Omaggio a Gigi Proietti, morto oggi a 80 anni.
Un grande del teatro e dello spettacolo.
Addio, vecchio marpione, geniale mattatore.
Grazie.
…..il teatro,
dove tutto è finto,
ma niente è falso
….. e questo è vero…..
Cosa ci insegna la vita… testamento spirituale di un libero pensatore
Omaggio a Gigi Proietti, morto oggi a 80 anni.
Un grande del teatro e dello spettacolo.
Addio, vecchio marpione, geniale mattatore.
Grazie.
…..il teatro,
dove tutto è finto,
ma niente è falso
….. e questo è vero…..
La paura non impedisce la morte,
impedisce la vita.
La virgola è
la porta girevole
del pensiero.
Un’altra curiosità storica nella Serenissima Repubblica de Venessia.
Impiraressa, letteralmente infilzaperle, deriva dal verbo veneziano impirar, infilzare, e indica una particolare professione – esclusivamente femminile – nella produzione di collane e monili di perle. Il lavoro della impiraressa consiste nell’infilare piccole perle di vetro, dette conterie. A Venezia il termine conterie indica le perle, ma anche specificatamente indica lo spazio di Murano dove si producevano questi manufatti. Le fasi di lavorazione di queste perle erano complesse e molteplici, generalmente eseguite da manodopera maschile, ma l’ultima fase, ovvero quella della filatura – più delicata e più adatta alla manualità femminile – erano di pertinenza esclusiva delle donne.
Il termine veneziano impiraressa esiste dunque nella sua sola accezione al femminile. Altra particolarità di questo lavoro è che si svolgeva a domicilio. Da una parte assicurando la fondamentale presenza della donna nell’ambito domestico, dall’altra esponendola a un massacrante carico di lavoro.
Alla fine dell’800, nell’isola di Murano, apre la più grande fabbrica di perle di vetro: la Società Veneziana per le Industrie delle Conterie. Questa grande realtà manifatturiera, nata dalla fusione di tante piccole ditte muranesi, produce enormi quantitativi di perle.
A Venezia, soprattutto nei sestieri di Castello e Cannaregio ma anche nell’isola della Giudecca le conterie, attraverso una estesa rete di mediatori e la disponibilità di manodopera a domicilio e a bassissimo costo trovano uno sviluppo eccezionale. Le impiraresse sono pagate a cottimo. È stato calcolato che con il loro impegno quotidiano di 8 ore, con il modesto guadagno, a malapena, riescono ad acquistare un chilo di pane. I mediatori ci speculano. È più corretto parlare però di mediatrici, perché la distribuzione delle perle alle lavoranti avviene nella totalità dei casi dalle mistre (nome veneziano per indicare le maestre), piccole imprenditrici che con le loro relazioni con i produttori riescono ad assicurare agli industriali un buon fatturato a un costo minimo. Le mistre ricevono le perle, le portano alle impiraresse, registrandone il peso e ritirano quindi i mazzi infilati che poi vengono riconsegnati per la distribuzione commerciale. Le mistre dispongono di propri laboratori o scuole, dove insegnano a bambine e ragazzine e dove spesso gestiscono anche piccole attività di casse peote, per l’erogazione, all’occasione, di piccoli prestiti o sovvenzioni. Le mistre – esempio di semi-imprenditorialità femminile – fungono da padroncine, ovvero pagano direttamente le operaie per il lavoro fatto e sempre loro ne ricavano però un guadagno spesso superiore a quello della impiraressa stessa.
Per l’economia della città, il lavoro delle impiraresse ha avuto un ruolo decisamente rilevante. Agli inizi del ‘900 le donne che svolgevano questa attività erano più di 5000 e quindi voleva dire altrettante famiglie sostenute da queste donne che, lavorando in casa potevano anche continuare a badare alla famiglia ed ai figli. È difficile parlare di emancipazione, perché la loro libertà di lavoro mal si conciliava con altri diritti fondamentali. Le impiraresse aderiscono numerose a partire dalla fine dell’800 agli scioperi di categoria, ma sempre con scarsissimi risultati per non dire spesso ridicolizzate anche dalla stampa maschilista dell’epoca.
