Numero2649.

 

RISERVATO A COLORO CHE HANNO STUDIATO IL LATINO

Piccolo ripasso e approfondimento sulla pronuncia delle lettere e delle parole in latino.

Io stesso riscopro e apprendo ora alcune cose che riguardano le mie conoscenze del latino del Liceo Classico.

 

da QUORA

 

Nella pronuncia ecclesiastica del latino, la parola “amicae” viene letta come “amice” o “amiche”?

Amice: la pronuncia “amike” è dovuta a evoluzione. Ossia il Latino dell’epoca di Cicerone o Cesare pronunciava in modo molto diverso dalla pronuncia che vi viene insegnata a scuola che è la pronuncia del latino ecclesiastico. Ma in realtà è la pronuncia del Latino di epoca tarda: essa comincia a cambiare alla fine del II secolo, cioè più o meno all’ epoca della dinastia dei Severi e diventa la pronuncia predominante a partire dal III secolo. Così la C si pronunciava davanti a vocale K; si diceva cioè Kikero e non Cicero; e il dittongo ae si pronunciava ae e non e: Kaesar e non Cesar, se non addirittura ai che era la pronuncia di questo dittongo agli inizi del primo secolo a. Cr. , come prova ad esempio la iscrizione della edicola di Giuturna nel Foro Romano: Iuturnai Sacrum ( e non Iuturnae). E il famoso TI si pronunciava ti e non z . Lo stesso in Greco: la pronuncia moderna non è assolutamente quella degli Antichi: un esempio facile e’ Athenai che in greco moderno si pronuncia Athine o, addirittura, Athina.

Hanno senso soltanto due pronunce. Quella Ecclesiastica, perché è la pronuncia di una lingua viva, lingua ufficiale di uno stato (Vaticano) e quella classica ricostruita o restituta. Però io odio il fatto che sia usata a scuola, perché, puntualmente poi, quando arrivi all’università e devi studiare la storia della lingua e la filologia, e confrontarti con altri studiosi seri di latino, quella pronuncia non ha senso. L’unica che ha senso, è la pronuntiatio restituta, ovvero la forma ricostruita della pronuncia classica. Ti faccio un esempio: La pronuntiatio ecclesiastica rende la frase di Brenno, VAE VICTIS (GUAI AI VINTI), come “vé victis”. Ora prova ad immaginare come possa mai aver fatto VAE a trasformarsi nell’italiano “guai” (ma anche in “ahi!” e nel napoletano “ué!”). Prendi invece la pronuntiatio restituta di VAE che è “uae”, con la u semiconsonantica come nell’italiano “uomo”, l’accento sulla a e la e finale breve e chiusa, quasi indistinguibile da una i (la trascrizione in caratteri fonetici IPA sarebbe /’waj/ oppure /’wae̯/). Adesso è chiaro come si tratti della stessa parola che si è “evoluta”? Chiaro, no? VAE > guai. Se rifletti sul fatto che il cane “guaisce” e che il significato originale di “guaio”, anche come usato da Dante (“che men loco cinghia e tanto più dolor, che punge a guaio”), vuol dire lamento, suono di pianto, tutto torna, giusto? Aggiungo che la parola in questione, VAE, è strettamente imparentata con l’inglese (germanico) “woe” e che entrambe le parole derivano da una radice indeuropea ricostruita *wai.
Ci sono migliaia di altri esempi che dimostrano chiaramente che la restituta è la pronuncia che più si avvicina a quella che doveva essere del latino classico. Chi lo nega (di solito preti) è in malafede. Ti faccio solo un altro esempio tratto proprio dalla nomenclatura di chiesa. L’italiano “parrocchia” viene dal latino PAROECIA. La pronuncia ecclesiatica che insegnano a scuola in Italia sarebbe “parécia”, quella restituta “paròechia” o “paròichia”. Cosa ci dice la logica? Ti lascio con un ultima domanda. Perché il soprannome di Mussolini era “duce” ma diciamo “i duchi” se entrambe le parole derivano dal latino DUX?
Se vuoi, in un post ulteriore, ti spiego bene come è la pronuntiatio restituta o pronuncia scientifica e ti faccio altri esempi a dimostrazione di ogni regola.

