Numero3842.

 

L’ ARCA  DI  NOÈ

 

Conferenza di George Penrose, matematico, fisico e cosmologo britannico, premio Nobel per la fisica nel 2020.

 

 

Il problema di Noè: un calcolo semplice e una scoperta storica. Voglio fare un calcolo, non un calcolo complicato. Niente che richieda più dell’aritmetica di base e la volontà di seguire i numeri ovunque conducono. Il tipo di calcolo che un fisico fa quando incontra un’affermazione sul mondo fisico e vuole capire cosa richiederebbe davvero. L’affermazione è una delle storie più note della civiltà occidentale. Un uomo di nome Noè costruisce una barca. Dio inonda l’intera terra. Ogni essere umano e animale terrestre del pianeta muore tranne gli occupanti della barca. Le acque si ritirano. La famiglia di Noè e gli animali che ha portato con sé emergono e ripopolano il mondo. Circa 4 miliardi di persone al mondo oggi appartengono a tradizioni religiose cristiana, ebraica, islamica, che includono questa storia nelle loro scritture canoniche, più della metà delle persone viventi. La storia di Noè e del diluvio fa parte del fondamento culturale e religioso di più della metà dell’umanità. E quando si applicano fisica di base, biologia di base, idrologia di base e geologia di base alle affermazioni specifiche fatte dalla storia, quando si fanno davvero i calcoli ci si imbatte in qualcosa di notevole. Non un solo problema, ma molti. E ciascuno singolarmente è sufficiente a stabilire che la storia non può essere letta come un resoconto letterale di un evento letterale. Ma c’è una cosa che quasi nessuno nota. Il problema non è soltanto scientifico, è storico, perché la storia di Noè non è la versione originale di questa storia, la storia di un diluvio globale, di un uomo giusto, comandato da un Dio di costruire una barca, di animali caricati a due a due, di acque che salgono e si ritirano, di un uccello inviato a cercare la terra. Quella storia esiste in testi che precedono il libro della Genesi di più di 1000 anni, in una lingua diversa dall’ebraico, in una cultura che non era israelita. Oggi seguiremo entrambi questi fili, le impossibilità scientifiche e l’origine storica, perché insieme ci dicono qualcosa di importante, non solo sulla storia di Noè, ma su come gli antichi popoli usavano la narrazione per dare senso al mondo in cui vivevano. E quel qualcosa è più interessante sia del letteralismo ingenuo che insiste che ogni dettaglio sia accaduto esattamente come scritto, sia dello scetticismo sprezzante che liquida la storia come semplicemente falsa.

Regole di base. Prima di cominciare dall’arca, applicherò gli stessi strumenti analitici alla storia di Noè che applico a qualsiasi altra affermazione sul mondo fisico: fisica, chimica, biologia, idrologia, geologia. Queste sono i mie strumenti. Le affermazioni della storia sono abbastanza specifiche da poter essere esaminate con questi strumenti. Sarò anche preciso su ciò che l’analisi può e non può stabilire. Può stabilire se gli eventi fisici specifici descritti sono possibili entro le leggi note della natura. Non può stabilire se Dio esiste, non può stabilire se i miracoli siano possibili, non può stabilire cosa significhi la storia dal punto di vista teologico o spirituale. Questa separazione conta. Una storia può essere scientificamente impossibile come resoconto letterale e teologicamente profonda come narrazione. Non sono categorie mutuamente esclusive. Capire ciò che la storia non può essere come storia letterale è l’inizio della comprensione di ciò che potrebbe realmente essere. Attraverseremo nove livelli: l’arca, ingegneria strutturale di un vascello di legno con le dimensioni date; il problema dell’acqua, da dove vengono e dove vanno 4,5 miliardi di kilometri cubici d’acqua; il problema delle specie, quante tipologie di animali esistono e cosa richiederebbero due esemplari di ciascuna; il problema del cibo, nutrire i carnivori su una barca di legno per un anno; il problema della biogeografia, canguri sul Monte Ararat; il problema del collo di bottiglia genetico, cosa implica due di ogni animale per la vitalità delle specie? La documentazione geologica: cosa dovrebbe aver lasciato un diluvio globale e cosa troviamo davvero? La scoperta dell’epopea di Gilgames, la storia che precede la genesi di oltre 1000 anni e infine la sintesi onesta. Cosa è davvero la storia e perché ciò la rende più interessante?

L’arca: Genesi 6:15 fornisce dimensioni specifiche per l’arca. “Ecco come devi costruirla. L’arca sarà lunga 300 cubiti, larga 50 e alta 30”. Un cubito è la lunghezza dell’avambraccio, dal gomito alla punta delle dita. Le misure antiche del cubito variano tra circa 44 e 52 cm. Il valore più comunemente usato per il cubito comune è circa 44,5 cm, ossia 17,5 pollici. Calcoliamo le dimensioni. Lunghezza 300 cubiti X 0,445 m = 133,5 m, circa 437 piedi: quasi una volta e mezza la lunghezza di un campo di football americano. Larghezza 50 cubiti X 0, 445 m = 22,25 m, circa 73 piedi. Altezza 30 cubiti X 0,445 m = 13,4 m, circa 44 piedi: approssimativamente un edificio di quattro piani. Sono dimensioni notevoli e ci dicono qualcosa di importante. Le più grandi navi a vela di legno mai costruite nell’era precedente alla costruzione navale in acciaio furono le grandi navi di legno del XVIII e XIX secolo. La USS Constitution, una delle più grandi navi da guerra di legno della sua epoca, era lunga circa 62 m. Le più grandi navi a vela di legno raggiunsero circa 90 m, comunque significativamente più corte dei 133,5 m dell’arca. Ma la dimensione non è l’unico problema. Il problema strutturale delle navi di legno molto grandi sono fenomeni chiamati hogging e sagging. Il legno, pur essendo forte in compressione e ragionevolmente resistente in trazione per la sua dimensione, non è infinitamente rigido. Quando un vascello di legno è molto lungo, le onde creano forze diseguali lungo la sua lunghezza. Il centro dello scafo può essere sostenuto dalla cresta di un’onda, mentre prua e poppa restano senza sostegno, producendo una forza di flessione chiamata sagging. Oppure prua e poppa possono trovarsi sulle creste, mentre il centro è in un avvallamento producendo hogging. Per le piccole navi di legno il legno è abbastanza rigido da resistere a queste forze di flessione. Per le navi di legno molto grandi le forze diventano troppo grandi perché il legno possa resistervi. Lo scafo comincia a flettersi, le giunture si aprono, la nave fa acqua e alla fine cede strutturalmente. La nave del XX secolo Wyoming, una delle più grandi navi a vela di legno mai costruite, lunga circa 100 m, era famosa per il suo hogging. Il suo scafo si fletteva così severamente nelle acque agitate che il capitano poteva vedere le tavole muoversi l’una contro l’altra e la nave richiedeva un pompaggio costante per gestire le infiltrazioni. Affondò con tutto l’equipaggio nel 1924. L’arca a 133,5 m sarebbe significativamente più lunga di qualsiasi vascello di legno mai costruito con successo. La sfida ingegneristica di uno scafo di legno di questa lunghezza, capace di sopravvivere alle condizioni di tempesta violente di un diluvio globale, supera i limiti di ciò che la costruzione navale in legno abbia mai raggiunto. Lo storico di architettura navale John Morrison ha notato che le navi antiche di legno erano limitate in lunghezza effettiva a circa da 60 a 80 m dalle proprietà strutturali del legno. Oltre questa lunghezza, lo scafo diventa strutturalmente inaffidabile. La Genesi ci dice che l’arca fu costruita in legno di Gofer, un legno non chiaramente identificato, ma presumibilmente un legno duro, resinoso. Nessuna specie di legno conosciuta possiede le proprietà strutturali necessarie a superare il limite ingegneristico fondamentale degli scafi di legno molto lunghi. Le dimensioni dell’arca creano anche un problema di stabilità. Il rapporto lunghezza / larghezza dell’arca, lunghezza divisa per larghezza, è 300 : 50 cubiti, cioè 6 a1. Gli architetti navali moderni considerano un rapporto lunghezza / larghezza di circa 6 a 1 come vicino al limite per la stabilità in condizioni difficili. Oltre questo, la nave diventa vulnerabile a rollio e capovolgimento. Un diluvio globale produrrebbe condizioni idrologiche straordinariamente violente, non acque calme, ma turbolenza massiccia, mentre precipitazioni su scala continentale generano correnti e onde. Un vascello di legno ai limiti strutturali e di stabilità della costruzione navale in legno, in queste condizioni, affronterebbe sfide straordinarie alla propria integrità. L’arca, così come specificata, non avrebbe potuto essere costruita con successo con nessun legno conosciuto, usando nessuna tecnologia preindustriale, né avrebbe potuto operare in sicurezza nelle condizioni che un diluvio globale produrrebbe.

