AVERE E NON AVERE
Non rovinare ciò che hai,
desiderando ciò che non hai.
Ricorda che quello che hai
era, una volta, tra le cose
che speravi di avere.
Epicuro.
Cosa ci insegna la vita… testamento spirituale di un libero pensatore
AVERE E NON AVERE
Non rovinare ciò che hai,
desiderando ciò che non hai.
Ricorda che quello che hai
era, una volta, tra le cose
che speravi di avere.
Epicuro.
UN PUNTO DI VISTA DURO, TRANCHANT.
L’amicizia non può rimpiazzare l’amore.
L’amicizia è un ripiego effimero, artificioso e, spesso, una menzogna.
Non aspettarti mai dall’amicizia i miracoli che l’amore produce: gli amici non possono sostituire l’amore, non possono strappare alla solitudine, riempire il vuoto, offrire quel tipo di compagnia.
Hanno la propria vita, gli amici, i propri amori.
Oriana Fallaci.
LA SPERANZA
Non perdere mai
la speranza.
Un giorno, ti
ringrazierai per non
ver rinunciato.
A MIO FIGLIO VOGLIO DIRE
A mio figlio voglio dire:
ti guardo crescere e vorrei
tanto fermare il tempo.
Tu, per me, sarai sempre
il mio bambino, tu hai dato
un senso alla mia vita.
Un giorno, quando il mio
lavoro con te sarà finito,
ti parlerò dei miei sacrifici,
e non perché voglio che tu
ti senta in debito, ma perché
voglio farti capire che, in ogni
scelta che ho preso, c’ho messo
tutto l’amore che avevo.
Ogni rinuncia che ho fatto, ogni
lunga nottata, ogni sacrificio
era un modo per dirti che ti
voglio bene, figlio mio, e farei
tutto altre mille volte senza
pensarci, perché vederti felice,
sapere che tu stai bene è la
ricompensa più grande che
la vita potesse mai darmi.
Tu sei tutto per me, figlio mio,
continuerò a vivere per te.
L’ ITALIA.
È un paese così diviso, l’Italia.
Così fazioso, così avvelenato
dalle sue meschinerie tribali!
Si odiano anche all’interno dei partiti.
Non riescono a stare insieme
nemmeno quando hanno lo stesso
emblema, lo stesso distintivo.
Gelosi, biliosi, vanitosi, piccini,
permalosi: non pensano che
ai propri interessi personali.
Oriana Fallaci.
CERTEZZA E VERITA’
Accetta sempre la verità da chi te la dice,
francamente, senza la volontà di ferirti,
ma non rinuncia, comunque, a dirtela,
perché la verità non è un’arma ma, anche
se scomoda, è una mano tesa da un amico.
Quante volte ti sei fermato alla comodità
della sicurezza, senza verificare mai se
fosse anche verità: quanto più essa è facile
da accettare, tanto più tenti di farla passare
per vera, a priori, senza alcun filtro critico.
E se, un bel giorno, ti accorgi che ciò che
ti sembrava certo non è più vero, che fai?
La certezza ti fa dormire sonni tranquilli,
per pigrizia mentale, per rassegnazione.
Essa supera sempre il bisogno di verità.
MALICIDIO
Malicidio (malicidium, in latino) è un termine introdotto da Bernardo di Chiaravalle per indicare l’omicidio di un non cristiano in guerra, quando non vi sia altro mezzo per impedire il male che commette.
Bernardo, riprendendo il concetto di «guerra giusta» introdotto da Agostino d’Ippona, teorizza che l’uccisione di un infedele, di un eretico o di un pagano – giudicati come “nemici della fede” – non deve essere considerata come un omicidio (vietato dal V Comandamento), ma come un «malicidio», ovvero come l’estirpazione di un male.
Il pagano da sopprimere doveva essere eliminato in quanto portatore di un Male assoluto e irredimibile, ma restava degno di amore per la sua umanità.
Uccidere un infedele diventava dunque, nella concezione di Bernardo, un servizio meritevole reso alla causa divina.
Citando lo stesso Bernardo:
«Il Cavaliere di Cristo uccide in piena coscienza e muore tranquillo: morendo si salva, uccidendo lavora per il Cristo».
E ancora: «Egli» [il soldato di Cristo, ndr] «è strumento di Dio per la punizione dei malfattori e per la difesa dei giusti. Invero, quando egli uccide un malfattore, non commette omicidi, ma malicidio, e può essere considerato il carnefice autorizzato di Cristo contro i malvagi».
