L’ A M O R E V E R O L A S C I A L I B E R I
…. non ogni relazione è amore,
…. non ogni legame è sano,
…. non ogni silenzio è pace.
Cosa ci insegna la vita… testamento spirituale di un libero pensatore
L’ A M O R E V E R O L A S C I A L I B E R I
…. non ogni relazione è amore,
…. non ogni legame è sano,
…. non ogni silenzio è pace.
N O N I N G O I A R E I L D O L O R E
Le emozioni che ingoi non spariscono.
Restano lì, in un angolo del cuore, finché non trovano un modo per uscire.
A volte tornano come scatti di rabbia, come errori improvvisi, come parole che non volevi dire.
Una emozione repressa può diventare un incidente.
Per questo ascoltati, accogli ciò che senti e lascialo fluire.
È così che si guarisce.
da YouTube
R E S I S T E R E A L D O L O R E
C’è un momento in cui
capisci che non sei
tornato intero, ma sei
diventato diverso e che
questa nuova forma,
fatta di fragilità e coraggio,
vale più di tutto ciò
che avevi prima, perché
nasce dal tuo modo unico
di resistere al dolore.
da YouTube
D E L U S I O N E
Niente ferisce, avvelena, ammala
quanto la delusione, perché
la delusione è un dolore
che deriva, purtroppo, da
una speranza svanita,
una sconfitta che nasce,
sempre, da una fiducia tradita,
dal voltafaccia di qualcuno
o qualcosa in cui credevamo.
A M A R E C O M U N Q U E
Ho amato anche quando
non dovevo, ho creduto
anche quando tutto
mi diceva di smettere.
Ho perduto tanto,
ma non me stesso.
Perché ogni ferita
mi ha insegnato
che l’amore, anche
quando fa male,
è la mia verità.
@lifeisinthewords
Q U A N D O A C C E T T I G I O I S C I
Non tutto si può cambiare,
ma ogni cosa può essere accolta.
Quando smetti di resistere,
qualche cosa dentro di te,
d’un tratto, si ammorbidisce.
Accettare non è arrendersi,
è smettere di lottare con ciò
che è già stato e che c’è.
Il dolore si trattiene finché
lo combatti, poi si trasforma.
Guarire non è dimenticare,
ma sussurrare al cuore:
“Adesso puoi riposare”.
@healingsoulmusic436
da QUORA
Scrive Gaetano Antonio Riotto, corrispondente di QUORA.
FRIEDRICH NIETZSCHE E L’ EPISODIO DEL CAVALLO
Friedrich Nietzsche fu protagonista di una delle scene più toccanti nella storia del pensiero occidentale.
Era il 1889 e il filosofo viveva in una casa di via Carlo Alberto, a Torino. Una mattina, mentre si dirigeva verso il centro della città, si trovò improvvisamente di fronte a un evento che avrebbe segnato per sempre la sua esistenza.
Vide un cocchiere che frustava con violenza il suo cavallo, perché l’animale, esausto, si rifiutava di avanzare. Il cavallo, ormai allo stremo delle forze, si accasciò a terra, ma il suo padrone continuò a colpirlo senza pietà per costringerlo a rialzarsi. Nietzsche, sconvolto dalla crudeltà della scena, si avvicinò rapidamente, rimproverò il cocchiere e poi, con un gesto disperato, abbracciò il cavallo caduto a terra.
Scoppiò in lacrime e, stringendo il collo dell’animale, gridò “Madre, Madre!”. Pochi istanti dopo perse i sensi.
Fu il collasso definitivo della sua mente.
Da quel giorno, Nietzsche smise di parlare per il resto della sua vita.
Per dieci anni, fino alla sua morte, non riuscì mai più a tornare a una condizione di lucidità.
La polizia, accorsa sul posto, lo arrestò per disturbo dell’ordine pubblico e poco dopo fu internato in un manicomio, da cui non uscì mai più.
