Numero2893.

 

A N I M A     S P I R I T O     M E N T E     C O R P O                   C O L L O Q U I O

 

 

Anima e spirito: il significato delle due componenti in rapporto al corpo

La ricerca spirituale vede il corpo, l’anima e lo spirito come i tre componenti fondamentali dell’essere umano. Essa ritiene che il corpo sia uno strumento attraverso il quale, per mezzo dei sensi, sia possibile farsi un idea dell’esistenza sperimentandola e immergendosi nella realtà.

In poche parole, il corpo permette all’uomo di toccare, guardare, sentire, gustare, e così via. Gli consente di entrare in contatto con ciò che lo circonda, di conoscere cose nuove che servano ad accrescere il suo bagaglio di esperienza.

L’anima e lo spirito sono viste invece come delle entità che vivono all’interno del corpo. La prima è la componente che permette all’uomo di ricavare impressioni personali dalle esperienze. Lo spirito invece ha la funzione di mostrare all’essere umano una visione più completa e globale di tutto ciò che ha attorno.

Secondo questa linea guida quindi, il corpo è una sorta di veicolo terrestre che contiene le altre due componenti. I tre elementi però sono strettamente collegati tra loro, perché uno vive in funzione degli altri. E nessuno dei tre potrebbe esistere singolarmente.

Che cosa rappresentano davvero?

Approfondiamo meglio la concezione di anima e spirito aiutandoci anche con qualche esempio.

Secondo il credo della ricerca spirituale, l’anima è la componente che permette all’uomo di avere una propria visione sulle cose. O meglio, che gli consente di ricavare un’impressione percettiva in base all’esperienza fatta tramite il corpo. Che può essere positiva o negativa.

In sostanza, è il corpo che tocca un oggetto. Ma è l’anima che, tramite quel tocco, fa emergere una sensazione. Per esempio, mettiamo il caso che per sbaglio il vostro dito vada a finire su una fiamma accesa e si bruci.

È il vostro dito ad aver toccato fisicamente la fiamma. Ma è l’anima, invece, che vi permette di provare dolore, é l’essere interiore sensibile che non gradisce questa informazione, neppure vorrebbe riceverla, ma è costretta a registrarla. E dunque vi consente di ricavare una percezione individuale su quello che avete sperimentato. L’anima incontra una manifestazione aggressiva collegata al fuoco perché vi siete feriti toccandolo.

Il significato dello spirito è differente. Come abbiamo detto, questa è la componente che mostra all’uomo una visione più ampia della stessa esperienza. Ciò significa che, oltre alla propria idea, nasce anche un’impressione obiettiva su quello che l’oggetto del contatto è realmente.

Continuando l’esempio, possiamo dire che lo spirito permette all’uomo di capire che il fuoco brucia, ma che non è il fuoco in sé ad essere negativo. Infatti lo sbaglio è stato metterci il dito sopra.

 

I N    S I N T E S I    Prendiamo confidenza con un po’ di terminologia, per intenderci meglio sulle definizioni.

ANIMA = dal Greco ànemos cioè soffio, vento, è il principio vitale dell’uomo, di cui costituisce la parte immateriale, origine e centro del pensiero, del sentimento, della volontà, della stessa coscienza morale. È la parte che dà vita al corpo e ne alimenta l’attività fisica ed emotiva.

SPIRITO = è l’essenza più nobile dell’anima, che ha la capacità di elevarsi al di sopra del finito, a mezzo dell’astrazione, per spingersi fino al metafisico, fino alle vette di trascendenza estetica delle forme dell’arte e, per chi la vuole e la cerca, fino all’entità ideale che viene identificata con la Divinità.

MENTE = è invece, il meccanismo complesso e meraviglioso che, attraverso la razionalità, ci serve per inserirci nell’ambiente, prendere contatto con gli altri e realizzare i nostri obiettivi, i progetti e programmi che abbiamo deciso di portare avanti su questo piano materiale della realtà che ci circonda.

 

Prendendo alcune lettere delle tre parole sopra indicate e fondendole insieme in una specie di crasi (fusione) un po’ immaginifica, potrei coniare un neologismo (parola nuova) che suona così: SPIRANIMENTE.

Lo spiranimente potrebbe essere l’insieme dei significati concettuali sopra definiti e costituire l’interlocutore immateriale del protagonista fisico dell’uomo, cioè il corpo.

L’essere umano è costituito da questi due coniugi, anima e spirito, uniti dalla natura in un matrimonio sui generis nella mente che ne diventa una specie di “braccio operativo” che mette in azione e in funzione il corpo.

Il corpo rappresenta l’involucro o scafandro entro il quale è ospitato il nostro spiranimente, a vario titolo e secondo criteri molto diversificati, con un algoritmo non teorizzabile dove la casualità è squisitamente quantistica.

Voglio dire, e tutti lo possono constatare, che nessun uomo è uguale ad un altro, proprio perché:

1 – Non esistono corpi fisicamente uguali, neanche nel caso di gemelli.

2 – Non esistono neppure spiranimenti uguali.

Ne consegue che, a maggior ragione, non è dato di trovare sulla faccia della terra e per tutta la durata della storia umana, una persona che sia uguale ad un’altra, tale e tanta è l’eterogeneità delle possibili combinazioni di miliardi di caratteri diversificati, sia di tipo fisico che di tipo immateriale.

Questa lunga premessa, per quanto cervellotica possa apparire, è per annunciare il presuntuoso tentativo di mettere in scena la diatriba fra un corpo e uno spiranimente nella loro coesistenza.

Di chi siano, non serve troppa immaginazione, lo potete intuire facilmente.

Io, piccolo pulviscolo del creato, quasi nullità biologica, indegno rappresentante della razza umana, ho tentato, per 80 anni, di far andare d’accordo le due parti della mia natura, quella corporea e quella spiranimentale, con quali risultati, francamente, non riesco ancora a capacitarmi. Ecco perché, qui di seguito, scriverò per parlarmi addosso e valutare, fra me e me, quale persona e personalità io sia mai stato e sia.

Di questo teatrino, il lettore è invitato ad essere spettatore, spero indulgente e non ipercritico. Anche perché la messa in scena e la recitazione saranno, come si suol dire, “a braccio” e senza “canovaccio”: improvviserò cammin facendo.

 

 

 

S = spiranimente = spirito + anima + mente

C = corpo

 

Una mattina di questi giorni, S = spiranimente e C = corpo si svegliano dopo una delle solite nottate agitate, un po’ a spizzichi e bocconi, fatta di tappe, fermate e ripartenze, di veglie pensanti e di sonni tranquilli, di assopimenti e di sogni che entrano ed escono uno dall’altro. A questa età è ormai così che trascorre il tempo della notte. Ebbene, quella mattina i nostri due personaggi che poi, come ben capirete, sono le due facce della mia stessa medaglia, tornano per l’ennesima volta alla vita cosciente e, fra di loro, cominciano a dar vita ad un colloquio che mai, in oltre ottant’anni, avevano intavolato seriamente. Quello che si diranno non lo so ancora, ma lo scoprirò io stesso scrivendo, passo dopo passo, tutto quello che mi passa in testa, senza un programma, senza un criterio, senza un ordine temporale, forse anche senza uno scopo, se non quello di rivelare a me stesso, innanzi tutto, e a chi mi segue quello che sono stato e sono tuttora.
Andrò a scovare, anche negli angoli più riposti, tutte le sfaccettature di questa relazione, che ha legato nel passato e lega ancora nel presente, le due componenti di cui è costituita la mia persona, mettendo a confronto e contraddittorio i due punti di vista che hanno peculiarizzato la mia esistenza di essere umano senziente e pensante. Eppure, bene o male esse sono state e sono tuttora intimamente connesse in un tutto unico e, francamente, si può parlare di coabitazione, di collaborazione, di integrazione, di combutta, di solidarietà, di mutuo soccorso, di interazione, di condivisione e quant’altro possa identificare un sano rapporto di coesistenza.
La sceneggiatura non sta scritta da nessuna parte, esiste in embrione soltanto nel mio cervello e mi sto chiedendo se sarò capace di sviscerare dignitosamente gli argomenti e di dipanare con successo la matassa di tutto il garbuglio che è stata ed è la mia vita.
Per intanto comincio. Dove mi porterà la messa in scena non ve lo so dire: scopriamolo insieme.

 

S – Ben svegliato, buon giorno!

C – Buona giornata a te, caro collega e compagno! Come ti senti dopo la nottata? Nel sonno, sei andato in giro per i fatti tuoi senza di me?

S – Non ti nego che, per qualche ritaglio di tempo notturno, ho avuto l’occasione di vagare liberamente astraendomi dal tuo contatto e sono riuscito a sentirmi proprio strano e diverso, addirittura mi sono sentito bene, perché non erano incubi o situazioni di malessere quelle che provavo, bensì un senso di serenità positiva.

C – Non sono dispiaciuto di queste tue sensazioni, anche se so che, durante il giorno, quando sei cosciente e coabiti con me, non hai tanto spesso manifestazioni di benessere, perché ormai io, come tuo albergo, non sono più tanto confortevole.

S – Non ti sto rinfacciando nulla. Per tanti anni da te ho avuto il meglio che potevi darmi ed adesso, con l’età che ci ritroviamo, dobbiamo fare i conti con una vagonata di malanni ed acciacchi, più numerosi che fastidiosi. Lo dico perché a tutto ci si adatta ma, purtroppo ci sono. Prendi, ad esempio, l’ipertrofia prostatica benigna, di cui da tempo stai accusando i sintomi. Lo sai che di notte non mi fa dormire sonni tranquilli.

C – Hai ragione e me ne dolgo sinceramente, ma tu sai che, oltre al fatto di avere avuto un padre che soffriva della stessa pecca, mi hai anche trattato piuttosto maluccio, per decenni, con un’alimentazione niente affatto sana e salutare.

S – Devo riconoscere che ho mangiato un po’ alla carlona per tutta la vita. Sai, se si sapessero prima certe cose! Quando ero giovane tutto mi era perdonato e tu, mio caro C, hai assorbito e neutralizzato ogni eccesso o disfunzionalità. Ma più avanti nell’età, dopo aver gozzovigliato impunemente per tutta la vita, anche tu non hai più i mezzi per metabolizzare tossine e veleni che stanno dentro, ahimè, a tutte le cose buone che ingurgitiamo. Maledizione! Perché le cose che piacciono di più sono quelle che fanno più male?

C – Dici bene, così è ed è successo. Solo adesso che ti sei accorto di quanto sbagliavi, hai tentato di rimediare in qualche modo. So che hai studiato, ti sei fatto una cultura, hai preso provvedimenti anche drastici per riportarmi ad una condizione più accettabile ma, come sai, i danni creati sono irreversibili e adesso devi convivere con le conseguenze delle trascuratezze che mi hai fatto sopportare.

S – Caro C, mi pento amaramente di non aver fatto abbastanza per imparare a vivere come si deve dal punto di vista dell’alimentazione: sono stato proprio uno scriteriato! Perché invece di tante materie stupide e farlocche, nelle scuole non insegnano a nutrirsi come si deve e a mandare al diavolo le lusinghe e le tentazioni che ci propongono le pubblicità delle industrie alimentari?

C – Questo sarebbe stato compito tuo: siamo quello che mangiamo! E lo dico io che sono un corpo. Solo ora che hai data una regolata alla tua maniera di nutrirti, sto meglio, assai meglio che non negli ultimi decenni, anche se  sono molto più vecchio. Ti ho supportato e sopportato per tanti anni, ma sono segnato dalla tua negligenza nella gestione delle mie esigenze. Eppure ho cercato in tutti i modi di mandarti dei segnali, di quando in quando, per avvertirti che stavi esagerando, trascurando, sottovalutando.

S – Accidenti! Se, come spero e credo, avrò un’altra vita, saprò comportarmi in altro modo. E comunque, chi sa può, chi non sa peggio per lui. È successo tutto come quando vai al ristorante, pensando di non pagare mai. Ti fai portare tutti i manicaretti più sfiziosi, te li godi con gusto, ma poi ti accorgi che devi anche pagare ed allora arriva il cameriere con un conto che più salato non si può.
Se tu avessi chiesto dei piatti più modesti, se ti fossi attenuto a scelte non di rinuncia ma di sobrietà, non avresti pagato tanto. Bastava che ti informassi: dovevi saperlo prima. Prevenire e pagare il giusto è meglio che pagare troppo e… piangere.

C – Caro S, se, come sostieni, avrai nuovamente l’occasione di tornare in vita, credi che potremo ancora instaurare, noi due, una collaborazione vitalizia come quella di cui stiamo usufruendo? Io penso di no, perché a morte avvenuta, io finirò in pasto ai vermi o in cenere e quindi tu dovrai trovare un altro ospitante con cui avere una relazione. Ti sorride l’idea di liberarti di me?

S – Se c’è una cosa per cui io benedirei la morte è proprio la possibilità di incarnarmi in un altro corpo. Ciò che io, adesso, dico non è perché sia questa una verità. La mia è solo una speranza. E sai che ti dico anche? Che il corpo che potrei avere nella prossima esistenza terrena, potrebbe essere a misura del livello spiranimentale che ho maturato nel corso di questa vita. In questo senso, un corpo come il tuo di oggi non mi sarebbe per nulla adatto ed appropriato, ammesso e non concesso che io abbia utilizzato in senso migliorativo il mio attuale percorso esistenziale.

C – Ben detto! E io non sarei invidioso del tuo nuovo corpo fisico. Ho cercato di assecondarti nel miglior modo possibile, non ti ho mai fatto fare brutta figura, per quanto tu mi abbia trattato abbastanza male. Non mi sto appuntando medaglie sul petto, né agitando turiboli d’incenso. Eppure so bene che tu, per certi versi, non sei stato troppo contento di me.

S – Ebbene sì, è vero. Lo dichiaro apertis verbis (chiaramente): ho sempre avuto una pur rispettosa e mai lamentosa riserva sulle tue caratteristiche fisiche. Se io ti ho fatto soffrire per non averti alimentato adeguatamente, confermo che tu mi hai scontentato e deluso per il tuo aspetto, sia morfologico che estetico. Ad esempio la statura: non è questione di vanagloria, ma mi sarebbe piaciuto “abitare” in un corpo un po’ più alto.

