Numero2959.

 

I L    S E N S O    D I    C O L P A

 

È un condizionatore, un congelatore, un aspiratore, una lavatrice, ma non è un elettrodomestico.
Funziona per mezzo di una corrente che non è quella elettrica.

Che cos’è?

È un condizionatore di spiriti, un aspiratore di credulità, un congelatore di coscienze, una lavatrice di cervelli e funziona con la corrente di pensiero della religiosità.

Per millenni, su miliardi di persone, ha funzionato egregiamente attraverso la religione, e continua a farlo nella vita di ogni giorno di tanti intorno a me: è il giogo del “senso di colpa”.

Un giogo che non è un gioco.

Per la religione Cattolica, ad incutere il senso di colpa è il “il peccato”, addirittura quello originale: la colpa di essere nati e, proprio solo per questo, peccatori.

Colpevolizzare la gente è un “trucco” psicologico perfidamente sottile ma vincente per il controllo delle coscienze.

Non riesci a liberartene. Se qualche volta, in certe rare occasioni, ce la fai a divincolarti da esso, subito dopo ne senti la mancanza e sei tu stesso ad “autoaggiogarti” di nuovo, perché, a starne senza, ti trovi perso.

Allenato come sei ad averlo sempre addosso, ad essere soggiogato, se non ne avverti il peso, ti senti, ancora una volta e sempre, …. in colpa.

Numero2953.

 

da QUORA

 

Scrive Joel, uno psicologo corrispondente di QUORA

 

IL VALORE DELLA SINCRONICITÀ.

 

La sincronicità tra due persone si può verificare quando tra di loro è presente un’armonia di fondo, che nella maggior parte dei casi è diretta conseguenza di una relazione basata su: empatia, fiducia, comunicazione e ascolto reciproco.

In realtà per Jung (Carl Gustav Jung 1875 – 1961, psichiatra, psicoanalista, antropologo) le sincronicità sono delle coincidenze significative, che descrivono la sorpresa che si verifica quando un pensiero nella mente si riflette in un evento esterno, senza che vi sia alcuna connessione causale apparente.

L’Universo comunica costantemente con noi, in modo misterioso, spesso attraverso sensazioni, segnali del corpo, simboli, o coincidenze, tuttavia, non sempre è facile riconoscerli poiché la nostra mente, spesso troppo razionale, ragiona attraverso i preconcetti dettati dalla società odierna in cui viviamo, dove tutto viene attribuito alla fortuna o alla sfortuna, dove tutto ciò che non è visibile agli occhi “non esiste”.

Sviluppare una mentalità aperta vuol dire lasciar lavorare la curiosità, non dare mai nulla per scontato, porsi dubbi, imparare a cambiare prospettiva, ascoltare e cercare di comprendere anche quello che sembra lontano anni luce dal nostro modo di fare e pensare in totale contrapposizione con i nostri principi.
Purtroppo oggi i social, le TV, non ci aiutano in questo, anzi rafforzano sempre più i muri tra persona e persona.

Auguro a tutti di avere una mente aperta.

Numero2918.

 

Alcuni stupidi trucchi psicologici che funzionano davvero.

 

da  QUORA

 

Scrive Narciso, un corrispondente di QUORA

 

Alcuni dei trucchi psicologici più stupidi che funzionano davvero sono quelli che si basano su pregiudizi o stereotipi. Ad esempio, è stato dimostrato che le persone sono più propense a fidarsi di qualcuno che indossa abiti costosi o che parla con un accento che considerano “prestigioso”. Allo stesso modo, le persone sono più propense a credere a qualcosa se viene detto da qualcuno che ritengono autorevole, anche se non c’è alcuna prova a sostegno di quella affermazione.

Sono una sorta di “manipolazione” sulle persone. Esistono studi che hanno identificato alcuni di questi effetti.

L’effetto Barnum: questo effetto si basa sul fatto che le persone sono più propense a credere a affermazioni generali e vaghe che potrebbero essere applicate a chiunque. Ad esempio, se diciamo a qualcuno che è “un individuo creativo e originale”, è più probabile che ci creda, anche se non c’è alcuna prova a sostegno di questa affermazione.

L’effetto Dunning-Kruger: questo effetto si basa sul fatto che le persone incompetenti sono spesso inconsapevoli della propria incompetenza. Questo può portare a situazioni in cui le persone incompetenti sono più propense a prendere decisioni sbagliate o a credere a cose false.

L’effetto placebo: questo effetto si basa sul fatto che le persone possono sperimentare effetti positivi anche se assumono un placebo, ovvero un farmaco inefficace. Questo può essere dovuto al fatto che le persone credono che il farmaco funzionerà, il che può portare a un cambiamento nel loro comportamento o nel loro stato d’animo.

Qualche trucchetto che puoi usare.

Chiamare qualcuno per nome. Questo è uno dei trucchi psicologici più semplici e più efficaci. Quando chiami qualcuno per nome, gli stai dimostrando che sei interessato a lui e che lo stai ascoltando. Questo può creare un senso di connessione e fiducia.

Indossare il rosso. Il rosso è considerato un colore caldo e passionale, e si pensa che possa aumentare l’attrazione sessuale. In uno studio, le donne che indossavano abiti rossi sono state giudicate più attraenti dagli uomini rispetto alle donne che indossavano abiti di altri colori.

Le donne vedono più colori degli uomini. Questo è un mito che è stato smentito dalla scienza, ma continua a essere popolare. In realtà, uomini e donne hanno lo stesso numero di recettori del colore nei loro occhi. Tuttavia, le donne tendono a essere più abili nel distinguere tra sfumature di colore simili.

Per le relazioni a lungo termine le persone vedono le personalità. In una relazione a lungo termine, le persone tendono a concentrarsi sulla personalità del loro partner piuttosto che sul loro aspetto fisico. Questo è probabilmente perché l’attrazione fisica può svanire nel tempo, mentre la personalità è più duratura.

Se qualcuno mangia male significa che è depresso. Questo è un altro mito che non è supportato dalla scienza. È vero che alcune persone che soffrono di depressione possono perdere l’appetito o mangiare troppo, ma non è sempre il caso. Ci sono molte altre possibili cause di problemi alimentari, come lo stress, la genetica o le abitudini alimentari sbagliate.

Potete mentire al vostro cervello. Questo è un trucco psicologico che può essere usato per migliorare le proprie prestazioni. Ad esempio, se dovete fare un discorso, potete immaginarvi che il pubblico vi applauda calorosamente. Questo può aiutarvi a sentirvi più sicuri e a dare una performance migliore.

Numero2915.

 

A B R A C A D A B R A

 

 

 

Da bambini avrete certamente sentito questa parola. Non tutti sanno, però, che deriva dall’aramaico Avrah KaDabra: «io creo quello che dico». Che cosa significa? Che le parole creano la realtà. Non c’è pensiero senza parole. E senza pensieri non esistono pensieri critici.
Pensate che cinquant’anni fa un ginnasiale conosceva in media 1600 parole; oggi non ne conosce più di 500. È una cosa grave, si domanderanno alcuni?

Ecco, ricordate le sirene del mito di Ulisse? Con il loro canto seducono i marinai e li spingono a gettarsi in mare. Perché ci riescono? Perché le loro parole sono così persuasive che riescono a condizionare gli uomini. O ricordate il latinorum di Don Abbondio, il linguaggio forbito dell’Azzeccagarbugli? Tutti questi personaggi hanno una cosa in comune: distraggono, sviano, manipolano. Ma riescono ad avere la meglio sugli altri perché sanno parlare.

Quando prendo in mano un giornale o leggo un libro pubblicato recentemente, mi prende proprio una gran rabbia. Perché questi libri e questi articoli sono scritti come se noi lettori avessimo cinque anni e fossimo tutti preda di un istupidimento collettivo! Ma l’importante è che siano facilmente comprensibili! Sbagliato! Perché oggi, non mi stancherò mai di ripeterlo, i ragazzi hanno bisogno di conoscere più parole, perché non puoi esprimere ciò che hai dentro, non puoi avere un pensiero critico, non puoi dare voce al tuo dissenso se non hai le parole per farlo. E non soltanto i ragazzi ne hanno bisogno.

E a coloro che sostengono la necessità di semplificare il linguaggio e di abolire la punteggiatura, voglio rispondere con questa frase del poeta Julio Cortàzar: «Se l’uomo capisse realmente il valore che ha, la donna andrebbe continuamente alla sua ricerca.» Però se adesso sposto la virgola dopo la parola donna, una semplice virgola che molti reputano inutile come lo studio della grammatica e della letteratura, guardate come cambia la frase: «Se l’uomo capisse realmente il valore che ha la donna, andrebbe continuamente alla sua ricerca.»

Come si fa? Si arricchisce il proprio vocabolario leggendo molto e, per leggere molto, ci vuole molto tempo. Bisogna saperlo ricavare rinunciando alla play station e all’Happy hour, ma non solo. Bisogna anche interessarsi di tanti argomenti e padroneggiare i termini specifici di ciascuno di essi, dopo averli capiti a fondo: rem tene et verba sequentur, diceva Catone il censore, che vuol dire “possiedi un argomento e le parole seguiranno”. Rifuggite, giovani, dalle semplificazioni artificiali, non è tempo perso articolare compiutamente ed anche elegantemente una comunicazione o un ragionamento, perché è indice di ampiezza oltre che di chiarezza e di profondità di pensiero. Le parole sono sempre state uno strumento decisivo nel processo di convinzione dell’interlocutore: anche una cosa banale, illustrata bene e raccontata con maestria, diventa un link (connessione) affidabile e credibile.

 

Numero2899.

 

C I T A Z I O N E    D A L    V A N G E L O

 

Intanto si erano radunate migliaia di persone,

al punto che si calpestavano a vicenda,

e Gesù cominciò a dire anzitutto ai suoi discepoli:

 

 

 

Guardatevi bene dal lievito

dei Farisei, che è l’ipocrisia.

 

Non c’è nulla di nascosto

che non sarà rivelato,

né di segreto

che non sarà conosciuto.

 

 

Dal Vangelo di Luca 12, 1-7

Numero2893.

 

A N I M A     S P I R I T O     M E N T E     C O R P O                   C O L L O Q U I O

 

 

Anima e spirito: il significato delle due componenti in rapporto al corpo

La ricerca spirituale vede il corpo, l’anima e lo spirito come i tre componenti fondamentali dell’essere umano. Essa ritiene che il corpo sia uno strumento attraverso il quale, per mezzo dei sensi, sia possibile farsi un idea dell’esistenza sperimentandola e immergendosi nella realtà.