Caratteristica di questo lavoro è che si svolge durante la bella stagione, con le donne sedute in calle (la tipica strada veneziana); ognuna con i propri strumenti di lavoro a fare bozzolo (col significato di cerchio, pannello) e chiacchierare (o pettegolare, come insinuano alcuni maliziosi). È interessante la rappresentazione armoniosa del pittore John Singer Sargent (ora alla National Gallery di Dublino) del 1880, dove giovani donne sono dignitosamente impegnate con i loro strumenti di lavoro.
Gli strumenti di lavoro dell’impiraressa sono molto semplici: un vassoio in legno con il fondo leggermente curvo dove vengono messe le conterie, una palmetta, ovvero 40/80 aghi lunghi 18 cm tenuti in mano come un ventaglio e i fili lunghi circa 2 metri, generalmente di lino o cotone.
Come accade in molti lavori, anche il mestiere delle impiraresse si è ripartito in varie specializzazioni: ci sono le impiraresse da fin che sono abilissime nell’infilatura delle perle più piccole che viene eseguita con più di 80 aghi sottilissimi e dalla cruna quasi invisibile; ci sono poi le impiraresse da fiori, esperte nella infilatura eseguita senza aghi, fatta direttamente su fili di ferro che poi modellano e attorcigliano trasformandoli, quasi magicamente, in foglie e petali di varie forme, misure e colori; infine vi sono le impiraresse addette alla produzione delle frange che hanno un ampio utilizzo negli anni Venti del ‘900: vengono infatti impegnate per arredare tende e lampadari nelle case ma anche moltissimi abiti nel classico stile charleston.
La fabbricazione delle frange in perle di vetro richiede due fasi diverse: la prima è quella della infilatura delle conterie che avviene con una specie di pettine fatto di particolari aghi molto lunghi ma privi di cruna e con un uncino che serve ad agganciare i fili di cotone dove verranno trasferite le conterie; la seconda fase è quella della tessitura: con dei telai manovrati a pedale vengono praticamente tessuti i vari fili di perle che risulteranno infine bloccati da una fettuccia di cotone così da formare la frangia Questo tipo di lavorazione sta ormai scomparendo. A Venezia è rimasta solo la ditta Gioia che, nella volontà di conservare le tradizioni, ha recuperato dalla famosa ditta Costantini gli ultimi vecchi telai in legno che ancora oggi vengono utilizzati per la produzione delle frange di perle di vetro, articolo ormai di nicchia e pressoché introvabile altrove.
Intorno al lavoro delle impiraresse c’è un mondo di termini dialettali creatisi via via negli anni e che essendosi tramandati solo attraverso il linguaggio popolare, spesso sono pronunciati in modi leggermente diversi anche da sestiere a sestiere di Venezia.
Si riporta qui di seguito un piccolo glossario.
COME SI ESPRIME LA POLITICA
La politica di oggi,
con la diffusa impreparazione
dei suoi squallidi protagonisti,
non sa far altro che identificare
l’aspetto più meschino dei problemi
e banalizzarlo e ridurlo
ad un cliché, ad un totem,
ad uno slogan di poche sciocchezze.
UN TIMORE È UN DESIDERIO
Ho ascoltato, di sfuggita, questa frase apparentemente contraddittoria. Mi ha indotto ad una intima riflessione.
Entrambe le condizioni – sia quella di uno stato legato alla paura o mosso dal desiderio – sono estremamente vicine l’una all’altra. In quanto esseri umani siamo soggetti a variazioni del sentire che possono prendere determinate forme e avere un influsso predominante sulle azioni.
Se però si osserva, ci si ascolta, senza giudizio, con il puro scopo di conoscersi bene e sempre meglio, ecco che sentire certe spinte può rivelarsi un primo, prezioso passo per veicolarle nella direzione utile alla nostra condizione attuale dal punto di vista materiale e spirituale insieme.
Entrare in contatto con l’intuizione profonda, che sa comunicarci immediatamente cosa è bene per noi, presuppone darsi la possibilità di sentire.
Se si avverte invece paura ma, per un condizionamento interno misto a uno sociale, la si ostacola o la si nega, non ci si orienta su uno stato di evoluzione, non si vive in pieno il ruolo di protagonisti nella propria esistenza.
È una vera e propria tensione quella che gioca dentro di noi e che può travolgerci o muoverci in senso utile. È una tensione necessaria e squisitamente umana.
