Mille e più motti

Cosa ci insegna la vita... testamento spirituale di un libero pensatore

Numero2101.

 

UNA  POESIA  DI TRILUSSA DI CENTO ANNI FA.

 

NINNA NANNA DELLA GUERRA

Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello,
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.***

Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili                                      bombe
de li popoli civili.
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;

che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.                              Tiranno
Ché quer covo d’ assassini                      la banda
che c’insanguina la tera
sa benone che la guera
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.

Fa la ninna, cocco bello,
finché dura sto macello:
fa la ninna, ché domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.

E riuniti fra de loro,
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!

 

*** N.d.R.  A leggere questa prima strofa, vien da pensare ad una banale filastrocca per bambini. Ma, quando Trilussa pubblicò questa poesiola, scritta alla sua inconfondibile maniera, correva l’anno 1914 e già era scoppiata la Prima Grande Guerra Mondiale. E la sensibilità autentica di questo vate popolare aveva già intercettato e percepito, con profondità profetica, il dramma ancora più devastante che sarebbe accaduto neanche trent’anni dopo con la Seconda Grande Guerra, e con i suoi oscuri protagonisti. Senza parlare delle molteplici sfrangiature di conflittualità che sarebbero succedute, in seguito, nel dopoguerra. E, seppur camuffati da esigenze economiche, sempre per motivi ideologici: la razza o la religione.

Numero2100.

 

L’ A R T E   M O D E R N A

 

IL PARADIGMA CONTEMPORANEO DELL’ARTE.

 

Che cos’è l’arte oggi?
È il gusto per lo scandalo e la trasgressione, è il confronto solo con un pubblico di iniziati ed è il complesso di strategie tese a dimostrare che il valore dell’arte non risiede nell’opera in sé, ma in un gioco di discorsi sociali e mediatici.
Queste sono alcune delle categorie elementari che intervengono nella realizzazione di un’opera d’arte contemporanea. Però, penso che davvero determinante sia l’idea, il comunicare un pensiero, che può essere rivoluzionario, al di là del fatto che sia più o meno provocatorio o scandalistico. Conta l’originalità e il coraggio di un pensiero nuovo, il riconoscere la potenza dell’arte in un’idea e non tanto in un manufatto o in una capacità tecnica: è la caratteristica più convincente dell’arte contemporanea.
L’arte, nel tempo, ha avuto il compito di insegnare cosa pensare, cosa credere, cosa immaginare.
Quella di oggi, che a volte teorizza il caos oppure inventa linguaggi con lo scopo di confondere e simulare, è forse diversa?
No. L’arte, quando è tale davvero, e non solo un gioco o una provocazione, quando non è fine a se stessa, credo sinceramente offra grandi intuizioni, grandi idee capaci di interpretare la realtà.
E penso, anche, che siano le donne le migliori interpreti di questa realtà, per ragioni che derivano dalla storia dell’evoluzione femminile. Le donne hanno dovuto adattarsi ed affrontare tante situazioni insieme. Infatti si dice che sono multitasking (multidisciplinari), mentre l’uomo riesce a fare solo una cosa alla volta. Probabilmente, la necessità di dover affrontare, di saper leggere con duttilità realtà così diverse, fa loro mettere in campo una dose di coraggio e di audacia in più. E poi, sicuramente, le donne, adesso, sono meno legate ai vincoli dei poteri forti: se ne stanno affrancando e pertanto sono più libere. E, da sempre, detentrici di una qualità assolutamente eccezionale: quella che le fa arrivare alla verità della realtà per via diretta, cioè l’intuizione. Che è la scintilla del fuoco sacro dell’arte.

Numero2095.

 

GOVERNO  RISTORANTE

 

Ho capito perché il Governo vuol chiudere i Ristoranti in Italia.

Perché, per evitare la concorrenza, vuol essere il solo, esclusivo, elargitore di “ristori”.

Vuol essere l’unico “Governo Ristorante”, sotto la conduzione di un geloso “Ristoratore”, Giuseppe Conte……Mah!

 

N.d.R.  Quei geni di politici e “giornalanti” del politichese che abbiamo in Italia hanno voluto distinguerli da altre forme di elargizione. Si poteva usare uno di questi sinonimi: contributo o risarcimento o compensazione o reintegrazione o indennizzo o rifusione o rimborso. Hanno coniato, invece, non un neologismo ma un’espressione parallela, un corollario metaforico e chiamato “ristori” gli aiuti finanziari, a fondo perduto, a quelle attività produttive e a quei servizi che sono costretti a chiudere a causa del COVID-19. Che originalità, che trovata! Complimenti!