C – Ma è mica colpa mia se entrambi i tuoi genitori non superavano il metro e sessanta. Cosa pretendevi! D’accordo, non mi hai scelto tu, ma loro sì che si sono scelti ed assortiti. I caratteri somatici genetici ereditari non si possono cancellare.

S – Due cose ti voglio dire. La prima è che mio figlio è alto un metro e ottantacinque e io misuro uno e sessantacinque e sua madre è alta più o meno quanto me. Sono contento per lui che è stato più fortunato di me. Però l’ereditarietà qui ha fatto un salto. La seconda cosa che ti dico è che, oltre l’altezza, ho sempre avuto da ridire sulla particolare nodosità delle mie giunture ed articolazioni. Mi sarei augurato di essere un po’ più snello e flessuoso, con un’andatura armoniosa e sciolta. Sono invece, in particolare adesso che sono invecchiato, molto legnoso, goffo e ingobbito e la mia andatura è più vecchia della mia età.

C – Bravo tu ad incolparmi anche di questo: è colpa tua se, in primis, hai dovuto trapiantarmi entrambe le anche con protesi artificiali! E questo non mi aiuta certo ad incedere con leggerezza ed eleganza. Ed è, altresì, colpa tua se per tutta la vita ho lavorato quasi esclusivamente da seduto. Prima hai studiato, e tanto: la mia posizione abituale, per ore ed ore, era quella da seduto. Ultimamente, dalla pensione in poi, è quasi peggio: oltre che pigro, sei troppo sedentario. Sto al computer o alla Tv per tutto il giorno, salvo qualche ora di tennis e qualche giretto ogni tanto. Ormai, non mi raddrizzo più.

S – Non ti ripudio, anzi dovrei esserti grato per aver fatto del tuo meglio. Bene o male, nonostante una serie di piccoli handicap corporali, sono riuscito ad avere lo stesso le mie gratificazioni sentimentali, affettive, relazionali. Tutto sommato, se ci penso bene, sono piaciuto a più di qualche donna ed a rappresentarmi ci sei stato tu. Io ho cercato di renderti gradevole il più possibile con le mie doti umane, mentali, culturali, con la sensibilità e l’educazione nei rapporti interpersonali.

C – È così come dici, abbiamo fatto una discreta figura insieme e poi, devo riconoscerlo, mi hai sempre vestito come si doveva, presentandomi in ogni occasione ben agghindato con un tuo stile personale, curato e anche originale, che mi ha fatto, non dico notare, ma distinguere almeno, a dispetto dell’aspetto, perdonami il bisticcio di parole. Riconosco che, stando alle sole caratteristiche fisiche, sarei passato quasi inosservato, a causa della pochezza del look somatico.

S – Non si può avere tutto nella vita. Ma quello che abbiamo avuto insieme non è stato proprio banale o insulso. Ma lascia che ti confessi molto candidamente che mi sono sentito, in alcune circostanze, in certi momenti della vita, in compagnia di alcune donne, poco assecondato da te. Non dico che abbiamo fatto brutta figura, ma probabilmente, lo ammetto, non ho saputo tenere le briglie con la dovuta efficacia per concludere la corsa da cavaliere brillante. La tua resistenza al galoppo a volte non ho saputo gestirla al meglio, probabilmente a causa dei particolari episodi e periodi della vita per cui il mio sistema nervoso non era sereno, ma molto stressato. Qui devo recitare il “mea culpa”, ma quelle occasioni sono state le uniche volte in cui il nostro rapporto è stato distonico e non del tutto soddisfacente dal punto di vista delle performance psicosomatiche.

C – Sono contento che ti sei preso tu il coraggio e l’onestà intellettuale di ammettere le tue responsabilità, ciò ti rende onore. Quando si sono verificate le circostanze per cui il tuo stato affettivo e mentale è risultato all’altezza, io ti ho risposto e assecondato adeguatamente e il benessere non è mancato, né prima, né durante, né dopo. Io ci metto i miei circuiti nervosi e muscolari, nel miglior stato di forma possibile, ma a comandarli sei tu: io faccio la biga e tu l’auriga. Stavolta sono io che ti chiedo di perdonarmi la battuta.

S – Anche le prestazioni sportive ci hanno visto in combutta per ottenere i risultati migliori che potevo raggiungere al mio livello.
Da giovane abbiamo giocato a calcio, praticato un po’ di atletica leggera e poi tanto tennis. Abbiamo imparato da soli, alla buona, ma con grande entusiasmo e costanza. Tuttora, all’età di quasi ottantadue anni , il tennis è lo sport che stiamo praticando ancora con soddisfazione e contiamo di continuare finché reggono le forze e ci facciamo rispettare anche da chi ha 20 anni di meno. Anche perché, ultimamente ho messo in atto una piccola, grande rivoluzione nei miei regimi di vita.

C – Eh, me ne sono ben accorto! È stato un cambiamento drastico quanto inaspettato, pur se auspicabile, quello a cui mi hai sottoposto in questi ultimi mesi. Negli ultimi 10-15 anni, mi hai trascurato tanto, al punto che mi sono trovato costantemente in serio sovrappeso, per quanto ti sforzassi di adottare restrizioni caloriche, sacrifici e rinunce. Non riuscivi a farmi dimagrire con la sola dieta per colpa della sindrome metabolica che si era instaurata in pianta stabile a causa della diffusa infiammazione di tutti i miei sistemi, tessuti e organi. So che hai studiato, progettato e programmato un piano per implementare il metodo del digiuno.

S – Proprio così. A mali estremi, estremi rimedi. Ho capito che non ci sarebbe stato alcun risultato positivo per raggiungere un peso più adeguato alla tua corporatura e alla nostra età, se non ero in grado di realizzare un reset di tutto il tuo organismo, ricorrendo al metodo, tanto severo quanto naturale, del digiuno. Ho cominciato con prudenza cioè con un periodo di tre mesi di restrizione calorica e con il digiuno intermittente. Sono riuscito a farti calare di circa 5 Kg. Poi, quando ho sentito che potevo permettermelo, ho adottato il digiuno terapeutico assoluto per 5 giorni consecutivi: niente cibo solido, solo acqua, caffè, tisane e brodo vegetale. E se ne sono andati altri 4 Kg. Da lì, sentendomi perfettamente in forze, tant’è che non ho mai smesso di giocare a tennis, ho ripreso a mangiare regolarmente, ma modificando le mie abitudini alimentari. Tuttora, sono in una fase di mantenimento che sembra essere addirittura migliorativa. Ho rinunciato, e ormai mi ci sono abituato, a certi cibi che avevo sempre mangiato e che mi piacevano, ma che non sono propriamente salutari. Adesso quello che mangio è altro ed è anche meno, visto che ci sono circa 10 Kg di te in meno che non richiedono più di essere nutriti. Finalmente, il tuo metabolismo risponde e reagisce con prontezza: il rilascio di insulina è sotto controllo e la glicemia, conseguentemente, anche. Ti lascio la parola per sentire da te come ti senti.

C – Ebbene sì, te lo confermo. Avverto un senso di benessere generale, di vigoria e di lucidità che avevo dimenticato. È ben vero che ho perso parecchio tessuto muscolare, ma niente di particolarmente grave, e soprattutto, ho perso molto grasso viscerale e sottocutaneo, anche se si vede, qua e là, la pelle un po’ cadente, perché non ha più il supporto dei cuscinetti adiposi. Il sonno è ulteriormente migliorato e le analisi più recenti hanno evidenziato che sono rientrati nella norma tanti parametri vitali indicatori di uno stato di salute soddisfacente, addirittura migliore di qualche anno fa. E ora non mi pesa più la rinuncia a tante cose che mangiavo e bevevo pensando che fossero giuste solo perché mi piacevano. Accidenti no! Non sono giuste, perché non riuscivo a ritrovarmi, a riconoscermi, continuando così. Insomma, a circa 10 mesi dall’inizio di questo percorso, ho perso ormai 12 Kg e vedo che mangio bene quanto voglio, sono sazio e registro ogni mattina, nudo sulla mia bilancia, le variazioni che si verificano a seconda di come e quanto mi dai da mangiare.

S – Vediamo se mi confermi anche questo: negli ultimi tempi, hai notato che ho cambiato anche l’acqua? Anche qui devo dire di aver preso un provvedimento radicale. Fino a poco tempo fa, bevevo l’acqua Ferrarelle, solfato calcica, ma mi accorgevo che avevo difficoltà ad eliminarla coi filtri renali: ha un residuo fisso molto alto e facevo poca pipì. Così, ho pensato di non berla più e di abituarmi ad un’acqua con residuo fisso molto basso,: l’acqua Sant’Anna che io adopero per la macchina del caffè e con cui, se non elimino, evito le incrostazioni calcaree. Ho pensato che la stessa funzione avrebbe potuto fare anche con i tuoi reni. Cosa hai registrato?

C – Proprio così! Devo constatare che, adesso, l’eliminazione dell’urina è notevolissima e, per di più, il colore del liquido organico è parecchio più chiaro e limpido. Significa che i glomeruli renali si stanno pulendo e la funzionalità è assai migliorata. Anche questo è un contributo al resettaggio dell’organismo: le tossine vengono eliminate e tutto funziona meglio. Si vede che hai studiato, ma fammi fare una domanda che è un rimprovero: perché non l’hai fatto prima?

S – È il solito discorso: fino quando non sono arrivato davanti all’ultimo stadio e mi sono accorto che non ci sono altri rimedi, la pigrizia mi ha sempre dissuaso dal modificare le mie convinzioni, le mie abitudini e ho continuato imperterrito ad accumulare tossine. Ma ormai era evidente che tu non avevi più strumenti validi per smaltirle perché i tuoi organi emuntori e filtranti stavano arrivando ad una condizione di irreversibile collasso, diventavano sempre più inefficienti. Allora, posso dire che questa volta ti ho fatto fare un “tagliando”? Tanto ti dovevo, se solo posso aspettarmi che tu sia in grado di proseguire ancora per un po’ di tempo.

C – Il ricondizionamento ha funzionato ed è ottimale. Te lo posso garantire anche perché, ad esempio, sui campi da tennis, mi sento molto in forma, agile e scattante più di prima, sento meno la fatica e la prestazione è all’altezza delle aspettative. Erano anni che non mi divertivo così giocando: mi facevi fare tanta fatica con modesti risultati, ora è diverso. Mi congratulo con te, anche tu avrai le tue soddisfazioni.

S – Sì, sì! Sono proprio contento, ma promettimi di farmi sentire il tuo campanello d’allarme, nel caso in cui io vada fuori dai binari. Può accadere che, talvolta, incorra in qualche trasgressione occasionale. Di solito me ne accorgo, ma tu ricordamelo e protesta sonoramente se vedi che sto perdendo il controllo. Posso recuperare prontamente, perché ormai non mi atterrisce l’idea di saltare un pasto o di rinunciare a questo o quel cibo per qualche tempo. Sai che io non sono un fanatico su nulla, può capitare che faccia una eccezione, di quando in quando, ma posso compensare adeguatamente con una rinuncia per ripristinare la media. Conto sulla tua collaborazione, rigorosa quanto vuoi. Ormai mi sono fatta una ragione. Devo occuparmi di te fino alla fine dei nostri giorni insieme, non ho altri veicoli di ricambio o di scorta. Non lasciarmi a piedi senza preavviso.

C – Se vuoi che continui a farti un buon servizio, trattami bene come ultimamente hai cominciato a fare. Posso fare un appello? Vorrei chiederti di non trascurare mai le funzioni cerebrali. Se mantieni attivo e ben funzionante il cervello, vedrai che il resto, che sarei io, gli verrà dietro, sono pronto a seguirlo con tutti i mezzi e gli strumenti che mi sono rimasti efficienti, al loro meglio compatibilmente con l’età. La cabina di regia deve essere sempre in piena efficienza. Non ci possono essere buone attività senza buoni ordini e programmi. Mi raccomando.

S – Come ben sai, in questi ultimi 5 anni, ho fondato un BLOG dove scrivo continuamente quando, cosa e come mi pare. È la mia valvola di sfogo mentale, morale, intellettuale. Non scrivo per dire o dimostrare qualcosa a qualcuno. Semplicemente mi confesso con me stesso, in una specie di catarsi autoreferenziale. A me piace stare solo e la mia è una “vox clamans in deserto” (voce che grida nel deserto). Non cerco lettori o ascoltatori, non faccio “l’influencer” cultural-intellettuale, ho pochi e qualificati estimatori, che ringrazio per seguirmi talvolta qua e là, su specifici argomenti. Riempio così la mia solitudine parlando con il mondo senza pretendere che mi ascolti. Sai, mi sono accorto che è un’attività terapeutica, specialmente perché, come diceva Kant, è “senza speranza di premio e senza timore di pena”, così come diceva “il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”. Ma lui è stato uno delle menti più alte dell’Illuminismo. Io, invece, mi limito ad accendere, di quando in quando, qualche piccola lampadina su svariati temi dello scibile umano. Anche questo nostro colloquio finirà li, nel BLOG.

C – Così metterai in piazza, spudoratamente, gran parte della tua personalità. Ho capito il tuo scopo: è quello di passare ai posteri la memoria di te e dei tuoi pensieri, per essere ricordato da chi non ti ha conosciuto e capito meglio da chi ti ha conosciuto. Si tratta di un vero e proprio testamento della tua personalità per coloro che si imbatteranno, per volontà o per caso, nelle tue scritture. Li dentro ci sei tutto tu e, magari in secondo piano, ci sono presente anch’io.