In poche parole, il corpo permette all’uomo di toccare, guardare, sentire, gustare, e così via. Gli consente di entrare in contatto con ciò che lo circonda, di conoscere cose nuove che servano ad accrescere il suo bagaglio di esperienza.

L’anima e lo spirito sono viste invece come delle entità che vivono all’interno del corpo. La prima è la componente che permette all’uomo di ricavare impressioni personali dalle esperienze. Lo spirito invece ha la funzione di mostrare all’essere umano una visione più completa e globale di tutto ciò che ha attorno.

Secondo questa linea guida quindi, il corpo è una sorta di veicolo terrestre che contiene le altre due componenti. I tre elementi però sono strettamente collegati tra loro, perché uno vive in funzione degli altri. E nessuno dei tre potrebbe esistere singolarmente.

Che cosa rappresentano davvero?

Approfondiamo meglio la concezione di anima e spirito aiutandoci anche con qualche esempio.

Secondo il credo della ricerca spirituale, l’anima è la componente che permette all’uomo di avere una propria visione sulle cose. O meglio, che gli consente di ricavare un’impressione percettiva in base all’esperienza fatta tramite il corpo. Che può essere positiva o negativa.

In sostanza, è il corpo che tocca un oggetto. Ma è l’anima che, tramite quel tocco, fa emergere una sensazione. Per esempio, mettiamo il caso che per sbaglio il vostro dito vada a finire su una fiamma accesa e si bruci.

È il vostro dito ad aver toccato fisicamente la fiamma. Ma è l’anima, invece, che vi permette di provare dolore, é l’essere interiore sensibile che non gradisce questa informazione, neppure vorrebbe riceverla, ma è costretta a registrarla. E dunque vi consente di ricavare una percezione individuale su quello che avete sperimentato. L’anima incontra una manifestazione aggressiva collegata al fuoco perché vi siete feriti toccandolo.

Il significato dello spirito è differente. Come abbiamo detto, questa è la componente che mostra all’uomo una visione più ampia della stessa esperienza. Ciò significa che, oltre alla propria idea, nasce anche un’impressione obiettiva su quello che l’oggetto del contatto è realmente.

Continuando l’esempio, possiamo dire che lo spirito permette all’uomo di capire che il fuoco brucia, ma che non è il fuoco in sé ad essere negativo. Infatti lo sbaglio è stato metterci il dito sopra.

 

I N    S I N T E S I    Prendiamo confidenza con un po’ di terminologia, per intenderci meglio sulle definizioni.

ANIMA = dal Greco ànemos cioè soffio, vento, è il principio vitale dell’uomo, di cui costituisce la parte immateriale, origine e centro del pensiero, del sentimento, della volontà, della stessa coscienza morale. È la parte che dà vita al corpo e ne alimenta l’attività fisica ed emotiva.

SPIRITO = è l’essenza più nobile dell’anima, che ha la capacità di elevarsi al di sopra del finito, a mezzo dell’astrazione, per spingersi fino al metafisico, fino alle vette di trascendenza estetica delle forme dell’arte e, per chi la vuole e la cerca, fino all’entità ideale che viene identificata con la Divinità.

MENTE = è invece, il meccanismo complesso e meraviglioso che, attraverso la razionalità, ci serve per inserirci nell’ambiente, prendere contatto con gli altri e realizzare i nostri obiettivi, i progetti e programmi che abbiamo deciso di portare avanti su questo piano materiale della realtà che ci circonda.

 

Prendendo alcune lettere delle tre parole sopra indicate e fondendole insieme in una specie di crasi (fusione) un po’ immaginifica, potrei coniare un neologismo (parola nuova) che suona così: SPIRANIMENTE.

Lo spiranimente potrebbe essere l’insieme dei significati concettuali sopra definiti e costituire l’interlocutore immateriale del protagonista fisico dell’uomo, cioè il corpo.

L’essere umano è costituito da questi due coniugi, anima e spirito, uniti dalla natura in un matrimonio sui generis nella mente che ne diventa una specie di “braccio operativo” che mette in azione e in funzione il corpo.

Il corpo rappresenta l’involucro o scafandro entro il quale è ospitato il nostro spiranimente, a vario titolo e secondo criteri molto diversificati, con un algoritmo non teorizzabile dove la casualità è squisitamente quantistica.

Voglio dire, e tutti lo possono constatare, che nessun uomo è uguale ad un altro, proprio perché:

1 – Non esistono corpi fisicamente uguali, neanche nel caso di gemelli.

2 – Non esistono neppure spiranimenti uguali.

Ne consegue che, a maggior ragione, non è dato di trovare sulla faccia della terra e per tutta la durata della storia umana, una persona che sia uguale ad un’altra, tale e tanta è l’eterogeneità delle possibili combinazioni di miliardi di caratteri diversificati, sia di tipo fisico che di tipo immateriale.

Questa lunga premessa, per quanto cervellotica possa apparire, è per annunciare il presuntuoso tentativo di mettere in scena la diatriba fra un corpo e uno spiranimente nella loro coesistenza.

Di chi siano, non serve troppa immaginazione, lo potete intuire facilmente.

Io, piccolo pulviscolo del creato, quasi nullità biologica, indegno rappresentante della razza umana, ho tentato, per 80 anni, di far andare d’accordo le due parti della mia natura, quella corporea e quella spiranimentale, con quali risultati, francamente, non riesco ancora a capacitarmi. Ecco perché, qui di seguito, scriverò per parlarmi addosso e valutare, fra me e me, quale persona e personalità io sia mai stato e sia.

Di questo teatrino, il lettore è invitato ad essere spettatore, spero indulgente e non ipercritico. Anche perché la messa in scena e la recitazione saranno, come si suol dire, “a braccio” e senza “canovaccio”: improvviserò cammin facendo.

 

 

 

S = spiranimente = spirito + anima + mente

C = corpo

 

Una mattina di questi giorni, S = spiranimente e C = corpo si svegliano dopo una delle solite nottate agitate, un po’ a spizzichi e bocconi, fatta di tappe, fermate e ripartenze, di veglie pensanti e di sonni tranquilli, di assopimenti e di sogni che entrano ed escono uno dall’altro. A questa età è ormai così che trascorre il tempo della notte. Ebbene, quella mattina i nostri due personaggi che poi, come ben capirete, sono le due facce della mia stessa medaglia, tornano per l’ennesima volta alla vita cosciente e, fra di loro, cominciano a dar vita ad un colloquio che mai, in oltre ottant’anni, avevano intavolato seriamente. Quello che si diranno non lo so ancora, ma lo scoprirò io stesso scrivendo, passo dopo passo, tutto quello che mi passa in testa, senza un programma, senza un criterio, senza un ordine temporale, forse anche senza uno scopo, se non quello di rivelare a me stesso, innanzi tutto, e a chi mi segue quello che sono stato e sono tuttora.
Andrò a scovare, anche negli angoli più riposti, tutte le sfaccettature di questa relazione, che ha legato nel passato e lega ancora nel presente, le due componenti di cui è costituita la mia persona, mettendo a confronto e contraddittorio i due punti di vista che hanno peculiarizzato la mia esistenza di essere umano senziente e pensante. Eppure, bene o male esse sono state e sono tuttora intimamente connesse in un tutto unico e, francamente, si può parlare di coabitazione, di collaborazione, di integrazione, di combutta, di solidarietà, di mutuo soccorso, di interazione, di condivisione e quant’altro possa identificare un sano rapporto di coesistenza.
La sceneggiatura non sta scritta da nessuna parte, esiste in embrione soltanto nel mio cervello e mi sto chiedendo se sarò capace di sviscerare dignitosamente gli argomenti e di dipanare con successo la matassa di tutto il garbuglio che è stata ed è la mia vita.
Per intanto comincio. Dove mi porterà la messa in scena non ve lo so dire: scopriamolo insieme.

 

S – Ben svegliato, buon giorno!

C – Buona giornata a te, caro collega e compagno! Come ti senti dopo la nottata? Nel sonno, sei andato in giro per i fatti tuoi senza di me?

S – Non ti nego che, per qualche ritaglio di tempo notturno, ho avuto l’occasione di vagare liberamente astraendomi dal tuo contatto e sono riuscito a sentirmi proprio strano e diverso, addirittura mi sono sentito bene, perché non erano incubi o situazioni di malessere quelle che provavo, bensì un senso di serenità positiva.

C – Non sono dispiaciuto di queste tue sensazioni, anche se so che, durante il giorno, quando sei cosciente e coabiti con me, non hai tanto spesso manifestazioni di benessere, perché ormai io, come tuo albergo, non sono più tanto confortevole.

S – Non ti sto rinfacciando nulla. Per tanti anni da te ho avuto il meglio che potevi darmi ed adesso, con l’età che ci ritroviamo, dobbiamo fare i conti con una vagonata di malanni ed acciacchi, più numerosi che fastidiosi. Lo dico perché a tutto ci si adatta ma, purtroppo ci sono. Prendi, ad esempio, l’ipertrofia prostatica benigna, di cui da tempo stai accusando i sintomi. Lo sai che di notte non mi fa dormire sonni tranquilli.

C – Hai ragione e me ne dolgo sinceramente, ma tu sai che, oltre al fatto di avere avuto un padre che soffriva della stessa pecca, mi hai anche trattato piuttosto maluccio, per decenni, con un’alimentazione niente affatto sana e salutare.

S – Devo riconoscere che ho mangiato un po’ alla carlona per tutta la vita. Sai, se si sapessero prima certe cose! Quando ero giovane tutto mi era perdonato e tu, mio caro C, hai assorbito e neutralizzato ogni eccesso o disfunzionalità. Ma più avanti nell’età, dopo aver gozzovigliato impunemente per tutta la vita, anche tu non hai più i mezzi per metabolizzare tossine e veleni che stanno dentro, ahimè, a tutte le cose buone che ingurgitiamo. Maledizione! Perché le cose che piacciono di più sono quelle che fanno più male?

C – Dici bene, così è ed è successo. Solo adesso che ti sei accorto di quanto sbagliavi, hai tentato di rimediare in qualche modo. So che hai studiato, ti sei fatto una cultura, hai preso provvedimenti anche drastici per riportarmi ad una condizione più accettabile ma, come sai, i danni creati sono irreversibili e adesso devi convivere con le conseguenze delle trascuratezze che mi hai fatto sopportare.

