Numero3668.

 

U N    S A G G I O    M I    H A    D E T T O

 

Se lasci andare la persona giusta

solo perché il momento è sbagliato,

quando ci sarà il momento giusto,

troverai solo persone sbagliate.

 

N.d.R. : Ricordi, Rita? Nel momento

giusto della mia vita, purtroppo,

avevo trovato solo persone sbagliate,

ma nel momento che sembrava

sbagliato, per fortuna, ho trovato te

e non ti ho lasciato più andare.

Grazie.

Numero3667.

 

A M A R E    V E R I T A’

 

Se non controlli la tua mente, sarà la tua mente a controllarti.
E non sceglie mai la pace.

La maggior parte delle persone non è stanca per il lavoro, ma per portare pensieri che non hanno importanza.

Il silenzio non è vuoto. Il silenzio è il luogo dove finalmente ascolti la verità da cui continui a scappare.

Il tuo nemico più grande vive nella tua testa, mascherato da paure, pregiudizi e pensieri ossessivi.

La ragione per cui non dormi è che il tuo cuore conosce ciò che la tua mente rifiuta di accettare.

Soffri più per le storie che racconti a te stessa che per la realtà che affronti.

Quando il tuo cuore è calmo, anche i problemi sembrano più piccoli. Quando la tua mente è chiassosa, anche le benedizioni sembrano pesanti.

Non puoi essere libera se sei controllato da ciò che gli altri pensano di te.

Se vuoi pace, smetti di discutere con la vita.
Non cambia nulla – ti spezza solo.

Non guarisci facendo di più. Guarisci facendo meno e ascoltando dentro di te.

Più insegui la felicità, più ti sfugge.
La pace arriva quando smetti di inseguirla.

Continuerai a rivivere lo stesso dolore finché non imparerai finalmente la lezione che è venuto ad insegnarti.

Le persone non ti deludono. Lo fanno le aspettative.

Se sei sempre di fretta, la vita passerà senza che tu te ne accorga.

Una vita tranquilla non è una vita piccola.
È una vita potente, senza nulla da dimostrare.

 

@DianaUrsu

Numero3665.

 

T U    E    L’ U N I V E R S O

 

All’universo non importa se sei buono o cattivo. È una legge fisica, è magnetismo.

La gravità agisce su tutti, non si allenta perché hai dato soldi in beneficenza.

Il fuoco brucia tutti, santi e criminali, allo stesso modo.

La pioggia cade su tutti, non si ferma a mezz’aria per chiedersi se hai fatto la dichiarazione dei redditi, ti bagna chiunque tu sia.

La verità è che l’universo non premia il buon comportamento, o punisce quello cattivo, perché l’universo non è morale.

La moralità è un’invenzione umana.

È utile per la società? Assolutamente sì.

È necessaria per “manifestare”? Ma neanche un po’.

Quindi, sii gentile, sii una persona per bene, abbi una morale, certo, ma non confonderla con la “manifestazione” (N.d.R. : realtà).

L’unica cosa che l’universo registra è la frequenza (N.d.R. : caratteristica delle onde, in questo caso energetiche). Tutto qui.

L’unica cosa che conta è la frequenza energetica.

L’universo non sente quanto sei gentile; sente quanto sei ansiosa e ti rimanda quel segnale nello spazio.

Per questo molte persone “buone”, spesso, trasmettono onde impazzite, emettono frequenze negative, vibrazioni piene di paure, di stress, dubitano di sé, pensano troppo, si preoccupano di ciò che potrebbe andare storto.

Sono educate all’esterno, ma dentro irradiano confusione.

L’energia negativa che hanno emesso viene riflessa all’indietro verso di loro.

E, allo stesso tempo, qualche cosiddetto “cattivo”, magari, cammina nella vita, certo che tutto funzionerà: se lo aspetta.

Spesso queste persone vibrano di una fiducia ferrea, di un’autostima incrollabile, proiettano certezza, chiarezza, potere (N.d.R. : Donald Trump).

E l’universo è d’accordo.

Ecco perché molte persone “buone” possono vivere vite miserevoli, mentre gli “stronzi”, a volte, vivono come imperatori.