S – Comunque, la mia attività cerebrale, stanne certo, ha qui il suo impegno e il suo disbrigo. Fino a quando il lume della ragione rimarrà acceso, mi dedicherò a questo “divertissement”, che è una composizione letteraria di carattere frivolo e giocoso. Lo è per lo spirito con cui ad esso mi sono approcciato e mi accingo, un po’ meno per gli argomenti trattati che sono, piuttosto, seri, controversi, diatribici, divisivi, impegnativi. Su ogni cosa dico quello che penso, perché penso quello che dico. Come ho sempre fatto. E non mi aspetto di essere condiviso e, men che meno, ammirato per alcuna delle mie opinioni. Alla mia età, non ho più tempo per rinunciare ad esprimere alcunché, anche se sono ancora pronto a recepire altri pareri se, putacaso, si avvicinano alla verità più del mio. La verità è mobile e sacra. Nessuno, nemmeno io per primo, può affermare di averne possesso, perché è in eterno aggiornamento. E io, umilmente, ripeto sempre: tutti hanno diritto di avere un’opinione, ma hanno anche il dovere di averla informata. Io sono preparato a cambiare opinione su tutto. Solo i cretini sono pieni di certezze. “Nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma, panta rei, tutto scorre”, come diceva Eraclito, ribadito nella chimica da Lavoisier. La vita, come tutta la “Creazione” è una metamorfosi, una trasformazione e ancora lo sei tu, dopo la morte, quando io, Spiranimente, stanco di ogni sforzo, ti abbandonerò, mia buccia, nella spazzatura dei cimiteri.

C – Che brutta fine mi tocca fare! D’altra parte è una legge naturale, quella della morte: che cosa sarei io senza di te? Se ti perdo non mi resta che sparire, povera cosa inanimata che non funziona più. Mi fa piacere pensare che per te ci sarà un altro percorso di evoluzione spiranimentale. Nell’orizzonte degli eventi, ci sarà un tempo e un luogo quando e dove, in un altro veicolo corporeo, proseguirai la tua crescita di raffinazione, salendo di livello rispetto al presente. Infatti, tu adesso, sei molto migliore di quando sei nato, nessuno lo può dire meglio di me, che ti sono stato appiccicato per tutta la nostra vita.

S – Per sommi capi, lo avevo anticipato prima. Fammi definire meglio e più approfonditamente un pensiero che mi solletica e mi intriga da un po’ nei meandri cerebrali che sono sempre in fermento creativo o meditativo. Sai che io intuisco e penso che quello che viene immaginato come inferno e paradiso nell’aldilà in realtà non sono altro che il retaggio di come e di ciò che io mi sento adesso, su questa terra, in questa vita? Se io mi sento bene ora spiranimentalmente, se sono soddisfatto del mio essere e della mia condizione, se lascio intorno a me le persone care e tutti gli altri in pace con me e con un buon ricordo, se non ho fatto del male e ho la coscienza pulita, e tutto questo mi fa stare bene nella mia pelle, io credo che mi porterò nell’aldilà questo “status” d’animo che costituirà il bagaglio di crediti che definiscono il livello di evoluzione che mi è proprio e che mi spetta. Da li posso ripartire alla prossima tornata di vita e posso tentare di raggiungere un altro livello più alto di bene che vuol dire più armonia, più equilibrio, più apertura mentale, più altruismo ed empatia che, lo sento, un po’ mi sono mancati in questa mia esistenza attuale. Insomma, paradiso e inferno hanno la propria sede nella coscienza di ogni individuo, nella consapevolezza intima e leale di avere fatto il bene ed il male che poi influenzano lo stato di benessere o di malessere a cui noi diamo quei nomi altisonanti di paradiso e inferno. Stare bene o stare male con se stessi sono il vero paradiso o inferno in questa stessa vita che stiamo vivendo: noi siamo premio o castigo a noi stessi. La mia è, ripeto, una pura ipotesi, per non dire un augurio che faccio a me stesso, in definitiva una speranza autoconsolatoria che mi aiuta ad affrontare i giorni a venire con maggiore serenità. Da qui scaturisce anche una strana curiosità per la morte e, persino, ma non ti meravigliare, una quasi sfrontata assenza di timore per essa.

C – Complimenti per il tuo filosofeggiare molto creativo e, tutto sommato, assai salvifico. Lascia  fare anche a me una citazione forbita: “primum vivere, deinde filosofari” ( prima di tutto vivere, poi fare filosofia). Intendo dire che noi due dobbiamo occuparci ancora per un po’ dei fatti nostri, cioè di quello che abbiamo in comune. E ti voglio chiedere quali sono le tue aspettative e previsioni per gli anni a venire, tenendo conto che il decadimento fisico, che da un bel po’ è cominciato, diventerà ingravescente e arriverà il momento in cui dovrò ammainare la bandiera sotto gli assalti pirateschi di qualche morbo improvviso o degenerativo. Un’altra citazione: “motus in fine velocior” ( il movimento, verso la fine, diventa più veloce).  Finché la trottola si ferma.

S – Non mettere già le mani avanti, ti ho appena revisionato il motore e potresti marciare ancora egregiamente per un bel po’ di chilometri. Ti prometto che ti farò procedere ad un regime di giri limitato e congruo con le tue potenzialità attuali e future. Nessuna esagerazione di velocità né sbandamenti incontrollati nell’andatura, una rotta di crociera tranquilla e conservativa: starò attento a non sprecare nessuna delle poche cartucce che mi sono rimaste, risparmiandole per gli attacchi che sicuramente arriveranno, senza preavviso e con sempre maggiore veemenza. D’ora in avanti, sarà mia premura condurre un regime di vita e di alimentazione parco, sobrio e salubre per non compromettere le tue condizioni organiche, già intaccate dal logorio e non più recuperabili. Spero che ti vada bene il mio proposito e conto di essere da te assecondato e facilitato per arrivare in porto senza affrontare tempeste.

C – Sono d’accordo con te. Ma come ti auguri che succederà, quando taglieremo il traguardo? Chi di noi due abbandonerà per primo l’altro? Da chi arriverà la resa e alzerà bandiera bianca: Io con la perdita delle integrità fisiche basilari o tu con l’assenza del controllo di gestione della navicella?

S – E chi lo sa? Non ci è dato di saperlo ancora: forse, intimamente, avvertiamo di non essere, al momento, troppo vicini alla fase finale, perciò le previsioni e le predizioni sono francamente inappropriate. Ogni giorno, di cui i nostri occhi ci daranno la luce del sole, porterà la sua pena e ci aggiorneremo cammin facendo. Teniamoci in contatto, il più stretto possibile. Ecco, l’unica cosa che un po’ mi fa paura è questa di non conoscere o non saper prevedere come sarà la fine. Ma tutto sommato, è un particolare di non decisiva rilevanza: ciò che è alle nostre spalle, la nostra storia insieme, è già un conforto ed un soddisfacente viatico per il dopo, qualunque cosa sia. E così sia.

C – Ma ho un’ultima curiosità: quale fine mi farai fare, quando mi sarò spento? Intendo: mi aspetta una cassa da morto ed un loculo,  oppure pensi alla cremazione, che ultimamente è diventata, se non una moda, almeno molto più comune e frequente?

S – Bella domanda! È da un po’ che ci sto pensando, ma devo informarmi ancora e meglio e ti prometto che lo farò e ti darò una risposta. Se ci sono civiltà, come quelle Egizia, che hanno sviluppato un culto dei morti molto conservativo riguardo al corpo, pensa alla mummificazione di cui erano maestri, altre culture in diversi siti della terra, nel passato e nel presente, hanno adottato l’eliminazione dei cadaveri a mezzo del fuoco, che sembra essere per loro un elemento purificatore Tutti si rifanno a dettami teistici, fideistici, religiosi, rituali, a consuetudini e tradizioni che tengono conto anche di sicurezza ambientale e igienica. Gli Egizi addirittura lasciavano nelle tombe del cibo accanto alla mummia, nella convinzione che il corpo del defunto avrebbe potuto materialmente continuare a vivere. Molti popoli lasciavano, invece, nel sacello solo le cose più preziose che il morto aveva portato con se in vita, pensando che avrebbero gratificato il suo spirito. Io penso, e te lo confermerò, che tu, caro C, possa essere polverizzato molto semplicemente e che le tue spoglie mortali vengano ridotte in cenere e contenute in una una piccola scatola, che possa costituire un ricordo della tua, della nostra persona trapassata a miglior vita e che l’urna sia conservata nella casa di chi vorrà custodirla.

Memento, homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris ( Ricordati, uomo, ché polvere sei e in polvere ritornerai). Genesi 3,19.

 

 

Numero2873.

 

Tu sei molto di più di quello che vogliono farti credere gli altri

Ana Maria Sepe     Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi.

 

Il più grande timore che affligge l’umanità moderna si chiama: credere di non essere all’altezza; la paura di essere imperfetti, di non essere abbastanza bravi, belli, in forma, adatti ad un lavoro o ad una relazione (potrei continuare all’infinito)… è un problema con cui tutti (o quasi) ci siamo trovati a dover fare i conti nella vita. Le ripercussioni di una mentalità così sabotante sono molte e gravi. Quando questi pensieri disfunzionali iniziano a mettere radici più profonde al punto di compromettere la qualità della nostra stessa vita, forse è il caso che facciamo qualche passo indietro.

Alla base vi sono componenti cognitive rigide e limitanti

Una convinzione svalutante su sé stessi (“non sono abbastanza/non sono all’altezza”), che affonda le sue radici nelle prime esperienze infantili, cui si accompagna una decisione presa in quell’epoca (ad esempio “non sarò mai amato/apprezzato; non riuscirò mai nella vita”). E oggi quel messaggio lo portiamo dentro nella forma di aspettative perfezioniste e missioni impossibili che chiediamo​ a noi stessi. Aspettative a cui dobbiamo rispondere in diversi ruoli sociali, professionali, intimi. E l’ansia e la depressione fanno capolino.

Le frasi tipiche di chi si svaluta continuamente:

  • “non posso permettermi di sbagliare”;
  • “ci saranno delle conseguenze gravissime per la mia incapacità”;
  • “non ho speranze di arrivare dove voglio”;
  • “qualcosa ostacolerà sicuramente il mio cammino, indipendentemente dalla mia volontà”.

Non sentirsi all’altezza può essere una vera e propria arma puntata contro

Svalutare se stessi è un tipico esempio di mancanza di autostima che conduce ad uno stato di insoddisfazione. Svalutarsi significa, infatti, sminuire, ritenere e dichiarare se stessi inferiori al valore reale. Ma perché questo avviene? Perché alcune persone tendono a giocare al ribasso con la considerazione che hanno di loro stesse?

La svalutazione è una forza vampirizzante che divora e distrugge tutto ciò che di bello possiamo avere e sognare: guasta i rapporti, distrugge sogni ed aspirazioni e paralizza talenti e potenzialità, abituando la persona a credere di non avere gli strumenti adatti per vivere una vita all’altezza delle proprie aspettative.

Come nasce la convinzione di non essere abbastanza

I complessi di inferiorità possono diventare uno stile di vita, e l’incapacità di amarsi può diventare convinzione di valere poco. Forse avete sentito fino alla nausea la frase : ”Se tu non ti ami, chi mai potrà amarti?”. Anche se questo concetto contiene un fondo di verità, nella vita avviene spesso l’esatto contrario: molte persone imparano a credere in se stesse soltanto quando trovano qualcun’ altro che crede in loro.

La nostra autostima dipende moltissimo dalle esperienze che abbiamo avuto nei primi anni di vita: se le relazioni con le persone che si occupavano di noi ( genitori, nonni, insegnanti, ecc) sono state positive e gratificanti avremmo sviluppato probabilmente un immagine positiva di noi stessi. Se invece, i rapporti con chi ci stava vicino sono stati improntati all’ insegna della freddezza e delle critiche, quasi sicuramente avremmo sviluppato un opinione negativa di noi stessi e faremmo fatica ad accettarci e a credere nelle nostre potenzialità. Il bambino che non si sente accettato per quello che è veramente nella totalità del suo essere, tenderà ad incolparsi e a pensare:” Se i miei genitori mi criticano/ mi paragonano agli altri / non mi vogliono abbastanza bene , allora deve esserci qualcosa che non va in me”.

Questo bambino comincerà a credere che i suoi genitori non lo apprezzano abbastanza perché lui è stupido, cattivo, sbagliato, non si merita l’amore e comincerà a sviluppare un immagine negativa di se stesso. Involontariamente, da adulto tenderà a sabotare le occasioni di autoaffermazione e a fuggire dalle opportunità. Perché alla fine si avrà più confidenza con il fallimento che con il successo.

Fallire è un po’ tornare sui propri passi, riuscire vuol dire compiere delle trasformazioni, dentro e fuori di se

La paura di arrivare e non esserne all’altezza può riproporci continui insuccessi. Se riusciamo in una dieta, per fare un esempio semplice, si diventa probabilmente più attraenti per gli altri e questo può compromettere la nostra relazione attuale, potremmo ritrovarci a non saper più gestire situazioni nuove. Così, fallire significa rimanere nei nostri odiati ma rassicuranti chili di troppo.

Effetti del sottovalutarsi nella vita quotidiana

Quando si ha uno scarso concetto di se stessi, le percezioni che ci arrivano dalla realtà, condizionano la nostra capacità di osservare e valutare obiettivamente le situazioni: di conseguenza, cambiano le conclusioni a cui giungiamo. Ecco quali sono le conseguenze di valutazioni condizionate dal non sentirsi mai all’altezza di affrontare la vita:

  1. La paura dell’insuccesso ci induce a una mancata espressione delle nostre risorse personali, del nostro potenziale umano e delle nostre reali capacità, perché ci blocca alla non azione, confinandoci a una vita e a un lavoro molto al di sotto delle nostre potenzialità
  2. La percezione errata di se stesso e il senso di inferiorità uccide i nostri sogni, le nostre aspirazioni; le occasioni restano perdute e le opportunità sprecate, e questo principalmente perché noi per primi facciamo fatica a credere in ciò che possiamo fare.
  3. La paura di non essere accettati, giudicati, il bisogno di essere approvati, ecc… sono tutti pensieri invalidanti che pregiudicano la qualità delle nostre relazioni sia sociali che sentimentali. L’incapacità di piacersi ci rende egoisti a tratti narcisisti e fondamentalmente incapaci di apprezzare il buono che c’è negli altri. Ciò ci porta, col tempo, ad essere eccessivamente esigenti con chi ci è accanto, caricandoli della responsabilità di farci sentire all’altezza, quando noi per primi siamo convinti dell’opposto.

