinto, tifoso? Il giocatore si becca un contratto milionario e si compra la Porsche, e tu? Sempre in giro con il solito catorcio d’auto o, se ti va bene e sei benestante, sempre impegnato quindici ore al giorno nel lavoro che tutto sommato ti pesa da morire dal quale evadi solo grazie alla tua squadra del cuore.
  2. Da un punto di vista generale, il domandone che boccia il tifo è: come può una persona equilibrata lasciare il proprio umore nelle mani di undici ragazzi in mutande? Sì, perché essere abbacchiati dopo aver perso uno scudetto all’ultima partita o una finale di Coppa dei Campioni negli ultimi minuti, è una vera e propria dipendenza. Far dipendere il proprio stato umorale (felice/depresso) da quello che è successo sul campo è completamente illogico e preoccupante. Il calcio diventa una droga che lenisce dolori più profondi senza che ci sia vero amore perché l’amore prescinde dalla dipendenza.

Tifo sportivo: il perché

Il tifo sportivo è un indicatore esistenziale di sopravvivenza. Il soggetto (che magari ha una vita comunque soddisfacente, ma non eccelsa) non ha oggetti d’amore che riempiono (completamente) la sua vita e per provare emozioni positive si rivolge ad altro.

Si noti come il tifo non sia un’espressione di un oggetto d’amore perché gli oggetti d’amore non portano con sé emozioni negative. Il tifo è molto più vicino all’amore romantico in cui è “naturale” soffrire per amore: il tifoso, infatti, giudica normale “soffrire” per la propria squadra.

Il tifoso arriva a mentire a sé stesso e si convince di aver partecipato a qualcosa di grande, di aver vissuto un grande dramma o un grande sogno ecc. Può disperarsi e pateticamente prendersi la testa fra le mani al fischio finale oppure gioire e strombazzare per tutta la notte per una “grande” vittoria. Esce per un momento dalla sua mediocrità e/o dalle sue insoddisfazioni esistenziali.

Il tifo non è che un modo di vivere di luce riflessa, il tifoso sembra incapace di vivere di luce propria. Una ricerca inglese mostra chiaramente che le violenze domestiche aumentano quando perde la squadra del cuore, ma non è difficile trovare attorno a noi soggetti che diventano “intrattabili” quando la loro squadra è stata sconfitta.

Questa descrizione può apparire molto dura e punitiva, ma serve per sottolineare l’enorme differenza fra chi tifa (da esterno all’evento) e chi partecipa da protagonista a ciò che ama. Il tifoso si difenderà sottolineando le emozioni positive, il grado di socializzazione con gli altri tifosi ecc. Tutto vero, ma non potrà mai nascondere le negatività. Un esempio. Tutti comprendono che, se Tizio ha un matrimonio da 10 e Caio da 7, Tizio sta meglio di Caio. Così consideriamo un gruppo di amici che socializza perché va ai concerti rock che ama moltissimo. A differenza del gruppo di “tifosi”, non ci sono delusioni, amarezze, rabbia (per la partita “rubata”) ecc. È innegabile che entrambi socializzino, ma la soluzione dei rockettari non ha ombre. Per questo la scelta del tifoso è da sopravvivente, perché non dà le migliori garanzie esistenziali. Non fa certo male provare emozioni, ma chi vuole vivere al massimo sceglie oggetti d’amore che minimizzano le emozioni negative, proprio come chi si sceglie un partner, se è intelligente, se lo sceglie in modo da avere meno problemi.

Tifo e società

Per tenerlo buono, gli imperatori romani davano al popolo panem et circenses; oggi che si dà alla popolazione? Facile: realites et calcium…Cioè Grande Fratello e calcio. Paradossalmente il sopravvivente riceve emozioni positive (oltre a quelle negative) che gli danno quel torpore sufficiente a non lamentarsi troppo di una vita che potrebbe essere migliore. Non a caso, i capi di Stato seguono personalmente gli eventi in cui sono coinvolti masse di tifosi, mentre mai seguirebbero manifestazioni sportive importanti, ma più “asettiche”.

