C’è un solo tipo di successo:
quello di fare della propria vita
ciò che si desidera.
Henry D. Thoreau
Cosa ci insegna la vita… testamento spirituale di un libero pensatore
Cosa ci insegna la vita... testamento spirituale di un libero pensatore
C’è un solo tipo di successo:
quello di fare della propria vita
ciò che si desidera.
Henry D. Thoreau
COMPORTAMENTI TIPICI DELLE PERSONE CON FORTE AUTOSTIMA
Di Ana Maria Sepe, psicologa.
Ciascuno è artefice della propria sorte, dicevano i latini.
Questa frase esprime in maniera sintetica il concetto secondo cui è l’uomo stesso il protagonista della sua storia, del futuro che si costruisce e dell’immagine che ha di sé.
Ecco perché per vivere la vita che desideri è fondamentale sapere dove si è e dove si vuole andare. Cosa non sempre semplice, almeno …non per tutti.
Immagina che la realtà sia uno specchio: quello che hai dentro lo proietti e ti ritorna indietro.
Il problema è che la maggior parte dei pensieri è nell’inconscio, quella parte che risiede profondamente dentro di noi.
Immaginati un Iceberg: la punta che fuoriesce dall’acqua è la tua parte conscia, tutto quello che è sommerso (e molto più grande e potente) è la parte inconscia, mentre quello che fa muovere l’iceberg (ovvero la corrente marina) sono le nostre credenze, o convinzioni.
Quando ti trovi a dover decidere qualcosa, il processo avviene in maniera totalmente inconscia e automatica; tu magari prendi delle decisioni in modo cosciente, lo fai ragionandoci su, ma tutto quel che ti fa decidere è dettato in realtà dalle tue convinzioni profonde o paure.
Ti condanni perché, nella nostra infanzia, ci sottopongono a un apprendimento implicito: le punizioni contano.
Siamo cresciuti tra rimproveri, ricatti emotivi, obblighi morali e punizioni, anche emotive, come quelle che suonano piuttosto così: «Se non mangi tutto la mamma piange!».
Per non parlare dei commenti sprezzanti di alcuni genitori «Ma che cosa combini, sei stupido?!».
Ecco perché abbiamo appreso un dialogo interiore così feroce.
Ci è stato trasmesso dall’educazione genitoriale ricevuta.
Indietro nel tempo non possiamo tornare, ma oggi che siamo adulti, possiamo riservarci apprendimenti migliori!
Esse programmano il tuo essere e fanno parte della parte inconscia della mente (la parte della mente che si occupa di emozioni, funzioni creative e altro).
La cosa più importante da capire, è che queste credenze (quello che tu credi sia vero), non sono dogmi assoluti non opinabili, anzi proprio il contrario.
Come già ti ho spiegato, esse sono solamente la conclusione delle tue esperienze infantili, adolescenziali e in generale passate, quindi sono assolutamente soggettive.
E la buona notizia è che possiamo trasformarle (se vogliamo!).
La ricerca suggerisce che quando si tratta di emozioni positive e di modi di pensare abbiamo delle potenti capacità di scelta.
La storia ci ha mostrato in diverse occasioni che coloro che hanno una visione positiva della vita sono anche quelli che generalmente raggiungono un maggior successo.
A tal proposito, ho elencato 8 regole essenziali delle persone con un’alta autostima.
Scoprirai che con la giusta dose di pratica, pazienza e perseveranza potrai acquisire una buona autostima
Un suggerimento che sembra banale, ma non lo è.
Sorridere è il mondo più veloce ed efficace per diffondere positività intorno a te.
Pensa a quando vai al supermercato, in un negozio o ogni mattina in ufficio: riesci sempre a regalare uno dei tuoi sorrisi o riversi i tuoi problemi e le tue preoccupazioni sugli altri?
Tutti noi abbiamo giornate storte e battaglie personali che portiamo avanti silenziosamente, ma il mondo non ha bisogno della tua tristezza.
Un sorriso può fare veramente la differenza nella giornata di una persona!
Non lasciarti influenzare dalla negatività delle persone che riescono sempre a trovare un problema in ogni situazione e sono facili al lamento.
Anche la TV, i giornali e i social media ci bombardano con notizie allarmanti e tragiche.
Certo, occorre essere coscienti di quello che accade intorno a noi, ma a volte è solo morbosità, certe notizie non aggiungono alcun valore alla nostra vita se non quello di alterare la nostra percezione della realtà e renderci agitati per cose che non possiamo controllare.
Un altro dei modi più immediati per diffondere positività è prestare attenzione alle parole che usiamo per parlare a noi stessi e agli altri.
Le parole hanno un potere magico: attraverso esse possiamo benedire (dire bene) o maledire (dire male), creare felicità o portare disperazione, scatenare rabbia…
Le parole provocano emozioni, ecco perché occorre sceglierle con cura.
Le affermazioni positive sono molto efficaci per cambiare il nostro dialogo interiore.
Scrivile su dei post-it e mettile sui muri di casa, sul tuo computer e in posti dove siano sempre visibili.
È in questo modo che puoi lentamente modificare il tuo inconscio.
L’insicurezza genera paura che a sua volta genera pensieri spaventanti e amplifica l’effetto delle più legittime preoccupazioni.
Come fermare tutto questo? Imparando a costruirci da soli quella sicurezza perduta, imparando a parlare con noi stessi!
Se spesso ti senti sopraffatto, scoraggiato, inibito… sappi che non puoi essere deluso di te, se nessuno ti ha mai insegnato come si fa a sentirsi forti e fiduciosi!
Questa consapevolezza dovrebbe aiutarti ad accettare di più quelle parti di te che tanto vorresti cambiare.
Quelle fragilità sono lì per un motivo, si sono sviluppate nel contesto in cui hai vissuto e non potevano essere diversamente, fino a oggi!
