Numero2123.

 

G R E G G E   D I   P E C O R E

 

Stamattina, andando in macchina al Tennis Club di Martignacco, sono passato sul cavalcavia della tangenziale, subito dopo Arteni. Quando ero sul punto più alto del tracciato stradale, ho guardato in basso ed ho visto uno sterminato gregge di pecore che pascolava nei prati sottostanti.
Ho pensato: ecco, così siamo noi, popolo Italiano, un gregge di pecore guidato da pastori che non sanno dove andare.

Un’ora più tardi mi è capitato sul telefonino un messaggio che sta diventando virale.
Io, fra me e me, l’ho intitolato:

CARTA E MONETA (variante italiana MONATA)

Eccolo:

 

Supermercato:
Signora sessantenne alla cassiera.
: voi non avete il programma cashback ?!
: no signora per volontà della proprietà noi non l’abbiamo attivato
: è uno scandalo, non verrò più qui a fare la spesa!

Vedendo il trambusto, si avvicina il proprietario.
: signora buongiorno, sono il proprietario, posso aiutarla in qualche modo ?
: la vostra dipendente mi ha impedito di usare il cashback; se lo sapevo non venivo neanche.
: no signora, non dipende dalla cassiera, ma da me. Il criminale sono io. Sono io che ho rifiutato di installarlo. Ma non si preoccupi, le faccio io un buono spesa del 10% sulla sua spesa di oggi.
La signora rimane interdetta
: ma perché non l’ha fatto installare ?!

Perché vede, cara signora, in Italia ci sono, con certezza, almeno sette milioni di coglioni. E la cosa preoccupante è che il numero è destinato a salire…

Circa 7 milioni di italiani hanno scaricato, ad oggi, la app per partecipare al cashback degli scontrini con annessa Lotteria di Stato.

Degli ignoranti, innanzitutto perché credono davvero che questa sia una alzata d’ingegno dei soliti politici mediocri per rilanciare i consumi. Invece serve a tutt’altro…

La signora è incuriosita e perplessa.

Vede, per tutti gli acquisti fatti con bancomat o carta di credito dall’8 al 31 dicembre vi valutano il 10% della spesa come cashback per un totale massimo di 150.00€ . Ve li riaccreditano a febbraio. Non sapete però, che il rimborso massimo è di 15.00€ a transazione. Che voi spendiate quindi 1500.00€ o 150.00€ il rimborso sarà sempre 15.00€. Che nel caso di 1500.00€ non è il 10%. Bensì l’1%. Gli acquisti on-line non valgono, alcune carte di credito non valgono e per accedere al programma dovrete fare minimo 10 acquisti. Il che si traduce che per ottenere i famosi 150.00€ massimi di bonifico, dovrete spendere 1500.00€ in dieci transazioni da 150.00€ l’una. Voglio proprio vedere sette milioni di italiani che spendono 1500.00€ in dieci operazioni per fare regali. Sapete come finirà? Che userete il cashback soprattutto nei supermercati come i miei, e lo dico contro i miei interessi, per fare la spesa. Ingrassando solo le casse delle banche, che per ogni transazione vi preleveranno minimo 2.00€ di commissioni, intascando 20.00€ ad italiano, e le casse dei grandi gruppi di distribuzione organizzata che fatturano diverse centinaia di milioni di euro ogni anno. Altro che negozi di prossimità…

La signora cerca una scappatoia…
: guardi io ero contraria poi mi ha convinto mio marito che è più tecnologico.

Non è finita cara signora: dal 1 gennaio a chi avrà fatto almeno 50 transazioni con bancomat riconosceranno un ulteriore 10%, per un massimo di 300.00€ (compresi i 150.00€ di dicembre). Con 50 transazioni bancomat avrete speso certamente 100.00€. (N.d.R. : qui non capisco, ci deve essere un errore nel testo). Per farvene rimborsare 50.00 netti. Cioè una media di 0.1 centesimo di euro al giorno. Chi avrà ingrassato di più le banche potrà poi partecipare alla Lotteria degli Scontrini. Vincendo 1500€.

E per finire signora non le dicono che per adeguare le casse al cashback il negozio deve sostenere una spesa non detraibile compresa tra i 100€ ed i 350€. E non solo: io negozio ricevo il pagamento dopo 7 giorni dalla transazione. In quei sette giorni le banche guadagnano con la valuta virtuale e gli interessi al capitale.

: ma allora mio marito si è lasciato infinocchiare… stasera quando torna a casa gli dico che è stato proprio un cretino!

: signora non si preoccupi, lei prelevi al bancomat e paghi con i contanti. Poi mi mandi qua suo marito che facciamo un buono anche a lui!

Grazie per avermi spiegato tornerò sicuramente a fare la spesa usando il buono.

DIAMOCI UNA SVEGLIATA!!!
Riimpariamo a ragionare con la nostra testa e non come un gregge di pecore!!!

 

N.d.R. : questo messaggio ha interpretato perfettamente il mio pensiero, che ho espresso nella presentazione.

Numero2115.

 

D. P. C. M. = Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri.

È un cont’atto, cioè un atto di Conte, ma fatto con tatto.
Infatti il “piccolo Cesare”, da mesi, ci propina pillole amare di restrizioni delle libertà personali, per l’emergenza CORONAVIRUS, ma con grande delicatezza, direi quasi con la vasellina.
E, anche stavolta, Conte ci ha conciati per le Feste.

Numero2095.