Per la società dell’epoca, il gesto di Nietzsche – abbracciare il cavallo e piangere su di lui – fu visto come una prova della sua follia. Tuttavia, mentre alcuni lo considerarono una semplice manifestazione di irrazionalità dovuta alla sua malattia mentale, altri vi lessero un significato più profondo e consapevole.
Lo scrittore Milan Kundera, nel romanzo “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, riprende questa scena e la interpreta come una richiesta di perdono. Secondo Kundera, Nietzsche avrebbe sussurrato al cavallo una richiesta di scusa, a nome di tutta l’umanità, per la brutalità con cui l’uomo tratta gli altri esseri viventi. Un atto di pentimento per averli ridotti a nemici e servi.
Nietzsche non era mai stato un attivista per i diritti degli animali, eppure quel gesto di empatia assoluta segnò il punto di non ritorno nella sua vita. Quel cavallo fu l’ultimo essere con cui stabilì un contatto reale e affettivo. Non si identificò solo con l’animale, ma con il suo dolore, trovando in esso qualcosa che andava oltre la semplice compassione: una connessione profonda con la vita stessa.
Alessia Alfonsi
Parlare di felicità con Arthur Schopenhauer può sembrare un paradosso. Filosofo del pessimismo, pensatore lucido e radicale, autore dello straordinario, Il mondo come volontà e rappresentazione, Schopenhauer ha dedicato gran parte della sua vita a studiare il dolore, l’illusione, l’insoddisfazione come tratti costitutivi dell’esistenza.
Eppure, proprio per questo, le sue riflessioni sul come essere felici sono tra le più oneste, concrete e utili che si possano leggere.
Per lui, la felicità non è euforia né trionfo, ma assenza di dolore, equilibrio interiore, capacità di bastarsi.
Non esiste un segreto magico, ma un modo sobrio e consapevole di attraversare il mondo senza farsi travolgere. Non si può possedere la felicità, ma si può imparare a coltivarla come una forma di intelligenza, una disciplina dello spirito.
In tempi in cui la felicità è spesso trattata come un dovere da esibire, Schopenhauer ci libera da ogni illusione, e ci insegna a riconoscere il valore dei piccoli piaceri, della solitudine creativa, della moderazione.
E a capire che, forse, essere felici non significa avere tutto, ma volere meno.
Aforismi sulla saggezza della vita: un testo fondamentale per chi vuole conoscere il pensiero più “pratico” del filosofo.
In queste pagine, Schopenhauer si distacca dal sistema teorico per parlare della vita quotidiana, del carattere, del piacere, del dolore e sorprendentemente della felicità.
Detestava la società, ma amava i cani. Schopenhauer viveva spesso in solitudine, ma era sempre accompagnato dal suo barboncino, Atma. Diceva che era l’unico essere veramente sincero.
Non si fidava dei filosofi troppo ottimisti. Considerava Rousseau, Hegel e compagnia bella dei venditori di fumo. Per lui, il dolore era parte strutturale della vita, non un errore da correggere.
Leggeva i testi buddhisti e gli Upanishad. Era affascinato dalla filosofia orientale, che influenzò profondamente la sua idea di felicità come liberazione dal desiderio.
Sapeva ridere, ma solo con sarcasmo. La sua ironia era tagliente, ma spesso geniale.
Nei suoi scritti sul come essere felici non manca mai un fondo di humour nero, terapeutico.
In un mondo che ci bombarda di stimoli e promesse, Schopenhauer è quasi una voce controcorrente.
Ci spoglia delle illusioni, ci invita alla misura, alla sobrietà, al ritorno all’essenziale.
Ma non lo fa per renderci tristi, al contrario, lo fa per aiutarci a distinguere ciò che è inutile da ciò che conta davvero.
Le sue frasi sono come piccole spine che pungono l’anima, ma dopo il dolore portano chiarezza.
Ci insegnano che la felicità non è il contrario del dolore, ma la sua gestione intelligente.
Che la serenità vale più dell’euforia.