S – Caro C, mi pento amaramente di non aver fatto abbastanza per imparare a vivere come si deve dal punto di vista dell’alimentazione: sono stato proprio uno scriteriato! Perché invece di tante materie stupide e farlocche, nelle scuole non insegnano a nutrirsi come si deve e a mandare al diavolo le lusinghe e le tentazioni che ci propongono le pubblicità delle industrie alimentari?

C – Questo sarebbe stato compito tuo: siamo quello che mangiamo! E lo dico io che sono un corpo. Solo ora che hai data una regolata alla tua maniera di nutrirti, sto meglio, assai meglio che non negli ultimi decenni, anche se  sono molto più vecchio. Ti ho supportato e sopportato per tanti anni, ma sono segnato dalla tua negligenza nella gestione delle mie esigenze. Eppure ho cercato in tutti i modi di mandarti dei segnali, di quando in quando, per avvertirti che stavi esagerando, trascurando, sottovalutando.

S – Accidenti! Se, come spero e credo, avrò un’altra vita, saprò comportarmi in altro modo. E comunque, chi sa può, chi non sa peggio per lui. È successo tutto come quando vai al ristorante, pensando di non pagare mai. Ti fai portare tutti i manicaretti più sfiziosi, te li godi con gusto, ma poi ti accorgi che devi anche pagare ed allora arriva il cameriere con un conto che più salato non si può.
Se tu avessi chiesto dei piatti più modesti, se ti fossi attenuto a scelte non di rinuncia ma di sobrietà, non avresti pagato tanto. Bastava che ti informassi: dovevi saperlo prima. Prevenire e pagare il giusto è meglio che pagare troppo e… piangere.

C – Caro S, se, come sostieni, avrai nuovamente l’occasione di tornare in vita, credi che potremo ancora instaurare, noi due, una collaborazione vitalizia come quella di cui stiamo usufruendo? Io penso di no, perché a morte avvenuta, io finirò in pasto ai vermi o in cenere e quindi tu dovrai trovare un altro ospitante con cui avere una relazione. Ti sorride l’idea di liberarti di me?

S – Se c’è una cosa per cui io benedirei la morte è proprio la possibilità di incarnarmi in un altro corpo. Ciò che io, adesso, dico non è perché sia questa una verità. La mia è solo una speranza. E sai che ti dico anche? Che il corpo che potrei avere nella prossima esistenza terrena, potrebbe essere a misura del livello spiranimentale che ho maturato nel corso di questa vita. In questo senso, un corpo come il tuo di oggi non mi sarebbe per nulla adatto ed appropriato, ammesso e non concesso che io abbia utilizzato in senso migliorativo il mio attuale percorso esistenziale.

C – Ben detto! E io non sarei invidioso del tuo nuovo corpo fisico. Ho cercato di assecondarti nel miglior modo possibile, non ti ho mai fatto fare brutta figura, per quanto tu mi abbia trattato abbastanza male. Non mi sto appuntando medaglie sul petto, né agitando turiboli d’incenso. Eppure so bene che tu, per certi versi, non sei stato troppo contento di me.

S – Ebbene sì, è vero. Lo dichiaro apertis verbis (chiaramente): ho sempre avuto una pur rispettosa e mai lamentosa riserva sulle tue caratteristiche fisiche. Se io ti ho fatto soffrire per non averti alimentato adeguatamente, confermo che tu mi hai scontentato e deluso per il tuo aspetto, sia morfologico che estetico. Ad esempio la statura: non è questione di vanagloria, ma mi sarebbe piaciuto “abitare” in un corpo un po’ più alto.

C – Ma è mica colpa mia se entrambi i tuoi genitori non superavano il metro e sessanta. Cosa pretendevi! D’accordo, non mi hai scelto tu, ma loro sì che si sono scelti ed assortiti. I caratteri somatici genetici ereditari non si possono cancellare.

S – Due cose ti voglio dire. La prima è che mio figlio è alto un metro e ottantacinque e io misuro uno e sessantacinque e sua madre è alta più o meno quanto me. Sono contento per lui che è stato più fortunato di me. Però l’ereditarietà qui ha fatto un salto. La seconda cosa che ti dico è che, oltre l’altezza, ho sempre avuto da ridire sulla particolare nodosità delle mie giunture ed articolazioni. Mi sarei augurato di essere un po’ più snello e flessuoso, con un’andatura armoniosa e sciolta. Sono invece, in particolare adesso che sono invecchiato, molto legnoso, goffo e ingobbito e la mia andatura è più vecchia della mia età.

C – Bravo tu ad incolparmi anche di questo: è colpa tua se, in primis, hai dovuto trapiantarmi entrambe le anche con protesi artificiali! E questo non mi aiuta certo ad incedere con leggerezza ed eleganza. Ed è, altresì, colpa tua se per tutta la vita ho lavorato quasi esclusivamente da seduto. Prima hai studiato, e tanto: la mia posizione abituale, per ore ed ore, era quella da seduto. Ultimamente, dalla pensione in poi, è quasi peggio: oltre che pigro, sei troppo sedentario. Sto al computer o alla Tv per tutto il giorno, salvo qualche ora di tennis e qualche giretto ogni tanto. Ormai, non mi raddrizzo più.

S – Non ti ripudio, anzi dovrei esserti grato per aver fatto del tuo meglio. Bene o male, nonostante una serie di piccoli handicap corporali, sono riuscito ad avere lo stesso le mie gratificazioni sentimentali, affettive, relazionali. Tutto sommato, se ci penso bene, sono piaciuto a più di qualche donna ed a rappresentarmi ci sei stato tu. Io ho cercato di renderti gradevole il più possibile con le mie doti umane, mentali, culturali, con la sensibilità e l’educazione nei rapporti interpersonali.

C – È così come dici, abbiamo fatto una discreta figura insieme e poi, devo riconoscerlo, mi hai sempre vestito come si doveva, presentandomi in ogni occasione ben agghindato con un tuo stile personale, curato e anche originale, che mi ha fatto, non dico notare, ma distinguere almeno, a dispetto dell’aspetto, perdonami il bisticcio di parole. Riconosco che, stando alle sole caratteristiche fisiche, sarei passato quasi inosservato, a causa della pochezza del look somatico.

S – Non si può avere tutto nella vita. Ma quello che abbiamo avuto insieme non è stato proprio banale o insulso. Ma lascia che ti confessi molto candidamente che mi sono sentito, in alcune circostanze, in certi momenti della vita, in compagnia di alcune donne, poco assecondato da te. Non dico che abbiamo fatto brutta figura, ma probabilmente, lo ammetto, non ho saputo tenere le briglie con la dovuta efficacia per concludere la corsa da cavaliere brillante. La tua resistenza al galoppo a volte non ho saputo gestirla al meglio, probabilmente a causa dei particolari episodi e periodi della vita per cui il mio sistema nervoso non era sereno, ma molto stressato. Qui devo recitare il “mea culpa”, ma quelle occasioni sono state le uniche volte in cui il nostro rapporto è stato distonico e non del tutto soddisfacente dal punto di vista delle performance psicosomatiche.

C – Sono contento che ti sei preso tu il coraggio e l’onestà intellettuale di ammettere le tue responsabilità, ciò ti rende onore. Quando si sono verificate le circostanze per cui il tuo stato affettivo e mentale è risultato all’altezza, io ti ho risposto e assecondato adeguatamente e il benessere non è mancato, né prima, né durante, né dopo. Io ci metto i miei circuiti nervosi e muscolari, nel miglior stato di forma possibile, ma a comandarli sei tu: io faccio la biga e tu l’auriga. Stavolta sono io che ti chiedo di perdonarmi la battuta.

S – Anche le prestazioni sportive ci hanno visto in combutta per ottenere i risultati migliori che potevo raggiungere al mio livello.
Da giovane abbiamo giocato a calcio, praticato un po’ di atletica leggera e poi tanto tennis. Abbiamo imparato da soli, alla buona, ma con grande entusiasmo e costanza. Tuttora, all’età di quasi ottantadue anni , il tennis è lo sport che stiamo praticando ancora con soddisfazione e contiamo di continuare finché reggono le forze e ci facciamo rispettare anche da chi ha 20 anni di meno. Anche perché, ultimamente ho messo in atto una piccola, grande rivoluzione nei miei regimi di vita.

C – Eh, me ne sono ben accorto! È stato un cambiamento drastico quanto inaspettato, pur se auspicabile, quello a cui mi hai sottoposto in questi ultimi mesi. Negli ultimi 10-15 anni, mi hai trascurato tanto, al punto che mi sono trovato costantemente in serio sovrappeso, per quanto ti sforzassi di adottare restrizioni caloriche, sacrifici e rinunce. Non riuscivi a farmi dimagrire con la sola dieta per colpa della sindrome metabolica che si era instaurata in pianta stabile a causa della diffusa infiammazione di tutti i miei sistemi, tessuti e organi. So che hai studiato, progettato e programmato un piano per implementare il metodo del digiuno.

S – Proprio così. A mali estremi, estremi rimedi. Ho capito che non ci sarebbe stato alcun risultato positivo per raggiungere un peso più adeguato alla tua corporatura e alla nostra età, se non ero in grado di realizzare un reset di tutto il tuo organismo, ricorrendo al metodo, tanto severo quanto naturale, del digiuno. Ho cominciato con prudenza cioè con un periodo di tre mesi di restrizione calorica e con il digiuno intermittente. Sono riuscito a farti calare di circa 5 Kg. Poi, quando ho sentito che potevo permettermelo, ho adottato il digiuno terapeutico assoluto per 5 giorni consecutivi: niente cibo solido, solo acqua, caffè, tisane e brodo vegetale. E se ne sono andati altri 4 Kg. Da lì, sentendomi perfettamente in forze, tant’è che non ho mai smesso di giocare a tennis, ho ripreso a mangiare regolarmente, ma modificando le mie abitudini alimentari. Tuttora, sono in una fase di mantenimento che sembra essere addirittura migliorativa. Ho rinunciato, e ormai mi ci sono abituato, a certi cibi che avevo sempre mangiato e che mi piacevano, ma che non sono propriamente salutari. Adesso quello che mangio è altro ed è anche meno, visto che ci sono circa 10 Kg di te in meno che non richiedono più di essere nutriti. Finalmente, il tuo metabolismo risponde e reagisce con prontezza: il rilascio di insulina è sotto controllo e la glicemia, conseguentemente, anche. Ti lascio la parola per sentire da te come ti senti.

