Quando nascesti,
tutti erano contenti
e tu piangevi.
Vivi in modo
che, quando morirai,
tutti piangano
e tu sia felice.
Proverbio Arabo.
Cosa ci insegna la vita… testamento spirituale di un libero pensatore
Cosa ci insegna la vita... testamento spirituale di un libero pensatore
Quando nascesti,
tutti erano contenti
e tu piangevi.
Vivi in modo
che, quando morirai,
tutti piangano
e tu sia felice.
Proverbio Arabo.
Una mente serena
vale di più
di una borsa piena.
Proverbio Arabo
da QUORA di Piero Chiabra
E SE NON CI FOSSE NIENTE DOPO LA MORTE?
Che cos’è l’uomo?
E’, in sintesi, un animale con un cervello ipertrofico. Questo cervello ipertrofico si è rivelato un possente vantaggio evolutivo, che ha reso l’umanità padrona del pianeta, ma ha posto ciascuno di noi di fronte a una contraddizione insostenibile.
Da un lato, infatti, noi siamo animali, con tutti gli istinti degli animali: l’istinto sessuale, quello della ricerca del cibo, etc. ma, sopra ogni altro, c’è il nostro istinto alla sopravvivenza. desideriamo vivere, prima e davanti a qualunque altra cosa, e siamo disposti anche ad uccidere altri esseri umani pur di sopravvivere (si chiama “legittima difesa”, ed è riconosciuto da tutti i sistemi giuridici). In questo, non differiamo dagli altri animali.
Ma, a differenza degli altri animali, il nostro cervello ipertrofico ci dice che dobbiamo morire.
Nessun animale, a quanto risulta, sa di dover morire, se non quando è nelle immediate vicinanze del decesso (vitelli condotti al macello, etc.). Noi siamo gli unici a saperlo nel corso di TUTTA la nostra esistenza.
Quindi, da un lato vogliamo vivere, vivere, vivere prima e davanti a qualunque cosa. Dall’altro, siamo certi, oltre ogni dubbio, che questa nostra vita che tanto vogliamo SICURAMENTE avrà una fine.
Questo pensiero è insostenibile, se provate a focalizzarvici sopra vi accorgerete che il pensiero “fugge altrove”, non è possibile concentrare l’attenzione su di esso se non per pochissimo tempo.
A meno di non poter pensare di sopravvivere alla morte in qualche modo.
Ed ecco allora che il nostro cervello ipertrofico, quasi a voler compensare il casino che ha combinato, si mette a lavorare. E crea. Crea la trascendenza, crea il misticismo, crea un Dio benevolo che ci ascolta e che ci ama, e tramite questi “strumenti” crea un modo per dirci che sopravviveremo alla morte.*
Ah certo, devi morire, ma non importa, c’è una vita dopo la morte.
Ah certo, devi morire, ma non importa, ti reincarnerai in qualcos’altro
Ah certo, devi morire, ma non importa, ti fonderai con la coscienza cosmica, raggiungerai il nirvana, e via discorrendo…
Sono tutti fantasmi, creati dal nostro cervello per permetterci di vivere con questa terribile contraddizione.
Non c’è nulla dopo la morte. E’ un pensiero difficile da sostenere, ma, come disse Freud “L’ateismo è pesante da sopportare. Ma è anche l’unico modo per non essere ingannati”.
* N.d.R. : La religione Cristiana è storicamente la più vicina all’interpretazione di questo “bisogno” del cervello umano. La figura di Gesù Cristo che sopravvive alla morte con la resurrezione è l’epitome metafisica che ha ispirato i padri fondatori di questo “Credo” che, innegabilmente, è un parto della mente umana evoluta (cervello animale ipertrofico). Anche se questo concetto informatore ci è stato propinato attraverso narrazioni, a detta di molti, favolistiche.
da una chat di QUORA di Alberico Vespucci
QUAL È IL SEGRETO DELLA FELICITÂ ?
Con questa risposta il segreto non sarà più tale perché quello che sto per scrivere ha come base scientifica uno studio longitudinale davvero impressionante.
Il dottor Robert J. Waldinger è la 4° persona a capo di un progetto di ricerca sull’essere umano che è molto ambizioso ed è nato 75 anni fa alla Harvard Medical School.
