B E A T I T U D I N I
Beati coloro che,
pur non avendo visto,
crederanno.
Giovanni 20,29
Cosa ci insegna la vita… testamento spirituale di un libero pensatore
B E A T I T U D I N I
Beati coloro che,
pur non avendo visto,
crederanno.
Giovanni 20,29
da QUORA
RISOLVERE I PROBLEMI
Entri nel letto e ti prepari per una bella dormita.
Senti che devi fare la pipì.
Fa freddo fuori, così decidi di tenerla.
“Starò comunque dormendo profondamente tra pochi minuti”, menti a te stesso.
Ti giri e ti rigiri per 2 ore, finalmente ti infili le ciabatte, sfrecci in bagno.
Hai sprecato 2 ore a ingannare la tua mente, 2 ore che avresti potuto usare per un buon riposo.
Quando qualcosa nella tua vita ti infastidisce, che sia la sabbia nelle scarpe, compiti estenuanti e lunghissimi, un bullo a scuola, molestie sessuali in ufficio, devi affrontarla e risolverla il prima possibile.
I problemi non si risolvono da soli, se vuoi avere una vita migliore, devi tu risolvere i tuoi problemi non appena nascono, una volta per tutte.
COSA HAI IMPARATO TROPPO TARDI?
… E ANCORA
Non posso far dipendere me stessa dagli altri.
Per tutta l’infanzia e l’adolescenza (ma, a dirla tutta, anche oltre) mi sono sempre stupita degli atteggiamenti vili e maligni di alcune persone, perché a me era stato insegnato che bisogna trattare bene gli altri, non bisogna essere invidiosi e irrispettosi, e questa filosofia l’ho sempre seguita e fatta mia.
Così, quando ad esempio vedevo alcune compagne di classe fare le bulle, insultare altri compagni o i professori, o emarginare chi per esempio prendeva bei voti, o gioire se una ragazza veniva lasciata dal proprio ragazzo, mi sedevo pensosa a guardare fuori dalla finestra chiedendomi per quali ragioni agissero, quale fosse l’emozione che le spingeva verso quel comportamento.
Negli anni, crescendo, mi sono data una risposta razionale a tutto questo, e cioè la rabbia repressa, l’invidia, il desiderio di rivalsa, l’insicurezza e in generale anche una cattiva educazione, in poche parole i veleni mentali.
Ma se dovessi dire che le capisco appieno e riesco a immedesimarmi nei loro modi di fare, non sarebbe vero. Penso che non agirei in maniera maligna e calcolata nemmeno per difendermi perché per me sono importanti i sentimenti e l’energia positivi.
Ho dovuto, tuttavia, imparare a difendermi da queste persone, e quindi a (ri)conoscerle, perché se le conosci le eviti, e se le eviti non ti distruggono.
Perciò è inutile mettere la testa sotto la sabbia e credere che al mondo agiamo tutti per gli stessi motivi, seguendo gli stessi impulsi, e lamentarsi se qualcuno non si comporta come noi vorremmo, ma invece è importante rendersi conto della realtà e sviluppare la propria intelligenza emotiva.
da QUORA
TU E IL TUO CERVELLO
C’è un motivo se non riesci a portare a termine la tua dieta.
C’è un motivo se non riesci a capire la matematica.
C’è un motivo se non riesci a smettere di procrastinare.
C’è un motivo se non riesci a smettere di fumare o bere.
C’è un motivo se non riesci a fare ciò che credi debba essere fatto.
C’è un motivo se la persona che sei oggi e la persona che vorresti essere sono distanti anni luce.
Non è per mancanza di forza di volontà (anche se all’inizio potrebbe esserlo).
E non è neanche perché sei pigro o inadeguato.
Vuoi sapere il vero motivo?
È perché non hai il giusto circuito cerebrale, letteralmente.
Il tuo cervello è il più avanzato supercomputer sul pianeta e l’universo conosciuto.
Infatti è stato preso come modello per il primo prototipo di computer.
Il tuo cervello è composto da 100 miliardi di neuroni tutti interconnessi in una rete, con l’abilità di mandare un segnale dal primo all’ultimo anello della catena in meno di un secondo.
Il tuo cervello è inoltre connesso al tuo sistema nervoso, che è lungo 144 mila chilometri, tutto arrotolato in una piccola scatola, che sei tu.
Il tuo cervello è molto adattabile al cambiamento, è una cosa chiamata Plasticità cerebrale.
È quella che ti fa riprendere da incidenti traumatici, che ti fa memorizzare informazioni nuove, sviluppare metodi e modi alternativi per fare le cose.
