Numero3255.

 

BARUCH DE ESPINOZA (SPINOZA), ebreo sefardita, filosofo razionalista (1632 – 1677)

 

Chi detiene il potere

ha bisogno che le persone

siano affette da tristezza.

 

Questo è uno dei pensieri controcorrente di questo martire dell’umanità.

 

QUI  DI  SEGUITO  ALCUNI  SUOI  RAGIONAMENTI

 

1   Smetti di lottare contro l’inevitabile.
L’universo segue le proprie leggi e la nostra frustrazione nasce dal non comprenderle o dal desiderare che siano diverse.

 

2   La libertà non consiste nel fare ciò che vogliamo, ma nel comprendere perché vogliamo ciò che vogliamo.
La persona libera non è quella che fa ciò che le pare, ma quella che agisce sulla base della conoscenza e non della reazione automatica.
Chi non conosce se stesso non è libero.

 

3   La felicità non si trova all’esterno, ma nella chiarezza interiore.
La nostra felicità non si basa su ciò che possediamo, ma su come comprendiamo la nostra stessa esistenza.

 

4   L’amore basato sulla dipendenza non è amore ma schiavitù.
L’amore è una forza che deve nascere dalla comprensione e non dal possesso.
Amare non è cercare nell’altro ciò che ci manca, ma condividere con lui ciò che già siamo.
La vera connessione con un altro essere umano non si fonda sul bisogno ma sulla libertà.
Nessuno può completare nessuno, perché nessuna relazione può riempire il vuoto di chi non ha imparato a stare in pace con se stesso.
L’amore più forte non è quello che nasce dalla paura della solitudine, ma quello che si dona senza pretese, senza l’ossessione di trattenere o l’angoscia di perdere.
Amare è comprendere e comprendere è accettare che l’altro non ci appartiene.

 

5   La paura è la radice della schiavitù, sia mentale che emotiva.
Temiamo il futuro, l’opinione degli altri, il dolore, la morte.
Ogni paura nasce dall’ignoranza.
La paura non può esistere senza la speranza, né la speranza senza la paura.
Finché continueremo a sperare che il mondo funzioni come vogliamo, la paura continuerà a governare le nostre vite.
Il potere che la paura esercita su di noi dipende dal fatto che ci fa credere di non avere controllo sulla nostra esistenza, ci spinge a cercare salvatori, guide, autorità esterne che ci dicano cosa fare e cosa pensare.
Per questo la paura è lo strumento più efficace per la manipolazione.
Chi controlla la paura della gente ne controlla anche la volontà.
I governi, le religioni, i sistemi di potere hanno usato la paura per mantenere le persone nella sottomissione,  facendo loro credere di aver bisogno di essere protette da minacce che spesso nemmeno comprendono.
Ma chi capisce la natura della paura smette di essere schiavo.
Si tratta di non lasciarsi governare da ciò che non possiamo controllare.
La paura ci fa vedere problemi dove non ci sono, ci obbliga a vivere in un’ansia costante per cose che, forse, non accadranno mai.
L’unico modo per superare la paura è la conoscenza.
Quando la paura smette di esercitare il suo dominio, la libertà diventa un ideale vicino ed un modo nuovo di vivere.

 

6   Il pensiero razionale è l’unica via verso la vera libertà.
La maggior parte delle persone crede di essere libera perché può scegliere fra diverse opzioni.
Ma questa è un’illusione.
Non è libero chi agisce per impulso, chi si lascia trascinare dalle emozioni o dalle aspettative degli altri.
La libertà autentica non è fare ciò che vogliamo in un determinato momento, ma comprendere perché vogliamo ciò che vogliamo e decidere con chiarezza.
Un uomo è libero nella misura in cui vive secondo ragione.
Non significa che la ragione debba annullare le emozioni, ma che queste non devono governarci senza la nostra comprensione.
Il problema è che molti confondono la propria libertà con la soddisfazione immediata dei propri desideri.
La persona veramente libera non è quella che segue ogni impulso, ma quella che ha compreso la natura dei propri pensieri.
La rabbia, l’invidia, l’avidità, l’attaccamento incontrollato, tutte queste emozioni che ci imprigionano sono ostacoli alla libertà, non perché siano cattive in sé, ma perché offuscano il nostro giudizio e ci rendono schiavi di reazioni automatiche.
La ragione non è fredda o priva di umanità, ma è il cammino che ci permette di agire in funzione di ciò che è realmente benefico per noi.
Questo consiglio non significa che dobbiamo essere completamente razionali in ogni momento, ma che la ragione deve essere la nostra guida.
Quanto più comprendiamo il mondo e la nostra natura, tanto meno dipendiamo da illusioni e false aspettative.
La libertà non è vivere senza regole, ma vivere con comprensione e chi ha raggiunto questo stato non è più prigioniero del proprio ambiente, perché ha trovato dentro di sé la fonte del proprio potere.

 

7   La pace interiore si trova nell’armonia con la natura, non nel senso di ritirarsi nei boschi, o di disconnettersi dal mondo, ma nell’accettare che siamo parte di un tutto più grande che non possiamo controllare.
L’uomo libero non pensa a nulla meno che alla morte e la sua saggezza è una meditazione non sulla morte ma sulla vita.
Non ha senso vivere nella paura del destino, della perdita, del cambiamento.
La natura segue il suo corso, con o senza la nostra approvazione e, prima lo comprendiamo, prima possiamo vivere senza angoscia.
Questa visione è radicalmente diversa da altre filosofie che cercano la felicità in ideali irraggiungibili o in promesse di un’altra vita.
Il senso dell’esistenza non sta in ciò che speriamo ma in ciò che già è.
La gioia non è una meta futura, ma uno stato che nasce quando smettiamo di lottare contro l’inevitabile.
Non è l’assenza di problemi a darci serenità, ma la comprensione che la nostra sofferenza nasce dalla nostra resistenza ad accettare la realtà.
Chi comprende questo non vede più la vita come un campo di battaglia, ma come l’espressione della natura che, semplicemente, è.
Non è una strada facile, non ci sono promesse di un conforto immediato.
Ci vuole un cambiamento profondo nel nostro modo di vedere il mondo.
Ma chi lo comprende, scopre qualcosa che pochi riescono a trovare, una libertà che non dipende da nulla di esterno, una felicità che non si spezza con le circostanze, una vita in cui non si cerca più di fuggire dal presente, ma di abitarlo e viverlo in totale chiarezza e pienezza.
E, forse, dopo tutto, questa è forse l’unica vera maniera di superare la paura, il dubbio e la sofferenza.