Waldinger parte a raccontare la sua storia da un sondaggio molto recente fatto a quelli che sono definiti “millenials”, persone nate più o meno alla fine del secolo scorso e alla domanda: “Qual è l’obiettivo più importante della tua vita?”, la risposta per l’80% è stata: diventare ricchi, mentre per il 50% di quelli che avevano risposto in quel modo, l’alternativa era: diventare famosi.
Ora provate ad immaginare di prendere un essere umano e di seguirlo passo dopo passo nella sua vita, a partire dai primi studi fino al lavoro, poi la creazione di una famiglia, figli, nipoti, la pensione; cercare di capire attraverso quelle vite che cosa li ha resi felici o al contrario che cosa non li ha resi felici.
Beh la Harvard Medical School l’ha fatto e dal 1940 ha deciso di studiare oltre 700 uomini seguendoli passo passo nelle loro vite di tutti i giorni per 75 anni.
Studi di questo tipo, per capirci, sono molto rari perché per mille motivi spesso falliscono perché finiscono i fondi, perché le persone banalmente si stufano o magari gli scienziati cambiano progetto o muoiono e nessuno porta avanti la ricerca.
Ecco perché questo è uno degli studi sulla felicità più seri, approfonditi e affidabili che siano mai stati fatti.
Quando incominciarono lo studio, scelsero dei teenagers. Li intervistarono per ore, fecero loro esami medici, incontrarono parenti, genitori. Poi lentamente quei ragazzi sono cresciuti, hanno studiato, sono diventati adulti.
Alcuni hanno lavorato come agricoltori o altri come avvocati, uno è diventato presidente degli Stati Uniti; qualcuno è diventato un’alcolista, altri si sono ammalati; alcuni hanno scalato dal basso tutti i gradini del percorso sociale fino alla cima; altri invece l’hanno fatto al contrario.
E sapete che cosa hanno capito? Quale è stata la lezione che hanno tratto da uno studio lungo più di 70 anni riguardo alla vita ma soprattutto alla felicità delle persone? Sapete quale è stata la risposta alla domanda da dove viene la felicità?
Beh la risposta è stata semplicemente: dai rapporti umani. Punto.
Nello specifico però hanno imparato 3 lezioni fondamentali, questi studiosi.
Quando la ricerca era iniziata 75 anni fa, analizzando ragazzi di nemmeno 20 anni, molti di loro avevano risposto proprio come i millenials di oggi dicendo che soldi e fama erano l’obiettivo della vita.
Alla fine però, dello studio della Harvard Medical School è chiaro che chi vive un’esperienza di vita condivisa con persone che ama e in una comunità attiva in cui si trova bene, probabilmente vivrà una vita più felice.
I S O C I A L
Secondo il mio parere i SOCIAL sono la fucina dell’asocialità: i suoi appartenenti sono e restano anonimi, solitari, nevrotici interpreti della incomunicabilità, nel disperato bisogno e tentativo di comunicare. Sono degli ectoplasmi monocellulari, cioè, sviluppando semanticamente il concetto, dei fantasmi soli dotati di telefonino (cellulare), insomma, una specie di zombi.
Trascrivo, qui di seguito, un passaggio da una delle conferenze di Paolo Crepet, il noto psichiatra, che parla di questo tema.
…. la comunicazione virtuale dei SOCIAL: grandissima trappola. Prima ce ne accorgiamo e prima, forse, reagiremo. Non ce l’ho con la tecnologia, naturalmente. Sono quasi quarant’anni che utilizzo la tecnologia, ci mancherebbe altro, però questa deriva iposensoriale, così la chiamerei io, non sviluppa nulla di noi, nulla se non qualcosa, che ci è piaciuta evidentemente, che è la comodità.
Noi abbiamo tutti in tasca un telefonino. È uno straordinario cameriere: ci serve in tutti i modi possibili e immaginabili. Attraverso il telefonino potete avere tutto e non fare nulla. Sei servito come un cretino e non sai fare niente. L’intelligenza è il fare, inventare, creare. Se qualcuno lo fa per te, diventi un cretino. E noi siamo pieni di cretini, ovunque. E questo è un problema. Meditate. Quanti libri non leggiamo, per mandare in giro le fotografie di questo e di quello ….