La Plasticità cerebrale si verifica ogni volta che entri in contatto con qualcosa di nuovo. Il tuo cervello reagisce allo stimolo e si riconfigura per adattarsi. La maggior parte delle volte ciò succede dietro le quinte, senza nemmeno che tu te ne accorga.
Un esempio in cui potrai sicuramente immedesimarti: appena presa la patente guidare era una cosa nuova per te, ma adesso? é diventata una cosa automatica come se ci fosse un autopilota. Perché? Perchè il tuo cervello si è adattato. Prima guidare era complesso, adesso è incredibilmente facile. Infatti è più probabile che tu faccia un incidente 20 anni dopo aver preso la patente che il primo giorno in cui hai guidato, perché adesso guidi in modo automatico e di conseguenza sei meno concentrato.
Ecco un altro esempio, ho un amico che è dislessico. Naturalmente è diventato riluttante a tutto ciò che riguardava le parole, quindi si è immerso nel mondo dei numeri. Molti anni dopo è stato ammesso al MIT grazie alle sue abilità matematiche. Perché? Perché ha riprogrammato il suo cervello a funzionare così. Ed è ancora scarso per quando riguarda le parole e le frasi.
Perché ho raccontato questo aneddoto?
Solo per farti capire come puoi modellarti in ciò che vuoi essere, perché il tuo cervello è designato per imparare e crescere.
Sembra tutto fantastico, ma allora dov’è la fregatura?
Conservazione di energia. Il tuo cervello è il più grande consumatore di energia e calorie del tuo corpo, le usa per mantenersi e riciclare i neuroni.
Creare un nuovo “Sentiero cerebrale” è molto difficile e dispendioso: il tuo cervello cercherà quindi di saldarsi ai vecchi sentieri per essere più efficiente, ecco perché nascono le abitudini.
Il tuo cervello non vuole cambiare di sua spontanea volontà, ma anzi cercherà di resistere in tutti i modi.
Infatti proteggerà questi sentieri abituali con una membrana chiamata Guaina mielinica che li renderà molto più facilmente e velocemente accessibili . Immagina di prendere un Hamburger ancora avvolto nella sua carta e di metterlo nel forno a microonde. cosa succederebbe? L’involucro sciogliendosi si salderebbe al panino. Questo è esattamente quello che succede quando usi un “Sentiero cerebrale” per troppo tempo e si salda nella guaina mielinica.
Il processo di “mielinizzazione” è molto attivo nell’adolescenza perché prepara il cervello alla fase adulta, successivamente inizia ad indebolirsi lentamente.
Questo è il motivo per cui le abitudini maturate nei primi anni rimangono così saldamente ancorate, nel bene o nel male.
Questo è anche il motivo per cui imparare nuove abilità e immagazzinare nuove informazioni è così difficile e mentalmente estenuante. E ci si accorge di come è nettamente più facile apprendere in età infantile piuttosto che in quella adulta.
Questo è il motivo per cui ti sembra di non riuscire a smettere con le abitudini controproducenti.
Questo è il motivo per cui molte persone riflettono il passato nel futuro e di conseguenza vivono una vita ripetitiva e monotona.
Come costruiamo nuovi “Sentieri cerebrali”? Con la “Pratica intenzionale”.
Che è quel processo di selezione di un campo in cui vi è un potenziale miglioramento, dedicando ad esso il 100% della tua concentrazione.
La concentrazione è ciò che stimola il cervello a creare nuovi “Sentieri cerebrali” e ne velocizza l’imballaggio nella guaina mielinica.
Concentrandoti su una specifica azione e ripetendola svariate volte dici al cervello che hai bisogno che reagisca in un determinato modo ad alcune situazioni.
Il cervello quindi si adatterà a detta situazione e ne renderà via via più facile la riuscita ad ogni tentativo.
Questo è praticamente l’opposto di come la maggior parte delle persone esegue le proprie attività: distrattamente e con la testa altrove.
Se vuoi migliorare la tua concentrazione, siediti e concentrati il più a lungo possibile su un singolo oggetto o procedimento.
Se vuoi migliorare le tue capacità al pianoforte, ti concentri intenzionalmente mentre suoni, senza distrazioni.
Una volta finito di suonare scrivi i punti deboli ed i punti forti della tua performance in modo da poter apporre le modifiche necessarie la prossima volta che suoni.
Col passare del tempo i punti deboli si aggiustano e diventi sempre più bravo.
Un piccolo avvertimento però: la “Pratica intenzionale” non è facile o divertente. Se la stai facendo nel modo giusto, dovresti sentirti come se avessi un grosso masso appoggiato sulla testa.