Invertire il proprio destino

Successo non significa diventare famosi, ricchi e potenti ma semplicemente realizzare quello che si desidera, andare avanti nella nostra vita, essere autentici. Senza bisogno di ristagnare nella sofferenza a tutti i costi. Fortunatamente, anche se si ha avuto un infanzia poco felice, è possibile imparare a volersi bene ma soprattutto imparare a guardarsi con occhi più benevoli.

Rifletti: chi è più piccolo di un bambino? Vive in mezzo a giganti, è dipendente in tutto dagli altri, all’inizio non è nemmeno padrone del proprio corpo. Eppure, l’hai mai osservato mentre impara a camminare? Niente lo può fermare, appena è in grado di stare in equilibrio si solleva sulle gambe incerte e si lancia cercando di raggiungere la sedia o il tavolo più vicini per potersi sorreggere di nuovo. E non smette neanche se cade in continuazione, ogni volta si rialza e ricomincia.

Per lui quel che conta è camminare: vuole prendere quell’oggetto lontano, rincorrere la mamma o il cane… E si diverte infinitamente a farlo, è una tale scoperta potersi muovere in modo autonomo e libero che di certo non sarà qualche capitombolo a intimidirlo. Ma la cosa importante è che quel bambino siamo tutti noi. Tutti quanti abbiamo quella perseveranza, quel coraggio, quella gioia di provare e sperimentare. Ce l’abbiamo avuta, infatti oggi camminiamo, ma la conserviamo intatta ancora oggi.

Basta ascoltare quella vocina che vuole farti credere che non vali! Basta ascoltare gli altri!

In tutti noi esiste un po’ di paura di non essere abbastanza, di non meritare amore… Ma se vuoi opporti a questo consigliere ostile e giudicante devi iniziare a confrontarti con le tue paure. C’è un piccolo esercizio che puoi fare per te stesso per ritrovare e percepire le tue risorse interiori. E se pensi di non averne, ti blocco subito: ne hai. Ne abbiamo tutti. Non tutti però siamo capaci di usarle e sfruttarle, di contare su queste risorse in modo attivo per determinare il nostro futuro.

Questo esercizio ti può aiutare a comprendere quali sono le tue risorse e aiutarti così a riacquisire sicurezza e fiducia nelle tue capacità e potenzialità. In poche parole, può contribuire a restituirti il coraggio che hai perduto per strada, chissà dove, e che ti servirà per lanciarti in avventure nuove e di affrontare le mille incognite del domani.

In che cosa consiste l’esercizio? Voglio che ogni giorno tu annoti su un piccolo taccuino tutto ciò che ritieni di aver appreso nella giornata trascorsa e tutte le difficoltà che sei riuscito ad affrontare. Nulla di trascendentale? Prova e mi dirai. Come ripeto sempre, il potere sta tutto nella semplicità.

Ciò che mi interessa è che tu sviluppi la capacità di riconoscere le tue risorse, che tu abbia consapevolezza della forza che hai dentro di te e degli ostacoli, piccoli o grandi che siano, che ti trovi già ad affrontare ogni singolo giorno. Voglio che tu impari a valorizzare te stesso e che tu possa vederti davvero senza quella vocina che, da dentro, ti ripete costantemente che non sei abbastanza. Tu sei molto più di quanto pensi.  Tu non sei gli altri. Tu sei molto di più: TU sei TU! Datti l’opportunità di scoprirlo.

Ti hanno insegnato che non vali

Ecco l’insegnamento che più ci danneggia.  Ti ricordi cosa ti ho scritto all’inizio di questo articolo? Ti ho spiegato che l’immagine che abbiamo di noi, si forma in ambito relazionale, in base a come ci hanno visti gli altri, in base a come ci hanno fatto sentire. Se per anni ci hanno fatto sentire come se non contassimo molto, noi continueremo a guardarci con quegli occhi, continueremo a pensare di non valere, di non meritare la felicità associata a uno stato di sana indipendenza. Eppure quella felicità, quell’appagamento, tu lo meriti.

Numero2870.

 

Ogni volta che mi arrabbio sto dando all’altro il potere di controllarmi.

Ana Maria Sepe    Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi.

 

Quante volte ci siamo sentiti offesi, tristi, arrabbiati dal comportamento altrui? Questo tipo di reazioni sono normali e fanno parte integrante dell’essere umano, il problema si pone quando i sentimenti negativi iniziano a prendere il sopravvento e finiscono per logorarci. In effetti, siamo così abituati a reagire d’impulso quando qualcuno ci fa un torto che finiamo per avvelenarci la giornata o a volte la vita.

In particolare è stato dimostrato che una situazione di rabbia costante porta a contratture muscolari, problemi digestivi, insonnia, emicrania ma anche ulcera o calcoli e problemi agli occhi, ad esempio congiuntiviti e fotofobia.  A livello psicologico le conseguenze più gravi si hanno sul piano sociale e relazionale, dato che la rabbia è stigmatizzata dalla società come uno dei comportamenti meno accettabili e chi la prova rischia, pertanto, isolamento e depressione.

Ma che cos’è la rabbia?

Ebbene, la rabbia è un’emozione di base e può essere molto importante e di aiuto in molteplici circostanze. Mentre in altre, questo sentimento può risultare dannoso, portando ad avere reazioni eccessive o facendo perdere il controllo dei propri comportamenti. Nelle forme più forti può trasformarsi in odio o in risentimento e può diventare anche iper-presente nella vita di una persona  generando una certa tendenza e propensione a reagire in modo esagerato o eccessivo.

Cosa può nascondersi dietro la rabbia

Se ci pensiamo bene, a farci arrabbiare non è mai l’evento in sé, ma l’interpretazione che diamo dell’evento. Chi non riesce a controllare la rabbia tende a leggere il comportamento delle persone in modo negativo e a volte esagerato, giungendo a delle conclusioni infondate che confermano i suoi peggiori timori.

Se pensiamo alla rabbia, possiamo pensare a una maschera, un oggetto che non permette di vedere cosa si nasconde dietro. Questo è quello che accade quando proviamo rabbia e non capiamo quale sia il motivo, oppure non troviamo strategie per gestirla.

Ci troviamo imbrigliati nei soliti meccanismi di pensiero e comportamento, senza riuscire a capirne il motivo, ci trasformiamo in “martiri” arrivando a credere che tutto il mondo ci odi, che la vita sia ingiusta e che nessuno là fuori riconosca il nostro valore. Per questo motivo, dietro la rabbia potrebbero nascondersi:

  • depressione reattiva, spesso derivante dalla percezione di un fallimento irrimediabile in un proprio obiettivo, che non permette di organizzare nuove soluzioni;
  • senso di colpa, provato quando si ha percezione di aver causato danno contro qualcuno o di aver violato norme morali;
  • vergogna, cioè la percezione di minaccia o danno per la propria immagine pubblica (perdere la faccia, brutta figura).

Chi ti fa arrabbiare, ti domina

E’ difficile da ammettere ma è quasi sempre così: chi ti fa arrabbiare esercita un controllo delle tue emozioni. La rabbia se da un lato è una delle emozioni più diffuse, dall’altra è uno dei campanelli d’allarme che ti dovrebbe far capire che ti stanno dominando. Rifletti: chi ti fa arrabbiare è colui o colei che in qualche modo, contro la tua volontà, genera emozioni tossiche, negative.

Rabbia: capire se stessi per affrontare gli altri

Spesso ci arrabbiamo poiché concediamo all’altra persone di farlo, di dominarci. Trattenere la rabbia è uno dei gesti meno salutari per il corpo e la psiche, tuttavia è importante riuscire a distinguere le proprie emozioni, riuscire a comprendere da dove provengono in modo da riconoscerle e capire il proprio vero “io”.  Si spendono tante energie per comprendere gli altri ma capire se stessi è la vera sfida.

  • “Ci sono rimasto male”.
  • “Mi hai profondamente offeso”.
  • “sono molto arrabbiato per colpa tua”.

Quando ci arrabbiamo tendiamo ad associare tutta quella rabbia semplicemente alla persona che ha in qualche modo “acceso la miccia”. Le emozioni sono soggette ad una sorta di “effetto domino”, se siamo nervosi, ansiosi, colmi di negatività, molto probabilmente saremo più soggetti ad exploit di rabbia. Tutto dunque dipende da noi, dalla nostra capacità di affrontare la vita con serenità.

Rabbia: perché ci si sente feriti?

Il problema della rabbia, soprattutto quella legata a questioni emotive, di sentimenti, è che tendiamo a percepire la nostra personalità, identificandola con la considerazione che gli altri hanno di noi (ego). In pratica ci facciamo condizionare dalle parole degli altri! Inconsciamente è come se, nel momento in cui riceviamo un’offesa, questa metta in discussione tutto ciò che siamo e dunque ci arrabbiamo. Eppure, le ferite emotive provocate dai momenti di rabbia le stiamo innescando noi in realtà. L’opinione degli altri è solo un’opinione, non rispecchia ciò che siamo.

Perché ci arrabbiamo?

Rabbia vs controllo. Uno dei problemi della rabbia è l’eccessivo livello di aspettative. Nel momento in cui la realtà si discosta da ciò che avevamo previsto si genera un senso di frustrazione. La mancanza di corrispondenza tra quanto previsto e ciò che è accaduto, può generare un profondo senso di rabbia. Se ad offenderci è uno sconosciuto sicuramente tale offesa non avrà lo stesso peso se fatta da una persona con la quale abbiamo una relazione affettiva. Questo succede perché non abbiamo alcuna aspettativa dall’estraneo, mentre se viene messa in discussione la nostra persona da qualcuno al quale vogliamo bene, il discorso cambia, ci sentiremo feriti.

Ci arrabbiamo perché noi decidiamo di arrabbiarci

Siamo noi che cediamo a insulti o provocazioni. È una nostra decisione. Certo è anche vero che spesso la strada che porta ad arrabbiarsi è in qualche modo spianata dall’atteggiamento provocatorio di qualcun altro ma arrendersi a questi comportamenti indisponenti non è la soluzione. Bisogna essere pienamente consapevoli, responsabili del proprio atteggiamento, del proprio modo di comportarsi.

Rabbia: come non ferirsi

È importante quindi prendere le distanze dal proprio ego e iniziare ad assumersi le responsabilità del proprio essere, delle proprie emozioni. In questo modo riusciremo a non restare emotivamente feriti quando ci arrabbiamo. Sappi che tu sei molto di più rispetto a ciò che pensano gli altri. È facile collegare il proprio “Io” con ciò che è percepito dall’esterno ma non è così. Ciò che appare all’esterno infatti non sempre coincide con quanto sei in realtà.

Può ferirti solo ciò che ti importa realmente

Ogni volta che lasci che una persona scateni la tua rabbia è come se stessi dicendo che “quello che questa persona pensa di me è più importante di ciò che penso io”. Ricordalo sempre…ogni volta che lasci che qualcuno ti faccia arrabbiare, stai cedendo il controllo, gli stai dando un’importanza che probabilmente non ha e, soprattutto, gli permetti di strapparti un bene prezioso: la tua stabilità emotiva.

Le tue emozioni sono solo tue!

Accettare che le emozioni sono tue e che puoi scegliere come reagire, può farti paura, perché significa prenderti una responsabilità enorme, ma, allo stesso tempo, apre un mondo di nuove possibilità perché ti invita a conoscerti meglio, a immergerti dentro di te per capire perché reagisci in un certo modo. È ovvio che assumersi tutto il peso che comporta l’essere arrabbiati è complicato, ancora di più se siamo abituati a dare importanza ai pareri esterni. È sempre più facile incolpare qualcun altro della nostra rabbia che noi stessi, ma così non arriveremo mai a connetterci con il nostro io interiore.

Come imparare a non farsi sopraffare dalla rabbia

Se ci pensi, reagire con rabbia a qualcuno è come mettere la tua stabilità emotiva nelle sue mani. Ma affideresti il tuo equilibrio psicologico a uno sconosciuto che, tra l’altro, è scortese e antipatico? Da un punto di vista razionale la risposta è un “no” deciso. Tuttavia, dal punto di vista emotivo, è quello che fai ogni volta ti arrabbi.

Devi avere ben chiaro un concetto, ovvero che le cose non ti colpiscono a meno che non sei tu a concedere ad esse questo potere. Vale a dire, né le persone, né i fatti hanno la capacità di farti del male, perché non esiste una relazione diretta tra i fatti esterni e le tue emozioni. Se stai bene o male dal punto di vista emotivo (sereno o arrabbiato), dipende sempre da cosa e da come ti stai percependo in quel momento.

Allo stesso modo, quando qualcuno ti offende, ti giudica o pensa qualcosa di negativo su di te, semplicemente sta esercitando il suo diritto al pensiero, al giudizio, ma questo non significa che le sue parole o i suoi pensieri ti definiscano. I pensieri degli altri sono degli altri e solo se ci credi, se li acquisisci, permetterai che ti facciano del male. Di conseguenza, sei tu, attraverso il dialogo con te stesso, a provocarti sofferenza. In pratica ti offendi da solo e scegli di farlo con quello che gli altri immaginano di te.

Come non accetteremmo mai che qualcuno scelga al posto nostro gli abiti da indossare tutti i giorni, non dobbiamo permettere che qualcuno riempia il nostro armadio mentale con i suoi stereotipi, opinioni e giudizi. Spesso non ci chiediamo quale sia l’origine delle nostre paure, rabbia e nevrosi quotidiane. Se tu potessi vedere le cose con lo sguardo di un te stesso più saggio forse daresti meno peso alle cose che ti offendono. Ricorda sempre…la rabbia è la risposta di chi ha paura, non di chi vuole migliorare la situazione. Quindi, ogni volta che qualcuno cerca di sminuirti, offenderti o giudicarti impara a chiederti: che cos’è meglio per me?