 

GOVERNO  RISTORANTE

 

Ho capito perché il Governo vuol chiudere i Ristoranti in Italia.

Perché, per evitare la concorrenza, vuol essere il solo, esclusivo, elargitore di “ristori”.

Vuol essere l’unico “Governo Ristorante”, sotto la conduzione di un geloso “Ristoratore”, Giuseppe Conte……Mah!

 

N.d.R.  Quei geni di politici e “giornalanti” del politichese che abbiamo in Italia hanno voluto distinguerli da altre forme di elargizione. Si poteva usare uno di questi sinonimi: contributo o risarcimento o compensazione o reintegrazione o indennizzo o rifusione o rimborso. Hanno coniato, invece, non un neologismo ma un’espressione parallela, un corollario metaforico e chiamato “ristori” gli aiuti finanziari, a fondo perduto, a quelle attività produttive e a quei servizi che sono costretti a chiudere a causa del COVID-19. Che originalità, che trovata! Complimenti!

Giornalanti = Giornalisti ignoranti.

Numero2089.

 

COME  SI  ESPRIME  LA  POLITICA

 

La politica di oggi,

con la diffusa impreparazione

dei suoi squallidi protagonisti,

non sa far altro che identificare

l’aspetto più meschino dei problemi

e banalizzarlo e ridurlo

ad un cliché, ad un totem,

ad uno slogan di poche sciocchezze.

Numero2078.

 

D E M O C R A Z I A

 

La democrazia contrasta

l’autoritarismo se si trasforma

da “democrazia di spettatori passivi”

in “democrazia di partecipanti attivi”,

in cui i problemi collettivi

siano importanti per ciascuno

come il suo privato.

 

Erich Fromm     Avere o essere?

 

La democrazia ( dal greco démos , “popolo” e kràtos, “potere” ) è quella forma di governo che, basandosi sulla sovranità popolare, garantisce ad ogni cittadino la partecipazione all’esercizio del potere pubblico in una condizione di piena uguaglianza.

Non sempre nella storia del pensiero, con il termine democrazia si è indicata la miglior forma di governo: ad esempio, Aristotele, nella Politica, la considerava una degenerazione del modello di governo perfetto (la politéia), in cui la maggioranza (il démos)  agiva non nell’interesse di tutti ma secondo il proprio tornaconto, a danno dei più abbienti. Al contrario, una delle caratteristiche distintive della democrazia è quella di essere il governo della maggioranza che, però, tutela le minoranze e quindi agisce per il bene collettivo.
Altre imprescindibili condizioni della democrazia sono l’istituzione di elezioni libere, periodiche e corrette; una pluralità di gruppi politici organizzati; meccanismi di controllo e di equilibrio dei poteri, la libertà di opinione ed espressione. Queste caratteristiche sono necessarie ma non sufficienti per la corretta affermazione dello spirito democratico e rimarrebbero lettera morta se non avessero come conseguenza un reale esercizio della democrazia da parte di ogni cittadino. Risiede in tale pratica la piena realizzazione della dignità umana e politica dell’individuo, ed è per questo che la democrazia può considerarsi la migliore forma di governo.

I governi democratici possono correre il rischio di una involuzione, oppure la democrazia può essere considerata una conquista definitiva? L’opinione diffusa è che l’ideologia democratica, a differenza di altri sistemi politici, abbia in sé le potenzialità per autoalimentarsi, una volta che si sia instaurata. I diritti garantiti a tutti, – in particolare il diritto di voto – farebbero sì che lo spirito democratico si radichi, creando una sorta di circolo virtuoso: quanto più la democrazia cresce, tanto più lo spirito democratico si sviluppa, e questo sviluppo fa ulteriormente crescere la democrazia. Secondo questa opinione, basterebbe la possibilità di partecipare alla vita politica, per promuovere in ciascuno il senso di responsabilità collettiva e l’importanza della dimensione democratica della vita pubblica.