Stai letteralmente cambiando la struttura fisica del tuo cervello, ogni volta che ti dedichi alla “Pratica intenzionale”.
Come puoi iniziare? Prendi un’attività come quella di imparare nuove abilità (programmare, suonare, socializzare) e dedicale il 100% della tua concentrazione. Ti sembrerà strano, fastidioso e persino doloroso, ma ne vale la pena.
Te ne accorgerai quando noterai differenze nella vita quotidiana, vedrai che le cose di tutti i giorni diventano man mano più facili, fino al punto in cui entrerai nella modalità “pilota automatico”; il che per alcune cose va bene, ma per altre è estremamente dannoso.
Quando avrai raggiunto un certo livello, dovrai alzare l’asticella e continuare a spingere verso il prossimo livello se vuoi continuare ad avere una performance sopra la media.
La dipendenza funziona in modo molto simile: col tempo il cervello riceve tante Incentivazioni positive e di conseguenza viene creato un Sentiero cerebrale perché la routine è stata ripetuta molte volte.
Questo è il motivo per cui i tossico dipendenti attraversano una fase di crisi d’astinenza: è l’ultimo tentativo disperato del cervello di non dover essere costretto a creare nuovi sentieri cerebrali.
Ma c’è una buona notizia, la Plasticità cerebrale è variabile, la struttura fisica e mentale del tuo cervello può cambiare se le viene fornita abbastanza spazio e pratica.
Ci vuole tempo, ci vuole tempo per il tuo cervello e fisico ad adattarsi alla tua nuova normalità.
E anche questo non è facile: se lo fosse staremmo tutti vivendo al meglio le nostre vite, ma come puoi vedere non è così.
Nessuno suona Bach al primo tentativo, nessuno smette con le droghe di cui si ha abusato per anni al primo tentativo. Ma diventa sempre più facile, a piccoli passi, durante l’arco della giornata, del mese, dell’anno e della vita intera.
Dopo 10 anni in cui ti impegni ad uno stile di vita che involve la pratica volontaria sarai del tutto sorpreso di come è diventata la tua vita.
E fidati di me: non vorrai mai più tornare alle tue vecchie abitudini.
“Sei in perenne cambiamento, sta a te decidere se farlo in positivo o in negativo.”
da QUORA
Quali sono alcune regole non dette che tutti dovrebbero conoscere?
L’autoerotismo è una esperienza valida che una persona deve poter vivere senza vergogna.
L’amore della gioventù non è per sempre, ma se sai trasformarlo, una relazione durerà per sempre.
La famiglia si basa sull’amore, non sul sangue.
Se ci si impegna, ci si organizza, si studia, si lavora, si creano contatti, molto di più è possibile (non tutto, ma molto, molto di più).
La scuola non forma lavoratori, ma cittadini.
Il lavoro non è un dovere, ma un diritto.
Alla fine della propria vita ciò che conta non è il denaro, ma il tempo speso con i propri cari.
Se vi licenziate lasciate sempre un luogo di lavoro ringraziando (meglio lasciare il mare calmo).
Guardate le persone negli occhi.
Stare zitti e chiedere scusa sono due qualità, non segni di debolezza.
Prima di lavorare leggete il vostro contratto di lavoro ed i vostri diritti.
Le cose si comprano quando si hanno i soldi.
Esistono acquisti alternativi alla casa in mattoni.
I figli non devono vedervi o sentirvi discutere.
I bambini hanno accesso a tutto, grazie ai cellulari. Vedono ogni cosa “proibita”, morte sesso e violenza. Meglio saperlo.
…. e ancora,
Il rispetto per il prossimo.
La gentilezza verso tutti gli animali.
Fare atti gentili.
Non perdere mai la curiosità` mentale.
Tenersi in forma mentre si va avanti.
Non essere mai gelosi, sapere dire di no quando la cosa è nociva per noi stessi.
Apprezzare la natura.
Leggere e capire la nostra storia.
da QUORA Raffaella Cattaneo
*
*
*
*
Dopo aver letto il Metodo Danese per crescere bambini felici e aver cercato di applicarlo nell’educazione del mio bimbo con risultati abbastanza buoni ….
… quando è uscito il Nuovo Metodo Danese ho voluto leggerlo subito anche se parla di bambini in età scolastica e adolescenziale ed il mio bimbo va ancora alla scuola materna.
Capita anche a te che il tuo bimbo sia oppositivo in tutto e spesso arrabbiato?
