F E L I C I T A’ E S E N S O D I C O L P A
Molto spesso,
la riduzione della felicità
e dovuta
all’intensificarsi
del senso di colpa.
Cosa ci insegna la vita… testamento spirituale di un libero pensatore
F E L I C I T A’ E S E N S O D I C O L P A
Molto spesso,
la riduzione della felicità
e dovuta
all’intensificarsi
del senso di colpa.
S O L I T U D I N E E A M I C I Z I A
A volte l’uomo
prefersce la solitudine,
per non abbassarsi
a mendicare compagnia.
Ma l’uomo che è
amico di se stesso,
sarà amico di tutti.
P A U R A
Nessuno può farti del male,
senza il tuo consenso.
E ogni volta che agisci
per paura, stai
firmando quel consenso.
C A M B I A M E N T O
Voglio scuotere i miei pensieri, non accarezzarli, blandirli solo per conservarli inalterati.
“Ma io da quanto tempo non cambio?”
Non voglio diventare pigro, prevedibile, amante delle certezze, come il bambino del suo trenino.
Non voglio addormentarmi nel mio tran tran.
Il cambiamento è un mostro sacro che tutti temono, ma senza il quale non si trova neanche l’ombra della felicità.
Esso non è una minaccia: solo chi osa cambiare rotta, anche a costo di perdersi per un po’, può ritrovare se stesso.
Cambiare è un atto rivoluzionario.
La felicità non è conservare, ma modificare: non è stasi, ma dinamismo.
A forza di mettere la vita sotto vuoto, finisco per perdermi i suoi sapori.
Voglio essere, creativo, folle, vivo.
Meglio buttare via il vecchio copione, che recitare sempre la stessa parte che non mi piace più.
Al diavolo la “comfort zone”.
I cambiamenti sono necessari perché sono spinte, anche se includono dei sacrifici, dei rischi.
Il “copia e incolla” è a basso rischio, ma è anche a bassissimo tasso di fascino intellettuale.
Altro che coerenza a tutti i costi: meglio una bella incoerenza vissuta con passione, che una coerenza morta di noia.
S I N C E R I T A’ (Sonetto di novenari)
Dentro i frequenti sogni miei,
quando i tabù sono rimossi,
ormai non ti vedo come sei,
ma come vorrei che tu fossi.
Anche se sono un uomo anziano,
sono un compagno di pensiero,
forse, con te sono più umano,
per te divento un po’ più vero.
Dentro i miei miraggi strambi,
se talvolta sto pensando a te,
mi aspetto sempre che tu cambi.
È quello che accade fra te e me,
allorquando smettiamo entrambi
di giocare ai ruoli ed ai cliché.
R I C E R C H E
Quelli che obbediscono alle mappe
non scoprono mai nuovi territori.
F A K E N E W S
Le persone preferiscono
accettare la menzogna
camuffata come verità,
e non la nuda verità.
La bugia viaggia in tutto
il mondo, vestita come verità,
soddisfacendo le esigenze
della società, perché, in ogni
caso, gli uomini non hanno
alcun desiderio di conoscere
la nuda verità, per conservare
le illusioni che coltivano per sè,
o che altri hanno loro inculcato.
da QUORA
Scrive Milena Colonna, corrispondente di QUORA
D I S C U S S I O N I I N U T I L I
Helen Mirren ha detto una volta: “Prima di discutere con qualcuno, chiediti se quella persona è abbastanza matura mentalmente da comprendere il concetto di un punto di vista diverso. Perché se non lo è, allora non ha davvero senso farlo.”
Non ogni discussione merita la tua energia. A volte, per quanto tu possa esprimerti chiaramente, l’altra persona non sta ascoltando per capire, ma sta ascoltando solo per replicare.
È intrappolata nella propria prospettiva, incapace o non disposta a considerare un altro punto di vista, e interagire con lei finisce solo per esaurirti.
C’è una grande differenza tra un confronto costruttivo e un dibattito inutile.
Una conversazione con qualcuno di mente aperta, che dà valore alla crescita e alla comprensione, può essere illuminante, anche se non si è d’accordo.