Non è che il successo sia legato al male, eh!

È che esso è legato al segnale vibrazionale, alla chiarezza.

Non è mancanza di paura, è resilienza, non è giustizia, è la frequenza della vibrazione.

Tu “buono” non attrai ciò che è giusto, attrai di ritorno il segnale che emetti: questa è la legge di attrazione.

Questa legge non devi per forza amarla, però la devi vedere, la devi affrontare.

Tu, “buono”, puoi battere i piedi e piangere verso il cielo, pretendendo la realtà che pensi di meritare, ma l’universo non parla il linguaggio del diritto umano, parla il linguaggio delle frequenze.

 

da YouTube

 

Numero3664.

 

C O M E    T I    T R A T T I

 

Il modo in cui tratti il tuo corpo è la firma di come ti stai amando.

Perchè il corpo non è un contenitore neutro, è la prima casa della coscienza, è il luogo in cui la vita diventa esperienza.

E ogni volta che lo usi come se fosse un oggetto, nel cibo, nelle sostanze, nel sonno, nel sesso, nella fretta, stai dicendo una cosa sola, anche se non te ne accorgi: io posso farmi questo male.

Le persone pensano che sia solo dipendenza, solo vizio, solo impulso.

E la componente biologica esiste, certo, perché i circuiti del piacere dell’abitudine son potenti e il cervello cerca sempre scorciatoie, quando è stressato, ferito.

Però, a livello più profondo, c’è solo una domanda che guida tutto: mi sento degna di cura oppure no?

E qui arriva il punto più vero: la qualità dell’amore per te stessa influenza le tue scelte proprio quando sei più vulnerabile, quando sei stanca, quando sei sola, agitata, quando ti manca qualcosa in cui spegnerti in fretta.

Se non ti senti degna, allora ti tratti come un luogo in cui si può entrare senza bussare.

E questo vale per il cibo spazzatura, che è anche quantità, per l’alcol, per una sigaretta, per le sostanze e anche per l’intimità.

Quando il sesso diventa una sera da riempire, un vuoto da anestetizzare occasionalmente, un’identità da confermare in cinque minuti.

Attenzione, non lo fai perché sei sbagliata.

Lo fai perché una parte di te sta cercando regolazione, contatto, riconoscimento, soltanto che li cerca nel modo più veloce.

E ciò che è veloce raramente è intimo, raramente è cura, ma spesso è soltanto tregua.

L’amore per te stessa si vede così, non da quello che dici, ma da quello che scegli quando nessuno ti guarda, soprattutto nei momenti in cui potresti farti del male senza che nessuno lo noti.

E quando l’amore per te cresce cambia una cosa.

Inizi a non offrirti più a ciò che ti consuma.

Inizi a selezionare tutto ciò che ti nutre.

Inizi a proteggere la tua sensibilità come si protegge una fiamma dall’acqua, ma non perché diventi perfetta, ma perché, finalmente, ti consideri e vuoi che tutto ciò che arriva a te sia cura, sia amore.

 

@DavideRaia

Numero3663.

 

C O M E    C I    I N N A M O R I A M O

 

Carl Gustav Jung, uno dei grandi geni della psicologia, diceva che le persone si innamorano solo per due ragioni e nessuna ha a che vedere con il tuo aspetto o con la tua personalità.

La prima ragione – secondo Jung – è che tu rappresenti qualcosa che all’altra persona manca, ma di cui ha un disperato bisogno.

Forse tu sei libero, spontaneo, coraggioso e lei non osa esserlo.

Ti guarda e sente: questo è ciò che mi manca.

È una proiezione dell’inconscio, cerca uno stile che non ha sviluppato dentro di sé.

La seconda ragione è ancora più profonda.

Tu incarni un’immagine interna che già esisteva dentro di lei.

In ogni uomo vive un archetipo femminile: l’anima.

In ogni donna vive un archetipo maschile: l’animus.

Quando lei si imbatte in te, tu risvegli quell’archetipo: l’attrazione è immediata, intensa e irrazionale.