Ma è davvero così?
A distanza di qualche decennio dalla promulgazione della nostra Costituzione, il filosofo torinese Norberto Bobbio (1909 – 2004) sembra richiamarsi all’idea di Calamandrei per cui la Costituzione “non è una macchina che, una volta messa in moto, va avanti da sé” (Il futuro della democrazia 1984). Bobbio ritiene che il pericolo maggiore per il futuro della democrazia non sia la diffusione di ideologie antidemocratiche, bensì l’indifferenza, l’apatia politica e la crescente diffusione del voto di scambio, cioè la preferenza elettorale accordata non per sincere convinzioni politiche, ma al fine di ottenere un beneficio personale da parte del candidato che si appoggia.
L’assuefazione alla democrazia e la mancata partecipazione alla guida di questa “macchina” complessa possono generare indifferenza o, magari, rigetto: i cittadini rinunciano ad autogovernarsi, o anche solo ad influire sul governo. In questo contesto, le impegnative regole della democrazia vengono percepite come inutili e trova consenso chi promette di più e più facilmente, superando queste “barriere”. Su questo argomento, invito il lettore a consultare il Numero2023, che parla di astensionismo.
Un neologismo in voga, in questi tempi, è l’oikocrazia. Sarebbe il dominio dei “clan”, centri di potere palesi od occulti. Il termine viene, ancora una volta, dal Greco antico: òikos significa famiglia o casa, kràtos significa potere, dominio. Il trionfo del capitalismo neoliberale ha assunto ormai i contorni di una clanizzazione della società e dell’economia globale. I principali protagonisti di questa fase storica non sono più gli stati-nazione, ma gruppi che agiscono come clan: mafie, gang, terroristi, signori della guerra, ma anche partiti e alte sfere della finanza e delle corporation multinazionali. Il network di questi gruppi ha dato vita a una nuova forma di governo, che Fabio Armao, Professore al Corso di Studi del Dipartimento di Culture, Politica e Società presso l’Università di Torino, nel suo libro “L’età della òikocrazia” definisce, appunto, “òikocrazia”: la prevalenza degli interessi privati su quelli pubblici. Stiamo per precipitare in una nuova forma di totalitarismo, un inquietante “Behemoth globale”, (Behemoth è una creatura biblica leggendaria menzionata nel Libro di Giobbe.: grande e possente, pachidermico animale, talmente forte che solo il suo creatore poteva abbattere) da cui Armao ci mette in guardia, invitandoci a cambiare la nostra visione del mondo.
Come evitare una simile deriva delle istituzioni?
Secondo Bobbio, con il costante esercizio della democrazia e con la tutela di alcuni fondamentali valori – quali la tolleranza, la non violenza, la fratellanza tra gli individui – in nome dei quali le istituzioni possono svolgere efficacemente la loro funzione.
Solo così la democrazia si impara davvero e si tiene in vita.
E ricordo pure la riflessione di Pericle: la democrazia si esercita con successo solo con il consenso del dissenso. Questa è una pratica dura da inghiottire e da mettere in atto, ma, nell’Atene di tanti secoli fa, funzionava, sembra, egregiamente. Ma forse i Greci di allora erano più democratici di noi.
Voglio citare anche, per finire, le parole di una canzone di Giorgio Gaber, da me particolarmente amato, intitolata La libertà :
La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche avere un’opinione,
la libertà non è uno spazio libero,
la libertà è partecipazione.

Ahimè! Non mi sento né libero né democratico…..ma vorrei tanto esserlo.

 

Numero2076.

 

L’ A U T O R I T À

L’autorità non è una qualità

che una persona possiede,

come qualità psichica o fisica.

L’autorità si riferisce ad una

relazione interpersonale

di chi si trova in una

condizione di superiorità.

 

Erich Fromm      Fuga dalla libertà.

 

L’autorità si configura come il fondamento della legittimità del potere in generale, in quanto è alla base della giustificazione del potere medesimo e del diritto di esercitarlo da parte di un singolo individuo o di una istituzione.

Si può stabilire una relazione fra rispetto dell’autorità e moralità?
È giustificabile l’obbedienza incondizionata ad una autorità “legittima”?
Fino a che punto l’obbedienza più o meno cieca all’autorità dipende dai condizionamenti e dalle pressioni sociali?

Nella nostra Costituzione, il concetto di autorità si identifica con quello di sovranità, che indica la fonte di ogni potere legittimo e costituisce uno dei fondamenti delle Costituzioni del secondo dopoguerra.
La sovranità si esplica nelle seguenti prerogative dello Stato:
avere, nel proprio territorio, la supremazia rispetto ad ogni altra autorità, interna o esterna;
imporre la propria autorità di per sé, non derivandola da altra autorità;
concentrare in sé il potere di dettare regole obbligatorie per la collettività, escludendo qualsiasi altra autorità non espressamente riconosciuta;
acquisire il monopolio del potere coercitivo, grazie al quale rendere effettivo il rispetto delle regole, imponendole a chiunque si trovi sul territorio.
(N.d.R. . questi temi sono di strettissima attualità, con la proclamazione dello stato di emergenza per il contagio da CORONAVIRUS, e con le disposizioni per la salvaguardia della salute pubblica collettiva, emanate dall’attuale Governo).

Il primo articolo della nostra Costituzione afferma che “La sovranità appartiene al popolo” ed esprime così una chiara scelta di campo compiuta dai padri costituenti: esalta l’idea che i pubblici poteri servono a realizzare le istanze di libertà, di uguaglianza e di dignità sociale dei cittadini.
Il principio della sovranità popolare è il fondamento dell’impianto costituzionale, ma tale sovranità non è assoluta o illimitata, in quanto il popolo la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione: quest’ultima, cioè, ha il compito di regolare il potere sovrano, distribuendolo tra le diverse istituzioni e stabilendole condizioni ed i limiti del suo legittimo esercizio.
Il popolo, inoltre, non può farsi carico direttamente delle modalità di esercizio del governo e della sovranità: deve necessariamente delegarle, secondo moduli e forme prestabilite. Il valore della sovranità popolare, dunque, non è l’unico né assorbe ogni altro: anche il popolo sovrano non può e non deve essere un’autorità assoluta.

Numero2066.

 

SEGNALATA DA UNA CARA AMICA

 

A L C U N E   R I S P O S T E   D E L L A   F I L O S O F I A.

 

Nietzsche e Freud: la cultura come istanza repressiva.

Qual è uno dei principali compiti della cultura? Quello di trasmettere al singolo, attraverso le diverse agenzie di socializzazione come la famiglia e la scuola, un insieme di valori socialmente condivisi.

La critica Nitzscheana alla civiltà occidentale.