C – Ebbene sì, te lo confermo. Avverto un senso di benessere generale, di vigoria e di lucidità che avevo dimenticato. È ben vero che ho perso parecchio tessuto muscolare, ma niente di particolarmente grave, e soprattutto, ho perso molto grasso viscerale e sottocutaneo, anche se si vede, qua e là, la pelle un po’ cadente, perché non ha più il supporto dei cuscinetti adiposi. Il sonno è ulteriormente migliorato e le analisi più recenti hanno evidenziato che sono rientrati nella norma tanti parametri vitali indicatori di uno stato di salute soddisfacente, addirittura migliore di qualche anno fa. E ora non mi pesa più la rinuncia a tante cose che mangiavo e bevevo pensando che fossero giuste solo perché mi piacevano. Accidenti no! Non sono giuste, perché non riuscivo a ritrovarmi, a riconoscermi, continuando così. Insomma, a circa 10 mesi dall’inizio di questo percorso, ho perso ormai 12 Kg e vedo che mangio bene quanto voglio, sono sazio e registro ogni mattina, nudo sulla mia bilancia, le variazioni che si verificano a seconda di come e quanto mi dai da mangiare.

S – Vediamo se mi confermi anche questo: negli ultimi tempi, hai notato che ho cambiato anche l’acqua? Anche qui devo dire di aver preso un provvedimento radicale. Fino a poco tempo fa, bevevo l’acqua Ferrarelle, solfato calcica, ma mi accorgevo che avevo difficoltà ad eliminarla coi filtri renali: ha un residuo fisso molto alto e facevo poca pipì. Così, ho pensato di non berla più e di abituarmi ad un’acqua con residuo fisso molto basso,: l’acqua Sant’Anna che io adopero per la macchina del caffè e con cui, se non elimino, evito le incrostazioni calcaree. Ho pensato che la stessa funzione avrebbe potuto fare anche con i tuoi reni. Cosa hai registrato?

C – Proprio così! Devo constatare che, adesso, l’eliminazione dell’urina è notevolissima e, per di più, il colore del liquido organico è parecchio più chiaro e limpido. Significa che i glomeruli renali si stanno pulendo e la funzionalità è assai migliorata. Anche questo è un contributo al resettaggio dell’organismo: le tossine vengono eliminate e tutto funziona meglio. Si vede che hai studiato, ma fammi fare una domanda che è un rimprovero: perché non l’hai fatto prima?

S – È il solito discorso: fino quando non sono arrivato davanti all’ultimo stadio e mi sono accorto che non ci sono altri rimedi, la pigrizia mi ha sempre dissuaso dal modificare le mie convinzioni, le mie abitudini e ho continuato imperterrito ad accumulare tossine. Ma ormai era evidente che tu non avevi più strumenti validi per smaltirle perché i tuoi organi emuntori e filtranti stavano arrivando ad una condizione di irreversibile collasso, diventavano sempre più inefficienti. Allora, posso dire che questa volta ti ho fatto fare un “tagliando”? Tanto ti dovevo, se solo posso aspettarmi che tu sia in grado di proseguire ancora per un po’ di tempo.

C – Il ricondizionamento ha funzionato ed è ottimale. Te lo posso garantire anche perché, ad esempio, sui campi da tennis, mi sento molto in forma, agile e scattante più di prima, sento meno la fatica e la prestazione è all’altezza delle aspettative. Erano anni che non mi divertivo così giocando: mi facevi fare tanta fatica con modesti risultati, ora è diverso. Mi congratulo con te, anche tu avrai le tue soddisfazioni.

S – Sì, sì! Sono proprio contento, ma promettimi di farmi sentire il tuo campanello d’allarme, nel caso in cui io vada fuori dai binari. Può accadere che, talvolta, incorra in qualche trasgressione occasionale. Di solito me ne accorgo, ma tu ricordamelo e protesta sonoramente se vedi che sto perdendo il controllo. Posso recuperare prontamente, perché ormai non mi atterrisce l’idea di saltare un pasto o di rinunciare a questo o quel cibo per qualche tempo. Sai che io non sono un fanatico su nulla, può capitare che faccia una eccezione, di quando in quando, ma posso compensare adeguatamente con una rinuncia per ripristinare la media. Conto sulla tua collaborazione, rigorosa quanto vuoi. Ormai mi sono fatta una ragione. Devo occuparmi di te fino alla fine dei nostri giorni insieme, non ho altri veicoli di ricambio o di scorta. Non lasciarmi a piedi senza preavviso.

C – Se vuoi che continui a farti un buon servizio, trattami bene come ultimamente hai cominciato a fare. Posso fare un appello? Vorrei chiederti di non trascurare mai le funzioni cerebrali. Se mantieni attivo e ben funzionante il cervello, vedrai che il resto, che sarei io, gli verrà dietro, sono pronto a seguirlo con tutti i mezzi e gli strumenti che mi sono rimasti efficienti, al loro meglio compatibilmente con l’età. La cabina di regia deve essere sempre in piena efficienza. Non ci possono essere buone attività senza buoni ordini e programmi. Mi raccomando.

S – Come ben sai, in questi ultimi 5 anni, ho fondato un BLOG dove scrivo continuamente quando, cosa e come mi pare. È la mia valvola di sfogo mentale, morale, intellettuale. Non scrivo per dire o dimostrare qualcosa a qualcuno. Semplicemente mi confesso con me stesso, in una specie di catarsi autoreferenziale. A me piace stare solo e la mia è una “vox clamans in deserto” (voce che grida nel deserto). Non cerco lettori o ascoltatori, non faccio “l’influencer” cultural-intellettuale, ho pochi e qualificati estimatori, che ringrazio per seguirmi talvolta qua e là, su specifici argomenti. Riempio così la mia solitudine parlando con il mondo senza pretendere che mi ascolti. Sai, mi sono accorto che è un’attività terapeutica, specialmente perché, come diceva Kant, è “senza speranza di premio e senza timore di pena”, così come diceva “il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”. Ma lui è stato uno delle menti più alte dell’Illuminismo. Io, invece, mi limito ad accendere, di quando in quando, qualche piccola lampadina su svariati temi dello scibile umano. Anche questo nostro colloquio finirà li, nel BLOG.

C – Così metterai in piazza, spudoratamente, gran parte della tua personalità. Ho capito il tuo scopo: è quello di passare ai posteri la memoria di te e dei tuoi pensieri, per essere ricordato da chi non ti ha conosciuto e capito meglio da chi ti ha conosciuto. Si tratta di un vero e proprio testamento della tua personalità per coloro che si imbatteranno, per volontà o per caso, nelle tue scritture. Li dentro ci sei tutto tu e, magari in secondo piano, ci sono presente anch’io.

S – Comunque, la mia attività cerebrale, stanne certo, ha qui il suo impegno e il suo disbrigo. Fino a quando il lume della ragione rimarrà acceso, mi dedicherò a questo “divertissement”, che è una composizione letteraria di carattere frivolo e giocoso. Lo è per lo spirito con cui ad esso mi sono approcciato e mi accingo, un po’ meno per gli argomenti trattati che sono, piuttosto, seri, controversi, diatribici, divisivi, impegnativi. Su ogni cosa dico quello che penso, perché penso quello che dico. Come ho sempre fatto. E non mi aspetto di essere condiviso e, men che meno, ammirato per alcuna delle mie opinioni. Alla mia età, non ho più tempo per rinunciare ad esprimere alcunché, anche se sono ancora pronto a recepire altri pareri se, putacaso, si avvicinano alla verità più del mio. La verità è mobile e sacra. Nessuno, nemmeno io per primo, può affermare di averne possesso, perché è in eterno aggiornamento. E io, umilmente, ripeto sempre: tutti hanno diritto di avere un’opinione, ma hanno anche il dovere di averla informata. Io sono preparato a cambiare opinione su tutto. Solo i cretini sono pieni di certezze. “Nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma, panta rei, tutto scorre”, come diceva Eraclito, ribadito nella chimica da Lavoisier. La vita, come tutta la “Creazione” è una metamorfosi, una trasformazione e ancora lo sei tu, dopo la morte, quando io, Spiranimente, stanco di ogni sforzo, ti abbandonerò, mia buccia, nella spazzatura dei cimiteri.

C – Che brutta fine mi tocca fare! D’altra parte è una legge naturale, quella della morte: che cosa sarei io senza di te? Se ti perdo non mi resta che sparire, povera cosa inanimata che non funziona più. Mi fa piacere pensare che per te ci sarà un altro percorso di evoluzione spiranimentale. Nell’orizzonte degli eventi, ci sarà un tempo e un luogo quando e dove, in un altro veicolo corporeo, proseguirai la tua crescita di raffinazione, salendo di livello rispetto al presente. Infatti, tu adesso, sei molto migliore di quando sei nato, nessuno lo può dire meglio di me, che ti sono stato appiccicato per tutta la nostra vita.

S – Per sommi capi, lo avevo anticipato prima. Fammi definire meglio e più approfonditamente un pensiero che mi solletica e mi intriga da un po’ nei meandri cerebrali che sono sempre in fermento creativo o meditativo. Sai che io intuisco e penso che quello che viene immaginato come inferno e paradiso nell’aldilà in realtà non sono altro che il retaggio di come e di ciò che io mi sento adesso, su questa terra, in questa vita? Se io mi sento bene ora spiranimentalmente, se sono soddisfatto del mio essere e della mia condizione, se lascio intorno a me le persone care e tutti gli altri in pace con me e con un buon ricordo, se non ho fatto del male e ho la coscienza pulita, e tutto questo mi fa stare bene nella mia pelle, io credo che mi porterò nell’aldilà questo “status” d’animo che costituirà il bagaglio di crediti che definiscono il livello di evoluzione che mi è proprio e che mi spetta. Da li posso ripartire alla prossima tornata di vita e posso tentare di raggiungere un altro livello più alto di bene che vuol dire più armonia, più equilibrio, più apertura mentale, più altruismo ed empatia che, lo sento, un po’ mi sono mancati in questa mia esistenza attuale. Insomma, paradiso e inferno hanno la propria sede nella coscienza di ogni individuo, nella consapevolezza intima e leale di avere fatto il bene ed il male che poi influenzano lo stato di benessere o di malessere a cui noi diamo quei nomi altisonanti di paradiso e inferno. Stare bene o stare male con se stessi sono il vero paradiso o inferno in questa stessa vita che stiamo vivendo: noi siamo premio o castigo a noi stessi. La mia è, ripeto, una pura ipotesi, per non dire un augurio che faccio a me stesso, in definitiva una speranza autoconsolatoria che mi aiuta ad affrontare i giorni a venire con maggiore serenità. Da qui scaturisce anche una strana curiosità per la morte e, persino, ma non ti meravigliare, una quasi sfrontata assenza di timore per essa.