Alle basi di questa tensione ci sono due tipi di impulsi: l’impulso repulsivo e l’impulso attrattivo, che partono sempre da un movimento emozionale (non mi piace/mi piace).
Se non si sta nel radicamento e nel presente, questi impulsi diventano imperanti e noi diventiamo l’arena dove si gioca un dualismo spietato e controproducente, in grado di attingere alla nostra energia vitale, alla nostra capacità di operare delle scelte in accordo con il cuore.
Basta prendere il caso tipico del rapporto di coppia vissuto in senso ordinario, senza un reale intento di sacra condivisione: se voglio e desidero quella persona, temo anche di perderla o di assistere al suo allontanamento o che qualcuno subentri e guasti il rapporto. Questo gioco si traduce immediatamente in stati ansiosi anche di alta intensità.
Se mi distacco un attimo da tale dualismo comprendo che, di fatto, io possiedo nessuno, considerando anche e prima di tutto quanto prioritaria dovrebbe essere la gestione di se stessi. Se questo diventa il mio obiettivo, sarò impegnato in un procedimento che coinvolgerà l’altro non come vittima oppure oggetto, ma come partecipe di un processo che aggiunge luce e leggerezza.
Di fatto, si può amare senza sviluppare timore? La meccanica sembra appartenerci in quanto esseri umani, ma nostra è anche l’abilità di trasformare. Noi siamo partecipi del nostro microcosmo e possiamo adattarci al cambiamento, imparare a gestire le emozioni.
Possiamo pensare al desiderio come a un intento, come un obiettivo su cui tenere la mira, considerando la tensione che esso produce e gli ostacoli che potremmo via via incontrare.
Possiamo cavalcare l’esistenza senza essere trascinati da forze che ci ostiniamo a non voler guardare oggettivamente.
Occorre osservare gli impulsi fisici che la paura e il desiderio scatenano, imparare a riconoscerli.
Possiamo diventare intimi della nostra stessa sfera emotiva, prima di invadere, penetrare, criticare senza rispetto quella dell’altro.
Chi non è capace di gestire se stesso e, pertanto, non è soddisfatto del rapporto che ha con se stesso, come rimozione e compensazione in questo stato di difficoltà, per non svilire la propria personalità, tenderà a sopraffare l’altro.
L’arte lava via
dalle nostre anime
la polvere della vita
di tutti i giorni.
Pablo Picasso
A R T U R O O V V E R O L’ E L O G I O D E L L A P E N S I O N E.
Gastone è una commedia musicale teatrale di Ettore Petrolini, rappresentata per la prima volta nel 1924 al teatro Arena del Sole di Bologna. Si tratta di una satira, ironica ed amara, della società dello spettacolo degli anni venti, e dei personaggi meschini, avidi, invidiosi e gretti che vi fanno parte. Esemplare rappresentante di questo mondo di presunti artisti è il protagonista, appunto Gastone, istrionico e carismatico attore di varietà di infima categoria, dalla affabulante parlantina romanesca, squattrinato, demodè, dedito a mille vizi, corteggiatore di tutte le soubrette e ballerine, dai modi esagerati e teatrali ma fondamentalmente malinconico e solo.
Il personaggio di Gastone trae origine da una delle numerose macchiette create, negli anni ’10, dalla fantasia surreale, crepuscolare e demenziale di Ettore Petrolini : Il bell’Arturo, parodia del giovane affettato, svenevole e un po’ stolido.
Il personaggio di Gastone è divenuto uno stereotipo comico, per il suo atteggiamento istrionico e per la sua presenza scenica caricaturale, ed è stato portato sul palcoscenico e sul grande schermo da alcuni grandi attori romani: al cinema, ne fu interprete Alberto Sordi nel film di Mario Bonnard nel 1960; a teatro ne hanno invece vestito i panni interpreti come Fiorenzo Fiorentini, Mario Scaccia e, il più bravo di tutti, Gigi Proietti.
Ricordandomi di questo, ho attinto l’ispirazione per adottare ed adattare l’aria musicale di “Gastone le beau”, modificandone il testo, poiché l’ho trovata, fra tante, particolarmente adeguata allo scopo.
Sicuramente alcuni di voi la ricorderanno, ma, siccome non a tutti può essere presente, ne farò una breve rievocazione.