Si nasce due volte, la prima quando vieni al mondo e la seconda, quando decidi di volerti bene

Questa celebre frase è la citazione di apertura del mio primo libro e anche l’aforisma di chiusura del mio secondo manuale di psicologia. Allora, inizia ogni giorno con un sentito e profondo «mi voglio bene». Non devi pronunciarlo, ma devi sentirlo, puoi imparare a sentire l’amore che nutri per te stesso perché egli è già lì, da qualche parte.

Come avrai capito, quando riuscirai a far entrare le scienze psicologiche nella tua vita, tutto assumerà un significato diverso, riuscirai a sperimentare modalità di esistere del tutto inedite e ti sorprenderà scoprire quanti meravigliosi doni può tenderti il tuo “groviglio”.

Numero2867.

 

Prima di accontentare sempre tutti ricorda queste 5 cose

Ana Maria Sepe    Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi.

 

 

Viviamo in un mondo in cui l’approvazione e l’accettazione degli altri giocano un ruolo significativo nelle nostre vite. La necessità di essere accettati e di appartenere a un gruppo è radicata nella natura umana. Tuttavia, c’è una sottile linea di demarcazione tra l’accontentare gli altri per ottenere l’approvazione e l’essere autentici con se stessi. Compiacere gli altri significa essere più sintonizzata sui bisogni delle altre persone piuttosto che sui tuoi; più attenta e interessata ai loro sentimenti, preoccupata delle loro reazioni, anziché in ascolto di te stessa, di come ti senti e di ciò che vuoi.

“Non conosco la via infallibile verso il successo. Ma una fallibile verso l’insuccesso: accontentare tutti”. Platone.

Il grande filosofo aveva ben compreso che quando smarriamo il nostro baricentro psichico a favore di quelli altrui, smarriamo noi stessi…il nostro volere più profondo e più vero. Certo, tutti noi abbiamo la necessità di ricevere dimostrazioni di affetto e complimenti, e di sentirci apprezzati per le nostre caratteristiche positive. Purtroppo però, per alcuni di noi questa necessità si presenta in modo più forte ed evidente che in altri, cosa che può renderci eccessivamente compiacenti ed accondiscendenti in varie situazioni della nostra vita.

Siamo esseri sociali e per definizione abbiamo necessità di condividere la nostra vita con gli altri, per arricchirci, confrontarci, ridere, parlare

E’ legittimo voler essere circondati da esseri affini, che hanno valori e caratteristiche simili, e questo è ciò che accade quando scegliamo con chi passare del tempo. Tuttavia, quando stringiamo legami per paura, solitudine, noia o per riempire i propri vuoti interiori si finisce con l’accettare qualsiasi persona o situazione. E’ da qui che nasce la necessità di voler accontentare sempre tutti, meno uno/a (ovvero noi stessi).

Compiacere gli altri è stato per anni l’unico modo di rapportarmi agli altri! Ero accondiscendente con parenti, conoscenti, amici, nemici pur di evitare conflitti o malumori, mi facevo carico di responsabilità non mie, dicevo di sì per sentirmi importante, meritevole… mi facevo in quattro per accontentare tutti, sacrificavo me stessa e il mio spazio pur di non venir meno a quello che ogni persona là fuori si aspettava da me e sentirmi, in qualche modo, a posto. Insomma, volevo fare tutti felici e contenti. Tranne me stessa. E questo, nel tempo, mi aveva portata a sentirmi intrappolata in uno scomodo cantuccio fatto di doveri, arrabbiata con il mondo e delusa per tutto quello che mi aspettavo di ricevere in cambio della mia compiacenza e che non era arrivato.

Poi ci si accorge che è tutto inutile, che l’essere accondiscendenti non ti regala nulla di bello, anzi! Quello che ho imparato dalla mia esperienza personale e di vita è che alla base di questo modo di fare c’è una mancanza di autostima e di fiducia in se stesse che porta a essere oltremodo disponibili e accondiscendenti per paura di non essere amate, di scontentare qualcuno ed essere abbandonate. E la convinzione, molto radicata, di non andare bene così come sei che ti rende dipendente dal giudizio e dall’approvazione altrui…il modo più disfunzionale che io conosca per sentirsi finalmente degna di essere amata, apprezzata, riconosciuta.

Implicazioni nell’infanzia

“Se è vero che i genitori devono stimolare i figli è altrettanto vero che non devono trasformarli in marionette adulatrici“. Molto spesso la predisposizione a voler accontentare gli altri nasce durante l’età evolutiva (infanzia e adolescenza). Nell’arco di questo periodo infatti il bambino, spinto dalla volontà di voler accontentare a tutti i costi genitori e insegnanti, sviluppa un profondo senso di accondiscendenza, insomma, non vuole deluderli. Di conseguenza il piccolo ricercherà approvazioni continuamente, in modo da nutrire il suo scarso livello di autostima. Per esempio, spingerlo a mantenere un rendimento scolastico alto è importante ma è ancor più importante fargli capire che studiare lo aiuterà a essere più pronto ad affrontare il mondo del lavoro, a renderlo una persona migliore (non si studia solo per far contenti mamma e papà, si studia per il proprio benessere presente e futuro!)

Da bambini non eravamo capaci di sfumare i significati di ciò che volevamo dire. Non sapevamo come modellare i nostri crudi bisogni e dolori in spiegazioni convincenti. Ora, possiamo essere non solo fermi riguardo le nostre idee ma anche estremamente geniali. Possiamo dire “no” mentre sottolineiamo le nostre buone intenzioni; possiamo dire a qualcuno che ha sbagliato senza affermare che sia un idiota. Possiamo lasciare qualcuno, assicurandoci che capiscano quanto la relazione sia stata importante per noi. Possiamo essere, in altre parole, gradevoli senza essere estremamente compiacenti.

Essere accondiscendenti in coppia, risvolti

Capita in una relazione di coppia, per esempio, che uno dei due partner non si espone mai, non esprime disaccordo, ma nemmeno esplicita ciò che desidera. A lungo andare ha una reazione esplosiva di rabbia. L’altro reagisce dicendo: “Potevi dirlo che non eri d’accordo!”, ebbene è vero: poteva dirlo. O, meglio: doveva. Per rispetto di sé stesso. Avrebbe dovuto affermare se stesso e sopportare la probabile reazione negativa dell’altro, visto che, alla fine, la reazione è comunque arrivata, ed è ben peggiore di quella che poteva essere all’inizio.

La profezia che si auto-avvera

Occorre riflettere con attenzione su questo punto chiave. Se per motivi legati alla tua storia personale non fornisci all’altro una conoscenza reale di chi sei realmente e dei tuoi bisogni, tutto sarà inquinato fin dall’inizio. Il paradosso? Ciò che temi, ovvero, non essere abbandonato, lasciato, giudicato…. potrebbe avverarsi veramente perché a lungo andare il tuo comportamento accondiscendente si rivelerà un fallimento. Quindi impara a piacerti e non a piacere.

Cosa succede quando si è troppo disponibili?

Mettendo il silenzioso ai nostri desideri e ai nostri bisogni rischiamo poi di dover fare i conti con:

  • Insicurezza
  • Bassa autostima
  • Senso di colpa
  • Relazioni meno autentiche (perché ci circondiamo di persone che non scegliamo, ma che ci scelgono)
  • Timore del giudizio altrui
  • Maggiore dipendenza dagli altri nelle relazioni
  • Necessità di approvazione altrui.

Si entra all’interno di un circolo vizioso dove poi uscirne diventa sempre più difficile, senza contare che tutto ciò tenderà a prosciugare le nostre energie.

Prima di accontentare tutti ricorda queste cose

Rispondere sì alle richieste di tutti significa dover dire no a qualcos’altro! Non si vive la propria vita per accontentare gli altri mettendo al secondo posto se stessi. Non si tratta di essere egoisti, ma piuttosto si tratta di essere padroni delle proprie scelte e del proprio sentire.  Ecco 5 cose che dovresti sempre tenere ben in mente prima di accontentare gli altri.

1. Renditene conto

Cerca di capire: perché lo fai? E chiediti anche: sei più predisposto a dire di sì a determinate persone piuttosto che ad altre? O sei disponibile con tutti? Accetta poi questa tua debolezza, il primo passo per smettere di fare qualcosa è accettare che l’abbiamo fatta fino a quel momento.

2. Impara a dire no

Voglio fare una premessa: non è facile mettersi in gioco, non è facile chiedere perché così spesso si finisce per prendere male il rifiuto, pensando che ogni no equivalga a una gigantesca sconfitta. Eppure ci succede! Per chi cerca di essere estremamente accondiscendente è questa la parte più complessa, imparare a dire no, eppure è fondamentale.

Va ricordato che rispondere negativamente non ha nulla a che fare con la maleducazione, ma anzi con la responsabilità. Si deve cominciare a dire no a piccoli passi, a partire dal cassiere che al momento di pagare ci chiede se vogliamo aggiungere un piccolo prodotto, o dal cameriere che ci dice di prendere un cioccolatino assieme al caffè, per passare poi a dire no a un amico che ci invita a cena una sera che siamo stanchissimi, fino ad arrivare a dire no a quel collega che abbiamo sempre aiutato.

2. Esprimi te stesso

Siamo arrivati a una età nella quale possiamo tranquillamente esprimere noi stessi senza che nessuno si prenda male. E se continuiamo a accontentare gli altri, potremmo avere davvero delle buone intenzioni, ma mettiamo tutti a rischio con la nostra mancanza di schiettezza.

Al lavoro, non rendiamo un valido servizio a nessuno se ci nascondiamo dietro a un dito. E in amore, non c’è niente di sano nello stare insieme a qualcuno semplicemente perché sembra che l’altro possa non sopravvivere senza di noi. Sopravviveranno, e noi potremmo aver sprecato un sacco del loro tempo a causa del nostro sentimentalismo.

3. Essere assertivi

Spiegare il perché di un no è giusto, ma devi essere sintetico e deciso. Dilungarsi in argomentazione potrebbe portarti a ripensarci, e renderti di nuovo disponibile. Meglio essere assertivi. La frase da pronunciare è questa: «Mi spiace, ma al momento non posso aiutarti, ti farò sapere se e quando potrò.» Una risposta di questo tipo fa capire all’interlocutore che non è lui la tua priorità, ma  lascia anche aperto uno spiraglio.

4. Valuta le relazioni

Inizia a ragionare sulle relazioni con le persone cui fai più difficoltà a dire no. Quando ti sarà chiara la dinamica e il tuo ruolo al suo interno non avrai più problemi a dire di no. La disponibilità che concedi agli altri è la misura della tua identità. Se ti si può chiedere tutto gli altri cominceranno a considerarti come un’estensione delle loro opzioni ogni volta che dovranno risolvere qualcosa. E non come un’altra persona che gentilmente concede loro un favore.

5. Fissa i tuoi limiti

La verità è che chiunque sarebbe felice di avere un partner, un amico o un collega che è sempre pronto ad aiutare e che non dice mai no. Il problema è che a lungo andare la gente si approfitta di chi è troppo buono e disponibile. La tua estrema gentilezza porterà gli altri a mancarti di rispetto. Le persone non ti vedono come un individuo con una propria voce, con i propri spazi e che fa valere le proprie necessità, ti vedono come qualcuno che si fa da parte per accontentare tutti.

Di conseguenza il loro rispetto nei tuoi confronti diminuisce. E questo vale anche per le persone che ti amano. Se tu non rispetti te stesso, perché gli altri dovrebbero rispettarti? Se non dai il giusto valore ai tuoi bisogni, perché dovrebbero farlo gli altri?

Nelle relazioni di qualsiasi tipo,  è importante fissare dei limiti. Devi avere ben chiaro cosa sei disposto a fare per accontentare gli altri e cosa no, senza che questo ti provochi frustrazione o risentimento. Avere dei limiti e renderli ben chiari alle persone che ti stanno intorno ti permette di tutelarti e di evitare di diventare una vittima degli approfittatori.

Che fatica dover accontentare sempre tutti!

Il prezzo da pagare è innanzitutto la perdita della propria autenticità e della genuinità di rapporti sinceri. Dover accontentare sempre tutti, mostrarsi accondiscendenti e plasmabili a seconda delle situazioni e delle esigenze, ci porta a snaturare la propria indole.

La tua paura è assolutamente valida, tutti vogliamo piacere e vogliamo essere accettati. Ma la verità è che le relazioni che costruisci compiacendo gli altri non sono sincere. Il rifiuto è inevitabile, ci sarà sempre qualcuno a cui tu non andrai bene, esattamente come tu scegli le persone che ti piacciono e che vuoi accanto. La tua paura non deve impedirti di fissare i tuoi confini, perché senza questi non verrai rispettato né considerato. I confini, i tuoi limiti, fanno in modo che gli altri sappiano cosa possono chiederti e cosa aspettarsi da te. Diversamente pensano che accetterai qualsiasi atteggiamento nei tuoi confronti.

Certo, non sto dicendo che devi smettere di essere gentile ma vorrei che iniziassi ad esserlo in primis con te stesso/a! Nella vita non si può accontentare SEMPRE tutti così come è impossibile non deludere MAI nessuno. Non trovi? Espressioni totalitarie come sempre e mai non sono delle buone compagne di viaggio e dovremmo cercare di non fare affidamento su di loro. Per stare bene bisognerebbe trovare una sorta di equilibro tra i due termini, dovremmo imparare ad oscillare tra i due poli estremi senza rimanere ancorati sull’uno o sull’altro.

Non preoccuparti delle persone a cui non piaci e che non ti approvano. Sei tu che devi prendere il controllo sulla tua vita e non farti manipolare, quelli che ti volteranno le spalle sono coloro che vogliono un burattino, non un individuo che ama e rispetta se stesso.

Prima gli altri. Poi tu…..

Eh si, perché per sentirsi meritevoli d’amore, bisogna comportarsi come dei bravi bambini pronti ad ubbidire, attenti a non deludere!  È questo che ci è stato insegnato. E ci sembra di non avere alternative. Che essere in quel modo lì sia un nostro dovere. Come se dovessimo sempre dimostrare qualcosa. Io lo sono stata, una brava, buona e ubbidiente adulta. Avevo anestetizzato il sentire, represso le mie emozioni, negato le mie necessità pur di non sentirmi colpevole di osare, desiderare, pretendere! Tutto pur di sentirmi considerata, approvata e amata. Quello che poi nel tempo ho compreso è che le cose migliori spesso arrivano proprio da scelte che deludono le aspettative delle persone intorno a noi, se queste rispondono ai nostri bisogni più autentici.