L’accettazione e la consapevolezza sono i due ingredienti di base per vivere pienamente in base alle proprie ambizioni, svincolandosi da condizionamenti e vincoli affettivi.
Una buona strategia per iniziare a ridefinirsi consiste nel parlare a se stesso, sottoponendo dei discorsi esterni, argomentando in modo propositivo come farebbe un buon amico.
Lungi da essere una tendenza occasionale, non devi farlo solo quando ti senti giù ma su base quotidiana.
A volte restiamo attaccati alla negatività del passato, portiamo rancore verso persone o situazioni già successe e che ancora influenzano la nostra vita nel presente.
L’unico modo per liberarsene è lasciare che il balsamo del perdono ammorbidisca il nostro cuore.
Molte persone pensano che perdonare significhi fare finta di niente o condonare.
Perdonare significa concedersi il regalo di stare bene, di andare avanti nonostante quello che è successo e che comunque non si può modificare.
Il più delle volte, chi ci ha ferito neanche si rende conto del male che ci ha fatto e, mentre noi pensiamo di “fargliela pagare”, questa persona è felice e beata e va avanti nella sua vita, mentre siamo noi quelli che soffriamo.
Una bella frase del musicista nigeriano Babatunde Olatunji ci dà un indizio: “Il passato è storia, il domani è un mistero. L’oggi è un dono. Per questo motivo lo chiamiamo presente”.
Tieni sempre a mente che tutto quello che hai, l’unica certezza di cui disponi è il momento presente.
Pertanto, non sprecarlo vivendo da qualche parte tra un passato che non esiste più e un futuro che non sai se arriverà mai.
Goditi le piccole gioie quando arrivano.
Sei tu e il tuo presente, usa bene questo dono.
Le emozioni non sono le sole a influenzare la tua prospettiva del problema, hanno valore anche le tue convinzioni, le aspettative e i pensieri.
Se nel corso degli anni hai sviluppato uno stile di pensiero catastrofico, questo si attiverà automaticamente ogni volta che avrai a che fare con un problema.
Quindi, per non essere trascinato via dalla corrente devi anche prestare attenzione ai tuoi pensieri.
La ristrutturazione cognitiva è una tecnica impiegata nella terapia cognitivo-comportamentale.
Viene utilizzata per identificare e correggere i modelli di pensiero negativo.
Il primo passo consiste nel monitorare tutti i pensieri negativi automatici che affollano la nostra mente e generano stress emotivo e frustrazione, come per esempio: “Sono un disastro, non riuscirò a risolvere il problema, non ce la farò mai.”
Questo pensiero dovrebbe essere sostituito da uno più funzionale, del tipo: “Con un po’ di pazienza e serenità sarò in grado di risolvere il problema” oppure ” Devo darmi un’altra possibilità”.
Tutto questo non significa ricorrere a idee positive irrealistiche e ingenue, ma assumere un atteggiamento più realistico e propositivo.
Ci sono persone che hanno un “feeling” speciale per noi e che sono in grado di curare le nostre ferite con un abbraccio sincero, una parola dolce … Sfogati con loro, racconta loro ciò che ti succede.
Vedrai che poi ti sentirai molto meglio.
Non essere timido, elargisci abbracci, massaggi, lascia spazio alle coccole: da fare e da ricevere.
Tutte le attività che prevedono un contatto interpersonale, migliorano la produzione di ossitocina.
L’ossitocina è in grado di ridurre i livelli di cortisolo (ormone dello stress), abbassare la pressione sanguigna e migliorare il metabolismo, con effetti positivi sul sistema gastrointestinale.
E prima inizi il lavoro su di te per cambiare modo di pensare, prima riuscirai a trasformare la tua vita.
Ma come prima cosa devi diventare consapevole del tuo potere.
Metti in pratica i miei suggerimenti e di sicuro ti approccerai in modo propositivo verso gli avvenimenti della tua vita.
Sii coraggioso e ricorda sempre che non è mai troppo tardi per essere felice.
Non è mai troppo tardi per amare ancora, per fare un viaggio, anche dentro di te, o per acquisire nuove competenze.
Fino a quando il tuo entusiasmo sarà forte, sarai accompagnato da salute e ottimismo, niente e nessuno potrà limitarti.
Spero di aver scosso un pochino il tuo lato propositivo; ti lascio augurandoti un grosso in bocca a lupo per i tuoi progetti e dedicandoti questo bellissimo aforisma di Henry D. Thoreau ” C’è un solo tipo di successo: quello di fare della propria vita ciò che si desidera”.
Sicuramente conosci il tuo colore preferito del momento (è normalissimo se cambia!), quando sei nato e le scarpe che preferisci indossare.
Ci sono, però, tantissime cose di te che ignori completamente e per questo a volte ti senti confuso, disorientato sulle scelte da prendere o addirittura incoerente (stare con chi ti fa soffrire, procrastinare cose che a lungo termine ti fanno bene, ignorare i tuoi bisogni autentici…).
In realtà, non c’è niente di incoerente nel provare desideri ed emozioni contrastanti.
Anche queste sono il frutto di un “giudice severo”, perché se da un lato inneggi la forza, il controllo e la determinazione, dall’altro ci sarà sicuramente una parte di te che desidera la fuga e la perdita di controllo e che quindi spingerà verso delle condotte che sembrano remarti contro.
L’ieri è storia,
il domani è un mistero,
l’oggi è un dono.
Per questo motivo
lo chiamiamo presente.
Babatunde Olatunji ( musicista nigeriano ).
da QUORA
Scrive Rose Bazzoli, corrispondente di Quora
NON FUI, FUI, NON SUM, NON CURO. (iscrizione funeraria dell’antica Roma)
L’epitaffio è un compendio della vita, secondo la filosofia epicurea:
Gli epicurei non credevano in un al di là e quindi non temevano la morte, che sarebbe stata semplicemente la fine della vita, con tutte le sue preoccupazioni.