Gastone/Petrolini si presenta sulla scena vestito con il frac, scarpe nere di vernice, camicia, sparato, panciotto, papillon tutto in bianco. In testa ha il tubo a cilindro, nella mano destra ha calzato un guanto, color bianco latte, a cui è attaccato, a penzolone, il guanto sinistro e impugna un bastone da passeggio di faggio laccato nero con pomello in finto avorio. Fra le dita della mano sinistra, tiene una sigaretta appena accesa, da cui aspira, con ricercata voluttà, una profonda boccata di fumo, che trattiene nella bocca aperta, per poi lasciarla fuoruscire molto lentamente.
Così, cattura su di sé l’attenzione generale del pubblico.
La canzonetta, è presentata e seguita da un breve parlato, che non va assolutamente trascurato perché parte integrante del testo. Ne esistono varie versioni, ognuna leggermente diversa dalle altre, perché Petrolini un po’ improvvisava dal vivo. Io ne ho fatto una sintesi, cercando di coglierne le sfumature più “saporite”.
Gastone, è la satira efferrata (efferata) del bell’artista cinematografico, fotogenico al cento per cento, pallido di cipria e di vizio, numero di centro del “varietè”, “danseur”, “diseur”, frequentatore dei “Bal – tabarins”, conquistatore di donne a getto continuo, il tre ore di buonumore, il ridere, ridere, ridere. Autore, interpetre (interprete) del suo repertorio, creatore. Creare significa mettere al mondo qualcosa che prima non c’era. Gastone, uomo incredibilmente stanco di tutto, affranto, compunto, vuoto, senza orrore di se stesso, uomo che emana fascino, uomo rovinato dalla guerra.
Gastone,
sei del cinema il padrone,,
Gastone, Gastone,
Gastone,
ho le donne a profusione,
e ne faccio collezione,
Gastone, Gastone.
Sono sempre ricercato
per le filme più bislacche,
perché sono ben calzato,
perché porto bene il fracche,
con la riga al pantalone,
Gastone, Gastone.
Tante,
mi ripeton “Sei elegante!”.
Bello,
non ho niente nel cervello!
Raro,
io mi faccio pagar caro,
specialmente alla pensione,
Gastone, Gastone. ( N.B. Non sono riportate le tre strofe della seconda parte )
(Gastone/Petrolini attraversa il proscenio con un passo di danza, che accompagna il “refrain” della canzone).
Questa camminata l’ho inventata io.
(Mostra il guanto bianco a penzolone, attaccato all’altro, che è calzato).
Anche questa è una cosuccia mia.
È una cosuccia senza pretensioni (pretese), ma è mia. Non l’ho fatta neanche registrare. È di pubblico dominio. Altri (qualcun altro) avrebbe precisato: “Made in Gastone”. È una mia trovata e me la scimmiottano tutti i comiciattoli del varietà.
I miei guanti bianco latte, elegantissimi: guardateli!
Però, il guanto bianco latte è pericoloso….Una volta, sorbendo una tazza di latte, distrattamente, …..mi son bevuto un guanto.
Ma io non ci tengo, né ci tesi mai.
Quante invenzioni ho fatto io! Discendo da una schiatta di inventori, di creatori.
Mia sorella, si chiama Lina, è una creatrice: tutti lo sanno, la chiamano …..Creolina.
Mio padre ha inventato la macchina per tagliare il burro: una cosuccia da nulla, un pezzettino di legno ricurvo e, teso e legato alle estremità, un fil di ferro . Et voilà.
Mia madre, anche lei era una grande inventrice, innanzitutto ha inventato me. Mia madre studiava economia, aveva il senso del calcolo e del risparmio sviluppato fino alla genialità.
Figuratevi, io mi chiamo Gastone, lei mi chiamava Tone,….Tone, per risparmiare il Gas.
Infatti, il mio diminutivo è Tone….tutti mi chiamano Tone….quante donne si contenterebbero di mangiare pan e… Tone.
Ma io non ci tengo, né ci tesi mai.
A me mi ha rovinato la guerra. Se non era per la guerra, a quest’ora stavo a Londra. I londrini (londinesi), per me, vanno pazzi.
Dovevo andare a Londra come musicista: dovevo musicare l’orario delle Ferrovie.
Ma io non ci tengo, né ci tesi mai.
Io sono molto ricercato: ricercato nel parlare, ricercato nel vestire, ricercato dalla Questura.