Ho imparato a mantenere le promesse che mi faccio, ora tocca a te mantenere le promesse che ti fai

Forse non hai ricevuto abbastanza apprezzamenti in famiglia, non hai ottenuto la giusta visibilità, così hai rivolto all’esterno questo bisogno di riconoscimento. Questo non significa che tu debba trascorrere il resto della tua esistenza leccandoti le ferite. Quindi inizia a scoprire le tue risorse, inizia a metterti in ascolto di ciò che sei, impara a far luce alla dissonanze, alle contraddizioni che ti incatenano a una vita che non vuoi. Riconosci le tue esigenze e falle presente agli altri. Se non le conoscono non potranno mai prenderle in considerazione, ma se non le conosci neppure tu…non puoi pretendere che lo facciano gli altri. Non essere MAI qualcuno che non sei tu, perché tu hai il tuo posto nel mondo e la tua unicità, che non può essere sostituita da nessun altro.

 

 

Numero2866.

 

7 pesi emotivi che devi smettere di trascinarti da subito

Ana Maria Sepe    Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi.

 

Ognuno di noi si trascina il proprio fardello fatto di paure, situazioni non risolte, preoccupazioni… Rimangono lì, nella nostra mente e come fossero pesi attirano la nostra attenzione privandoci del benessere. Quei pesi che un bel giorno abbiamo inserito nel nostro zaino e che ci indeboliscono e ci limitano nelle nostre esperienze. Non li vediamo ma ci sono: è come se portassimo sempre con noi un carico di 100 chili. Rimorso, nostalgia, rabbia, tristezza, rassegnazione, delusione, disperazione.. sembrano accompagnarci costantemente, provocando una grande sofferenza che non sappiamo come gestire. Ciò che stiamo facendo, è permettere che il passato ci definisca, condizionando quello che possiamo o non possiamo fare.

La vita è un continuo correre, muoversi, trovare cose da fare e riempire quei pochi spazi vuoti che rimangono.

Talvolta si fanno anche più cose contemporaneamente perché non si vuole perdere nemmeno un secondo, ma in realtà si sta solo scappando. Da cosa? Dalla nostra mente, dai nostri pensieri, che non sempre sono belli e positivi.  A volte ci sembra di vivere la vita che non vorremmo, commettere errori che non vorremmo! E di certo non mi riferisco agli errori del passato ma ad alcuni comportamenti che ci impediscono di vivere serenamente e in pace con noi stessi. Quante volte abbiamo sprecato tempo prezioso per pensare alle apparenze: piaccio come vesto? I miei colleghi sparlano di me? I vicini hanno notato che ho discusso con il mio partner? Cosa penserà mia madre se decido di cambiare casa?

7 pesi che devi smettere di trascinarti da subito

Ognuno di noi porta sulle proprie spalle il peso delle situazioni vissute come una vera e propria valigia emotiva. Il contenuto di questa valigia è fatto di ricordi e di esperienze di varie dimensioni, dei quali non siamo riusciti a liberarci e che sono rimasti sulla nostra pelle. Pesi che hanno le forme più svariate: quella di un ricordo deformato, di una parole affilata come un fendente, di un’illusione a basso costo.

Qualche volta assumono anche la forma di un dolore non maneggiato, perché in fondo ci si innamora di ciò che ci è noto, di cui conosciamo i contorni, che ci risuona familiare. Ci si innamora di ciò che ci ha fatto compagnia in qualche tunnel buio e maleodorante della nostra esistenza, anche se si tratta di un desiderio claudicante o di un sogno incerto. Ora però è giunto il momento di una vita bella dentro!

Se vuoi dare priorità a ciò che ti piace, a ciò che ti fa stare meglio, è fondamentale che tu comprenda che i pensieri vanno dove metti l’attenzione. Infatti, imparare a “spostare” l’attenzione da un pensiero a un altro è il primo passo per sentirsi più leggeri e sereni con se stessi. I pensieri positivi verranno da se man mano che lavori interiormente. Meno spazio darai alle tue paure e insicurezze più ti abituerai a controllare la tua mente e a creare pensieri consapevoli. Ma per farlo dovrai riconnetterti alla parte più autentica di te. Inizia dunque a:

1. Abbandonare le auto-imposizioni

Non ridere troppo forte”, “non saltare da un posto all’altro”, “tieni sempre i vestiti puliti”, “non correre“…Ci sono alcune cose che abbiamo imparato da piccoli e che ci hanno lasciato un segno importante. Anche quando diventiamo persone adulte, la nostra infanzia vive dentro di noi e si manifesta inevitabilmente attraverso atteggiamenti inconsci che abbiamo assimilato da piccoli.

Quante volte tagliamo corto dicendo cose del tipo: “è inutile che ci provo, tanto so già che non ci riesco“, “queste situazioni le conosco, vanno sempre a finire nello stesso modo“, “a me capitano sempre certe cose“, “non accadrà mai“, “è impossibile“, “non ne vale la pena“. È difficile identificare e smontare questi schemi. È difficile perché ne siamo talmente immersi da non essere in grado di vederli.  Per esempio, se ti hanno inculcato di stare zitto, probabilmente avrai difficoltà ad esprimere i tuoi concetti. Se dunque riesci ad abbandonare queste parti di te così profonde che ti bloccano, vedrai accadere un meraviglioso cambiamento nella tua vita.

2. Capire ciò che vuoi veramente

Prima di deprimerti perché tutti ti giudicano o cercare di mantenere un aspetto impeccabile, dovresti chiederti se pensi di meritare ciò che desideri o se, al contrario, stai limitando te stesso. Per esempio: voglio divorziare ma non lo faccio per paura di quello che la gente dirà. Tuttavia, è quello che voglio! Ecco, in questo caso  ti stai limitando, non accetti ciò che desideri, non metti quello che vuoi al primo posto.

Inizia dunque a dare la priorità alle tue decisioni. Tra l’altro è risaputo che le persone tendono a criticare anche senza cognizione di causa, forse perché vedono parti riflesse di loro che rifiutano.

Devi pensare a te stesso! Pensi sia più giusto dare la priorità a quello che vuoi o a quello che la tua parte giudicante ti impone di fare? Perché, alla fine, sei tu ad avere in mano il timone della tua vita; non puoi lasciarti dirigere dalle tue convinzioni e paure, tanto meno dagli altri. Naturalmente non puoi dare uno scopo a tutte le cose che fai quotidianamente ma devi assolutamente dare uno scopo alle cose meritevoli, a quelle importanti.

Le scelte importanti della tua vita devono essere guidate da uno scopo preciso, da un obiettivo definito. Possono essere la scelta del lavoro, la scelta del partner, la gestione del tuo benessere fisico, di quello mentale, la scelta di dove vivere, la scelta di dove abitare, la scelta della tua casa…..Prima di fare le scelte importanti della tua vita, chiediti: “cosa voglio da questa situazione, cosa mi aspetto di ottenere?”

Sappi che il futuro è determinato da come pensi e agisci nel presente, dai tuoi pensieri e dalle tue parole di oggi e da come il tuo presente è stato determinato dalle tue azioni nel passato. Tutto cambia in base a come decidi di utilizzare le opportunità che ogni giorno si presentano. La differenza la fai TU, da come decidi di reagire agli eventi, poiché solo tu sei responsabile della tua vita.

 3. Crescere e migliorare

A questo punto è chiaro un concetto: non importa qual è la tua attuale situazione di vita, non importa in quale punto del tuo percorso di vita ti trovi ora, perché puoi sempre cambiare. Puoi migliorare e crescere se acquisisci consapevolezza che puoi essere di più, molto di più, di quello che sei ora!

Le persone soddisfatte sono quelle che cercano costantemente di migliorarsi, quelle che scelgono e decidono cosa vogliono fare nella vita. Le persone che evitano di adeguarsi ai programmi che gli altri hanno definito per loro, quelle che agiscono per conseguire quello che LORO hanno deciso di essere e di fare. Ognuno di noi cresce durante la vita e la sua crescita è guidata dalla ricerca continua del miglioramento di se stesso.  Quindi anche tu devi imparare a chiedere di più dalla vita, a pensare ed a desiderare più in grande!

4. Lasciare andare ciò che non serve

Lasciare andare richiede coraggio, qualche volta anche una piccola dose di incoscienza, ma permette di fare spazio a ciò che davvero merita di abitarci dentro. Ci insegna a trattenere ciò che merita di restare. Senza scuse, alibi e contrattempi. Per riscoprirsi fieri di se stessi. Per ritrovare quella leggerezza che non é superficialità, ma capacità di superare i propri confini.

5. Abbandonare il senso di colpa

Quante volte ci auto-accusiamo o ci sentiamo giudicati dagli altri? Bisogna liberarsi dal senso di colpa che emerge quando cadiamo nei tranelli della mente. Anche se pensi di avere una colpa, concediti il diritto di perdonarti. E’ la strada più breve per sviluppare più amor proprio e una maggiore autostima.

6. Non arrenderti mai!

Anche quando tutto ti sembrerà impossibile o inutile, trova la forza di sperare e di andare avanti. Non aver paura di chiedere aiuto e non dare nulla per scontato anche quando tutto ti appare brutto intorno a te. Ricorda, è nell’imperfezione che risiede la bellezza. Qualsiasi cosa accada vai avanti, non fermarti.

7. Cercarsi dentro

La vera visione diventerà chiara solo quando guarderete nel vostro cuore. Chi guarda all’esterno, sogna. Chi guarda all’interno, si sveglia” (Carl Gustav Jung). In effetti, ostinarsi ad apparire belli agli occhi del mondo esterno non serve! Ciò che conta davvero è fare ciò che ci fa stare in armonia con noi stessi,  anche se ciò implica affrontare paure, fallimenti e critiche. Guardarsi dentro può far paura ma la piena realizzazione di noi stessi parte proprio da questo. Guardandoti dentro potrai trovare pensieri non utili, quindi sostituiscili con convinzioni potenti e positive come ad esempio:

  • Io sono una persona positiva e credo in me stessa.
  • Accetto e amo ogni parte di me
  • Ogni Azione che faccio oggi è un’espressione della mia forza e della mia gioia.

Amare il prossimo è una cosa bellissima ma del tutto blanda se non iniziamo a considerare la nostra persona come la più importante della vita. Come? Prendendoci cura di noi stessi, sempre e comunque. Nessuno ha l’obbligo di sceglierti, di apprezzarti o di condividerti, ma altrettanto nessuno ha il diritto di non rispettarti, neppure tu. E il rispetto che tu hai per te stesso sarà lo stesso rispetto che esigerai dagli altri.

E “echisenefrega” se qualcosa può andare storto!

Impara a farti scivolare qualsiasi valutazione negativa, fatti scivolare tutto addosso…..e ti assicuro che ti sentirai più leggera/o. Non dimenticare mai che anche se certi giudizi arrivano dalle persone a te care, non è detto che siano giusti; loro non sono te.

Divertiti, affronta le cose con un po’ più di leggerezza, ma soprattutto non lasciarti vincere passivamente dalla vita, vivi rimanendo sempre te stessa/o, ciò che sei. Impara la mattina a guardarti allo specchio, a sorridere e ad amarti un po’ di più ogni giorno, perché la persona che vedi riflessa e che per prima snobbi a volte con disgusto, dopo essere caduta innumerevoli volte si rialzerà e affronterà con coraggio ogni cosa. Trova la parte di te  che non rimugina ma sente, che non pensa ma sa, che non dubita e vive, fiduciosa nel fatto che non ti manca nulla in questo momento né per essere felice, né per affrontare le difficoltà.

Non devi dimenticare ma superare. Devi girare la pagina di tutte quelle perdite, delusioni, disagi, paure, relazioni e ferite sentimentali. Il dolore fa parte di quei brutti momenti, ma la sofferenza deve essere gestita. Cercare di eliminare i brutti ricordi funzionerà solo contro di te. E’ necessario ammettere un brutto episodio per poterlo lasciare indietro, a poco a poco.

Sii consapevole di CHI SEI

Sicuramente conosci il tuo colore preferito del momento (è normalissimo se cambia!), quando sei nato e le scarpe che preferisci indossare. Ci sono, però, tantissime cose di te che ignori completamente e per questo a volte ti senti confuso, disorientato sulle scelte da prendere o addirittura incoerente (stare con chi ti fa soffrire, procrastinare cose che a lungo termine ti fanno bene, ignorare i tuoi bisogni autentici…). In realtà, non c’è niente di incoerente nel provare desideri ed emozioni contrastanti. Anche queste sono il frutto di un “giudice severo”, perché se da un lato inneggi la forza, il controllo e la determinazione, dall’altro ci sarà sicuramente una parte di te che desidera la fuga e la perdita di controllo e che quindi spingerà verso delle condotte che sembrano remarti contro.

Numero2860.

 

Frasi tipiche delle persone insicure

Ana Maria Sepe    Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi.

 

L’insicurezza è uno stato emotivo caratterizzato da sentimenti di incertezza, dubbi e mancanza di fiducia in se stessi. Si manifesta attraverso pensieri negativi riguardo alle proprie abilità, il proprio valore e la propria capacità di affrontare le sfide della vita. L’insicurezza può influenzare molti aspetti della vita di una persona, tra cui le relazioni interpersonali, il lavoro, gli studi e il benessere emotivo generale.

Come nasce l’insicurezza

L’insicurezza è un sentimento di incertezza, dubbio e mancanza di fiducia in se stessi. Può influenzare molti aspetti della vita di una persona, tra cui le relazioni personali, il lavoro, le performance accademiche e il benessere emotivo. Le cause dell’insicurezza possono essere complesse e multiformi, risultando dall’interazione di diversi fattori.