Il problema dell’acqua (Genesi 7 da 19 a 20): “Le acque crebbero grandemente sulla terra e tutti gli alti monti che sono sotto tutto il cielo furono coperti”. Le acque salirono e coprirono i monti fino a un’altezza di più di 15 cubiti. La montagna più alta della Terra è l’Everest, 8.848 m sul livello del mare. Perché il diluvio copra l’Everest, il livello dell’acqua deve salire di circa 8.848 m sopra l’attuale livello del mare. Calcoliamo quanta acqua è necessaria. La superficie della Terra è di circa 510 milioni di km². Per alzare uniformemente il livello dell’acqua di 8.848 m, serve un volume d’acqua pari a 510 milioni di km² X 8,848 m, cioè circa 4,5 miliardi di km³ di acqua aggiuntiva. Per riferimento la quantità totale di acqua attualmente presente sulla Terra, oceani, calotte glaciali, ghiacciai, fiumi, laghi, falde acquifere e atmosfera è di circa 1,4 miliardi di km cubici: il diluvio richiederebbe di aggiungere 4,5 miliardi di km³ a quelli già esistenti. L’acqua totale sulla Terra durante il diluvio dovrebbe essere di circa 5,9 miliardi di km cubici, più di quattro volte la quantità attuale. Da dove verrebbe quest’acqua? Genesi 7 11 indica le fonti. “Tutte le sorgenti del grande abisso eruppero e le cateratte del cielo si aprirono”. Valutiamo ciascuna fonte. Le cateratte del cielo, acqua atmosferica. La massa totale d’acqua nell’atmosfera terrestre è di circa 12.000 000 km³ : è l’acqua presente simultaneamente in tutte le nuvole, la pioggia, la neve e il vapore acqueo. 12.000 000 km³ contro i 4,5 miliardi richiesti. L’atmosfera contiene circa lo 0,00003% dell’acqua necessaria per il diluvio. Anche se ogni molecola di vapore acqueo nell’atmosfera precipitasse simultaneamente come pioggia, impossibilità fisica, dato che esiste un limite alla velocità con cui l’acqua può condensarsi e cadere, solleverebbe il livello del mare di circa 25 mm, poco più di un pollice. Le sorgenti del grande abisso, acque sotterranee. Le acque sotterranee totali sulla Terra sono stimate in circa 23 milioni di km cubici. Una quantità enorme immagazzinata in falde, fratture e pori nella roccia lungo tutta la crosta. 23 milioni di km³ è ancora solo lo 0,5% dei 4,5 miliardi richiesti. Anche combinando tutta l’acqua atmosferica e tutte le acque sotterranee rilasciate simultaneamente, il totale è di circa 23 milioni di km³ contro i 4,5 miliardi necessari. circa un centesimo di ciò che serve. Dove sarebbe andata l’acqua? Genesi 8:3: “ Le acque si ritirarono progressivamente dalla Terra. Alla fine dei 150 giorni l’acqua era diminuita”. Genesi 8:1: “ Dio fece passare un vento sulla terra e le acque si ritirarono”. Il vento non fa sparire l’acqua, il vento muove l’aria, il che può aumentare l’evaporazione, ma l’acqua evaporata rimane nell’atmosfera. L’acqua non può evaporare nel nulla. Se 4,5 miliardi di kilometri cubi d’acqua fossero apparsi e poi scomparsi, dovrebbero andare da qualche parte. E questo qualche parte non esiste nella fisica di un sistema chiuso. L’acqua della Terra è in un sistema chiuso. L’acqua circola tra oceano, atmosfera e terra. Non appare dal nulla e non scompare nel nulla. La conservazione della materia vale sempre. L’acqua necessaria per un diluvio globale che copra l’Everest non esiste da nessuna parte nel sistema terrestre. Non avrebbe potuto apparire e se fosse apparsa non avrebbe potuto scomparire.