 

Non è tutto qui il pensiero di Spinoza: ci sono molti altri argomenti di carattere teologico, metafisico e fideistico che hanno fatto sollevare contro di lui tutta la comunità ebraica olandese, portatrice e custode dei dogmatismi ancestrali di quella religione.
Per aver detto le cose sopra scritte e per le sue posizioni contrarie alle istituzioni religiose ebraiche, tale e tanto era il livore che nutrivano i suoi correligionari nei suoi confronti che le autorità religiose formularono un anatema spaventoso contro di lui, una scomunica che è qui sotto riportata.

 

“Secondo la decisione degli angeli e del giudizio dei santi,
bandiamo, scomunichiamo, malediciamo e cacciamo Baruch de Espinoza.
Sia maledetto nel giorno, sia maledetto nella notte, sia maledetto quando si posa, sia maledetto quando si leva, sia maledetto se esce, sia maledetto se entra.
Che Dio mai lo perdoni.
L’ira e il furor di Dio si infiammino contro quest’uomo e riversino su di lui tutte le maledizioni che stanno scritte nel libro della legge.
Si cancelli il suo nome sotto il cielo.
Che Dio lo recida, per il suo tormento, dal ceppo di Israele, con tutte le maledizioni che stanno scritte nel libro della legge.
Noi ordiniamo che nessuno abbia rapporti orali o scritti con lui, che nessuno lo soccorra, che nessuno rimanga con lui sotto il suo tetto, che nessuno gli si avvicini a meno di 4 passi, che nessuno legga alcuno scritto redatto o pubblicato da lui.”

 

 

Numero3232.

 

da  QUORA

 

Scrive Graziano Marceddu, corrispondente di QUORA

 

 

Si…Dio esiste perché esiste l’Uomo.

Un essere senziente ha decretato che esiste Dio e Dio è fatto esistere in quanto creatore di tale essere.

La fede nella ricerca di un essere superiore è sempre stata la base del Credo, serve a dare una risposta a ciò che ancora non sappiamo spiegare…

 

N.d.R.:

Non è Dio che ha creato l’uomo,
ma è l’uomo che ha creato Dio.

 

 

Numero3100.

 

da  QUORA

 

Scrive Andrea Lenzi, corrispondente di QUORA

 

Quando sparirà il Cristianesimo?

 

Il cristianesimo non finirà mai, perché è la superstizione meglio organizzata e ricca del pianeta e perché continua ad investire in pubblicità e strategie per ottenere danaro e credenti:

Il crocefisso in classe e la presenza di “insegnanti” di religione a scuola sono pubblicità eccezionali, volte ad influenzare i bambini, i più influenzabili per definizione, di modo da condizionare la società fin dalle fondamenta, poiché i bambini di adesso saranno gli adulti che voteranno leggi “religiose”, come la vecchia legge 40 sulla procreazione assistita, l’ex divieto di cremazione, l’ex divieto di contraccezione, il delitto d’onore, l’istituzione della truffa dell’8×1000, l’esenzione fiscale vaticana et cetera).
Ed impediranno leggi sgradite al Vaticano, come accade oggi con il matrimonio gay, con l’eutanasia, con la ricerca sulle staminali embrionali, e molte altre.

I crocefissi, le statue e suore/preti in ospedale sono altrettanto eccezionali nello sfruttare il dolore e la paura, sia dei malati, sia dei loro cari.

La creazione di scuole/università cattoliche è un altro strumento di condizionamento della società, ed il Vaticano ha trovato il modo di farsele finanziare dallo stato italiano di modo da riuscire anche a guadagnare da queste attività.

La pubblicità “8×1000 alla chiesa cattolica” ha un costo annuo medio di 9 milioni di euro.

Radio Maria, tv 2000, e l’ufficio RAI Vaticano (la sua esistenza è poco nota volutamente) sono il nocciolo della strategia sui media usando i soldi dei fedeli e dello stato (invece di fare carità)

Da sempre i missionari vanno all’estero con lo scopo DICHIARATO di evangelizzare il prossimo, cioè sottrarre credenti e soldi alle superstizioni già presenti sul territorio nel quale si infiltrano: ecco spiegati gli scontri e le guerre di religione, nei quali i morti cristiani sono chiamati martiri, mentre erano semplici invasori, che in passato hanno inflitto morte e sofferenza a mezzo pianeta, quando le maniere “cattive” erano permesse in nome della divinità cattolica.

Nei tempi moderni le “cattiverie” non sono più tollerate e quindi “Madre” Teresa in India costringeva alla conversione al cristianesimo sia chi volesse essere curato, sia i familiari che volevano vedere il malato, mentre le suore negli anni ’20 in Cina offrivano danaro ai poverissimi contadini affinché gli affidassero “l’educazione” delle loro figlie.

Da sempre, ogni cattedrale ed opera d’arte cristiana è pura pubblicità volta a diffondere la mitologia cristiana ed a mostrarne la potenza; l’intento appare chiaro anche ai più ingenui se si considera che i soldi avrebbero dovuto essere spesi in carità ed invece hanno avuto questa destinazione;

Tale stratagemma funziona, visto che ancora oggi attraggono turismo, e soldi.

Inoltre, lo stato già si sobbarcava l’onere della manutenzione delle chiese monumentali ma, grazie al governo Berlusconi, la quota 8×1000 data allo stato è servita invece a restaurare le chiese moderne.

Ogni comune richiede il pagamento degli oneri di urbanizzazione secondaria a chiunque faccia dei lavori edili, per poi destinarli ancora una volta agli edifici di culto cattolico.