Tuttavia, secondo Bernardo, non è lecito uccidere il male nell’infedele (e l’infedele stesso) se prima non si è «ucciso» il male in sé stessi.
In questo modo, la crociata diviene, nella concezione cattolica medievale, un momento ascetico e penitenziale del guerriero stesso.
Bernardo si dichiara in ogni caso contrario alla coercizione per forzare la conversione degli infedeli, e giustifica la violenza come mezzo di difesa della fede, dichiarando che «Non si dovrebbero uccidere neppure i pagani qualora ci fosse una maniera diversa per impedir loro di opprimere i fedeli.».
Questa teoria fu elaborata da Bernardo in base ad una specifica questione postagli dai Cavalieri Templari per dare una qualche risposta alla difficoltà per un cristiano di conciliare la guerra non difensiva con la parola di Dio.
Bernardo riprende e sviluppa in diverse altre occasioni gli argomenti alla base della nozione di malicidio.
Nel 1146, nella lettera 363 il santo esorta il clero ed i fedeli della Francia orientale a prendere le armi per difendere la Chiesa d’Oriente contro il pericolo degli infedeli, ed afferma che «La morte inflitta o ricevuta nel nome di Cristo da un canto non ha nulla di criminale, dall’altro merita una gran gloria».
Tale teoria poteva trovare una base nell’interpretazione di diversi scritti dell’Antico Testamento ed in alcune lettere paoline del Nuovo Testamento.
Nel Deuteronomio, Dio comunica a Mosè i Dieci Comandamenti. Fra essi, il quinto (Deut. 5, 17) comanda «Tu non ucciderai». Nello stesso testo, (Deut. 7, 1-2) tale comando appare tuttavia inteso come limitato al popolo eletto, quando Dio ordina di sterminare tutte le popolazioni straniere che occupano la terra promessa.
La lettura dell’Antico Testamento mostra in diverse altre occasioni la rilevanza degli aspetti militari dell’alleanza tra Jahvé e gli Ebrei. In diversi libri dell’Antico Testamento (Deuteronomio, Numeri, Giosuè, Geremia) compare anche il concetto di herem, di «sterminio” del nemico, ovvero di votare a Dio tutte le prede di guerra».
Un ruolo importante nella teologia cristiana ricopre sant’Agostino nella giustificazione dell’uccisione degli infedeli, ossia della guerra santa. A questo proposito, scrive lo studioso francese Minois: «Per Agostino l’uso della violenza per il bene altrui si giustifica con l’attitudine naturale del padre che castiga il figlio per educarlo.»
da Wikipedia
DURE VERITA’
Connessione ravvicinata non significa lealtà: alcune persone sono leali solo al loro bisogno di te.
Se tu devi ridimensionare il tuo valore o nascondere la tua intelligenza, in una stanza, esci subito da lì.
La solitudine distruggerà i tuoi standards, se tu non stai bene con te stesso.
La fiducia sta anni per costruirsi, secondi per distruggersi, una vita per ripristinarsi.
Trattala come fosse oro.
Le persone che ti dicono ciò che tu vuoi ascoltare sono pericolose; quelle che ti dicono ciò che tu hai bisogno di sentire sono la tua giusta cerchia.
Perdonare qualcuno non significa invitarlo di nuovo a casa tua. Tu puoi guarire a distanza.
@DailyReminder1
AMA TE STESSO
Prenditi cura sempre di te stesso
con la stessa gentilezza e pazienza
che tu liberamente dedichi agli altri.
Riposa quando ne avverti il bisogno.
Proteggi la tua pace senza sentirti
in colpa per questo. Il modo in cui
ami te stesso definisce il tono di
amore che tu diffondi nella tua vita.
Quando tu ti tratti con attenzione,
tu mostri agli altri che il tuo cuore
è qualcosa di valore che deve essere
apprezzato, non preso per scontato.
@DailyReminder1
FELICITA’ INTANTO
Vedi, la vita è troppo corta
per aspettare che tutto sia
al posto giusto, prima che
tu ti permetta di goderne.
La vita avrà sempre qualche
casino, qualche imperfezione,
e qualche giorno più duro.
Allora, non continuare a
trascurare la tua felicità.
Fatti sorridere nel bel mezzo
delle tue disavventure.
Talvolta, la gioia non si trova
dopo la tempesta, ma proprio
mentre la stai attraversando.
@dailyreminderr1
IL POTERE DI DECIDERE
Ogni mattina, stringi tra le mani l’unico potere
che ti è dato di gestire: quello di scegliere.