C – Complimenti per il tuo filosofeggiare molto creativo e, tutto sommato, assai salvifico. Lascia  fare anche a me una citazione forbita: “primum vivere, deinde filosofari” ( prima di tutto vivere, poi fare filosofia). Intendo dire che noi due dobbiamo occuparci ancora per un po’ dei fatti nostri, cioè di quello che abbiamo in comune. E ti voglio chiedere quali sono le tue aspettative e previsioni per gli anni a venire, tenendo conto che il decadimento fisico, che da un bel po’ è cominciato, diventerà ingravescente e arriverà il momento in cui dovrò ammainare la bandiera sotto gli assalti pirateschi di qualche morbo improvviso o degenerativo. Un’altra citazione: “motus in fine velocior” ( il movimento, verso la fine, diventa più veloce).  Finché la trottola si ferma.

S – Non mettere già le mani avanti, ti ho appena revisionato il motore e potresti marciare ancora egregiamente per un bel po’ di chilometri. Ti prometto che ti farò procedere ad un regime di giri limitato e congruo con le tue potenzialità attuali e future. Nessuna esagerazione di velocità né sbandamenti incontrollati nell’andatura, una rotta di crociera tranquilla e conservativa: starò attento a non sprecare nessuna delle poche cartucce che mi sono rimaste, risparmiandole per gli attacchi che sicuramente arriveranno, senza preavviso e con sempre maggiore veemenza. D’ora in avanti, sarà mia premura condurre un regime di vita e di alimentazione parco, sobrio e salubre per non compromettere le tue condizioni organiche, già intaccate dal logorio e non più recuperabili. Spero che ti vada bene il mio proposito e conto di essere da te assecondato e facilitato per arrivare in porto senza affrontare tempeste.

C – Sono d’accordo con te. Ma come ti auguri che succederà, quando taglieremo il traguardo? Chi di noi due abbandonerà per primo l’altro? Da chi arriverà la resa e alzerà bandiera bianca: Io con la perdita delle integrità fisiche basilari o tu con l’assenza del controllo di gestione della navicella?

S – E chi lo sa? Non ci è dato di saperlo ancora: forse, intimamente, avvertiamo di non essere, al momento, troppo vicini alla fase finale, perciò le previsioni e le predizioni sono francamente inappropriate. Ogni giorno, di cui i nostri occhi ci daranno la luce del sole, porterà la sua pena e ci aggiorneremo cammin facendo. Teniamoci in contatto, il più stretto possibile. Ecco, l’unica cosa che un po’ mi fa paura è questa di non conoscere o non saper prevedere come sarà la fine. Ma tutto sommato, è un particolare di non decisiva rilevanza: ciò che è alle nostre spalle, la nostra storia insieme, è già un conforto ed un soddisfacente viatico per il dopo, qualunque cosa sia. E così sia.

C – Ma ho un’ultima curiosità: quale fine mi farai fare, quando mi sarò spento? Intendo: mi aspetta una cassa da morto ed un loculo,  oppure pensi alla cremazione, che ultimamente è diventata, se non una moda, almeno molto più comune e frequente?

S – Bella domanda! È da un po’ che ci sto pensando, ma devo informarmi ancora e meglio e ti prometto che lo farò e ti darò una risposta. Se ci sono civiltà, come quelle Egizia, che hanno sviluppato un culto dei morti molto conservativo riguardo al corpo, pensa alla mummificazione di cui erano maestri, altre culture in diversi siti della terra, nel passato e nel presente, hanno adottato l’eliminazione dei cadaveri a mezzo del fuoco, che sembra essere per loro un elemento purificatore Tutti si rifanno a dettami teistici, fideistici, religiosi, rituali, a consuetudini e tradizioni che tengono conto anche di sicurezza ambientale e igienica. Gli Egizi addirittura lasciavano nelle tombe del cibo accanto alla mummia, nella convinzione che il corpo del defunto avrebbe potuto materialmente continuare a vivere. Molti popoli lasciavano, invece, nel sacello solo le cose più preziose che il morto aveva portato con se in vita, pensando che avrebbero gratificato il suo spirito. Io penso, e te lo confermerò, che tu, caro C, possa essere polverizzato molto semplicemente e che le tue spoglie mortali vengano ridotte in cenere e contenute in una una piccola scatola, che possa costituire un ricordo della tua, della nostra persona trapassata a miglior vita e che l’urna sia conservata nella casa di chi vorrà custodirla.

Memento, homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris ( Ricordati, uomo, ché polvere sei e in polvere ritornerai). Genesi 3,19.

 

 

Numero2844.

 

F E M M I N I C I D I

 

da QUORA

 

Riporta Flavio T. , corrispondente di QUORA.

 

un autorevole appello ai Padri e a tutti i maschi contro la piaga dei femminicidi nel nostro paese..

Condivido questo articolo dello psichiatra psicoterapeuta, ricercatore e divulgatore Alberto Pellai, che ha dedicato la maggior parte del suo impegno all’adolescenza e alle sue fragilità, con una particolare attenzione a quella maschile:

LETTERA A NOI PADRI

La morte di Giulia ci interpella tutti, noi maschi, uomini, padri, compagni di vita. Non possiamo non sentirci addosso tutto il dolore del mondo. Giulia è anche nostra figlia. Così come il suo assassino. Sono i figli e le figlie che cresciamo nelle nostre vite, nelle nostre famiglie. Sono i figli e le figlie a cui consegniamo la vita con cui li abbiamo messi al mondo perché la rendano quel territorio in cui diventare chi davvero vogliono essere. In questo progetto educativo, devono imparare che non possono esistere parole come possesso, sopruso, sopraffazione. Lo devono sapere le nostre figlie, prima di tutto. Perché se solo un amore si contamina con queste parole allora da lì si deve fuggire. E denunciare. Lo devono però prima di tutto imparare i nostri figli. La sfida enorme con i nostri figli maschi non è solo insegnare loro a non essere violenti, cosa fondamentale, sia chiaro. La vera sfida è quella di insegnare loro ad essere “veri” con se stessi. A comprendere che costruire una storia d’amore significa esercitare tre competenze fondamentali dentro una relazione: rispetto, responsabilità ed empatia. Che vanno insegnate ancora prima della non violenza. Perché se apprendi queste tre competenze, allora la violenza non entrerà mai nella tua vita, il possesso non comparirà mai come bisogno dentro una storia d’Amore.

Cari padri, il cambiamento nella vita dei nostri figli maschi può avvenire a partire da noi. Siamo figli di padri che ci hanno amati e cresciuti, ma che quasi mai sono riusciti a dirci: “Ti voglio bene, figlio mio”. Siamo figli di padri che quasi mai sono stati capaci di vedere le nostre lacrime, anche quando era impossibile non farlo. Siamo figli di uomini che non hanno quasi mai saputo parlarci del sesso, dell’amore, del corpo che cambia, della pubertà. Eppure questi temi sono di importanza cruciale nella vita di un ragazzo.

Noi padri siamo i compagni di viaggio che stanno davanti, di fianco e dietro a un figlio che a sua volta diventerà uomo. Nel vivergli accanto possiamo mostrargli cosa vuol dire per noi uomini essere persone vere. Possiamo aiutarlo a non temere la tristezza e a trasformare la paura in coraggio. Possiamo educarlo a tenere alto lo sguardo sugli altri e sulla vita facendo del nostro sguardo uno specchio in cui lui stesso può riflettersi per cercare quell’immagine identitaria che ancora gli appare sfocata e poco definita, così come deve essere alla sua età.

Noi padri possiamo rendere la relazione con i nostri figli un’occasione di allenamento al rispetto e alla verità, un laboratorio dove si discute dell’amore e della sessualità, uno spazio di vita in cui – aiutando loro a diventare gli uomini che vogliono essere – diventiamo noi stessi uomini più completi e più veri.

Siamo noi padri gli scultori di un nuovo modo di essere maschi e uomini in questo terzo millennio, in cui i nostri figli si trovano spesso sospesi tra il falso mito del vero uomo e il bisogno profondo di diventare uomini veri.

(Tratto da “Ragazzo mio. Lettera agli uomini veri di domani” di A. Pellai, De Agostini ed.).

Con un enorme dolore, oggi, mi sento padre di Giulia e anche padre del suo assassino. Sento dentro di me tutto il dolore del mondo. E comprendo che la rivoluzione più necessaria oggi è quella che dobbiamo fare noi padri.

Se volete e potete condividete questo messaggio con un uomo.

Numero2829.

 

 

E S S E R E    I N S E G N A N T I

 

Parla un insegnante che scrive su QUORA

 

Ho insegnato fisica per 30 anni. Cosa ho capito?

 

Ero felice quando gli studenti ( meglio se tutti gli studenti ) avevano assimilato le conoscenze che avevo trasmesso . Speravo tanto che fossero le più aggiornate possibili . Però non bastava era troppo poco . Non serve conoscere : il cervello non è un contenitore di informazioni ma può dare molto ma molto di più . Allora ho cercato di insegnare che la conoscenza non è la verità ( che non si trova MAI ) ma bisogna insegnare a dubitare, ad essere critico verso qualsiasi informazione . Questo ci può permettere di trovare l’inganno e combattere i mali della nostra società : l’ideologismo – il fanatismo – la credulità – il conformismo e potrei continuare . Il massimo che io mi aspettavo dai miei studenti era quando mi dicevano : “Professore mi dimostra quello che dice …o, meglio, da dove nasce la sua certezza?” . Avevo educato delle persone a usare il proprio cervello per costruire le proprie certezze ( nella conoscenza ), ad essere libere dai venditori di fumo. In fisica credere è una parolaccia e dimostrare ( o sperimentare ) è nello spirito scientifico .

Numero2810.

 

U N    L U S T R O

 

In questo mese di novembre, dell’anno 2018, questo BLOG emetteva i suoi primi vagiti.

Buon compleanno a MILLE E PIU’ MOTTI.

Sembra che sia diventato adulto: ora si occupa di argomenti più seri ed importanti. L’epoca e lo spirito dei piccoli proverbi di cinque anni fa sono superati, per far posto ad altre istanze ed interessi.

