Ho ascoltato, di sfuggita, questa frase apparentemente contraddittoria. Mi ha indotto ad una intima riflessione.
Desiderio e paura: due facce della stessa medaglia
Che relazione c’è tra desiderio e paura e come possono entrambi rafforzare la purezza della volontà se veicolati con la giusta energia e auto-osservazione.
Entrambe le condizioni – sia quella di uno stato legato alla paura o mosso dal desiderio – sono estremamente vicine l’una all’altra. In quanto esseri umani siamo soggetti a variazioni del sentire che possono prendere determinate forme e avere un influsso predominante sulle azioni.
Se però si osserva, ci si ascolta, senza giudizio, con il puro scopo di conoscersi bene e sempre meglio, ecco che sentire certe spinte può rivelarsi un primo, prezioso passo per veicolarle nella direzione utile alla nostra condizione attuale dal punto di vista materiale e spirituale insieme.
Entrare in contatto con l’intuizione profonda, che sa comunicarci immediatamente cosa è bene per noi, presuppone darsi la possibilità di sentire.
Se si avverte invece paura ma, per un condizionamento interno misto a uno sociale, la si ostacola o la si nega, non ci si orienta su uno stato di evoluzione, non si vive in pieno il ruolo di protagonisti nella propria esistenza.
La dialettica tra paura e desiderio
È una vera e propria tensione quella che gioca dentro di noi e che può travolgerci o muoverci in senso utile. È una tensione necessaria e squisitamente umana.
Alle basi di questa tensione ci sono due tipi di impulsi: l’impulso repulsivo e l’impulso attrattivo, che partono sempre da un movimento emozionale (non mi piace/mi piace).
Se non si sta nel radicamento e nel presente, questi impulsi diventano imperanti e noi diventiamo l’arena dove si gioca un dualismo spietato e controproducente, in grado di attingere alla nostra energia vitale, alla nostra capacità di operare delle scelte in accordo con il cuore.
La coppia, tra desiderio e paura
Basta prendere il caso tipico del rapporto di coppia vissuto in senso ordinario, senza un reale intento di sacra condivisione: se voglio e desidero quella persona, temo anche di perderla o di assistere al suo allontanamento o che qualcuno subentri e guasti il rapporto. Questo gioco si traduce immediatamente in stati ansiosi anche di alta intensità.
Se mi distacco un attimo da tale dualismo comprendo che, di fatto, io possiedo nessuno, considerando anche e prima di tutto quanto prioritaria dovrebbe essere la gestione di se stessi. Se questo diventa il mio obiettivo, sarò impegnato in un procedimento che coinvolgerà l’altro non come vittima oppure oggetto, ma come partecipe di un processo che aggiunge luce e leggerezza.
Di fatto, si può amare senza sviluppare timore? La meccanica sembra appartenerci in quanto esseri umani, ma nostra è anche l’abilità di trasformare. Noi siamo partecipi del nostro microcosmo e possiamo adattarci al cambiamento, imparare a gestire le emozioni.
Desiderio e paura: la gestione delle emozioni
Possiamo pensare al desiderio come a un intento, come un obiettivo su cui tenere la mira, considerando la tensione che esso produce e gli ostacoli che potremmo via via incontrare.
Possiamo cavalcare l’esistenza senza essere trascinati da forze che ci ostiniamo a non voler guardare oggettivamente.
Occorreosservare gli impulsi fisici che la paura e il desiderio scatenano, imparare a riconoscerli. Possiamo diventare intimi della nostra stessa sfera emotiva, prima di invadere, penetrare, criticare senza rispetto quella dell’altro.
Chi non è capace di gestire se stesso e, pertanto, non è soddisfatto del rapporto che ha con se stesso, come rimozione e compensazione in questo stato di difficoltà, per non svilire la propria personalità, tenderà a sopraffare l’altro.
A R T U R O O V V E R O L’ E L O G I O D E L L A P E N S I O N E.
Gastone è una commedia musicale teatrale di Ettore Petrolini, rappresentata per la prima volta nel 1924 al teatro Arena del Sole di Bologna. Si tratta di una satira, ironica ed amara, della società dello spettacolo degli anni venti, e dei personaggi meschini, avidi, invidiosi e gretti che vi fanno parte. Esemplare rappresentante di questo mondo di presunti artisti è il protagonista, appunto Gastone, istrionico e carismatico attore di varietà di infima categoria, dalla affabulante parlantina romanesca, squattrinato, demodè, dedito a mille vizi, corteggiatore di tutte le soubrette e ballerine, dai modi esagerati e teatrali ma fondamentalmente malinconico e solo.
Il personaggio di Gastone trae origine da una delle numerose macchiette create, negli anni ’10, dalla fantasia surreale, crepuscolare e demenziale di Ettore Petrolini : Il bell’Arturo, parodia del giovane affettato, svenevole e un po’ stolido.
Il personaggio di Gastone è divenuto uno stereotipo comico, per il suo atteggiamento istrionico e per la sua presenza scenica caricaturale, ed è stato portato sul palcoscenico e sul grande schermo da alcuni grandi attori romani: al cinema, ne fu interprete Alberto Sordi nel film di Mario Bonnard nel 1960; a teatro ne hanno invece vestito i panni interpreti come Fiorenzo Fiorentini, Mario Scaccia e, il più bravo di tutti, Gigi Proietti.
Ricordandomi di questo, ho attinto l’ispirazione per adottare ed adattare l’aria musicale di “Gastone le beau”, modificandone il testo, poiché l’ho trovata, fra tante, particolarmente adeguata allo scopo.
Sicuramente alcuni di voi la ricorderanno, ma, siccome non a tutti può essere presente, ne farò una breve rievocazione.
Gastone/Petrolini si presenta sulla scena vestito con il frac, scarpe nere di vernice, camicia, sparato, panciotto, papillon tutto in bianco. In testa ha il tubo a cilindro, nella mano destra ha calzato un guanto, color bianco latte, a cui è attaccato, a penzolone, il guanto sinistro e impugna un bastone da passeggio di faggio laccato nero con pomello in finto avorio. Fra le dita della mano sinistra, tiene una sigaretta appena accesa, da cui aspira, con ricercata voluttà, una profonda boccata di fumo, che trattiene nella bocca aperta, per poi lasciarla fuoruscire molto lentamente.
Così, cattura su di sé l’attenzione generale del pubblico.
La canzonetta, è presentata e seguita da un breve parlato, che non va assolutamente trascurato perché parte integrante del testo. Ne esistono varie versioni, ognuna leggermente diversa dalle altre, perché Petrolini un po’ improvvisava dal vivo. Io ne ho fatto una sintesi, cercando di coglierne le sfumature più “saporite”.
Gastone, è la satira efferrata (efferata) del bell’artista cinematografico, fotogenico al cento per cento, pallido di cipria e di vizio, numero di centro del “varietè”, “danseur”, “diseur”, frequentatore dei “Bal – tabarins”, conquistatore di donne a getto continuo, il tre ore di buonumore, il ridere, ridere, ridere. Autore, interpetre (interprete) del suo repertorio, creatore. Creare significa mettere al mondo qualcosa che prima non c’era. Gastone, uomo incredibilmente stanco di tutto, affranto, compunto, vuoto, senza orrore di se stesso, uomo che emana fascino, uomo rovinato dalla guerra.
Gastone,
sei del cinema il padrone,,
Gastone, Gastone,
Gastone,
ho le donne a profusione,
e ne faccio collezione,
Gastone, Gastone.
Sono sempre ricercato
per le filme più bislacche,
perché sono ben calzato,
perché porto bene il fracche,
con la riga al pantalone,
Gastone, Gastone.
Tante,
mi ripeton “Sei elegante!”.
Bello,
non ho niente nel cervello!
Raro,
io mi faccio pagar caro,
specialmente alla pensione,
Gastone, Gastone. ( N.B. Non sono riportate le tre strofe della seconda parte )
(Gastone/Petrolini attraversa il proscenio con un passo di danza, che accompagna il “refrain” della canzone).
Questa camminata l’ho inventata io.
(Mostra il guanto bianco a penzolone, attaccato all’altro, che è calzato).
Anche questa è una cosuccia mia.
È una cosuccia senza pretensioni (pretese), ma è mia. Non l’ho fatta neanche registrare. È di pubblico dominio. Altri (qualcun altro) avrebbe precisato: “Made in Gastone”. È una mia trovata e me la scimmiottano tutti i comiciattoli del varietà.
I miei guanti bianco latte, elegantissimi: guardateli!
Però, il guanto bianco latte è pericoloso….Una volta, sorbendo una tazza di latte, distrattamente, …..mi son bevuto un guanto.
Ma io non ci tengo, né ci tesi mai.
Quante invenzioni ho fatto io! Discendo da una schiatta di inventori, di creatori.
Mia sorella, si chiama Lina, è una creatrice: tutti lo sanno, la chiamano …..Creolina.
Mio padre ha inventato la macchina per tagliare il burro: una cosuccia da nulla, un pezzettino di legno ricurvo e, teso e legato alle estremità, un fil di ferro . Et voilà.
