Numero2703.

 

G I O R D A N O   B R U N O

 

Non tormentatemi, stolti!

Un’impresa tanto ardua

non è per voi, ma per i colti.

 

Con queste parole si apre

il  DE  UMBRIS  IDEARUM

(Le Ombre delle Idee),

uno dei trattati più complessi

e intriganti della storia

sull’arte della memoria.

 

Di Giordano Bruno,

 

(Nola, Gennaio 1548 – Roma, 17 Febbraio 1600)

filosofo e frate Domenicano

fatto bruciare sul rogo da Clemente VIII,

in Campo de’ Fiori a Roma. per essersi rifiutato

di abiurare le proprie idee davanti al

Sant’Uffizio (Tribunale dell’Inquisizione).

Numero2702.

 

Se tu ti occupi di qualcuno,

con il vuoto nel cuore,

gli trasmetti quel vuoto.

Se tu, invece, quel vuoto

cerchi di riempirlo,

e non importa se ci riesci o no,

basta che cerchi di riempirlo,

allora gli trasmetterai

quello sforzo e quello sforzo,

semplicemente, è la vita.

 

dal film  IL COLIBRI  di Francesca  Archibugi    dall’omonimo romanzo di Sandro  Veronesi.

Numero2696.

 

U N   C A S O   C H E   S I   S T A   R I A P R E N D O   12 Aprile 2023

 

da    I L   M O N D O   Rivista Italiana Illustrata  di Politica, Economia, Cultura, Società.

Cold Case – Dall’altra parte del velo, il caso Emanuela Orlandi

 

 

Quando il Vaticano chiude i suoi cancelli, alla mezzanotte del 22 giugno 1983, intrappola per sempre tra le ombre dei suoi vicoli Emanuela Orlandi: un segreto che dura da 39 anni e intreccia i capitoli più oscuri della storia italiana

Il problema del tempo è che erode ogni cosa: non c’è roccia, costruzione, elemento, essere umano o storia che possa resistere a quel tipo di eterno logorio. Il tempo scorre su tutto come acqua e non c’è modo di fermarlo: cancella i confini, appanna la realtà, smorza i sentimenti, la paura, il dolore, persino l’amore. Il tempo è come un velo bianco che alziamo su un viso senza vita per celare la realtà ed è il primo, vero, nemico della verità.

Sono passati 39 anni dal giorno della scomparsa di Emanuela Orlandi. Suo padre, Ercole, è morto nel 2004: «sono stato tradito da chi ho servito» sono state le sue ultime parole; anche Papa Wojtyla è morto, l’anno seguente. Sono scomparsi il boss mafioso Enrico De Pedis e Giulio Gangi, l’ex agente del Sisde che per primo si occupò delle indagini. Per ogni bocca che si chiude per sempre, una manciata di terra viene gettata sulla tomba vuota di Emanuela, che oggi avrebbe circa 54 anni. Emanuela, che il 22 giugno del 1983, in una giornata caldissima, uscì di casa diretta alla scuola di musica e scomparve per sempre. La giovane Orlandi era forse un’adolescente comune ma non una ragazzina qualunque: cittadina vaticana, figlia del commesso della Prefettura della casa pontificia Ercole Orlandi, aveva 15 anni e suonava il flauto. Quel pomeriggio entrò in ritardo alla sua lezione: era stata fermata da un uomo con una Bmw verde che le aveva offerto un lavoro come rappresentante Avon. Era un tragitto che faceva tutte le settimane, quello da casa sua alla scuola dove studiava musica, andata e ritorno; ma al ritorno quella sera non prese l’autobus con le sue amiche: telefonò a sua sorella per spiegarle il curioso incontro appena avuto e poi scomparve nel nulla, senza lasciare traccia.