Quando si sente così ho provato a dialogare con lui e a seguire uno dei consigli letti nel Metodo Danese: abbracciarlo almeno 8 volte al giorno.
Ma quando mi spieghi come funziona il metodo?
Eccomi! Ora te lo spiego!
Vado ora a riassumerli punto per punto.
La prima cosa che ti viene in mente di dirgli è: “Scendi! Stai attento!”, giusto?
Anche a me, è una reazione normale.
Un bambino che si arrampica su un albero sa di essere in grado di farlo. Il suo istinto non lo spinge a fare cose pericolose per lui.
Dire al tuo bimbo “stai attento” significa dubitare delle sue capacità, non avere fiducia in lui.
Molti studi psicologici indicano infatti che i giochi pericolosi, entro i limiti del buon senso naturalmente e spiegando bene loro quali sono i pericoli e come affrontarli, aiutano i bambini a sviluppare la capacità di affrontare le situazioni pericolose.
Ebbene si!
Hai capito bene: usare un coltello o arrampicarsi permette loro di capire cosa è rischioso e cosa no.
Oltre a scrivere e fare di conto, ai bambini viene anche insegnato a riconoscere le emozioni in loro stessi e negli altri.
Come?
Anche in famiglia naturalmente il dialogo è fondamentale.
Come faccio?
Usa con lui espressioni come “ti ho ascoltato e capisco quello che provi”
Devo sempre dargli ragione?
No, naturalmente. Se il tuo bimbo sbaglia devi dirglielo.
Spiegagli perché sbaglia invece di sgridarlo ed urlare.
Il tuo bimbo capirà meglio e seguirà le tue indicazioni.
Non solo, la prossima volta verrà da te per confrontarsi.
Ma il mio bimbo è piccolo!
Non fa nulla, coinvolgilo comunque in quello che ti succede, sii sempre sincera con lui e lui lo sarà con te.
AUTENTICITÀ
Abbiamo già detto mamma che essere sinceri con i nostri bimbi è molto importante.
Davvero? Mi imbarazza!
Anche io mi sento imbarazzata quando devo parlare di questi argomenti.
Se i nostri bimbi però ci fanno delle domande su sesso o morte, non serve a nulla raccontare loro storielle di cicogne o di lunghi viaggi.
I bambini sono molto più svegli di quanto crediamo.
Se ci fanno delle domande abbiamo il dovere di soddisfare la loro curiosità.
Dobbiamo rispondere con un linguaggio semplice e comprensibile ma in modo sincero.
Se ti senti ancora imbarazzata all’idea di parlare di sesso con i tuoi figli, pensa questo:
Pensa se le prime informazioni sul sesso arrivassero ai tuoi bimbi da amici altrettanto disinformati o peggio ancora dai social network??
È meglio che i tuoi bimbi possano elaborare le informazioni ricevute dall’esterno attraverso la conoscenza trasmessa loro da te, non credi?
E ricorda sempre: se parli con i tuoi bimbi in modo aperto e sincero loro continueranno a parlare con te!
È inutile nascondere la verità ai nostri bimbi.
Evitiamogli cocenti delusioni quando cresceranno.
La delusione non solo di scoprire che esiste la morte.
Ma anche la delusione di scoprire che fino ad allora i genitori hanno nascosto loro un aspetto fondamentale della vita.
Questo consiglio è fondamentale, mamma:
Lo so, anche a me viene da dire “Bravo!” al mio bimbo anche se ha fatto un disegno un po’ pasticciato.
Se sappiamo però che il nostro bimbo può fare di meglio, invece di dirgli “Bravo!”, dovremmo dirgli “Bel disegno, ma so che puoi farne uno ancora più bello.”
Questo non li stimolerà quindi ad impegnarsi a migliorare.
Insomma mamma, sproniamo i nostri bimbi ad impegnarsi lodandoli e facciamo presente loro quando non hanno fatto un buon lavoro ma impegnandosi potranno sicuramente migliorarlo!
Il bullismo nasce dalla sensazione di non sentirsi parte di un gruppo.
Candele, giochi di società, empatia e condivisione sono alcuni degli elementi che compongono la Hygge,
Le scuole danesi infatti danno pochissimi o nessun compito a casa ai loro studenti.
Davvero??
Certo!
Secondo i danesi i bambini devono avere tempo per giocare e stare con la propria famiglia una volta usciti da scuola!
Mamme, io trovo che come è impostata la scuola danese sia splendido.
E soprattutto….
Sono sicura che sarà illuminante anche per te, così come lo è stato per me!!