Mia madre, anche lei era una grande inventrice, innanzitutto ha inventato me. Mia madre studiava economia, aveva il senso del calcolo e del risparmio sviluppato fino alla genialità.
Figuratevi, io mi chiamo Gastone, lei mi chiamava Tone,….Tone, per risparmiare il Gas.
Infatti, il mio diminutivo è Tone….tutti mi chiamano Tone….quante donne si contenterebbero di mangiare pan e… Tone.
Ma io non ci tengo, né ci tesi mai.
A me mi ha rovinato la guerra. Se non era per la guerra, a quest’ora stavo a Londra. I londrini (londinesi), per me, vanno pazzi.
Dovevo andare a Londra come musicista: dovevo musicare l’orario delle Ferrovie.
Ma io non ci tengo, né ci tesi mai.
Io sono molto ricercato: ricercato nel parlare, ricercato nel vestire, ricercato dalla Questura.
Io sono molto ricercato, anche perché porto molto bene il fracche: ovunque io vado, porto quell’onda di signorilità che manca agli altri comici del varietà.
Io sono nato con il fracche. Anzi, quando sono nato, mia madre mica mi ha messo le fasce, macché! Un fracchettino. Camminavo per casa che sembravo una cornacchia (o un pinguino).
Ma io non ci tengo, né ci tesi mai.
E poi, sono il cantante aristocratico, sono grande nella dizione, sono il “fine dicitore”.
Adesso vi faccio sentire tutto il succo del mio ingegno, con un saggio della mia dizione.
Io sono, come vi ho detto, il “fine dicitore” e tutto ciò che dico è veramente profondo.
Io non ci tengo, né ci tesi mai, però fate attenzione a questo mio soliloquio così denso di pensiero.
Non fermatevi alla superficie, ascoltate bene quello che c’è dentro, quello che c’è sotto. È il mio motto: “Sempre più dentro, sempre più sotto”.
Se l’ipotiposi del sentimento personale, prostergando i prolegomeni della subcoscienza, fosse capace di reintegrare il proprio subiettivismo alla genesi delle concomitanze, allora io rappresenterei l’autofrasi della sintomatica contemporanea, che non sarebbe altro che la trasmificazione esopolomaniaca.
Che ve ne pare? Che bel talento eh?
Ma io non ci tengo, né ci tesi mai!
Questa è la parodia di Petrolini.
E quella che segue è la parodia della parodia, di Alberto per il suo amico Arturo, dal titolo:
A R T U R O O V V E R O L’ E L O G I O D E L L A P E N S I O N E.
Arturo,
ti sorriderà il futuro,
Arturo, Arturo,
Arturo,
sì, nel tempo tuo venturo,
sarà tutto meno duro,
Arturo, Arturo.
Senza andare al lavoro,
non avrai molto da fare
e, senza alcun deploro,
farai quello che ti pare :
sarà l’ ozio di Epicuro,
Arturo, Arturo.
Tanti
I momenti rilassanti,
bello
riposare il cervello.
Raro?
Per te non sarà avaro
Il tuo tempo, di sicuro,
Arturo, Arturo.
Arturo,
oramai tu sei maturo,
Arturo,Arturo,
Arturo
fai con calma, ti scongiuro,
mai a ritmo di tamburo,
Arturo, Arturo.
Se qualcuno ti ha cercato,
tu farai l’indifferente,
sarai troppo occupato
a non fare quasi niente:
il riposo è duraturo,
Arturo, Arturo.
Si dice
che ti senti già felice,
la flemma
ti risolverà il dilemma.
Domattina,
ti farai una dormitina
e dirai “non me ne curo”,
Arturo, Arturo.
Caro Arturo,
il tempo della pensione è tutto ciò che ti resta della tua vita. Utilizzalo nel modo migliore, affinché diventi il periodo più bello. Non dipende dagli altri. Finalmente, dipenderà solo da te.
Auguri!
Alberto. Con gli amici del Tennis Club Martignacco.
Movida madrileña – movimento sociale ed artistico diffuso in Spagna dalla fine degli anni settanta con la caduta della dittatura franchista, fino ai primi anni novanta. Il termine movida ha poi via via perso tale connotazione culturale e socio-artistica ed in Italia è stato, ed è tuttora, utilizzato per indicare l’animazione, il “divertimento” e la vita notturni.
Chiarito il suo significato e ricordata la sua origine, passo alla sua attualità di abitudine e fenomeno di costume e di comportamento largamente diffusi tra i giovani.
È un tipo di socializzazione e di incontro fra ragazzi e giovani che ha luogo, praticamente con cadenza quotidiana, dentro e fuori i locali che promuovono la cosiddetta “happy hour” (ora felice), mescita a prezzi popolari di alcolici a bassa gradazione (il famigerato “aperitivo”, lo “spriz” oppure la “birretta”).
Sul far della sera, seduti intorno ad un tavolino, o in piedi con il bicchiere in mano, centinaia, migliaia di ragazzi consumano i loro drink ed il loro tempo, come in un rito tribale.
E ” mi sovviene” il passo della indimenticabile ode di Giacomo Leopardi, Il passero solitario, là dove recita:
“Tutta vestita a festa,
la gioventù del loco
lascia le case
e per le vie si spande,
e mira ed è mirata
e in cor s’allegra”.
Questo accadeva due secoli fa. Perché mai dovremmo adontarci se, anche oggi, i nostri giovani indulgono in questo passatempo? Ma diciamola tutta: a noi anziani, di una generazione largamente superata, che impiegavamo il nostro tempo libero, magari dopo il lavoro, in un secondo lavoro per arrotondare il magro stipendio, oppure per un supplemento o recupero di studi, ovvero per una attività sportiva, e mai senza impegno e fatica, questi ragazzi d’oggi, che non trovano lavoro, ma nemmeno lo cercano, fanno un po’ di tenerezza ma anche di rabbia.
Io non lo so, ma sospetto che non di una sola “ora felice” si tratti, non di un bicchiere o due da bere con gli amici. Mi si dice che le ore che si passano ai bar sono tante, che non si rincasa se non a notte inoltrata, che l’alcool non è controllato e limitato, ma scorre a fiumi, che, arrivata anche l’ora della fame e della cena, si mangiano stuzzichini e manicaretti che la moderna dietetica definisce “junk food” (cibo spazzatura) che, però, forniscono l’alibi per bere ulteriormente.
A loro piace , alla gente normale, no.
Ecco, dunque, l’istinto di incolpare e condannare i giovani della movida di incontri ravvicinati, di assembramenti pericolosi in questi ultimi tempi di emergenza sanitaria per COVID-19.
Si coglie l’occasione delle restrizioni governative, per censurare e vietare questa abitudine, malvista dalla popolazione comune, in nome della sicurezza collettiva.
E allora, come in una tragedia greca, ecco il coro dei bempensanti, delle beghine, dei tartufi.
“Questa, della movida è una scellerata consuetudine, pericolosa come una droga, da cui si diventa dipendenti per assuefazione, che porta danni alla salute e all’equilibrio della personalità. In essa i giovani…..
le libertà si permettono,
le norme non rispettano,
e in pericolo ci mettono,
eppure non lo ammettono
e su questo non riflettono,
d’infischiarsene non smettono
d’imprudenze che commettono
per il virus che trasmettono.”
Ecco, sembra proprio un coro di donne del popolo che, nella tragedia della Grecia classica, cantano recitando il malumore e il dissenso della gente. Così Eschilo, Sofocle, Euripide davano voce all’opinione comune, al plauso o alla riprovazione dei protagonisti..
La democrazia ( dal greco démos , “popolo” e kràtos, “potere” ) è quella forma di governo che, basandosi sulla sovranità popolare, garantisce ad ogni cittadino la partecipazione all’esercizio del potere pubblico in una condizione di piena uguaglianza.
Non sempre nella storia del pensiero, con il termine democrazia si è indicata la miglior forma di governo: ad esempio, Aristotele, nella Politica, la considerava una degenerazione del modello di governo perfetto (la politéia), in cui la maggioranza (il démos) agiva non nell’interesse di tutti ma secondo il proprio tornaconto, a danno dei più abbienti. Al contrario, una delle caratteristiche distintive della democrazia è quella di essere il governo della maggioranza che, però, tutela le minoranze e quindi agisce per il bene collettivo.
Altre imprescindibili condizioni della democrazia sono l’istituzione di elezioni libere, periodiche e corrette; una pluralità di gruppi politici organizzati; meccanismi di controllo e di equilibrio dei poteri, la libertà di opinione ed espressione. Queste caratteristiche sono necessarie ma non sufficienti per la corretta affermazione dello spirito democratico e rimarrebbero lettera morta se non avessero come conseguenza un reale esercizio della democrazia da parte di ogni cittadino. Risiede in tale pratica la piena realizzazione della dignità umana e politica dell’individuo, ed è per questo che la democrazia può considerarsi la migliore forma di governo.