Ci sono moltissimi indizi per la ricostruzione di tutti i suoni del latino. Sono particolarmente importanti i prestiti latini in altre lingue, parole latine scritte in altri alfabeti (soprattutto in greco), i testi dei grammatici latini, le iscrizioni e graffiti con i loro “sbagli”, la metrica e anche le lingue romanze.

Vediamo:

  • ⟨C⟩ latina = /k/: ad esempio, in tedesco ci sono i prestiti Kiste, Keller, Kaiser ‘cassa, cantina, imperatore’ < CISTA, CELLA, CAESAR, in basco si ha, fra l’altro, gela, bake e kipula < CELLA, PACE, CEPULLA. Inoltre c’è, ovviamente, il sardo logudorese che ha conservato la pronuncia velare, e un’ipotetica velarizzazione spontanea (cioè, che il sardo chena deriverebbe da un antico /ʧena/ o /ʦena/) è pressoché impossibile da un punto di vista fonetico, mentre la palatalizzazione si è verificata pure altrove (cf., ad esempio, le parole tedesche Kinn e Kiste con chin e chest in inglese o anche le palatalizzazioni secondarie in rumeno o ladino: QUID > *ki > ci /ʧi/ ‘che cosa’ in ladino, ma che in italiano).
  • ⟨V⟩ latina = /u w/: il suono /v/ (di vino) non faceva parte dell’inventario fonematico latino, cioè ⟨V⟩ poteva stare per /u/ o per /w/ (di uomo), ad esempio in VENVS che si pronunciava U̯enus. Il primo indizio ci dà la grafia: è molto probabile che i Romani avrebbero usato due grafemi diversi per scrivere suoni talmente diversi come /u/ e /v/. Siccome però /w/ è soltanto la “variante semiconsonantica” di /u/ è plausibile usare lo stesso grafema, tanto più che hanno fatto così anche con la I che, a sua volta, poteva essere sia vocale sia approssimante (IVLIVS). (Il latino classico non aveva i grafemi ⟨U J⟩). Un indizio più diretto (anche se non l’ho mai visto citato altrove) si ha nelle forme del passato remoto: la desinenza -ò della terza singolare presuppone un più antico -au, desinenza che è anche conservata in siciliano. Cioè, se CANTĀVIT fosse pronunciato */kantaːvit/, il risultato italiano sarebbe *cantave. Siccome però la pronuncia era */kantaːwit/, la grafia CANTĀVIT > *cantau̯t > cantau̯ > cantò non pone problemi.
  • ⟨L⟩ latina = [l ~ ɫ]: in questo caso erano i grammatici a informarci che il fonema /l/ aveva gli allofoni [l] (in contesto palatale) e [ɫ] (di hall inglese, fala portoghese, in contesto velare). Infatti, chiamavano la prima “exilis” e la seconda “pinguis”. Inoltre, ci sono anche altri indizi per tale pronuncia, ad esempio la coppia volō ‘voglio’ e velim (congiuntivo di volō): ci si aspetterebbe *velō invece di volō. Tuttavia, la vocale velare -ō ha portato alla pronuncia velare [-ɫ-] che ha poi innescato la velarizzazione della *e radicale.
  • ⟨R⟩ latina = /r/: la /r/ latina era certamente velare (cioè, non “moscia”), perché altrimenti la /s/ non avrebbe subito il rotacismo (/s/ > /r/: plūs, ma plūr-ālis): è un fenomeno che interessa soltanto consonanti frontali, appunto perché anche l’esito, la /r/ è un suono frontale. Un ipotetico passaggio /s/ > [ʁ ʀ] è quasi impensabile.
  • ⟨H⟩ latina = [h] ~ ∅: che, un tempo, la ⟨H⟩ latina corrispondesse proprio al suono [h], può essere desunto sia dalla metrica in alcune poesie sia partendo dalla ricostruzione del proto-indoeuropeo o con il confronto con altre lingue indoeuropee antiche. Tuttavia, sappiamo anche molto bene che già in età classica non era più pronunciata. A questo riguardo, sono una fonte molto importante i graffiti pompeiani che presentano sia parole con ⟨H⟩ omesse, ad es. ortu per hortum ‘giardino (orto)’: […] sic te amet que custodit ortu Venus (CIL IV 2776) ‘così ti ami Venere che custodisce il giardino’, sia ipercorrezioni con ⟨H⟩ anetimologica “restituita”, ad es. have per ave: Cresces, have, anima / dulcis et suavis, (CIL IV 1131).
  • ⟨M⟩ latina = [m] ~ ∅: il graffito succitato con ortu per hortum attesta, del resto, anche il dileguo di -m finale. Un altro indizio ne è l’assenza totale di tracce nella Romània (con eccezione dei monosillabici CUM, SUM > con, son(o)).
  • La quantità delle vocali è attestata perfettamente dalla metrica, ma anche dalle lingue romanze. La quantità latina si rispecchia nelle qualità italiane: DĬCTŬ > detto, ma FĪLU > filo; CĒNA > céna, ma PĔRDŌ > pèrdo ecc.