Il problema delle specie. Genesi 6 da 19 a 20: “Farai entrare nell’arca due di ogni essere vivente, maschio e femmina, per tenerli in vita con te. Due di ogni specie di uccelli, di ogni specie di animali e di ogni specie di ciò che striscia sulla Terra verranno da te per essere tenuti in vita, due di ogni specie”. Le stime scientifiche attuali collocano il numero di specie descritte, specie identificate e classificate, a circa 8,7 milioni di specie eucariotiche. Di queste circa 6,5 milioni sono specie terrestri, insetti, mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e invertebrati. Il numero di specie di insetti descritte da solo supera il milione. Soltanto l’ordine dei coleotteri conta circa 400.000 specie descritte. Il biologo Jade B. SS. Haldenin, interrogato su cosa la biologia potesse dirci sulla mente del creatore, rispose, secondo la tradizione che rivelava una smisurata predilezione per gli scarabei. Alcuni interpreti della Genesi sostengono che Noè avesse imbarcato tipi (“min” in ebraico) e non specie, che il tipo biblico sia una categoria più ampia della specie biologica e che a Noè servissero solo due rappresentanti di ogni grande tipo, da cui l’attuale diversità di specie sarebbe discesa tramite rapida speciazione post diluvio. In questa interpretazione di baraminologia (dall’ebraico bara = creare e min = tipo) il numero di tipi potrebbe ridursi a forse da 1000 a 16.000 a seconda di quanto ampiamente si definisca tipo. Prendiamo l’interpretazione più generosa e diciamo che a Noè servissero circa 16.000 tipi, il numero talvolta indicato dai creazionisti della Terra giovane. Due di ogni tipo fanno 32.000 animali minimo. Il volume interno dell’arca a 133,5 m* 22,25 m* 13,4 m è di circa 39.800 m³, diviso tra 32.000 animali, ossia circa 1,25 m³ per animale. Uno spazio di circa 2  X 1,25 m per coppia. Ma la coppia media di animali non è una coppia di topi. Si considerino due elefanti africani che richiedono circa 200 m³ di spazio ciascuno con altezze superiori a 3 m. Due giraffe alte 6 m non potrebbero stare in piedi nell’arca alta 13,4 m se non sul ponte più basso. Due ippopotami, due rinoceronti, due coccodrilli del Nilo, due orsi polari, due formichieri giganti, due draghi di Comodo, due anaconda, tutti richiedenti spazio significativo. Gli animali acquatici che non possono sopravvivere all’aria aperta, pesci, mammiferi marini, tartarughe marine, non potrebbero essere tenuti sull’arca, ma presumibilmente sarebbero sopravvissuti nelle acque del diluvio. Anche con 32.000 animali, l’assegnazione di spazio è impossibilmente ridotta, una volta considerata la variazione di dimensione nel regno animale. L’interpretazione dei tipi tenta tipicamente di ridurre i tipi di insetti a un numero gestibile, ma ciò richiede di assumere che la diversità esplosiva degli insetti, la loro varietà anatomica, la diversità comportamentale, la specializzazione ecologica si sia sviluppata da una manciata di tipi ancestrali negli scarsi millenni trascorsi dal diluvio. L’analisi genetica moderna mostra che la diversificazione degli insetti è avvenuta nell’arco di centinaia di milioni di anni. non di migliaia. Le distanze evolutive tra gli ordini di insetti, coleotteri, ditteri, lepidotteri, formiche, sono troppo grandi per derivare da antenati comuni in qualsiasi arco temporale storico. E poi ci sono gli animali microscopici. I nematodi rappresentano circa 1 milione di specie. Gli acari, minuscoli aracnidi, rappresentano circa 50.000 specie descritte con stime che arrivano a milioni per il numero reale. Rotiferi, tardigradi, crostacei microscopici. Tutti questi sono animali. Erano tutti sull’arca? In quali contenitori? Il problema delle specie, anche con l’interpretazione più generosa, produce numeri incompatibili con lo spazio fisico disponibile in un vascello di legno di 133,5 m.

Il problema del cibo. Consideriamo un problema che non richiede alcuna formazione scientifica per essere riconosciuto, ma che quasi non viene mai discusso seriamente. L’arca di Noè avrebbe contenuto due esemplari di ogni tipo di animale, inclusi i carnivori: leoni, tigri, lupi, orsi, coccodrilli, draghi di Comodo, anaconda, iene, ghepardi, giaguari, leopardi. Questi animali mangiano carne, mangiano altri animali, non possono sopravvivere con le piante. Un leone richiede circa 8 kg di carne al giorno, una tigre del Bengala richiede circa da 5 a 6 kg. Un branco di lupi richiede diversi kilogrammi per lupo al giorno. Per un diluvio della durata di circa 370 giorni, (Genesi 7, 11 8 14), ogni coppia di carnivori richiederebbe 2 leoni per 8 kg al giorno per 370 giorni, uguale 2960 kg di carne, due tigri per 6 kg al giorno per 370 giorni uguale 2220 kg di carne. Da dove verrebbe questa carne? Deve provenire da altri animali. Ma gli altri animali sull’arca sono le coppie riproduttive delle loro specie, l’intera riserva genetica per il ripopolamento post diluvio. Se si nutrono i predatori con gli animali preda, si distruggono le coppie riproduttive delle specie preda. La soluzione tentata da alcuni commentatori è che gli animali fossero in uno stato di ibernazione sospesa o che Dio avesse miracolosamente ridotto le loro necessità metaboliche o che si nutrissero diversamente durante l’anno del diluvio. Queste risposte sono possibili, invocano l’intervento divino per superare il problema fisico, ma rivelano anche la portata dell’intervento soprannaturale richiesto per far funzionare la storia come storia letterale. Non stiamo parlando di un solo miracolo, ma di una cascata continua di miracoli, provvista miracolosa di cibo, modificazione comportamentale miracolosa dei carnivori, rinforzo strutturale miracoloso dello scafo di legno. A un certo punto l’accumulo di miracoli richiesti solleva una domanda specifica. Se Dio sta compiendo tutti questi miracoli continui per rendere il diluvio fisicamente possibile, perché non preservare semplicemente gli animali con altri mezzi? Mentre parliamo degli occupanti dell’arca, vale la pena sollevare un problema quasi importante quanto quello dell’alimentazione. Da 40.000 a 50.000 animali, anche con le stime più prudenti, producono enormi quantità di rifiuti. Un solo cavallo produce circa 25 kg di letame al giorno. Un solo elefante ne produce circa 150 kg. Per 370 giorni, con decine di migliaia di animali, la produzione di rifiuti sarebbe imponente. L’ammoniaca proveniente dall’urina, in particolare da grandi concentrazioni di animali in uno spazio chiuso, raggiungerebbe concentrazioni tossiche. L’accumulo fisico di feci riempirebbe rapidamente lo spazio disponibile. L’equipaggio di Noè contava otto persone. Otto persone per nutrire, abbeverare e pulire decine di migliaia di animali per 370 giorni senza assistenza meccanica sofisticata. I requisiti logistici per la gestione di base del bestiame a questa scala superano ciò che otto persone potrebbero fisicamente realizzare.