Le amiche di Emanuela, che prendevano l’autobus con lei ogni giorno, sono un’entità quasi eterea in questa storia: nessuna di loro aveva visto o sentito niente, nessuna sapeva nulla. Chiunque ricordi la propria adolescenza o abbia semplicemente a che fare con un adolescente durante le sue giornate sa quanto questo appaia curioso: i ragazzi non si fidano di genitori o fratelli a 15 anni; non è in casa che si raccontano i misteri più profondi della propria giovinezza, non è alla famiglia che si svelano gli arcani più insondabili della propria mente non ancora perfettamente comprensibile. C’è sempre una persona speciale: qualcuno a cui non si ha vergogna di raccontare ciò che non si oserebbe dire a nessun altro. Eppure nelle indagini sulla scomparsa di Emanuela quest’amica “del cuore” è rimasta nell’ombra, come se non esistesse, fino a pochissimo tempo fa quando, ancora spaventata e scegliendo la via dell’anonimato, confessò che Emanuela le aveva telefonato poco prima della scomparsa, dicendole che durante uno dei suoi giri nei giardini vaticani una persona molto vicina al Papa l’aveva infastidita. E non erano attenzioni innocenti quelle che le aveva rivolto. Erano attenzioni perverse. Sessuali. Oggi le chiameremmo abusi.

Quando sul Vaticano scese la notte in quella torrida giornata dell’83, i genitori di Emanuela Orlandi, nel panico, si rivolsero alle forze dell’ordine. Ma era troppo presto per sporgere denuncia, insomma, dissero, la ragazza “non era nemmeno così bella” da poter far pensare a un rapimento; si era sicuramente allontanata “volontariamente“. Non c’era di che preoccuparsi, sarebbe tornata da sola, così come da sola era sparita. Nei giorni successivi arrivarono agli Orlandi due telefonate: due giovani uomini raccontarono di aver visto una ragazza che corrispondeva alla descrizione di Emanuela a Campo dei Fiori. Si faceva chiamare Barbara e vendeva cosmetici. Le indagini erano bloccate e la polizia non sembrava ancora persuasa a perseguire alcuna pista seria: per tutti quanti tranne per i suoi genitori, Emanuela si era allontanata per sua volontà, probabilmente per un moto di ribellione adolescenziale. Domenica 3 luglio 1983 Papa Giovanni Paolo II durante l’Angelus pronunciò per la prima volta il nome della ragazza e rivolse un appello, un appello ai “responsabili della scomparsa di Emanuela Orlandi“. Fu così che venne ufficializzata l’ipotesi di un sequestro, e venne fatto dal Vaticano. Le parole del Papa aprirono la porta sul corridoio oscuro che sarebbero state le indagini da quel momento in avanti, un buio perpetuo di negazioni, omissioni e incertezze che ancora oggi condiziona la famiglia di Emanuela.

Nel corso del tempo, vennero seguiti tre filoni d’indagine. La pista del terrorismo internazionale; quella della mafia e del Banco Ambrosiano; e infine quella legata al caso Vatileaks.