Ma qui arriva la grande lezione: non s’innamora di te per chi sei davvero, ma per ciò che rappresenti nel suo mondo interiore.

Tu sei lo specchio: a volte sei il riflesso di ciò che desidera; altre volte, il riflesso di ciò che teme.

È per questo che molte relazioni intense finiscono con il cuore spezzato.

Perché lei non ama la persona reale, ma l’immagine proiettata e, quando quell’immagine crolla, crolla anche l’illusione.

Quindi, la prossima volta che qualcuno s’innamora di te, chiediti: sono il suo specchio, la sua ombra o il suo maestro?

E – ancora più importante – pensa di chi ti stai innamorando tu: di una persona reale, o di una parte dimenticata di te stesso che stai proiettando su di lei?

Jung diceva che l’amore non è trovare qualcuno che ti completi, è scoprire te stesso, attraverso la tua relazione con lei.

Perché il vero amore non vuole riempire vuoti, ma aiutarti ad evolvere.

Ed evolvere insieme.

 

da YouTube

 

 

Numero3662.

 

S I’

 

Imparare cose nuove

Semplificare le cose

Pensare positivo

Socializzare

Gratitudine

Luce solare

Cibo sano

Muoversi

Meditare

Riposare

Dormire

Natura

Musica.

 

N O

 

Paura

Alcol

Stress

Rinuncia

Fast food

Confusione

Procrastinare

Autocriticarsi

Lavorare troppo

Pensieri negativi

Mancanza di sonno

Troppi social networks

Soffermarsi sul passato.

Numero3660.

 

C O S A    P R E F E R I S C E    I L    C E R V E L L O.

 

Il cervello cerca sicurezza, non correttezza.

Ciò che conosci sembra più sicuro di ciò che funziona meglio.

L’abitudine viene scambiata per verità.

Il conosciuto riduce l’ansia immediata.

Il giusto richiede esposizione.

Il cervello resiste al cambiamento utile.

La familiarità non garantisce benessere.

 

 

@ilmegliodeilibri

Numero3659.

 

N O N    A R R E N D E R T I

 

C’è chi ama vestirsi bene, e non lo fa più.

C’è chi voleva vedere il mondo, e poi rinuncia a viaggiare.

C’è chi era curioso, e ha smesso di leggere.

C’è chi ha amato troppo, e non crede più nell’amore.

C’è chi smette di sognare una vita migliore.

E, all’improvviso, hai più di 70 anni.

La vita va avanti, ma qualcosa si è fermato.

L’entusiasmo, lo stupore, la speranza che qualcosa possa ancora sorprenderti.

Ti aguro di tenere viva quella speranza, nonostante tutto.

Di continuare a commuoverti per una canzone d’amore.

Di emozionarti davanti a un tramonto.

Di non smettere di crescere a qualsiasi età, perché ….

non è mai troppo tardi per ritrovare la felicità.

 

@stanzazen

Numero3657.

 

I M P A R I A M O

 

Più diventi silenzioso, più riesci a sentire ciò che conta davvero.

Non inseguire nulla: ciò che è destinato a te si muove verso la quiete.

Una mente lucida è più forte di una mente occupata.

La felicità si trova nella disciplina, non nel desiderio.

Chi padroneggia la pazienza, padroneggia la vita.

Soffri perché lotti contro ciò che è.

Meno possiedi, più leggero diventa il tuo cuore.

La rabbia è come un carbone ardente: brucia solo la mano che lo stringe.

La routine vissuta con consapevolezza diventa meditazione.

La vera forza è essere gentili quando è più difficile.

L’ego urla, ma la saggezza sussurra.

Quando smetti di correre, la vita comincia a rivelarsi.

 

@DianaUrsu

Numero3639.

 

LIBERA  RIFLESSIONE  SU  DUE  AFORISMI:

 

CONOSCI  TE  STESSO

QUID  EST  VERITAS?