Il problema della biogeografia. Passiamo ora a quello che considero il più elegante e illuminante tra i problemi scientifici della storia di Noè, perché coinvolge la scienza della biogeografia, lo studio di come le specie sono distribuite sul globo e cosa quella distribuzione ci dice sulla storia della vita. Genesi 8 4 afferma che l’arca si posò sui monti dell’Ararat nella Turchia moderna vicino ai confini con Armenia e Iran. Dopo il diluvio, Noè libera gli animali che si disperdono dall’Ararat e ripopolano il mondo. Consideriamo l’Australia. L’Australia ospita una fauna straordinaria e unica. Circa 250 specie di marsupiali mammiferi che portano i piccoli in un marsupio. Canguri, wallabee, koala, wombat, diavoli della Tasmania, Qual, Bandicut, Numbat. L’ornitorinco, non un marsupiale, ma altrettanto distintivo, depone uova. Questi animali si trovano essenzialmente solo in Australia, con l’eccezione di alcuni opossum in Sud e Nord America. Sono il prodotto di circa 80 milioni di anni di sviluppo evolutivo isolato da quando l’Australia si separò dagli altri continenti meridionali e divenne un continente isola. Ecco il problema specifico. Se tutti gli animali della Terra discendessero dalle coppie sull’arca di Noè e se l’arca fosse approdata sul monte Ararat, allora a un certo punto, dopo il diluvio, due canguri avrebbero dovuto camminare dall’Ararat all’Australia. La distanza tra il Monte Ararat e l’Australia è di circa 13.000 km via Terra e Mare. Tra il Medio Oriente e l’Australia si estendono la vastità dell’Asia, le isole del sudest asiatico e un attraversamento oceanico. I canguri avrebbero dovuto percorrere l’intera distanza e lungo il percorso avrebbero lasciato popolazioni indietro. Ci si aspetterebbe di trovare popolazioni di canguri o quantomeno fossili di canguri in tutta l’Asia e il sudest asiatico, parenti dei canguri in Medio Oriente, resti di canguri nella documentazione stratigrafica del subcontinente indiano. Non ce ne sono. La documentazione fossile dei canguri li mostra esclusivamente in Australia. Non esiste alcuna prova fossile di canguri in Asia o in Medio Oriente. Non sono passati di lì, sono sempre stati dove sono. E non riguarda solo i canguri. La fauna specifica di ciascun continente ha una storia fossile e specifica che mostra animali evoluti e diversificati sul posto, non migrati da un punto di origine mediorientale circa 4.000 anni fa. I marsupiali dell’Australia includono non solo i canguri, ma centinaia di specie che occupano nicchie ecologiche analoghe a quelle dei mammiferi placentati altrove. I Wombat occupano il ruolo ecologico dei roditori, i diavoli della Tasmania occupano il ruolo degli spazzini. Il tilacino, ormai estinto, occupava il ruolo di un grande predatore. L’intera comunità ecologica australiana ha un carattere marsupiale, perché i marsupiali arrivarono in Australia prima dei placentati per poi evolversi in isolamento per decine di milioni di anni. Se tutti questi marsupiali discendessero da due antenati partiti dall’Ararat, avrebbero dovuto percorrere 13.000 km, attraversare un oceano, raggiungere l’Australia e poi diversificarsi in 250 specie in circa 4.000 anni. Gli studi genetici moderni mostrano che la speciazione dei marsupiali in Australia richiese decine di milioni di anni ed è legata alla specifica storia geografica e climatica del continente. Il problema biogeografico non riguarda solo i canguri, comprende i lemuri del Madagascar che non si trovano altrove, i tapiri del Sud America con una specie separata nel sudest asiatico, spiegata da un’antica connessione continentale, gli orsi polari dell’Artico, i panda giganti della Cina, i gorilla e gli scimpanzé dell’Africa, ciascuno con una distribuzione geografica specifica spiegata dalla biogeografia evolutiva e direttamente contraddetta dall’idea che tutte le specie discendano da un punto d’origine comune in Medio Oriente 4000 anni fa. La documentazione geologica, un diluvio globale della portata descritta nella Genesi che copre tutte le montagne, uccide tutti gli animali terrestri, ricopre la terra per un anno, lascerebbe una documentazione geologica specifica e distintiva. La geologia è in gran parte la scienza della lettura della documentazione degli eventi negli strati terrestri e questa documentazione è abbastanza dettagliata e i metodi per leggerla abbastanza precisi da poter dire cosa avrebbe dovuto lasciare un diluvio globale e se ce n’ è traccia. Un diluvio globale depositerebbe uno strato continuo di sedimenti alluvionali su scala planetaria, sabbia, limo, argilla su tutti i continenti simultaneamente. Questo strato sarebbe distintivo, conterrebbe una mescolanza di fossili provenienti da profondità diverse, animali normalmente vissuti in ambienti differenti sepolti insieme, sarebbe chimicamente distinguibile con acqua dolce e salata mescolate e sarebbe databile con metodi indipendenti multipli; produrrebbe inoltre pattern di erosione specifici. Il movimento violento dell’acqua su scala globale scolpirebbe caratteristiche distintive su ogni continente simultaneamente.

Numero3818.

 

RELIGIONE  E  LAVAGGIO  DEL  CERVELLO

 

Vi siete mai chiesti perché in un’epoca di scoperte scientifiche senza precedenti, sistemi di credenze antichi non solo resistano, ma prosperino con una certezza incrollabile?

Com’è possibile che miliardi di persone intelligenti e razionali, in ogni altro ambito della loro vita, sostengano dogmi che sfidano l’evidenza e la logica?

La risposta non è semplicemente la fede. La fede è solo l’etichetta finale di un processo molto più complesso e deliberato.

È una forma di condizionamento mentale così radicata nelle nostre culture che spesso non riusciamo nemmeno a vederla.

Del resto potremmo dire che anche la cultura è fede. Ma il condizionamento mentale cos’è?

Possiamo definirlo come l’applicazione sistematica di pressioni sociali e psicologiche per alterare le convinzioni di una persona.

Non si tratta di conversioni improvvise o di folgorazioni, ma di una lenta e meticolosa erosione del pensiero critico e della costruzione di una nuova realtà.

In questo saggio non parleremo dei singoli individui, ci mancherebbe altro, non ci permetteremo mai, ma analizzeremo criticamente le meccaniche della fede e le istituzioni che le plasmano.

Nessuno strumento è più potente dell’indottrinamento infantile.

È la pietra angolare della continuità religiosa.

Infatti il tasso di conversione degli adulti è statisticamente minuscolo, è poca cosa.

Il grosso del lavoro avviene prima che la personalità dell’individuo sia strutturata e prima che il pensiero razionale sia definito.

