Numero3764.

 

MALICIDIO

 

Malicidio (malicidium, in latino) è un termine introdotto da Bernardo di Chiaravalle per indicare l’omicidio di un non cristiano in guerra, quando non vi sia altro mezzo per impedire il male che commette.

La teoria

Bernardo, riprendendo il concetto di «guerra giusta» introdotto da Agostino d’Ippona, teorizza che l’uccisione di un infedele, di un eretico o di un pagano – giudicati come “nemici della fede” – non deve essere considerata come un omicidio (vietato dal V Comandamento), ma come un «malicidio», ovvero come l’estirpazione di un male.

Il pagano da sopprimere doveva essere eliminato in quanto portatore di un Male assoluto e irredimibile, ma restava degno di amore per la sua umanità.

Uccidere un infedele diventava dunque, nella concezione di Bernardo, un servizio meritevole reso alla causa divina.

Citando lo stesso Bernardo:

«Il Cavaliere di Cristo uccide in piena coscienza e muore tranquillo: morendo si salva, uccidendo lavora per il Cristo».

E ancora: «Egli» [il soldato di Cristo, ndr] «è strumento di Dio per la punizione dei malfattori e per la difesa dei giusti. Invero, quando egli uccide un malfattore, non commette omicidi, ma malicidio, e può essere considerato il carnefice autorizzato di Cristo contro i malvagi».

Tuttavia, secondo Bernardo, non è lecito uccidere il male nell’infedele (e l’infedele stesso) se prima non si è «ucciso» il male in sé stessi.

In questo modo, la crociata diviene, nella concezione cattolica medievale, un momento ascetico e penitenziale del guerriero stesso.

Bernardo si dichiara in ogni caso contrario alla coercizione per forzare la conversione degli infedeli, e giustifica la violenza come mezzo di difesa della fede, dichiarando che «Non si dovrebbero uccidere neppure i pagani qualora ci fosse una maniera diversa per impedir loro di opprimere i fedeli.».

Questa teoria fu elaborata da Bernardo in base ad una specifica questione postagli dai Cavalieri Templari per dare una qualche risposta alla difficoltà per un cristiano di conciliare la guerra non difensiva con la parola di Dio.

Bernardo riprende e sviluppa in diverse altre occasioni gli argomenti alla base della nozione di malicidio.

Nel 1146, nella lettera 363 il santo esorta il clero ed i fedeli della Francia orientale a prendere le armi per difendere la Chiesa d’Oriente contro il pericolo degli infedeli, ed afferma che «La morte inflitta o ricevuta nel nome di Cristo da un canto non ha nulla di criminale, dall’altro merita una gran gloria».

I fondamenti della teoria

Tale teoria poteva trovare una base nell’interpretazione di diversi scritti dell’Antico Testamento ed in alcune lettere paoline del Nuovo Testamento.

Nel Deuteronomio, Dio comunica a Mosè i Dieci Comandamenti. Fra essi, il quinto (Deut. 5, 17) comanda «Tu non ucciderai». Nello stesso testo, (Deut. 7, 1-2) tale comando appare tuttavia inteso come limitato al popolo eletto, quando Dio ordina di sterminare tutte le popolazioni straniere che occupano la terra promessa.

La lettura dell’Antico Testamento mostra in diverse altre occasioni la rilevanza degli aspetti militari dell’alleanza tra Jahvé e gli Ebrei. In diversi libri dell’Antico Testamento (Deuteronomio, Numeri, Giosuè, Geremia) compare anche il concetto di herem, di «sterminio” del nemico, ovvero di votare a Dio tutte le prede di guerra».

Un ruolo importante nella teologia cristiana ricopre sant’Agostino nella giustificazione dell’uccisione degli infedeli, ossia della guerra santa. A questo proposito, scrive lo studioso francese Minois: «Per Agostino l’uso della violenza per il bene altrui si giustifica con l’attitudine naturale del padre che castiga il figlio per educarlo.»