Giornalanti = Giornalisti ignoranti.

Numero2094.

 

Ho qualcosa da dire sulla PANDEMIA DA CORONAVIRUS.

 

Se ne sentono di tutti i colori e, purtroppo, ho la sensazione che siamo ancora molto impreparati e sprovveduti circa gli accorgimenti pratici da suggerire o imporre per il contrasto alla pandemia. Le tante analisi, diagnosi, prescrizioni precauzionali, presidi preventivi e terapeutici e via dicendo che sono stati adottati e che ci sforziamo tutti di applicare sono sicuramente adeguati allo scopo ma, credo, non sono sufficienti.
È una mia fissa, da sempre, quella che vado qui ad esporre. Io dico e chiedo di puntare l’attenzione, la più alta possibile, ai luoghi e ai veicoli chiusi che hanno i sistemi di riscaldamento, di raffrescamento e, comunque di ricambio d’aria a circolo continuo che prevedono la presenza di filtri. Ad esempio, i sistemi di condizionamento a pompa di calore o ad aria forzata con ventilazione e quant’altro. I sistemi di purificazione dell’aria sono molto delicati ed importanti e regolamentati da protocolli di manutenzione particolarmente rigidi. Ma, pur prestando la massima attenzione a questa specifica problematica, non sento che vi sia molto allarme o sollecitudine di vigilanza su questo argomento.
Dico questo perché i sistemi di filtraggio dell’aria, in caso di mancata o scarsa manutenzione e pulizia, possono diventare un vero e proprio pericolo costante e incombente: infatti, anziché dei presìdi di prevenzione e protezione, si trasformano in veri e propri diffusori di virus e batteri: untori diabolici in pianta stabile.
Succede che tutta l’aria di un ambiente chiuso, anziché essere ricambiata con aria nuova proveniente dall’esterno, viene riciclata circolando all’interno e passando attraverso i filtri dei condizionatori. In questi filtri passano e si depositano continuamente, per tutto il tempo di funzionamento, microorganismi presenti nell’ambiente emessi dalla respirazione di migliaia di persone, fra le quali, statisticamente, sono presenti un certo numero di portatori dei virus. Questi, respirando, o tossendo, emettono virus in quantità che vengono veicolati e trasportati dalle correnti convettive dell’aria e intercettati dai filtri. In questi, a lungo andare, si formano colonie formidabili di virus e batteri con notevole carica virale e batterica e da lì gli agenti infettanti vengono ridiffusi nell’ambiente addirittura rinforzati. In un supermercato, in un cinema o teatro, in una classe scolastica, in una casa di riposo, in un vagone del treno o del metrò, in un autobus o in un tram o, peggio ancora in un aereo( aria pressurizzata), si respira continuamente aria malsana, se i filtri degli impianti termici non vengono puliti, igienizzati, sanificati con il massimo scrupolo e, soprattutto, continuamente.
Volete un esempio banale? Fate un viaggio abbastanza lungo, di almeno un’ora o due, chiusi con altre persone nell’abitacolo di un’automobile. Se una di queste ha un semplice raffreddore, in un ambiente così ristretto anche gli altri passeggeri a bordo respireranno i virus emessi dal contaminato che diventa contaminante. Nessuno ci farà caso perché la contaminazione non è immediata. Lasciate che passino alcuni giorni di incubazione del virus, minimo due o tre, e vedrete che sentirete i primi sintomi, mal di gola e naso chiuso, ma non vi ricorderete quando siete venuti in contatto con il virus. Darete la colpa all’umidità, al balzo della temperatura e quant’altro. Questi sono fattori concause dell’installarsi del disturbo respiratorio, ma non la vera causa che è sempre virale. Anche i filtri della circolazione d’aria del veicolo si possono intasare dei virus presenti in dose massiccia all’interno dell’abitacolo e possono a loro volta ridiffondere i microorganismi che lì stazionano e permangono in colonie virali vive e feconde.
Avete mai sentito dire dagli organi di informazione che sono state date disposizioni stringenti e tassative in tal senso? Io no.
Perché continuiamo a dire di metterci le mascherine, che sono un rimedio, ( e anche un business ) e non ci diamo da fare per eliminare le cause della diffusione? È così che si fa la sanità in Italia. Ma non la salute.
Per questo, lancio qui un allarme a chi vuol rendersene conto e a chi vuole ascoltare: si prendano provvedimenti urgentemente, affinché questi strumenti di riscaldamento o raffreddamento, pur necessari, non diventino il più grave pericolo per la popolazione. Molto di più di altre restrizioni che limitano la libertà personale e danneggiano l’economia. Non nascondiamoci dietro una mascherina.