R I S O S A R D O N I C O
da QUORA
Una orribile usanza culturale praticata in Sardegna e di origine fenicia e punica, consisteva nel gettare vive da un’altissima rupe tutte le persone che avessero raggiunto i settant’anni di età. Le ragioni di questo oscuro rituale si dividono in due teorie: la prima vuole che tutto ciò fosse fatto in onore del Dio Kronos (Dio del Tempo), la seconda invece sostiene che la funzione di tutto ciò stava nel fatto di sbarazzarsi di tali soggetti poiché diventavano un mero peso per la società.
I parenti della vittima predestinata, comunque sia, non rimanevano insensibili alle sofferenze patite dal loro anziano familiare e gli facevano dunque masticare un’erba anestetica che però paralizzava il suo viso, formandogli un oscuro ghigno in volto (da cui poi sono state riprese le maschere dei Mamuthones) e che nel folklore sardo è detto ‘Riso Sardonico’.
MAMUTHONES
Mamuthones sono, assieme agli Issohadores, maschere tipiche del carnevale di Mamoiada in Sardegna.
La parola Mamuthones è stata anche ricondotta al greco “Maimon” che significa “colui che smania, che vuole essere posseduto dal dio” (nella lingua sarda odierna il termine significa pazzo o “buono a nulla”).
RISO SARDONICO
da WIKIPEDIA Enciclopedia libera
Il riso sardonico (in latino Risus sardonicus) è un caratteristico spasmo prolungato dei muscoli facciali che sembra produrre un sorriso. Durante questa condizione le sopraccigilia sono alzate e il cosiddetto “sorriso” è aperto e dall’aspetto “malevolo”.
Viene tipicamente osservato nei soggetti colpiti dal tetano, ma può essere causato anche da avvelenamento con Stricnina.
L’aggettivo greco sardánios appare per la prima volta nell’Odissea di Omero, dove viene utilizzato per indicare il riso amaro di Ulisse, dopo che questi aveva schivato una zampa di bue lanciatagli da Ctesippo. Più tardi viene usato da Simonide di Ceo per descrivere il riso di dolore provocato ai Sardi, che tentavano di approdare sull’isola di Creta, dall’abbraccio rovente di Talos, l’automa creato da Efesto. Per Zenobio, che cita sempre Simonide di Ceo, Talos avrebbe dimorato in precedenza in Sardegna dove avrebbe ucciso molti uomini provocando loro una morte così dolorosa da far loro digrignare i denti per la sofferenza.
Secondo un’altra tradizione narrata da Demone e Timeo, gli antichi Sardi nell’età nuragica offrivano in sacrificio a Crono gli anziani settantenni i quali, prima di venire gettati da un dirupo, ridevano. Altre fonti suggeriscono che ai prescelti per il sacrificio veniva somministrata la cosiddetta erba sardonica (σαρδόνιον), corrispondente alla Oenanthe crociata, una pianta neurotossica che provocava il sorriso sardonico. Nel 2009 gli scienziati dell’Università del Piemonte Orientale e dell’Università di Napoli Federico II hanno identificato l’erba sardonica, la pianta storicamente responsabile del ghigno sardonico, con il finocchio d’acqua.
G I O R D A N O B R U N O
Non tormentatemi, stolti!
Un’impresa tanto ardua
non è per voi, ma per i colti.
Con queste parole si apre
il DE UMBRIS IDEARUM
(Le Ombre delle Idee),
uno dei trattati più complessi
e intriganti della storia
sull’arte della memoria.
Di Giordano Bruno,
(Nola, Gennaio 1548 – Roma, 17 Febbraio 1600)
filosofo e frate Domenicano
fatto bruciare sul rogo da Clemente VIII,
in Campo de’ Fiori a Roma. per essersi rifiutato
di abiurare le proprie idee davanti al
Sant’Uffizio (Tribunale dell’Inquisizione).
Se tu ti occupi di qualcuno,
con il vuoto nel cuore,
gli trasmetti quel vuoto.
Se tu, invece, quel vuoto
cerchi di riempirlo,
e non importa se ci riesci o no,
basta che cerchi di riempirlo,
allora gli trasmetterai
quello sforzo e quello sforzo,
semplicemente, è la vita.
dal film IL COLIBRI di Francesca Archibugi dall’omonimo romanzo di Sandro Veronesi.
È meglio essere ottimisti
e avere torto,
che essere pessimisti
e avere ragione.
Albert Einstein
U N C A S O C H E S I S T A R I A P R E N D O 12 Aprile 2023
da I L M O N D O Rivista Italiana Illustrata di Politica, Economia, Cultura, Società.