I governi democratici possono correre il rischio di una involuzione, oppure la democrazia può essere considerata una conquista definitiva? L’opinione diffusa è che l’ideologia democratica, a differenza di altri sistemi politici, abbia in sé le potenzialità per autoalimentarsi, una volta che si sia instaurata. I diritti garantiti a tutti, – in particolare il diritto di voto – farebbero sì che lo spirito democratico si radichi, creando una sorta di circolo virtuoso: quanto più la democrazia cresce, tanto più lo spirito democratico si sviluppa, e questo sviluppo fa ulteriormente crescere la democrazia. Secondo questa opinione, basterebbe la possibilità di partecipare alla vita politica, per promuovere in ciascuno il senso di responsabilità collettiva e l’importanza della dimensione democratica della vita pubblica.
Ma è davvero così?
A distanza di qualche decennio dalla promulgazione della nostra Costituzione, il filosofo torinese Norberto Bobbio (1909 – 2004) sembra richiamarsi all’idea di Calamandrei per cui la Costituzione “non è una macchina che, una volta messa in moto, va avanti da sé” (Il futuro della democrazia 1984). Bobbio ritiene che il pericolo maggiore per il futuro della democrazia non sia la diffusione di ideologie antidemocratiche, bensì l’indifferenza, l’apatia politica e la crescente diffusione del voto di scambio, cioè la preferenza elettorale accordata non per sincere convinzioni politiche, ma al fine di ottenere un beneficio personale da parte del candidato che si appoggia.
L’assuefazione alla democrazia e la mancata partecipazione alla guida di questa “macchina” complessa possono generare indifferenza o, magari, rigetto: i cittadini rinunciano ad autogovernarsi, o anche solo ad influire sul governo. In questo contesto, le impegnative regole della democrazia vengono percepite come inutili e trova consenso chi promette di più e più facilmente, superando queste “barriere”. Su questo argomento, invito il lettore a consultare il Numero2023, che parla di astensionismo.
Un neologismo in voga, in questi tempi, è l’oikocrazia. Sarebbe il dominio dei “clan”, centri di potere palesi od occulti. Il termine viene, ancora una volta, dal Greco antico: òikos significa famiglia o casa, kràtos significa potere, dominio. Il trionfo del capitalismo neoliberale ha assunto ormai i contorni di una clanizzazione della società e dell’economia globale. I principali protagonisti di questa fase storica non sono più gli stati-nazione, ma gruppi che agiscono come clan: mafie, gang, terroristi, signori della guerra, ma anche partiti e alte sfere della finanza e delle corporation multinazionali. Il network di questi gruppi ha dato vita a una nuova forma di governo, che Fabio Armao, Professore al Corso di Studi del Dipartimento di Culture, Politica e Società presso l’Università di Torino, nel suo libro “L’età della òikocrazia” definisce, appunto, “òikocrazia”: la prevalenza degli interessi privati su quelli pubblici. Stiamo per precipitare in una nuova forma di totalitarismo, un inquietante “Behemoth globale”, (Behemoth è una creatura biblica leggendaria menzionata nel Libro di Giobbe.: grande e possente, pachidermico animale, talmente forte che solo il suo creatore poteva abbattere) da cui Armao ci mette in guardia, invitandoci a cambiare la nostra visione del mondo.
Come evitare una simile deriva delle istituzioni?
Secondo Bobbio, con il costante esercizio della democrazia e con la tutela di alcuni fondamentali valori – quali la tolleranza, la non violenza, la fratellanza tra gli individui – in nome dei quali le istituzioni possono svolgere efficacemente la loro funzione.
Solo così la democrazia si impara davvero e si tiene in vita.
E ricordo pure la riflessione di Pericle: la democrazia si esercita con successo solo con il consenso del dissenso. Questa è una pratica dura da inghiottire e da mettere in atto, ma, nell’Atene di tanti secoli fa, funzionava, sembra, egregiamente. Ma forse i Greci di allora erano più democratici di noi.
Voglio citare anche, per finire, le parole di una canzone di Giorgio Gaber, da me particolarmente amato, intitolata Lalibertà :
La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche avere un’opinione,
la libertà non è uno spazio libero,
la libertà è partecipazione.
Ahimè! Non mi sento né libero né democratico…..ma vorrei tanto esserlo.
Comincio dal GIURAMENTO DI IPPOCRATE (Testo moderno):
Giuramento moderno
Il giuramento, nella forma qui sotto riportata, è stato deliberato dal comitato centrale della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri il 13 giugno 2014. La versione precedente risaliva al 2006.
«Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro:
di esercitare la medicina in autonomia di giudizio e responsabilità di comportamento contrastando ogni indebito condizionamento che limiti la libertà e l’indipendenza della professione;
di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica, il trattamento del dolore e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della dignità e libertà della persona cui con costante impegno scientifico, culturale e sociale ispirerò ogni mio atto professionale;
di curare ogni paziente con scrupolo e impegno, senza discriminazione alcuna, promuovendo l’eliminazione di ogni forma di diseguaglianza nella tutela della salute;
di non compiere mai atti finalizzati a provocare la morte;
di non intraprendere né insistere in procedure diagnostiche e interventi terapeutici clinicamente inappropriati ed eticamente non proporzionati, senza mai abbandonare la cura del malato;
di perseguire con la persona assistita una relazione di cura fondata sulla fiducia e sul rispetto dei valori e dei diritti di ciascuno e su un’informazione, preliminare al consenso, comprensibile e completa;
di attenermi ai principi morali di umanità e solidarietà nonché a quelli civili di rispetto dell’autonomia della persona;
di mettere le mie conoscenze a disposizione del progresso della medicina, fondato sul rigore etico e scientifico della ricerca, i cui fini sono la tutela della salute e della vita;
di affidare la mia reputazione professionale alle mie competenze e al rispetto delle regole deontologiche e di evitare, anche al di fuori dell’esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il decoro e la dignità della professione;
di ispirare la soluzione di ogni divergenza di opinioni al reciproco rispetto;
di prestare soccorso nei casi d’urgenza e di mettermi a disposizione dell’Autorità competente, in caso di pubblica calamità;
di rispettare il segreto professionale e di tutelare la riservatezza su tutto ciò che mi è confidato, che osservo o che ho osservato, inteso o intuito nella mia professione o in ragione del mio stato o ufficio;
di prestare, in scienza e coscienza, la mia opera, con diligenza, perizia e prudenza e secondo equità, osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della professione.»
Il termine eutanasia, che letteralmente vuol dire “buona morte” (dal greco eu, “bene”, e thànatos, “morte”), indica i trattamenti volti a procurare la morte di un individuo le cui condizioni di vita, in conseguenza di una patologia inguaribile, sono ritenute insopportabili, degradanti o lesive della sua dignità.
La vita può essere considerata un bene “disponibile” oppure “indisponibile” per l’uomo?
Qual è il confine fra cura ed “accanimento terapeutico”?
Il medico ha il dovere morale di curare sempre e comunque una persona libera e dotata di autodeterminazione?
Se è vero che il medico ha il dovere morale di curare un paziente, quest’ultimo, in base alla legge vigente in Italia, può decidere di accettare o meno un trattamento sanitario.
Il medico, in questo caso, ha solamente l’obbligo di informare il paziente in merito alle modalità di esecuzione delle terapie, ai benefici, agli effetti collaterali, oltre alla eventuale esistenza di valide alternative.
Occorre trovare un equilibrio che rispetti, da una parte, l’autonomia decisionale dell’individuo, che è espressione di libertà, dall’altra la facoltà di “imporre” le cure appropriate, laddove la ricerca medica lo consenta.
Se la bioetica cattolica afferma il principio della sacralità della vita, quella laica difende il principio della “qualità della vita”: essa ritiene, cioè, che l’uomo sia artefice della propria esistenza e che, quindi, competa a lui stabilire i criteri a cui ispirarsi per tutelarla dal punto di vista qualitativo.
Per la bioetica cattolica, la vita è un valore assoluto da difendere a prescindere dalle singole biografie.
Per la bioetica laica, la vita, di cui bisogna preservare la qualità, è quella individuale.
La bioetica cattolica rifiuta, in linea di principio, ogni intervento medico e tecnico che modifichi lo sviluppo naturale voluto da Dio.
La bioetica laica, invece, considerando la vita come un bene “disponibile” per l’uomo, ritiene che tali interventi siano leciti nel momento in cui venga meno un soddisfacente livello della qualità della vita. Secondo tale principio, il criterio fondamentale non è più l’obbedienza ad un dovere assoluto, ma è la considerazione del benessere degli individui coinvolti e/o del rispetto delle scelte individuali.
Infatti, siamo assolutamente certi che la vita sia sempre preferibile alla morte? Il dolore e la sofferenza che una persona sperimenta durante una malattia possono risultare incomprensibili a chi non li vive in prima persona..
Per la bioetica laica, quando un malato terminale è costretto, contro la propria volontà, a sopportare queste difficoltà, non è più possibile parlare di cura, ma esclusivamente di accanimento terapeutico.