E che, per essere felici, forse non dobbiamo cercare di aggiungere, ma imparare a togliere.
1. La felicità appartiene a coloro che bastano a se stessi.
– Aforismi sulla saggezza della vita, par. I
Per Schopenhauer, l’autosufficienza è la vera base della felicità. Chi dipende poco dagli altri, soffre meno.
2. Ogni felicità è di natura negativa, ossia consiste nell’assenza di dolore.
– Il mondo come volontà e rappresentazione, 68
Una delle sue idee chiave: la vera felicità non è eccesso di gioia, ma pace, tregua, respiro.
3. Il sommo bene è la serenità.
– Aforismi sulla saggezza della vita, par. III
La serenità non fa rumore, ma dura. È lo stato più vicino alla felicità per chi conosce il dolore.
4. Il segreto della felicità è: avere interessi, ma non dipendere da essi.
– Parerga e paralipomena
Appassionarsi, ma senza attaccamento. Un equilibrio difficile, ma liberatorio.
5. La salute non è tutto, ma senza salute tutto è niente.
– Aforismi sulla saggezza della vita, par. II
La felicità inizia dal corpo. Senza una base fisica stabile, tutto il resto vacilla.
6. Chi ha poca volontà ha poca sofferenza.
– Il mondo come volontà e rappresentazione, 57
Volere troppo è fonte di infelicità. Chi sa limitare i desideri, soffre meno e vive meglio.
7. La vita oscilla come un pendolo fra dolore e noia.
– Il mondo come volontà e rappresentazione, 57
Una frase amara ma illuminante: la felicità sta forse nel trovare un ritmo sostenibile tra queste due forze.
8. Una delle più grandi libertà sta nel non dover compiacere nessuno.
– Parerga e paralipomena
Essere liberi dallo sguardo altrui è già una forma di felicità. Autenticità come forma di pace.
9. Nulla contribuisce più alla felicità che una buona disposizione d’animo.
– Aforismi sulla saggezza della vita, par. II
Il nostro carattere conta più delle circostanze. Coltivare serenità è più utile che inseguire eventi.
10.L’uomo felice è colui che vive in armonia con la propria natura.
– Parerga e paralipomena
Non c’è felicità impersonale: ognuno deve capire la propria forma, e viverla con coerenza.
I L D O L O R E
Il dolore non è
quello che dici,
ma quello che taci.
Vuol dire forse
che, se riesci a
manifestare il dolore,
soffri di meno?
Sì, se sai esternare
il dolore che provi,
senza lagnosità,
ma con compostezza,
a chi sai essere
un buon ascoltatore,
puoi condividerne
il tormento con lui
e sopportarlo meglio.
A T U T T E L E D O N N E M A D R I
È questo un omaggio e un riconoscimento
a tutte le donne madri che hanno dato
e dedicato la vita ai loro figli per tanto tempo,
e a quelle di loro che, divenute, a loro volta,
bisognose di assistenza e accudimento,
si sono riprese indietro parte della vita
di quei loro figli che hanno saputo ricambiare
e restituire quello che avevano ricevuto.
È una regola e legge della vita a cui nessuno,
che si consideri essere umano, può sottrarsi,
in nome del sentimento che ha più alto valore
spirituale nell’universo: semplicemente l’amore.
Q U A N D O S A R A I P I C C O L A
di Simone Cristicchi Festival di Sanremo 2025.