Il problema del tempo è che erode ogni cosa: non c’è roccia, costruzione, elemento, essere umano o storia che possa resistere a quel tipo di eterno logorio. Il tempo scorre su tutto come acqua e non c’è modo di fermarlo: cancella i confini, appanna la realtà, smorza i sentimenti, la paura, il dolore, persino l’amore. Il tempo è come un velo bianco che alziamo su un viso senza vita per celare la realtà ed è il primo, vero, nemico della verità.
Sono passati 39 anni dal giorno della scomparsa di Emanuela Orlandi. Suo padre, Ercole, è morto nel 2004: «sono stato tradito da chi ho servito» sono state le sue ultime parole; anche Papa Wojtyla è morto, l’anno seguente. Sono scomparsi il boss mafioso Enrico De Pedis e Giulio Gangi, l’ex agente del Sisde che per primo si occupò delle indagini. Per ogni bocca che si chiude per sempre, una manciata di terra viene gettata sulla tomba vuota di Emanuela, che oggi avrebbe circa 54 anni. Emanuela, che il 22 giugno del 1983, in una giornata caldissima, uscì di casa diretta alla scuola di musica e scomparve per sempre. La giovane Orlandi era forse un’adolescente comune ma non una ragazzina qualunque: cittadina vaticana, figlia del commesso della Prefettura della casa pontificia Ercole Orlandi, aveva 15 anni e suonava il flauto. Quel pomeriggio entrò in ritardo alla sua lezione: era stata fermata da un uomo con una Bmw verde che le aveva offerto un lavoro come rappresentante Avon. Era un tragitto che faceva tutte le settimane, quello da casa sua alla scuola dove studiava musica, andata e ritorno; ma al ritorno quella sera non prese l’autobus con le sue amiche: telefonò a sua sorella per spiegarle il curioso incontro appena avuto e poi scomparve nel nulla, senza lasciare traccia.
Le amiche di Emanuela, che prendevano l’autobus con lei ogni giorno, sono un’entità quasi eterea in questa storia: nessuna di loro aveva visto o sentito niente, nessuna sapeva nulla. Chiunque ricordi la propria adolescenza o abbia semplicemente a che fare con un adolescente durante le sue giornate sa quanto questo appaia curioso: i ragazzi non si fidano di genitori o fratelli a 15 anni; non è in casa che si raccontano i misteri più profondi della propria giovinezza, non è alla famiglia che si svelano gli arcani più insondabili della propria mente non ancora perfettamente comprensibile. C’è sempre una persona speciale: qualcuno a cui non si ha vergogna di raccontare ciò che non si oserebbe dire a nessun altro. Eppure nelle indagini sulla scomparsa di Emanuela quest’amica “del cuore” è rimasta nell’ombra, come se non esistesse, fino a pochissimo tempo fa quando, ancora spaventata e scegliendo la via dell’anonimato, confessò che Emanuela le aveva telefonato poco prima della scomparsa, dicendole che durante uno dei suoi giri nei giardini vaticani una persona molto vicina al Papa l’aveva infastidita. E non erano attenzioni innocenti quelle che le aveva rivolto. Erano attenzioni perverse. Sessuali. Oggi le chiameremmo abusi.
Quando sul Vaticano scese la notte in quella torrida giornata dell’83, i genitori di Emanuela Orlandi, nel panico, si rivolsero alle forze dell’ordine. Ma era troppo presto per sporgere denuncia, insomma, dissero, la ragazza “non era nemmeno così bella” da poter far pensare a un rapimento; si era sicuramente allontanata “volontariamente“. Non c’era di che preoccuparsi, sarebbe tornata da sola, così come da sola era sparita. Nei giorni successivi arrivarono agli Orlandi due telefonate: due giovani uomini raccontarono di aver visto una ragazza che corrispondeva alla descrizione di Emanuela a Campo dei Fiori. Si faceva chiamare Barbara e vendeva cosmetici. Le indagini erano bloccate e la polizia non sembrava ancora persuasa a perseguire alcuna pista seria: per tutti quanti tranne per i suoi genitori, Emanuela si era allontanata per sua volontà, probabilmente per un moto di ribellione adolescenziale. Domenica 3 luglio 1983 Papa Giovanni Paolo II durante l’Angelus pronunciò per la prima volta il nome della ragazza e rivolse un appello, un appello ai “responsabili della scomparsa di Emanuela Orlandi“. Fu così che venne ufficializzata l’ipotesi di un sequestro, e venne fatto dal Vaticano. Le parole del Papa aprirono la porta sul corridoio oscuro che sarebbero state le indagini da quel momento in avanti, un buio perpetuo di negazioni, omissioni e incertezze che ancora oggi condiziona la famiglia di Emanuela.