E C O N O M I A C O N T R O V E R S A
«Se l’Italia si regge ancora è grazie al mercato nero ed all’evasione fiscale, che sono in grado di sottrarre ricchezze alla macchina parassitaria ed improduttiva dello Stato per indirizzarle invece verso attività produttive».
Questo è il pensiero di Milton Friedman.
Milton Friedman (1912 – 2006), Nobel per l’Economia nel 1976, fu uno dei fautori del pensiero liberista portato alle estreme conseguenze, tanto da sostenere l’idea dell’anarco-capitalismo con soppressione completa di qualsivoglia ruolo, funzione o competenza statale nel settore economico.
da una chat di QUORA
Cosa vogliono le donne in un uomo di 25 anni:
1. Essere bello
2. Essere affascinante
3. Avere successo finanziario
4. Essere un buon ascoltatore
5. Essere spiritoso
6. Essere in buona forma
7. Avere stile nel vestire
8. Apprezzare le cose belle
9. Essere pieno di sorprese
10. Essere un amante creativo e romantico
Cosa vogliono le donne in un uomo di 35 anni:
1. Che abbia occhi belli e non sia calvo
2. Che apra la portiera della macchina o prenda una sedia
3. Che abbia abbastanza soldi per una bella cena
4. Che sappia ascoltare più che parlare
5. Che sappia ridere alle loro battute
6. Che porti le borse della spesa
7. Che abbia almeno una cravatta
8. Che si goda la buona cucina casalinga
9. Che si ricordi i compleanni e gli anniversari
10. Che sia romantico almeno una volta alla settimana
Cosa vogliono le donne in un uomo a 45 anni:
1. Non deve essere troppo brutto (se è calvo, dovrebbe radersi la testa)
2. Non può buttarle fuori quando sono in macchina
3. Non lavorare troppo e quando, di tanto in tanto , le porta fuori a cena, non gridare
4. Deve annuire con la testa quando si parla
5. Deve capire le loro battute
6. Essere abbastanza in forma per spostare i mobili
7. Indossare una camicia per coprire la sua enorme pancia
8. Non comprare champagne con il tappo a vite
9. Abbassare la tavoletta del water quando usa la toilette
10. Radersi almeno nei fine settimana
Cosa vogliono le donne in un uomo di 55 anni:
1. Mantenere i peli del naso e delle orecchie tagliati
2. Non ruttare o scoreggiare in pubblico
3. Non chiedere soldi più volte
4. Non appisolarsi o dormire quando stanno parlando
5. Non raccontare la stessa barzelletta più e più volte
6. Essere abbastanza in forma da alzarsi dal divano nei fine settimana
7. Indossare ancora calzini e pantaloni nuovi
8. Godersi una buona cena davanti alla TV
9. Ricordarsi ancora il loro nome
10. Radersi almeno qualche fine settimana
Cosa vogliono le donne in un uomo che ha 65 anni:
1. Che non spaventi i bambini
2. Che si ricordi dov’è il bagno
3. Che non spenda troppi soldi per il medico
4. Che russi solo quando sonnecchia
5. Che si ricordi perché sta ridendo
6. Che sia abbastanza in forma per stare almeno in piedi da solo
7. Che normalmente indossi ancora i vestiti
8. Che non gli piacciano solo i cibi morbidi
9. Che si ricordi dove lascia la sua dentiera
10. Che si ricordi ancora cos’è un fine settimana
Cosa vogliono le donne in un uomo di 75 anni:
1. Essere ancora in grado di respirare
2. Non dimenticare di pulire il water e il bagno
3. E poi ….
da QUORA di Gennaro Sannino
COME CI SI SENTE AD ESSERE MOLTO VECCHI E CON LA CONSAPEVOLEZZA CHE PRESTO SI MORIRÂ ?