Il test

Olimpiadi di Londra, maratona. Sono davanti al televisore quando Fantozzi, la nuova star italiana della maratona, entra nello stadio. Esulto con lui, ma a cento metri dal traguardo Fantozzi stramazza al suolo, strisciando faticosamente verso l’arrivo. Purtroppo è superato da tanti concorrenti e scende dal podio. Peccato. Spengo la tv, mi metto la maglietta e vado a correre, felice di assaporare una giornata di sole. Sono equilibrato perché vivo la mia vita.

Stessa scena, ma Fantozzi non crolla e vince a braccia alzate. Prendo la bandiera dell’Italia e mi lancio in macchina verso il centro della città, suonando il clacson fino a esaurirlo e sventolando l’italico vessillo al di fuori del finestrino completamente aperto. A un ingorgo un’anziana signora mi chiede cosa sia successo; con gli occhi gonfi di lacrime, grido: “Ho vinto la maratona di Londra, ho vinto!”. Persona equilibrata? Lascio a voi l’aggettivo.

 

Questo è il tifo e questo è il tifoso. Mi sono fatto aiutare da una serie di enunciazioni e considerazioni prét a porter, che trovo condivisibili e aggiungo che la parola inglese che vuol dire tifoso è FAN, che non è supporter (che vuol dire sostenitore), ma è l’abbreviazione dell’aggettivo FANATIC che si comprende bene cosa voglia dire. Questa premessa serve per ritornare all’inizio del discorso sui calciatori gay. Che sia gay un attore famoso, o un cantante idolatrato, o una apprezzata scrittrice (lesbica) o un esponente della politica di un partito che sostiene le eguaglianze sociali, non fa molto scandalo, tutto sommato. Ma che sia gay un calciatore, beh, signori miei, è tutta un’altra cosa agli occhi di un “fan”. Permettetemi di dire che non è in discussione la personalità del giudicato, cioè il giocatore, ma quella del giudice, il tifoso, con il suo backgroud culturale e sociale, ad essere ottimisti, quasi sempre di un certo tipo ben definito. Ecco perché, fino ad oggi, e non so per quanto tempo ancora, si è glissato disinvoltamente su questo aspetto di un mondo sportivo, a suo modo, particolare. Troppo disinvoltamente e, anche e soprattutto, ipocritamente.

 

 

 

 

 

Numero2188.

 

Da   IL   GIORNALE

 

Arriva la sentenza mortale sul reddito di cittadinanza

I percettori del reddito grillino non hanno mai trovato un lavoro, i navigator sono stati assunti inutilmente e ora a pagare lo scotto del fallimento della misura sono i Comuni, già in crisi economica

È uno degli effetti collaterali più sottaciuti e meno discussi del Reddito di Cittadinanza che, oltre a collezionare fallimenti come misura in sé, si sta traducendo sempre più in una bega da gestire per i Comuni. Come dimostrano i Progetti utili alla collettività (PUC).

Gli aiuti che avrebbero dovuto “abolire la povertà”, è bene ricordarlo, nascono con lo scopo di erogare un sostegno temporaneo a cittadini in cerca di occupazione (o almeno in parte) i quali, grazie al supporto dei navigator e dei Centri per l’Impiego, dovrebbero trovare un lavoro, vero, nel giro di alcuni mesi, 18 mesi, rinnovabili fino a 36. I condizionali sono tutti d’obbligo, poiché, il Reddito grillino continua a inanellare tragicomici disastri. Dalla totale assenza di selezione dei profili con effettiva necessità che ha comportato l’erogazione di soldi pubblici a migliaia di persone che oltre a non averne diritto sono “già impegnate” in attività tutt’altro che legali (e di nuovi casi ne emergono con cadenza quasi quotidiana), ai misteriosi navigator pagati dalla collettività che sono diventati “pienamente operativi” con oltre un anno di ritardo, fino all’effettiva carenza di posti di lavoro che rendono di fatto impossibile collocare i percettori di reddito.