Il Vaticano è uno degli stati più ricchi del mondo, con un patrimonio immobiliare immenso (solamente in Italia detiene il 20% degli immobili) e circa il 30% dell’oro mondiale.

Tutto questo continuerà fino a che non si insegnerà ai bambini che si tratta di superstizione e che la superstizione religiosa porta divisioni e problemi alla società civile da 2000 anni.

Numero2959.

 

I L    S E N S O    D I    C O L P A

 

È un condizionatore, un congelatore, un aspiratore, una lavatrice, ma non è un elettrodomestico.
Funziona per mezzo di una corrente che non è quella elettrica.

Che cos’è?

È un condizionatore di spiriti, un aspiratore di credulità, un congelatore di coscienze, una lavatrice di cervelli e funziona con la corrente di pensiero della religiosità.

Per millenni, su miliardi di persone, ha funzionato egregiamente attraverso la religione, e continua a farlo nella vita di ogni giorno di tanti intorno a me: è il giogo del “senso di colpa”.

Un giogo che non è un gioco.

Per la religione Cattolica, ad incutere il senso di colpa è il “il peccato”, addirittura quello originale: la colpa di essere nati e, proprio solo per questo, peccatori.

Colpevolizzare la gente è un “trucco” psicologico perfidamente sottile ma vincente per il controllo delle coscienze.

Non riesci a liberartene. Se qualche volta, in certe rare occasioni, ce la fai a divincolarti da esso, subito dopo ne senti la mancanza e sei tu stesso ad “autoaggiogarti” di nuovo, perché, a starne senza, ti trovi perso.

Allenato come sei ad averlo sempre addosso, ad essere soggiogato, se non ne avverti il peso, ti senti, ancora una volta e sempre, …. in colpa.

Numero2952.

 

da  QUORA

 

A N C O R A     S U    C R E D E N T I    E    A T E I

 

Scrive Guido Capuani, corrispondente di QUORA.

 

Sono credente. Più precisamente mi considero un teista agnostico: credo che Dio esista, ma che non sia possibile conoscerlo per via esclusivamente razionale. Dio è al di fuori del campo di applicazione della scienza.

Nel confronto con gli atei, do più importanza all’agnosticismo che al teismo. Dopotutto, posso fornire prove razionali in favore dell’uno, ma non dell’altro. L’ateismo agnostico (“non credo che Dio esista, ma non posso dimostrare razionalmente che non esiste”) è una posizione assolutamente legittima, secondo me. Discutere con un ateo agnostico è per me spesso più proficuo che discutere con un teista, perché mi costringe a mettere in discussione i presupposti della mia fede. Essere agnostici non vuol dire essere irrazionali: significa piuttosto sapere che qualsiasi argomento razionale in favore o contro l’esistenza di Dio non è conclusivo. Per questo è sano esporre i propri argomenti soggettivi alla critica di chi la pensa diversamente.

Quello che faccio fatica a capire è l’ateismo gnostico: “Dio non esiste, io ne ho le prove”. Le dimostrazioni “razionali” della non esistenza di Dio non sono meno fallaci delle dimostrazioni di esistenza, e spesso sono più ingenue dal punto di vista filosofico (penso soprattutto alla propaganda del cosiddetto New Atheism). Per me non vale la pena discutere con un ateo gnostico: posso rispettare le sue argomentazioni, ma non me ne faccio nulla. Così come non mi faccio nulla delle argomentazioni di un teista gnostico.

Mentre scrivo, mi risuona in testa il versetto evangelico in cui Gesù invita a “sforzarsi di entrare per la porta stretta”: forse è un’interpretazione eterodossa, ma mi sembra che si possa intendere come un invito a non considerare mai conclusa la propria “lotta” con l’idea di Dio. Gli gnostici, teisti o atei, ritengono di aver risolto la questione in un senso o nell’altro (“sono entrato per la porta stretta” o “non esiste alcuna porta”). Gli agnostici, al contrario, ritengono che l’importante sia continuare a sforzarsi.

A quanto pare, l’ateismo fa crescere la barba.

Numero2912.

 

C R E D O    I N    D I O ?         OVVERO  IL  DUBBIO  CATEGORICO

 

Ovviamente, ognuno è libero di credere quel che gli pare, ma lo riservi alla sua sfera individuale senza pretese di possedere e di dover insegnare qualcosa di universale e di assoluto: lo smentisce qualsiasi osservazione quotidiana del reale e delle persone intorno a noi, raccontando e mostrando sempre tutt’altro da quanto atteso e voluto per fede, autoconvincimento, idealismo, bisogno di sicurezze, paura della morte ed altre pulsioni terra-terra che si pretendono trascendentali. Perché, si sa, ci vengono molto meglio, più comode e più piacevoli le illusioni.

Quello che non sappiamo è assai più di quello che crediamo di sapere.
La scienza naturale è lo strumento migliore di cui disponiamo per illuminare l’universo intorno a noi, ma sarebbe assai arrischiato costruire su di essa una “metafisica”: non possiede certezze assolute ed è in un processo di continua evoluzione.
Non esistono prove schiaccianti per non credere, come non ne esistono per credere.
Per decidere, ognuno deve consultare il suo cuore e mettere in gioco la sua libertà.

Lascio certamente il giusto spazio al libero esercizio intellettuale e alla immaginazione di chi dissente da me.

Seppur le considerazioni scientifiche, ed in particolare quelle socio-antropologiche moderne, debbano necessariamente essere il fondamento per ogni pensiero e giudizio razionale in merito al presente quesito, realizzo, tuttavia, che un certo grado di “trascendentale” possa verosimilmente permeare la nostra vita, eludendo funzioni reali come la ragione.

Rimango diffidente di santoni, predicatori o pensatori/pifferai magici di qualsiasi sorta, come anche delle forme più diffuse ed organizzate di culto, orbitanti attorno ad ogni assetto arbitrario di elementi sacri, salvifici ed imperativi. Ma, per onestà intellettuale, non mi sento di condannare  il “credere” in qualcosa di più grande e di metafisico, così come riconosco giustificata la necessità di “umanizzarlo” e renderlo compatibile con la propria cultura e accettabile per il proprio cuore.