La mente di un bambino non è una fortezza, ma una spugna progettata biologicamente per assorbire informazioni dai genitori e questo per sopravvivere.

Evolutivamente è fondamentale fidarsi dei genitori. Fidarsi che le bacche di un certo colore sono velenose significa sopravvivere e portare avanti la propria specie.

Questa necessità evolutiva di fidarsi senza riserve crea però una porta sul retro, non protetta nella psiche in via di sviluppo.

Un bambino non sa distinguere tra un avvertimento empirico, come “il fuoco scotta”, e una pretesa metafisica come “un essere invisibile giudica ogni tuo pensiero”.

Il bambino constata soltanto che entrambe le informazioni provengono dalla stessa fonte, amata e fidata, cioè un genitore, appunto, oppure un nonno o l’anziano di un villaggio.

Il soprannaturale viene così normalizzato e diventa parte del sistema operativo di base della mente.

Concetti come Dio vengono appresi prima della scienza e i miracoli sono presentati come fatti storici.

Prima di imparare a leggere e scrivere si imparano preghiere, storie fantasiose di santi, abitudini alimentari collegate alla credenza.

Questo crea un legame emotivo profondo. Si arriva al punto che mettere in discussione la religione da adulti significa mettere in discussione l’amore dei propri genitori e la coerenza dei propri ricordi d’infanzia.

Il soprannaturale, il religioso, non viene difatti presentato come un modo di vedere il mondo, ma come il mondo così com’è.

A questo aggiungiamo architetture maestose degli edifici sacri, chiese, moschee, sinagoghe, canti sacri suggestivi, il tempo dell’anno scandito da feste e celebrazioni.

Ognuna di queste esperienze crea un legame emotivo enorme tra la dottrina religiosa e i sentimenti profondi come amore, appartenenza, gioia, meraviglia.

Si tratta di qualcosa di veramente grande, di enorme.

Da grandi non si tratta di mettere in discussione un sistema di storie e credenze, ma la propria identità, la propria famiglia, la propria comunità.

Non sorprende che molte persone, seppur intelligentissime, scelgano la comodità di restare legate alla sicurezza di simboli, rituali, storie e credenze dell’infanzia.

Non è strano che tutte le religioni puntino sull’infanzia, sull’iniziazione, sulla catechesi sin da piccoli.

Ore di religione sin dall’infanzia a scuola, incontri in parrocchia, oratori a pieno regime per i piccoli.

C’è una frase che in questo caso calza a pennello ed è attribuita a Joseph De Mestre, teorico della restaurazione e questa frase dice così: “Dateceli dai 5 ai 10 anni e saranno nostri per tutta la vita”.

Una volta gettate le basi, la credenza viene mantenuta attraverso una manovra psicologica a tenaglia: il terrore eterno da una parte e la ricompensa trascendente dall’altra.

Funziona un po’ come la tecnica educativa del bastone e della carota. Il bastone è l’inferno, la carota è il paradiso e la ricompensa.

L’invenzione della dannazione eterna è un’arma psicologica terrificante.

Installare in un bambino l’idea di un tormento infinito per un semplice dubbio o per aver amato la persona sbagliata è una forma di abuso psicologico enorme.

Questa paura è progettata per mandare in corto circuito il pensiero critico.

Quando sei terrorizzato dalle conseguenze del dubitare, impari rapidamente a sopprimere ogni scetticismo e a razionalizzare ogni incongruenza. È un racket di protezione metafisica.

La religione crea il problema, per esempio il peccato originale e poi vende l’unica cura che implica l’obbedienza totale, l’adesione alle sue dottrine, ai suoi rituali e alla sua autorità.

Somiglia molto alla pubblicità, non è vero? Anzi, forse potremmo dire che la pubblicità somiglia molto alla religione.

La paura dell’inferno potrebbe non bastare, potrebbe sembrare troppo severa, unilaterale.

La promessa di un al di là perfetto compensa invece la sofferenza terrena: è il paradiso, il nirvana, chiamiamolo come ci pare, il concetto è lo stesso.

Dal punto di vista psicologico è uno strumento potentissimo per il controllo sociale, poiché incoraggia la passività e l’accettazione.

Perché lottare per la giustizia sulla Terra se la vera ricompensa è nel prossimo mondo?

Perché lottare contro la povertà, l’oppressione, quando queste sono soltanto prove passeggere e la vera ricompensa sta altrove?

In questo modo la religione può essere un potente oppiaceo che attenua l’impulso a sfidare le strutture di potere.

Anche in questo caso capita a fagiolo una frase attribuita a Napoleone Bonaparte che dice così: “La religione è ciò che impedisce ai poveri di assassinare i ricchi”.

Per non parlare del fatto che la promessa del paradiso è un enorme conforto alla più grande delle nostre paure, cioè alla paura della morte.

Pensare che la morte non sia la fine è la più grande consolazione che la religione possa offrire. E il desiderio che ciò sia vero può facilmente sopraffare la richiesta di prove da parte della mente razionale.

Oltre al bastone e alla carota metafisici, cioè all’inferno e al paradiso, ci sono paure e ricompense terrene molto più pratiche ed immediate.

La paura dell’ ostracismo sociale, di essere emarginati dalla propria famiglia e dalla comunità per apostasia sono fortissimi strumenti di controllo.

Al contrario il senso di appartenenza, il culto comunitario e rituale, la sensazione di scopo e significato e di poter rispondere a tutte le domande della vita da quel benessere che tiene legati ad un contesto in modo non coercitivo.

Gli esseri umani sono creature sociali e il bisogno di appartenenza è sia una risorsa, sia la nostra più grande vulnerabilità.

Dal punto di vista evolutivo, che cosa significava allontanarsi dal gruppo sociale? Morte certa, senza dubbio. Significava rinunciare alla protezione del gruppo e trovarsi magari da soli di fronte a bestie feroci.

Quindi per gli esseri umani l’appartenenza ad un gruppo è fondamentale e le religioni, ma sicuramente in modo inconsapevole, sfruttano questo bisogno attraverso il “love bombing”, cioè il bombardamento d’amore.

Quando un nuovo membro si avvicina ad un gruppo religioso, viene travolto da affetto, sorrisi e lodi. E non è detto che non siano sinceri.

I membri del gruppo religioso, possono davvero accogliere sinceramente il nuovo arrivato. Per chi crede di aver trovato davvero una famiglia, di essere compreso, speciale, questo calore è condizionato dal conformismo al gruppo religioso e alle sue regole e credenze.

Finché annuisci e partecipi ai rituali, l’amore scorre liscio.