Dopo le parole di Papa Giovanni Paolo II, che per primo parlò di sequestro, alla sala stampa vaticana giunse una telefonata da parte di un uomo con un forte accento anglosassone che fu subito rinominato “l’Americano“; quest’uomo richiese l’attivazione di una linea diretta con il Vaticano e dichiarò che Emanuela era stata rapita dai Lupi Grigi e che sarebbe stata rilasciata solo in cambio della liberazione di Mehmet Ali Ağca, l’attentatore di Papa Wojtyla. Aveva senso: i “Lupi Grigi” erano un movimento turco ultranazionalista, responsabile di molti attacchi terroristici. Il 13 maggio 1981 Ağca aveva sparato contro il Papa in Piazza San Pietro, colpendolo all’addome. Nel caos che era seguito all’attentato, il terrorista era quasi riuscito a scomparire in mezzo alla gente: era stata una suora a bloccarlo e a permettere alla polizia italiana di arrestarlo. L’Americano fissò un ultimatum: Ağca doveva essere liberato entro il 20 luglio altrimenti Emanuela sarebbe morta. La famiglia chiese delle prove, che arrivarono, sempre a mezzo stampa, tramite pacchetti che i terroristi fecero trovare in giro per la città: venne rinvenuta una fotocopia della tessera di musica di Emanuela, il pagamento di una retta, e un messaggio da parte della ragazza che recitava “con tanto affetto la vostra Emanuela“. Il contenuto di questo pacco provava che i rapinatori avevano accesso agli effetti personali della ragazza, non che la stessa fosse ancora viva. Un’altra prova fu una cassetta audio: da una parte c’era il messaggio dei rapinatori che chiedevano lo scambio, dall’altra un terrificante messaggio di Emanuela, in cui si sentiva una ragazza gemere e lamentarsi. Controlli successivi dimostrarono che quel nastro era stato preso da un film porno, non era la voce della giovane scomparsa. Il giorno della scadenza dell’ultimatum arrivò e se ne andò: si portò via l’ultimo comunicato dell’Americano, che disse “ancora poche ore e uccideremo Emanuela“. Poi, il silenzio. Eppure, Ağca cominciò a parlare con le autorità italiane ed emerse qualcosa di strano: il terrorista confessò che non voleva uccidere il Papa su ordine dei Lupi Grigi ma perché era in contatto con i bulgari. Il KGB, i servizi segreti dell’Unione Sovietica. Un Papa polacco era visto come una sfida al blocco orientale in Polonia e, di conseguenza, a Mosca. La polizia pensò che ora che Ağca aveva cominciato a rivelare chi c’era dietro all’operazione, l’Unione Sovietica volesse liberarlo per farlo tacere per sempre. Ma dell’Americano nessuno seppe più nulla.

Ci sono diverse zone d’ombra in questa prima pista perseguita dalle forze dell’ordine e dal Sisde, domande a cui non è possibile rispondere. La richiesta dei Lupi Grigi è arrivata solo dopo che il Papa aveva parlato, non prima; inoltre, per la prima volta si era davanti a un caso di terrorismo internazionale e non si sapeva chi fosse il mandante. E per concludere, come sottolineò una fonte segreta a Andrea Purgatori, uno dei giornalisti che per primo e più approfonditamente si occupò del caso Orlandi, i presunti “rapitori” sembravano muoversi senza una strategia. A tutti gli effetti, la pista terroristica sembrava un diversivo.

22 anni dopo la scomparsa, arrivò inattesa una nuova fonte che rimase anonima ma dichiarò alla trasmissione Chi l’ha visto? che se si voleva risolvere il mistero di Emanuela bisognava scoprire chi fosse sepolto nella basilica di Sant’Apollinare, a Roma. Un luogo dove nessuno può ricevere sepoltura a meno che non abbia un permesso speciale o non abbia fatto un grosso favore al Vaticano. E a Sant’Apollinare era sepolto Enrico De Pedis, il criminale più potente di Roma, il boss della banda della Magliana. Fu così che si aprì la seconda pista, confermata nel 1997 dalla compagna di De PedisSabrina Minardi, che svelò alle forze dell’ordine come Emanuela fosse stata segregata per alcuni giorni in un appartamento a Roma. Minardi disse che non sapeva nulla del caso ma finì per riconoscere la ragazza per via dei manifesti affissi per la città. Secondo la donna, Emanuela rimase con loro per qualche giorno, venne spostata in due appartamenti diversi e poi fu riconsegnata a un uomo, dentro le mura vaticane, oltre quel cancello che si chiudeva – e ancor si chiude – ogni notte a mezzanotte: un uomo con un abito talare. Un prete, che venne a prenderla con un’auto con una targa della città del Vaticano. Perché la banda della Magliana era coinvolta con il Vaticano e nel rapimento Orlandi? Qual era il favore che De Pedis stava facendo al papato e che gli sarebbe valso il permesso di essere sepolto a Sant’Apollinare? La risposta arrivò da un altro boss della MaglianaMaurizio Abbatino, che rivelò qualche anno più tardi che il motivo del rapimento era legato al denaro. I soldi della mafia arrivavano regolarmente nelle casse del Vaticano tramite il Banco Ambrosiano in un giro di riciclaggio, ma qualcosa in quel periodo era andato storto e questi soldi erano rimasti bloccati oltre le mura del papato. E la mafia li rivoleva indietro.