In realtà gli epicurei cercavano di raggiungere l’atarassia, cioè l’imperturbabilità, la liberazione da ogni turbamento e paura, ancora mentre erano in vita, evitando tutte le passioni (compreso l’amore) che possono far soffrire.
da QUORA
Scrive Richard Troy, corrispondente di QUORA
FA BENE BERE UN BICCHIERE DI VINO AL GIORNO?
No, contrariamente alla cultura popolare, fa male anche un solo bicchiere al giorno.
In passato si era visto che l’assunzione di moderate dosi di alcolici, come potrebbe essere il bere 1–2 bicchieri di vino al giorno, portavano benefici per il sistema cardiovascolare, come:
… e l’elenco è ancora lungo, ma si può riassumere con l’effetto di tutte queste cose messe assieme, e cioè una minore incidenza e mortalità dovuta a eventi cardiovascolari, ictus e infarto miocardico inclusi.
Adesso invece si sa che, e cito direttamente un paper pubblicato su The Lancet:
The conclusions of the study are clear and unambiguous: alcohol is a colossal global health issue and small reductions in health-related harms at low levels of alcohol intake are outweighed by the increased risk of other health-related harms, including cancer.
Per chi non parla inglese, dice che i risultati sono chiari e inequivocabili. e che i danni e i rischi sono maggiori dei benefici, anche con una assunzione moderata.
Il titolo del paper è “No level of alcohol consumption improves health” (Nessun livello di consumo di alcol migliora la salute) e non lascia spazio a interpretazioni.
P.S.
Tra gli studenti dell’Università della Vita, ma non solo, uno degli argomenti a favore del bere vino anche quotidianamente è quello riguardante il suo contenuto di antiossidanti: resveratrolo quello più noto e maggiormente presente, ma anche proantocianidine, antocianine e acidi fenolici.
Gli studi sul resveratrolo sono stati condotti con dosi, per via orale, variabili tra i 25mg e i 5g.
Il vino contiene in media 2mg di resveratrolo per litro (dipende dal vino e dal processo di vinificazione), con livelli che vanno da 0 a 14mg per litro.
Questo vuol dire che per mimare gli studi in cui è stata usata la dose minima, e per ottenere un beneficio a malapena significativo, dovremmo berci in media 12,5 Litri di vino al giorno…
N.d.R.: Per restare nel tema, noto che ci sono sempre stati degli spot pubblicitari che promuovono il consumo di acque minerali che vengono contrabbandate per terapeutiche o, addirittura, medicamentose, per il loro contenuto di questo o quell’elemento o composto chimico. Ad esempio il Calcio che farebbe bene alle ossa. Il Calcio è presente nell’acqua in termini così infinitesimali che, per avere un apprezzabile miglioramento attraverso l’assunzione, si dovrebbero bere ettolitri di acqua. Ma nessuno lo dice: basta la presenza.
E le fake news dilagano.
da QUORA
Scrive Lisa Bend, corrispondente di QUORA
L A V E C C H I A I A C H E A V A N Z A
Man mano che le persone invecchiano, una delle prime cose che spesso inizia a diminuire è la massa muscolare e la forza.
Questo processo, chiamato sarcopenia*, inizia tipicamente intorno ai 30 anni e accelera con l’età.
Oltre alla perdita muscolare, anche la flessibilità e la mobilità articolare possono diminuire, rendendo i movimenti più lenti e meno coordinati.
Inoltre, la memoria e la prontezza cognitiva possono cominciare a svanire, con alcune persone che sperimentano dimenticanze o una elaborazione mentale più lenta come parte normale dell’invecchiamento.
Ecco alcune delle prime cose che tendono a diminuire con l’avanzare dell’età:
Massa muscolare e forza: la sarcopenia*, la perdita di massa muscolare, inizia intorno ai 30 anni e progredisce con l’età.
Flessibilità e mobilità articolare: i movimenti possono diventare più lenti e meno coordinati.
Memoria e acutezza cognitiva: possono verificarsi lievi dimenticanze e un’elaborazione mentale più lenta.
Densità ossea: le ossa possono indebolirsi, aumentando il rischio di fratture.
Vista e udito: le capacità sensoriali spesso diminuiscono gradualmente.
L’esercizio fisico regolare, una dieta equilibrata e l’attività mentale possono aiutare a rallentare questi effetti.
*Da recentissimi studi, viene proposta una metodica di valutazione del grado di invecchiamento e deterioramento dell’organismo, per mezzo della misurazione della circonferenza del polpaccio della gamba (ad es. destra) che, se inferiore a 30 cm, indicherebbe un pericoloso stato di perdita di massa muscolare, tale da prevedere una significativa riduzione delle aspettative di vita.
La circonferenza che viene indicata come normale – ottimale dovrebbe essere di 35 – 38 cm.
Sembra che questa misurazione sia più indicativa dello stato generale di un corpo, addirittura più importante della misurazione del giro vita.
Scrive Paolo Minelli, corrispondente di QUORA
C O S A C A P I S C I Q U A N D O I N V E C C H I
1. Se non puoi dire “no”, allora i tuoi “sì” non hanno senso.
2. La gente generalmente ti rispetterà tanto quanto tu rispetterai te stesso.
3. Il duro lavoro è sopravvalutato. È utile solo se hai trovato un’area in cui avere un vantaggio.
4. Hai molto meno tempo di quanto pensi. Il nome del gioco è: “usarlo bene”.
5. La maturità è imparare a non incolpare gli altri per la tua stupidità.
6. La fiducia non è una credenza nel successo, è un conforto nel fallimento.
7. Una buona cena con le persone che ami è 10 volte meglio di una festa con cento persone che non ami.
N.d.R.:
“Un uomo è vecchio quando
i ricordi diventano rimpianti
e le speranze diventano illusioni…”
da QUORA
Scrive Armando La Torre, corrispondente di QUORA:
Quali sono state le maggiori nefandezze commesse dai Papi nella storia della Chiesa?