Quando sarai piccola ti aiuterò a capire chi seiTi starò vicino come non ho fatto maiRallenteremo il passo se camminerò veloceParlerò al posto tuo se ti si ferma la voce
Giocheremo a ricordare quanti figli haiChe sei nata il 20 marzo del ’46Se ti chiederai il perché di quell’anello al dito
Ti dirò di mio padre ovvero tuo marito
Ti insegnerò a stare in piedi da sola, a ritrovare la strada di casaTi ripeterò il mio nome mille volte perché tanto te lo scorderai
Eeee… è ancora un altro giorno insieme a tePer restituirti tutto quell’amore che mi hai datoE sorridere del tempo che non sembra mai passato
Quando sarai piccola mi insegnerai davvero chi sonoA capire che tuo figlio è diventato un uomoQuando ti prenderò in braccioE sembrerai leggera come una bambina sopra un’altalenaPreparerò da mangiare per cena, io che so fare il caffè a malapenaTi ripeterò il tuo nome mille volte fino a quando lo ricorderai
Eeee… è ancora un altro giorno insieme a tePer restituirti tutto, tutto il bene che mi hai datoE sconfiggere anche il tempo che per noi non è passato
Ci sono cose che non puoi cancellareCi sono abbracci che non devi sprecareCi sono sguardi pieni di silenzioChe non sai descrivere con le paroleC’è quella rabbia di vederti cambiareE la fatica di doverlo accettareCi sono pagine di vita, pezzi di memoriaChe non so dimenticare
Eeee… è ancora un altro giorno insieme a tePer restituirti tutta questa vita che mi hai datoE sorridere del tempo e di come ci ha cambiato
Quando sarai piccola ti stringerò talmente forteChe non avrai paura nemmeno della morteTu mi darai la tua mano, io un bacio sulla fronteAdesso è tardi, fai la brava,Buonanotte
N.d.R.: Una poesia in musica.
La malattia, accesso involontario a noi stessi, ci assoggetta alla “profondità”, ci condanna ad essa. – Il malato? Un metafisico suo malgrado.
(E. Cioran)
L’attuale ricerca scientifica ci conferma come, spesso, le tensioni emotive si riflettano nei problemi del corpo.
Stress, frustrazioni, emozioni negative, ansia e depressione possono essere somatizzati e tradursi in disturbi somatici, di diversa natura e gravità.
La trasformazione di stati mentali in eventi somatici è un’esperienza universale, che appartiene a tutti noi.
Ogni tipo di vissuto psichico può essere somatizzato, cioè spostato sul piano corporeo, soprattutto quando non è riconosciuto o elaborato dalla persona sul piano mentale.
L’angoscia somatizzata funziona da “terapia” per quella diretta, che porta eccessivo turbamento: l’ansia però non scompare, ha solo cambiato linguaggio.
La psiche ha un ruolo in ogni patologia medica, ma in alcune condizioni assume una rilevanza particolare, rispetto sia alla genesi del disturbo, sia alla sua evoluzione.
Si considerano “psicosomatiche” le malattie nelle quali ci sono modificazioni, organiche o funzionali, che dipendono da problemi psicologi ed emotivi.
In questo senso, ecco quali sono i quadri più comuni:
Nei disturbi elencati, gli stati affettivi sono tra le principali concause della malattia.
Ma anche nei disturbi che non c’entrano nulla con la psiche, la mente ha un ruolo centrale nel determinare la percezione del disturbo, la possibilità di seguire una cura adeguata, le dinamiche della convalescenza, e dunque anche la prognosi.
Ma come fa uno stato psichico a trasformarsi in un sintomo corporeo?
La coscienza acuta di avere un corpo, ecco cos’è l’assenza di salute.
(E.M. Cioran)
Per quanto possa sembrare misterioso, questo “salto” dallo psichico al corporeo è stato (parzialmente) spiegato dalla medicina contemporanea e dalle neuroscienze.
Corpo e mente non sono entità separate, ma s’influenzano reciprocamente, sempre e in molti modi, in salute e in malattia.
Questo inscindibile legame spiega molte malattie “misteriose”, e altrettante guarigioni apparentemente “miracolose”.
Vediamo alcune vie di “traduzione” dello psichico al somatico:
Quali sono i meccanismi di traduzione del disagio psicologico in malessere fisico?
Per sciogliere i sintomi è indispensabile risalire alla loro origine, rinnovare il conflitto dal quale sono scaturiti e,
con l’aiuto di forze che al tempo non erano disponibili, indirizzarlo verso una diversa soluzione.