 

Mi dedico, in questo Numero, all’analisi e al commento di due frasi che, a mio modesto avviso, costituiscono il paradigma intellettuale del pensiero della nostra civiltà occidentale.
Altre civiltà, in altre parti del mondo, e in altri secoli, anche molto lontani, forse addirittura precedenti alla formulazione di questi aforismi, hanno cristallizzato il loro sapere e la loro visione del mondo in diverse altre forme espressive, che però hanno molte radici comuni con essi.
La saggezza degli antichi, pensatori, filosofi, uomini d’arte e di scienza, uomini di religioni diverse è, ed è rimasta, proverbiale e costituisce una dotazione di sapere universale senza confini di spazio e di tempo.

 

Comincio, dunque, dal “conosci te stesso” .

 

Anticipo una nota informativa.

“Conosci te stesso” (in greco antico, γνῶθι σεαυτόν, gnōthi seautón) è un antico motto greco, inciso nel tempio di Apollo a Delfi, reso celebre da Socrate, che significa un invito alla introspezione e alla autocoscienza, fondamentale per la ricerca della verità e la realizzazione personale, invitando a esaminare la propria anima e i propri valori per vivere una vita più autentica ed equilibrata.  

Origine e significato
            Antica Grecia:
           Era una massima religiosa e filosofica, inscritta nel frontone del tempio di
           Apollo a Delfi, che invitava i visitatori a riconoscere i propri limiti e la                       propria vera natura.

          Socrate:

          Ne fece un pilastro della sua filosofia, sostenendo che la conoscenza di sé è            il primo passo per conoscere il mondo e raggiungere la verità, che risiede              nell’anima, non nel corpo, o in un altrove esterno. 

Come applicarlo oggi
  • Indagine interiore

    Porsi domande su chi si è, cosa si desidera e perché si agisce in un certo modo. 

  • Auto-esame

    Indagare le proprie scelte, i propri valori e le proprie emozioni, senza giudizio. 

  • Cura dell’anima

    È un processo di autoeducazione e purificazione, che può richiedere sforzo e tempo. 

  • Strumenti utili

    Meditazione, psicoterapia, scrittura e nuove esperienze possono aiutare in questo percorso. 

Obiettivo
  • Comprendere la propria vera identità, distinguendola dalle “maschere” e dalle credenze comuni, per vivere una vita più piena, felice e in armonia con se stessi e il mondo.
    Crescere, evolversi, conoscersi nella propria interiorità e completezza, sapersi adattare per superare le difficoltà che si presentano davanti e trovare la pace con sé stessi.
  • E’ questa l’ottica con cui l’esortazione è stata più volte riproposta nei secoli a venire. Il senso originale del monito – secondo la maggioranza degli studiosi –  presente nel tempio di Apollo avrebbe però tutt’altro sapore, e sarebbe invece un precetto contro l’arroganza e la presunzione dell’uomo. Conosci te stesso vuol dire “Ricordati che hai dei limiti, e che non puoi compararti a Zeus” e farebbe quindi riferimento alla finitezza dell’uomo e avvertirebbe di non superare i propri limiti.
  • Conosci te stesso…nell’attualità. Immediato il parallelo con la nostra attualità. Se c’è una cosa che questo difficile periodo ci ha insegnato è che niente è per sempre, tanto meno l’uomo.
  • Che tutto può cambiare in un attimo, che anche l’impossibile può succedere. Ci ha fatto capire quanto piccoli e impotenti si sia di fronte alla natura e alla morte. E ci ha fatto, soprattutto, capire quanta presunzione ci sia nella società moderna e quanto l’uomo si sia allargato oltre i propri confini.
  • Ha fatto capire anche, però, l’importanza di conoscersi, capirsi, stare bene con sé stessi. Conoscere i propri limiti e difetti per contrastarli e uscire più forti di prima da ogni difficoltà.
  • Ecco perché “Conosci te stesso” è ancora l’esortazione che non va mai dimenticata.

 

Ben poco ho da aggiungere a questa articolata e completa disanima sull’origine e sul significato del noto aforisma. Rilevo soltanto che, fin dall’antichità, il pensiero umano dimostrava un livello assai elevato di sofisticazione e di profondità, se era così diffuso e pressante l’appello e l’invito ad occuparsi della propria anima.