L’insicurezza può manifestarsi in diversi modi. Alcune persone possono avere una bassa autostima e una visione negativa di sé stesse. Si sentono inadeguate e pensano di non essere all’altezza delle aspettative degli altri. Altre persone possono manifestare insicurezza attraverso l’eccessiva autocritica e il perfezionismo. Sono sempre preoccupate di fare errori o non raggiungere i propri obiettivi.

Ci sono diversi fattori che possono contribuire all’insorgenza dell’insicurezza. Le esperienze negative del passato, come il trauma, il bullismo o gli abusi, possono influenzare profondamente la fiducia in se stessi di una persona. L’ambiente familiare svolge un ruolo importante nello sviluppo dell’insicurezza. Se una persona cresce in un ambiente in cui manca il sostegno emotivo e l’approvazione, può sviluppare un senso di insicurezza riguardo al proprio valore e alle proprie capacità.

La comparazione sociale è un altro fattore che alimenta l’insicurezza. Le persone tendono a confrontarsi con gli altri, misurando il proprio valore in base a ideali culturali o sociali. I mezzi di comunicazione e i social media possono amplificare questo confronto, portando a una percezione distorta della realtà e a sentimenti di insicurezza. Di seguito, analizzeremo alcuni dei principali fattori che possono contribuire alla nascita dell’insicurezza.

Esperienze negative passate

Le esperienze negative, come il trauma, il bullismo, gli abusi o il fallimento, possono avere un impatto significativo sull’autostima e sulla fiducia in se stessi. Ad esempio, se una persona è stata costantemente criticata o derisa durante l’infanzia, potrebbe sviluppare una visione negativa di sé stessa e una paura costante di essere giudicata dagli altri.

Ambiente familiare

L’ambiente familiare svolge un ruolo cruciale nello sviluppo dell’insicurezza. Se un bambino cresce in un ambiente in cui manca il sostegno emotivo, l’affetto e l’approvazione, potrebbe sviluppare un senso di insicurezza riguardo al proprio valore e alle proprie capacità. Le critiche costanti, l’assenza di limiti chiari o il confronto costante con i fratelli/sorelle possono minare l’autostima di un individuo e generare insicurezza.

Comparazione sociale

La comparazione sociale è un altro fattore che può alimentare l’insicurezza. Viviamo in una società che spesso promuove l’idea di “misure di successo” come bellezza, ricchezza, popolarità e successo professionale. Le persone insicure tendono a confrontarsi con gli altri, misurando il proprio valore in base a queste misure e ritrovandosi spesso in una posizione di svantaggio. I social media, in particolare, possono amplificare il confronto sociale, poiché le persone tendono a mostrare le loro vite sotto una luce positiva, creando una percezione distorta della realtà.

Mancanza di successi o riconoscimenti

L’incapacità di raggiungere obiettivi personali o professionali, o la mancanza di riconoscimenti per i propri successi, può minare la fiducia in se stessi e alimentare l’insicurezza. Ad esempio, se una persona non riesce a ottenere un lavoro desiderato o viene respinta da una relazione romantica, potrebbe iniziare a dubitare delle proprie capacità e del proprio valore.

Messaggi culturali e sociali

Le norme culturali e sociali influenzano anche l’autostima e la sicurezza personale. Ad esempio, i messaggi che attribuiscono maggior valore a determinati tratti fisici o caratteristiche personali possono far sentire le persone insicure se non corrispondono a questi ideali. Inoltre, i pregiudizi legati al genere, all’età, all’etnia o ad altre caratteristiche possono alimentare l’insicurezza, facendo sentire le persone come se non fossero all’altezza degli standard imposti dalla società.

Fallimenti e critiche

L’esperienza di fallimenti o il ricevere critiche può mettere a dura prova l’autostima e generare insicurezza. Le persone insicure tendono a percepire i fallimenti come prove concrete della loro inadeguatezza e si focalizzano maggiormente sui commenti negativi, ignorando gli elogi o i successi che possono aver raggiunto.

Autocritica e perfezionismo

L’autocritica e il perfezionismo eccessivi sono spesso legati all’insicurezza. Le persone insicure tendono ad avere aspettative irrealistiche su di sé e a concentrarsi sugli errori o sulle imperfezioni, senza riconoscere i propri punti di forza. Questo atteggiamento critico può alimentare un ciclo di insicurezza, poiché non importa quanto successo raggiungano, si sentiranno sempre inadeguate.

Mancanza di fiducia nelle proprie abilità

L’insicurezza può derivare anche da una mancanza di fiducia nelle proprie abilità. Le persone insicure possono sottostimare le proprie capacità o temere di non essere in grado di affrontare nuove sfide. Questa mancanza di fiducia può limitare la propria crescita personale e professionale, alimentando l’insicurezza stessa.

Frasi tipiche delle persone insicure

Le frasi tipiche delle persone insicure possono variare a seconda del contesto, ma ecco alcuni esempi comuni:

“Non sono mai abbastanza bravo/a in niente.”
“Mi sento sempre inferiore agli altri.”
“Ho paura di deludere le persone che mi circondano.”
“Non credo di poter fare nulla di valore.”
“Mi sento sempre giudicato/a dagli altri.”
“Le mie opinioni non contano.”
“Non sono all’altezza delle aspettative degli altri.”
“Mi preoccupo costantemente di cosa pensano gli altri di me.”
“Ho sempre paura di sbagliare.”

“Mi sento insicuro/a della mia apparenza fisica.”
“Penso sempre che gli altri siano migliori di me.”
“Ho difficoltà a prendere decisioni perché ho paura di sbagliare.”
“Mi sento inadeguato/a in confronto agli altri.”
“Mi preoccupo di non essere abbastanza intelligente.”
“Ho timore di mostrare il mio vero io alle persone.”
“Mi sento in competizione costante con gli altri.”
“Non credo di meritare il successo o la felicità.”

“Mi confronto costantemente con gli altri e mi sento sempre inferiore.”
“Mi preoccupo di essere abbandonato/a dalle persone che amo.”
“Mi sento a disagio in situazioni sociali.”
“Ho paura di essere rifiutato/a dagli altri.”
“Mi sento inadatto/a nel mondo del lavoro.”
“Mi preoccupo di essere considerato/a un fallimento.”
“Mi sento inadeguato/a nelle relazioni romantiche.”
“Ho difficoltà a credere nei complimenti che mi fanno.”

“Mi sento spesso fuori posto.”
“Mi preoccupo di non essere abbastanza interessante per gli altri.”
“Mi sento insicuro/a delle mie capacità.”
“Penso sempre che gli altri mi giudichino negativamente.”
“Mi preoccupo di non essere abbastanza attraente per gli altri.”
“Mi sento fuori controllo della mia vita.”
“Mi preoccupo di fare brutte figure in pubblico.”
“Mi sento bloccato/a dai miei timori e insicurezze.”
“Ho difficoltà a fidarmi degli altri.”

“Mi preoccupo di essere considerato/a un peso dagli altri.”
“Mi sento a disagio nel parlare in pubblico.”
“Mi preoccupa di non essere abbastanza bravo/a nella mia carriera.”
“Mi sento in colpa per tutto.”
“Mi preoccupo di essere giudicato/a per le mie scelte di vita.”
“Mi sento inadeguato/a come genitore.”
“Mi preoccupo di essere abbandonato/a dagli amici.”
“Mi sento sempre sotto pressione per piacere agli altri.”

“Mi preoccupo di non essere abbastanza diligente nel lavoro.”
“Mi sento inadeguato/a nel prendere decisioni importanti.”
“Mi preoccupo di non essere abbastanza creativo/a o talentuoso/a.”
“Mi sento sempre insoddisfatto/a di me stesso/a.”
“Mi preoccupo di non essere abbastanza amato/a.”
“Mi sento sempre in competizione con gli altri per dimostrare il mio valore.”
“Mi preoccupo di non essere abbastanza in forma o atletico/a.”
“Mi sento costantemente in ansia riguardo al futuro.”

L’insicurezza può colpire le persone in modi diversi, quindi queste frasi potrebbero non rappresentare tutte le sfumature dell’insicurezza. Se tu o qualcuno che conosci sta lottando con l’insicurezza, può essere utile cercare il supporto di un professionista qualificato come uno psicologo o uno psicoterapeuta.

Come diventare più sicuri

Attraverso l’autoriflessione, il lavoro sul proprio atteggiamento mentale, l’identificazione e il superamento dei modelli di pensiero negativi, l’acquisizione di nuove competenze e il rafforzamento delle relazioni interpersonali, è possibile sviluppare una maggiore sicurezza in se stessi e un senso di valore personale. È un processo che richiede tempo, pazienza e impegno, ma può portare a un benessere emotivo duraturo e a una visione più positiva di sé stessi. Non sei solo/a.

Accetta che provare insicurezza è normale e umano. Riconosci che le emozioni, comprese quelle negative, fanno parte dell’esperienza umana e non devono essere evitate o negate. Considera l’insicurezza come un’opportunità di crescita e apprendimento. Osserva le situazioni in cui ti senti insicuro/a come possibilità di acquisire nuove competenze, migliorare e sviluppare una maggiore resilienza emotiva. Ricorda che superare la paura di sentirsi insicuri richiede tempo e impegno. Sii gentile con te stesso/a durante questo processo e ricorda che tutti affrontano sfide simili. Con il tempo, potrai sviluppare una maggiore fiducia in te stesso/a e affrontare l’insicurezza con maggiore serenità.

Numero2841.

 

R E L A Z I O N I    A S I M M E T R I C H E

 

Autore: Ana De Simone, psicologo esperto in psicobiologia
Autore dei bestseller «Riscrivi le pagine della tua vita» e «d’Amore ci si Ammala, d’Amore si Guarisce»

 

Sei brava/o a distinguere chi ti vuole genuinamente bene da chi, invece, ti usa per alimentare il suo insaziabile ego? In teoria, discernere il bene dal male non dovrebbe essere così difficili ma in pratica lo è, e anche tanto. Falliamo in questa impresa tutte le volte che riponiamo la nostra fiducia nella persona sbagliata, tutte le volte che sistematicamente ci deludono, tradiscono e che, in qualche modo, ci fanno sentire usati, sviliti e ignorati. Ignorati nei nostri bisogni di stima, validazione e affetto. Già, perché chi ti sta accanto per rinforzare il suo ego, ignora completamente cosa vuoi tu: è dannatamente concentrato su se stesso.

A tutti può capitare di riporre fiducia e speranze nella persona sbagliata, tuttavia, una volta notato il gap relazionale, chi sa discernere il bene per sé dal male per sé, sa come correre ai ripari e impara dall’esperienza. Al contrario, chi non riesce a fare agilmente questa distinzione, si ritrova spesso in relazioni del tutto sbilanciate e fa fatica a uscirne. A volte, distinguere ciò che è davvero bene per sé non è facile, perché nella nostra storia personale, nessuno ce l’ha mai mostrato davvero, in più, chi tenta di sminuirci, spesso lo fa in modo subdolo ed è molto bravo a camuffare i suoi reali scopi. Allora vediamo quali sono le caratteristiche tipiche di chi, per stare bene con se stesso, ha bisogno di farti sentire sbagliato e quali sono le frasi che potrebbero fungere da campanellino d’allarme.

Le caratteristiche di chi ha un «ego insaziabile»

Chi ha un ego insaziabile, dà un’immagine di sé irrealistica e, in parallelo, usa il riconoscimento esterno per compensare i propri vuoti e gli inaccettabili fallimenti personali. Tutti noi cerchiamo accettazione e consenso all’esterno, e fin qui è tutto bene: siamo animali sociali, abbiamo bisogno di sperimentare senso di appartenenza e gratificazione interpersonale e questi bisogni possono essere soddisfatti instaurando rapporti paritetici fatti di stima reciproca. Il problema insorge quando il riconoscimento esterno viene ricercato con la svalutazione, il controllo e il dominio sull’altro.

Queste persone, infatti, stanno bene con se stesse solo quando possono sentirsi migliori degli altri, le ho definite con un «ego insaziabile» perché è talmente grande la precarietà affettiva che si portano dentro, da essere impossibile da colmare, almeno non dall’esterno, almeno senza una profonda presa di consapevolezza. In realtà, queste sono così barricate nel loro stesso ego, da perdere ogni lucidità: esistono solo loro, ciò che pensano e ciò che vogliono. Gli altri non sono altro che strumenti e guai a farli sentire incompresi: uno dei tanti modi che hanno per piegare l’identità altrui e il non accettare che si possano avere valori diversi dai propri. Nelle relazioni che stringono, se l’altro ha idee diverse, semplicemente non ha valore, non viene accettato. L’accettazione, infatti, può passare solo per l’accondiscendenza più totale.

Quel grande ego smisurato e insaziabile, finisce per dissipare le energie altrui, per esercitare controllo, umiliare, disprezzare e distruggere tutto ciò che ha a tiro, fino a sminuire anche la più nobile e benevola delle intenzioni. Si nutre delle attenzioni degli altri ma non lo fa sempre in modo palese: l’ego insaziabile, infatti, è ben nascosto sotto una scintillante armatura costruita ad hoc. In più, l’ego insaziabile può indossare diverse armature, tante quanto sono le occasioni: più che una persona, ti ritrovi davanti un prestigiatore che fa giochi di magia distorcendo fatti ed emozioni. L’armatura più usata è quella del cavaliere senza macchia e senza paura, che si prodiga per gli altri. Un’armatura mantenuta scintillante per raccogliere consensi.

Esistono, poi, molte variabili, spesso l’armatura scintillante proietta un’immagine sempre affaccendata: tempo e risorse, all’apparenza, sono investiti in una «più alta causa»: il lavoro, la famiglia, il volontariato… Attenzione! È bellissimo dedicare del tempo ai propri affetti, avere ambizioni lavorative o fare volontariato, ma queste persone, enfatizzano il sacrificio. In fondo, se si sacrifica e se si sta impegnando così tanto per gli altri e non per sé, come potrebbe essere accusato di egocentrismo?