Se inizi a fare domande difficili, la temperatura scende bruscamente, i sorrisi diventano tesi, gli inviti diminuiscono, le domande preoccupate vengono sostituite da avvertimenti sull’orgoglio, sul dubbio e sull’influenza del diavolo.

E c’è una minaccia implicita. Se assumi un comportamento non convenzionale al gruppo, il gruppo ti abbandona. resti senza questa famiglia rassicurante.

Questo è rinforzato dalla dicotomia del “noi contro loro”: chi è dentro è scelto o salvato, chi è fuori è perso, peccatore oppure manipolato dal male.

Questa demonizzazione dell’esterno isola i credenti da prospettive contrarie e annulla la credibilità di chiunque critichi il sistema.

Il mondo esterno viene definito come corrotto e infelice.

Qualche problema comincia a venirti quando ti accorgi che infelici non lo sono affatto gli altri, anzi.

Ma per arrivare a questa consapevolezza devi già avere un piede fuori.

Finché sei dentro con tutti e due i piedi, il contesto religioso ha creato una fortezza emotiva ed ideologica vaccinata contro attacchi dall’esterno.

Il dubbio è un tranello di Satana. Lo scienziato è triste perché la sua razionalità non spiega tutto.

Per sopravvivere nel mondo moderno una religione deve avere un sistema immunitario robusto. Questo avviene creando una bolla informativa dove le uniche voci permesse sono quelle che inculcano le credenze, confermano il dogma, esaltano la teologia.

Non si tratta quindi di vincere in una discussione, ma impedire che la discussione abbia luogo.

Ecco, a proposito di informazione controllata, l’indice dei libri proibiti vi dice qualcosa?

A molti sì, ma pochi sanno che è stato soppresso nel 1966, ieri praticamente.

Molte religioni, insomma, impediscono o scoraggiano la fruizione di canali di informazione esterni al contesto religioso stesso.

Guai a leggere di biologia evolutiva, cosmologia oppure di neuroscienze che offrono spiegazioni naturalistiche a ciò per cui la religione scomoda la divinità.

Ma sono vietati anche i filosofi scettici, quelli non allineati, adepti di altre religioni, ma soprattutto gli apostati.

Sentir parlare chi ha abbandonato la tua stessa religione può essere davvero pericoloso: gli apostati sono autentico fumo negli occhi.

Il controllo dell’informazione opera a più livelli.

Il primo, screditare le fonti esterne. La scienza o la filosofia che contraddicono i testi sacri sono liquidate come orgoglio spirituale.

Bisogna addirittura riformulare lo scetticismo. Il dubbio non è visto come una virtù intellettuale, ma come un fallimento morale.

Lo scetticismo, che è il più umile degli approcci al mondo, viene visto come un orgoglio spirituale che porta alla rovina. Si rovescia la realtà, si crea un mondo al contrario.

Lo scetticismo da virtù passa a tentazione demoniaca, mentre la vera virtù consiste nel credere a testi antichi senza nessuna prova.

C’è poi l’uso del linguaggio specializzato, l’uso di termini come grazia, unzione, salvezza, spirito, crea un gergo sacro che isola i credenti dal discorso esterno e rinforza costantemente la realtà del sistema in ogni conversazione.

E qui, inoltre, si crea un circuito interessante.

Quando sei abituato ad esprimerti con questo lessico e questo linguaggio che all’esterno non hanno alcun significato, lo usi anche per esprimere dubbi, perplessità, incertezze, insomma le domande e i dubbi formulate con quello stesso linguaggio presuppongono la verità del sistema stesso.

Per esempio, invocare lo spirito in un momento di forte dubbio significa rafforzare il sistema che stai mettendo in discussione.

La “Eco room” sacra (alloggio ecosostenibile) non è solo una raccolta di libri consentiti o di giornali selezionati oppure di film adatti.

È un modo di pensare, un sistema di simboli, un linguaggio, un modo di essere che fa sembrare il mondo all’esterno estraneo, minaccioso oppure irrilevante.

Il traguardo finale, il punto più profondo di questo percorso è lo smantellamento dell’autonomia personale.

Consiste nel convincere l’individuo a rinunciare volontariamente al proprio spirito critico e alla propria coscienza; significa compromettere in modo più o meno significativo il proprio giudizio e la propria intuizione.

Molte religioni in questo senso insegnano l’inadeguatezza umana.

Sei fondamentalmente corrotto e i tuoi istinti sono peccaminosi.

Addirittura nasci nel peccato. Dopo il tuo primo vagito in sala parto sei già con il peccato originale sulle spalle. Sei già sporco, macchiato e serve un rito amministrato dalla casta sacerdotale per purificarti.

La tua natura in sé è un’offesa al divino.

Questo naturalmente instilla senso di colpa, inadeguatezza, ma la tua cura c’è e per questo puoi stare tranquillo.

È la stessa religione che ti ha definito colpevole e inadeguato.

Una volta accettato di essere difettosi, la soluzione logica per emendarsi, per purificarsi diventa arrendersi ad un’autorità esterna.

Sia fatta la tua volontà, non la mia.

Questo porta all’esternalizzazione della coscienza. Le decisioni non vengono più pesate in base al proprio senso del bene e del male, ma in base a testi sacri oppure a leader religiosi.

L’individuo diventa un vascello vuoto, un recettore passivo di comandi divini, imparando a chiamare questa prigione mentale “salvezza”.

Sia fatta la tua volontà, non la mia. Ecco, questa è davvero una frase che indica una virtù.

Oppure è una sottomissione deresponsabilizzata, un annullamento ingiustificabile, una resa superficiale della propria capacità di pensare e di volere.

Questa è maturità spirituale, come viene presentata dalle religioni, oppure è autentica immaturità umana?

Proporre questa sottomissione come virtù spirituale può voler dire invece portare l’essere umano a non fidarsi dei propri pensieri e sentimenti, a non affidarsi alla propria comprensione e senso critico e a sottomettersi invece all’autorità religiosa che interpreta per te, pensa per te, comprende per te.

Si tratta del potere delle figure sacrali, del Papa, del vescovo, del prete o di altre figure religiose in altre religioni sulle coscienze delle persone.

E forse è proprio questo che rende le persone gregge e il termine pecorella smarrita è usato proprio dalle religioni.

Si vive spesso in uno stato perenne di assoggettamento con la necessità che qualcuno pensi per te, ti guidi, interpreti per te, valuti per te le situazioni.

Il padre spirituale può esserne un esempio.

Devo fare scelte? Mi rivolgo a lui. Devo diventare prete o restare laico? Sentiamo il padre spirituale. Ho bisogno di consigli sull’intimità con mia moglie. Vado dal padre spirituale. Non sto affatto esagerando.