Per un più ampio approfondimento di questo tema, invito il lettore a dedicare un po’ di tempo al Numero2067.
L’autorità si configura come il fondamento della legittimità del potere in generale, in quanto è alla base della giustificazione del potere medesimo e del diritto di esercitarlo da parte di un singolo individuo o di una istituzione.
Si può stabilire una relazione fra rispetto dell’autorità e moralità?
È giustificabile l’obbedienza incondizionata ad una autorità “legittima”?
Fino a che punto l’obbedienza più o meno cieca all’autorità dipende dai condizionamenti e dalle pressioni sociali?
Nella nostra Costituzione, il concetto di autorità si identifica con quello di sovranità, che indica la fonte di ogni potere legittimo e costituisce uno dei fondamenti delle Costituzioni del secondo dopoguerra.
La sovranità si esplica nelle seguenti prerogative dello Stato:
avere, nel proprio territorio, la supremazia rispetto ad ogni altra autorità, interna o esterna;
imporre la propria autorità di per sé, non derivandola da altra autorità;
concentrare in sé il potere di dettare regole obbligatorie per la collettività, escludendo qualsiasi altra autorità non espressamente riconosciuta;
acquisire il monopolio del potere coercitivo, grazie al quale rendere effettivo il rispetto delle regole, imponendole a chiunque si trovi sul territorio.
(N.d.R. . questi temi sono di strettissima attualità, con la proclamazione dello stato di emergenza per il contagio da CORONAVIRUS, e con le disposizioni per la salvaguardia della salute pubblica collettiva, emanate dall’attuale Governo).
Il primo articolo della nostra Costituzione afferma che “La sovranità appartiene al popolo” ed esprime così una chiara scelta di campo compiuta dai padri costituenti: esalta l’idea che i pubblici poteri servono a realizzare le istanze di libertà, di uguaglianza e di dignità sociale dei cittadini.
Il principio della sovranità popolare è il fondamento dell’impianto costituzionale, ma tale sovranità non è assoluta o illimitata, in quanto il popolo la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione: quest’ultima, cioè, ha il compito di regolare il potere sovrano, distribuendolo tra le diverse istituzioni e stabilendole condizioni ed i limiti del suo legittimo esercizio.
Il popolo, inoltre, non può farsi carico direttamente delle modalità di esercizio del governo e della sovranità: deve necessariamente delegarle, secondo moduli e forme prestabilite. Il valore della sovranità popolare, dunque, non è l’unico né assorbe ogni altro: anche il popolo sovrano non può e non deve essere un’autorità assoluta.
Schèi è un termine veneto con il quale viene indicato in generale il denaro.
La probabile etimologia del termine è piuttosto singolare. Ai tempi del regno Lombardo-Veneto (1815-1866), quando il Veneto si trovava sotto l’egemonia austriaca, erano in circolazione alcune monete su cui era riportata la scritta scheide münze, cioè “moneta spicciola”. Questa veniva pronunciata popolarmente come schei, leggendo come in italiano la parola (la vera pronuncia in tedesco sarebbe “sciaide münze”), da cui poi derivò anche il singolare scheo per indicare la singola moneta.
Il termine è sopravvissuto sino all’epoca contemporanea. Il singolare, inoltre, indica per estensione qualcosa di piccole dimensioni, analogo all’italiano “soldo di cacio” (picoło fa un scheo, “piccolo come un soldo di cacio”), o anche una breve lunghezza, come un centimetro (spòsteło de vinti schei, “spostalo di 20 cm”). Si usa il gergale esar sensa schei per l'”essere senza soldi”, mentre averghe quatro schei (avere “quattro soldi” – cioè non averne – in italiano) nel Veneto significa, con un eufemismo ed in senso ironico, averne molti.
La parola franco è stata usata per indicare una somma di denaro, associata più alle vecchie lire che all’euro, ma ancora in uso. Per cui trenta franchi erano trenta lire; ‘na carta da mìłe (franchi) era una banconota da mille lire, ma rimane che averghe un franco significa ancora oggi “avere dei soldi”. Il termine deriva da un’altra moneta austriaca, che riportava l’abbreviazione Franc., indicante il nome dell’imperatore Francesco Giuseppe.
N.d.R. Durante la dominazione austriaca a Venezia, la moneta corrente era la Krone (corona), i cui spiccioli erano i Pfenning.: sul bordo circolare del Pfenning, c’era la scritta SCHEIDE MÜNZE. Se consultate un vocabolario tedesco, trovate il verbo scheiden che significa “separare, dividere” ad indicare che la Krone era divisa in Pfenning. Ma trovate anche scheide che significa fodero e, in anatomia, vagina. Mentre münze significa moneta.
Ho il sospetto che sia questa la vera spiegazione del detto popolare, veneziano e veneto, “5 schei de mona”.
In Veneto, la mona è, gergalmente, l’organo sessuale femminile; il mona è invece l’equivalente di sciocco, stupido.
La mona (sheide) non avrebbe niente a che fare con la moneta (münze), come invece sostiene qualcuno, mentre si tratterebbe di una traduzione in dialetto Veneto del significato del termine scheide. Infatti le due parole sono distinte nella medesima locuzione.
La legge austriaca, all’epoca, imponeva che chi avesse in tasca meno di 5 scheidemünzen, venisse arrestato per vagabondaggio. Ecco allora che nacque un famoso modo di dire Veneziano: “Ghe vol sempre 5 schei de mona in scarsea” ( Ci vogliono sempre 5 schei de mona (scheidemünze) in tasca), per non essere arrestati. Ma mi chiedo: non sarebbe più azzeccato, nel contesto specifico, dire: 5 schei del mona = 5 soldi dello sciocco? Un bel pasticcio! Qui pro quo!
La frase è ancora oggi usatissima, per indicare che, quando necessario, per evitare problemi, è meglio, tutto sommato, passare un po’ per stupidi, che in Veneziano si dice “Pasar un fià par mona”. Oppure, magari, in una importante trattativa, conviene, a volte, fingere di non capire, quale espediente strategico, per ottenere invece il risultato sperato. Ecco perché, nella vita, “ghe vol sempre 5 schei de mona in scarsea”.
Dopo aver ascoltato, su YOUTUBE, una bella canzone della mia gioventù, leggo, fra i tanti dello stesso tenore, un commento rilasciato da un utente:
“….che tempi! Non avevamo niente e avevamo tutto. Oggi i giovani hanno tutto ma, poverini, non hanno niente!”
P I A C E R E E D E V O L U Z I O N E Le endorfine, motore della civiltà e del progresso.
C’è poco da meravigliarsi e, ancor meno, da fare. È sempre più evidente, alla luce dei recenti studi e delle conoscenze acquisite, che l’animale uomo ha un codice genetico prescritto, nel senso che è scritto prima: fin dalla nascita di un individuo umano, saremmo in grado di conoscere praticamente tutto il suo percorso esistenziale, le sue caratteristiche fisiche e psicologiche, addirittura la data della sua morte.
Siamo davanti ad un determinismo quasi tragicomico, che ci potrebbe indurre nella banale e, al tempo stesso, ridicola considerazione: ma che diavolo siamo venuti a fare in questo mondo?
Se tutto è già stabilito, se nulla ci è dato da sviluppare, da modificare, da migliorare rispetto a quanto previsto dall’algoritmo della vita, pur personalizzata e specificata, che siamo destinati ad attraversare, qual è il nostro compito di viventi mortali?
Non mi pare una domanda stupida.
Ebbene, nel pormi tale quesito, adesso che della mia vita sono verso la fine, mi si è aperto davanti uno scenario di meditazione e di riflessione che mi ha incuriosito e solleticato. E che vado a sviscerare, con tutte le cautele del caso, data l’importanza cruciale del tema.
L’analisi sommaria della storia umana ci dice, tuttavia, che, nello scorrere di decine di millenni, passi avanti se ne sono fatti, dalle condizioni primordiali di uomini delle caverne agli agi e disagi di oggi. Sì, anche disagi, e molti. C’è chi pensa che l’evoluzione dell’umanità verso condizioni di civiltà, di sicurezza, di maggior benessere sia addirittura su una china rapidamente decrescente, a causa degli usi ed abusi che l’uomo sta facendo del patrimonio naturale che aveva come dotazione di partenza.
Ma, tutto considerato, il miglioramento verso condizioni di vita molto più accettabili e godibili è un dato di fatto.
La domanda che mi pongo è questa: cosa ha spinto l’uomo a cercare, trovare e consolidare un livello di esistenza, nel vivere civile, individuale e sociale, sempre più elevato, evoluto, proteso verso la soddisfazione dei propri bisogni materiali e sogni spirituali e mentali? Insomma, qual è la molla che ha spinto l’uomo verso il progresso personale e collettivo, nel corso dei millenni, a dispetto del fatto che tutto sarebbe bloccato, già stabilito, predestinato, a partire dalla fase finale del suo percorso, cioè la morte?
La risposta, secondo la mia opinione, sta nella ostinata, pervicace, quasi maniacale ricerca del piacere.