Sant’Agostino concepisce la guerra come una tragica necessità per ristabilire l’ordine e la pace. La violenza è lecita solo se usata come extrema ratio dall’autorità legittima, con l’obiettivo di difendere i deboli, punire l’ingiustizia e non per cupidigia. Il fine ultimo rimane sempre e solo il raggiungimento di una pace stabile e giusta.
Il pensiero agostiniano (espresso principalmente nel De Civitate Dei) delinea dei requisiti cardine del bellum iustum:
    • Autorità legittima: La guerra può essere dichiarata solo da chi detiene il potere sovrano, non dai privati.
    • Giusta causa: La violenza è giustificata esclusivamente per rispondere a un’aggressione ingiusta o per riparare a un torto subito.
  • Retta intenzione: La guerra non deve essere guidata da odio, crudeltà o sete di potere. Essa deve essere combattuta con spirito di carità, per amore della pace e per riportare i malvagi sulla retta via.
La riflessione di Agostino parte dalla consapevolezza che, in un mondo terreno segnato dal peccato, la pace perfetta (tranquillitas ordinis) non esiste.
Pertanto, l’uso della forza diventa uno strumento morale se impiegato per arginare il male e garantire la sopravvivenza della giustizia. 
Questi principi hanno gettato le basi per tutta la successiva tradizione teologica e giuridica occidentale sulla gestione dei conflitti, con sviluppi storici ampiamente documentati nella “Dottrina della guerra giusta” e discussi nella riflessione contemporanea sull’uso della forza per la “Difesa dei diritti umani”.

 

da Wikipedia

Numero3763.

 

DURE   VERITA’

 

Connessione ravvicinata non significa lealtà: alcune persone sono leali solo al loro bisogno di te.

Se tu devi ridimensionare il tuo valore o nascondere la tua intelligenza, in una stanza, esci subito da lì.

La solitudine distruggerà i tuoi standards, se tu non stai bene con te stesso.

La fiducia sta anni per costruirsi, secondi per distruggersi, una vita per ripristinarsi.
Trattala come fosse oro.

Le persone che ti dicono ciò che tu vuoi ascoltare sono pericolose; quelle che ti dicono ciò che tu hai bisogno di sentire sono la tua giusta cerchia.

Perdonare qualcuno non significa invitarlo di nuovo a casa tua. Tu puoi guarire a distanza.

 

@DailyReminder1

Numero3762.

 

AMA   TE   STESSO

 

Prenditi cura sempre di te stesso

con la stessa gentilezza e pazienza

che tu liberamente dedichi agli altri.

Riposa quando ne avverti il bisogno.

Proteggi la tua pace senza sentirti

in colpa per questo. Il modo in cui

ami te stesso definisce il tono di

amore che tu diffondi nella tua vita.

Quando tu ti tratti con attenzione,

tu mostri agli altri che il tuo cuore

è qualcosa di valore che deve essere

apprezzato, non preso per scontato.

 

@DailyReminder1

Numero3761.

 

FELICITA’   INTANTO

 

Vedi, la vita è troppo corta

per aspettare che tutto sia

al posto giusto, prima che

tu ti permetta di goderne.

La vita avrà sempre qualche

casino, qualche imperfezione,

e qualche giorno più duro.

Allora, non continuare a

trascurare la tua felicità.

Fatti sorridere nel bel mezzo

delle tue disavventure.

Talvolta, la gioia non si trova

dopo la tempesta, ma proprio

mentre la stai attraversando.

 

@dailyreminderr1

Numero3760.

 

IL  POTERE  DI  DECIDERE

 

Ogni mattina, stringi tra le mani l’unico potere

che ti è dato di gestire: quello di scegliere.

Puoi consumare le tue giornate a covare

un sordo rancore o decidere di voltare pagina.

Puoi scegliere se farti soffocare dal rimpianto,

o respirare l’aria libera di un nuovo inizio.

Tra il peso di un passato che non puoi cambiare

e la bellezza di un presente ancora da scrivere,

ricordati che il tempo non torna mai indietro.