Per concludere, volete esempi freschi di dissoluzione del sé come massima virtù per le religioni? Bene, prendiamo alcune frasi di Carlo Acutis, fatto santo qualche mese fa.

“Non io, ma Dio” dice, che sarebbe non io, ma coloro che parlano in nome di Dio, sostenendo di conoscerlo e di conoscerne la volontà.

E ancora, criticare la Chiesa significa criticare noi stessi. La Chiesa è la dispensatrice dei tesori per la nostra salvezza. Ecco, qualcosa di simile si diceva e si dice nei regimi totalitari in riferimento al leader oppure al partito.

Ma ancora qualche altra frase sull’assoggettamento e sull’annullamento di sé. “Non l’amor proprio, ma la gloria di Dio”. E per finire “Meno io per lasciare spazio a Dio”.

Tutte frasi queste prese dal sito ufficiale dell’associazione Carlo Acutis.

Questa è davvero virtù?

Immaginate la mente come una casa. L’indottrinamento religioso, ma esistono tante forme di indottrinamento, getta le fondamenta prima che possiate vedere il progetto.

La paura e la ricompensa sono le recinzioni elettrificate che vi impediscono di uscire. E l'”Eco room” è un sistema di specchi che vi mostra solo ciò che siete stati istruiti a vedere.

Smantellare questa struttura quando naturalmente se ne sente il bisogno non significa distruggere voi stessi, ma finalmente aprire le finestre per vedere il mondo esterno per come è veramente, oppure per vederlo in modo semplicemente diverso da come lo avete sempre visto.

Infatti, finché un qualsiasi sistema fa stare bene, non c’è problema, ma spesso sta stretto, toglie l’aria, spinge alla ricerca della libertà e all’autodeterminazione e il percorso di cambiamento non è proprio facile né è immediato e non è affatto una questione di intelligenza.

Ad ogni modo, tutte le persone intervistate, quelle che hanno smesso di credere e di appartenere a gruppi religiosi e ci sono moltissimi ex preti, sostengono di aver riconosciuto ad un certo punto un programma di condizionamento lungo una vita.

Poi si accorgono che il mondo è vasto e meraviglioso e può essere bello anche senza decorazioni soprannaturali.

 

da YouTube  Sapiens Sapiens.

Numero3773.

 

SOGNI  E  PROGETTI  DI  VITA

 

Sognare, credere e ottenere risultati sono

tre passi importanti verso il tuo successo.

I sogni ti danno la visione di ciò che vuoi

diventare nella vita; credere in te stesso

ti dà la fiducia e il coraggio di perseguire

quei sogni, nonostante sfide e fallimenti.

Quando combini i tuoi sogni con il duro

lavoro, con la determinazione e il positivo

atteggiamento, il risultato diventa possibile.

Ogni persona di successo comincia con

un sogno e con la convinzione che lo potrà

trasformare in realtà. Ostacoli possono

presentarsi lungo il cammino, ma la tenacia

aiuterà a superarli. Perciò, sogna in grande,

credi nelle tue capacità e lavora sodo per

raggiungere il tuo risultato e creerai così

un luminoso e stabile futuro di successo.

 

@DailyReminderr1

Numero3772.

 

BUONA  O  CATTIVA  SORTE

 

Se hai perso l’autobus, forse hai evitato un incidente.

Se sei stato respinto, forse ti sei salvato da una situazione sbagliata.

Se qualcuno se ne è andato, forse ha lasciato un posto libero nella tua stanza.

Quante volte hai pensato di aver perso qualcosa di importante per te?

Una persona, un lavoro, un’occasione. Ma, forse, non era davvero destinato a te.

Perché ciò che è scritto per te non ti passerà accanto.

Ogni porta che si chiude ti allontana da ciò che non era il tuo cammino.

E ciò che ti appartiene arriverà al momento giusto.

L’universo ti protegge in modi che, a tutta prima, sembrano cattiva sorte.

Non c’è contrarietà che non sia anche un vantaggio o un’opportunità.

Numero3765.

 

CERTEZZA   E   VERITA’

 

Accetta sempre la verità da chi te la dice,

francamente, senza la volontà di ferirti,

ma non rinuncia, comunque, a dirtela,

perché la verità non è un’arma ma, anche

se scomoda, è una mano tesa da un amico.

 

Quante volte ti sei fermato alla comodità

della sicurezza, senza verificare mai se

fosse anche verità: quanto più essa è facile

da accettare, tanto più tenti di farla passare

per vera, a priori, senza alcun filtro critico.

 

E se, un bel giorno, ti accorgi che ciò che

ti sembrava certo non è più vero, che fai?

La certezza ti fa dormire sonni tranquilli,

per pigrizia mentale, per rassegnazione.

Essa supera sempre il bisogno di verità.

Numero3759.

 

Le persone tendono a ottenere

risultati coerenti con l’immagine

mentale che hanno di sé.                                  Bob  Proctor.

 

Il modo in cui una persona si percepisce,

può influenzare profondamente le sue scelte,

i suoi comportamenti e le sue aspettative.

Se ci si vede come incapaci, o destinati

al fallimento, sarà più difficile cogliere

tutte le opportunità e agire con fiducia.

Al contrario, un’immagine di sé più positiva

può favorire decisioni più coraggiose

e una maggiore perseveranza di fronte

alle difficoltà. Bob Proctor sottolinea che,

spesso, i limiti più forti non sono esterni, ma

nascono dalle convinzioni che abbiamo su chi

siamo e su ciò che riteniamo possibile per noi.

Modificare gradualmente questa immagine

mentale può contribuire a cambiare anche

i risultati che otteniamo nella vita. L’immagine

che hai di te stesso ti sta aiutando a crescere

o sta limitando ciò che potresti diventare?

Numero3753.

 

DETTO   SENZA   PRESUNZIONE

 

Se qualcuno non ha,

non ti dico la voglia,

ma neanche il tempo,

per condividere “qualcosa”,

allora quel “qualcosa”

è, ahime, ben poca cosa.

Vive costui di abitudini,

consolidate nel tempo,

di priorità inconcludenti,

come uno sterile mantra.

La paura dell’ignoto,

la fobia del diverso

sono filtri intasati che

intercettano la qualità

del “meglio” della vita:

il nuovo che stimola,

il livello che fa crescere,

la trasgressione creativa.

“Vola in alto con le aquile,

non razzolare con le galline”.

Numero3752.

 

 

C A M B I A M E N T O

 

 

Non puoi cambiare il passato, ma puoi rovinare il presente preoccupandoti del futuro.

 

Quello che tolleri è ciò che continuerà.

 

Le persone non resistono al cambiamento: resistono quando qualcuno cerca di cambiarle.