Friedrich Nietzsche, fin dalle sue prime opere, mette in discussione il modello culturale che si impone nel mondo occidentale da Socrate in poi, ossia un ideale di vita basato sul controllo delle passioni: vivere da uomini significa vivere secondo ragione, sopprimendo le componenti istintive dell’uomo.
Nella visione nietzscheana, Socrate tentava di offrire un ausilio all’uomo, elaborando un modo per arginare il caos dell’esistenza. Tuttavia, agendo così, non ha fatto altro che spingere l’individuo a rinunciare alla parte più vitale di sé, che Nietzsche chiama “spirito dionisiaco”, ridimensionandola drasticamente.
La cultura, in questa prospettiva, risulta essere un’istanza repressiva, poiché limita il comportamento delle persone e impedisce loro di vivere una vita autentica.
Il filosofo tedesco ritiene, quindi, necessario opporsi a questo aspetto della nostra civiltà, dicendo “sì alla vita” e rivalutando la dimensione spontanea e pulsionale dell’uomo, che è stata sacrificata.

La concezione freudiana della cultura.

L’indagine di Sigmund Freud prosegue sul percorso tracciato da Nietzsche. Il padre della psicoanalisi, analizzando il complesso rapporto tra cultura (che egli chiama civiltà) e la componente istintuale dell’uomo – l’Es, formato da pulsioni sessuali e aggressive – giunge alla conclusione che quest’ultima ne risulta repressa e soffocata. Anche quando questo condizionamento è soltanto parziale, la società detta le modalità, i tempi e i mezzi attraverso i quali è possibile, per l’uomo, ottenere delle gratificazioni. Ad esempio, la morale dominante non vieta l’attività sessuale, ma stabilisce in quali termini tale attività è socialmente consentita, come nell’ambito di una stabile relazione di coppia.
Per Freud, la cultura implica alcuni meccanismi di controllo, che hanno la finalità di portare l’individuo all’adesione a determinati modelli sociali e all’acquisizione del senso di appartenenza ad un gruppo.

Popper: la società aperta al pluralismo.

La critica di Popper a Platone.

Karl Popper, nell’opera La società aperta e i suoi nemici, rifiuta la prospettiva di una società organizzata secondo norme di comportamento rigide e vincolanti, e difende il principio liberale di una società “aperta al maggior numero possibile di idee e ideali differenti e, magari, contrastanti”. Egli rivolge la sua critica a filosofi come Platone, colpevole, a suo parere, di aver teorizzato, nella Repubblica, uno Stato totalitario che vuole organizzare, in tutto e per tutto, la vita dei singoli. Il filosofo viennese contesta lo Stato perfetto e immutabile di Platone, e si dimostra favorevole ad una società fondata su istituzioni democratiche, che abbia la possibilità di correggersi e di migliorare. Infatti, dal suo punto di vista, una società perfetta è impossibile, perché l’uomo stesso è imperfetto per natura.
Tuttavia, nella sua polemica verso Platone, Popper trascura un aspetto importante, ossia il fatto che il filosofo greco parli di uno Stato ideale, di un paradigma. Il significato di un’utopia, come quella della repubblica platonica, è di offrire un modello a cui tendere e, a ben vedere, è proprio la tensione verso una società migliore a spingere l’uomo a riconsiderare il proprio sistema di valori.

La salvaguardia della libertà dell’individuo.

Per quale motivo, quindi, dovremmo preferire una società aperta a ogni possibile cambiamento, anche negativo, rispetto ad una società stabile ed ordinata?
La risposta di Popper è che il bene più grande consiste nella salvaguardia della libertà individuale. Il problema delle società avanzate è proprio quello di evitare che lo Stato, intervenendo eccessivamente nella vita sociale, metta a repentaglio la libertà dei singoli.
Una società chiusa come quella ipotizzata da Platone è impermeabile ad ogni novità e, di conseguenza, non è in grado di tollerare i mutamenti, pena la dissoluzione del sistema.
Una società aperta, al contrario, è in grado di assorbire il cambiamento e di accogliere le istanze di chi vuole farsi promotore di una trasformazione sociale.

N.d.R. Gli argomenti sopra trattati sono di stringente attualità. In questi ultimi tempi di CORONAVIRUS ne stiamo avendo la prova nelle cronache quotidiane.

Numero2047.

 

P O L I T I C A   E   L E G G E

 

La politica deve avere il coraggio di adottare ed assumere la responsabilità attraverso la legge.

Si chiama democrazia responsabile e non stato di polizia, si chiama vivere civile, senza sotterfugi tartufeschi, o bizantinismi di buonsenso. Furbizie che non possono e non devono albergare nelle Amministrazioni intellettualmente oneste. Mai. Anche quando certe leggi non ci piacciono.
Perché è la legalità, la legge, l’unica stella polare da seguire. Quella legge che fissa le regole del vivere civile, che ci permette, ogni giorno, di conoscere i limiti entro i quali possiamo muoverci senza calpestare la libertà e il diritto altrui. E viceversa. Perché non ci può essere libertà fuori dalla legge. Sempre e comunque.
La legge, ancora, come ultimo baluardo prima della barbarie, equo ma sempre più fragile contrappeso allo strapotere del denaro e dell’abuso.
La legge, infine, quell’insieme di regole che ci permette, ogni giorno, di vederci garantiti nei nostri diritti, nell’esercizio della nostra attività professionale e ci consente di tutelare la nostra proprietà.
Tutto questo è la legge. Nessun odio sociale, nessuno stato di polizia. Ma uno sprone a cambiare le cose, ma secondo le regole. Quelle regole che trovano fondamento nella nostra Costituzione. Scritta nel nome di quel sangue versato per la libertà e la democrazia di questo, nonostante tutto, meraviglioso paese.

Numero2032.