Non sprecarlo a guardare le ombre: accendi

la tua luce, prenditi il tuo spazio e concediti,

finalmente, a cuor leggero, il lusso di essere felice.

 

@healingsoulmusic-it

Numero3759.

 

Le persone tendono a ottenere

risultati coerenti con l’immagine

mentale che hanno di sé.                                  Bob  Proctor.

 

Il modo in cui una persona si percepisce,

può influenzare profondamente le sue scelte,

i suoi comportamenti e le sue aspettative.

Se ci si vede come incapaci, o destinati

al fallimento, sarà più difficile cogliere

tutte le opportunità e agire con fiducia.

Al contrario, un’immagine di sé più positiva

può favorire decisioni più coraggiose

e una maggiore perseveranza di fronte

alle difficoltà. Bob Proctor sottolinea che,

spesso, i limiti più forti non sono esterni, ma

nascono dalle convinzioni che abbiamo su chi

siamo e su ciò che riteniamo possibile per noi.

Modificare gradualmente questa immagine

mentale può contribuire a cambiare anche

i risultati che otteniamo nella vita. L’immagine

che hai di te stesso ti sta aiutando a crescere

o sta limitando ciò che potresti diventare?

Numero3757.

 

Trascritto da YOUTUBE

 

Roberto  Benigni   e   Vittorio  Feltri

 

Ascolta bene quello che sto per dirti, perché quello che è accaduto sotto i riflettori di quello studio televisivo non è stato un semplice dibattito, ma l’esecuzione pubblica di un’intera epoca culturale.

Questo video ti lascerà senza parole perché stiamo per scoperchiare il vaso di Pandora di uno scontro che ha ridisegnato i confini del potere in Italia.

Da una parte l’uomo che per decenni ha incantato le platee con la poesia e i saltelli, dall’altra il chirurgo della parola che ha deciso, in diretta nazionale, di affondare il bisturi dove fa più male nel portafoglio e nella credibilità di un’intera classe intellettuale.

Non è solo politica, è una guerra civile combattuta a colpi di share e di verità brutali che nessuno aveva mai avuto il coraggio di urlare in faccia all’ intoccabile Roberto Benigni.

Quello che rivelerò nella seconda parte del racconto cambierà per sempre il tuo modo di guardare la televisione e la gestione dei soldi pubblici in questo paese.

Le telecamere ronzano come insetti impazziti mentre l’aria nello studio si fa elettrica, quasi irrespirabile.

Roberto Benigni entra in scena non come un ospite, ma come un sovrano assoluto della morale, un profeta che agita le mani nell’aria cercando di acchiappare i resti di un’Italia che, secondo lui, sta morendo di freddo e di oscurità.

Ma seduto a pochi metri da lui, avvolto in un cappotto di cashmere che sembra una corazza d’acciaio, c’è Vittorio Feltri.

Lo sguardo di Feltri è quello di un predatore che ha già visto la fine della preda prima ancora che questa inizia a correre.

Benigni parte all’attacco con la sua solita mimica travolgente, citando Dante, citando i partigiani, citando la bellezza come se fosse l’unica moneta di scambio possibile.

Ma la sua voce, di solito squillante, tradisce un tremolio, una paura atavica di chi sente che il terreno sotto i piedi non è più solido come un tempo.

Il clima è quello di una resa dei conti definitiva. Il bersaglio è chiaro: Giorgia Meloni.

Benigni la descrive come l’inverno che spegne il sole del futuro, come colei che alza muri contro l’amore e la speranza.

È la retorica classica della sinistra intellettuale, quella che trasforma ogni decreto legge in un attentato all’umanità.

Ma mentre Benigni declama la costituzione più bella del mondo con gli occhi lucidi, Feltri non si muove, non batte ciglio, si sistema il nodo della cravatta con una lentezza che sa di disprezzo assoluto.

In quel momento il pubblico a casa percepisce che sta per accadere qualcosa di mai visto.