Nel corso del tempo, vennero seguiti tre filoni d’indagine. La pista del terrorismo internazionale; quella della mafia e del Banco Ambrosiano; e infine quella legata al caso Vatileaks.
Dopo le parole di Papa Giovanni Paolo II, che per primo parlò di sequestro, alla sala stampa vaticana giunse una telefonata da parte di un uomo con un forte accento anglosassone che fu subito rinominato “l’Americano“; quest’uomo richiese l’attivazione di una linea diretta con il Vaticano e dichiarò che Emanuela era stata rapita dai Lupi Grigi e che sarebbe stata rilasciata solo in cambio della liberazione di Mehmet Ali Ağca, l’attentatore di Papa Wojtyla. Aveva senso: i “Lupi Grigi” erano un movimento turco ultranazionalista, responsabile di molti attacchi terroristici. Il 13 maggio 1981 Ağca aveva sparato contro il Papa in Piazza San Pietro, colpendolo all’addome. Nel caos che era seguito all’attentato, il terrorista era quasi riuscito a scomparire in mezzo alla gente: era stata una suora a bloccarlo e a permettere alla polizia italiana di arrestarlo. L’Americano fissò un ultimatum: Ağca doveva essere liberato entro il 20 luglio altrimenti Emanuela sarebbe morta. La famiglia chiese delle prove, che arrivarono, sempre a mezzo stampa, tramite pacchetti che i terroristi fecero trovare in giro per la città: venne rinvenuta una fotocopia della tessera di musica di Emanuela, il pagamento di una retta, e un messaggio da parte della ragazza che recitava “con tanto affetto la vostra Emanuela“. Il contenuto di questo pacco provava che i rapinatori avevano accesso agli effetti personali della ragazza, non che la stessa fosse ancora viva. Un’altra prova fu una cassetta audio: da una parte c’era il messaggio dei rapinatori che chiedevano lo scambio, dall’altra un terrificante messaggio di Emanuela, in cui si sentiva una ragazza gemere e lamentarsi. Controlli successivi dimostrarono che quel nastro era stato preso da un film porno, non era la voce della giovane scomparsa. Il giorno della scadenza dell’ultimatum arrivò e se ne andò: si portò via l’ultimo comunicato dell’Americano, che disse “ancora poche ore e uccideremo Emanuela“. Poi, il silenzio. Eppure, Ağca cominciò a parlare con le autorità italiane ed emerse qualcosa di strano: il terrorista confessò che non voleva uccidere il Papa su ordine dei Lupi Grigi ma perché era in contatto con i bulgari. Il KGB, i servizi segreti dell’Unione Sovietica. Un Papa polacco era visto come una sfida al blocco orientale in Polonia e, di conseguenza, a Mosca. La polizia pensò che ora che Ağca aveva cominciato a rivelare chi c’era dietro all’operazione, l’Unione Sovietica volesse liberarlo per farlo tacere per sempre. Ma dell’Americano nessuno seppe più nulla.
Ci sono diverse zone d’ombra in questa prima pista perseguita dalle forze dell’ordine e dal Sisde, domande a cui non è possibile rispondere. La richiesta dei Lupi Grigi è arrivata solo dopo che il Papa aveva parlato, non prima; inoltre, per la prima volta si era davanti a un caso di terrorismo internazionale e non si sapeva chi fosse il mandante. E per concludere, come sottolineò una fonte segreta a Andrea Purgatori, uno dei giornalisti che per primo e più approfonditamente si occupò del caso Orlandi, i presunti “rapitori” sembravano muoversi senza una strategia. A tutti gli effetti, la pista terroristica sembrava un diversivo.