 

Girata da Alexis

 

Un tizio, parecchio intelligente, di nome Aldous Huxley, diceva diversi anni fa:

 

La dittatura perfetta avrà

la sembianza di una democrazia,

una prigione senza muri,

nella quale i prigionieri

non sogneranno mai di fuggire,

un sistema di sudditanza dove,

grazie al consumo e al divertimento,

gli schiavi ameranno la loro schiavitù.

Numero2028.

 

G I Ù   L A   M A S C H E R I N A :  L E   C A P R I O L E   D E L L A   P O L I T I C A   I T A L I A N A.

 

Mi accorgo che, ultimamente, sto scrivendo un po’ troppo di politica, cosa per me insolita. Non pensavo di aver così tanto da dire, ma lo dico lo stesso perché lo faccio “liberamente”, cioè con mente libera, secondo i criteri di approccio di questo blog.

I concetti di “destra” e “sinistra”, come categorie mentali ed etichette del politichese, mi sono particolarmente ostiche, per non dire antipatiche, ma devo ricorrervi per addentrarmi in un argomento che, sicuramente, è poco palese e avviene, per lo più, sotto traccia e sotto mentite spoglie.
Lo premetto, succintamente. In Italia da molti decenni ormai, le leggi cosiddette di “sinistra” anche se annacquate, ammorbidite, devitalizzate, vengono emanate dai governi di “destra”, mentre, viceversa, le leggi connotate di “destra” vengono approvate e promulgate, con analoghe ed equivalenti modalità, dai governi di “sinistra”.
Ci avete fatto caso?
Lo spirito autenticamente riformatore di ciascuna “parte”, o schieramento di “partiti”, viene travisato, prostituito, edulcorato. Quel che ne risulta, alla fine, è quasi sempre un papocchio, un compromesso al ribasso, un’abdicazione ai principi di appartenenza che dequalificano vistosamente i provvedimenti.
Lo dico con ferma convinzione, anche se può sembrare una critica impietosa: le leggi che hanno visto la luce in questi ultimi tempi sono genericamente scadenti, non hanno quasi mai sortito risultati soddisfacenti, e sono state oggetto di “revisionismo” o “controriforma” da parte dei governi che succedevano per alternanza.

Ma qual è il motivo vero di questo fenomeno?
Lo scopo prevalente in questa procedura controversa e controproducente è quello di delegittimare la controparte politica, lo schieramento opposto, sottraendo loro i principi operativi che avrebbero potuto raccogliere il consenso.
Cercano, così facendo, di togliere acqua al mulino, far mancare aria al fuoco, o il carburante al motore della macchina della parte avversa. È più importante mettere in cattiva luce l’avversario, indebolendolo nelle rivendicazioni e negli argomenti di propaganda, piuttosto che emanare una legge fortemente caratterizzata, ma, in questo, estremizzata che abbia tutti i canoni propri dello schieramento legiferante.

Riporto qui di seguito un interessante articolo pubblicato, a firma del giovane ma attento filosofo, Diego Fusaro :

 

È IL CAPOLAVORO DEL CAPITALE: FAR FARE ALLA SINISTRA CIÔ CHE PRIMA FACEVA FARE ALLA DESTRA.

Il meccanismo è sempre il medesimo. Si usa la patologia per screditare l’organo sano. Si identifica – per restare in tema attuale – la polmonite col polmone e, così, per combattere la polmonite si attacca il polmone in quanto tale.
(N.d.R. : è una specie di malattia autoimmune).
Nel caso specifico, si prende la patologia di qualche strampalato avventuriero dell’assurdo per delegittimare il corpo sano della critica.
Come? Prendi quattro stolti, magari in giacca arancione, che dicono che “il virus non esiste” e li usi come alibi per delegittimare en bloc chiunque critichi ciò che realmente sta avvenendo e che non mi stancherò di denunciare: il virus c’è ed è, al contempo, usato come base di una nuova razionalità politica di tipo autoritario ed ultraliberista, che aggira i parlamenti, potenzia gli esecutivi, produce task forces non elette, accelera la digitalizzazione della società e il massacro dei ceti medi e dei lavoratori.
È in atto una riplasmazione decisiva del mondo capitalista della produzione, in chiave autoritaria e verticistica.
Le democrazie parlamentari sono state parentesi e ora il capitale si sta adoperando per archiviarle per sempre.
Chi non ha capito questo, non ha compreso l’ABC ed è del tutto inutile discutere con lui. Chi non ha capito che da questa situazione non si tornerà indietro, perché essa risponde alla nuova razionalità politica del mondo della produzione, è ancora alla fase tolemaica della questione.
Analogamente si dica degli sciocchi che pensano che sia tutta una questione di vaccini, come se il vaccino fosse il Sacro Graal del capitale. La questione è assai più articolate e riguarda – lo ripeto ad nauseam – la ristrutturazione verticistica del capitalismo su scala planetaria. Ce l’ha insegnato Gramsci : quando la classe dominante ha il dominio, ma inizia a perdere il consenso (in questo caso, leggi populismi, sovranismi ecc.), deve ricorrere all’autoritarismo e, all’occorrenza, alla violenza: distanziamento sociale, divieto di assembramento, confinamento.
In Italia non poteva essere la destra a gestire ciò, ché, altrimenti, sarebbe stato subito evidente il gioco: e ora tutti griderebbero “fascisti!”. Facendo fare la parte dell’autoritarismo repressivo alle sinistre ( con la stessa logica con cui il capitale ha affidato a loro, fin dagli anni ’90, il compito di massacrare nel sangue i lavoratori a colpi di jobs act e riforme liberiste), il risultato è che ora si urla “fascista!” a chi si oppone all’autoritarismo repressivo del capitalismo terapeutico.
È il capolavoro del capitale: far fare alla sinistra ciò che prima faceva fare alla destra. E lasciare alla destra la sgangherata e non credibile guida dell’opposizione. Fa ridere (più che piangere) sentire i nostalgici del Ventennio che urlano contro l’autoritarismo in atto. Essi finiscono per rafforzare l’ordine dominante.