Lo era al punto tale che veniva pubblicato e propagandato come pratica raccomandata per ottenere una sana ed equilibrata personalità, a livello popolare,
se era inciso sul frontone del tempio di Apollo a Delfi.
Aveva, infatti, i connotati di una prescrizione divina, prima che filosofica, indirizzata al conseguimento di un’armonia di pensieri e opere che potevano configurare il modello del buon cittadino, quanto a ruolo sociale, oltre che quello dell’uomo felice, come individuo.
La raccomandazione a trovare la verità nella propria interiorità è quanto di più moderno si possa immaginare, perché esonerava l’uomo dall’affidarsi a prescrizioni e comandamenti di autorità esterne, politiche o religiose, che avrebbero uniformato e standardizzato, sminuendolo, il comportamento umano.
Sappiamo bene che, quando siamo imbavagliati e oberati da un fardello di imposizioni sociali, religiose, culturali, ne va della nostra sensazione di libertà e di creatività: è vero invece, che le arti liberali e la pace sociale fioriscono quando ogni singolo individuo trova un proprio equilibrio in se stesso e nell’ambito della cellula sociale cui appartiene.

 

QUID  EST   VERITAS?    che cos’è la verità?

 

Passo adesso ad un altro aforisma storico, di carattere filosofico, che però, guarda caso, è stato pronunciato da un personaggio della storia che non aveva nessuna dimestichezza con la filosofia o la psicologia: Ponzio Pilato, governatore romano della Giudea al tempo di Gesù.

Riporto, per filo e per segno, dalla BIBBIA la versione dal Vangelo di Giovanni.

 

Allora Pilato entrò di nuovo nel pretorio, chiamò Gesù e gli disse:

“Tu sei il re dei Giudei?”

Gesù rispose:

“Dici questo da te stesso, o gli altri te l’hanno detto di me?”

Rispose Pilato:

“Sono io forse un Giudeo? La tua nazione e i sacerdoti-capi ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?”.

Rispose Gesù:

“Il mio regno non è di questo mondo. Se di questo mondo fosse il mio regno, le mie guardie avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei. Ora, il mio regno non è di qui.”.

Gli disse allora Pilato:

“Dunque, sei tu re?”.

Rispose Gesù:

“Tu dici che io sono re. Io sono nato per questo e per questo sono venuto al mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”.

Gli dice Pilato:

“Che cos’è la verità?”.

Detto questo, uscì di nuovo dai Giudei e disse loro:

“Io non trovo in lui alcun capo d’accusa. Ma voi avete l’usanza che io vi liberi qualcuno a Pasqua. Volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei?”.

Si misero allora a gridare:

“Non lui, ma Barabba!”

Barabba era un bandito.

 

Questa versione dell’episodio di Gesù davanti a Pilato, come è stata scritta da Giovanni, è piuttosto strana: gli altri 3 evangelisti descrivono il fatto con altri particolari e altri discorsi che mettono in luce la scelta chiara del popolo ebraico di risparmiare Barabba e di crocefiggere Gesù.

Ma riferendomi al testo di Giovanni, comincio dalla fine, con una notazione:

Il nome Barabba, che nei secoli è stato associato alla definizione di furfante, malfattore, ladrone, ha una translitterazione in Greco antico che è “Barabbàs”, come se fosse un nome proprio.

Ricordo che, fino a poco tempo fa, in Italia e in tutto il mondo occidentale, la versione della BIBBIA che tutti possono trovare nelle librerie, nelle chiese e nelle case, è una traduzione in italiano dal latino, a sua volta tradotto dal Greco antico.

Nessuna BIBBIA era mai stata tradotta direttamente dall’aramaico, una specie di dialetto popolare ebraico, che era la lingua di Gesù e che fu adoperata per la scrittura dei Vangeli originali.

Pochissimi anni fa, per la prima volta, è stata pubblicata, in Italia, una versione della BIBBIA tradotta direttamente dall’aramaico, a cura del miglior biblista che abbiamo in Italia e che non è un laico.