Nel quotidiano esercizio biologico, l’essere umano ha sviluppato, all’interno dei suoi meandri cerebrali, il modo di secernere stimolanti ormonali, di implementare neurorecettori, neurotrasmettitori, impulsi elettrici pulsionali per concepire e realizzare le condizioni per vivere più felicemente.
Consapevole della limitatezza temporale della propria esistenza, ha istintivamente, ma naturalmente, concepito e coltivato il sogno e il bisogno di vivere meglio. E questo è avvenuto, e sta ancora in larga parte avvenendo, in maniera endogena, ovvero attingendo a supporti da lui stesso prodotti, dentro il corpo in dotazione.
La produzione di dopamina, di serotonina, di noradrenalina e di altre endorfine, è la chiave del progresso umano e della sua evoluzione. Sono tutte sostanze che l’uomo secerne dalle proprie ghiandole e da altri sistemi e organi predisposti e che fluiscono, attraverso il sistema sanguigno, fino a raggiungere ogni punto, pur periferico, del corpo: portano un aumento delle sensazioni di piacere e di benessere, oppure un’attenuazione delle sensazioni di dolore e di stress.
Il meccanismo di questa funzione è descritto nelle informazioni tecnico scientifiche che seguono e che invito il lettore a non trascurare, per la miglior comprensione di quanto vado esponendo.
A me rimane ancora di fare qualche altra considerazione sull’argomento. Non sempre l’uomo ha avuto il tempo e il modo di cercare la propria felicità fisica e psicologica attraverso le capacità endogene di secernere endorfine: spesso, anzi, è ricorso a delle scorciatoie molto pericolose, la cui frequentazione ed adozione comportano sempre un corrispettivo, in termini di salute complessiva, oltremodo devastante: le droghe.
Per sopperire alla propria inettitudine o malessere o disadattamento, magari solo per curiosità o per sfida o per vizio, per procurarsi i brividi di sensazioni esaltanti di benessere di poche ore o di pochi minuti, un uomo ricorre a questo surrogato di felicità perché non è in grado di organizzare autonomamente il ricorso alle sue droghe naturali che non danno mai assuefazione ma che danno sempre soddisfazione, quelle che produce in proprio: le endorfine, il “fai da te” del benessere.
Ma, tornando all’argomento di partenza, vorrei anche fare una considerazione di carattere generale sull’uomo, sulla sua storia, sul suo rapporto con il piacere e il benessere, e sui condizionamenti sociali che nei millenni sono stati messi in atto per limitare, scoraggiare, tarpare la propensione dell’uomo verso la felicità.
Il concetto formatore ed informatore delle religioni, sto pensando alle tre grandi religioni monoteiste, nei secoli passati ed anche oggi, non è mai stato a favore della felicità dell’uomo, così come la intendo e descrivo qui sopra.
L’uomo è mortale, l’uomo è peccatore, anzi,” il peccato originale” è quello di essere nato: è una tara che si porta appresso tutta la vita. Questa vita deve spenderla per espiare tale condizione, ricorrendo a rinunce, osservando rituali, obbedendo a frustrazioni innaturali che gli impediscono di perseguire la propria ricerca del benessere.
Tale stato di costrizione e di castrazione è salvaguardato da un complesso di norme etiche concepite da uomini per gli uomini, nel nome di un Dio. E ogni religione ci mette il suo.
È la natura che spinge l’uomo verso il benessere, cercando e realizzando il piacere: le religioni lo condannano.
In termini di evoluzione, mi sento di indicare un esempio storico che attiene alle espressioni figurative artistiche nell’arco dei secoli. Prendete, ad esempio, l’arte figurativa della Grecia antica, dai bronzi di Riace alle statue marmoree della bellezza classica, che ci sono rimaste, nei musei di tutto il mondo occidentale. Dal punto di vista figurativo, cioè intendendo solo la riproduzione della realtà, che era tanto più apprezzata quanto più somigliante al vero, erano artisticamente inarrivabili. Tant’è che il Rinascimento, nostro ed europeo, con uno scatto e riscatto, con una svolta epocale, aveva fatto riferimento a questi canoni di perfezione stilistica per dare al mondo le opere d’arte che conosciamo. Come pure gli affreschi pompeiani che possiamo ammirare ancora oggi sulle pareti delle ville meglio conservate della città vesuviana: erano riproduzioni di personaggi della mitologia o della vita reale o del mondo naturale con caratteri figurativi esteticamente molto belli e raffinati. E il mondo greco e romano aveva un concetto della vita privata molto liberale, per non dire libertino: la ricerca del piacere era una cosa naturale e questo traspariva anche nelle raffigurazioni senza tabù e senza censure di cui si circondavano.
Prendete, invece, le statue e i dipinti di più di mille anni dopo, le produzioni artistiche, che io chiamerei piuttosto artigianali, del Medioevo, periodo nel quale la cappa di piombo della religione Cristiana, in Europa, aveva soffocato e represso ogni slancio artistico verso il bello, fosse anche di soggetto religioso. Confrontate le rappresentazioni, che sono della stessa natura figurativa, cioè tentativi di riprodurre il reale, e vi accorgerete, a ragion veduta, che le figure della classicità greco-romana sono infinitamente più belle, dal solo punto di vista figurativo, di quella medioevali. Questo per dire che, storicamente, si era verificato un regresso delle sensibilità e delle capacità artistiche di rappresentazione indotto dall’oscurantismo delle autorità religiose Cristiane, che avevano in odio il sillogismo greco “kalòs kai agathòs” (il bello è buono), che aveva etichettato i pensieri e le opere del mondo classico aperto, anzi spalancato, a quelle che si chiamavano le “arti liberali”.
Le espiazioni, le penitenze, i castighi e le pene per i peccati commessi, non avevano bisogno di essere rappresentati in maniera elegante e ben eseguita: bastava la stucchevole approssimazione e la banalità becera dell’artigiano poco erudito, invece che la raffinatezza dell’artista acculturato e sensibile. Non avevano miglior sorte Santi, Martiri, Madonne e Cristi in croce raffigurati da artigiani senza cultura e buon gusto estetico, sotto i dettami delle commesse clericali. Per quanto riguarda le rappresentazioni “artistiche”, comprese quelle religiose, uno scadimento generale dal punto di vista qualitativo è la costante identificativa del Medioevo Cristiano in Europa.
La ricerca del piacere , nel Medioevo, era un peccato da consumare ipocritamente di nascosto.
Mentre invece, lenire il dolore e dare sollievo alla sofferenza erano una pratica che cadeva sotto la vigile gestione del clero, secondo una filosofia che non ho mai capito né condiviso, perché innaturale e disumana. Il fatto che, secondo la religione Cristiana, Gesù si era sacrificato per noi sulla croce, fra atroci sofferenze, sembra abbia conferito agli addetti ai lavori (rappresentanti religiosi a tutti i livelli, compresi quelli di bassa manovalanza) il compito e il diritto di ridistribuire le Cristiane sofferenze corporali ai fedeli, con un accanimento antiterapeutico incredibile e una libidine sadica inaudita.
Non parlo, certamente, della Santa Inquisizione che ha inflitto pene e torture efferate a ipotetici indiavolati od eretici, ma parlo di una consuetudine inveterata e in vigore fino ad una cinquantina di anni fa, che io ho visto e aborrito: la funzione infermieristica e assistenziale, in nome della carità Cristiana, negli ospedali, nei luoghi di cura, negli ospizi era affidata a solerti suorine che, oltre a dare effettivamente aiuto nella gestione degli infermi, quando uno di questi si trovava in condizioni di insopportabile sofferenza ed era in preda a dolori lancinanti, persino in punto di morte, anziché dargli sollievo per mezzo di analgesici e quant’altro, che pure esistevano, si limitava a ficcargli un fazzoletto in bocca e a mettergli un rosario nelle mani. In nome dell’espiazione dei peccati che aveva commesso e a similitudine dei patimenti dell’icona Cristiana di Gesù crocifisso. Adesso le cose sono cambiate, ma si tratta dello stesso taglio mentale di coloro che, a tutt’oggi, si oppongono all’eutanasia. Un buon Cristiano deve soffrire fino alla morte.
La religione Cristiana, molto più di tutte le altre, non è favorevole al piacere, perché ha fatto della sofferenza un paradigma comportamentale di redenzione e di sublimazione. Il Cristianesimo è la religione del dolore.
Alcune religioni, come l’Induismo (che conta quasi un miliardo di fedeli), sono invece cassa di risonanza per il godimento dei piaceri fisici (vedi il Kamasutra) e non considerano peccaminoso niente che riguardi, ad esempio, la sfera sessuale.
In generale, tuttavia, le religioni monoteiste (Cristianesimo, Islam, Ebraismo) non sono amiche del piacere.
Ma, il piacere l’uomo lo concepisce e lo produce in proprio: per godere di uno stato di benessere non serve ostentarlo o dimostrarlo agli altri, magari arrecando disturbo, basta provarlo dentro di sé, perché dentro di sé, autonomamente, sono prodotte le sostanze neurochimiche che possono provocarlo.