La pandemia non ha certo aiutato (anzi, durante l’emergenza Covid i percettori del RdC sono aumentati del 12%), vista l’emorragia occupazionale che sta colpendo centinaia di migliaia di attività e che per molti versi non potrà far altro che peggiorare. Ma che il Reddito di cittadinanza si stia rivelando un colossale, dispendioso e prevedibile fallimento lo certificano i numeri, con le sole 220mila tra offerte di lavoro e opportunità formative fornite dai navigator a fronte di circa 1,23 milioni di maggiorenni tenuti a rispettare il Patto per il Lavoro firmato con i Centri per l’Impiego. Già, perché ovviamente non tutti coloro che incassano l’assegno statale sono effettivamente “impiegabili”, anche se di mansioni ne fioccassero. I firmatari del Patto, infatti, sono tutti i componenti maggiorenni delle famiglie percettrici che non siano già occupati e che non frequentino un corso di studio. Gli altri (come over 65, o persone con problemi di salute di varia natura, o genitori soli etc.) sono comunque inglobati nella misura pur non essendo impiegabili.

Per provare a negare la natura totalmente assistenziale ed elettorale del Reddito, durante il Governo Conte I è stata approvata una misura integrativa, quella dell’attivazione dei Progetti utili alla collettività, appunto, che sono a carattere comunale. Si tratta di iniziative “socialmente utili” da svolgere in favore della comunità come la pulizia dei parchi, o l’assistenza a persone fragili, o la sorveglianza nei pressi delle scuole, o il contributo al decoro urbano etc. I criteri per la realizzazione di questi progetti sono stati fissati dal Conte II (con decreto ministeriale 22 ottobre 2019), ma dopo un anno e mezzo su un totale di oltre 8mila Comuni italiani ne sono stati attivati in meno di 1500. A inizio del 2021 risultavano in fase di svolgimento meno di 5000 progetti, 3,5 in media a Comune tra quelli che li hanno avviati. Le persone impiegate sono una manciata: 5/6mila al massimo.

Ora i sindaci stanno dando via a una corsa contro il tempo per attivare più PUC possibile, ma è evidente che si tratti di un modo come un altro da parte del Ministero del Lavoro (oggi è Andrea Orlando, ma la genialata spetta a Luigi Di Maio) per scaricare le incombenze sugli enti locali. Perché per un Comune si tratta di un onere spaventoso, sotto diversi punti di vista: ideazione dei progetti, profilazione dei candidati, (altre) risorse da spendere in modo diretto o indiretto avvalendosi di cooperative, impiego di personale comunale che dovrebbe assistere direttamente alle attività e soprattutto riportare le eventuali criticità (infortuni, assenze, problematiche di varia natura).

Inoltre, se da un lato l’intento dei PUC sarebbe quello di offrire ai percettori del Reddito pentastellato la possibilità di potenziare le proprie capacità, professionali e umane, molti dei progetti che risultano attivi al momento consultando la piattaforma GePI sono praticamente equiparabili al volontariato, col piccolo particolare che a partecipare a progetti simili i Comuni possono già schierare: firmatari del “Patto per l’Inclusione Sociale”, richiedenti asilo, membri del Servizio Civile Nazionale, ex percettori di ammortizzatori sociali, ex detenuti e cittadini ammessi a misure alternative alla detenzione.
Senza peraltro il contributo del Terzo settore, che il decreto ministeriale definisce “auspicabile”, vista anche la natura dei progetti, ma al momento totalmente assente. Le organizzazioni per il sociale, difatti, sommano lo scetticismo per le collaborazioni con la pubblica amministratore, non fosse altro per via della montagna di burocrazie necessarie, alla percezione che le realtà impegnate socialmente possano essere considerate in modo del tutto strumentale.