Ma cercare di ragionare con qualcuno che si rifiuta di guardare oltre le proprie convinzioni è come parlare a un muro.
Non importa quanta logica o verità tu porti: quella persona distorcerà, devierà o respingerà le tue parole, non perché tu abbia torto, ma perché non è disposta a considerare un’altra realtà.
La maturità non sta nel vincere una discussione: sta nel riconoscere quando una discussione non vale nemmeno la pena di essere affrontata.
È capire che la tua pace ha più valore che dimostrare qualcosa a chi ha già deciso che non cambierà idea.
Non ogni battaglia merita di essere combattuta. Non ogni persona merita una tua spiegazione.
A volte, la cosa più forte che puoi fare è andartene, non perché non hai nulla da dire, ma perché riconosci che certe persone non sono pronte ad ascoltare.
E questo non è un peso che spetta a te portare.
Myriam Barrett
L A V E R A A M I C I Z I A
Paolo Crepet
Per Crepet, l’amicizia è uno dei legami più autentici e rivoluzionari che possiamo vivere. Non è un accessorio da sfoggiare, ma un legame profondo, quasi carnale, fatto di empatia, libertà e verità.
In un’intervista ha detto:
“L’amicizia è una forma di amore senza sessualità, ma non senza emozione. È un modo di spogliarsi, di affidarsi, di lasciarsi guardare dentro.”
E guai a chiamarla “relazione social”. Secondo lui, viviamo in un’epoca in cui abbiamo tanti contatti ma pochissimo contatto umano. In cui ci sentiamo soli anche se il cellulare squilla in continuazione. E infatti aggiunge spesso che “la solitudine peggiore è quella vissuta in compagnia sbagliata”.
Crepet ama la sincerità, quella che punge ma guarisce. Per lui, un vero amico è quello che ti guarda negli occhi e ti dice che stai facendo una cavolata colossale, ma senza giudicarti. È quello che c’è anche quando non sei simpatico, né interessante, né utile.
Nel libro Lezioni di sogni, per esempio, racconta quanto sia importante avere amici che non ti fanno solo da eco, ma che ti provocano, ti scuotono, ti costringono a pensare. L’amicizia, secondo lui, è il luogo dove puoi smettere di fingere e tornare te stesso, senza trucco e senza filtro.
In un mondo che misura i rapporti a colpi di “visualizzazioni” e “mi piace”, Crepet ci ricorda che l’amicizia vera non è uno status da aggiornare, ma un sentimento da coltivare. È condivisione, è verità, è anche litigio, ma quello buono, che serve a crescere e a far crescere.
E allora, per dirla con le sue parole:
“L’amico è colui che, pur sapendo tutto di te, sceglie ancora di restarti vicino. Senza filtri. E magari con una birra in mano.”
Perché in fondo, secondo Paolo Crepet, l’amicizia è l’unica follia che ci salva davvero.
V I T A E M O R T E
La morte è la ricompensa
da meritare, con sollievo,
per poter finire la vita,
quando è ostile fardello.
La vita è il prezzo previsto
da pagare, con dignità,
per accedere alla morte,
quando è lieve balsamo.
da QUORA
PERCHÈ LA LUSSURIA È UN PECCATO ?
Scrive Josef Mitterer, corrispondente di QUORA
Lo è nelle religioni abramitiche, soprattutto nel cattolicesimo.
Secondo me, una base eziologica fondamentale consiste nel distacco della mitologia giudeo-cristiana dalla natura.
Gli archetipi, le norme e le figure mitologiche non riflettono più la natura, bensì sono imposti arbitrariamente.
Con ciò non intendo certo dire che una sessualità sfrenata sia naturale o normale o positiva, né che il “paganesimo” l’abbia prevista o giustificata — ma nelle mitologie politeiste, e nelle religioni collegate a esse, la lussuria era integrata nei miti e nei culti, come una forza naturale e ambivalente — come tutta quanta la natura è ambivalente (né buona, né cattiva) e dualistica (un principio e un altro principio che stanno in opposizione e, allo stesso tempo, si completano).