Io sono molto ricercato, anche perché porto molto bene il fracche: ovunque io vado, porto quell’onda di signorilità che manca agli altri comici del varietà.
Io sono nato con il fracche. Anzi, quando sono nato, mia madre mica mi ha messo le fasce, macché! Un fracchettino. Camminavo per casa che sembravo una cornacchia (o un pinguino).
Ma io non ci tengo, né ci tesi mai.
E poi, sono il cantante aristocratico, sono grande nella dizione, sono il “fine dicitore”.
Adesso vi faccio sentire tutto il succo del mio ingegno, con un saggio della mia dizione.
Io sono, come vi ho detto, il “fine dicitore” e tutto ciò che dico è veramente profondo.
Io non ci tengo, né ci tesi mai, però fate attenzione a questo mio soliloquio così denso di pensiero.
Non fermatevi alla superficie, ascoltate bene quello che c’è dentro, quello che c’è sotto. È il mio motto: “Sempre più dentro, sempre più sotto”.
Se l’ipotiposi del sentimento personale, prostergando i prolegomeni della subcoscienza, fosse capace di reintegrare il proprio subiettivismo alla genesi delle concomitanze, allora io rappresenterei l’autofrasi della sintomatica contemporanea, che non sarebbe altro che la trasmificazione esopolomaniaca.
Che ve ne pare? Che bel talento eh?
Ma io non ci tengo, né ci tesi mai!
Questa è la parodia di Petrolini.
E quella che segue è la parodia della parodia, di Alberto per il suo amico Arturo, dal titolo:
A R T U R O O V V E R O L’ E L O G I O D E L L A P E N S I O N E.
Arturo,
ti sorriderà il futuro,
Arturo, Arturo,
Arturo,
sì, nel tempo tuo venturo,
sarà tutto meno duro,
Arturo, Arturo.
Senza andare al lavoro,
non avrai molto da fare
e, senza alcun deploro,
farai quello che ti pare :
sarà l’ ozio di Epicuro,
Arturo, Arturo.
Tanti
I momenti rilassanti,
bello
riposare il cervello.
Raro?
Per te non sarà avaro
Il tuo tempo, di sicuro,
Arturo, Arturo.
Arturo,
oramai tu sei maturo,
Arturo,Arturo,
Arturo
fai con calma, ti scongiuro,
mai a ritmo di tamburo,
Arturo, Arturo.
Se qualcuno ti ha cercato,
tu farai l’indifferente,
sarai troppo occupato
a non fare quasi niente:
il riposo è duraturo,
Arturo, Arturo.
Si dice
che ti senti già felice,
la flemma
ti risolverà il dilemma.
Domattina,
ti farai una dormitina
e dirai “non me ne curo”,
Arturo, Arturo.
Caro Arturo,
il tempo della pensione è tutto ciò che ti resta della tua vita. Utilizzalo nel modo migliore, affinché diventi il periodo più bello. Non dipende dagli altri. Finalmente, dipenderà solo da te.
Auguri!
Alberto. Con gli amici del Tennis Club Martignacco.
Martignacco, 22 Ottobre 2020.
…. ognuno col suo mondo,
ognuno diverso,
ognuno, in fondo, perso
dentro i fatti suoi….
Vasco Rossi Vita spericolata 1983.
12 Ottobre 2020 Da IL FATTO QUOTIDIANO
Marco Marzano
E’ lo schema usato in altre circostanze storiche per descrivere il rapporto tra i sovrani e la loro corte, tra i dittatori e il loro seguito. “Il re e è puro e ama il suo popolo – questo è l’adagio – ma i perfidi cortigiani tramano alle sue spalle e approfittano della sua immensa bontà per compiere il male”. Oppure “il duce è onesto, sono i suoi collaboratori ad essere corrotti”. E’ questo anche lo schema adoperato all’inizio di Tangentopoli da quei leader politici che cercavano disperatamente di scaricare tutte le responsabilità degli affari illeciti dei loro partiti sui “mariuoli”, sui segretari amministrativi, su chi gestiva i cordoni della borsa.
In questo scenario, la curia romana viene descritta come una sorta di associazione di liberi professionisti indipendenti, in cui ciascuno fa un po’ quel che gli pare mentre il capo pensa solo a pregare e a celebrare messa. Quando si concludono affari di centinaia di milioni di euro quest’ultimo non viene nemmeno consultato.