Perché le religioni devono controllare la mia intimità, la mia privacy, la mia sfera privata?
È forse questo ragionamento un atto di superbia di chi non si vuole chinare alle autorità di controllo della persona e della personalità?
Qualcuno la chiami superbia, o insubordinazione, io la chiamo libertà.
N.d.R. Quello che sotto riporto è un articolo de IL FATTO QUOTIDIANO in data 29 Settembre 2020, pubblicato 3 giorni dopo la mia stesura del Numero2067.
L’articolista è Marco Marzano, Professore Ordinario di Sociologia all’Università di Bergamo.
Fine vita, nel duro documento vaticano noto due cose. La prima: nessuna conoscenza della realtà
Nei giorni del caso Becciu che tanto appassiona i vaticanisti di ogni parrocchia è passata quasi sotto silenzio la pubblicazione, da parte della Congregazione della Dottrina della Fede, di un lungo documento sull’eutanasia e il fine vita. Il testo è importante e solenne e fa ancora una volta chiarezza sull’impianto culturale e politico che contraddistingue gli interventi ufficiali delle autorità cattoliche.
Due elementi mi hanno colpito più degli altri nella durissima requisitoria antieutanasica redatta dall’organismo guidato dal potente cardinal Luis FranciscoLadaria, uomo di fiducia di Francesco che lo ha nominato prefetto della congregazione in sostituzione del tedesco Muller.
Il primo elemento è metodologico e consiste nella totale assenza di una seria analisi empirica. Gli estensori del documento affrontano temi enormi come le cure palliative, l’accanimento terapeutico, il suicidio assistito senza mostrare nessuna traccia di conoscenza della realtà, senza nessuna reale competenza. E’ infatti altamente improbabile che qualcuno tra le migliaia di operatori sanitari che ogni giorno affrontano la fine della vita altrui sia mai stato interpellato per redigere il documento.
Se questo fosse avvenuto, non solo sarebbero confluiti nel testo la complessità, le ambiguità, i paradossi, le mille sfumature che caratterizzano la drammatica realtà della fine della vita nel nostro tempo, ma sarebbero state evitate affermazioni puramente impressionistiche e di senso comune, del tutto prive di un solido fondamento, come quella secondo la quale solo la fede religiosa nell’esistenza dell’aldilà riduce la paura della morte. E se invece fosse vero il contrario? Se il timore dell’imminente giudizio di Dio aumentasse in modo formidabile l’angoscia di chi muore? In assenza di affidabili dati empirici è impossibile stabilire quale sia la verità e quindi se muoiano più serenamente i credenti o i non credenti. E questo è solo un esempio tra i tanti.
Il fatto è che nella Samaritanus Bonus le citazioni sono solo quelle dei pontefici e dei documenti vaticani e che il testo consiste esclusivamente di prescrizioni, obblighi e ricette tutti ricavati da un impianto dottrinale astratto e povero, immutato nel tempo e applicato meccanicamente ad una specifica realtà sociale. Per questa ragione, per il suo carattere integralmente dogmatico e ideologico, esso convince solo chi è già convinto, risultando del tutto inutile per chi deve confrontarsi con la realtà del morire, per il personale sanitario, per le famiglie dei morenti, per gli psicologi e persino per gli stessi sacerdoti impegnati nell’attività pastorale negli ospedali e negli hospices.
Il secondo elemento che mi ha colpito è la negazione alla radice di qualsiasi forma di riconoscimento dell’autonomia e della libertà dei soggetti. Si legge nel documento che “sopprimere un malato che chiede l’eutanasia non significa affatto riconoscere la sua autonomia e valorizzarla, ma al contrario significa disconoscere il valore della sua libertà”. In altre parole, secondo gli autori del documento, quando chiede di porre termine alla sua vita, un individuo pretende di esercitare un diritto che non possiede. E’ un motivo analogo a quello che porta a negare la legittimità di richiedere un aborto o di usare degli anticoncezionali, di divorziare o di congiungersi a una persona dello stesso sesso. La voce di chi pretende di negare la legge di Dio, secondo la gerarchia cattolica, non solo non va ascoltata perché nasce da un’errata e distorta interpretazione della propria libertà, ma va messa fuori legge, va considerata empia e criminale. Ed empie e criminali devono essere giudicate quelle legislazioni che la consentono. In questo modo di procedere non rileva il fatto che, nelle nostre società, esistano tanti individui che all’esistenza di Dio non credono o che ritengono che quella annunciata dalla Chiesa Cattolica non sia la sua legge autentica.
Quello sullo sfondo del documento, e quello dell’intera dottrina morale cattolica, si conferma, in barba a tutte le promesse di rinnovamento, un orizzonte squisitamente teocratico, nel quale la legge divina deve travasarsi sic et simpliciter nella legislazione dello stato, informandola di sé e impedendo ogni pluralismo di valori, sbarrando la porta ad ogni dialogo con chi la pensa in modo diverso.
Viene da chiedersi cosa rimanga della tanto sbandierata “rivoluzione della misericordia” annunciata dai supporters di Francesco come segno distintivo e qualificante del pontificato argentino. A me sembra, al contrario, che anche qui, come su altri terreni (il celibato ecclesiastico, la presenza femminile, il ruolo della curia, eccetera) i duecento anni di ritardo della Chiesa rispetto al mondo moderno lamentati a suo tempo dal cardinal Martini si notino tutti, non uno di meno.
N.d.R. Aggiorno l’argomento pubblicando un articolo del giornalista Carlo Troilo , in data 3 Ottobre 2020, su IL FATTO QUOTIDIANO.
Fine vita, il Vaticano potrebbe ostacolare ancora la discussione in Parlamento: l’ennesima intromissione
Nel cuore dell’estate – il 14 luglio – Papa Bergoglio ha approvato una “lettera” della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla eutanasia, dal titolo Samaritanus Bonus: un documento molto ampio, in cui l’eutanasia è condannata senza eccezioni né attenuanti come un atto di crudeltà, con toni che definirei brutali.
Proprio perché nella “lettera” non vi è nulla che non sia stato detto e ripetuto infinite volte dal Papa e dalle alte gerarchie ecclesiastiche, colpisce questa uscita a freddo. E legittima il sospetto che il Vaticano si prepari ad ostacolare ancora una volta l’avvio della discussione in Parlamento della legge di iniziativa popolare sulla legalizzazione della eutanasia, presentata dalla Associazione Luca Coscioni il 13 settembre del 2017 (dunque, da più di tre anni) con 76mila firme di cittadini/elettori, che nel frattempo sono diventate 136mila.
Probabilmente, preoccupa il Vaticano anche il fatto che per iniziativa della Associazione si è costituito un “Intergruppo Eutanasia”, cui si sono già iscritti 72 parlamentari, fra deputati e senatori. Per non dire del continuo aumento degli italiani favorevoli alla eutanasia e/o al suicidio assistito: il dato più recente è quello fornito da uno studio dell’Eurispes sui temi etici, da cui risulta che gli italiani favorevoli alla eutanasia sono il 75,2% (erano il 55,2% nel 2015). Ed è importante notare che questo orientamento degli italiani è comune anche alle regioni più caratterizzate da un orientamento politico di destra e da una forte tradizione cattolica: ne è prova l’indagine annuale dell’Osservatorio del Nord Ovest pubblicata dal Gazzettino.
Fortunatamente, l’ascendente della Chiesa sugli italiani è sempre meno rilevante. Franco Garelli, che insieme ad altri sociologi ha curato una voluminosa indagine per la conferenza episcopale, prova a delimitare l’area di quanti possano dirsi veramente cattolici nell’Italia di oggi. “I credenti militanti – spiega – coloro che fanno parte di gruppi, associazioni, movimenti e danno grande rilevanza all’esperienza comunitaria della fede sono circa un 10 per cento. I praticanti assidui, che però non avvertono l’esigenza di una vita religiosa collettiva e di una visibilità, sono un altro 15-20 per cento. Sommando entrambi i gruppi si arriva ad un 30 per cento di credenti regolari”.
In un articolato e duro commento alla Samaritanus bonus, il dottor Mario Riccio – il medico che aiutò a morire Piergiorgio Welby, dirigente della Associazione Coscioni – rileva che il documento vaticano arriva due settimane dopo l’annuncio del deputato del M5S Giorgio Trizzino, medico palliativista, che ha confermato la calendarizzazione del ddl entro ottobre, dopo due anni di audizioni. E Riccio esprime con forza la sua indignazione per il fatto che il Vaticano – come ai tempi dei primi aborti – torni a trattare i medici favorevoli alla eutanasia come “sicari”, ignorando una serie di fenomeni che si possono così sintetizzare:
1. Le leggi che in molti paesi del mondo – comprese due importanti comunità autonomiche della cattolicissima Spagna – hanno legalizzato l’eutanasia;
2. Lo sdegno della maggioranza degli italiani per la durezza della Chiesa in vicende (Welby, Englaro, Dj Fabo), che hanno profondamente commosso l’opinione pubblica del nostro paese;
3. Le assoluzioni di Marco Cappato nel caso del Dj Fabo e di Cappato e Welby nel caso Trentini;
4. La sentenza della Corte Costituzionale legata alla vicenda di Fabiano Antoniani, fortemente innovativa in materia di eutanasia.