Non tutti, però, hanno l’acume o la forza interiore di accettare l'”incertezza” con vera serenità, sia essa fideistica oppure atea. Coltivare una fede è già, di per sé, padroneggiare una certezza. Scade  quasi a istanza secondaria, ma non è meno importante, il particolare che essa sia fondata o meno.

Io ho imparato a farlo proprio dalla mia vita: vivo nella “fede del dubbio”, senza certezza alcuna che non sia la morte, ne ho fatto un oracolo di coscienza e un blasone di obiettività mentale e comportamentale e mi ci trovo bene.

Non “credere”, ma “dubitare” è il paradigma di ogni mio passo nel cammino dell’esistenza e, tuttavia, ho passato il mio tempo alle prese con il feroce e martellante assillo del problem solving (metodo per risolvere i problemi), che è per me, in definitiva, il vero e giusto modo di saper vivere. Parodiando Renè Descartes (Cartesio), grande uomo di scienza e filosofo della prima metà del XVII secolo, invece che “Cogito, ergo sum” (Penso, dunque esisto), dico semplicemente: “Dubito, ergo sum” (Dubito, quindi esisto).

Modestamente e umilmente, considero le “certezze” ( non dico solo quelle della fede) un lusso intellettuale che non mi appartiene e che non ho mai preso in considerazione, ancor più quando e perché esse sono dogmatiche, apodittiche, indimostrabili e indimostrate. Esse sono persino un approccio fasullo, una distorsione della realtà ed un allontanamento da essa che inducono a inquadrare l’esistente entro schemi preconfezionati, entro scatole chiuse dove il diverso della natura, l’inatteso della morale, il nuovo del sociale, il razionale del contraddittorio speculativo non trovano mai ospitalità.

Sono un “comodo” rifugio preservativo e consolatorio ed affrancano apparentemente da ogni rischio ed azzardo: sono una specie di salvifica “assicurazione sulla vita”, risarcitoria a beneficio indeterminato, illusorio e tranquillizzante antidoto contro le sorprese squilibranti delle vicende umane.
E queste sono un pericoloso, ma meraviglioso “divenire” in costante aggiornamento.

Oggi semplificherei col dire: “sono agnostico”. Forse in fondo, oltre i miei filtri critici, spero davvero che ci sia “qualcosa” di più grande e vivo, di conseguenza, in pace con me stesso, se non altro perché non vorrei che la vita fosse priva di un significato, se non di un sogno. Se ce n’è uno anche per me, non sia il delirio reazionario di chi ha gli occhi per contemplare la propria natura e la coscienza di non accettarla coerentemente.

E questo é, forse, un modo saggio di vedere la vita. Ma ho, come sempre, i miei dubbi: sono ancora  e tuttora un apprendista degli imperscrutabili algoritmi di questo stupendo viaggio che è la mia esistenza. E di questo itinerario, il percorso è non meno importante e affascinante della sua destinazione e della sua meta che rimane, per quanto certa, sconosciuta e misteriosa.

 

O sol che sani ogne vista turbata,

tu mi contenti sì quando tu solvi,

che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.

 

O sole (riferito a Virgilio), che rendi chiara ogni vista disturbata,

tu mi soddisfi tanto quando risolvi (i dubbi)

che dubitare mi piace non meno che sapere.

 

Dante, Inferno canto XI, vv 91-93

Numero2911.

 

da QUORA

 

Scrive Heisenberg, corrispondente di QUORA

 

In che modo gli atei dimostrano che non esiste Dio?

 

L’onere della prova spetta a chi afferma che esiste e, come insegna il buon Russell, non è tecnicamente possibile dimostrare l’inesistenza di un umanoide con poteri divini che gioca a nascondino nei dintorni della nostra stella madre.

Ma poi quale Dio? Ne “esistono” letteralmente a migliaia.

Se intendi il Dio delle religioni abramitiche, cioè il tizio onnipotente, quello che ti posso obiettare è al massimo l’illogicità della cosa, ma puntualmente verrei smentito dai fedeli con il solito bla, bla, bla della mente che non può capire Dio. Big Bang, evoluzione, relatività e meccanica quantistica, ma capire una superstizione no; vabbè annuiamo e sorridiamo.

Rivolgendomi però a chi volesse eventualmente utilizzare gli oltre dieci miliardi di neuroni del lobo frontale per qualcosa di più consono alla sua funzione specifica, propongo invece la seguente riflessione.

Onnipotente al mio paese vuol dire ” di potere illimitato”. E potere illimitato, significa energia infinita.

Per cui, se esiste un Dio onnipotente, dev’esserci di conseguenza una quantità infinita di energia; il tutto però non si osserva allo stato attuale delle cose, anche perché una condizione del genere farebbe collassare con ogni probabilità l’intero Universo.

Ergo, in questo contesto, un Dio onnipotente non può esistere.

E se anche esistesse al di fuori non potrebbe comunque interagire, poiché in qualsiasi modo lo faccia trasferirebbe energia infinita e l’Universo, come lo conosciamo, smetterebbe di esistere.

Tra l’altro, pur ammesso che esista al di fuori, il fatto stesso di non poter interagire con la nostra realtà, lo renderebbe irrilevante e pertanto praticamente inesistente anche in questo caso.

Questo è solo uno dei tanti paradossi che vengono a generarsi quando la mente associa proprietà impossibili a determinati personaggi letterari. Io ne ho pensato uno un attimo più interessante, ma basterebbe una riflessione da prima media del tipo:

Dio può creare un muro indistruttibile che neanche lui può distruggere?

No → non è onnipotente. Si → non è onnipotente.

Cioè boh. Sarò strano io, ma non ho mai capito come fa la gente a credere in certe cose.

Numero2903.

 

da  QUORA

 

Perché oggi sempre più fedeli cristiani si allontanano dalla Chiesa?