N.d.R.: Ripasso di fonetica con due definizioni.

VELARE: velare In fonetica, articolazione (consonante, vocale, fonema ecc.) in cui il dorso della lingua tocca o fronteggia a distanza variabile il velo palatino. In italiano sono velari le consonanti k, ġ,  (cioè n davanti a un’altra velare, per es., granchio ‹ġràṅkio›) e anche le vocali (dette anche labiovelari) ò, ó, u.

PALATALE: In linguistica si dice di suono articolato in un punto del palato duro. Si hanno vocali palatali, dette anche anteriori ‹ä, è, é, i› e consonanti palatali., la cui articolazione richiede, secondo i casi, un accostamento o un momentaneo contatto tra il dorso della lingua e un punto del palato.
In fonetica articolatoria, una consonante palatale è una consonante, classificata secondo il proprio luogo di articolazione. Essa viene articolata accostando il dorso della lingua al palato, in modo che l’aria, costretta dall’ostacolo, produca un rumore nella sua fuoriuscita.

Numero2646.

 

da  QUORA

 

S T U D I A R E

 

«Ricordo ancora la domanda che fece il professore di filosofia il primo giorno di liceo: ‘A che serve studiare? Chi sa rispondere?”.

Qualcuno osò rispostine educate: “a crescer bene”, “a diventare brave persone”. Niente, scuoteva la testa. Finché disse: “Ad evadere dal carcere”.

Ci guardammo stupiti. “L’ignoranza è un carcere. Perché là dentro non capisci e non sai che fare.

In questi cinque anni dobbiamo organizzare la più grande evasione del secolo. Non sarà facile, vi vogliono stupidi, ma se scavalcate il muro dell’ignoranza poi capirete senza dover chiedere aiuto. E sarà difficile ingannarvi. Chi ci sta?”.

Mi è tornato in mente quell’episodio indelebile leggendo che solo un ragazzo su venti capisce un testo. E penso agli altri diciannove, che faticano ad evadere e rischiano l’ergastolo dell’ignoranza.

Uno Stato democratico deve salvarli perché è giusto. E perché il rischio poi è immenso: le menti deboli chiedono l’uomo forte».

Numero2645.

 

da  QUORA

 

 

Principalmente le persone “normali” hanno due strutture di pensiero, il “passo dopo passo” e il pensiero integrato in cui si includono diversi passi in uno solo.

Le persone “con un QI altissimo” hanno la capacità di creare inconsciamente connessioni utilizzando una rete di informazioni interconnesse, immagazzinate in diversi strati di profondità il che dà loro l’enorme vantaggio di vedere le cose da prospettive ancora più ampie e di fare più associazioni in un lasso di tempo più breve.

Numero2644.