Numero2023.

 

S C O N T E N T O    P O P O L A R E    E    A S T E N S I O N I S M O

 

Tutti gli avvenimenti di questi ultimi vent’anni, ciascuno a modo suo, sradicano nei cittadini l’idea di poter indirizzare, attraverso le elezioni, le scelte della comunità nazionale: di fatto indicano che le decisioni cruciali per la vita collettiva sono indipendenti dal voto (e quindi dalla volontà popolare) e si collocano in un altrove indefinito, ignoto e per questo minaccioso.
La crisi economica, venuta da fuori e refrattaria nella sua persistente durata a rimedi concepiti dalla politica, segnala l’inefficacia delle istituzioni nazionali. La caduta del governo costituito sulla base di un limpido esito elettorale, sostituito da una formazione di minoranza, indica la fragilità della politica legittimata dal giudizio dei cittadini e la forza dei vincoli esterni che condizionano l’Italia (paesi alleati, strutture economiche).

Se si svolge in termini di comunicazione questa sequenza di eventi, sono almeno cinque i messaggi di grande potenza evocativa che arrivano ai cittadini elettori:

 è interrotta la catena di fiducia che connette la scelta degli elettori alle decisioni del governo: si perde la continuità della traiettoria istituzionale e la volontà dei cittadini rimane sospesa nell’aria, evaporata nell’emergenza (spread, influenze della Bce): si può definire la rimozione degli elettori;

 le forze politiche, la cui missione è raccogliere intenti e bisogni degli elettori rappresentandoli entro le istituzioni, si rivelano inefficaci rispetto al compito ed inermi di fronte agli interventi esterni. La loro fragilità sfocia nell’inutilità: si può definire l’impotenza dei partiti;

 le competizioni elettorali in cui i partiti sono impegnati si rivelano alla fine inconsistenti, poco più che un gioco di specchi: si può definire il teatrino del voto;

 le decisioni politiche, staccate da una radice popolare, appaiono dipendenti da un nebuloso complesso di poteri che non sembra avere al primo posto l’interesse degli italiani: si può definire come l’altrove delle decisioni;

 le istituzioni, alla fine di questa lunga collana di deviazioni e fratture, producono risultati che peggiorano la vita dei cittadini e per questo appaiono sempre più inaffidabili: si può definire la nocività delle istituzioni.

In sintesi, i cittadini si sentono: espropriati della capacità di indirizzare la politica; penalizzati dall’operato di istituzioni che rispondono a logiche separate; illusi da giochi di scena privi di rilievo.
Per completare la lista dei motivi domestici che incentivano i comportamenti di astensione, va ricordato un tema di forte incidenza comunicativa che viene alla ribalta anni prima della cesura 2011-13 (Governo Monti): nel 2007 parte una serie di articoli sul Corriere della Sera che denunciano i privilegi della Casta (composta per l’essenziale da uomini politici) e ottengono un grande successo di pubblico, come dimostra il boom di vendite del libro che sviluppa per esteso l’argomento (si calcolano 1,3 milioni di copie vendute). La messa in primo piano dei privilegi parlamentari e amministrativi, associata alla percezione di una politica irrilevante e di istituzioni dannose, crea una miscela esplosiva che produce rancore e rabbia: si può definire risentimento contro i privilegi.

Le tendenze di lungo periodo formano la tela di fondo, lo schema generale di idee su cui poi si innestano i fattori nazionali che operano in tempi più stretti e con forza concentrata. Si possono indicare, come già si è accennato, quattro principali tendenze.

La prima è l’interdipendenza globale dei mercati che muove dinamiche su larga scala, sincronizzate per diversi paesi e quasi sempre vincolanti per il quadro economico – politico nazionale.

La seconda tendenza, molto rilevante in Europa (occidentale) ma significativa anche negli Stati Uniti, è la crescente importanza di norme e di istituzioni giuridiche, dedicate a dar loro attuazione, che assorbono quote crescenti di decisioni pubbliche: si restringe lo spazio della scelta strategica e si estende al suo posto l’ambito dell’applicazione normativa. Entro questa tendenza si può ricomprendere un duplice fenomeno che negli ultimi vent’anni ha conosciuto notevole espansione: anzitutto la proliferazione degli organismi sovranazionali dotati in moltissimi casi di cospicui poteri decisionali e quasi sempre costituiti e operanti su una base tecnico-giuridica, sganciata da forme di legittimazione popolare; quindi la diffusa formazione di autorità indipendenti, nell’Unione Europea più o meno connesse alla Commissione, che sottraggono molteplici competenze ai ministeri e agiscono con modalità riparate in linea di principio dalla politica.