Puoi consumare le tue giornate a covare
un sordo rancore o decidere di voltare pagina.
Puoi scegliere se farti soffocare dal rimpianto,
o respirare l’aria libera di un nuovo inizio.
Tra il peso di un passato che non puoi cambiare
e la bellezza di un presente ancora da scrivere,
ricordati che il tempo non torna mai indietro.
Non sprecarlo a guardare le ombre: accendi
la tua luce, prenditi il tuo spazio e concediti,
finalmente, a cuor leggero, il lusso di essere felice.
@healingsoulmusic-it
Le persone tendono a ottenere
risultati coerenti con l’immagine
mentale che hanno di sé. Bob Proctor.
Il modo in cui una persona si percepisce,
può influenzare profondamente le sue scelte,
i suoi comportamenti e le sue aspettative.
Se ci si vede come incapaci, o destinati
al fallimento, sarà più difficile cogliere
tutte le opportunità e agire con fiducia.
Al contrario, un’immagine di sé più positiva
può favorire decisioni più coraggiose
e una maggiore perseveranza di fronte
alle difficoltà. Bob Proctor sottolinea che,
spesso, i limiti più forti non sono esterni, ma
nascono dalle convinzioni che abbiamo su chi
siamo e su ciò che riteniamo possibile per noi.
Modificare gradualmente questa immagine
mentale può contribuire a cambiare anche
i risultati che otteniamo nella vita. L’immagine
che hai di te stesso ti sta aiutando a crescere
o sta limitando ciò che potresti diventare?
CREDERE O DUBITARE
La credulità pura è propria degli ignoranti.
L’incredulità ostinata è propria dei mezzi dotti.
Il dubbio metodico è proprio dei saggi.
J.F. Marmontel
Trascritto da YOUTUBE
Roberto Benigni e Vittorio Feltri
Ascolta bene quello che sto per dirti, perché quello che è accaduto sotto i riflettori di quello studio televisivo non è stato un semplice dibattito, ma l’esecuzione pubblica di un’intera epoca culturale.
Questo video ti lascerà senza parole perché stiamo per scoperchiare il vaso di Pandora di uno scontro che ha ridisegnato i confini del potere in Italia.
Da una parte l’uomo che per decenni ha incantato le platee con la poesia e i saltelli, dall’altra il chirurgo della parola che ha deciso, in diretta nazionale, di affondare il bisturi dove fa più male nel portafoglio e nella credibilità di un’intera classe intellettuale.
Non è solo politica, è una guerra civile combattuta a colpi di share e di verità brutali che nessuno aveva mai avuto il coraggio di urlare in faccia all’ intoccabile Roberto Benigni.
Quello che rivelerò nella seconda parte del racconto cambierà per sempre il tuo modo di guardare la televisione e la gestione dei soldi pubblici in questo paese.
Le telecamere ronzano come insetti impazziti mentre l’aria nello studio si fa elettrica, quasi irrespirabile.
Roberto Benigni entra in scena non come un ospite, ma come un sovrano assoluto della morale, un profeta che agita le mani nell’aria cercando di acchiappare i resti di un’Italia che, secondo lui, sta morendo di freddo e di oscurità.
Ma seduto a pochi metri da lui, avvolto in un cappotto di cashmere che sembra una corazza d’acciaio, c’è Vittorio Feltri.
Lo sguardo di Feltri è quello di un predatore che ha già visto la fine della preda prima ancora che questa inizia a correre.
Benigni parte all’attacco con la sua solita mimica travolgente, citando Dante, citando i partigiani, citando la bellezza come se fosse l’unica moneta di scambio possibile.
Ma la sua voce, di solito squillante, tradisce un tremolio, una paura atavica di chi sente che il terreno sotto i piedi non è più solido come un tempo.
Il clima è quello di una resa dei conti definitiva. Il bersaglio è chiaro: Giorgia Meloni.
Benigni la descrive come l’inverno che spegne il sole del futuro, come colei che alza muri contro l’amore e la speranza.
È la retorica classica della sinistra intellettuale, quella che trasforma ogni decreto legge in un attentato all’umanità.
Ma mentre Benigni declama la costituzione più bella del mondo con gli occhi lucidi, Feltri non si muove, non batte ciglio, si sistema il nodo della cravatta con una lentezza che sa di disprezzo assoluto.
In quel momento il pubblico a casa percepisce che sta per accadere qualcosa di mai visto.