La tensione sale quando Benigni evoca il sangue dei partigiani per condannare il presente, ignorando che la realtà fuori da quegli studi è fatta di bollette che arrivano a fine mese e di periferie dove la poesia non si mangia.

È qui che lo scontro smette di essere un dialogo e diventa una mattanza dialettica senza precedenti.

Benigni continua a saltellare davanti alle telecamere invocando bella ciao come se fosse un esorcismo contro il governo attuale.

Parla di un’Italia che ha paura dell’altro, di un’oscurità che avanza su Palazzo Chigi, ma la sua è una recita che puzza di naftalina, è l’urlo disperato di chi ha vissuto per 40 anni in una bolla dorata, protetto dai contratti milionari della RAI e dagli applausi di un sistema culturale che non ammette repliche.

La sua esuberanza fisica, che un tempo era segno di vitalità, ora appare come una fragilità esposta.

Ogni sua parola sulla povertà e sulla sofferenza degli ultimi sembra infrangersi contro la barriera del buon senso che Feltri sta per scagliare con la violenza di un uragano.

La miccia è accesa e lo scoppio sta per demolire non solo il comico toscano, ma l’intero castello di carte della retorica progressista.

Improvvisamente il ritmo cambia.

Vittorio Feltri prende la parola e la sua voce è un rasoio che taglia la seta.

Non c’è enfasi, non ci sono sussulti, solo una freddezza glaciale che gela il sangue nello studio.

Definisce l’intervento di Benigni un’esibizione circense, una recita parrocchiale che non incanta più nessuno.

Ed è qui che arriva il primo colpo da capo, il richiamo alla realtà.

Mentre Benigni parla di stelle e fiori, Feltri sbatte in faccia alla nazione il prezzo della benzina e del gas.

Dice chiaramente che gli italiani non piangono guardando il tramonto o recitando la Divina Commedia, ma piangono quando devono far quadrare i conti.

È la demolizione sistematica del “poetese” a favore del pragmatismo più crudo.

La maschera di Benigni inizia a incrinarsi: il sorriso eterno del premio Oscar si spegne lentamente sotto il peso di una verità che non sa gestire.

Ma la vera rivelazione, lo scoop che fa tremare le fondamenta di questo racconto, emerge quando Feltri tocca il nervo scoperto del portafoglio.

Per anni ci hanno raccontato di un Benigni poverello di Assisi, ma la realtà che emerge in questo scontro è quella di un milionario che percepisce compensi da capogiro pagati con i soldi pubblici per spiegare ai poveri quanto sia bella la povertà spirituale.

Parla di cifre astronomiche, un milione di euro per leggere due canti di Dante davanti a una platea di privilegiati.

È questo il punto di non ritorno.

Feltri accusa Benigni di essere l’emblema della sinistra “culturale”, di chi predica il pauperismo dagli attici di lusso e dalle ville circondate da libri e statuette dorate.

È un terremoto mediatico che distrugge l’immagine del poeta del popolo, rivelando la figura di un imprenditore della cultura di stato che vive di rendita sulla retorica del passato.

L’analisi si fa ancora più profonda quando entriamo nel merito della gestione del potere.

Giorgia Meloni non viene difesa da Feltri come una divinità, ma come una donna che, nata 30 anni dopo la fine della guerra, cerca di governare un paese reale, lontano dai salotti letterari e dalle bugie poetiche.

La contrapposizione è totale.

Da una parte l’Italia che lavora, che paga le tasse, che sta nelle periferie degradate a gestire un’immigrazione incontrollata, incoraggiata proprio da chi vive nelle ville blindate.

Dall’altra l’Italia dei monologhi in Rai, dei premi Oscar che citano Ventotene senza sapere cosa sia la fame.

Lo scontro si sposta sul piano della dignità internazionale.

Feltri rivendica un’Italia che a Bruxelles e Washington parla da pari a pari, senza il piattino in mano a mendicare flessibilità per pagare i monologhi dei soliti noti.