Anche chi scrive è diventato più vecchio e, forse, anche più saggio: molto ha imparato, cammin facendo, dalle sue stesse scritture, tramite le ricerche, le documentazioni, le recensioni; ha tratto spunto da ogni tipo di argomenti, i più svariati, ma sempre con spirito di curiosa criticità e persino, a volte, di partigianeria per i propri punti di vista.

Spero di non aver annoiato nessuno, io certo non mi sono annoiato e continuerò, pervicacemente, a pormi ancora tante domande per sviscerare delle risposte che spero non saranno deludenti per i lettori, ma sempre coinvolgenti e mai banali.

Grazie a chi mi ha seguito fin qui e….buona prosecuzione. Fino a quando non so….

 

3 Novembre 2023.

Numero2752.

 

da  QUORA

 

A  PROPOSITO  DI  FAKE  NEWS

 

 

Il seguente testo è intitolato “Il test dei tre setacci di Socrate”. Si tratta di una conversazione immaginaria tra Socrate e uno dei suoi studenti, poiché molto probabilmente questo dialogo non è mai avvenuto ed è stato completamente inventato da qualcuno. Tuttavia, nonostante la sua origine dubbia, nasconde uno dei più splendidi messaggi che si possono trovare in rete ed è un peccato non condividerlo.


Nell’antica Grecia Socrate aveva una grande reputazione di saggezza.

Un giorno venne qualcuno a trovare il grande filosofo, e gli disse:

– Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?

– Un momento – rispose Socrate. – Prima che me lo racconti, vorrei farti un test, quello dei tre setacci.

– I tre setacci?

– Ma sì, – continuò Socrate. – Prima di raccontare ogni cosa sugli altri, è bene prendere il tempo di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Lo chiamo il test dei tre setacci.

Il primo setaccio è la verità. Hai verificato se quello che mi dirai è vero?

– No… ne ho solo sentito parlare…

– Molto bene. Quindi non sai se è la verità.
Continuiamo col secondo setaccio, quello della bontà. Quello che vuoi dirmi sul mio amico, è qualcosa di buono?

– Ah no! Al contrario.

– Dunque, – continuò Socrate, – vuoi raccontarmi brutte cose su di lui e non sei nemmeno certo che siano vere.
Forse puoi ancora passare il test, rimane il terzo setaccio, quello dell’utilità. E’ utile che io sappia cosa mai avrebbe fatto questo amico?

– No, davvero.

– Allora, – concluse Socrate, – quello che volevi raccontarmi non è né vero, né buono, né utile; perché volevi dirmelo?

Se ciascuno di noi potesse meditare e metter in pratica questo piccolo test… forse il mondo sarebbe migliore.

Numero2740.

 

DECLARATION OF INDEPENDENCE

JULY 4, 1776

 

 

When in the course of human events, it becomes necessary for one people to dissolve the political bands which have connected them with another, and to assume among the powers of the earth, the separate and equal station to which the laws of nature and of nature’s God entitle them, a decent respect to the opinions of mankind requires that they should declare the causes which impel them to the separation.

We hold these truths to be self-evident:

That all men are created equal; that they are endowed by their Creator with certain unalienable rights; that among these are life, liberty, and the pursuit of happiness; that, to secure these rights, governments are instituted among men, deriving their just powers from the consent of the governed; that whenever any form of government becomes destructive of these ends, it is the right of the people to alter or to abolish it, and to institute new government, laying its foundation on such principles, and organizing its powers in such form, as to them shall seem most likely to effect their safety and happiness. 

 

T R A D U Z I O N E

 

DICHIARAZIONE D’INDIPENDENZA

4 Luglio 1776

 

Quando, nel corso delle vicende umane, si rende necessario che un popolo sciolga i legami politici che lo hanno legato con un altro, e assuma tra le potenze della terra lo stadio separato ed eguale al quale le leggi della natura e il Dio della natura li autorizzi, un dignitoso rispetto per le opinioni dell’umanità esige che essi dichiarino le cause che li spingono alla separazione.

Riteniamo che queste verità siano evidenti:

che tutti gli uomini sono creati uguali; che sono dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili; che tra questi ci sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità; che, per garantire questi diritti, si istituiscono governi tra gli uomini, che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni volta che qualsiasi forma di governo diventa distruttiva di questi fini, è diritto del popolo modificarla o abolirla e istituire un nuovo governo, ponendo le sue basi su tali principi e organizzando i suoi poteri in una forma, tale che, a esso, sembrerà molto probabile che influenzi la propria sicurezza e felicità.

Numero2715.

 

DEMOCRAZIA,  PARTITOCRAZIA,  IPOCRISIA.

 

In questo periodo in cui siamo soliti fare le Dichiarazioni dei Redditi, mi è saltato in mente il ghiribizzo di affrontare un argomento che, anch’io, finora, ho trascurato, e che mi ha dato il destro per considerare un parallelismo, a dir poco, sorprendente con la nostra situazione politica istituzionale, che dovrebbe rispondere ai canoni della DEMOCRAZIA rappresentativa. Sì, un parallelismo che mi ha indignato, come uomo e come cittadino.

Per mettere a fuoco il ragionamento che intendo sviluppare, devo fare ricorso ad una informativa che riguarda lo Stato, la Chiesa ed i cittadini, in merito ad una istituzione (2, 5, 8 per1000), che poi è legge dello Stato Italiano, ed un comportamento, che è diventato cronico e biasimevole, ma che continua a rimanere dissimulato, nascosto, sorvolato.
Quello che, qui di seguito, trovate riportato, è reperibile da chiunque abbia la volontà di chiarirsi le idee, attingendo alle fonti di pubblicazioni facilmente accessibili. Ma, si tratta di notizie molto poco diffuse, per quanto di pubblico dominio. A questo stato di cose mi riferisco quando scrivo, nel titolo, la parola IPOCRISIA. Ma, cominciamo.

 

2, 5 e 8 per mille: le scelte non espresse

La mancata scelta della destinazione del 2, 5 e 8 per mille determina la ripartizione del gettito in base alle scelte effettuate dagli altri contribuenti

Ogni anno i contribuenti italiani possono scegliere di destinare una parte del proprio gettito fiscale Irpef a determinati soggetti; nello specifico, possono scegliere se destinare:

  • l’8 per mille allo Stato oppure a un’istituzione religiosa;
  • il 5 per mille a enti di interesse sociale;
  • il 2 per mille a un partito politico;
  • il 2 per mille a una associazione culturale.

Ognuna di queste scelte è autonoma, e l’indicazione della destinazione non comporta una maggiorazione delle imposte dovute.

Con la scelta della destinazione dell’otto per mille il contribuente decide se destinare una parte delle imposte versate allo Stato oppure a un ente religioso a sua scelta.

Con la scelta della destinazione del cinque per mille il contribuente decide se destinare una parte delle imposte versate a un ente non-profit o a particolari finalità quali la ricerca scientifica o universitaria o sanitaria.

Con la scelta della destinazione del due per mille il contribuente decide se destinare una parte delle imposte versate a un partito politico e una associazione culturale.

I contribuenti che predispongono la dichiarazione effettuano la scelta contestualmente alla predisposizione del modello Redditi PF o del modello 730.

Da coloro che, invece, sono esonerati dalla predisposizione della dichiarazione, la scelta potrà essere effettuata:

  • allo sportello di un ufficio postale che provvederà a trasmettere la scelta all’Agenzia delle Entrate;
  • a un intermediario abilitato alla trasmissione telematica;

Il contribuente può liberamente scegliere a chi destinare queste piccole porzioni della propria imposta, ma nei limiti degli elenchi predisposti dall’Agenzia delle Entrate; infatti, gli enti che vogliono usufruire di questo beneficio hanno l’obbligo di accreditarsi presso l’amministrazione finanziaria delle Stato, utilizzando l’apposito software messo a disposizione dall’Agenzia delle Entrate.

È risaputo che circa la metà dei contribuenti italiani non effettua una scelta in merito alla destinazione di queste imposte; quello che però non è altrettanto risaputo è che non esprimere una scelta non vuol dire non destinare a nessuno le proprie imposte; infatti queste verranno ripartite agli interessati in proporzione alle scelte effettuate da coloro che hanno deciso a chi destinare le loro imposte.

È grazie a questo meccanismo che istituzioni religiose come la Chiesa Cattolica riescono ad ottenere la maggioranza dei fondi a disposizione, essendo la più scelta da coloro che hanno effettuato la scelta.

I contribuenti che vogliono che queste risorse restino in capo alla fiscalità generale, invece che non scegliere, dovrebbero scegliere espressamente lo Stato come beneficiario.

Questo modo di procedere è

FONDATO SULL’INGANNO

L’8×1000 è bocciato anche dalla Corte dei Conti, la quale dice, nel silenzio più assordante:

“ognuno è coinvolto, indipendentemente dalla propria volontà, nel finanziamento delle confessioni”,

“lo Stato mostra disinteresse per la quota di propria competenza”,

“non ci sono verifiche sull’utilizzo dei fondi erogati alle confessioni”,

“emergono rilevanti anomalie sul comportamento di alcuni intermediari”.

 

Come funziona

L’otto per mille è il meccanismo adottato dallo Stato italiano per il finanziamento delle confessioni religiose. Lo Stato ogni anno raccoglie l’IRPEF e ne mette l’8‰ in un calderone. Anche la parte di coloro che non hanno fatto alcuna scelta. Sembra una quota piccola, ma in realtà sono molti soldi: circa un miliardo di euro. Questi soldi vengono poi ripartiti a seconda delle scelte che sono state espresse.

N.d.R. : Ho fatto alcune ricerche, ma non sono venuto a capo di nulla. Coloro che non sono tenuti alla Dichiarazione dei Redditi sembra che possano, anche loro, esprimere una scelta per la destinazione . Ma di quanto non si sa. So soltanto che nel 2021, in Italia, c’erano 7.734.000 incapienti, il cui reddito è inferiore a 7.500 Euro l’anno, che certamente non fanno alcuna scelta per destinazione, anche se i soldi non li sborsano loro direttamente.
Mi viene da pensare che il corrispettivo venga erogato dall’Agenzia per le Entrate, mettendo tutto nello stesso calderone.

Possono accedere all’otto per mille solo le confessioni che hanno stipulato un’intesa con lo Stato e che abbiano avanzato apposita richiesta, approvata dal Parlamento. Al 2014 i destinatari sono: Chiesa cattolica, Chiesa valdese, Unione delle Chiese metodiste e valdesi, Unione delle chiese cristiane avventiste del settimo giorno, Assemblee di Dio in Italia (Pentecostali), Unione delle comunità ebraiche italiane, Chiesa evangelica luterana in Italia, Unione cristiana evangelica battista d’Italia, Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia ed esarcato per l’Europa meridionale, Chiesa apostolica in Italia (pentecostali), Unione buddhista italiana, Unione induista italiana.