Ho il sospetto che la realtà sia un po’ diversa. La Chiesa Cattolica è la più centralizzata e gerarchica delle istituzioni esistenti. Il monarca che la guida è dotato di poteri immensi e assoluti e la curia è il principale apparato organizzativo al suo diretto servizio.
Se così stanno le cose, i casi sono due: o Bergoglio si trova nella stessa posizione che fu di Ratzinger e ha perso completamente il controllo della situazione e allora siamo di fronte ad un vuoto di potere che immaginiamo sarà colmato al più presto (casomai grazie a un gesto di responsabilità, un autopensionamento del monarca) oppure il papa regna e governa a tutti gli effetti e allora qualche responsabilità l’avrà anche lui nelle vicende di cui sopra.
Quel che in ogni caso sarebbe bello sentirgli dire è che, per risolvere il problema alla radice, andrebbe direttamente soppressa la curia romana, che la struttura di governo accentrata e autoritaria ereditata dall’impero romano non funziona più, che non ha senso che un’organizzazione religiosa amministri una tale quantità di denaro e che lo investa cercandone di fare profitti, che è venuto il momento per delegare poteri, risorse e responsabilità alle periferie, facendo seguire una volta tanto alle parole i fatti. Sarebbe bello. Ma temiamo di dover aspettare ancora qualche secolo.
Le religioni sono come le lucciole,
per risplendere hanno bisogno delle tenebre.
Arthur Schopenhauer.
M O V I D A E C O V I D A
Chiarito il suo significato e ricordata la sua origine, passo alla sua attualità di abitudine e fenomeno di costume e di comportamento largamente diffusi tra i giovani.
È un tipo di socializzazione e di incontro fra ragazzi e giovani che ha luogo, praticamente con cadenza quotidiana, dentro e fuori i locali che promuovono la cosiddetta “happy hour” (ora felice), mescita a prezzi popolari di alcolici a bassa gradazione (il famigerato “aperitivo”, lo “spriz” oppure la “birretta”).
Sul far della sera, seduti intorno ad un tavolino, o in piedi con il bicchiere in mano, centinaia, migliaia di ragazzi consumano i loro drink ed il loro tempo, come in un rito tribale.
E ” mi sovviene” il passo della indimenticabile ode di Giacomo Leopardi, Il passero solitario, là dove recita:
“Tutta vestita a festa,
la gioventù del loco
lascia le case
e per le vie si spande,
e mira ed è mirata
e in cor s’allegra”.
Ecco, dunque, l’istinto di incolpare e condannare i giovani della movida di incontri ravvicinati, di assembramenti pericolosi in questi ultimi tempi di emergenza sanitaria per COVID-19.
Si coglie l’occasione delle restrizioni governative, per censurare e vietare questa abitudine, malvista dalla popolazione comune, in nome della sicurezza collettiva.
E allora, come in una tragedia greca, ecco il coro dei bempensanti, delle beghine, dei tartufi.
“Questa, della movida è una scellerata consuetudine, pericolosa come una droga, da cui si diventa dipendenti per assuefazione, che porta danni alla salute e all’equilibrio della personalità. In essa i giovani…..
le libertà si permettono,
le norme non rispettano,
e in pericolo ci mettono,
eppure non lo ammettono
e su questo non riflettono,
d’infischiarsene non smettono
d’imprudenze che commettono
per il virus che trasmettono.”
Ecco, sembra proprio un coro di donne del popolo che, nella tragedia della Grecia classica, cantano recitando il malumore e il dissenso della gente. Così Eschilo, Sofocle, Euripide davano voce all’opinione comune, al plauso o alla riprovazione dei protagonisti..
Così, la MOVIDA è diventata la COVIDA.
Domenica, 11 Ottobre 2020,
In un telegiornale ascolto, esterrefatto, queste parole di Papa Francesco, pronunciate durante la “predica” domenicale, dal balcone su Piazza San Pietro:
“….. il clericalismo deturpa il volto della Chiesa….”.
IPSE DIXIT….se lo dice lui…..
La religione sopravvive
non per un sistema
razionale di prove,
ma per il bisogno
che ne ha l’uomo.
Non viviamo semplicemente nell’universo.
L’universo vive dentro di noi.