Nel 2013 viene eletto Papa Francesco: si tratta di una nuova speranza per la famiglia Orlandi perché Bergoglio viene visto come un grande riformatore, un uomo di Dio che desiderava trasparenza nella Chiesa. Due settimane dopo la sua elezione, Francesco incontra gli Orlandi e dice solo quattro parole: “Emanuela sta in cielo“. La delusione si mischia alla paura e alla rabbia: la ragazza, ormai una donna, non è mai stata ritrovata. Come fa questo nuovo Papa a sapere che è morta? Significa che dentro il Vaticano qualcuno sa qualcosa in più su questa torbida vicenda, come i parenti di Emanuela hanno sempre sospettato. Eppure nulla emerge fino allo scandalo Vatileaks: nel 2016 c’è un’enorme fuga di dati, migliaia di documenti segreti su corruzione e cattiva gestione finanziaria del Vaticano vengono recuperati. E salta fuori un fascicolo, rimasto in cassaforte per più di 30 anni: un dossier sulle “spese sostenute dallo Stato Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi“. Nelle cinque pagine rese pubbliche si susseguono date e cifre: rette, spese mediche, vitto, alloggio, spese di trasferimenti tra il Vaticano e Londra. Viene fuori che Emanuela è stata in Inghilterra dal 1983 al 1997, ricoverata al 176 di Clapham Road, in un ostello della gioventù per ragazze di proprietà dei Padri Scalabrini, una congregazione religiosa cattolica con un fortissimo legame con il Vaticano. L’ultima voce recita “disbrigo pratiche finali” e relativo trasferimento in Vaticano. Significa che Emanuela è morta ed è stata sepolta proprio qui, a casa sua, senza che la famiglia ne fosse mai informata? È un interrogativo a cui è impossibile rispondere con certezza, perché la certezza dipende da prove e testimonianze mai ottenute. Su una cosa, però, non si possono avere dubbi: dentro il Vaticano qualcuno sa da sempre cosa è successo a Emanuela Orlandi. Forse il prete che, come denuncia l’amica della vittima, aveva rivolto “attenzioni discutibili” a Emanuela, o forse il Papa, che ha cercato di chiudere la storia confessando implicitamente alla famiglia che Emanuela fosse morta. Forse i banchieri dell’Ambrosiano, forse la mafia che ha fatto da corollario a questa storia, o forse l’intero sistema della Chiesa, una Chiesa corrotta, pericolosa, al centro di uno dei regni più controversi della storia del mondo, che conserva i suoi segreti sotto la troneggiante, inquieta, immortale cupola di piazza San Pietro. Il Vaticano.

Numero2685.

 

da QUORA   di  Piero Chiabra

 

E  SE  NON  CI  FOSSE  NIENTE  DOPO  LA  MORTE?

 

Che cos’è l’uomo?

E’, in sintesi, un animale con un cervello ipertrofico. Questo cervello ipertrofico si è rivelato un possente vantaggio evolutivo, che ha reso l’umanità padrona del pianeta, ma ha posto ciascuno di noi di fronte a una contraddizione insostenibile.

Da un lato, infatti, noi siamo animali, con tutti gli istinti degli animali: l’istinto sessuale, quello della ricerca del cibo, etc. ma, sopra ogni altro, c’è il nostro istinto alla sopravvivenza. desideriamo vivere, prima e davanti a qualunque altra cosa, e siamo disposti anche ad uccidere altri esseri umani pur di sopravvivere (si chiama “legittima difesa”, ed è riconosciuto da tutti i sistemi giuridici). In questo, non differiamo dagli altri animali.

Ma, a differenza degli altri animali, il nostro cervello ipertrofico ci dice che dobbiamo morire.

Nessun animale, a quanto risulta, sa di dover morire, se non quando è nelle immediate vicinanze del decesso (vitelli condotti al macello, etc.). Noi siamo gli unici a saperlo nel corso di TUTTA la nostra esistenza.