 

Risponde Stefano Valenti, corrispondente di QUORA

 

Mi vengono in mente almeno tre motivi.
Primo: minor pressione sociale.
Secondo: lo sviluppo delle conoscenze scientifiche fa sì che un minor numero di persone creda nel soprannaturale (anche se questo non le rende necessariamente né meno ignoranti, né più razionali).
Terzo: le nostre società sono più individualiste e si tollera meno l’idea di dover obbedire a regole dettate da altri.

La fede religiosa può spingere alla superstizione, al fanatismo e alla prevaricazione; ma questo vale anche per la fede politica, per il pregiudizio, per l’avidità, per la sete di potere e per altri strumenti di controllo e di sfruttamento delle masse.
Le fedi religiose non sono tutte uguali. Alcune enfatizzano il rispetto per gli altri, la responsabilità nei confronti di sé stessi e degli altri, l’integrità personale, l’onestà, la fedeltà. Questi elementi sono, in generale, presenti nel cristianesimo (in alcune versioni più che in altre) e anche in altre fedi religiose (non in tutte). Da questo punto di vista, se non credere significa buttare a mare anche questi valori etici, che però si possono possedere anche senza professare una fede religiosa, la perdita della fede non è un fenomeno positivo.
Se, invece, professare una fede religiosa significa alimentare il fanatismo e l’intolleranza, allora meglio non professarne alcuna.

In definitiva, comunque, si deve professare una fede religiosa perché ci si crede, non perché è “utile”.

 

Risponde Michele Cini, corrispondente di QUORA

 

Hanno fatto il possibile, l’inverosimile e l’impossibile per cacciare i fedeli dalle loro chiese. Sessuofobia ossessiva con divieto di tutto, anche dei pensieri, con esaltazione assurda della castità come virtu’, con preti solo maschi e solo celibi, e divieto anche nel matrimonio dell’amore fine a se stesso; divieto di controllo delle nascite, madonne di gesso che piangono sangue maschile, apparizioni quotidiane e altre truffe per fare soldi, insistenza sulle favole bibliche (anche a me hanno insegnato che Darwin era cattivo ), svalutazione del sapere, della scienza e di tutto ciò che di piacevole offre la vita, accordi col duce ma negazione del liberalismo e del socialismo, scandali frequenti. Un tempo la gente subiva tutto ciò per ignoranza, ma ora i tempi sono cambiati.

 

Risponde Giancarlo Aureli, corrispondente di QUORA

 

Le motivazioni sono molteplici: il rapporto tra religione e morale rientra tra queste.

Tra le più rilevanti, la forte crescita della popolazione che oggi si dichiara favorevole all’eutanasia, intesa in senso generale come alla possibilità di porre fine alla vita di un malato incurabile: il 63%.

L’accettazione, da parte della maggioranza degli italiani, della condizione omosessuale e di alcuni suoi diritti: era condannata dal 62% della popolazione di venticinque anni fa, mentre oggi viene ritenuta ammissibile dalla maggioranza delle perone (56%).

Ciò significa che, in un Paese in cui il legame cattolico è ancora diffuso, cresce la distanza dalla morale proposta dal magistero ecclesiale, come già avvenuto sulle questioni del divorzio, dell’aborto, delle convivenze fuori dal matrimonio.

Già le indagini del recente passato avevano segnalato le difficoltà degli italiani non soltanto a seguire, ma persino a comprendere le indicazioni della gerarchia in questo campo, ritenute troppo restrittive e anacronistiche, ad esempio sui temi della contraccezione e della procreazione.

L’indebolimento dei legami con la Chiesa cattolica emerge anche dalle modalità con le quali la Chiesa agisce nella nostra società. Sul versante sociale le denunce sono quelle note: riguardano un’organizzazione religiosa accusata di troppo potere, di indebita influenza in campo politico, di incoerenza tra il dire e il fare, in pratica di rappresentare una realtà che “predica bene ma razzola male”, come evidente anche nella questione della pedofilia clericale, ma non solo.

Questi giudizi negativi vengono oggi condivisi da oltre i due terzi della popolazione, circa un 10-15% in più di quanto succedeva venti-venticinque anni or sono.

Anche in altri Paesi cattolici, come la Polonia, la situazione è la medesima: tra i problemi più gravi della Chiesa sono considerati: la pedofilia del clero (60%) e il coinvolgimento in politica (37%).

Quasi la metà della popolazione dei credenti nutre l’idea che “non c’è bisogno dei preti e della Chiesa, ognuno può intendersela da solo con Dio”. Cresce dunque l’idea che sia plausibile avere una “fede senza Chiesa”, agendo in proprio sulle questioni di fede.

Il disaccordo con la Chiesa si manifesta anche a proposito di alcune normative interne al campo religioso, in particolare quelle relative alla vita sacerdotale, che prevedono ancor oggi sia il divieto alle donne di esercitare questo ministero, sia l’obbligo del celibato per il clero maschile.

Secondo Andrea Riccardi (La Chiesa brucia, Laterza, 2021) la crisi è talmente grave che alcuni analisti e sociologi hanno parlato di “fase terminale” della Chiesa cattolica.

Jérôme Fourquet scrive severamente sul cattolicesimo in Francia: «C’è una scristianizzazione crescente, che sta conducendo alla “fase terminale” della religione cattolica». E continua: «se questo trend sarà confermato, si stima (chiaramente come linea tendenziale) che nel 2048 possa esserci l’ultimo battesimo, mentre nel 2031 l’ultimo matrimonio cattolico. Addirittura potrebbe esserci anche la totale scomparsa di sacerdoti francesi nel 2044» (J. Fourquet, L’archipel français. Naissance d’une nation multiple et divisée, Seuil, Paris 2019).

«Per centinaia di anni è la religione cattolica che ha strutturato profondamente l’inconscio collettivo della società francese. Oggi questa società è l’ombra di quello che era. È in corso un grande cambiamento di civiltà».