Dunque, siamo di fronte ad un ennesimo episodio di intromissione della Chiesa nelle vicende politiche italiane, che purtroppo trova una sponda nell’elevato numero di parlamentari “teodem”, o comunque attenti a non contrastare apertamente queste intrusioni per il timore di perdere simpatie (e voti) fra l’elettorato cattolico.
Forse è il caso di ricordare che la Chiesa – che quando si parla di eutanasia invoca la sacralità della vita – fu l’ultimo degli Stati italiani, prima dell’Unità, ad avere nel proprio ordinamento la pena di morte. L’ultimo giustiziato fu Agabito Bellomo, un brigante condannato per omicidio e ghigliottinato a Palestrina il 9 luglio 1870, due mesi prima della conquista di Roma da parte delle truppe sabaude. E solo nel 2001 la pena capitale è stata formalmente abolita per iniziativa di Papa Giovanni XXIII (in Italia era stata abolita nel 1948, con l’entrata in vigore della Costituzione). Per non parlare della Inquisizione e delle sue torture.
N.d.R. Quello che segue è un “copia e incolla” di informative che si trovano sul WEB, da me selezionate.
Non meravigliatevi di qualche ripetizione.
Segnalo, inoltre, agli interessati che molte notizie utili si possono trovare sotto il TAG “Cervello”.
Le endorfine sono un gruppo di sostanze chimiche prodotte dal cervello, nel lobo anteriore dell’ipofisi, classificabili come neurotrasmettitori. Dotate di una struttura peptidica e di proprietà analgesiche e fisiologiche simili a quelle della morfina e dell’oppio, presentano tuttavia una portata ben più ampia rispetto a queste ultime.
Caratteristiche
Quando un impulso nervoso raggiunge la colonna vertebrale, le endorfine vengono rilasciate in modo da prevenire un ulteriore rilascio di questi segnali. Sono presenti nei tessuti degli animali superiori e vengono rilasciate in particolari condizioni e in occasione di particolari attività fisiche estenuanti: atleti di livello avanzato, ad esempio, diventano “dipendenti” dall’allenamento intenso proprio perché causa un grande rilascio di endorfine. Anche una forte emozione rilascia endorfine, così come l’ingestione di certi cibi, ad esempio la cioccolata e in generale alimenti dolci o comunque ricchi di carboidrati ma anche lo strofinamento prolungato sulla pelle, come avviene durante il massaggio, permette una grande produzione di endorfine.
Numerose ricerche si stanno ancora effettuando in proposito, ma è opinione comune che le endorfine svolgano un’azione di coordinazione e controllo delle attività nervose superiori, tanto da poter essere eventualmente correlate con l’instaurarsi di espressioni patologiche del comportamento nel caso in cui il loro rilascio divenisse incontrollato.
Come anche numerosi alcaloidi di derivazione morfinica, le endorfine sono in grado di procurare uno stato di euforia (specie se unite all’adrenalina, che è un ormone secreto dalle ghiandole surrenali della categoria delle catecolammine) o di sonnolenza più o meno intenso a seconda della quantità rilasciata; questi stessi effetti si possono riscontrare anche durante l’orgasmo, da cui deriva la tipica condizione fisica correlata. Le endorfine diminuiscono anche la fatica e il dolore cronico e non troppo acuto.
L’espressione Endorphin rush (letteralmente “scarica di endorfina”) si usa per indicare una sensazione di stanchezza dovuta al dolore, specie acuto, o un’altra forma di stress. Studi collegano forme di autolesionismo e di masochismo fisico (algolagnia) al piacere derivato dal rilascio di endorfine.
Runner’s high
Con l’espressione Runner’s high (letteralmente “sballo del corridore”) si intende la sensazione di euforia, simile a quella derivante dall’assunzione di certe sostanze stupefacenti, riscontrata da molti atleti durante la pratica sportiva prolungata.
Prima che fossero compiute ricerche mirate al riguardo, questa condizione era per lo più attribuita a cause psicologiche invece che a una causa neurochimica: infatti alcune ricerche risalenti al 2008 hanno provato la dipendenza di questa sensazione euforica dal rilascio di endorfine da parte dell’ipofisi durante l’esercizio fisico di una certa durata, che varia da soggetto a soggetto ma in genere non è mai inferiore ai trenta minuti consecutivi.
Essendo necessario uno sforzo prolungato, il runner’s high è molto più frequente in atleti specializzati nelle attività aerobiche come la maratona, da cui il nome, o il ciclismo.
La produzione di endorfine nel nostro organismo può dar luogo ad una piacevole sensazione di benessere. Le endorfine inoltre aiutano ad alleviare il dolore. Queste sostanze fanno parte di antichi meccanismi di sopravvivenza, che ci hanno permesso di continuare a lottare anche quando siamo sotto stress.
Cosa sono le endorfine? Le endorfine sono delle sostanze prodotte dal cervello nel lobo anteriore dell’ipofisi. Vengono classificate come neurotrasmettitori. Hanno proprietà analgesiche che le rendono più potenti persino della morfina. Del resto il termine endorfine significa “morfine endogene”, cioè morfine prodotte dal nostro organismo. Una forte emozione o un allenamento intenso possono provocare il rilascio di endorfine.
Le endorfine ci aiutano anche a recuperare dopo un infortunio. La produzione può essere influenzata da diversi fattori, ad esempio da odori e profumi piacevoli. Sono davvero molti i modi per stimolare la produzione di endorfine nel nostro organismo in modo naturale. Ve ne suggeriamo dieci.
Indice
Allenarsi e praticare sport
L’attività fisica aiuta l’organismo a rilasciare endorfine. La sensazione di benessere provata dagli sportivi durante gli allenamenti per qualche tempo era stata correlata a motivazioni psicologiche, ma in seguito la scienza si è resa conto che il rilascio di endorfine associato ad un allenamento (di almeno trenta minuti) ha cause neurochimiche. Il fenomeno del “runner’s high”, una vera e propria euforia da sport e da corsa, è più frequente nei ciclisti e nei maratoneti perché la loro attività fisica è molto prolungata. Ma chiunque abbia mai praticato uno sport conosce bene le sensazioni di benessere che ne possono derivare.
Gustare il proprio cibo preferito
Mangiare il proprio cibo preferito aiuta l’organismo ad avvertire una vera e propria sensazione di benessere e a stimolare la produzione di endorfine. Uno degli esempi più classici da questo punto di vista è il cioccolato, ma secondo le ricerche questo fenomeno si può estendere a tutti i cibi gustosi che amiamo particolarmente. Ecco perché dopo aver mangiato qualcosa che ci piace ci sentiamo felici e appagati.
Ascoltare musica
La scienza è sempre più interessata agli effetti positivi della musica nella vita quotidiana. Spesso una semplice canzone di sottofondo ci aiuta a sentirci meglio soprattutto quando siamo tristi. È merito della produzione di endorfine, che viene stimolata dall’ascolto. Secondo uno studio scientifico dedicato a questo argomento, ascoltare musica innalza la soglia del dolore e ha degli effetti positivi sul nostro stato di benessere.
Scambiarsi baci e abbracci
Baci, abbracci, carezze e coccole ci aiutano a sentirci meglio anche perché portano il nostro corpo a rilasciare endorfine. I benefici del contatto fisico con le persone a cui vogliamo bene sono davvero numerosi. Ad esempio, un semplice abbraccio può aiutare a ridurre lo stress, a fare la pace, a rafforzare il rapporto tra mamma e figlio e persino a vincere l’ansia e a migliorare la memoria.
Accarezzare un animale domestico
Accarezzare un animale domestico è davvero benefico in ogni momento della giornata. È anche per questo motivo che alcuni ospedali in Italia e nel mondo accettano che i nostri amici a quattro zampe facciano visita a chi si trova in ospedale. Ad esempio, quando un gatto si avvicina e vi sfiorate la fronte a vicenda, ecco che vengono rilasciate endorfine sia in voi che nel vostro amico peloso. Un gesto dolcissimo che vi farà sentire subito meglio.
Sorridere
Sorridere è un toccasana per la salute e per l’umore. Aiuta il nostro corpo a rilasciare endorfine, non costa nulla e ci fa sentire subito meglio. I benefici di un sorriso sono davvero numerosi. Sorridere riduce lo stress e il rischio di ictus, aumenta la fiducia in se stessi e negli altri e ci permette di fare una pausa per poi ripartire ancora più concentrati con le nostre attività quotidiane.
Sentire profumo di vaniglia o di lavanda
Alcuni profumi più di altri stimolano il nostro organismo a produrre endorfine. Ne sono un esempio il profumo di vaniglia e di lavanda, due aromi delicati che regalano immediatamente una sensazione di benessere, portano relax e ci ricordano la nostra infanzia. Il profumo di vaniglia riduce l’ansia mentre il profumo di lavanda ci aiuta a rilassarci e a dormire meglio, tanto che a chi soffre di insonnia viene consigliato di cospargere il cuscino con qualche goccia di olio essenziale di lavanda.