 

da  QUORA

 

U N   I N S E G N A M E N T O   P E R    L A   V I T A

 

Un topo fu posto in cima a un barattolo pieno di cereali. Era così felice di trovare tanto cibo intorno a sé che non sentì più il bisogno di correre in giro alla ricerca di cibo.

Ora poteva vivere felicemente la sua vita.

Dopo alcuni giorni in cui si era goduto i cereali, raggiunse il fondo del barattolo.

Improvvisamente, si rese conto di essere in trappola e di non poterne uscire. Ora doveva dipendere completamente da qualcuno che mettesse i grani di cereali nel barattolo per sopravvivere.

Ora non aveva altra scelta che mangiare ciò che gli avrebbero dato.

Alcune lezioni da imparare da questa vicenda:

1) I piaceri a breve termine possono portare a trappole a lungo termine.

2) Se le cose sono facili e ci si sente a proprio agio, si rimane intrappolati nella dipendenza.

3) Quando non utilizzate le vostre capacità, perdete molto più delle vostre capacità. Perderete le vostre SCELTE e la vostra LIBERTÀ.

4) La libertà non è facile da ottenere, ma può essere persa rapidamente. NULLA arriva facilmente nella vita e se arriva facilmente, forse non ne vale la pena.

Non maledite le vostre lotte. Sono le vostre benedizioni sotto mentite spoglie.

Numero2643.

 

G E S Ù   C R I S T O

Un anarchico sui generis

 

 

E’ scritto chiaramente nei Vangeli, ma per qualche ragione molti lo ignorano.

Quello che interessava sottolineare, molto di più, ai fini fideistici era un altro aspetto del profilo di questo personaggio storico, cioè tutto quello che riguardava gli episodi miracolosi e gli aspetti etici del suo messaggio. Ma questa fu la vera matrice storica della morte di Yeshua ben Youssef (Giosuè figlio di Giuseppe): questo è il nome ebraico di Gesù Cristo.

Domenica Gesù entra trionfalmente a Gerusalemme (domenica delle Palme). Lo precede una ottima fama di guaritore, quella cioè di aver compiuto dei miracoli, e anche uno straordinario carisma di diffusore di prediche ispirate. Insomma tutto bene. Eppure venerdì, dopo soli 5 giorni, è crocefisso dai Romani. Perché?

Che è successo in quei 5 giorni? Lunedì o martedì (le fonti divergono), Gesù compie un atto scandaloso, sovversivo e dal significato, sia religioso che politico, di impatto devastante. Un episodio centrale nella sua vita e in quella dell’intera città di Gerusalemme: la cacciata dei mercanti dal Tempio con frustate, ribaltamento di banchi e parole di fuoco. Le sue escandescenze non sono ironiche e istruttive, ma quasi da “fuori di testa”: un’ira funesta. Gesù ha perdonato tutti nella sua vita, ma i mercanti no.

Non si è limitato a predicare, a guarire, a diffondere le sue parabole tra il popolo, come magari si aspettavano in tanti. Macché, ha preso la frusta e ha iniziato a dare botte a destra e a manca nel Tempio.

I Romani subito alzano le orecchie: altro che innocuo predicatore, quello era un ribelle sovversivo che minava l’ordine costituito e il centro commerciale ed economico della intera regione. E pure con un certo ascendente sul popolo. Ma, ancor più che i Romani, sono allarmati i potentati politici Ebrei ed, in primis, le autorità religiose, fedeli e gelosi custodi di consuetudini e “status quo” riguardo a certi, inveterati interessi commerciali, i cui proventi mantenevano da sempre, nella sua agiatezza, la classe sacerdotale.

Bisognava intervenire. Gesù, che non è uno stupido, capisce che le cose si mettono male e giovedì sera c’è l’Ultima Cena. Quella stessa notte viene arrestato nell’isolato orto del Gethsemani (significa Frantoio), lui che frequentava per cautela sempre posti affollati. Prima lo processano sommariamente i Sacerdoti del Gran Sinedrio. Poi lo consegnano ai Romani che, come padroni della Regione, amministrano la giustizia. Dopo un altro processo farsa, questi lo condannano a morte (sono conquistatori, non vanno tanto per il sottile), con la pena che infliggono ai ribelli contro lo stato: la crocefissione. Lo portano venerdì mattina da Ponzio Pilato, che conferma tutto e se ne lava le mani. La condanna viene comminata a mezzogiorno. La morte arriva nel pomeriggio..