 

Se sei bloccato è solo perché ti senti intrappolato in certi schemi che tu conosci e non vuoi, o non puoi, cambiare.

 

A volte, le battaglie più dure sono quelle che combatti dentro di te, quando “senti” di dover cambiare.

 

La qualità della tua vita dipende dal tuo modo di pensare.

 

Ciò che occupa la tua mente finisce per controllare la tua vita.

 

Il prezzo di non seguire il tuo cuore è passare la vita a chiederti come avrebbe potuto andare.

 

 

@iulianalateaofficial

Numero3743.

 

INTELLIGENZA  COME  CAPACITA’  DI  CAMBIARE 

 

Una persona intelligente si riconosce non dai titoli di studio, né dalla professione, ma dalla capacità di aggiornarsi e di cambiare.

Lo spiega Oscar Wilde quando dice che la coerenza è l’ultimo rifugio delle menti poco creative.

Per coerenza si intende il mantenimento a priori delle proprie convinzioni e dei preconcetti a cui si resta fedeli per pigrizia mentale e assenza di spirito critico, evitando accuratamente di prendere in considerazione altre possibili realtà e verità.

Le persone intelligenti dicono: “Ah, non ci avevo pensato”, “Questo non lo sapevo”, oppure “Sì, ha senso, fammi riflettere”.

La maggior parte delle persone si impunta per difendere il proprio ego, cioè il proprio punto di vista , parziale o unilaterale, magari basato su conoscenze ed esperienze limitate, non verficate o accettate acriticamente.

Le persone intelligenti, invece, aggiornano le proprie convinzioni.

Sono curiose e non stanno sempre sulla difensiva, per conservare l’unica verità che conoscono che, magari, unica non è, ma è comoda, tradizionale, consuetudinaria, se non, addirittura, infondata o falsa.

Si chiedono: “C’è qualcosa che ancora non so?”, invece di cercare di averla vinta a tutti i costi.

Non legano la loro identità all’avere ragione e trattano l’errore come esperienza, non come fallimento.

Anche Albert Einstein l’aveva sostenuto, dicendo che la misura dell’intelligenza è la capacità di cambiare.

Ecco, allora, il vero vanto: saper dire, senza vergogna: “Ho cambiato idea”.

 

Ispirato a @stanzazen

Numero3720.

da  QUORA

 

Scrive Marco, corrispondente di QUORA

 

PERCHÈ  MOLTE  DONNE  TROVANO  ATTRAENTI  GLI  UOMINI  PIU’  ANZIANI?

 

L’altra sera ero al bancone di un locale e osservavo un uomo brizzolato ordinare da bere per sé e per la ragazza trentenne che lo accompagnava: lei lo guardava con un fascino e una dedizione totali.
Non era una questione di portafogli o di macchine parcheggiate fuori, ma di quell’aura impercettibile di chi ha smesso di dover dimostrare qualcosa al mondo.

Molti uomini pensano che l’interesse delle donne verso uomini più grandi sia solo cinismo o calcolo economico.

Credere a questa rassicurante bugia è l’errore che ti condanna a non capire mai come funzionano realmente le donne.

La verità cruda è che l’attrazione femminile risponde alla stabilità emotiva.

Un uomo maturo ha già incassato i colpi della vita, ha superato i suoi fallimenti e non va in crisi esistenziale al primo imprevisto.

Mentre un ventenne è ancora schiavo delle proprie insicurezze e cerca costanti conferme esterne, un uomo più grande esercita una leadership naturale e silenziosa. È una presenza solida che guida e rassicura, senza alcun bisogno di fare la voce grossa.

Le donne sono biologicamente cablate per cercare questa centratura.

Desiderano un partner capace di prendere il timone quando le situazioni si complicano, non un coetaneo che si lascia prendere dal panico insieme a loro.

L’età anagrafica è solo un indicatore, ma il vero magnete è la capacità di gestire la pressione.

Saper prendere decisioni scomode, mantenere i nervi saldi e non perdersi in inutili drammi emotivi quotidiani.

Il vero paradosso?

Tu magari continui a logorarti cercando di sembrare più giovane, rincorrendo le mode dei ragazzini o nascondendo le rughe. Invece, la tua arma di seduzione più letale è esattamente quell’esperienza e quel vissuto che stai cercando di mascherare.

Smetti di rincorrere la giovinezza e inizia a incarnare l’autorità discreta della tua età avanzata, ma esperta.

Numero3717.

 

S A P E R E    D I    NO N    S A P E R E

 

Sapere ciò che non si sa  (di non sapere)

rappresenta una delle forme

più importanti di consapevolezza.

 

Adam Grant.

 

 

Pensare di sapere tutto chiude la mente,

invece, riconoscere ciò che non sai, la apre.

Quando credi di avere già tutte le risposte,

smetti di fare domande, smetti di crescere.

La vera consapevolezza nasce proprio da lì:

dal sapere di non sapere. Non è debolezza,

è lucidità, ti permette di restare curioso,

di ascoltare meglio, di rivedere le tue idee.

Chi riconosce i propri limiti, ha più spazio

per imparare. Chi li nega, resta fermo nelle

stesse convinzioni. È questa apertura che

rende una persona più flessibile e più

intelligente nel tempo. Non perché sa di

più, ma perché è disposta a rimettere in

discussione ciò che sa. E da lì nascono le

evoluzioni più profonde. Oggi chiediti cosa

potresti non aver ancora capito davvero.

Numero3709.

 

I L    T E M P O

 

Il tempo è lento, quando stai aspettando.

Il tempo è veloce, quando sei in ritardo.

Il tempo è mortale, quando sei triste.

Il tempo è breve, quando sei felice.

Il tempo è senza fine, quando stai soffrendo.

Il tempo è lungo, quando ti stai annoiando.

 

Di volta in volta, il tempo è determinato dai tuoi sentimenti e dalle tue condizioni psicologiche, non dagli orologi.

E allora, goditi il tempo migliore. Sempre.

 

@DailyRemainder1

 

N.d.R. :  Albert Einstein ha dimostrato, con la Teoria della Relatività, che il tempo è una “convenzione”, una “invenzione”, e anche una “convinzione”, umana.

Numero3660.

 

C O S A    P R E F E R I S C E    I L    C E R V E L L O.

 

Il cervello cerca sicurezza, non correttezza.

Ciò che conosci sembra più sicuro di ciò che funziona meglio.

L’abitudine viene scambiata per verità.

Il conosciuto riduce l’ansia immediata.

Il giusto richiede esposizione.

Il cervello resiste al cambiamento utile.

La familiarità non garantisce benessere.

 

 

@ilmegliodeilibri