Così, a doversi occupare di programmazione, raccordi con i nuclei familiari, predisposizione di bandi, stipula di convenzioni e assicurazioni, formazione, tutoraggio, acquisto dei dispositivi di protezione, predisposizione di schede e via di seguito restano i singoli assessori alle politiche sociali, caricati di attività che necessitano non solo di personale e fondi, ma che vanno spesso a sottrarre risorse ad altri compiti. Il Reddito di cittadinanza quindi, oltre ad essere già costato 9 miliardi di euro, col tassametro che continua a correre, non sta affatto risolvendo il problema della disoccupazione né tantomeno quello della povertà. Perché i poveri aumentano, i posti di lavoro diminuiscono e tutto ciò che si sta creando è un esercito di nuovi lavoratori socialmente utili.

N.d.R. : Ricordo un memorabile adagio della millenaria saggezza umana, non solo orientale:
“A tuo figlio non dare il pesce,
dagli la canna da pesca”.
Confucio.

Numero2183.

 

Segnalato da mio figlio Alexis.

 

I S T R U Z I O N E

 

Le persone sono istruite quel tanto che basta

per credere a ciò che è stato loro insegnato,

ma non sono abbastanza istruite per mettere in dubbio

qualsiasi cosa venga loro insegnata.

 

Richard Feynman     Fisico quantistico.

 

N.d.R. : quello che manca è il filtro dello spirito critico,

che ha le sue radici nella individualità

del codice genetico e delle esperienze di vita.

Ognuno si istruisce a modo suo, purché lo voglia,

e, spesso, lo fa in contrasto con coloro,

e sono tanti, che ci vorrebbero tutti uguali.

Numero2181.

 

LA BELLEZZA  DELLE  COSE

 

To give people pleasure in the things

they must perforce use,

that is one great office of decoration:

to give people pleasure in the things

they must perforce make,

that is the other use of it.

 

Dare piacere alle persone nelle cose

che devono necessariamente usare,

questo è un grande ufficio della decorazione;

dare alle persone piacere nelle cose

che devono necessariamente fare,

questo è l’altro uso di essa.

 

William Morris.

Numero2180.

 

T R O P P E   R I E V O C A Z I O N I :  POVERO  IL  POPOLO  CHE  HA  BISOGNO  DI  EROI !

 