Una pena di morte molto umiliante e dolorosa, che doveva fungere da monito per tutti: se fate i ribelli, questa sarà la vostra fine.

Il resto, come si suol dire, è storia. O, fede.

Numero2642.

 

Da  QUORA

 

U O M I N I   E   D O N N E      (scrive una donna)

 

Gli uomini e le donne non sono uguali.

Meritano di avere gli stessi diritti? Certamente.

Devono essere trattati rispettosamente? Senza alcun dubbio.

Sono ugualmente capaci? Assolutamente.

Devono essere garantite loro le stesse opportunità nella vita? Ovvio.

Ma sono uguali? No, non direi.

Uomini e donne sono diversi.

Mi irrita tantissimo vedere come alcune donne combattano costantemente per assomigliare agli uomini piuttosto che per accettare loro stesse. Non c’è qualcuno migliore di qualcun altro, ma non si può nemmeno dire che siano uguali.

Uomini e donne dovrebbero lavorare insieme come una squadra, e noi dovremmo riconoscere i nostri punti di forza e utilizzarli al meglio. Non tutti i membri di un gruppo si occupano della stessa cosa, ma ciò non significa che ci siano individui più o meno importanti.

È questo il modo in cui vedo gli uomini e le donne.

Certo, ci sono delle eccezioni, come ad esempio il fatto che, personalmente, non riesca ad identificare dei tratti tipicamente maschili o femminili, ma è irrilevante.

Il femminismo dovrebbe diffondere il messaggio che noi donne dobbiamo essere sicure di noi stesse in ciò che facciamo perché possiamo e vogliamo farlo. Eppure, sembra che stiamo cercando di trasformarci in uomini.

Lasciate che le donne cucinino, che facciano le avvocate, le dottoresse, che facciano sport o che stiano a casa a mangiare e basta. A chi importa?

ll punto è che una donna che decide di dedicarsi esclusivamente ai propri figli non è né debole né arretrata, anzi, è fondamentale per la società tanto quanto una che lavora a tempo pieno.

Facciamo cadere lo stereotipo della “vera” donna e permettiamo a chiunque lo voglia di accettare la propria femminilità.

Numero2641.

 

Da  QUORA

 

  • Il cervello è una macchina. La macchina più perfetta che si possa trovare. Funziona grazie agli impulsi elettrici.
  • Il cervello è plastico. Ciò significa che è in grado di cambiare in base alle esigenze e al modo in cui viene utilizzato.
  • Più lo si usa, più cresce.
  • La personalità è regolata dal cervello e cambia con l’età.
  • Gran parte del cervello è costituita dai cosiddetti neuroni specchio. Ciò significa che si può imparare una nuova abilità semplicemente guardando qualcun altro che la fa.
  • La parte che collega i due emisferi del cervello si chiama corpo calloso e crea nuove connessioni ogni volta che si impara qualcosa di nuovo.
  • È possibile resettare il cervello semplicemente non facendo nulla per 24 ore.
  • Ciò che differenzia il cervello umano da quello animale è lo sviluppo della corteccia prefrontale. Questa è la sede della nostra capacità di pianificare, ricordare, comunicare, creare e pensare in modo logico.
  • Il nostro cervello emette onde elettromagnetiche in hz.

Numero2640.

 

I L   S E G R E T O   D E L L A   V I T A.

 

 

Un padre diceva ai suoi figli da piccoli: —Quando avrete tutti 12 anni vi dirò il segreto della vita. Un giorno, quando il più grande compì 12 anni, chiese ansioso a suo padre quale fosse il segreto della vita. Il padre rispose che glielo avrebbe detto, ma che non doveva rivelarlo ai suoi fratelli.