La tradizione giudeo-cristiana, che è priva di tali culti organici e catartici e di tali miti che espongono la totalità dell’essere uomo e delle forze naturali, deve invece ricorrere ad affermazioni e a proibizioni esplicite (sotto forma di “peccati”), non ulteriormente giustificate e, quindi, non trasparenti.
Un altro aspetto importante è l’incredibile disprezzo della mitologia giudeo-cristiana nei confronti della sessualità e della donna.
Dio, Gesù e lo spirito santo sono figure maschili o comunque prive di sesso e completamente asessuate; di figure femminili, invece, non ce ne sono.
La sensualità e la sessualità non hanno alcuna rappresentazione mitologica, neanche nella figura di Maria, anzi: viene ridotta alla sua castità e obbedienza e, a differenza delle divinità materne nei sistemi politeistici, la sua maternità non simboleggia la femminilità sensuale e la fecondità, ma è esclusivamente strumentale, e non va immaginata o persino raffigurata in modo “carnale”, il che verrebbe (e in effetti viene) subito interpretato come blasfemo.
Date queste precondizioni, come potrebbe la lussuria non essere un peccato?
Nei sistemi politeistici la lussuria è personificata (Voluptas), come tutte le altre forze naturali, è incarnata dai Satiri (o proiettata su essi) e figura —in tutta la sua ambivalenza— in molti miti, come un aspetto della sessualità.
Forse era un’osservazione un po’ radicale, ma trovo comunque interessante quanto scrisse Nietzsche in merito:
La predica della castità è un’eccitazione pubblica contro natura. Ogni disprezzo della vita sessuale, ogni sua contaminazione mediante il concetto di “impurità”, è il vero peccato contro lo spirito santo della vita.
(Die Predigt der Keuschheit ist eine öffentliche Aufreizung zur Widernatur. Jede Verachtung des geschlechtlichen Lebens, jede Verunreinigung desselben durch den Begriff ‘unrein’ ist die eigentliche Sünde wider den heiligen Geist des Lebens.)
(Ecce Homo, “Warum ich so gute Bücher schreibe”, 5)
da QUORA
Scrive Gaetano Antonio Riotto, corrispondente di QUORA
U N A S T O R I A D I O G G I
Una maestra stava correggendo i compiti dei suoi studenti.
Nel frattempo, suo marito passeggiava per casa con lo smartphone in mano, immerso nel suo gioco preferito.
Quando arrivò all’ultimo compito da correggere, la maestra iniziò a piangere in silenzio.
Il marito, vedendola, le chiese:
— Cosa è successo?
La moglie rispose:
— Ieri ho dato come compito ai miei studenti di scrivere qualcosa sul tema “IL MIO DESIDERIO”.
Il marito disse:
— Va bene, ma perché piangi?
La moglie, trattenendo le lacrime, rispose:
— Correggendo l’ultimo compito, non sono riuscita a trattenere il pianto.
Il marito, incuriosito, chiese:
— Cosa c’era scritto di così commovente?
La moglie cominciò a leggere:
Il mio desiderio è diventare uno smartphone.
I miei genitori amano molto il loro smartphone.
Si prendono cura del loro smartphone al punto che a volte si dimenticano di prendersi cura di me.
Quando mio padre torna stanco dal lavoro, ha tempo per il suo smartphone, ma non per me.
Quando i miei genitori stanno facendo qualcosa di importante e lo smartphone squilla, al primo squillo rispondono subito, ma non fanno altrettanto con me…
anche se sto piangendo.
Giocano con il loro smartphone, ma non con me.
Quando parlano con qualcuno al telefono, non mi ascoltano, anche se sto dicendo qualcosa di importante.
Quindi, il mio desiderio è diventare uno smartphone.
Dopo aver ascoltato quelle parole, il marito si commosse e chiese alla moglie:
— Chi ha scritto questo tema?
La moglie, con gli occhi lucidi, rispose:
— NOSTRO FIGLIO.
GENITORI, ricordate:
I dispositivi elettronici sono utili, ma sono pensati per facilitarci la vita, non per sostituire l’amore verso la famiglia e le persone care.
I bambini vedono e sentono tutto ciò che accade intorno a loro.