I papi, figure apparentemente sacre e infallibili, sono in realtà stati protagonisti di crimini, scandali e corruzioni che farebbero impallidire i peggiori tiranni della storia.
Dietro la facciata dorata di santità, spesso si nascondeva una feccia umana capace delle peggiori nefandezze. Eccone alcune per rovinarti definitivamente qualsiasi illusione di purezza ecclesiastica.
Alessandro VI: La famiglia Borgia, o meglio, la mafia rinascimentale
Rodrigo Borgia, alias Papa Alessandro VI, è l’incarnazione perfetta della depravazione papale. La sua elezione fu comprata con tangenti elargite a cardinali avidi come iene. Una volta sul trono di San Pietro, trasformò il Vaticano in un bordello. Festini sfrenati, orge con cortigiane, e una lista interminabile di figli illegittimi, inclusi Cesare e Lucrezia, prodotti del suo stesso seme. Per non parlare degli omicidi. Chiunque gli desse fastidio finiva avvelenato. Dicono che il veleno preferito fosse la cantarella, un’arte raffinata per i papi più “creativi”.
Giovanni XII: Il gangster medievale
Un’altra perla rara, Giovanni XII, salì al papato a soli 18 anni e trasformò la Chiesa in un’azienda familiare di criminalità organizzata. Trascorreva le sue giornate in bordelli romani, mentre di notte benediva assassini, ladri e adulterini. Era così spudorato che benedisse un brindisi al diavolo durante una cena. Quando non era impegnato a stuprare pellegrine, si dilettava in sacrifici pagani sugli altari cristiani. Fu assassinato nel letto di una donna sposata, probabilmente dal marito cornuto. Una fine che definire “meritata” è un eufemismo.
Innocenzo III: Il macellaio di crociati
Sotto il pontificato di Innocenzo III, la Chiesa mostrò il suo lato più sanguinario. Non contento di scatenare le Crociate in Terra Santa, dichiarò guerra ai Catari, un movimento cristiano considerato eretico. La crociata albigese fu un massacro senza pietà. Intere città rase al suolo, migliaia di innocenti massacrati. A Béziers, quando gli chiesero come distinguere i cattolici dagli eretici, la risposta fu degna di un demonio: “Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi”. Un genocidio con l’approvazione divina, ovviamente*.
Leone X: La prostituzione della fede
Leone X, della famiglia Medici, trasformò la Chiesa in una macchina da soldi. Inventò il business delle indulgenze, vendendo il perdono dei peccati come se si fosse ad una bancarella al mercato. Le sue casse si gonfiavano mentre i poveri si svenavano per evitare il purgatorio. Questo sfacciato mercimonio scatenò la furia di Martin Lutero e diede inizio alla Riforma protestante. Leone X non si fermò nemmeno davanti a questo. Continuò a vivere nel lusso sfrenato, organizzando feste che avrebbero messo in imbarazzo persino i pagani dell’antica Roma.
Pio XII: Il silenzio davanti all’Olocausto
Durante la Seconda Guerra Mondiale, Pio XII fece il gioco del codardo supremo. Mentre milioni di ebrei venivano sterminati nei campi di concentramento, lui rimase in silenzio. Non una parola contro Hitler, non un gesto concreto per fermare il genocidio. Alcuni sostengono che dietro il suo silenzio ci fosse la paura di perdere il potere o, peggio, una tacita simpatia per il regime nazista. Quel silenzio fu un crimine tanto grande quanto i massacri stessi.
Questi sono solo alcuni esempi. La storia dei papi è un interminabile susseguirsi di avidità, ipocrisia e crudeltà. Hanno benedetto guerre, torturato eretici, soppresso la scienza, e persino trafficato in schiavi. Il papato, più che un trono di santità, è stato spesso un pozzo nero di perversioni e ambizioni sfrenate. Quindi, se mai ti capitasse di pensare che il Vaticano sia un simbolo di bontà, ricorda che dietro ogni veste bianca si nasconde sempre una macchia di sangue.
Da QUORA
Scrive Gianni Demb, corrispondente di QUORA.
I G N O R A N Z A
Il 35% degli italiani adulti è analfabeta funzionale.
Tradotto?
Si collocano dai quindici ai venti punti sotto la media Ocse in termini di capacità di leggere e comprendere testi scritti e informazioni numeriche, come di raggiungere il proprio obiettivo in una situazione dinamica in cui la soluzione non è immediatamente disponibile.
Da un decennio l’Italia rimane inchiodata in fondo alla classifica e non si muove da lì.
Lo rivela l’indagine sulle competenze degli adulti (Survey of Adult Skills) realizzata nell’ambito del programma dell’Ocse per la valutazione internazionale delle competenze degli adulti.
L’Italia va male, è lontana dai 260 punti che sono la media Ocse: la classifica la colloca al quartultimo posto, seguita solo da Israele, Lituania, Polonia, Portogallo e Cile.
In pratica oltre un italiano su tre non è tecnicamente in grado di leggere un testo semplice nella propria lingua e comprenderlo.
Nel senso che sanno leggere e scrivere, ma hanno difficoltà grandi (o addirittura insuperabili) nel comprendere, assimilare o utilizzare le informazioni che leggono.
Nella definizione Ocse, al livello 1 (25% del campione in Italia) riescono a capire testi brevi ed elenchi organizzati quando le informazioni sono chiaramente indicate.
Al di sotto del livello 1 (10%) possono al massimo capire frasi brevi e semplici.
All’estremità opposta dello spettro (livelli 4-5), il 5% degli adulti italiani (contro il 12% medio Ocse) ha ottenuto i risultati più elevati, in quanto possono comprendere e valutare testi densi su più pagine, cogliere significati complessi o nascosti e portare a termine compiti.