Il segreto della vita è questo: la mucca non dà latte. “Che dici?” chiese il ragazzo incredulo. — “Ascolta bene, figliolo: la vacca non dà il latte, devi mungerla tu. Devi alzarti alle 4 del mattino, andare al campo, attraversare il recinto pieno di letame, legare la coda, zoppicare le zampe della mucca, sederti sullo sgabello, posizionare il secchio e fare il lavoro da solo”.

Questo è il segreto della vita: la mucca non dà latte. La mungete o non avrete latte. C’è questa generazione che pensa che le mucche DANNO il latte. Che le cose sono automatiche e gratuite: la loro mentalità è che “se voglio, chiedo….. ottengo”.

“Sono stati abituati a ottenere ciò che vogliono nel modo più semplice… Ma no, la vita non è una questione di desiderare, chiedere e ottenere. Le cose che si ricevono e ottengono sono lo sforzo di ciò che si fa. La felicità è il risultato dello sforzo . La mancanza di impegno crea frustrazione.”

Quindi, condividi con i tuoi figli fin dalla tenera età il segreto della vita, in modo che non crescano con la mentalità che il governo, i loro genitori o le loro facce carine daranno loro tutto ciò di cui hanno bisogno nella vita.

Numero2639.

 

 

A I = I A    ovvero    I N T E L L I G E N Z A   A R T I F I C I A L E

 

 

Quali sono i campi in cui l’Intelligenza Artificiale ha già fatto la differenza?

 

  • Assistente virtuale o Chatbot
  • Agricoltura e allevamento
  • Volo autonomo
  • Commercio al dettaglio, shopping e moda
  • Sicurezza e sorveglianza
  • Analisi e attività sportive
  • Produzione e protezione
  • Stock in tempo reale e gestione dell’inventario
  • Auto a guida autonoma o veicoli autonomi
  • Analisi di imaging medico e sanitario
  • Magazzino e filiera logistica

 

Qual è un utilizzo non noto dell’intelligenza artificiale?

 

L’intelligenza artificiale può essere utilizzata in molti modi diversi e in diverse industrie. Ecco alcuni esempi di utilizzi di IA che potrebbero non essere così noti:

  1. Predizione del traffico: alcune città utilizzano l’IA per prevedere i modelli di traffico e ottimizzare il flusso del traffico, riducendo così i tempi di viaggio e l’inquinamento atmosferico.
  2. Diagnosi medica: l’IA può essere utilizzata per aiutare a diagnosticare malattie o condizioni mediche attraverso l’analisi di dati clinici e di imaging.
  3. Previsione del tempo: alcune aziende utilizzano l’IA per prevedere le condizioni meteorologiche con maggiore precisione, aiutando a gestire meglio le attività all’aperto e a prendere decisioni informate sui viaggi.
  4. Gestione dei rifiuti: alcune città utilizzano l’IA per ottimizzare il ritiro dei rifiuti, riducendo al minimo il tempo di viaggio e l’impatto ambientale.
  5. Personalizzazione dei prodotti: l’IA può essere utilizzata per personalizzare i prodotti in base alle preferenze dei clienti, offrendo un’esperienza di acquisto più personalizzata e soddisfacente.
  6. Traduzione: l’IA può essere utilizzata per tradurre testi e conversazioni da una lingua all’altra in modo più accurato e veloce rispetto alle traduzioni manuali.
  7. Analisi del sentimento: l’IA può essere utilizzata per analizzare il sentimento delle recensioni online o dei post sui social media, aiutando le aziende a capire come i loro prodotti o servizi sono percepiti dai consumatori.
  8. Gestione dell’energia: l’IA può essere utilizzata per ottimizzare l’utilizzo dell’energia in edifici commerciali o residenziali, riducendo i costi energetici e l’impatto ambientale.
  9. Produzione di contenuti: l’IA può essere utilizzata per generare contenuti come articoli di giornale o descrizioni di prodotto, risparmiando tempo e sforzi manuali.
  10. Consulenza finanziaria: l’IA può essere utilizzata per fornire consulenza finanziaria e fare raccomandazioni sugli investimenti in base a dati storici e previsioni di mercato.
  11. Un utilizzo meno noto dell’intelligenza artificiale è nell’ambito dell’agricoltura e dell’agrotecnologia. Ad esempio, l’IA può essere utilizzata per analizzare i dati meteorologici e ambientali per prevedere le condizioni del terreno e delle piante, ottimizzare l’irrigazione e l’uso del fertilizzante, rilevare malattie delle piante e prevenire gli attacchi di parassiti. Inoltre, le tecnologie di intelligenza artificiale come la visione artificiale possono essere utilizzate per analizzare le immagini delle colture per valutarne lo stato di salute e la maturità. L’IA può anche essere utilizzata per analizzare i dati dei sensori e delle telecamere installate sui trattori e sui droni per ottimizzare i percorsi di lavoro e l’uso delle attrezzature, migliorando l’efficienza e riducendo i costi.