(S. Freud)
Ci sono diversi meccanismi di “traduzione” del malessere, da psichico in somatico. Vediamo i due principali:
Un contenuto psichico rimosso si converte in un sintomo somatico, esprimendosi attraverso il linguaggio del corpo.
In questi casi, abbiamo a che fare con un conflitto inconscio che non trova altra via di risoluzione se non nella malattia.
Ad esempio, nelle paralisi isteriche, il conflitto si manifesta direttamente nei muscoli, colpendo la motricità: la persona è immobilizzata, senza alcuna motivazione medica.
Il sintomo è in stretto rapporto con il conflitto, cioè lo simbolizza, e in qualche modo lo “risolve”: ad esempio, in un conflitto tra dipendenza e autonomia, la paralisi risolve la questione, rendendo impossibile l’emancipazione.
Le persone con questo problema possono avere comportamenti dimostrativi, volti ad attirare l’attenzione o a suscitare compassione, non perché fingano di stare male, ma perché la malattia è in stretto rapporto con le dinamiche relazionali dell’ambiente di vita.
Al contrario, ci sono persone che manifestano un distacco affettivo che può arrivare all’incapacità di provare dolore, come se si fosse anestetizzati (belle indifference).
Anche in questo caso, la malattia è legata a stati affettivi non riconosciuti e non elaborati, ma i sintomi non hanno nulla a che fare con i contenuti psichici originari, essendo la generica espressione di una tensione emotiva brutalmente “scaricata” sul corpo.
Le persone che soffrono di questo tipo di disturbi, hanno spesso una certa difficoltà a identificare le proprie emozioni, a comunicarle e a elaborarle sul piano mentale (alessitimia).
Inoltre, possono avere difficoltà a interpretare bene gli stati mentali, sia i propri sia quelli altrui (deficit di mentalizzazione).
Per questo, gli stati affettivi imboccano, senza mezzi termini, la via somatica e si trasformano in sintomi e disturbi fisici, che possono essere diversi e multiformi, variando da persona a persona, ma anche nello stesso soggetto nel corso del tempo.
Questo tipo di disturbi è più difficile da curare rispetto a un’ansia o una depressione conclamate: prima i sintomi devono tornare psichici, allora la persona pensa di stare peggio, ma è l’inizio del processo di guarigione.
La paura di stare male: l’ipocondria
Quell’agente patogeno, mille volte più virulento di tutti i microbi, l’idea di essere malati.
(M. Proust)
L’impossibilità di tollerare la tensione emotiva può manifestarsi anche attraverso incertezze, comportamenti compulsivi e paure ipocondriache, al fine di ridurre l’angoscia.
Alcune persone hanno la paura o la convinzione incrollabile di avere un disturbo medico, pur essendo sane.
Tutti possiamo nutrire timori per la nostra salute, o per quella dei nostri cari, ma quando l’ansia è sproporzionata e irremovibile, nonostante le rassicurazioni mediche, allora si parla d’ipocondria.
La persona non “finge” di essere malata, il dolore che prova è reale, ma è sbagliata la sua interpretazione: infatti, non è riconducibile a una causa organica, ma a un malessere di tipo psicologico.
L’aspetto ossessivo dell’ipocondria, cioè i pensieri intrusivi circa l’essere malati, copre un’angoscia di fondo, che va indagata e compresa.
Inoltre, nel vero ipocondriaco, le rassicurazioni non eliminano la paura, ma lo fanno sentire ancora più solo e incompreso.
Può cambiare medico o spostare i sintomi su un altro organo, finendo per collezionare visite e accertamenti, ricevendo diagnosi sbagliate, seguendo cure spesso costose, imbottendosi di farmaci, senza risolvere nulla, finché non è indirizzato da uno bravo psicoterapeuta.
Come le emozioni influenzano la percezione del dolore
Un’anima triste può ucciderti più in fretta di un germe.
(J. Steinbeck)
Abbiamo visto come i processi psichici ed emotivi possono innescare catene di eventi somatici che portano a veri e propri disturbi organici, come mal di testa, gastriti, malattie della pelle o problemi di pressione.