È un tema serissimo che merita soluzioni complesse.
Il ruolo fondamentale dell’investimento in istruzione nell’accrescere le competenze viene confermato.
Le 13 frasi tipiche del manipolatore passivo-aggressivo.
Di Ana Maria Sepe, psicologa.
Il tema dell’assertività è oggi di grande attualità: saper sviluppare questa caratteristica sembra infatti vantaggioso e fondamentale in molti contesti della vita relazionale.
Nell’ambito lavorativo, nella coppia, nelle relazioni amicali (…), l’assertività è una competenza che si manifesta prevalentemente nella sfera sociale.
Essa è “la capacità individuale di riconoscere le proprie esigenze ed i propri diritti e di esprimerli con efficacia nel proprio ambiente, mantenendo nel contempo una positiva relazione con gli altri, oppure come la legittima e onesta espressione dei propri diritti, sentimenti, convincimenti ed interessi, evitando la violazione o la negazione dei diritti degli altri” (Galeazzi, Porzionato, 1998).
L’assertività viene descritta da più autori lungo un continuum comportamentale che va dalla “ passività” all’“aggressività”, estremi indicati come negativi e disfunzionali rispetto ad una serie di comportamenti intermedi socialmente funzionali ed efficaci.
Le osservazioni hanno portato alla descrizioni di quattro stili di comportamento, tre piuttosto palesi e uno più difficile da individuare perché subdolo e manipolatorio.
Quando un individuo tende a subire le situazioni senza reagire, assumendosi la responsabilità anche di eventi che non lo riguardano in prima persona; quando non afferma le proprie idee, ritenendo che quelle degli altri siano migliori, quando mette da parte i propri bisogni ed esigenze, non riuscendo a fare richieste o a dire di no; quando ha paura di sbagliare e teme il giudizio altrui, sentendosi frustrato e scontento, ma dirigendo la propria rabbia verso di sé, anziché verso la sua fonte, stiamo parlando di tutta una serie di comportamenti riconducibili ad uno stile passivo.
Com’è facile intuire, alla base di questo atteggiamento ci sono una scarsa autostima ed una bassa considerazione di sé. Generalmente le persone passive hanno quattro principali motivazioni, spesso irrazionali ed irrealistiche:
Il comportamento passivo può offrire dei vantaggi, come ad esempio, evitare di assumersi responsabilità, evitare i conflitti, ma solo nel breve termine, guadagnarsi più simpatia e benevolenza. Tuttavia i costi sono spesso maggiori ed anche più concreti dei vantaggi, poiché non si possono evitare i conflitti nel lungo periodo e la frustrazione accumulata nel tempo può esplodere in improvvisi scoppi d’ira; progressivamente si perde fiducia in se stessi e, di certo, non si può piacere a tutti!
Una persona è aggressiva quando tende ad affermare se stessa con arroganza e prepotenza, quando pretende che gli altri si adeguino ai suoi voleri e bisogni, senza tenere in considerazione le esigenze ed i sentimenti altrui; inoltre quando non è disposta a cambiare idea su cose o persone, si ritiene superiore e non chiede scusa, non ascolta e interrompe gli altri, li colpevolizza, li critica, li svaluta.
Le principali motivazioni sottostanti a tale atteggiamento sono:
Come sottolinea Meazzini (2000), l’aggressivo è cognitivamente miope, cioè, vede solo i risultati a breve termine del suo comportamento: gridando e minacciando riesce ad intimidire gli altri e probabilmente a raggiungere il risultato sperato.
Non si accorge che così facendo però crea le premesse per il suo fallimento lavorativo ed esistenziale, nel lungo periodo si crea intorno inimicizia, insopportabilità, boicottaggio, crea rapporti basati sul timore e sull’odio. Inoltre si creano inutili sensi di colpa e la sua perdita di autocontrollo costituisce un modello educativamente perdente.
La persona assertiva ha una immagine positiva di sé, ma non per questo si ritiene superiore agli altri. é capace di comunicare bisogni, interessi e richieste, così come di mettere dei limiti in maniera chiara, sa interagire positivamente e si assume la responsabilità delle proprie scelte.
Non è imbrigliata in sentimenti di inferiorità e nemmeno si compiace narcisisticamente di sé, tiene conto delle proprie esigenze e di quelle altrui e valuta quali siano prioritarie in base alla situazione, gestisce il conflitto e le critiche in modo costruttivo, interessandosi a risolvere le situazioni, più che ad averla vinta sull’altro.
E’ consapevole della propria scala di valori e sa decidere di conseguenza.
C’è poi un altro stile, che probabilmente è quello più difficile da individuare, per il suo carattere subdolo e sottile.
Si tratta dello stile manipolativo, detto anche passivo-aggressivo.
E’ tipico di persone apparentemente piuttosto passive, ma che dentro di loro nutrono un forte risentimento, nei propri pensieri e nelle proprie convinzioni (Castanyer, 1998).
Ovviamente tutti in misura diversa adottiamo comportamenti di questo tipo, ma alcune persone hanno la tendenza ad utilizzarlo come stile prevalente.
L’aggressivo-passivo non specifica cosa vuole o intende, ma utilizza dei modi indiretti per esprimere se stesso od ottenere ciò che desidera. Può manifestarsi con complimenti ambigui e poco sentiti, sarcasmo, eccessive dimostrazioni di interesse e gentilezza non autentici, procrastinazioni, finti fraintendimenti, omissioni, sabotaggi, ritardi e, ovviamente, negazione dei propri sentimenti di rabbia quando qualcuno li coglie.
In altri termini, dietro atteggiamenti apparentemente disponibili e cordiali, si cela un’ambigua ostilità e la volontà, più o meno consapevole, di ferire o attaccare l’altro.
La rabbia non può essere espressa in maniera chiara, diretta ed assertiva, ma viene manifestata indirettamente.