 

CHE  COS’ È   CHE   L’ INTELLIGENZA   ARTIFICIALE   NON   POTR   FARE   MAI

 

Queste sono le tre capacità in cui vedo l’IA non all’altezza e che probabilmente l’IA farà ancora fatica a padroneggiare anche nel 2041:

  1. Creatività. L’IA non può creare, concettualizzare o pianificare strategicamente. Sebbene l’IA sia eccezionale nell’ottimizzazione per un obiettivo ristretto, non è in grado di scegliere i propri obiettivi o di pensare in modo creativo. Né l’IA può pensare tra domini o applicare il buon senso.
  2. Empatia. L’IA non può provare o interagire con sentimenti come empatia e compassione. Pertanto, l’IA non può far sentire un’altra persona compresa e curata. Anche se l’intelligenza artificiale migliora in quest’area, sarà estremamente difficile portare la tecnologia in un luogo in cui gli esseri umani si sentano a proprio agio nell’interazione con i robot in situazioni che richiedono attenzione ed empatia, o quelli che potremmo chiamare “servizi di contatto umano”.
  3. Destrezza. L’intelligenza artificiale e la robotica non possono eseguire lavori fisici complessi che richiedono destrezza o una precisa coordinazione occhio-mano. L’IA non può gestire spazi sconosciuti e non strutturati, specialmente quelli che non ha osservato.

Cosa significa tutto questo per il futuro del lavoro?

È probabile che i lavori asociali e di routine, come i venditori di telemarketing o i periti assicurativi, vengano assunti nella loro interezza.

Per lavori altamente sociali ma di routine, gli esseri umani e l’IA lavorerebbero insieme, ciascuno apportando competenze.

Ad esempio, nella classe futura, l’IA potrebbe occuparsi della valutazione dei compiti e degli esami di routine e persino dell’offerta di lezioni standardizzate ed esercitazioni personalizzate, mentre l’insegnante umano si concentrerebbe sull’essere un mentore empatico che insegna l’apprendimento facendo, supervisiona i progetti di gruppo che sviluppano intelligenza emotiva e fornisce coaching personalizzato.

Per i lavori che sono creativi ma asociali, la creatività umana sarà amplificata dagli strumenti di intelligenza artificiale.

Ad esempio, uno scienziato può utilizzare gli strumenti di intelligenza artificiale per accelerare la velocità di scoperta di farmaci.

Infine, i lavori che richiedono sia creatività che abilità sociali, come i ruoli esecutivi ricchi di strategie, sono quelli in cui gli esseri umani brilleranno.

Sebbene sia chiaro che ci sono molte linee di lavoro che l’IA farà fatica a padroneggiare – e quindi sarebbe più sicuro per i lavoratori perseguire per le loro carriere – queste da sole non impediranno un disastro per le legioni di lavoratori sfollati da ruoli che potranno essere più facile per l’IA.

Quindi cos’altro possiamo fare per aiutare a soddisfare il desiderio umano fondamentale di un sostentamento significativo?