Ma c’è un altro aspetto da considerare, cioè quello della percezione del dolore.
Il dolore è il risultato di un processo nervoso che, a tappe, dalle periferie arriva al cervello, ed è sempre amplificato dalla paura e dell’ansia, che abbassano la soglia della sua percezione.
Lo stesso meccanismo, condotto alle estreme conseguenze, può farci sentire il dolore anche quando non c’è una base organica.
Da un altro punto di vista, è interessantissimo l’esempio del fenomeno noto come effetto placebo: l’azione terapeutica che consegue all’assunzione di un “farmaco” privo di principio attivo.
E stato dimostrato dalla che prendere qualcosa da cui ci aspetta un effetto produce, almeno in parte, quell’effetto.
Inoltre, uno stesso farmaco funziona diversamente se assunto con fiducia o sfiducia.
Per quanto possa sembrare strano, c’è una spiegazione biologica: l’aspettativa di un effetto analgesico induce la produzione di endorfine, sostanze chimiche simili alla morfina, prodotte dal nostro cervello, che bloccano fisiologicamente il dolore.
Il problema è fisico o mentale?
La mia anima è una misteriosa orchestra; non so quali strumenti suoni e strida dentro di me. Mi conosco come una sinfonia.
(F. Pessoa)
Fisico e mentale sono due facce di una stessa medaglia: ogni evento affettivo, cognitivo o comportamentale ha un corrispettivo biochimico.
Parlare, ma anche ricordare o fantasticare, che sembrano attività “astratte”, comportano una serie di eventi concreti a livello cerebrale, come movimenti cellulari, molecolari e sofisticate operazioni biochimiche.
Il nostro cervello è plastico e si modifica strutturalmente in seguito alle esperienze di vita.
Ogni esperienza induce modificazioni cerebrali, che diventano definitive quando si strutturano in apprendimenti e nell’organizzazione di nuovi circuiti cerebrali.
Sapere che ogni evento psichico ha una base biologica ci aiuta a superare il dualismo mente-corpo, ma anche l’opposizione geni-ambiente.
Ogni comportamento ha una base genetica, ma questo non autorizza ad affermare che i geni ne siano la causa.
Ad esempio, la possibilità di provare paura ha una base genetica, ma una paura concreta, come quella degli spazi chiusi, dipende da un certo tipo di esperienze.
Allo stesso modo, c’è una predisposizione genetica all’ansia, ma gemelli omozigoti (con lo stesso patrimonio genetico), allevati in famiglie diverse, hanno probabilità diverse di sviluppare disturbi d’ansia, in base alle differenti esperienze ambientali.
L’ambiente, inteso soprattutto come insieme di relazioni, ha un ruolo fondamentale in ogni comportamento umano.
In particolare, le esperienze relazionali, soprattutto quelle precoci, sono centrali nel determinare la predisposizione a certi comportamenti, vissuti ed anche patologie.
Come curarsi: farmaci o psicoterapia?
La cosa più importante in medicina? Non è tanto la malattia di cui il paziente è affetto, quanto la persona che ne soffre.
(Ippocrate)
Meglio curarsi con i farmaci o con la psicoterapia? Anche questo è un falso dilemma.
Quando una malattia fisica ha una forte componente psicologica è evidente che il farmaco, da solo, non basta.
Non basta neppure uno psicofarmaco, prescritto dal medico di base senza un’adeguata valutazione psicologica e psichiatrica, con il rischio di errata diagnosi, dosaggi approssimativi, effetti collaterali, sviluppo di condotte di abuso o dipendenza.
Di fronte ad una sintomatologia “sospetta”, un terapeuta esperto può aiutarci a comprendere la natura del nostro malessere e, se necessario, con l’aiuto del medico, impostare una terapia farmacologica adeguata.