Quindi, da un lato vogliamo vivere, vivere, vivere prima e davanti a qualunque cosa. Dall’altro, siamo certi, oltre ogni dubbio, che questa nostra vita che tanto vogliamo SICURAMENTE avrà una fine.

Questo pensiero è insostenibile, se provate a focalizzarvici sopra vi accorgerete che il pensiero “fugge altrove”, non è possibile concentrare l’attenzione su di esso se non per pochissimo tempo.

A meno di non poter pensare di sopravvivere alla morte in qualche modo.

Ed ecco allora che il nostro cervello ipertrofico, quasi a voler compensare il casino che ha combinato, si mette a lavorare. E crea. Crea la trascendenza, crea il misticismo, crea un Dio benevolo che ci ascolta e che ci ama, e tramite questi “strumenti” crea un modo per dirci che sopravviveremo alla morte.*

Ah certo, devi morire, ma non importa, c’è una vita dopo la morte.

Ah certo, devi morire, ma non importa, ti reincarnerai in qualcos’altro

Ah certo, devi morire, ma non importa, ti fonderai con la coscienza cosmica, raggiungerai il nirvana, e via discorrendo…

Sono tutti fantasmi, creati dal nostro cervello per permetterci di vivere con questa terribile contraddizione.

Non c’è nulla dopo la morte. E’ un pensiero difficile da sostenere, ma, come disse Freud “L’ateismo è pesante da sopportare. Ma è anche l’unico modo per non essere ingannati”.

 

* N.d.R. : La religione Cristiana è storicamente la più vicina all’interpretazione di questo “bisogno” del cervello umano. La figura di Gesù Cristo che sopravvive alla morte con la resurrezione è l’epitome metafisica che ha ispirato i padri fondatori di questo “Credo” che, innegabilmente, è un parto della mente umana evoluta (cervello animale ipertrofico). Anche se questo concetto informatore ci è stato propinato attraverso narrazioni, a detta di molti, favolistiche.

Numero2684.

 

da una chat di QUORA   di Alberico Vespucci

 

QUAL È IL SEGRETO DELLA FELICITÂ ?

 

Con questa risposta il segreto non sarà più tale perché quello che sto per scrivere ha come base scientifica uno studio longitudinale davvero impressionante.

Il dottor Robert J. Waldinger è la 4° persona a capo di un progetto di ricerca sull’essere umano che è molto ambizioso ed è nato 75 anni fa alla Harvard Medical School.

Waldinger parte a raccontare la sua storia da un sondaggio molto recente fatto a quelli che sono definiti “millenials”, persone nate più o meno alla fine del secolo scorso e alla domanda: “Qual è l’obiettivo più importante della tua vita?”, la risposta per l’80% è stata: diventare ricchi, mentre per il 50% di quelli che avevano risposto in quel modo, l’alternativa era: diventare famosi.

Ora provate ad immaginare di prendere un essere umano e di seguirlo passo dopo passo nella sua vita, a partire dai primi studi fino al lavoro, poi la creazione di una famiglia, figli, nipoti, la pensione; cercare di capire attraverso quelle vite che cosa li ha resi felici o al contrario che cosa non li ha resi felici.

Beh la Harvard Medical School l’ha fatto e dal 1940 ha deciso di studiare oltre 700 uomini seguendoli passo passo nelle loro vite di tutti i giorni per 75 anni.

Studi di questo tipo, per capirci, sono molto rari perché per mille motivi spesso falliscono perché finiscono i fondi, perché le persone banalmente si stufano o magari gli scienziati cambiano progetto o muoiono e nessuno porta avanti la ricerca.

Ecco perché questo è uno degli studi sulla felicità più seri, approfonditi e affidabili che siano mai stati fatti.

Quando incominciarono lo studio, scelsero dei teenagers. Li intervistarono per ore, fecero loro esami medici, incontrarono parenti, genitori. Poi lentamente quei ragazzi sono cresciuti, hanno studiato, sono diventati adulti.

Alcuni hanno lavorato come agricoltori o altri come avvocati, uno è diventato presidente degli Stati Uniti; qualcuno è diventato un’alcolista, altri si sono ammalati; alcuni hanno scalato dal basso tutti i gradini del percorso sociale fino alla cima; altri invece l’hanno fatto al contrario.