Il silenzio di Benigni in questo passaggio è assordante.

Le sue mani, che prima danzavano nell’aria, ora tremano leggermente.

Prova a rifugiarsi in un’ultima citazione leopardiana, cercando di evocare l’infinito come scudo protettivo, ma Feltri lo incalza senza pietà: gli dice che il suo naufragio è dolcissimo (… “e naufragar m’è dolce in questo mare”) perché ha il salvagente d’oro Zecchino, perché è un naufrago con il conto in banca in Svizzera e il futuro assicurato.

È la fine del mito dell’intellettuale impegnato.

La nazione vede chiaramente chi ha la forza di sporcarsi le mani con il fango della realtà e chi ha solo la rabbia impotente di chi ha scoperto di essere diventato un reperto archeologico.

La retorica del cuore viene schiacciata dal rullo compressore della logica di chissà come gira il mondo fuori dagli studi televisivi.

Eppure la battaglia non finisce qui.

Entriamo nel campo della credibilità personale dove Feltri affonda l’ultimo fendente.

Accusa Benigni di aver trasformato la politica in una recita domenicale per rassicurare la propria fazione e sentirsi un uomo migliore mentre guarda gli altri dall’alto in basso: è l’accusa di narcisismo ipertrofico di chi ha smarrito il contatto col suolo e continua a recitare un copione che non interessa più a nessuno se non a quei pochi intellettuali che mangiano caviale sognando la rivoluzione col condizionatore acceso.

La gente vera è stufa dei saltelli, è stufa della gioia obbligata, vuole risposte che Benigni non può dare perché non conosce nemmeno le domande della strada.

Meloni decide, Benigni saltella.

Questa è la sintesi brutale che chiude il secondo round di una mattanza dialettica che ha lasciato lo studio in stato di shock.

Il timer della trasmissione lampeggia.

Gli ultimi 10 minuti sono un calvario per il comico toscano.

Benigni appare visibilmente prostrato, non solo fisicamente, ma spiritualmente.

La sua solita maschera è caduta, lasciando intravedere il volto di un uomo che sente per la prima volta nella sua lunghissima carriera che la sua poesia non basta più a incantare il serpente della realtà.

Feltri lo guarda con una stanchezza glaciale, la noia di chi deve spiegare l’ovvio a chi vive di allucinazioni dorate.

La verità è che il consenso della Meloni umilia Benigni con la sua sola esistenza, perché lei è sostanza e lui è diventato polvere di stelle scaduta.

La festa della retorica è ufficialmente chiusa per fallimento e il bancomat della cultura di parte ha smesso di erogare fondi per chiedere scusa di esistere.

Le luci dello studio virano verso un rosso cupo, quasi a voler sottolineare la fine di un’era.

Il pubblico è immobile, paralizzato da una sensazione di vuoto.

Hanno assistito alla demolizione di un simbolo fatto a pezzi da un uomo che non ha usato metafore, ma solo pietre pesanti come macigni della realtà.

Mentre il conduttore cerca disperatamente di riprendere le fila di un disastro comunicativo di proporzioni epiche, Feltri si sistema il cappotto con un gesto che sa di addio definitivo a un teatro di ombre.

Non c’è più musica, non ci sono più stelle, c’è solo il rumore della verità che purifica l’aria viziata di decenni di bugie poetiche.

Giorgia Meloni è altrove impegnata a lottare tra le carte di Palazzo Chigi, lontana dai riflettori che hanno appena bruciato l’ultimo scampolo di credibilità di chi credeva di essere eterno.

Questo scontro ha segnato un solco profondo nel tessuto sociale italiano.

Non si è trattato solo di una discussione tra un giornalista e un attore, ma della collisione tra due galassie diverse, quella dei fatti e quella delle apparenze.

Benigni è rimasto solo sul palco, come un burattino a cui sono stati tagliati i fili all’improvviso.

Una marionetta rimasta immobile dopo che il pubblico ha smesso di ridere e ha capito il trucco dietro il sipario.