Le esperienze si imprimono nella loro mente lasciando segni che durano per tutta la vita.
Prendiamocene cura, affinché crescano con i valori giusti e senza falsi bisogni.
da QUORA
Scrive Gaetano Antonio Riotto, corrispondente di QUORA.
FRIEDRICH NIETZSCHE E L’ EPISODIO DEL CAVALLO
Friedrich Nietzsche fu protagonista di una delle scene più toccanti nella storia del pensiero occidentale.
Era il 1889 e il filosofo viveva in una casa di via Carlo Alberto, a Torino. Una mattina, mentre si dirigeva verso il centro della città, si trovò improvvisamente di fronte a un evento che avrebbe segnato per sempre la sua esistenza.
Vide un cocchiere che frustava con violenza il suo cavallo, perché l’animale, esausto, si rifiutava di avanzare. Il cavallo, ormai allo stremo delle forze, si accasciò a terra, ma il suo padrone continuò a colpirlo senza pietà per costringerlo a rialzarsi. Nietzsche, sconvolto dalla crudeltà della scena, si avvicinò rapidamente, rimproverò il cocchiere e poi, con un gesto disperato, abbracciò il cavallo caduto a terra.
Scoppiò in lacrime e, stringendo il collo dell’animale, gridò “Madre, Madre!”. Pochi istanti dopo perse i sensi.
Fu il collasso definitivo della sua mente.
Da quel giorno, Nietzsche smise di parlare per il resto della sua vita.
Per dieci anni, fino alla sua morte, non riuscì mai più a tornare a una condizione di lucidità.
La polizia, accorsa sul posto, lo arrestò per disturbo dell’ordine pubblico e poco dopo fu internato in un manicomio, da cui non uscì mai più.
Per la società dell’epoca, il gesto di Nietzsche – abbracciare il cavallo e piangere su di lui – fu visto come una prova della sua follia. Tuttavia, mentre alcuni lo considerarono una semplice manifestazione di irrazionalità dovuta alla sua malattia mentale, altri vi lessero un significato più profondo e consapevole.
Lo scrittore Milan Kundera, nel romanzo “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, riprende questa scena e la interpreta come una richiesta di perdono. Secondo Kundera, Nietzsche avrebbe sussurrato al cavallo una richiesta di scusa, a nome di tutta l’umanità, per la brutalità con cui l’uomo tratta gli altri esseri viventi. Un atto di pentimento per averli ridotti a nemici e servi.
Nietzsche non era mai stato un attivista per i diritti degli animali, eppure quel gesto di empatia assoluta segnò il punto di non ritorno nella sua vita. Quel cavallo fu l’ultimo essere con cui stabilì un contatto reale e affettivo. Non si identificò solo con l’animale, ma con il suo dolore, trovando in esso qualcosa che andava oltre la semplice compassione: una connessione profonda con la vita stessa.
da QUORA
Scrive Jason Deglianelli, corrispondente di QUORA.
R I C C H I E P O V E R I
“Non sono povero, sono sobrio. I poveri sono quelli che lavorano solo per mantenere uno stile di vita costoso e per accumulare cose.
Non siamo nati solo per consumare, siamo nati per creare, per amare, per sognare, per costruire.
La felicità non sta nell’avere, ma nell’essere. Non si è felici se si vive per comprare cose inutili.
Vivo con poco, ma vivo bene. La libertà si conquista riducendo i bisogni superflui.
Il vero lusso non è avere tante cose, ma avere tempo per ciò che conta: la famiglia, gli amici, la natura.
Ci hanno insegnato a consumare, e il consumo ci domina. Ma dobbiamo capire che non è questa la vera essenza della vita.
Il denaro può comprare comfort, ma non la felicità. La vera ricchezza è vivere con ciò di cui si ha davvero bisogno.”
Josè Mujica
L A’
Là dove sprofonda il mare
che il cielo partorisce,
là sono pronto ad andare,
là dove lo spazio finisce,
che il tempo inghiotte,
come fa il firmamento
con le stelle della notte.
Mi manca un momento:
è quasi arrivata l’ora.
Comincio a prepararmi.
Quanto mi resta ancora?
Non voglio interrogarmi.