L’aggettivo “terminale”, molto duro, è usato anche da due studiosi di vaglio: Emmanuel Todd (che in passato ha preconizzato la fine del sistema sovietico e poi la crisi dell’egemonia americana) e il demografo Hervé Le Bras. Quest’ultimo è figlio di Gabriel Le Bras, uno dei padri della sociologia religiosa francese, cui tanto si deve per una lettura del fenomeno della “scristianizzazione” della società, compiuta attraverso i flussi della pratica religiosa. Ebbene nel 2013, in Le mystère français, entrambi gli autori, Todd e Hervé Le Bras, parlano di «crisi terminale» della Chiesa, anche qui avendo presente la Francia.

La gravità della crisi della Chiesa europea non si può considerare neppure lontanamente attenuata o mitigata da eventuali incrementi delle chiese decentrate, in quanto si tratta della “testa”, del cardine, del fondamento dell’intera Chiesa. Se viene meno il “capo” viene meno l’intero corpo. Le Chiese extraeuropee sono inoltre spesso minoritarie nei propri paesi. Ad esempio in Cina i cattolici rappresentano circa lo 0,7% della popolazione, pur contando circa dieci milioni di fedeli. Una minoranza irrilevante e insignificante.

Eppure molti componenti del gregge cattolico continuano ad immaginare un futuro roseo, autoconvincendosi di essere in ascesa anziché in discesa, un po’ come coloro che continuavano a ballare e cantare mentre il Titanic affondava. Tra non molto, per poter ammirare da vicino un esemplare di pecorone cattolico sarà necessario recarsi nel museo delle cere di Madame Tussauds a Londra.

 

N.d.R. : Io non frequento le chiese. Ci entro, assai di rado, solo per partecipare ad eventi rituali come battesimi, comunioni, funerali che riguardano parenti o persone care. Registro i cambiamenti in atto che si stanno verificando ultimamente, rispetto a quando, ragazzino e chierichetto, appartenevo anch’io agli addetti ai lavori. Soprattutto, l’atmosfera che si respira durante una celebrazione o cerimonia non ha molto più a che fare con il clima ecumenico e partecipativo di diversi decenni fa. E l’aria di crisi è rappresentata in prima persona proprio dal prete celebrante. Gli addetti ai sacri uffici che io ho visto sull’altare o al fonte battesimale o al cimitero, nelle ultime tre, quattro volte che ero presente, erano preti molto vecchi, quasi prostrati e stanchi, con ambulazione precaria e difficoltà espressive e di verbalizzazione. Non avevano più nulla di carismatico che potesse, in qualche modo, interpretare la sacralità della funzione che stavano rappresentando. Erano l’immagine della Chiesa cadente.

 

 

Numero2890.

da QUORA

 

C O M E   S P I E G H I   I   M I R A C O L I   D E I   S A N T I ?

 

 

Come quelli che avrebbe compiuto padre Pio, ad esempio?

Ebbene, devi sapere che tra aprile e maggio del 1921, i vertici del Sant’Uffizio, insospettiti da quel che accadeva nel Gargano, si decisero ad inviare un visitatore apostolico a San Giovanni Rotondo, che si premurasse di studiare la personalità di padre Pio, sceverare la questione delle stigmate, verificare la natura dei rapporti del frate con le donne, valutare la natura dei presunti miracoli che al padre Pio si attribuivano. La scelta del Vaticano cadde su un carmelitano scalzo quarantacinquenne, che era stato lui stesso un giovane consultore del Sant’Uffizio e aveva assunto da poco la guida della diocesi di Volterra: Raffaele Carlo Rossi.

Ora, cerca di seguire attentamente quanto segue, perché si tratta di informazioni estremamente importanti: non tornare a rifugiarti nel caldo tepore del gregge di pecoroni assetati di miracolismo a buon mercato, giacché ne va della tua dignità di essere umano, razionale e senziente.

Dal rapporto finale che il vescovo Rossi consegnò al Sant’Uffizio – un testo lungo centocinquanta pagine, intitolato “Sul P. Pio da Pietrelcina” e datato 4 ottobre 1921 – risulta che il visitatore apostolico si trattenne a San Giovanni per una settimana esatta. Dopo aver interrogato numerosi testimoni e aver esaminato a lungo il padre cappuccino, si iniziano ad avere alcune smentite – dallo stesso frate – riguardo le voci miracolistiche che giravano attorno a lui. Avendo avuto notizia che sul capo del frate comparivano, a momenti, tracce lasciate come da una corona di spine, il vescovo Rossi lo interpellò: «C’è chi dice che qualche segno le viene anche in testa!», salvo registrare la replica di padre Pio: «(ridendo): Oh, per amor del Signore! Che vuol che risponda!». Un’altra volta, monsignor Rossi chiese conto al cappuccino delle voci secondo cui la sua vita terrena non sarebbe stata più lunga di quella di Gesù. «A proposito di morire a 33 anni ecc. ha detto qualche cosa?» «Ma neanche per sogno», fu la schietta risposta di padre Pio.

Ma andiamo avanti: quale fu l’atteggiamento di padre Pio, quando monsignor Rossi ne sollecitò l’avviso sui vari prodigi che gli venivano attribuiti dalla vox populi, particolarmente gli episodi di bilocazione e le guarigioni mirabili? In tali casi, il frate rispose spesso con un «non mi consta» mutuato dal non constai del latino giurisprudenziale. Richiesto se un giorno gli fosse davvero occorso di essere a Foggia, presso il comando della Divisione militare, pur senza muoversi dal convento di San Giovanni, padre Pio replicò con sintassi un po’ incerta, ma senza mezzi termini: «Eccellenza, non mi consta nulla di tutto questo. Delle imprudenzate ce ne sono state per parte di persone che hanno voluto fare il mio nome, per cose che io non avrei mai pensato né di dire, né di far sapere. C’era da impazzire e devo ringraziare il Signore che la più grande grazia che riconosco di aver ricevuto in proposito sia stata appunto quella di non aver perduto la ragione e la salute per quante frottole si dicevano».