Dai Patti lateranensi fino al 1984 la Chiesa Cattolica riceveva dallo Stato la cosiddetta “congrua”, a risarcimento dei beni confiscati alla Chiesa e per il mantenimento dei preti. Nel 1984, con la revisione del Concordato firmata da Craxi, è stata eliminata la congrua ed introdotto l’otto per mille, che è poi stato concesso anche ad altre confessioni religiose. Da allora l’aumento delle tasse e del reddito degli italiani ha fatto salire vertiginosamente le cifre in gioco, passando dai 398 milioni di euro del 1990 ai 1.067 del 2010 (per la sola Chiesa Cattolica).

In teoria ogni tre anni una commissione potrebbe modificare la percentuale (da otto per mille a sei per mille, ad esempio), ma in realtà questo non è mai stato fatto. La Corte dei Conti nel 2014, nel 2015, nel 2016 e nel 2018 ha prodotto relazioni critiche (vedi sopra) nei confronti del meccanismo dell’8×1000, evidenziando “la problematica delle scelte non espresse e la scarsa pubblicizzazione del meccanismo di attribuzione delle quote; l’entità dei fondi a disposizione delle confessioni religiose; la poca pubblicizzazione delle risorse erogate alle stesse; la rilevante decurtazione della quota statale”.

Cosa accade in pratica


Queste sono state le scelte nella dichiarazione dei redditi del 2015 (dati definitivi pubblicati dal Ministero). Che fine fanno i soldi di chi non firma per nessuno?

Nessuna scelta   56.8%
Chiesa cattolica  34.46%
Stato   6.29%
Valdesi   1.39
Unione buddhista   0.44
Ebrei   0.15
Assemblee di Dio   0.10
Luterani   0.07
Avventisti   0.06
Ortodossi   0.08
Induisti   0.05
Battisti   0.04
Apostolici   0.02

Anche quelli finiscono nel calderone e vengono ripartiti a seconda dei voti di chi ha espresso la scelta. Nel 2019 il gettito è stato ripartito così:

Nessuna scelta   0.0
Chiesa cattolica  80.73%
Stato   14.11%
Valdesi   3.08
Unione buddhista   0.97
Ebrei   0.33
Assemblee di Dio   0.10
Luterani   0.16
Avventisti   0.13
Ortodossi   0.17
Induisti   0.11
Battisti   0.09
Apostolici   0.02

Una minoranza determinante

Negli ultimi anni circa quattro contribuenti su dieci hanno firmato esplicitamente per l’otto per mille. La maggior parte di chi firma (34% circa alla Chiesa Cattolica e 6% circa allo Stato Italiano), circa il 70% di questo 40%, sceglie la Chiesa Cattolica: con questo trucco, la stessa riceve ogni anno l’80% della torta, cioè più di un miliardo di euro. Invece quasi sei persone su dieci non scelgono niente, e la loro quota viene gestita dagli altri!

Contestazione

Quasi nessuno sa come funziona e i mezzi di informazione si guardano bene dal dirlo. Lo Stato non si fa nessuna pubblicità e tra le confessioni religiose solo la Chiesa Cattolica può permettersi grandi campagne. Chi non deve presentare la dichiarazione dei redditi (alcuni lavoratori dipendenti o i pensionati) spesso non sa come scegliere a chi destinare l’otto per mille: non sa neanche come fare, se vuole farlo.

Attenzione

Le gerarchie ecclesiastiche hanno lanciato campagne pressanti dirette a commercialisti ed ai responsabili dei Caf. Molte persone segnalano che le scelte su otto e cinque per mille cambiano misteriosamente al momento della trasmissione dei dati all’Agenzia delle Entrate. Consigliamo di controllare sempre sulla copia che resta al contribuente!

In realtà nessuno destina il proprio gettito: il meccanismo assomiglia di più ad un gigantesco sondaggio d’opinione, al termine del quale si “contano” le scelte, si calcolano le percentuali ottenute da ogni soggetto e, in base a queste percentuali, vengono poi ripartiti i fondi.

Come se non bastasse, la mancata formulazione di un’opzione non viene presa in considerazione: l’intero gettito viene ripartito in base alle sole scelte espresse.

Due sole confessioni, le Assemblee di Dio e la Chiesa Apostolica, lasciano allo Stato le quote non attribuite, limitandosi a prelevare solo i fondi relativi a opzioni esplicite a loro favore. Una scelta più onesta e coerente, prevista dalla legge 222/1985, che NON è esercitata dalla Chiesa cattolica e dalle rimanenti dieci confessioni, che ottengono un finanziamento quasi triplo rispetto ai consensi espliciti a loro favore.

Ecco perché è importante compilare questa sezione della dichiarazione dei redditi.

 

LA DISTRIBUZIONE DEL GETTITO

Il MEF (Ministero dell’Economia e delle Finanze) – Dipartimento delle finanze mette a disposizione statistiche e serie storiche sull’Otto per mille.

Ogni anno, prima della pubblicazione sul sito del MEF, i dati della ripartizione più recente vengono comunicati alla CEI, che in questo modo gestisce in anteprima la comunicazione alla stampa. Si veda ad esempio come la CEI «rende noto» l’ammontare del gettito a suo favore già a maggio 2018.

Ripartizione 2021 (redditi 2017 dichiarati nel 2018)
Totale da ripartire: 1.429.436.792 euro. Contribuenti: 41.211.336, di cui hanno espresso una scelta valida: 41,79%.

Beneficiario % contribuenti % gettito Importo Prende anche scelte inespresse
Chiesa Cattolica 32,81 78,50 1.136.166.333                        SÌ
Stato 6,54 15,65 215.839.692                        SÌ
Chiesa Evangelica Valdese 1,31 3,13 42.694.723                        SÌ
Unione Buddista Italiana 0,40 0,96 13.094.867                        SÌ
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai (IBISG) 0,16 0,37 5.046.980                        SÌ
Unione Comunità Ebraiche Italiane 0,14 0,34 4.637.765                        SÌ
Assemblee di Dio in Italia 0,10 0,24 1.380.854 No, rinuncia e lascia allo Stato
Arcidiocesi Ortodossa 0,09 0,22 3.000.907                        SÌ
Chiesa Evangelica Luterana in Italia 0,07 0,17 2.318.883                        SÌ
Unione Induista Italiana 0,06 0,13 1.773.263                        SÌ
Unione Chiese cristiane avventiste del 7° giorno 0,05 0,13 1.773.263                        SÌ
Unione Cristiana Evangelica Battista 0,04 0,10 1.364.049                        SÌ
Chiesa Apostolica 0,02 0,05 345.213 No, rinuncia e lascia allo Stato

Fonte: Dipartimento delle Finanze (vedere anche relazione uffici studi di Camera e Senato)

Si noti che, in tale occasione, su oltre quaranta milioni di contribuenti solamente il 43% ha espresso un’opzione e solo il 33% ha espresso una scelta a favore della Chiesa cattolica, alla quale però è stato consentito di mettere le mani su quasi l’80% dei fondi.

COME VENGONO SPESI QUESTI SOLDI?

  • Chiesa Cattolica
    Nato come meccanismo per garantire il sostentamento del clero, tale voce è diventata, percentualmente, sempre meno rilevante (circa il 36% del totale). Parrebbe infatti che la Chiesa cattolica prediliga destinare i fondi ricevuti dallo Stato alle cosiddette “esigenze di culto” (43,7%): finanziamenti alla catechesi, ai tribunali ecclesiastici, e alla costruzione di nuove chiese, manutenzione dei propri immobili e gestione del proprio patrimonio. Ovvio che non vedremo mai spot su queste tematiche: ai tanto strombazzati aiuti al terzo mondo, cui è dedicata quasi tutta la pubblicità cattolica, va – guarda caso – solo l’8,6% del gettito. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito www.8xmille.it nel quale, cliccando di seguito sulle sezioni “rendiconto” e “scelte per la Chiesa Cattolica”, si accede a una pagina che riporta le percentuali di scelta di fantomatici contribuenti senza specificare se siano la totalità o si tratti solo di coloro effettivamente firmano per destinare l’Otto per Mille.
  • Stato
    Lo Stato è l’unico competitore per l’otto per mille che ha deciso di non farsi pubblicità (fece qualcosa nel 2017, ma la Corte dei conti sentenziò che “l’attività segnalata è risultata irrilevante rispetto alla pubblicità posta in essere dalle confessioni religiose”). Lo Stato Italiano rinuncia deliberatamente a fare concorrenza alla Chiesa Cattolica. Che ringrazia. Il Governo dedica alla gestione dei fondi di pertinenza statale una sezione del suo sito internet. L’ultima ripartizione delle scelte di sua competenza è andata soprattutto a beneficio del risanamento del bilancio pubblico e alle calamità naturali. In generale la legge 222/1985 prevede che i fondi siano destinati a «interventi straordinari per fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione di beni culturali». Con la legge 147/2013 è stata aggiunta la seguente destinazione: «ristrutturazione, miglioramento, messa in sicurezza, adeguamento antisismico ed efficientamento energetico degli immobili di proprietà pubblica adibiti all’istruzione scolastica».

 

NEGLI ALTRI PAESI NON FUNZIONA COSÌ.

In Svizzera ed in Germania, ad esempio, il cittadino viene tassato (direttamente) solo se si dichiara membro registrato di una istituzione religiosa riconosciuta. Altrimenti i soldi restano a lui.
Da noi si è trovato questo escamotage per trasferire denaro dallo Stato alla Chiesa, in maniera subdola e surrettizia, coperta con una legislazione e con decreti attuativi di purissimo stile levantino. Il camuffamento consiste nella attribuzione ai cittadini delle scelte sulle ripartizioni.. Ma, come abbiamo visto e dimostrato, non è affatto così.

Si sbaglia di grosso colui che, non scegliendo il destinatario del proprio 8 per 1000, pensa che i soldi restino allo Stato Italiano (Agenzia delle Entrate). Al contrario tutto viene ripartito e ridistribuito secondo le indicazioni di una minoranza (40 – 42%) che deicide per se e anche per gli altri. Questa non è la Democrazia, applicata alla Finanza e all’Economia, che il cittadino dovrebbe aspettarsi.
Questo andazzo di cose è ricavato di sana pianta, ecco il parallelismo, dal Sistema Elettorale Italiano, come vedremo qui di seguito.