E sapete che cosa hanno capito? Quale è stata la lezione che hanno tratto da uno studio lungo più di 70 anni riguardo alla vita ma soprattutto alla felicità delle persone? Sapete quale è stata la risposta alla domanda da dove viene la felicità?

Beh la risposta è stata semplicemente: dai rapporti umani. Punto.

Nello specifico però hanno imparato 3 lezioni fondamentali, questi studiosi.

  1. La prima è che le relazioni sociali fanno benissimo alla nostra salute mentre la solitudine uccide. Le persone che sono sole si ammalano prima, quando raggiungono la mezza età, il loro cervello lavora meno e, peggio, e sono più attaccabili dalle malattie.
  2. La seconda lezione che hanno appreso è che non è il numero di amici o di rapporti che abbiamo che conta, è la loro qualità. Non è sufficiente, per capirci, essere sposati; bisogna essere felici con la persona con cui dividiamo la nostra vita, anche se questo è un impegno che dura tutta la vita.
  3. E la terza e ultima lezione è che delle buone relazioni non fanno bene solo al nostro corpo, ma anche al nostro cervello. Le persone anziane che avevano sviluppato rapporti solidi e sinceri avevano una memoria molto più “affilata” di chi era rimasto da solo.

Quando la ricerca era iniziata 75 anni fa, analizzando ragazzi di nemmeno 20 anni, molti di loro avevano risposto proprio come i millenials di oggi dicendo che soldi e fama erano l’obiettivo della vita.

Alla fine però, dello studio della Harvard Medical School è chiaro che chi vive un’esperienza di vita condivisa con persone che ama e in una comunità attiva in cui si trova bene, probabilmente vivrà una vita più felice.

Numero2683.

 

I   S O C I A L

 

Secondo il mio parere i SOCIAL sono la fucina dell’asocialità: i suoi appartenenti sono e restano anonimi, solitari, nevrotici interpreti della incomunicabilità, nel disperato bisogno e tentativo di comunicare. Sono degli ectoplasmi monocellulari, cioè, sviluppando semanticamente il concetto, dei fantasmi soli dotati di telefonino (cellulare), insomma, una specie di zombi.

Trascrivo, qui di seguito, un passaggio da una delle conferenze di Paolo Crepet, il noto psichiatra, che parla di questo tema.

 

…. la comunicazione virtuale dei SOCIAL: grandissima trappola. Prima ce ne accorgiamo e prima, forse, reagiremo. Non ce l’ho con la tecnologia, naturalmente. Sono quasi quarant’anni che utilizzo la tecnologia, ci mancherebbe altro, però questa deriva iposensoriale, così la chiamerei io, non sviluppa nulla di noi, nulla se non qualcosa, che ci è piaciuta evidentemente, che è la comodità.
Noi abbiamo tutti in tasca un telefonino. È uno straordinario cameriere: ci serve in tutti i modi possibili e immaginabili. Attraverso il telefonino potete avere tutto e non fare nulla. Sei servito come un cretino e non sai fare niente. L’intelligenza è il fare, inventare, creare. Se qualcuno lo fa per te, diventi un cretino. E noi siamo pieni di cretini, ovunque. E questo è un problema. Meditate. Quanti libri non leggiamo, per mandare in giro le fotografie di questo e di quello ….

 

Numero2682.

 

E C O N O M I A   C O N T R O V E R S A

 

«Se l’Italia si regge ancora è grazie al mercato nero ed all’evasione fiscale, che sono in grado di sottrarre ricchezze alla macchina parassitaria ed improduttiva dello Stato per indirizzarle invece verso attività produttive».

 

Questo è il pensiero di Milton Friedman.
Milton Friedman (1912 – 2006), Nobel per l’Economia nel 1976, fu uno dei fautori del pensiero liberista portato alle estreme conseguenze, tanto da sostenere l’idea dell’anarco-capitalismo con soppressione completa di qualsivoglia ruolo, funzione o competenza statale nel settore economico.