La tensione sale quando Benigni evoca il sangue dei partigiani per condannare il presente, ignorando che la realtà fuori da quegli studi è fatta di bollette che arrivano a fine mese e di periferie dove la poesia non si mangia.
È qui che lo scontro smette di essere un dialogo e diventa una mattanza dialettica senza precedenti.
Benigni continua a saltellare davanti alle telecamere invocando bella ciao come se fosse un esorcismo contro il governo attuale.
Parla di un’Italia che ha paura dell’altro, di un’oscurità che avanza su Palazzo Chigi, ma la sua è una recita che puzza di naftalina, è l’urlo disperato di chi ha vissuto per 40 anni in una bolla dorata, protetto dai contratti milionari della RAI e dagli applausi di un sistema culturale che non ammette repliche.
La sua esuberanza fisica, che un tempo era segno di vitalità, ora appare come una fragilità esposta.
Ogni sua parola sulla povertà e sulla sofferenza degli ultimi sembra infrangersi contro la barriera del buon senso che Feltri sta per scagliare con la violenza di un uragano.
La miccia è accesa e lo scoppio sta per demolire non solo il comico toscano, ma l’intero castello di carte della retorica progressista.
Improvvisamente il ritmo cambia.
Vittorio Feltri prende la parola e la sua voce è un rasoio che taglia la seta.
Non c’è enfasi, non ci sono sussulti, solo una freddezza glaciale che gela il sangue nello studio.
Definisce l’intervento di Benigni un’esibizione circense, una recita parrocchiale che non incanta più nessuno.
Ed è qui che arriva il primo colpo da capo, il richiamo alla realtà.
Mentre Benigni parla di stelle e fiori, Feltri sbatte in faccia alla nazione il prezzo della benzina e del gas.
Dice chiaramente che gli italiani non piangono guardando il tramonto o recitando la Divina Commedia, ma piangono quando devono far quadrare i conti.
È la demolizione sistematica del “poetese” a favore del pragmatismo più crudo.
La maschera di Benigni inizia a incrinarsi: il sorriso eterno del premio Oscar si spegne lentamente sotto il peso di una verità che non sa gestire.
Ma la vera rivelazione, lo scoop che fa tremare le fondamenta di questo racconto, emerge quando Feltri tocca il nervo scoperto del portafoglio.
Per anni ci hanno raccontato di un Benigni poverello di Assisi, ma la realtà che emerge in questo scontro è quella di un milionario che percepisce compensi da capogiro pagati con i soldi pubblici per spiegare ai poveri quanto sia bella la povertà spirituale.
Parla di cifre astronomiche, un milione di euro per leggere due canti di Dante davanti a una platea di privilegiati.
È questo il punto di non ritorno.
Feltri accusa Benigni di essere l’emblema della sinistra “culturale”, di chi predica il pauperismo dagli attici di lusso e dalle ville circondate da libri e statuette dorate.
È un terremoto mediatico che distrugge l’immagine del poeta del popolo, rivelando la figura di un imprenditore della cultura di stato che vive di rendita sulla retorica del passato.
L’analisi si fa ancora più profonda quando entriamo nel merito della gestione del potere.
Giorgia Meloni non viene difesa da Feltri come una divinità, ma come una donna che, nata 30 anni dopo la fine della guerra, cerca di governare un paese reale, lontano dai salotti letterari e dalle bugie poetiche.
La contrapposizione è totale.
Da una parte l’Italia che lavora, che paga le tasse, che sta nelle periferie degradate a gestire un’immigrazione incontrollata, incoraggiata proprio da chi vive nelle ville blindate.
Dall’altra l’Italia dei monologhi in Rai, dei premi Oscar che citano Ventotene senza sapere cosa sia la fame.
Lo scontro si sposta sul piano della dignità internazionale.
Feltri rivendica un’Italia che a Bruxelles e Washington parla da pari a pari, senza il piattino in mano a mendicare flessibilità per pagare i monologhi dei soliti noti.
Il silenzio di Benigni in questo passaggio è assordante.
Le sue mani, che prima danzavano nell’aria, ora tremano leggermente.
Prova a rifugiarsi in un’ultima citazione leopardiana, cercando di evocare l’infinito come scudo protettivo, ma Feltri lo incalza senza pietà: gli dice che il suo naufragio è dolcissimo (… “e naufragar m’è dolce in questo mare”) perché ha il salvagente d’oro Zecchino, perché è un naufrago con il conto in banca in Svizzera e il futuro assicurato.