Si tratta di Ludwig Monti: già monaco di Bose, è dottore di ricerca in ebraistica, biblista e saggista. Collabora con diverse riviste. Insegna IRC presso il Liceo “Leonardo da Vinci” di Casalecchio di Reno, e Antico Testamento presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna.

È dunque un monaco, ma non uno di quegli amanuensi che, nel Medioevo, trascrivevano, miniando in punta di penna d’oca, le traduzioni in cui si poteva scrivere di tutto e di più.

Da questa sua traduzione sono venute alla luce alcune singolarità, inquietanti per molti, e sorprendenti per tutti.

Ebbene, in aramaico antico “bar abbas” vuol dire semplicemente “figlio del padre”.

Questa espressione compare spesso nei Vangeli in bocca a Gesù, volendo egli indicare se stesso.

Pensate anche voi quello che penso io?

Se dei due presentati da Pilato alla gente di Gerusalemme, uno era il cosiddetto “Re dei Giudei” e l’altro era il “figlio del padre”, chi avrebbero scelto i popolani ebrei? Per me c’è qualcosa che non quadra.

 

Se non basta, vi posso riportare anche un’altro strafalcione, involontario non credo proprio, che è comparso nella traduzione biblica di questo uomo di chiesa.

Nei Vangeli, si dice che Gesù è nato da una “betullah”, che in aramaico vuol dire semplicemente “fanciulla”.
Che male ci sarebbe – come dice ironicamente anche il professor Umberto Galimberti – se fosse nato da una fanciulla? Rientrerebbe nella norma.

C’è un fatto, però.

Che nella traduzione dall’aramaico in greco antico, il termine “betullah” è stato tradotto con il termine greco “parthénos” e questa parola, in greco antico, significa “vergine” e non “fanciulla”.

In aramaico antico, la parola “vergine” si identifica, senza possibilità di equivoci, con la parola “almahà”.

A proposito della verginità di Maria, pensate anche voi quello che penso io?

 

Ma, dopo questa digressione linguistica e semantica, mi focalizzo sul nocciolo della questione  “quid est veritas?”

A mio avviso, si è trattato di un aforisma strepitoso, visto il personaggio in gioco (Gesù) a cui era rivolta la domanda, e considerato chi è stato a pronunciarlo (Pilato).

Ma, preliminarmente, io noto questo:

Con i suoi apostoli e discepoli, Gesù aveva adoperato l’espressione “Io sono la via, la verità, la vita”. Si rivolgeva ad un gruppo di suoi affiliati ed adepti, con un linguaggio forte e diretto, nient’affatto criptico.
Qui, invece, davanti a Pilato, Gesù afferma di essere venuto in questo mondo per rendere “testimonianza” alla verità. Non di “essere” o di “possedere” la verità.

E, come si può ben capire dal testo, Gesù a Pilato non risponde.

Non a questa domanda.

Nel colloquio che sopra è stato fedelmente riportato, Gesù replica seccamente e a tono a tutte le domande di Pilato, ma a questa non replica alcunché.

Mi sono chiesto: “perché?”.

La risposta a questo quesito è o semplice e chiara, oppure è di una spaventosa complessità, al punto che Gesù stesso rinuncia a dare un responso, conciso o articolato che sia.

La verità può essere un atto di fede, e allora tutto ha una spiegazione in ciò che nelle sue parole è contenuto e che può rappresentare il significato primo e ultimo del suo passaggio umano sulla terra.

Oppure la verità è una realtà mobile, inafferrabile, cangiante, multiforme, perfettibile e aleatoria e che quindi non può sottostare né ad una definizione formale, né a una limitazione spazio-temporale.
E non può essere retaggio di nessun sapere onesto e consapevole.

Ritengo che Gesù si riferisse alla prima tipologia di verità e che il suo messaggio sia la cosa più giusta, condivisibile e credibile che la gente del suo tempo e della sua terra potesse aspettarsi di ascoltare e condividere.

Infatti lui si rivolgeva sempre ai poveri, ai semplici, ai puri di cuore come ad una “casta” di eletti, che soli potevano recepire l’intensità delle sue parole incoraggianti, vivificatrici e salvifiche.