Feltri se n’è andato senza voltarsi, fiero di aver portato un raggio di gelida verità nel teatro dell’inganno.

La nazione ha visto chiaramente chi ha la forza di guidarla attraverso il fango e chi ha solo la rabbia di chi ha scoperto di essere diventato un’ombra del passato.

La finzione è finita, il sipario è calato e per Benigni non ci sono stati applausi, ma solo l’eco terribile di una verità che non ha saputo gestire.

Il regno dell’apparenza è crollato sotto il peso della sua stessa inconsistenza, lasciando l’Italia finalmente libera di guardare in faccia il proprio destino.

Numero3756.

 

U N     C O N S I G L I O

 

A parità di competenze, chi saluta con cortesia, chi è umile e colto avrà sempre più opportunità degli altri.

Non basta essere bravi, la tecnica da sola non basta.

Tra due persone ugualmente capaci, vince chi ha l’atteggiamento migliore.

La vera abilità non si perfeziona con la tecnica, si perfeziona con il carattere.

Le persone non scelgono solo chi sa di più, ma chi le fa sentire bene.

Numero3755.

 

M I S T E R O

 

Le persone tendono ad essere attratte da ciò che non comprendono completamente.

Quando tutto è immediatamente chiaro, prevedibile o palese, l’interesse spesso diminuisce più velocemente e può comparire addirittura la noia.

Il mistero crea curiosità, attenzione e coinvolgimento emotivo.

Non significa fingere o manipolare gli altri, ma evitare di mostrare continuamente ogni pensiero o emozione o intenzione.

Oggi molte persone sentono il bisogno di spiegare tutto, raccontare tutto e rendersi sempre accessibili e disponibili.

A volte, invece, mantenere una parte di sé più riservata può rendere una presenza più interessante e intensa.

Anche nelle relazioni quotidiane, il fascino nasce spesso dallo spazio lasciato all’immaginazione e alla scoperta graduale.

Chi parla poco, ma con autenticità, spesso lascia un impatto più forte di chi cerca continuamente attenzione.

Il mistero, quando nasce dalla sicurezza interiore e non dalla freddezza,può rendere i rapporti più profondi e meno superficiali.

 

@ilmegliodeilibri

Numero3754.

 

 

MANTENERE STANDARD ELEVATI
SENZA ESSERE OSSERVATI

 

 

Molte persone danno il massimo solo quando vengono osservati o giudicati da altri.

Ma il vero cambiamento si costruisce nei momenti in cui nessuno vede quello che fai.

È lì che si capisce quanto sei disciplinato e coerente con i tuoi obiettivi.

Mantenere standard elevati anche nel silenzio quotidiano richiede carattere e autocontrollo.

Le abitudini che ripeti in privato influenzano i risultati che ottieni nel tempo.

Chi ha successo in modo duraturo non si impegna solo quando è motivato, ma continua anche nei giorni più difficili.

La costanza invisibile crea risultati visibili.

Ogni piccola scelta rafforza il tipo di persona che stai diventando, che tu hai deciso di diventare.

Non serve impressionare gli altri, serve rispettare gli standard che hai scelto per te stesso.

È questo che costruisce fiducia e solidità nel tempo.

 

 

@ilmegliodeilibri

Numero3752.

 

 

C A M B I A M E N T O

 

 

Non puoi cambiare il passato, ma puoi rovinare il presente preoccupandoti del futuro.

 

Quello che tolleri è ciò che continuerà.

 

Le persone non resistono al cambiamento: resistono quando qualcuno cerca di cambiarle.

 

Se sei bloccato è solo perché ti senti intrappolato in certi schemi che tu conosci e non vuoi, o non puoi, cambiare.

 

A volte, le battaglie più dure sono quelle che combatti dentro di te, quando “senti” di dover cambiare.

 

La qualità della tua vita dipende dal tuo modo di pensare.

 

Ciò che occupa la tua mente finisce per controllare la tua vita.