Ne ho abbastanza! Ho bisogno di sbroccare!
Da qualche tempo (su per giù da quando si è insediato questo tipo di governi degli ultimi tempi), si è instaurata, subdolamente e surrettiziamente all’esordio, poi con frequenza dilagante e urtante, la moda delle rievocazioni.
Non passa giorno che ci viene proposta dal mondo dell’informazione, a cura di solerti giornalistini, evidentemente su incarico di dirigenti a loro volta ispirati da esponenti politici, una serie interminabile ma puntuale di ricorrenze, di anniversari di nascite o di morti, di giorni del ricordo, della memoria, riesumazioni di personaggi e rievocazioni di avvenimenti passati, con una assiduità sospetta e inconsueta.
D’accordo, lo si è sempre fatto: è persino doveroso e giusto che certe ricorrenze di fatti importanti e reminiscenze di personaggi illustri della storia patria non vengano trascurate, ma è oltremodo irritante, almeno per me, l’insistenza e l’improntitudine con cui ci vengono riproposti fatti e personaggi passati, come santi laici e celebrazioni del calendario. Per inciso, sanctus è il participio passato del verbo latino sancire, che vuol dire, come in Italiano, stabilire, fissare, dichiarare, decretare, disporre, imporre, legiferare, promulgare, statuire, approvare, confermare, convalidare, ratificare, consacrare ( quanti sinonimi, e quante diverse sfumature, di una parola o di un verbo esistono nella nostra lingua! Forse troppi! ). Il calendario contiene date e ricorrenze che devono essere ricordate, rispettate e festeggiate: scandiscono lo scorrere del tempo della convivenza civile, secondo partecipazioni collettive abitudinarie e convenzionali. E contiene anche centinaia di personaggi della storia religiosa cristiana cattolica che, in un modo o in un altro, si sono distinti meritoriamente nell’ esemplificare questa appartenenza e professione di fede. Alla stregua del calendario devozionale, vogliono forse istituire un calendario laico e secolare?
Ad essere rievocati non sono poi avvenimenti di eccezionale importanza della nostra storia passata, recente o lontana, o personaggi di grande rilievo dell’arte, della politica, della scienza e quant’altro. Vengono riesumati accadimenti, solo di un certo tipo e con una certa partigianeria, anche poco significativi, ma che, giornalisticamente e, vivaddio, anche politicamente, fanno gioco. E personaggi, positivi o negativi, paradigmatici di una ben definita appartenenza. Questo, che si sta instaurando, è un clima autocelebrativo che mi piace poco. Mi chiedo dove stia la regia occulta di questa “atmosfera”: costruire un sancta sanctorum leggendario. Forse lo posso immaginare. Ma si ricordi sempre che la leggenda penetra solo laddove i valori che vuole esaltare sono accettati dalla comunità a cui li si presenta. E che rievocare ossessivamente gli esempi del passato significa solo non aver fiducia nei valori del presente né, tanto meno, in quelli del futuro. In certe stanza dei bottoni, qualche studioso di sociologia si è accorto che stanno venendo meno i principi e i valori statuali e statali, insomma, nazionali. Appellarsi a quei principi fondanti di valori “tradizionali” è giusto, ma deleterio quando questa diventa l’unica matrice di comunicazione. Ci dovrebbe sorreggere, al contempo, lo spirito critico, la cultura dell’attualità creativa e l’attivismo innovativo che vedo, purtroppo, mancare alle generazioni che si affacciano alla storia di questo paese. Altro che partiti progressisti!
Un’ultima considerazione. Un popolo, una nazione, una comunità sociale e civile che indulgono così spesso in questa pratica di tentare di insediare su qualche piedistallo degli “eroi” del passato e di “mitizzare”, con spicciola disinvoltura, fatti o personaggi anche di secondaria importanza, e perfino negativi, sono dei perdenti.
Ricordiamo insieme certi personaggi della storia di Roma, come Attilio Regolo e Muzio Scevola, che fin dalle scuole elementari, ci venivano additati come esempi di coraggio e di abnegazione, per la salvezza del bene comune. Tito Livio ci dice: “facere et pati fortia Romanum est” ossia, “L’operare e il soffrire da forte è degno di un Romano”. Ebbene, anziché essere degli eroi positivi della storia patria, essi sono il simbolo di sconfitte militari: pur di non ammettere che le sorti dei conflitti non erano state favorevoli, si sono “mitizzati” dei personaggi sacrificali e salvifici che, in realtà, sono morti e hanno fallito e perduto.
Tecnica vecchia, quella di “celebrare” la sconfitta!

Numero2179.

 

S O G N O

 

I sogni sono fatti di tanta fatica.

Forse, se cerchiamo di prendere delle scorciatoie,

perdiamo di vista la ragione

per cui abbiamo cominciato a sognare

e, alla fine, scopriamo che il sogno

non ci appartiene più.

Se ascoltiamo la saggezza del cuore,

il tempo infallibile ci farà incontrare

il nostro destino.

Ricorda: quando stai per rinunciare,

quando senti che la vita è stata troppo dura con te,

ricordati chi sei.

Ricorda il tuo sogno.

 

Sergio Bombaren     da  “Il delfino”

Numero2176.

 

Mi arriva da mio figlio Alexis:

 

Il successo non è una gara di corsa:

gli obiettivi si possono raggiungere

anche camminando e persino

facendo delle soste.

 

Sarà forse un alibi? Ma, veramente, lui lavora troppo!