Frasi tipiche di chi vuole sminuirti

Queste persone, nelle relazioni, possono essere estremamente caustiche, corrodono anche la personalità più forte e tenace. La difficoltà sta nel fatto che all’apparenza non sono «persone tossiche» (estremamente lamentose, che parlano male di tutti…), sono piuttosto degli affabulatori, dei racconta storie che condiscono la realtà a loro piacimento, che possono dartela vinta al momento ma che poi hanno sempre in serbo per te una frecciatina, un rimprovero, un’osservazione scomoda da fare. Per queste persone c’è sempre un però, c’è sempre un ma, «Sì, tutto è bello ma…»; c’è sempre un modo più o meno velato per farti pesare tutto, ciò che hai fatto e ciò che non hai fatto. Come premesso, riescono a sentirsi soddisfatte, solo facendoti sentire in difetto.

Le critiche nascoste di chi dice di volerti bene

Chi ha un ego vuoto può sfruttare falsi complimenti per screditarti. I falsi complimenti finiscono spesso con un punto interrogativo, un punto di domanda che però non solleva un dubbio concreto, piuttosto sottolinea un’ipotetica fragilità.

  • Bellissimo questo appartamento, sicuro di potertelo permettere?
  • Ti sta bene questo cappotto, ma non è un po’ troppo stravagante per te?
  • Sei meravigliosa con quel vestito ma mi chiedo, non avresti dovuto prenderlo di una taglia più grande?
  • Ora hai ottenuto questo nuovo lavoro, ma ne vale la pena?

Altre frasi possono svalutare qualcosa che fai, sfruttando una generalizzazione o riportando casi reali o fittizi. Per esempio, ti sei laureato e, dopo repentine congratulazioni, ecco che arriva: «anche Tizio ha la tua stessa laurea, ora lavora nella paninoteca in fondo alla strada, speriamo che a te vada meglio». Oppure, hai vinto un concorso «beh, ormai tutti possono farlo, non è più come una volta…» o ancora «beato te, a me queste fortune non capitano mai», per sottintendere che non hai alcuna abilità, che sei solo stato baciato dalla fortuna mentre lei/lui, le cose, deve sudarsele. Sì, perché l’armatura scintillante che mostrano è quella di una persona che non ha mai avuto alcuno sconto dalla vita, come se tutti gli altri, invece, avessero trovato realizzazioni pronte all’uso in confezioni regalo! E, come se non bastasse, le realizzazioni degli altri sono sempre banali e scontate ma non le sue, le sue sono sempre imprese epiche!

Altri esempi di svalutazioni vertono sull’invalidazione di un’esperienza o un traguardo. Per esempio: «ho fatto un corso d’inglese, mi è piaciuto tantissimo». La replica: «Sì, sono contentissima per te, ma l’hai fatto con un madrelingua? Dovresti trascorrere qualche mese all’estero come ho fatto io, è l’unico modo vero per imparare la lingua». Lo scopo è quello di spegnere l’entusiasmo e la validità dell’impresa dell’altro.

«Carina quella borsa, ormai si vedono tanti falsi in giro». Una velata frecciatina sull’autenticità dell’accessorio che indossi. Queste persone hanno sempre da mettere becco su come gestisci il tuo tempo, il tuo denaro, le scelte che fai… lo fanno sentendosi legittimati. Si prendono anche più confidenze del dovuto e non si inalberano se tu provi a mettere distanze: sono bravissimi a fare gli offesi e si vendono egregiamente come vittime.

In tutte le frasi c’è una costante: una netta incongruenza. Quando un complimento non è esattamente un complimento e quando una domanda in realtà nasconde un’allusione scomoda, l’interlocutore è disorientato e, nella più calda ingenuità, si tende a ignorare il messaggio sgradito che però, avrà sortito il suo effetto: avrà istillato dubbi, avrà creato una crepa, avrà fatto sentire l’altro migliore.

Un breve aneddoto per comprendere meglio fin dove si spingono alcune persone per non affrontare i propri limiti

Condivido con voi un’esperienza personale: un episodio vero e molto emblematico. Sono nella sala d’attesa di un centro medico. Un uomo non sa come azionare la macchinetta automatica che eroga bibite. La moglie mi chiede di aiutarlo. L’uomo è restio ma dopo qualche minuto e diversi tentativi falliti, accetta suo malgrado il mio aiuta: la moglie aveva sollecitato il mio intervento in quanto aveva un forte calo di pressione.

Mi avvicino alla macchinetta, inserisco una moneta, immetto il codice e la bibita esce puntuale: porgo la bibita alla moglie. Sto per andare via quando l’uomo esordisce: «Senta, qui ci sono 50 centesimi di resto, ma non è capace neanche a prendersi il resto?». Un uomo decisamente corrosivo, troppo preso da se stesso e dalle sue paure per ammettere una banale difficoltà. Pur di non accettare un limite (in questo caso, una palese difficoltà con la tecnologia), quell’uomo stava causando disagio a sua moglie e ha sentito il bisogno di sminuire il mio gesto.

Alcune persone sono così rigide che, per loro, ammettere un limite, significa ammettere di non valere. Vivono una precarietà interiore tale da dover riversare tutto il loro malessere nel mondo che li circonda. Una condizione molto triste che solo raramente riesce a trovare un aiuto adeguato: come premesso, queste persone mancano completamente di capacità introspettiva. Non potendo leggersi dentro, spostano tutto all’esterno.

A volte, le critiche sono spudorate, altre volte sono nascoste ma in tutti i casi, non raccontano nulla su chi le riceve, raccontano piuttosto il mondo emotivo di chi le muove. Chi sta in pace con se stesso non sente il bisogno di sminuire il tuo nuovo lavoro, non sente il bisogno di dire «acquistare un’auto super-accessoriata è una cazzata, fai lievitare il prezzo per nulla, è da fessi», dopo che ha saputo del tuo ultimo acquisto full optional.

Ma se non è un’auto, è lo smartphone, il vestito, le scarpe, il tuo aspetto, i tuoi capelli… queste persone trovano sempre il modo di disprezzarti, e lo fanno! Lavorare sui propri confini, sul proprio valore personale e senso di auto-efficacia, è l’antidoto migliore per qualsiasi critica, anche alla più distruttiva e subdola di tutte!

Un libro per affermare il tuo valore

Dobbiamo stabilire dei limiti. Non bisogna tollerare critiche e disprezzo celato. Il disprezzo costante è un abuso psicologico che può danneggiare chi ha già delle fragilità di fondo. Non possiamo normalizzare il disprezzo. Permettere agli altri di sminuirci significa precipitare in un abisso in cui perdiamo di vista il nostro valore. Allora cosa fare? Per cambiare radicalmente la tua vita, inizia a formarti e a capire come funzionano davvero le cose.

Esiste una realtà ben concreta in cui tu sei al centro della tua vita. In cui tutti i tuoi bisogni hanno un senso, vanno ascoltati e appagati! Una realtà in cui puoi affermare te stesso, accoglierti e amarti. In tal modo, attrarrai a te solo persone che sono capaci di darti la considerazione che meriti. Che, come nel mio esempio, hanno cura del legame che instaureranno con te. Non si tratta di un’utopia. Tutto questo è possibile e puoi averlo in tutti i rapporti. Ho scritto un libro sull’argomento che, per il suo approccio pratico, è annoverato tra i libri più consigliati dagli psicoterapeuti: s’intitola «d’Amore ci si Ammala, d’Amore si Guarisce». Non farti ingannare dal titolo, ti assicuro che non parla di cuori infranti ma ti prende per mano e ti guida nel percorso di affermazione di sé! Lo puoi trovare in tutte le libreria o su Amazon.

Numero2673.

 

I N S I C U R E Z Z A

 

Finché cerchi di

impressionare gli altri,

non sei convinto

della tua forza.

 

Finché ti sforzi di

essere migliore degli altri,

dubiti del tuo

proprio valore.

 

Finché cerchi di

elevarti abbassando gli altri,

metti in dubbio la tua

propria altezza.

 

Chi è in pace

con se stesso

non deve dimostrare

nulla agli altri.

 

Chi conosce

il proprio valore

non ha bisogno

di conferme.

 

Chi sa della

propria grandezza

lascia che gli altri

mantengano la loro.

 

Gabriele Ebbighausen

 

Traendo spunto da una chat di QUORA

 

Premetto che non considero l’insicurezza una cosa di cui vergognarsi o qualcosa da “perdenti”. Ognuno di noi ha le sue insicurezze, chi più chi meno, chi sull’aspetto fisico, chi sull’intelligenza, chi sull’essere accettati, ecc…

Anzi, l’insicurezza, quando non ci limita, è una spinta a migliorare.

Ma, quando ci limita, due sono le sue derive estremizzanti : o ti accartocci su te stesso per piangerti addosso, relegandoti ad un eremitaggio lamentoso, oppure cerchi di bluffare, buttando fumo negli occhi della gente.

Le persone spavalde (di cosa poi?) sono veramente “piccine” e spesso, dietro tanto ego gonfio e tronfio, si nasconde il nulla più totale, non c’è sostanza. Questi sono i comportamenti che mi fanno pensare che una persona sia molto insicura:

  • il voler stare sempre al centro dell’attenzione
  • la ricerca continua di lodi e di approvazione
  • il compiacere tutti per non perdere le attenzioni anche di chi non ci stima
  • l’autocelebrazione continua
  • per le donne: svestirsi troppo in situazioni non opportune (gonne succinte, scollature fino all’ombelico)
  • mostrare i muscoli per l’uomo, con magliettine aderenti o aperte, o mostrare orologi di prestigio, grosse collane d’oro, tatuaggi a gogò, auto di lusso come status symbol e ostentare la disponibilità di soldi (anche se magari costui vive al di sopra delle sue possibilità e non può permetterselo)… solo per esibizione.

Tutto ciò che è “troppo”, troppo esibito, troppo mostrato, troppo esaltato, troppo tutto insomma, è stonato e di cattivo gusto. A me fa pensare che queste siano in realtà persone insicurissime.

Non me ne importa nulla di ciò che fanno gli altri, però, quando una persona si comporta come ho descritto, credo che riveli uno stato di insicurezza quasi patologica, molto più grave dell’insicurezza che abbiamo tutti.

Numero2666.

 

C E R C A R E   L’  A M O R E

 

Non puoi trovare l’amore se lo cerchi.

Nel momento in cui cominci a cercare è come se ti trasformassi in una brutta copia della bella persona che sei – ed è per questo che i siti d’incontri non funzionano.

L’amore inizia amando se stessi. È una di quelle cose tipo “quando l’allievo è pronto, il maestro appare”. I simili si attraggono.

E se non credi di essere eccezionale, lavoraci su. Fai qualcosa per te stesso. Vai in palestra. Avvia una tua attività. Compra un libro. Comincia a dipingere. Fai qualsiasi cosa ti porti più vicino ad essere quella persona con cui una ragazza vorrebbe uscire. Presentati bene a te stesso, lo farai anche agli altri. Arricchisciti, valorizzati, renditi interessante. Se sei più contento di te, darai un’altra impressione a qualunque interlocutore. Senza bluffare. L’unica persona con cui avrai la certezza di vivere tutta la vita sei tu.

Fai in modo di trovarti in buona compagnia. E di essere una buona compagnia.

Numero2661.

 

 

U N   P R O G R A M M A   D I   V I T A

 

Lascia andare le persone che non sono pronte ad amarti, o pretendono di farlo soltanto a modo loro.
Questa è la cosa più difficile che dovrai fare nella tua vita e sarà anche la cosa più importante.
Smetti di avere conversazioni difficili con persone che non vogliono cambiare.
Smetti di apparire per le persone che non hanno interesse per la tua presenza.
So che il tuo istinto è quello di fare tutto il possibile per guadagnare l’apprezzamento di chi ti circonda, ma è un impulso che ti ruba tempo, energia, salute mentale e fisica.
Quando inizi a lottare per una vita con gioia, interesse e impegno, non tutti saranno pronti a seguirti in quel luogo.
Questo non significa che devi cambiare ciò che sei, significa che devi lasciare andare le persone che non sono pronte ad accompagnarti.
Se sei escluso, insultato, dimenticato o ignorato dalle persone a cui regali il tuo tempo, non ti fai un favore continuando ad offrire loro la tua energia e la tua vita.
La verità è che non sei per tutti e non tutti sono per te.
Questo è ciò che rende così speciale un rapporto, quando trovi persone con cui hai amicizia o amore ricambiato.
Saprai quanto è prezioso, perché hai sperimentato ciò che non lo è.
Ci sono miliardi di persone su questo pianeta e molte di loro le troverai al tuo livello di interesse e impegno.
Forse se smetti di apparire, non ti cercheranno.
Forse se smetti di provarci, la relazione finirà.
Forse se smetti di inviare messaggi, il tuo telefono rimarrà scuro per settimane.
Questo non significa che hai rovinato la relazione, significa che l’unica cosa che la sosteneva era l’energia che solo tu davi per mantenerla.
Questo non è amore, è attaccamento.
È dare una possibilità a chi non se la merita!
Tu meriti molto di più.
La cosa più preziosa che hai nella tua vita è il tuo tempo ed energia, poiché entrambi sono limitati.
Le persone e le cose a cui dai tempo ed energia, definiranno la tua esistenza.
Quando ti rendi conto di questo, inizi a capire perché sei così ansioso quando trascorri del tempo con persone che non dovrebbero starti vicino, o ti dedichi ad attività o spazi che non ti si addicono.
Inizierai a renderti conto che la cosa più importante che puoi fare per te stesso e per tutti quelli che ti circondano, è proteggere la tua energia mentale, nervosa, affettiva più ferocemente di qualsiasi altra cosa.
Fai della tua vita un porto sicuro, in cui sono ammesse solo persone “compatibili” con te.
Non sei responsabile di salvare nessuno.
Non sei responsabile di convincerli a migliorare.
Non è il tuo lavoro esistere per le persone che non ti meritano e dare loro la tua vita!
Ti meriti amicizie vere, impegni veri e un amore completo con persone sane ed equilibrate.
La decisione di prendere le distanze dalle persone nocive, ti darà l’amore, la stima per te stessa, la felicità e la protezione che meriti.
Tu vali, non svenderti.