22 anni dopo la scomparsa, arrivò inattesa una nuova fonte che rimase anonima ma dichiarò alla trasmissione Chi l’ha visto? che se si voleva risolvere il mistero di Emanuela bisognava scoprire chi fosse sepolto nella basilica di Sant’Apollinare, a Roma. Un luogo dove nessuno può ricevere sepoltura a meno che non abbia un permesso speciale o non abbia fatto un grosso favore al Vaticano. E a Sant’Apollinare era sepolto Enrico De Pedis, il criminale più potente di Roma, il boss della banda della Magliana. Fu così che si aprì la seconda pista, confermata nel 1997 dalla compagna di De Pedis, Sabrina Minardi, che svelò alle forze dell’ordine come Emanuela fosse stata segregata per alcuni giorni in un appartamento a Roma. Minardi disse che non sapeva nulla del caso ma finì per riconoscere la ragazza per via dei manifesti affissi per la città. Secondo la donna, Emanuela rimase con loro per qualche giorno, venne spostata in due appartamenti diversi e poi fu riconsegnata a un uomo, dentro le mura vaticane, oltre quel cancello che si chiudeva – e ancor si chiude – ogni notte a mezzanotte: un uomo con un abito talare. Un prete, che venne a prenderla con un’auto con una targa della città del Vaticano. Perché la banda della Magliana era coinvolta con il Vaticano e nel rapimento Orlandi? Qual era il favore che De Pedis stava facendo al papato e che gli sarebbe valso il permesso di essere sepolto a Sant’Apollinare? La risposta arrivò da un altro boss della Magliana, Maurizio Abbatino, che rivelò qualche anno più tardi che il motivo del rapimento era legato al denaro. I soldi della mafia arrivavano regolarmente nelle casse del Vaticano tramite il Banco Ambrosiano in un giro di riciclaggio, ma qualcosa in quel periodo era andato storto e questi soldi erano rimasti bloccati oltre le mura del papato. E la mafia li rivoleva indietro.
Nel 2013 viene eletto Papa Francesco: si tratta di una nuova speranza per la famiglia Orlandi perché Bergoglio viene visto come un grande riformatore, un uomo di Dio che desiderava trasparenza nella Chiesa. Due settimane dopo la sua elezione, Francesco incontra gli Orlandi e dice solo quattro parole: “Emanuela sta in cielo“. La delusione si mischia alla paura e alla rabbia: la ragazza, ormai una donna, non è mai stata ritrovata. Come fa questo nuovo Papa a sapere che è morta? Significa che dentro il Vaticano qualcuno sa qualcosa in più su questa torbida vicenda, come i parenti di Emanuela hanno sempre sospettato. Eppure nulla emerge fino allo scandalo Vatileaks: nel 2016 c’è un’enorme fuga di dati, migliaia di documenti segreti su corruzione e cattiva gestione finanziaria del Vaticano vengono recuperati. E salta fuori un fascicolo, rimasto in cassaforte per più di 30 anni: un dossier sulle “spese sostenute dallo Stato Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi“. Nelle cinque pagine rese pubbliche si susseguono date e cifre: rette, spese mediche, vitto, alloggio, spese di trasferimenti tra il Vaticano e Londra. Viene fuori che Emanuela è stata in Inghilterra dal 1983 al 1997, ricoverata al 176 di Clapham Road, in un ostello della gioventù per ragazze di proprietà dei Padri Scalabrini, una congregazione religiosa cattolica con un fortissimo legame con il Vaticano. L’ultima voce recita “disbrigo pratiche finali” e relativo trasferimento in Vaticano. Significa che Emanuela è morta ed è stata sepolta proprio qui, a casa sua, senza che la famiglia ne fosse mai informata? È un interrogativo a cui è impossibile rispondere con certezza, perché la certezza dipende da prove e testimonianze mai ottenute. Su una cosa, però, non si possono avere dubbi: dentro il Vaticano qualcuno sa da sempre cosa è successo a Emanuela Orlandi. Forse il prete che, come denuncia l’amica della vittima, aveva rivolto “attenzioni discutibili” a Emanuela, o forse il Papa, che ha cercato di chiudere la storia confessando implicitamente alla famiglia che Emanuela fosse morta. Forse i banchieri dell’Ambrosiano, forse la mafia che ha fatto da corollario a questa storia, o forse l’intero sistema della Chiesa, una Chiesa corrotta, pericolosa, al centro di uno dei regni più controversi della storia del mondo, che conserva i suoi segreti sotto la troneggiante, inquieta, immortale cupola di piazza San Pietro. Il Vaticano.
Se Dio non esistesse,
bisognerebbe inventarlo.
Voltaire (Francois-Marie Arouet)
Se una donna dice “no”,
significa “forse”.
Se una donna dice “forse”,
significa “sì”.
Se una donna dice “sì”,
non è una donna.
Voltaire (Francois- Marie Arouet).
Non pensare che il denaro
sia tutto, o finirai per fare
qualunque cosa per il denaro.
Voltaire (Francois-Marie Arouet)
Prediligi chi cerca
la verità, ma diffida
di chi la trova.
Voltaire (Francois-Marie Arouet)
Chi riesce a farti
credere delle assurdità
può farti
commettere atrocità.
Voltaire (Francois-Marie Arouet)