 

Il prezzo di non seguire il tuo cuore è passare la vita a chiederti come avrebbe potuto andare.

 

 

@iulianalateaofficial

Numero3751.

 

da QUORA

 

 

Scrive Furiosa, corrispondente di QUORA

 

 

Quali sono i tratti di una persona che ha il QI superiore alla media.

 

  1. Dubiti più spesso di quanto tu sia sicuro. E questa non è debolezza, ma il segno di un pensiero complesso. L’effetto Dunning-Kruger funziona al contrario: più è alto l’intelletto, più variabili vedi e più diventa difficile dire “è tutto chiaro”. Nella tua testa non c’è mai una sola risposta, ma 3 o 4 versioni diverse, ognuna con le sue sfumature. Per questo non urli più forte degli altri — pensi più a lungo degli altri.
  2. Ti stancano le conversazioni superficiali. Non perché le persone siano “sbagliate”, ma perché percepisci rapidamente il livello di profondità del dialogo. Il 70–80% delle conversazioni quotidiane è solo uno scambio di ovvietà, senza un reale movimento del pensiero. O inizi ad approfondire l’argomento, oppure perdi interesse. E spesso ti ritrovi a pensare: “Sono solo, anche in mezzo alla gente”.
  3. Hai un dialogo interiore costante. Ripassi le situazioni, modelli gli esiti, analizzi il comportamento delle persone. Non è ansia pura: è un lavoro attivo del cervello. L’effetto collaterale, però, è la difficoltà a fermarsi. Anche il riposo si trasforma in analisi, e il silenzio diventa la continuazione del processo mentale.
  4. Vedi contraddizioni dove gli altri vedono un quadro semplice. Per te, qualsiasi situazione è multilivello. Puoi comprendere entrambe le parti di un conflitto, anche senza essere d’accordo con nessuna delle due. Questo ti dà profondità, ma rende le decisioni più difficili, perché la “verità” smette di essere ovvia.
  5. Il segnale più silenzioso è la sensazione di non integrarti mai completamente. Non per arroganza, ma per una reale differenza di percezione. Puoi adattarti, semplificare il tuo linguaggio, adeguarti al contesto; ma dentro di te rimane la sensazione che un vero contatto quasi non esista. La domanda non è se tu sia intelligente o meno. La domanda è: hai trovato un ambiente in cui non devi semplificare te stesso?

Numero3750.

 

 

da QUORA

 

 

PICCOLE STORIE DI DONNE STRAORDINARIE

 

Post di Gaetano Antonio Riotto, corrispondente di QUORA

 

 

MARILYN VOS SAVANT

 

 

Aveva un quoziente intellettivo di 228, il più alto mai registrato. Più di Albert Einstein, più di Stephen Hawking, più di chiunque altro sia mai stato misurato. Il Guinness World Records la consacrò come la persona di sesso femminile con il QI più alto del pianeta: Marilyn vos Savant. Un cognome che sembra scritto dal destino stesso. “Savant”: sapiente.

A dieci anni aveva già letto, compreso e memorizzato tutti i ventiquattro volumi dell’Encyclopaedia Britannica. Non li aveva solo sfogliati: li aveva fatti suoi, come se la conoscenza fosse per lei un respiro naturale.

Eppure, la sua vita prese una strada diversa da quella che tutti si sarebbero aspettati. Quando pensiamo ai geni, li immaginiamo chiusi in laboratori, circondati da formule e premi accademici. Marilyn invece scelse un’altra via: decise di scrivere, di spiegare, di parlare alle persone comuni.

Dal 1986 iniziò a rispondere alle domande dei lettori nella rubrica Ask Marilyn sulla rivista Parade. Ogni settimana affrontava quesiti di logica, matematica, filosofia, paradossi. Le lettere arrivavano da ogni angolo del mondo: domande semplici solo in apparenza, spesso trabocchetti per la mente.