La terza tendenza è l’idea che il processo delle decisioni politiche possa seguire metodi differenti da quelli codificati nella tradizione della democrazia rappresentativa: nel momento in cui attraverso la rete ogni cittadino può acquisire un pubblico e trasformarsi in una fonte, diventa plausibile, almeno in via teorica, immaginare forme di democrazia diretta aggiornate in chiave tecnologica. In questo modo si rafforza la convinzione, presente in molte ideologie utopiche, secondo cui la politica dei partiti e delle mediazioni istituzionali può essere superata con strumenti tecnici che puntano sulle capacità dell’individuo.
La svalutazione degli intermediari, ovvero delle strutture che collegano decisori di alto livello e singoli individui, è un’onda di lungo periodo che investe economia politica e società: l’individuo amplia il suo raggio d’azione nei consumi (internet allarga enormemente il campo di scelta), nella produzione (molte attività diventano più facili e possono essere svolte direttamente, per esempio operazioni finanziarie e test medici, oppure in concorrenza con strutture organizzate: Uber, Airbnb) e per estensione anche nella cosa pubblica.

Vi è poi un’ultima onda di opinione nella quale sfociano come componenti le tre tendenze precedenti: la si può definire come la progressiva perdita di valore della politica che restringe la propria efficacia e smarrisce prestigio. Soffre al contempo della crisi che colpisce intermediari e mediazioni, della riduzione di campo decisionale che deriva dall’incidenza sempre più diffusa e capillare dei mercati globali, del vorace impulso che spinge gli organismi sovranazionali a incorporare competenze e attività: ciò fa apparire la politica nel tempo poco comprensibile (troppi rituali che consumano tempo ed energie) e troppo pretenziosa (costi e privilegi in eccesso rispetto ai risultati).
Se si comparano le tendenze globali di lungo periodo con i fattori domestici si riscontrano nessi e vincoli. L’interdipendenza globale è il presupposto per l’altrove delle decisioni rispetto alla vita nazionale. L’imperialismo giuridico incarnato in strutture tecniche (nazionali e no) fa da premessa alla rimozione degli elettori. La caduta degli intermediari e l’esaltazione del ruolo giocato dai singoli può sfociare a lungo termine nell’idea della nocività istituzionale.

La svalutazione della politica si declina facilmente come impotenza dei partiti e teatrino del voto e alla fine può alimentare il risentimento.

Numero2006.

 

Q U A N T O   G U A D A G N A N O   I   D I P E N D E N T I   D I   C A M E R A    E   S E N A T O ?

 

N.d.R.   Mi chiedo se questi signori sono al servizio degli Italiani, o se sono gli Italiani che sono al servizio di questi signori. Chiamatemi pure “qualunquista”, ma datemi una spiegazione.

 

 

Quanto guadagna chi lavora alla Camera e al Senato? Ovvero barbieri, uscieri, elettricisti, falegnami? I privilegi di lavorare nei palazzi del potere non riguardano solo i politici.

Ecco gli stipendi dorati di tutti i dipendenti della Camera dei Deputati e Senato della Repubblica.

Gli stipendi d’oro del personale di Camera e Senato

Dal primo gennaio 2018 è terminato il periodo di “purgatorio” che durava dal 2014 e che prevedeva, per i dipendenti di Camera e Senato, un tetto salariale di 240.000 euro l’anno.

Ora i dipendenti più anziani di Camera e Senato possono tranquillamente andare oltre i 350.000 euro l’anno di stipendio. Cifre esagerate e ridicole che superano di gran lunga lo stipendio di ministri, sottosegretari, deputati e senatori, di Mattarella o della Merkel.

Da leggere: Costi della politica, 23,2 miliardi di euro per non farla funzionare

Camera e Senato: la casta dei 1.494 dipendenti

Più nel dettaglio le retribuzioni del 44% dei 137 funzionari di Camera e Senato, una sessantina, sforano il tetto di 240.000 euro arrivando in alcuni casi alla cifra record di 480.000 euro lordi.

Ecco le cifre (dati ufficiali Parlamento italiano) degli stipendi annui massimi effettivamente percepiti:

  • un segretario parlamentare, stipendi fino a 156.000 euro annui
  • un documentarista/tecnico/ragioniere, stipendi fino a 237.000 euro
  • un collaboratore tecnico, stipendio fino a 152.000 euro
  • un consigliere parlamentare/un traduttore fino a 358.000 euro annui

Questi stipendi possono contare su aumenti biennali del 2,5% e interessano un personale di 1.494 dipendenti, divisi in 5 livelli retributivi in base “alla complessità del lavoro, alla sfera di autonomia e alle connesse responsabilità”.

Il segretario generale è ai vertici della piramide retributiva (406.399,02 euro, in aumento del 2,5% ogni due anni) così composta:

  • 176 consiglieri parlamentari;
  • 4 interpreti e traduttori;
  • 288 tra documentaristi, tecnici e ragionieri;
  • 397 segretari parlamentari;
  • 156 collaboratori tecnici;
  • 411 assistenti parlamentari (commessi, barbieri, ex addetti alla buvette e al ristorante)
  • 59 operatori tecnici.

Da leggere: Gli stipendi d’oro degli ambasciatori italiani

Un barbiere o un centralinista guadagnano 136mila euro l’anno

La tabella riserva molte sorprese. Un barbiere, uno stenografo, un centralinista, un elettricista o un falegname hanno una retribuzione d’ingresso pari a 30mila euro, ma possono guadagnare oltre 50mila euro dopo 10 anni, oltre 90mila dopo il 20° anno, oltre 120mila dopo il 30° anno, oltre 127mila dopo il 35°, per volare sopra i 156mila euro dopo il 40° anno di attività.

Un consigliere parlamentare parte da una retribuzione di ingresso di oltre 64mila euro, per arrivare a ben 358mila euro l’anno.