Io non mi sento estremamente vecchio ( ho 73 anni ) eppure una stranezza l’avverto. Io avevo più paura di morire quando ero giovane che adesso . Non mi spiego il motivo ( o forse il motivo lo conosco ma non lo capisco ). Alla mia età avverto anche il peso di tutto quello che ho vissuto: i ricordi belli ma, ancora di più, i ricordi brutti (che spesso nei sogni compaiono ), inganni e cattiverie ricevute che da giovane non pensavo che potessero esistere . Si diventa anche un poco sclerotici perché non sopportiamo più le cose del passato e non capiamo perché bisogna avere ancora pazienza . Poi curo una malattia e ne esce un’ altra e sembra che la guarigione completa sia una qualità perduta per sempre . Puoi anche aggiungere che nella vita si vive meglio quando hai degli obiettivi da raggiungere e sei gratificato quando li raggiungi. Ma io non lavoro …i miei figli stanno bene …ho la mia casa …il mio piccolo problema è dove posso trascorrere la prossima vacanza . Allora tu pensi al tuo futuro che non ti porta nulla …quello che volevi ce l’hai già, oppure non l’hai raggiunto, ma non hai il tempo per averlo . Hai la sensazione che la morte sia soltanto un aspetto della vita a cui tutti ci dobbiamo rassegnare. Allora si vive bene per oggi e quello che verrà domani non ci interessa, neanche la morte !
da QUORA di Laura Taibi
C’ È QUALCOSA DI LEGALE CHE PENSI NON DOVREBBE ESSERLO?
Quello che sto per scrivere potrebbe sconvolgere molta gente e far storcere il naso:
Dovrebbe essere illegale concepire senza avere nessuna qualifica per essere genitori.
Mi spiego: se una coppia, per un qualsiasi motivo, non riesce a concepire un figlio proprio, può sempre adottare. Per farlo però bisogna superare un iter di idoneità che comprende materialmente l’avere una casa, un lavoro sicuro, una certa stabilità economica… ma non solo. Ci sono anche test con psicologi e assistenti sociali per provare che quella coppia non abbia disturbi mentali e che sia in grado, psicologicamente e moralmente, di occuparsi di un bambino.
Tutto questo è ritenuto normale e opportuno, quando si tratta di un’adozione, ma sembra del tutto superfluo quando una coppia il figlio se lo concepisce da sé, seguendo solo le regole e le modalità naturali.
Ho visto (come credo molto di voi) famiglie disfunzionali, formate da genitori troppi giovani, troppo vecchi, troppo ignoranti o con palesi problemi comportamentali. Genitori concentrati solo su se stessi, oppure violenti, anaffettivi, incapaci di impartire le basilari norme educative ai loro figli.
Questa gente ha solo avuto la fortuna di avere un apparato riproduttivo funzionante e questo, secondo la legge, rende una persona automaticamente idonea ad avere dei figli. Tutto questo a me sembra assurdo!
Se dipendesse da me, istituirei una specie di “patente genitoriale” senza la quale concepire un figlio risulterebbe reato. Per conseguirla si dovrebbe passare lo stesso iter utilizzato per le adozioni, dimostrando così di essere in grado di fare il genitore.
N.d.R. (Redazione di chi ha scritto l’articolo, che ha ricevuto molti like) : non mi aspettavo tutti questi riscontri positivi, essendo questo un argomento piuttosto “scomodo” per molti.
Parafrasando quello che è stato detto nei commenti: chi non ha avuto la sfortuna di vivere in famiglie disfunzionali non può capire cosa voglia dire ed è portato a credere che ogni persona sia capace di imparare il mestiere di genitore, ma purtroppo così non è.
F E L I C I T Â
“Happiness is letting go
of what you think your life
is supposed to look like
and celebrating it
for everything that it is.”
“La felicità è lasciare andare
ciò che credi la tua vita
dovrebbe sembrare
e celebrarla
per tutto quello che è.”
Mandy Hale
da una chat di QUORA
Qual è l’origine della parola siciliana “minchia”?
L’etimologia di questa parola e’ ricondotta al latino mèntula (riportata acriticamente e stancamente da molti vocabolari, anche da quello calabrese del Rohlfs): da cui potrebbe derivare anche il calabrese mentìri, equivalente a penetrare: iddha mi risi ed eu nci risi / iddha lu vosi ed eu nci lu misi.