Vediamo alcuni esempi molto comuni della comunicazione passiva aggressiva.
Nota bene: queste frasi, da sole, non significano molto, sono indicative solo quando inserite in un determinato contesto emotivo.
1. “Che cos’hai?”… “Niente!” (afferma con tono stizzito, offeso e accusatorio!). È una scena tipica quella di lei che delusa o arrabbiata mette il muso, risponde a secchi monosillabi, distoglie lo sguardo, ma quando lui le chiede quale sia il problema, nega prontamente la propria rabbia continuando, però, sottilmente le manifestazioni.
2. Durante un discorso, quando le opinioni iniziano a divergere, ecco che arriva: “Bene, bene!…Ok!”. Un’affermazione per tagliare velocemente la comunicazione emotiva dicendo seccamente che tutto va bene, ma, anche stavolta, esprimendo rabbia attraverso il non verbale.
3. & 4. “Si, si… tra poco”: procrastinare continuamente qualcosa che abbiamo accordato di fare per altri, può essere una forma di aggressività passiva, così come arrivare in ritardo.
Questa formula va a braccetto con: “Ah… non avevo capito!”, cioè fare il finto tonto, il distratto, può essere un modo per sottrarsi a qualche situazione indesiderata evitando di esporsi direttamente.
5. & 6. “Non mi riguarda! Fai come ti pare” e “Te l’avevo detto io!”: prendere le distanze in modo manipolatorio, aspettando che l’altro decida, per poi attenderlo al varco e criticarlo con senso di rivalsa quando le cose non funzionano.
7. “Lo dico per te!”: fingere di dire una cosa per l’interesse dell’altro, con l’intento di persuaderlo per ottenere dei vantaggi personali.
8. “Hai fatto un bel lavoro… per uno del tuo livello”: fare complimenti ambigui, che hanno un inizio mieloso…ed un finale amaro come il fiele!
9. “Un vero amico lo farebbe!”: il classico della manipolazione emotiva, indurre il senso di colpa in modo ricattatorio. E’ un metodo infallibile per intrecciare relazioni disfunzionali o educare figli tendenti alla passività e all’insicurezza (qui io stessa ho assunto uno stile deliberatamente e retoricamente manipolatorio).
10. “Da solo non ce la farò mai!”: svalutarsi e vittimizzarsi per ottenere l’aiuto, le attenzioni ed il sostegno altrui, anziché chiederlo in maniera diretta, chiara e… assertiva. In questo modo l’aiuto dell’altro viene estorto, come qualcosa di dovuto e non richiesto.
11. “Se non lo faccio io… tanto non lo farà nessuno!”: caricarsi una croce sulle spalle e fare il martire.
12. “Eh, però così non va bene! Perché non lo capisce?”: lamentarsi con gli altri e parlare alle spalle senza affrontare la questione in maniera aperta e chiara con il diretto interessato.
13. “Scherzavo! Quanto sei nervoso!”: alla lunga l’atteggiamento passivo-aggressivo diventa veramente irritante per chi ci ha a che fare e alla fine è probabile che induca il malcapitato a perdere il controllo e ad avere un eccesso di rabbia; cosa che procura spesso una certa soddisfazione malcelata al manipolatore, il quale allora accusa l’altra persona di mancare di senso dell’umorismo.
Il modo migliore per difenderci da tali atteggiamenti e per evitare noi stessi di metterli in atto è quello di essere consapevoli delle nostre emozioni e dei nostri moti di aggressività.
Saper regolare le nostre emozioni in modo proficuo, senza reprimerle o negarle, ma neppure scaricandole sugli altri in modo incontrollato, è la capacità che dobbiamo coltivare ed apprendere per migliorare la nostra autostima e avere relazioni migliori.
È importante allenarci ad essere assertivi ed empatici, avendo chiari i nostri diritti individuali e riconoscendo che anche gli altri hanno gli stessi: ai più non piace sentirsi manipolati e hai il diritto di far sapere agli altri che non piace neanche a te!
Per imparare a prendere le distanze occorre rispettare il proprio sentimento e le proprie emozioni tanto quanto i propri reali desideri e bisogni, dire “no” quando è NO che sentiamo: ad esempio non accondiscendere a incontri o intimità solo “per far andare bene le cose”.
Anche se hai paura di perdere la persona che ti piace o che ami chiedendole di essere all’altezza dei tuoi standard, la verità è che rendere chiare le tue necessità e non accettare compromessi, è l’unico modo per essere rispettato e avere delle relazioni felici.
La tua persona continuerà a pensare che a te sta bene la situazione e continuerà a comportarsi come ha sempre fatto.
Sei tu che decidi cosa vuoi e sei solo tu ad avere la possibilità di dire no agli atteggiamenti degli altri.
Devi solo conoscere il tuo valore e capire che chi non ti da la giusta importanza, chi non ti rispetta, non è una persona da tenere nella tua vita.
Segnalata da Rita.
N O N I M P O R T A Q U A N T I A N N I H O
“Non importa quanti anni ho”. di José Saramago
Ho l’età in cui le cose si osservano con più calma,
ma con l’intento di continuare a crescere.
Ho gli anni in cui si cominciano ad accarezzare i sogni con le dita
e le illusioni diventano speranza.
Ho gli anni in cui l’amore, a volte, è una folle vampata,
ansiosa di consumarsi nel fuoco di una passione attesa.
E altre volte, è un angolo di pace, come un tramonto sulla spiaggia.
Quanti anni ho, io?
Non ho bisogno di segnarli con un numero, perché i miei desideri avverati,
le lacrime versate lungo il cammino al vedere le mie illusioni infrante valgono molto più di questo.
Che importa se compio venti, quaranta o sessant’anni!
Quel che importa è l’età che sento.
Ho gli anni che mi servono per vivere libero e senza paure.