Riporto, qui di seguito, una notizia che ha fatto storia nella diagnostica sanitaria.

La legionella  è un genere di batteri gram-negativi aerobi. La legionella deve il nome all’epidemia acuta che nell’estate del 1976 colpì un gruppo di veterani della American Legion riuniti in un albergo di Philadelphia causando ben 34 morti su 221 contagiati (erano presenti oltre 4.000 veterani), con eziologia (studio delle cause) ignota a quel tempo; solo in seguito si scoprì che la malattia era stata causata da un batterio, denominato poi legionella, che fu isolato nel gennaio del 1977 nell’impianto di condizionamento dell’hotel dove i veterani avevano soggiornato.

Numero2090.

Un’altra curiosità storica nella Serenissima Repubblica de Venessia.

 

Le Impiraresse: Chi erano, chi sono

Impiraressa, letteralmente infilzaperle, deriva dal verbo veneziano impirar, infilzare, e indica una particolare professione – esclusivamente femminile – nella produzione di collane e monili di perle. Il lavoro della impiraressa consiste nell’infilare piccole perle di vetro, dette conterie. A Venezia il termine conterie indica le perle, ma anche specificatamente indica lo spazio di Murano dove si producevano questi manufatti. Le fasi di lavorazione di queste perle erano complesse e molteplici, generalmente eseguite da manodopera maschile, ma l’ultima fase, ovvero quella della filatura – più delicata e più adatta alla manualità femminile – erano di pertinenza esclusiva delle donne.

Il termine veneziano impiraressa esiste dunque nella sua sola accezione al femminile. Altra particolarità di questo lavoro è che si svolgeva a domicilio. Da una parte assicurando la fondamentale presenza della donna nell’ambito domestico, dall’altra esponendola a un massacrante carico di lavoro.

Alla fine dell’800, nell’isola di Murano, apre la più grande fabbrica di perle di vetro: la Società Veneziana per le Industrie delle Conterie. Questa grande realtà manifatturiera, nata dalla fusione di tante piccole ditte muranesi, produce enormi quantitativi di perle.

A Venezia, soprattutto nei sestieri di Castello e Cannaregio ma anche nell’isola della Giudecca le conterie, attraverso una estesa rete di mediatori e la disponibilità di manodopera a domicilio e a bassissimo costo trovano uno sviluppo eccezionale. Le impiraresse sono pagate a cottimo. È stato calcolato che con il loro impegno quotidiano di 8 ore, con il modesto guadagno, a malapena, riescono ad acquistare un chilo di pane. I mediatori ci speculano. È più corretto parlare però di mediatrici, perché la distribuzione delle perle alle lavoranti avviene nella totalità dei casi dalle mistre (nome veneziano per indicare le maestre), piccole imprenditrici che con le loro relazioni con i produttori riescono ad assicurare agli industriali un buon fatturato a un costo minimo. Le mistre ricevono le perle, le portano alle impiraresse, registrandone il peso e ritirano quindi i mazzi infilati che poi vengono riconsegnati per la distribuzione commerciale. Le mistre dispongono di propri laboratori o scuole, dove insegnano a bambine e ragazzine e dove spesso gestiscono anche piccole attività di casse peote, per l’erogazione, all’occasione, di piccoli prestiti o sovvenzioni.  Le mistre – esempio di semi-imprenditorialità femminile – fungono da padroncine, ovvero pagano direttamente le operaie per il lavoro fatto e sempre loro ne ricavano però un guadagno spesso superiore a quello della impiraressa stessa.

Per l’economia della città, il lavoro delle impiraresse ha avuto un ruolo decisamente rilevante. Agli inizi del ‘900 le donne che svolgevano questa attività erano più di 5000 e quindi voleva dire altrettante famiglie sostenute da queste donne che, lavorando in casa potevano anche continuare a badare alla famiglia ed ai figli. È difficile parlare di emancipazione, perché la loro libertà di lavoro mal si conciliava con altri diritti fondamentali. Le impiraresse aderiscono numerose a partire dalla fine dell’800 agli scioperi di categoria, ma sempre con scarsissimi risultati per non dire spesso ridicolizzate anche dalla stampa maschilista dell’epoca.