Il mai compianto abbastanza Giovanni Semerano (Dizionario della lingua latina e di voci moderne, Firenze, Olschki, 2002, sub mentula, mateola, meta) chiarisce che dall’ebraico matte, pertica, e dall’accadico metu, palo (da cui l’espressione latina porrexit ab inguine palum per ebbe un’erezione), è derivato il latino arcaico mattea, mazza, con il diminutivo mateola, piccola mazza (analogo al calabrese mazzarèddhu), poi divenuto mèntula; meta era inoltre “un cumulo conico di paglia. Di fieno, …, sempre costituito da uno stollo o stocco, lunga pertica intorno alla quale si ammucchiava la paglia”; e, d’altra parte, deriva da ‘meta’-pertica anche il verbo metor, misuro con la pertica, donde il metro unita di misura nel sistema metrico decimale.
Per Raffaele Corso (La vita sessuale nelle credenze, pratiche e tradizioni popolari italiane, Firenze, Olschki,, p. 298) da mentula deriva il latino medievale mentla che, attraverso gli intermedi menkla e menkja, conclude finalmente il suo viaggio bimillenario con la minchia calabro-sicula.
E, a proposito di misure, lunghe e sofisticate applicazioni nulla hanno apportato circa la lunghezza accettabile, ‘media’ o ‘modale’, per la minchia: inferenze venivano ricavate da tratti somatici evidenti ( quali nasu / tali fusu) e, con sofismi ‘a contrario’ rispetto all’altezza, si sosteneva (e la circostanza era avvalorata da una canzone di Fabrizio di André) che i nani sarebbero superdotati e gli spilungoni facessero brutta figura; donde il brocardo che l’omu non si misura cu lu parmu ma, verrebbe da dire, la minchia sì.
E colpì molto il fatto che i Bronzi di Riace, simbolo ormai universale della virilità nell’arte classica, apparissero sproporzionati per difetto.
da Quora
I N V E C C H I A M E N T O
Più invecchi e più ti rendi conto che molte cose che ti sono state insegnate in gioventù sono semplicemente sbagliate.
R I C C H I E P O V E R I
È un vero e proprio illuso
colui che va predicando
ad una schiera di sprovveduti
che si risolve il problema
sociale della loro povertà,
contrastando la ricchezza.
Bisogna invece che i poveri
siano messi in condizioni
di raggiungere la ricchezza
senza impoverire i ricchi,
in modo che lo standard
sia la ricchezza, non la povertà.
Perché, per natura, non siamo
e non saremo mai tutti uguali.
E chi lo andava predicando….
lo hanno messo in croce.
I N S I C U R E Z Z A
Finché cerchi di
impressionare gli altri,
non sei convinto
della tua forza.
Finché ti sforzi di
essere migliore degli altri,
dubiti del tuo
proprio valore.
Finché cerchi di
elevarti abbassando gli altri,
metti in dubbio la tua
propria altezza.
Chi è in pace
con se stesso
non deve dimostrare
nulla agli altri.
Chi conosce
il proprio valore
non ha bisogno
di conferme.
Chi sa della
propria grandezza
lascia che gli altri
mantengano la loro.
Gabriele Ebbighausen
Traendo spunto da una chat di QUORA
Premetto che non considero l’insicurezza una cosa di cui vergognarsi o qualcosa da “perdenti”. Ognuno di noi ha le sue insicurezze, chi più chi meno, chi sull’aspetto fisico, chi sull’intelligenza, chi sull’essere accettati, ecc…
Anzi, l’insicurezza, quando non ci limita, è una spinta a migliorare.
Ma, quando ci limita, due sono le sue derive estremizzanti : o ti accartocci su te stesso per piangerti addosso, relegandoti ad un eremitaggio lamentoso, oppure cerchi di bluffare, buttando fumo negli occhi della gente.
Le persone spavalde (di cosa poi?) sono veramente “piccine” e spesso, dietro tanto ego gonfio e tronfio, si nasconde il nulla più totale, non c’è sostanza. Questi sono i comportamenti che mi fanno pensare che una persona sia molto insicura:
Tutto ciò che è “troppo”, troppo esibito, troppo mostrato, troppo esaltato, troppo tutto insomma, è stonato e di cattivo gusto. A me fa pensare che queste siano in realtà persone insicurissime.
Non me ne importa nulla di ciò che fanno gli altri, però, quando una persona si comporta come ho descritto, credo che riveli uno stato di insicurezza quasi patologica, molto più grave dell’insicurezza che abbiamo tutti.