Questo messaggio è stato preso a vessillo universale di valori ideali metafisici, ma è stato anche travisato e sfruttato ai fini di implementare un vasto e generalizzato sistema di controllo delle coscienze, a cura dei gestori del sistema stesso.

 

A proposito di questo, aggiungo, qui di seguito, il commento di Armando La Torre, un corrispondente di QUORA, che spesso espone le sue considerazioni su interpretazioni teologiche controverse.

 

Il libro che i cristiani chiamano Antico Testamento è il più grande caso di plagio e manipolazione della storia letteraria.

Non si è trattato di un semplice “cambiamento”, ma di un dirottamento sistematico, di una vera e propria operazione di hacking teologico.

La setta nascente del cristianesimo, per darsi una parvenza di legittimità e una storia che non aveva, ha dovuto cannibalizzare i testi sacri di un’altra religione, l’ebraismo.

Il primo passo di questa operazione fu la traduzione.

Quando la Bibbia ebraica fu tradotta in greco (la versione dei Settanta), lingua franca dell’impero romano, avvenne la prima, massiccia manipolazione.

La lingua greca, intrisa di filosofia e di concetti astratti, era inadatta a rendere la concretezza e la carnalità dell’ebraico. Ad esempio, un termine come “Sheol”, un vago e ombroso aldilà ebraico, venne tradotto con “Hades”, l’inferno della mitologia greca, caricandolo di significati che non aveva.

Fu un’operazione di marketing, cioè  lo sforzo di rendere un testo tribale e mediorientale comprensibile e appetibile per un pubblico greco-romano.

Una volta tradotto, il testo fu sottoposto a una seconda e più brutale violenza: l’interpretazione allegorica.

I primi padri della Chiesa, uomini colti e imbevuti di filosofia neoplatonica, si trovarono di fronte a un problema imbarazzante.

Il Dio dell’Antico Testamento era un’entità spesso capricciosa, gelosa, a tratti genocida, un dio tribale che ordinava massacri e si sporcava le mani con la politica del suo popolo. Non appariva proprio come il padre di Gesù.

Questo personaggio era impresentabile a un pubblico abituato al Dio perfetto, immobile, immateriale e puramente razionale dei filosofi greci.

La soluzione fu semplice, decisero che il testo non andava letto per quello che diceva.

Ogni passo, ogni personaggio, ogni evento fu reinterpretato come una metafora, un simbolo, una prefigurazione di Cristo.

Il sacrificio di Isacco non era più il racconto agghiacciante di un potenziale infanticidio, ma un’allegoria del sacrificio di Gesù.

La creazione in sette giorni non era cosmologia, ma un poema mistico.

Fu una gigantesca operazione di riverniciatura filosofica per nascondere le parti più scomode e primitive del testo originale.

Il risultato finale di questo processo è che il Tanakh ebraico e l’Antico Testamento cristiano sono due libri completamente diversi, pur condividendo le stesse parole. Per un ebreo, quel testo è la storia, la legge e l’identità del suo popolo.
Per un cristiano, è solo il prologo, un gigantesco trailer pieno di indizi che portano all’unico evento che conta, la venuta di Cristo.

I significati originali non sono stati solo “cambiati”, sono stati deliberatamente sepolti sotto strati di nuova teologia.

L’obiettivo non era capire il testo, ma piegarlo con la forza per farlo combaciare con una dottrina già decisa a tavolino.

È stata la castrazione intellettuale di un’intera tradizione religiosa, compiuta per fornire le fondamenta a quella che, altrimenti, sarebbe apparsa a tutti per quello che era, una bizzarra eresia ebraica nata in una provincia dimenticata dell’Impero.

 

A questo punto, chiuderei il cerchio, sempre sull’argomento “verità”, finendo con Sant’ Agostino di Ippona (Tagaste). Oggi Tagaste si chiama Souk Ahras ed è una città agricola dell’Algeria.

Sì, Sant’Agostino era un algerino e, per buona parte della sua vita, ne ha combinate di cotte e di crude. Poi, tutto ad un tratto, si è convertito al cristianesimo.