Per continuare senza timore il mio cammino, perché porto con me l’esperienza acquisita e la forza dei miei sogni.
Quanti anni ho, io? A chi importa!
Ho gli anni che servono per abbandonare la paura e fare ciò che voglio e sento.
Il testo di Saramago si distingue per la sua universalità: parla a chiunque, indipendentemente dall’età anagrafica, poiché l’età diventa un concetto relativo, subordinato alla forza dei sogni, alla passione, alla serenità conquistata con il tempo.
Questa poesia è una guida per vivere con consapevolezza e coraggio, per abbandonare l’ansia di conformarsi agli standard imposti e per abbracciare la bellezza di ogni fase della vita.
José Saramago (1922-2010), premio Nobel per la Letteratura nel 1998, è stato uno degli autori più influenti del XX secolo.
Nato ad Azinhaga, un piccolo villaggio in Portogallo, ha dedicato la sua vita alla scrittura, esplorando con maestria temi come l’umanità, la politica, la religione e la condizione esistenziale.
Tra le sue opere più celebri figurano “Cecità”, un romanzo che indaga sulla natura umana di fronte al caos, e “Il Vangelo secondo Gesù Cristo”, una rivisitazione audace e poetica della figura di Cristo.
Con una prosa unica, caratterizzata dall’uso innovativo della punteggiatura e dalla profondità delle idee, Saramago ha conquistato milioni di lettori in tutto il mondo.
Questa poesia, benché meno conosciuta rispetto ai suoi romanzi, rappresenta una sintesi perfetta della sua visione filosofica e della sua straordinaria capacità di parlare al cuore umano.
da QUORA
Scrive Suzette, corrispondente di QUORA.
C O P P I E C H E V I V O N O S E P A R A T E
… È un po’ come dire: “Ti amo, ma a piccole dosi. E possibilmente con un po’ di spazio tra noi, sai, per sicurezza.” Insomma, se ci pensiamo bene, il concetto di mantenere vivo un amore stando lontani sembra già di per sé un controsenso.
1. La tana dell’amore
Quando due persone si amano davvero, sentono il desiderio naturale di creare una “tana” comune, una sorta di rifugio in cui crescere insieme. Non si tratta di stare attaccati tutto il giorno, come due calamite patologiche, ma di condividere un luogo in cui costruire qualcosa. La casa, in fondo, è un simbolo: rappresenta l’intimità, la fiducia, il “ci siamo l’uno per l’altro”. Se preferisci vivere in un’altra caverna, forse non hai tutto questo desiderio di condividere la Vita con l’altra persona.
2. “Stiamo lontani per non litigare”: una scusa travestita da soluzione
Chi dice che vivere separati evita i conflitti, in realtà, sta solo rimandando il problema. Certo, non ci si scontra su chi ha lasciato la tavoletta del water aperto o chi ha dimenticato di comprare le patatine, ma questi sono solo pretesti, non il vero nocciolo della questione. Se il tuo amore sopravvive solo grazie alla distanza, allora non è AMORE. È una tregua armata. È come dire: “Ti amo, ma non troppo vicino perché potrei ricordarmi perché mi irriti.”
3. Conosci te stesso, e poi prova a conoscere qualcun altro
Uno dei problemi di fondo è che la maggior parte delle persone non sa nemmeno chi è. Non ha fatto i conti con i propri traumi, le proprie paure, le insicurezze. Vivono trascinandosi dietro valigie di esperienze non elaborate e poi cercano di costruire una relazione su fondamenta che, diciamocelo, sembrano fatte di gelatina. E qui entra in gioco il vero problema: le relazioni di oggi spesso non nascono da un amore autentico, ma da una serie di bisogni non risolti, attrazioni superficiali e cliché romantici.
Metafora? Eccola: è come voler costruire una cattedrale con sabbia bagnata. Bellissima all’inizio, ma crolla al primo vento di burrasca (o al primo litigio su chi doveva portare fuori il cane).
4. Una relazione sana? Utopia o realtà possibile?
Una vera relazione d’amore è un viaggio condiviso verso la crescita, sia individuale che di coppia. Questo non significa essere perfetti o aver risolto ogni cosa prima di iniziare una relazione, ma almeno avere la consapevolezza di chi siamo, dei nostri limiti e dei nostri bisogni reali. Quando due persone, anche imperfette, si scelgono per camminare insieme verso qualcosa di più grande, allora sì, l’Amore diventa autentico.
L’amore non è “io sto bene solo se mi stai a due metri di distanza”. È piuttosto “nonostante le difficoltà, voglio crescere con te, nella stessa tana, nello stesso caos quotidiano.” Perché se due persone si AMANO davvero, scelgono di affrontare la vita insieme, non di aggirarla separati!.
5. Ironia finale
Vivere separati per mantenere vivo l’amore è un po’ come comprare una pianta e metterla nell’armadio per paura che la luce la rovini. Certo, la pianta forse non appassisce subito, ma non sta nemmeno crescendo. Allora tanto vale chiedersi: “È davvero una relazione d’amore o stiamo solo evitando il confronto con noi stessi e con l’altro?”
Se l’amore è autentico, non ha bisogno di muri o distanze. Ha bisogno di fondamenta solide, di condivisione vera, e di due persone disposte a guardarsi negli occhi, anche quando si tratta di affrontare i piatti sporchi.
Tutto il resto?
Scuse travestite da buone intenzioni.
Scrive Rose Bazzoli, corrispondente di QUORA
Perché le relazioni sentimentali in cui non si convive sono le più belle, passionali e durature?
Forse perché sono meno soffocanti e ognuno mantiene i propri spazi e la propria autonomia?
Ma è ovvio. Vivendo ognuno a casa propria, non ci saranno battibecchi:
Insomma, tutti i problemi legati alla convivenza non ci sarebbero e i due si incontrerebbero solo dietro appuntamento, tirati a lucido per una serata piacevole: una cena, un concerto, un’uscita con amici comuni… oppure per un incontro romantico, a casa di lui o di lei: candele accese ovunque e una scia di petali di rosa che conducono alla camera da letto… Ho tralasciato qualcosa?