In conclusione, non si tratta di decidere se curarsi con i farmaci o con la psicoterapia, ma adottare un’ottica integrata, che ci permetta di comprendere la situazione in modo approfondito e mettere in campo le risorse più idonee alla risoluzione del problema.
I L D O L O R E
Il dolore non è
quello che dici,
ma quello che taci.
A M A R E E S O F F R I R E
Rifiutarsi di amare
per paura di soffrire,
è come rifiutarsi
di vivere
per paura di morire.
G O D
God is a concept,
by which we can measure
our pain.
Dio è un concetto,
con cui possiamo misurare
il nostro dolore.
John Lennon.
da QUORA
Scrive Bortignon, corrispondente di QUORA
È vero che Madre Teresa di Calcutta lasciava morire i malati dicendo che assumere medicinali li avrebbe fatti andare all’inferno?
In realtà la domanda fa sorgere delle ipotesi interessanti sostenute da alcune prove e fatti.
Nel 1995, nel suo scritto “The Missionary Position: Mother Teresa in Theory and Practice” Christopher Hitchens scrive:
“Lodava povertà, malattia e sofferenza come doni dall’alto, e diceva alle persone di accettare questi doni con gioia”
E, quando nel 2001 fu chiamato a testimoniare per la santificazione di Anjzë Gonxhe Bojaxhiu (il vero nome di Madre Teresa), disse:
“La sua celebre clinica di Calcutta in realtà non era altro che un ospizio primitivo, un posto dove la gente andava a morire. Un posto dove le cure mediche erano poche, se non assenti”
Successivamente anche il The Lancet ed il British Medical Journal denunciarono le scarse cure mediche prestate.
Lo scrittore indiano Aroup Chatterjee, nel suo manoscritto “Mother Teresa, the final verdict” critica le continue posizione politiche espresse da Teresa e ne critica anche la gestione monetaria delle donazioni.
Donazioni che sono state ricevute anche da personaggi discutibili, come l’ex dittatore di Haiti e Charles Keating, che donò all’associazione buona parte dei suoi proventi ricavati da truffe.
Nelle 60 lettere che Teresa scrisse e rilasciate nel libro “sii la mia luce” nel 2007, scrive:
C’è un oscurità terribile in me, come se qualsiasi cosa sia morto, sin dal primo giorno di lavoro.
Da questo piccolo estratto si può evincere una mancanza di lucidità da parte sua.
Una persona con questo genere di pensieri sarebbe stata allontanata dalla comunità medica e, continuando:
“Mormoro le preghiere della Comunità e mi sforzo per trarre da ogni parola la dolcezza che essa deve regalare, ma la mia preghiera di unione non esiste più, io non prego più”
Teresa, prima della sua morte, aveva chiesto esplicitamente di bruciare le lettere.
Serge Larivée, professor dell’Università di Montreal assieme a Geneviève Chénard e a Carole Sénéchal (psicologa dell’Università di Ottawa) proseguirono una ricerca su di lei, confrontando più di 300 documenti e scrivono una tesi dalla quale si evince che:
“il modo piuttosto discutibile di prendersi cura dei malati, i suoi contatti politici e, soprattutto, la sua gestione sospetta delle enormi somme di denaro che ha ricevuto con le donazioni”.
Infatti al momento della sua morte, la missionaria aveva aperto 517 missioni per accogliere i poveri ed i malati in più di 100 paesi.
Le missioni però sono state descritte come “case per moribondi” da parte di medici che le hanno visitate.
La mancanza di igiene, il cibo inadeguato e l’assenza di antidolorifici non erano legata ad un problema di soldi – la Fondazione creata dalla religiosa ha raccolto centinaia di milioni di dollari – quanto piuttosto ad una particolare concezione della sofferenza e della morte di Maria Teresa.
“C’è qualcosa di bello nel vedere i poveri accettare il loro destino, vederli soffrire la passione di Cristo. Penso che il mondo tragga molto giovamento dalla sofferenza della povera gente”
Così, Maria Teresa di Calcutta rispose alle critiche.