Ex dipendenti di Camera e Senato: pensione

Ma non è finita qui. Schizzano verso l’alto anche le spese per le pensioni degli ex dipendenti. Nel 2017 i 1.300 lavoratori dalla Camera verseranno 80 milioni di contributi ma i loro ex colleghi riceveranno 265 milioni di pensioni, ovvero il doppio dei vitalizi dei politici.

Per ogni euro di contributi versati la categoria dei dipendenti del Parlamento riceve 3,5 euro di pensione. La differenza? Ce la mettono le famiglie e le imprese italiane.

Da leggere: Pensioni da fame

Privilegi Made in Italy

Grazie ai tagli, dal 2014 al 2107, erano tornati nelle casse dello Stato 24 milioni di euro. L’addio al tetto comporterà nel 2018 un aumento del peso degli stipendi dei dipendenti pari al 4,55% rispetto al 2017, ovvero 178 milioni sui 950 di uscite complessive dalla Camera.

Perché un barbiere, un centralinista, un elettricista, un segretario o un ragioniere devono avere stipendi da manager di alto livello o un reddito triplo o quadruplo rispetto agli altri cittadini solo perché operano nelle Istituzioni?

Queste schifezze succedono solo in Italia. Tanto paga come sempre Pantalone.

Numero2004.

 

L’ U O M O   E   LA   L I B E R T À     La condizione umana vista con gli occhi della filosofia.

 

Perché non esisterebbe la libertà?
Ma perché noi chiamiamo libertà la condizione umana che è una condizione di indeterminatezza.
L’uomo è l’unico animale indeterminato perché non è codificato dagli istinti.
Gli istinti sono un codice, per cui la gazzella, appena nata, sa quello che deve fare. L’uomo non lo sa.
Infatti, ha bisogno di educazione: una volta, fino a 15 anni, adesso fino a 30 e poi, magari, oltre, perché non ha codici. Li va acquisendo gradatamente, in quanto non ha istinti. Questo è il problema dell’uomo.
Con la parola “istinto” intendo una risposta “rigida” ad uno stimolo e la cosa che mi interessa sottolineare è l’aggettivo “rigida”. Se io faccio vedere una bistecca ad una mucca, la mucca non la percepisce come cibo; se le faccio vedere un covone di fieno, lo percepisce come cibo: risposta “rigida”.
Noi non abbiamo risposte rigide. Neanche l’impulso sessuale è rigido, perché, in presenza di una pulsione sessuale, io posso dedicarmi a tutte le perversioni, cosa che non sembra concessa agli animali. Posso fare l’amore anche con un tacco a spillo, per dire una delle più elementari perversioni; così come posso anche concedermi, in presenza di una pulsione sessuale, di fare delle opere d’arti, delle opere poetiche. Quella che pratichiamo si chiama “sublimazione della pulsione”, cosa che non sembra sia concessa agli animali.

Non è che lo dico io che gli uomini non hanno istinti. L’ha detto, per primo, Platone, l’ha detto Tommaso d’Aquino, l’ha detto Kant, l’ha detto Herderl, l’ha detto Nietzsche, nel novecento, l’ha detto Bergson, l’ha detto Gehlen.
Ma noi continuiamo a pensare sempre l’uomo come animale ragionevole, quando dell’animale gli manca la prima caratteristica fondamentale, che è l’istintualità. Noi non siamo animali: ci manca proprio l’essenza dell’animalità che è l’istinto.
Anche Freud che, all’inizio delle sue opere, parlava d’istinto – in tedesco instinct – poi dopo, ha abbandonato questa parola e si è messo a parlare di pulsioni a meta indeterminata – in tedesco trieb – che vuol dire spinta generica, meta indeterminata. E voi capite che una pulsione a meta indeterminata è diversa da un istinto, che è sempre a meta ben determinata, “rigida”.
Trovandosi, allora, a nascere in uno stato disarmonico con la natura, perché gli animali sono armonici con la natura, gli uomini hanno dovuto darsi delle regole per poter convivere e le prime regole sono state i miti.
I miti sono dei “racconti” che spiegano che, se tu ti trovi in quella situazione, essi te la descrivono e ti fanno vedere il possibile esito positivo o negativo.
I miti, poi, sono stati concretati in riti. Rito è una parola sanscrita che vuol dire “ordine”. Rito è un elenco molto dettagliato delle cose che puoi fare e delle cose che non devi fare. Miti – Riti. E poi, alla fine, codici razionali, istituzioni.
Le istituzioni sono essenziali perché gli uomini non hanno istinti e, quindi, mancano le regole del comportamento.
Le istituzioni sono il tentativo, più o meno riuscito, di dare dei codici di comportamento. Le istituzioni sono importanti e sono state ideate dall’uomo, proprio perché l’uomo non è codificato: allora, si autocodifica attraverso le istituzioni.
Platone descrive anche questo passaggio e dice che, quando un certo giorno, successe la “meghiste metabolé”, cioè il grande capovolgimento e Dio abbandonò la tribù umana e gli uomini, perché prima governava col bastone come si governano le pecore, gli uomini, per vivere, dovettero darsi delle regole da soli. E, in questa maniera, inventarono la “politica”.
“Politica” = arte del governare, è una parola che viene dal Greco antico Polis = Città, che, a sua volta si fa derivare da una radice pol, da polloi = molti. Come facciamo a vivere tra molti e con molti? Attraverso regole istituzionali.
Ecco, questa è, un po’, la storia dell’uomo.

 

Umberto  Galimberti        filosofo.