 

Da quest’ultima considerazione parto per affondare i remi nel mare magnum della politica Italiana in generale ed, in particolare, nel concetto e nella forma di DEMOCRAZIA che, in Italia, si è instaurata e si è strutturata secondo criteri che hanno ben poco a che fare con la DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA in senso stretto e perfetto. Infatti, in Italia, anche la rappresentatività parlamentare procede parallelamente, ed ha ispirato metodologicamente, i criteri distributivi e ripartitivi che abbiamo riscontrato sopra. Stessa presa per il culo.

Ho già ampiamente affrontato questi temi nei seguenti Numeri:

Numero2076. : Autorità
Numero2023. : Scontento popolare ed Astensionismo
Numero2001. : Stavolta parlo di Politica
Numero1999. Il valore del dissenso. La rilevanza delle schede bianche nel computo elettorale.

In questi Numeri, trovate un’ampia disanima, corredata da dati, statistiche, percentuali ed algoritmi in atto per distorcere, a bella posta, l’espressione genuina della volontà popolare in Italia.
Riporto, qui di seguito, i passaggi più salienti dei concetti e dei dati di fatto là enunciati e denunciati, per il confronto con le procedure, tutte legalizzate, che si applicano per il 2, 5, 8 per mille.

Come tutti sanno, da diversi anni, cresce sempre più la percentuale di coloro che, ad ogni tornata elettorale, in diverse forme, non esprimono il proprio voto. Il 40 -45% degli Italiani non vota. Ma succede che, ed a nessuno conviene dirlo, le decisioni, in sede Parlamentare, vengono prese, anche per loro, dagli altri votanti, secondo la distribuzione percentuale dei voti ai Partiti.
Questa grossa minoranza rappresenta il più numeroso Partito (PARTITO DEL NON VOTO) che c’è in Italia e la sua voce non ha modo di esprimersi e contare nell’esercizio della Politica e della Amministrazione dello Stato.

Dal Numero1999. :

L’astensionismo, infatti, è stato lungamente ricondotto ad un problema di scarsa cultura
civica e di marginalità socio-politica di alcune ristrette (N.d.R. oggi tutt’altro che ristrette)
fasce della popolazione. Il risultato di un’alienazione che, quale che fosse il suo modo di
esprimersi – non arrivando ad avere alcuna incidenza sul numero degli eletti – non intaccava
né le sfere di potere, né i rapporti di forza tra i partiti. Senz’altro una sacca critica della
democrazia, dunque, ma tutto sommato innocua e per certi versi comoda: non meritevole,
quindi, di vera attenzione.
Non si è potuto però nascondere che, nel tempo, il fenomeno, nel suo incrementarsi, abbia
assunto connotazioni vieppiù politiche: al non voto di chi è incapace di scegliere, si è
aggiunto – e massicciamente – il non voto di chi si rifiuta di scegliere.
La ricerca sociologica più accorta ha potuto, allora, distinguere dall’ astensionismo da
apatia che attribuisce la decisione di non votare a una forma di estraneità e distacco, un
astensionismo di protesta che assume il significato di un atto intenzionale, compiuto da
cittadini consapevoli che, in questo modo, esprimono la loro opinione.
Se è, quindi, certamente non corretto dare una lettura univoca del “partito del non voto”,
occorre, tuttavia, individuare al suo interno ragioni precise, che si concretano in
atteggiamenti diversificati, suscettibili, come tali, di valutazioni differenti. Ed infatti,
tralasciando qui di soffermarsi sulle motivazioni di coloro che non si recano alle urne, di cui
sarebbe azzardato interpretare gli umori, ma che senz’altro delegano ad altri la loro scelta
e, sgombrato il campo dagli errori tecnici che caratterizzano le schede nulle, ben diversa
appare la condotta di chi, di fronte alle proposte dei partiti, non si sente di esprimere la sua
preferenza nei confronti di nessun candidato e, quindi, depone nell’urna una scheda
bianca. E’ difficile qui immaginare che il cittadino “non sappia” decidersi, una volta giunto
al seggio elettorale. Dati, infatti, i costi in termini di tempo (raggiungimento del seggio, a
volte lunghe file) che l’operazione richiede e l’informazione martellante della campagna
elettorale che lo ha accompagnato fino a quel momento, quando l’elettore va a votare,
presumibilmente, è ben convinto di ciò che farà.
Nel lasciare volontariamente in bianco la scheda, esprime quasi sempre la negazione del
proprio consenso, un giudizio consapevole ed intenzionale di rifiuto, una bocciatura in
risposta all’offerta dei partiti ed alle loro strategie.

Come tale, la scheda bianca è un comportamento di voto in senso pieno.

Il senso del voto

Con la partecipazione elettorale, il popolo è esso stesso parte di un
processo di competizione tra attori politici, in cui interviene, dando luogo ad una conta
dalla quale dipende l’esclusione o l’inclusione dei candidati nell’organismo
rappresentativo. Nel momento in cui delega la propria sovranità, in cui sceglie i propri
rappresentanti, il cittadino è realmente sovrano e ciò che conferisce responsabilità e
quindi senso democratico alla dinamica rappresentativa è proprio la prospettiva
competitiva.
In quest’ottica, può avere senso il voto bianco? In effetti, il cittadino che vota in questo
modo non compie un gesto eversivo e fuori dal sistema, al contrario lo ossequia: si reca
alle urne e vota. Ora, questo gesto non ha alcun significato, ma se è, come appare,
una bocciatura, l’altra possibile faccia di una scelta, gioverebbe alla competizione e quindi
alla democrazia se esso avesse un’efficacia sui 
risultati elettorali.
Se le proposte dei partiti, infatti, non consentono di esprimere una preferenza convinta,
perché deve “chiamarsi fuori” l’elettore e non il candidato?

Ci si accorge che il voto bianco, che pure è un’opinione espressa, un parere dato,
non ha nessuna corrispondenza nei risultati elettorali.
 Se, infatti, la partecipazione al voto
deve dar luogo ad una rappresentanza, allo stato delle cose, l’intero corpo elettorale
è effettivamente rappresentato dagli eletti?

Dove sta il Dettato Costituzionale che “La sovranità appartiene al Popolo?”

Ed è democratico un Parlamento che non tiene conto dell’opinione di una buona
percentuale di elettori?

Le schede bianche dovrebbero concorrere alla formazione di una propria cifra elettorale,
assimilabile alle altre cifre nazionali di lista, da dividere per il quoziente elettorale
nazionale.

Naturalmente, si obietterà che esigenze di governabilità suggeriscono di non tenere conto
di proposte, come questa, “corrosive” delle compagini governative.

Bisogna però chiedersi quanto queste siano legittimate ad esercitare il loro potere,
quando risultino espressione di 
percentuali fortemente minoritarie di cittadini.

Ove si consideri, poi, che i seggi vengono assegnati sulla base della popolazione residente,
in certe zone in cui l’astensionismo è ormai una componente costante e consistente
del comportamento di voto, i seggi finiscono per “contare”, in termini di voti validi,
assai meno di quanto non accade in quelle con forte partecipazione. 

E questo è un paradosso pericoloso per la democrazia.

Sarebbe invece opportuno dare voce al dissenso e recuperare in questo modo
il più ampio numero di cittadini alla partecipazione attiva, quanto mai necessaria in un
mondo che dovrebbe aspirare all’inclusione di ciascuno nel gioco democratico.
Inoltre, sarebbe un monito forte ed efficace ad una politica dei migliori, senza dimenticare
il non trascurabile vantaggio per le pubbliche casse, prodotto, automaticamente e
democraticamente, da un minor numero di eletti.

Quindi io, cittadino qualunque, che non sono d’accordo sui valori ideali e sui programmi
di nessuno dei partiti in lizza, nel ventaglio parlamentare, non ho modo di esprimere
il mio dissenso: se non vado a votare, nel computo redistributivo è come se ci fossi stato;
o se vado a votare e voto scheda bianca, il mio voto va, comunque, a legittimare ancora
di più la rappresentatività dei partiti e degli uomini che non hanno il mio gradimento
e la mia fiducia. Questa non è Democrazia: è, invece, Partitocrazia truffaldina.

Si tenga conto che, finalmente, il Parlamento ha legiferato in merito al numero dei suoi componenti:

“Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari” è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 261 del 21 ottobre 2020. La legge costituzionale prevede la riduzione del numero dei parlamentari, da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori elettivi.

Bene, benissimo, era ora. Ma, se basta nel numero, non basta nel merito.

Infatti, se i partiti eletti, per semplificare, hanno raccolto il 60% dei voti, dovrebbero occupare il 60% dei seggi.
Il restante 40%, cioè la parte che corrisponde alla frazione del corpo elettorale che non ha espresso alcun voto, né scelto nessuno, dovrebbe occupare il corrispondente settore del semicerchio: ne consegue che questo 40% degli scranni parlamentari dovrebbe restare vuoto. E dovrebbe – è mia ferma convinzione – essere riempito da altri che non siano quelli già eletti nel 60%.
Ma, come tutti sanno, per oltre 70  anni di cosiddetta DEMOCRAZIA, questo posto è stato occupato e riempito (oserei quasi dire: confiscato) dagli eletti dal 60% dei votanti, che fino ad oggi hanno esercitato il potere legislativo, in nome e per conto anche degli altri 40%.
Chi ha dato a questi, il mandato, il compito, la delega, la rappresentanza – chiamatela come vi pare – per farlo?
Se lo sono arrogati da soli. Perché? Sembra in nome di una presunta agevolazione della governabilità. Non mi convince per niente: nel nome di una praticità strumentale, io non sono disposto a derogare sui principi di questa DEMOCRAZIA decurtata, sottratta, derubata. Questa è una PARTITOCRAZIA.

Il parallelismo fra la redistribuzione delle indicazioni di scelta del 2, 5, 8 per mille e l’accaparramento partitico delle indicazioni di voto nelle Elezioni Parlamentari mi sembra evidentissimo. Roba da azzeccagarbugli.

Questo andazzo di cose si potrebbe modificare?

È un libro dei sogni che mi piacerebbe scrivere. Ho alcune idee in proposito, ma sono quelle di un pazzo visionario: Don Chisciotte contro i mulini a vento. A me Don Chisciotte è sempre piaciuto: nella letteratura mondiale, è il primo “eroe” moderno (non un supereroe) che, però, quando rinsavisce, muore.