Nel 1990, però, accadde qualcosa che la rese celebre ben oltre i confini della sua rubrica. Un lettore le sottopose il famoso “Monty Hall problem”, un rompicapo statistico tratto da un quiz televisivo. Marilyn pubblicò la soluzione corretta, ma quasi nessuno le credette. Migliaia di matematici, professori e statistici la contestarono pubblicamente, accusandola di non capire la matematica, di aver commesso un errore banale. Alcuni usarono toni che oggi farebbero arrossire.

Poi arrivarono le dimostrazioni formali. E la verità, semplice e innegabile: aveva ragione lei.

Non fu solo una vittoria matematica, ma una lezione per tutti: sull’arroganza, sull’intuizione, su quanto sia facile lasciarsi ingannare dalle apparenze.

Marilyn non diventò mai una “genia da laboratorio”. Non cercò la gloria accademica. Preferì usare la sua intelligenza come ponte, non come torre d’avorio. Smontava miti, analizzava affermazioni politiche, spiegava concetti complessi con una chiarezza sorprendente. Dimostrava che la vera intelligenza non è complicare, ma rendere semplice.

Si sposò con Robert Jarvik, l’inventore del cuore artificiale Jarvik-7, e contribuì alla fondazione della Mega Society, dedicata a chi possiede capacità cognitive eccezionali.

Ma la sua storia non è fatta di numeri. Non è il 228, non è il record, non è il titolo. È la scelta.

Marilyn vos Savant non visse per stupire il mondo con il suo quoziente intellettivo. Visse per mettere in discussione le certezze, per insegnare a pensare, per ricordare che anche le menti più brillanti possono sbagliare — e che la verità non si misura dal volume della voce.

Il genio non è solo risolvere equazioni impossibili. È avere il coraggio di restare lucidi quando tutti ti dicono che stai sbagliando. È trasformare l’intelligenza in chiarezza. È parlare al mondo senza sentirsi sopra il mondo.

Forse è proprio questo che rende una mente davvero straordinaria: la capacità di illuminare la strada anche a chi non sa di essere al buio.

Numero3749.

 

 

METACOGNIZIONE

 

 

La forma più alta d’intelligenza non è il quoziente intellettivo, non è la logica, non è la memoria, né la velocità di ragionamento oppure l’intuizione.

Secondo le neuroscienze, l’intelligenza più rara e importante è qualcosa di completamente diverso.

La maggior parte delle persone non la sviluppa mai, e chi ci riesce finisce silenziosamente per superare tutti gli altri.

La forma più alta d’intelligenza è la “metacognizione”, cioé la capacità di pensare i propri pensieri.

Non reagire ciecamente, non vivere con il pilota automatico inserito, ma osservare la propria mente in tempo reale.

Significa accorgersi dei propri pensieri, mettere in discussione la propria reazione, interrompere i propri riflessi emotivi e aggiornare le proprie convinzioni, invece di difenderle.

Ogni volta che dici: “Aspetta, in che modo sto reagendo?”, il tuo cervello inizia a cambiare.

I neuroscienziati hanno scoperto che, quando tu osservi i tuoi stessi pensieri, si attiva una regione del cervello chiamata “corteccia prefrontale anteriore”.

Questa regione non serve all’azione, non serve all’emozione, serve all’auto-osservazione: il tuo cervello letteralmente rivolge la sua attenzione verso l’nterno.

E la maggior parte delle persone manda avanti automaticamente il proprio software mentale.

La metacognizione, invece, è diversa: è come un computer che riesce a modificare i propri programmi e processi mentre è ancora in funzione.

Ed è per questo che le persone consapevoli evolvono molto più velocemente degli altri.

Non è qualche assurda malattia motivazionale da “mindset”, è un rimodellamento neuroelettrico.

La consapevolezza modifica il sistema e la maggior parte delle persone non sviluppa mai questa capacità.

Perché la “metacognizione” è estremamente scomoda, richiede di fermarsi, inece di reagire, mettersi in discussione, invece difendersi e di guardarsi fallire con onestà.

L’ego odia tutto questo, la crescita lo richiede.

 

 

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