Caratteristica di questo lavoro è che si svolge durante la bella stagione, con le donne sedute in calle (la tipica strada veneziana); ognuna con i propri strumenti di lavoro a fare bozzolo (col significato di cerchio, pannello) e chiacchierare (o pettegolare, come insinuano alcuni maliziosi). È interessante la rappresentazione armoniosa del pittore John Singer Sargent (ora alla National Gallery di Dublino) del 1880, dove giovani donne sono dignitosamente impegnate con i loro strumenti di lavoro.

Gli strumenti di lavoro dell’impiraressa sono molto semplici: un vassoio in legno con il fondo leggermente curvo dove vengono messe le conterie, una palmetta, ovvero 40/80 aghi lunghi 18 cm tenuti in mano come un ventaglio e i fili lunghi circa 2 metri, generalmente di lino o cotone.

Come accade in molti lavori, anche il mestiere delle impiraresse si è ripartito in varie specializzazioni: ci sono le impiraresse da fin che sono  abilissime nell’infilatura delle perle più piccole che viene eseguita con più di 80 aghi sottilissimi e dalla cruna quasi invisibile; ci sono poi le impiraresse da fiori, esperte nella infilatura eseguita senza aghi, fatta direttamente su fili di ferro  che poi modellano e attorcigliano trasformandoli, quasi magicamente, in foglie e petali di varie forme, misure e colori;  infine vi sono le impiraresse addette alla produzione delle frange che hanno un ampio utilizzo negli anni Venti del ‘900: vengono infatti impegnate per arredare tende e lampadari nelle case ma anche moltissimi abiti nel classico stile charleston.

La fabbricazione delle frange in perle di vetro richiede due fasi diverse: la prima è quella della infilatura delle conterie che avviene con una specie di pettine fatto  di particolari aghi molto lunghi ma privi di cruna e con un uncino che serve ad agganciare i  fili di cotone dove verranno trasferite le conterie; la seconda fase è quella della tessitura: con dei telai manovrati a pedale vengono praticamente tessuti i vari fili di perle che risulteranno infine bloccati da una fettuccia di cotone così da formare la frangia  Questo tipo di lavorazione sta ormai scomparendo. A Venezia è rimasta solo la ditta Gioia che, nella volontà di conservare le tradizioni, ha recuperato dalla famosa ditta Costantini gli ultimi vecchi telai in legno che ancora oggi vengono utilizzati per la produzione delle frange di perle di vetro, articolo ormai di nicchia e pressoché introvabile altrove.

Intorno al lavoro delle impiraresse c’è un mondo di termini dialettali creatisi via via negli anni e che essendosi tramandati solo attraverso il linguaggio popolare, spesso sono pronunciati in modi leggermente diversi anche da sestiere a sestiere di Venezia.
Si riporta qui di seguito un piccolo glossario.

  1. .AGÀDA: il ventaglio di aghi riempito di conterie.
  2. .BURATTINI: le perle di tanti colori diversi (spesso si facevano mescolando le poche conterie che inevitabilmente restavano sulla sessola alla fine di ogni lavoro).
  3. .CREMETTE: tipo di perle dal taglio obliquo, vengono chiamate così per la somiglianza, nella forma simile ad una losanga, che ricorda un tipico dolce veneziano chiamato appunto crema.
  4. .GIARDINETTO: praticamente un mazzo variopinto ovvero composto da più marini di vari colori.
  5. .MARIN: insieme di fili di perle corrispondente a due agàde.
  6. .MAZZO: l’unione di più marini (generalmente 240 fili).
  7. .PALMETTA: il ventaglio di aghi tenuto in mano dalla impiraressa.
  8. .ORBE: le perline con il foro tappato.
  9. .SÉSSOLA: una piccola pala di legno con fondo leggermente curvo, usato per contenere le perline di vetro da infilare. È curioso sottolineare che in una città d’acqua come Venezia questo attrezzo è spesso più usato per secar la barca, togliere l’acqua dal fondo della barca.
  10. .SPÒLVARO: la sabbia che poteva restare sul fondo della sessola (la sabbia veniva usata in alcune fasi della lavorazione delle conterie: poteva restarne nei fori delle perle se queste non venivano setacciate bene).
  11. .TAMÌSO: setaccio usato sia per pulire le perle (da sabbia e crusca ) sia per dividerle per misura.