Una vita da fidanzati, senza programmi che vadano oltre l’weekend o le ferie successive, se si fanno assieme, perché si potrebbe scegliere diversamente, in fondo la coppia ha bisogno di una pausa, ogni tanto, giusto?
Come? Non ho parlato dei problemi economici, a vivere da soli?
Non ho detto che nella realtà pochissimi potrebbero permettersi di vivere ciascuno a casa propria?
Non ho detto che per due che si amano è normale desiderare un figlio e allora si deve crescerlo assieme?
Ah, beh, in questo caso vi tocca tutto il pacchetto, all inclusive.
Ho letto la risposta a mio marito per farlo sorridere, ma lui, sarà perché ultimamente gli acciacchi degli anni si fanno sentire, mi ha ricordato che vivendo assieme ci si aiuta e conforta a vicenda, c’è un supporto morale e fisico che manca del tutto a chi vive da solo.
Un buon argomento direi, almeno per chi ha la nostra età. Ma ci si arriva tutti prima o poi, sapete?
N.d.R.:
Abbiamo appena festeggiato, Rita ed io, il 30° Anniversario della nostra Compagnia.
In 30 anni insieme, siamo cresciuti come coppia e individualmente, in piena consapevolezza.
Non ci siamo mai voluti così bene come adesso.
E la festa della nostra ricorrenza ha testimoniato e sancito questo fatto incontrovertibile: il miglior modo per essere coppia è … stare separati.
R I F L E S S I O N E
Se non state migliorando
la vita di qualcuno,
state perdendo il vostro tempo.
Will Smith.
U O M O E D O N N A
Stai bene attento ai tuoi legami,
cavaliere che cerchi la tua dama:
non sposare la donna che tu ami,
sposa, invece, la donna che ti ama.
Una donna sposa un uomo,
pensando che cambierà,
ma lui non cambierà mai.
Un uomo sposa una donna,
pensando che non cambierà mai,
ma lei cambierà.
N.d.R.: dalle mie esperienze di vita.
da QUORA
Scrive James Collins, corrispondente di QUORA
S T A R E B E N E I N C O P P I A
In una relazione di coppia, ci sono alcune azioni fondamentali che possono contribuire a rafforzare il legame e mantenere un rapporto sano e felice:
Queste azioni sono essenziali per mantenere una relazione solida e appagante nel tempo.
Scrive Stefano, corrispondente di QUORA.
F E L I C I T A’ D I C O P P I A
Secondo me quando si diventa coppia non bisogna scordarsi che si resta comunque delle singole persone, che non devono quindi diventare dipendenti l’una dall’altra, ma complementari.
Se uno lavorava prima, è giusto che continui a lavorare anche dopo. Se una aveva un hobby prima, è giusto che lo mantenga anche dopo.
Questo permette poi, nei momenti in cui si sta insieme, di avere maggior energia, serenità e gratificazione…e non ci si rinfaccia di limitarsi a vicenda.
Bisogna poi ricordarsi che quando si diventa genitori, non si smette di essere una coppia. È necessario tenere viva la fiammella del dialogo, trovare i momenti di condivisione e svago insieme. Altrimenti quando i figli se ne andranno di casa, non si saprà più cosa dirsi e cosa fare insieme…sembrerà quasi di non conoscersi più .
Insomma, per essere una coppia felice servono tanti piccoli equilibri che vanno cercati, trovati e condivisi insieme.
da QUORA
Scrive Marco Farulli, corrispondente di QUORA.
C O S A M A N G I A R E P E R E S S E R E S A N I
Occorre partire da un concetto base: per il nostro corpo, restare sano significa essere in omeostasi, in equilibrio.
Il nostro metabolismo necessita di pochi nutrienti, soprattutto lipidi uniti a vitamine, poi proteine unite a fibre, e sali minerali. Infine pochissimi zuccheri.
Inoltre è necessario conservare il pH corporeo neutro.
Il pH è la grandezza fisica utilizzata per esprimere il grado di acidità o di alcalinità (detta anche basicità) di una soluzione liquida. Noi lo siamo perché costituiti per circa 3/4 da acqua.
La scala dei valori del pH si misura da 1 a 14: quando il valore è inferiore a 7, la soluzione è definita acida; se lo supera è definita alcalina o basica.
Un pH al centro di questa scala è neutro.
Il sangue, in genere, è lievemente basico: l’organismo mantiene il pH del sangue su valori prossimi a 7,40.
Allora quali sono gli alimenti sani? Sono sempre gli alimenti che derivano dalla natura. Pesce, uova, carne, grasso, frutta secca, semi e spezie, frutta e verdure.
È necessaria una leggera e continua attività fisica.
Questo porta o riporta il nostro BMI (Indice di Massa Corporea) nel range necessario tra 20 e 24: sopra il valore di 25 il corpo è in sovrappeso.
Quindi per essere e mangiare sano occorre fornire al corpo e ai nostri ormoni: lipidi, proteine, vitamine, sali e fibre e pochi carboidrati.
L’unica attenzione è quella di non mangiare prodotti chimici e metalli aggiunti.
N.D.R. : della piramide sottostante ( che illustra la dieta CHETOGENICA) traduco i contenuti:
BERRIES – FRUITS = FRUTTI DI BOSCO (BACCHE) – FRUTTA
VEGETABLES – OILS = VERDURE – OLII (GRASSI)
NUTS – SEEDS – MEAT – EGGS = FRUTTA SECCA – SEMI – CARNI – UOVA.
Il rettangolo alla base indica i cibi da escludere o da limitare:
PANE – LATTE – ZUCCHERO – LEGUMI – MAIS – RISO.