È la fine del mito dell’intellettuale impegnato.
La nazione vede chiaramente chi ha la forza di sporcarsi le mani con il fango della realtà e chi ha solo la rabbia impotente di chi ha scoperto di essere diventato un reperto archeologico.
La retorica del cuore viene schiacciata dal rullo compressore della logica di chissà come gira il mondo fuori dagli studi televisivi.
Eppure la battaglia non finisce qui.
Entriamo nel campo della credibilità personale dove Feltri affonda l’ultimo fendente.
Accusa Benigni di aver trasformato la politica in una recita domenicale per rassicurare la propria fazione e sentirsi un uomo migliore mentre guarda gli altri dall’alto in basso: è l’accusa di narcisismo ipertrofico di chi ha smarrito il contatto col suolo e continua a recitare un copione che non interessa più a nessuno se non a quei pochi intellettuali che mangiano caviale sognando la rivoluzione col condizionatore acceso.
La gente vera è stufa dei saltelli, è stufa della gioia obbligata, vuole risposte che Benigni non può dare perché non conosce nemmeno le domande della strada.
Meloni decide, Benigni saltella.
Questa è la sintesi brutale che chiude il secondo round di una mattanza dialettica che ha lasciato lo studio in stato di shock.
Il timer della trasmissione lampeggia.
Gli ultimi 10 minuti sono un calvario per il comico toscano.
Benigni appare visibilmente prostrato, non solo fisicamente, ma spiritualmente.
La sua solita maschera è caduta, lasciando intravedere il volto di un uomo che sente per la prima volta nella sua lunghissima carriera che la sua poesia non basta più a incantare il serpente della realtà.
Feltri lo guarda con una stanchezza glaciale, la noia di chi deve spiegare l’ovvio a chi vive di allucinazioni dorate.
La verità è che il consenso della Meloni umilia Benigni con la sua sola esistenza, perché lei è sostanza e lui è diventato polvere di stelle scaduta.
La festa della retorica è ufficialmente chiusa per fallimento e il bancomat della cultura di parte ha smesso di erogare fondi per chiedere scusa di esistere.
Le luci dello studio virano verso un rosso cupo, quasi a voler sottolineare la fine di un’era.
Il pubblico è immobile, paralizzato da una sensazione di vuoto.
Hanno assistito alla demolizione di un simbolo fatto a pezzi da un uomo che non ha usato metafore, ma solo pietre pesanti come macigni della realtà.
Mentre il conduttore cerca disperatamente di riprendere le fila di un disastro comunicativo di proporzioni epiche, Feltri si sistema il cappotto con un gesto che sa di addio definitivo a un teatro di ombre.
Non c’è più musica, non ci sono più stelle, c’è solo il rumore della verità che purifica l’aria viziata di decenni di bugie poetiche.
Giorgia Meloni è altrove impegnata a lottare tra le carte di Palazzo Chigi, lontana dai riflettori che hanno appena bruciato l’ultimo scampolo di credibilità di chi credeva di essere eterno.
Questo scontro ha segnato un solco profondo nel tessuto sociale italiano.
Non si è trattato solo di una discussione tra un giornalista e un attore, ma della collisione tra due galassie diverse, quella dei fatti e quella delle apparenze.
Benigni è rimasto solo sul palco, come un burattino a cui sono stati tagliati i fili all’improvviso.
Una marionetta rimasta immobile dopo che il pubblico ha smesso di ridere e ha capito il trucco dietro il sipario.
Feltri se n’è andato senza voltarsi, fiero di aver portato un raggio di gelida verità nel teatro dell’inganno.
La nazione ha visto chiaramente chi ha la forza di guidarla attraverso il fango e chi ha solo la rabbia di chi ha scoperto di essere diventato un’ombra del passato.
La finzione è finita, il sipario è calato e per Benigni non ci sono stati applausi, ma solo l’eco terribile di una verità che non ha saputo gestire.
Il regno dell’apparenza è crollato sotto il peso della sua stessa inconsistenza, lasciando l’Italia finalmente libera di guardare in faccia il proprio destino.
U N C O N S I G L I O
A parità di competenze, chi saluta con cortesia, chi è umile e colto avrà sempre più opportunità degli altri.
Non basta essere bravi, la tecnica da sola non basta.
Tra due persone ugualmente capaci, vince chi ha l’atteggiamento migliore.
La vera abilità non si perfeziona con la tecnica, si perfeziona con il carattere.
Le persone non scelgono solo chi sa di più, ma chi le fa sentire bene.