Numero2089.

 

COME  SI  ESPRIME  LA  POLITICA

 

La politica di oggi,

con la diffusa impreparazione

dei suoi squallidi protagonisti,

non sa far altro che identificare

l’aspetto più meschino dei problemi

e banalizzarlo e ridurlo

ad un cliché, ad un totem,

ad uno slogan di poche sciocchezze.

Numero2088.

 

UN  TIMORE  È  UN  DESIDERIO

 

Ho ascoltato, di sfuggita, questa frase apparentemente contraddittoria. Mi ha indotto ad una intima riflessione.

Desiderio e paura: due facce della stessa medaglia

Che relazione c’è tra desiderio e paura e come possono entrambi rafforzare la purezza della volontà se veicolati con la giusta energia e auto-osservazione.

 

Entrambe le condizioni – sia quella di uno stato legato alla paura o mosso dal desiderio – sono estremamente vicine l’una all’altra. In quanto esseri umani siamo soggetti a variazioni del sentire che possono prendere determinate forme e avere un influsso predominante sulle azioni.

Se però si osserva, ci si ascolta, senza giudizio, con il puro scopo di conoscersi bene e sempre meglio, ecco che sentire certe spinte può rivelarsi un primo, prezioso passo per veicolarle nella direzione utile alla nostra condizione attuale dal punto di vista materiale e spirituale insieme.

Entrare in contatto con l’intuizione profonda, che sa comunicarci immediatamente cosa è bene per noi, presuppone darsi la possibilità di sentire.

Se si avverte invece paura ma, per un condizionamento interno misto a uno sociale, la si ostacola o la si nega, non ci si orienta su uno stato di evoluzione, non si vive in pieno il ruolo di protagonisti nella propria esistenza.

 

La dialettica tra paura e desiderio

È una vera e propria tensione quella che gioca dentro di noi e che può travolgerci o muoverci in senso utile. È una tensione necessaria e squisitamente umana.

Alle basi di questa tensione ci sono due tipi di impulsi: l’impulso repulsivo e l’impulso attrattivo, che partono sempre da un movimento emozionale (non mi piace/mi piace).

Se non si sta nel radicamento e nel presente, questi impulsi diventano imperanti e noi diventiamo l’arena dove si gioca un dualismo spietato e controproducente, in grado di attingere alla nostra energia vitale, alla nostra capacità di operare delle scelte in accordo con il cuore.

 

La coppia, tra desiderio e paura

Basta prendere il caso tipico del rapporto di coppia vissuto in senso ordinario, senza un reale intento di sacra condivisione: se voglio e desidero quella persona, temo anche di perderla o di assistere al suo allontanamento o che qualcuno subentri e guasti il rapporto. Questo gioco si traduce immediatamente in stati ansiosi anche di alta intensità.

Se mi distacco un attimo da tale dualismo comprendo che, di fatto, io possiedo nessuno, considerando anche e prima di tutto quanto prioritaria dovrebbe essere la gestione di se stessi. Se questo diventa il mio obiettivo, sarò impegnato in un procedimento che coinvolgerà l’altro non come vittima oppure oggetto, ma come partecipe di un processo che aggiunge luce e leggerezza.

Di fatto, si può amare senza sviluppare timore? La meccanica sembra appartenerci in quanto esseri umani, ma nostra è anche l’abilità di trasformare. Noi siamo partecipi del nostro microcosmo e possiamo adattarci al cambiamento, imparare a gestire le emozioni.

 

Desiderio e paura: la gestione delle emozioni

Possiamo pensare al desiderio come a un intento, come un obiettivo su cui tenere la mira, considerando la tensione che esso produce e gli ostacoli che potremmo via via incontrare.

Possiamo cavalcare l’esistenza senza essere trascinati da forze che ci ostiniamo a non voler guardare oggettivamente.

Occorre osservare gli impulsi fisici che la paura e il desiderio scatenano, imparare a riconoscerli.
Possiamo diventare intimi della nostra stessa sfera emotiva, prima di invadere, penetrare, criticare senza rispetto quella dell’altro.

Chi non è capace di gestire se stesso e, pertanto, non è soddisfatto del rapporto che ha con se stesso, come rimozione e compensazione in questo stato di difficoltà, per non svilire la propria personalità, tenderà a sopraffare l’altro.