Però, non fu all’inizio molto volenteroso: “Signore, rendimi casto, ma … non subito”. A parte tale infelice espressione di ipocrisia, questo padre della chiesa è diventato il formulatore di una serie di affermazioni, a mio avviso, sorprendenti perché, a ben guardare, non sono in linea con le direttive dei contenuti della fideistica cristiana.
Questa infatti prevedeva, sempre e attentamente, che l’apparato teoretico e ritualistico fosse presente e preminente nella vita dei fedeli e non ammetteva, come non ha mai ammesso, che ci fosse un colloquio diretto del credente con Dio.

Sant’Agostino, teologo e filosofo dal cervello fine, invece, pontificava:

“Noli foras ire, redde in te ipsum. In interiore homine habitat veritas”.
Non andare fuori, ritorna in te stesso. È nell’interno dell’uomo che abita la verità.

Questa affermazione, raccomanda all’uomo religioso, non di rivolgersi alle pratiche ritualistiche e ai precetti di fede e di moralità sanciti dalla chiesa cristiana, ma di rientrare dentro di sé, nella propria coscienza, dove solo avrebbe potuto trovare la verità che andrebbe cercando.

E, per finire in bellezza, raccomandava anche:

“Et si te inveneris mutabilem, trascende te ipsum”.
E se ti troverai mutevole, trascendi te stesso.

Cioè, solo nel caso in cui la tua fede sia un po’ ballerina, allora trascendi, rivolgiti in alto e lì troverai la pace dei sensi e soprattutto dell’anima.

Con queste affermazioni, Sant’Agostino ha gettato i semi di un riscatto dell’individuo rispetto all’apparato, posizione che troverà, più avanti nel tempo, più di un millennio dopo, i suoi epigoni nell’eresia protestante di Martin Lutero e seguaci.

A Dio ci si può rivolgere direttamente senza passare attraverso l’intermediazione, gelosa ed opprimente, della chiesa.

Un millennio più tardi le chiese scismatiche protestanti si proposero di smantellare il carrozzone faronico della chiesa di Roma, riconoscendo all’uomo la facoltà di coltivare la fede a prescindere dal controllo ossessivo degli apparati ecclesiastici cattolici.

Allora il cerchio si chiude coerentemente con l’affermazione finale che, dal “conosci te stesso” al “rivolgiti dentro di te”, la ricerca della verità non può prescindere mai dall’autocoscienza umana e che l’umanesimo è sempre stato una forza latente e vigorosa nella storia, nonostate i tentativi di controllo e di soffocamento perpetrati dalle autorità ecclesiastiche.

Se vuoi non pensare, perché farlo ti fa venire il mal di testa per la paranoia, allora ascolta e segui pure ciò che ti viene propinato dagli apparati religiosi, politici e sociali.
Sappi che ciò che vi troverai è un sistema, un algoritmo, ben strutturato e organizzato, di controllo della tua coscienza: ti dovrai uniformare, senza scuse o perplessità, poiché questo è il tributo di appartenenza ad un contesto sociale.
Ma renditi conto che, così facendo, rinuncerai alla fonte razionalmente più adeguata e affidabile per la ricerca della verità, che si trova dentro di te.
Cosa ho fatto io?
Ho seguito acriticamente il percorso di formazione religiosa, sociale, politica, morale culturale, e quant’altro, che mi veniva propinato.

Poi, un giorno, non appeno ho intuito e accertato che stavo agendo e pensando come volevano gli altri, mi sono dedicato ad un corso lungo e paziente di “saper stare al mondo, secondo i miei principi e valori”, che ho imparato dalla vita.

E sono nato una seconda volta.

E, se volete credermi, mi sono sentito finalmente felice di stare al mondo.

Numero3656.

 

L A    V I T A    C H E    S T A I    V I V E N D O

 

Sei completamente responsabile

della vita che tu stai vivendo.

Le scuse proteggono soltanto

i tuoi limiti, mai il tuo futuro.

Nulla cambia finché non cambi tu:

la tua vita è il riflesso delle tue

abitudini, non delle tue speranze.