Quindi abbiamo già delle importanti dichiarazioni del padre Pio, che smentiscono categoricamente e sistematicamente qualsiasi miracolistica diceria popolare che lo avrebbe visto protagonista di straordinari prodigi. Si tratta di fesserie e voci incontrollate propalate da pecoroni accecati da fanatismo religioso. Come confermato candidamente dallo stesso padre Pio.

Analoghe nella sostanza le repliche del cappuccino quando monsignor Rossi lo interrogò sugli effetti taumaturgici della sua intercessione per malati ritenuti incurabili: il gobbo di Lucerà, lo storpio di San Giovanni Rotondo, le due giovani mute, il cancelliere della Pretura zoppo, e quant’altra umanità sofferente si era rivolta al frate per ritrovare il sorriso. Lui, padre Pio, si limitava a pregare: erano i devoti che si abbandonavano a imprudenzate e gridavano al miracolo. «Ho pregato per i bisogni delle persone che si sono raccomandate a me, indigenti, bisognose, ecc. Questo mi consta».

Per quanto riguarda le stigmate il frate aveva ammesso di essersi procurato dell’acido fenico «per uso della Comunità», sostenendo di averlo fatto in segreto per rimediare all’assenza di una ricetta medica. L’acido – era stata la sua spiegazione – gli serviva a disinfettare le siringhe, «in un Collegio di ragazzi spesso e volentieri l’occasione occorre». La veratrina, padre Pio ricordava di averla ordinata invece «per una ricreazione»: per compiere uno scherzo ai confratelli, mischiandola al tabacco da fiuto in modo da farli starnutire irresistibilmente.

Sia nel prosieguo della visita apostolica, sia nella relazione finale da lui trasmessa alla Suprema, monsignor Rossi si dimostrò scettico sui prodigi che la vox populi accreditava al cappuccino, e quasi sarcastico sui promotori locali della sua santità. Nel suo rapporto conclusivo affermava che a differenza dei miracoli di Gesù, quelli di padre Pio andavano messi tra virgolette. «Nemmeno uno dei miracoli sussiste», fu l’impietoso bilancio del vescovo Rossi. Era falso che un «giovanetto affetto da gibbosità» si fosse «almeno in parte raddrizzato». Era falso che il claudicante cancelliere della pretura di San Giovanni Rotondo avesse avuto il piede risanato. Era falso che una bambina muta, portata al cospetto di padre Pio, si fosse vista restituire la favella. Era falsa la guarigione di un povero ebete, «di statura lillipuziana», gobbo, storpio e guercio: «L’ho veduto io stesso: è un infelice, fa pietà». Fantasia pura anche quella secondo cui la campana della chiesa parrocchiale di San Giovanni era andata improvvisamente in pezzi, a seguito di un torto commesso dall’arciprete ai confratelli di padre Pio. «Cose da ridere! E il popolino gridava al miracolo! …».

Non so se hai seguito il discorso, ma questo non lo affermo io, lo afferma un vescovo della Chiesa cattolica, monsignor Rossi, inviato dalla Santa Sede ad indagare: i miracoli attribuiti a padre Pio sono in realtà un mucchio di cazzate superstiziose.  Tutto ciò di cui ti ho parlato è di dominio pubblico, non è un segreto di Stato, è scritto nero su bianco. Esiste addirittura una pubblicazione che contiene l’intero rapporto del vescovo Rossi: Francesco Castelli, Padre Pio sotto inchiesta. L’autobiografia segreta, Ares, 2008. Naturalmente tutto ciò che abbiamo appreso circa i presunti miracoli di padre Pio, può facilmente essere accostato per analogia e attribuito a tutti gli altri santi del pantheon cattolico.

Ora però non sentirti troppo depresso per aver creduto a queste miracolistiche minchiate superstiziose: molti altri pecoroni cadono in questo tranello e rimangono invischiati a vita in un meschino letamaio religioso, fraudolento, infondato e illusorio. Ti stupirà sapere che in fondo anche io credo in una qualche sorta di miracolo. Credo nel miracolo che potrebbe trasformare un ottuso pecorone religioso, con la testa stipata di minchiate dogmatiche e superstiziose, in un essere razionale e senziente. Così come da un bruco può nascere una farfalla. Certo, è quasi di impossibile attuazione, ma conviene essere fiduciosi.

Numero2876.

 

A T E I S M O    E    A G N O S T I C I S M O

 

Scrive Vincenzo Chiaravalle, corrispondente di QUORA.

 

In senso corrente, come confermano in sintesi anche tanti dizionari, l’ateo sarebbe chi nega l’esistenza di Dio — chi dice “Dio non esiste” —, mentre l’agnostico sarebbe chi sospende il giudizio — chi dice “Non lo so”.

Di questo occorre dare conto, per sgombrare il campo da equivoci. Purtroppo è sbagliato. Purtroppo, le due parole si usano così, e ricevono il significato che gli viene assegnato. Purtroppo, è sbagliato!

Ateismo e agnosticismo rispondono a due domande diverse.

L’ateismo è una posizione di opinione. L’agnosticismo è una posizione di conoscenza. La conoscenza è un sottoinsieme dell’opinione. Quello che uno crede o non crede, e quello che uno sa o non sa sono due cose diverse.

Uno è ateo o teista, e poi, indipendentemente, è anche gnostico o agnostico.

Teismo/Ateismo riguardano ciò che uno crede. Chi crede che esista almeno un dio è teista. Chi non lo crede è ateo. Per essere teista, devi credere in dio, e non soltanto ammettere la possibilità della sua esistenza. Solo chi crede in dio è teista. Chi non arriva a credere, si colloca nel campo dell’a-teismo. La credenza in un dio, l’opinione che un dio esista, gli manca. La “a-”  che fa la differenza fra le due parole significa questo: si chiama “a privativo”.

Gnosticismo/Agnosticismo riguardano ciò che uno sa — che pensa o dice di sapere. Chi afferma che un dio esiste o non esiste ha un approccio gnostico: lo sa, ne è certo! Chi afferma di non saperlo, di non poterlo sapere, di non essere certo, ha un approccio agnostico, cioè non sa, non conosce.