Assaggiare qualcosa di piccante
Chi ama il peperoncino e il sapore piccante forse inconsciamente ha capito che nonostante qualche piccolo fastidio nel consumare questi alimenti, il risultato è una sensazione di benessere. Ciò perché pare che il gusto piccante aiuti l’organismo a rilasciare endorfine come risposta alle leggere sensazioni di pizzicore e di bruciore che il peperoncino può provocare sulla nostra lingua e sul palato.
Ballare
Il ballo e la danza non sono semplicemente un divertimento o un’occasione per fare movimento. Vengono utilizzati anche come una forma di terapia per il benessere. Questo perché il ballo e la danza uniscono sia il movimento che l’ascolto della musica, due attività che insieme aiutano ancora di più il nostro organismo a produrre endorfine. Secondo alcuni studi, ballare potrebbe portare un maggior benessere anche rispetto alla pratica di uno sport.
Meditare
Secondo il Brainwave Research Institute, meditare stimola la produzione delle endorfine da parte del nostro organismo. La meditazione può garantire al nostro corpo e alla nostra mente una vera e propria sensazione di gioia e di benessere. Ciò perché grazie alla meditazione possiamo raggiungere quel punto in cui ha sede la nostra felicità interiore. Meditare e correre sono attività differenti, ma il miglioramento dell’umore dopo una corsa o dopo la meditazione è risultato molto simile, proprio grazie alla produzione di endorfine.
Le endorfine, note anche come “morfine endogene”, sono implicate nei meccanismi di controllo del piacere e del dolore: lo studio di queste molecole prodotte naturalmente dal cervello apre scenari stimolanti.
«Parlare di endorfine oggi è quanto mai attuale, dato che il benessere, il piacere, l’allontanamento del dolore costituiscono gli obiettivi che sempre di più sembrano condizionare la nostra qualità di vita» spiega il dottor Mauro Porta, neurologo presso l’Istituto Ortopedico Galeazzi IRCCS di Milano: «Le endorfine sono una sorta di “oppiaceo”, naturalmente prodotto, che comporta attenuazioni delle sensazioni dolore, “drive” positivo, cioè eccitamento, voglia di agire, buon umore».
Quando sono state scoperte le endorfine?
L’avventura inizia in un oscuro mattatoio sulle coste scozzesi, dove il ricercatore John Hughes, insieme al team della Unit for Research on Addictive Drugs del Marischal College dell’Università di Aberdeen, ogni giorno si procurava cervelli di maiale da analizzare.
Muove le ricerche il tentativo di individuare una sostanza simile alla morfina, alcaloide estratto dall’oppio che in medicina è sfruttato per le proprietà analgesiche. L’ipotesi era che l’azione della morfina imitasse sostanze che forse erano già presenti nell’organismo. Esisteva davvero un oppioide endogeno? Oggi sappiamo che è così.
Come funzionano le endorfine?
«Le endorfine vengono prodotte nell’ipofisi, nel surrene e a livello del sistema gastrointestinale, il nostro “secondo cervello“» chiarisce il dottor Mauro Porta «Si tratta di ormoni proteici che vengono rilasciati nel torrente sanguigno e che ritroviamo implicati nelle situazioni di benessere, di felicità, di gioia oppure in situazioni algogene (che procurano dolore) come il parto, il ciclo mestruale, gli eventi traumatici. Si ritrovano elevati livelli endorfinici anche dopo un rapporto sessuale o dopo l’attività sportiva».
«Le endorfine entrano nei meccanismi determinanti il ciclo sonno-veglia, la termoregolazione, l’appetito e comportano un aumento dei livelli ACTH, l’ormone adrenocorticotropo (Adreno Cortico Tropic Hormone – ACTH), conosciuto anche come corticotropina, è un ormone proteico prodotto dalle cellule dell’ipofisi anteriore (adenoipofisi), cortisone, prolattina, ormone della crescita e catecolamine, agendo così indirettamente su target diversi da quelli sinaptici. Molti sono i trattamenti, medici e non, che comportano liberazione di endorfine: non da ultime l’agopuntura e altre tecniche di rilassamento così come anche le esperienze sensoriali “piacevoli” come la musica o altre collegate alla vista e all’olfatto» prosegue l’esperto.
Fisiologicamente le molecole attive sui recettori peptidi oppiodi naturali sono le encefaline, le endorfine e le dinorfine. Per peptide oppioide si intende una sostanza sintetica o prodotta naturalmente dall’organismo con gli effetti dell’oppio e della morfina, suo costituente principale. Attualmente conosciamo tre tipi di recettori, tutti caratterizzati da un’azione di tipo analgesico. Il loro meccanismo di funzionamento è legato alla modificazione dell’elettrofisiologia del potassio e del calcio.
Verso una medicina endogena
Sapendo che la modalità di comunicazione fra cellule nervose avveniva tramite composti chimici, le prime indagini si erano focalizzate sui neurotrasmettitori che mostravano di attivare determinati siti cellulari di natura proteica, detti neurorecettori, fondamentali, quindi, per la modulazione e trasmissione degli impulsi nervosi.
Nel 1974 Hughes isolò dal cervello dei maiali le tracce di una sostanza con un’attività analgesica: sarà il primo passo verso la scoperta di un vero e proprio laboratorio di chimica endogena, presente nel nostro corpo e le cui implicazioni nel processo di cura sono un argomento su cui c’è ancora moltissimo da scoprire.
L’azione degli oppiacei endogeni che iniziazialmente Hughes riesce a isolare dura pochi minuti, per poi essere distrutta dagli enzimi cellulari, in accordo con la sua natura proteica. A differenza della morfina, essi non creano assuefazione poiché prodotti naturalmente dall’organismo. Attualmente le ricerche effettuate dalle industrie farmaceutiche per realizzare un farmaco utilizzando l’endorfina rimangono un’ipotesi in corso d’opera, tuttavia ciò che sappiamo è che questo gruppo di peptidi di catena corta chiamati “endorfine”, sono morfine endogene con proprietà simili alla morfina.
Esse agiscono come neurotrasmettitori a livello del sistema nervoso. Insieme all’azione analgesica rispetto al dolore, le endorfine giocano un ruolo chiave nella risposta al piacere e nel processo di rilassamento.
Dagli studi, infatti, emerge che a livello cerebrale le alterazione del sistema dopaminergico, proprio dei neuroni dopaminergici, i quali risultano associati con l’amigdala, potrebbero essere implicati con i disturbi della memoria e l’insorgenza di malattie come Parkinson e Alzheimer, tema indagato dal neurofisiologo Marcello D’Amelio insieme all’unità di ricerca dell’Università Campus Bio-Medico di Roma e della Fondazione S. Lucia.
L’importanza delle endorfine nel controllo del dolore, così come nei processi legati alla gratificazione e al piacere, può costituire un campo di indagine prezioso per la gestione dello stress.
Qual è il ruolo delle endorfine?
Come spiega il dottor Mauro Porta «le endorfine, che sono oppioidi naturali, interagiscono con una dei mediatori maggiormente coinvolti nel determinismo del buon umore: la serotonina. Si tratta di veri e propri mediatori che sono molti di più di quelli che normalmente si pensa: serotonina appunto, dopamina, noradrenalina, gaba etc. I mediatori attivano certe sinapsi (punto di contatto tra due neuroni) appartenenti a circuiti specifici, oppure a circuiti “polivalenti”, cioè che funzionano con più neuromediatori».
Insieme all’aumento della soglia di tolleranza al dolore, le endorfine mostrano di essere coinvolte nell’attività di termoregolazione dell’organismo, ritmi sonno-veglia, controllo dell’appetito, regolazione dell’umore, senso di benessere e appagamento.
Durante terapie come l’agopuntura si è potuto osservare un innalzamento della concentrazione di queste sostanze nel sangue. Sì, perché a seconda di ciò che viviamo può verificarsi un rilascio di endorfine: succede quando svolgiamo attività in grado di regalarci piacere, ecco perché appaiono fortemente connesse alla sfera sessuale e psicologica.
Quando ci sentiamo innamorati, al termine di un rapporto sessuale o mentre incontriamo una persona cara o viviamo una situazione felice il livello di endorfine è più alto. Succede anche quando facciamo attività sportiva: la sintesi di oppiodi endogeni, infatti, mostra un forte incremento durante il movimento. Grazie a questo possiamo comprendere meglio la profonda sensazione di benessere e appagamento che ogni sportivo avverte durante una performance: un’euforia che a livello fisiologico ci aiuta a sopportare meglio la fatica e dal punto di vista psicologico stimola le nostre doti in fatto di resistenza, capacità di superare gli ostacoli e, in fondo, resilienza. Una qualità naturale che fa parte di noi? Forse sì, anche a livello biochimico.