Buona fortuna agli gnostici di entrambi i segni, perché si assumono un onere della prova che nessuno è ancora mai riuscito a soddisfare. E buona fortuna ai teisti, perché credono qualcosa che — spesso per loro stessa ammissione — non hanno nessuna ragione per credere.

Numero2875.

 

L A    T E I E R A    D I    R U S S E L L

 

La teiera di Russell (in inglese Russell’s teapot) o teiera celeste è una metafora introdotta dal filosofo britannico Bertrand Russell per confutare l’idea che spetti allo scettico, anziché a chi le propone, l’onere della prova in merito ad affermazioni non falsificabili, in particolare in ambito religioso. Essa rappresenta una delle più efficaci controargomentazioni all’assunto che spetti al non credente dimostrare l’inesistenza di una qualsiasi divinità, in quanto stabilisce che nessuna affermazione può essere aprioristicamente creduta soltanto basandosi sul fatto che non se ne può provare l’inesattezza.

Molti benpensanti si esprimono come se fosse compito dello scettico smentire i dogmi e non del credente dimostrarli.

 

Gli atei hanno prove scientifiche e tangibili che Dio non esiste?

Non servono. Perché uno dovrebbe impegnarsi a dimostrare la non esistenza di tutto ciò che non esiste?

Servirebbe che portasse prove chi ne afferma l’esistenza. Ma nessuno lo ha mai fatto.

Numero2846.

 

Da  QUORA

 

Scrive Julia Otaku, corrispondente di QUORA:

 

Sì, al punto da influenzare pesantemente molti aspetti e situazioni della nostra vita. Ad es. un esperimento del 2001 di Badr e Abdallah ha trovato che l’aspetto dei neonati nati prematuri negli ospedali di Beirut prediceva le valutazioni delle infermiere sul loro stato di salute meglio della loro condizione medica: i bambini più belli aumentavano di peso più velocemente e venivano dimessi prima. Questo perché le infermiere rispondevano di più ai bambini con un aspetto più bello e fornivano cure migliori.

Un altro beneficio dell’aspetto fisico è che le persone di bell’aspetto tendono a guadagnare dal 10 al 15% in più degli altri.

 Inoltre, come mostra uno studio del 2006 di Poutvaara, Berggren e Jordahl, l’aspetto aiuta anche in politica. Mostrarono delle foto di politici finlandesi a soggetti di altre nazioni che non li conoscevano e chiesero loro di valutarli riguardo l’aspetto fisico e altri attributi. Trovarono che l’attrattività era il miglior predittore del numero di voti che il candidato otteneva realmente alle elezioni e l’effetto valeva sia per per i politici uomini che per le donne, ma era più forte per queste ultime. Essere giudicati più attraenti portava ad un aumento tra il 2,5 e il 2,8% dei voti totali per le candidate donna e l’1,5 e il 2,1% per gli uomini, quantità decisive in un’elezione reale.

Ma l’aspetto fisico influenza i giudizi delle persone, anche in altre aree. In particolare le persone tendono ad attribuire a chi è attraente altre qualità positive che non riguardano l’aspetto fisico, tendenza che ha il nome di “stereotipo secondo cui ciò che è bello è buono”.

 Delle metanalisi hanno mostrato che l’effetto maggiore dell’attrattività fisica riguarda le competenze sociali, ovvero si pensa che le persone attraenti siano più socievoli, estroverse, di successo, sexy, felici e assertive di quelle meno attraenti.

 Tuttavia ci sono due aree importanti per cui questo stereotipo non vale: l’integrità morale e l’empatia.

Questo stereotipo è confermato dal fatto che effettivamente sembra che le persone più attraenti abbiano relazioni sociali più soddisfacenti, ma probabilmente è perché ricevono più attenzione. Ciò porta ad un effetto profezia che si auto-adempie, come mostrato da un esperimento di Snyder, Tanke e Berscheid nel 1977. Mostrarono a degli studenti maschi un fascicolo con foto e informazioni di una partecipante all’esperimento, ma in realtà la foto era finta e nella metà dei casi la foto ritraeva una bella donna, nell’altra metà no. Fecero avere ai soggetti che erano disposti una conversazione telefonica con la donna e trovarono che gli studenti che credevano di parlare con la donna attraente la trovavano più calorosa, socievole ed equilibrata di quelli che credevano di parlare con la donna non attraente. In pratica, gli uomini che pensavano di parlare con una donna attraente rispondevano in modo più caloroso e socievole degli altri e il loro comportamento influenzava a sua volta il modo in cui la donna rispondeva. Facendo ascoltare le conversazioni solo da parte della donna a degli ascoltatori esterni, trovarono che anche questi ritenevano più attraente, calorosa e sicura di sé la donna che i soggetti credevano fosse attraente.

Andersen e Bem nel 1981 replicarono l’esperimento coi ruoli invertiti e trovarono che, proprio come nell’altro esperimento, le donne e gli sconosciuti agivano in accordo con la “profezia”.

 Questi risultati, insieme a varie metanalisi condotte su centinaia di studi, sfatano il mito secondo cui la bellezza fisica conti molto di più per le donne e mostrano che la bellezza fisica è importante sia per le donne, sia per gli uomini.

Numero2836.

 

A T E I S M O    E    F E D E

 

Un credente, dopo aver tentato invano di spiegare ad un ateo perché crede, alla fine, in sintesi, può solo dire:
“Credo e basta, e mi va bene così”.

La stessa Chiesa, alla fine della messa, enuncia: “Mistero della fede”.
Se è un “mistero” ciò in cui credono i fedeli…. auguri!

Per un ateo non è tanto un mistero: a lui le religioni interessano moltissimo e le studia, di solito, più di molti credenti, in quanto sono un fenomeno che riguarda la natura umana.

Per l’ateo la curiosità è una virtù, per il credente è un pericolo: quello di mettere in dubbio il proprio bagaglio di “certezze” che si è caricato sulla schiena senza guardarci dentro, magari per pigrizia o per quieto vivere, per tradizione o per volontà di “buoni educatori”.