Mille e più motti

Cosa ci insegna la vita... testamento spirituale di un libero pensatore

Numero3728.

 

da  QUORA

Scrive MaxS, corrispondente di Quora

 

Una tragedia americana:

a capo del più potente esercito del mondo c’è un fanatico religioso.

 

C’è un uomo, in queste ore di fuoco in cui i missili continuano a solcare i cieli del Medio Oriente e le sorti di milioni di persone sono appese a un filo, che più di ogni altro incarna il volto inquietante di questa nuova America in guerra.

Si chiama Pete Hegseth, ha 45 anni, è il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, e prima di essere nominato da Donald Trump alla guida del Pentagono era un conduttore di Fox News, un militare della Guardia Nazionale con due missioni in Iraq e Afghanistan alle spalle, e un predicatore laico di quella che lui stesso definisce una “guerra santa” contro i nemici dell’Occidente.

Ma ciò che rende la sua figura così disturbante, così fuori da ogni canone della tradizione democratica americana, non è tanto il suo curriculum quanto le sue idee, i suoi valori, la sua concezione del potere e della fede.

Perché Pete Hegseth, come ha raccontato in un lungo articolo il quotidiano spagnolo El País, è un “fanatico religioso”.

Un uomo che vede il conflitto in Iran non come una questione geopolitica, non come una crisi da gestire con la diplomazia, ma come una crociata, uno scontro di civiltà, una battaglia tra il Bene e il Male in cui gli Stati Uniti sono chiamati a svolgere il ruolo di armati del Signore.

E non è una metafora: Hegseth ha ripetutamente dichiarato, nei suoi libri e nei suoi interventi pubblici, che l’Islam è “una religione malvagia”, che i musulmani “vogliono ucciderci”, e che la guerra al terrorismo è in realtà una guerra di religione che l’Occidente deve combattere senza esitazioni .

La sua nomina, avvenuta nel gennaio 2025 dopo una battaglia durissima in Senato (51 voti a 50, con il vicepresidente JD Vance chiamato a spezzare la parità), è stata salutata con allarme da diplomatici e analisti di tutto il mondo.

Per la prima volta nella storia, il capo del Pentagono è un uomo che considera il conflitto in Medio Oriente in termini escatologici, che vede l’Iran come il “Grande Satana” non per ragioni politiche ma teologiche, e che considera qualsiasi trattativa con Teheran non solo inutile ma empia.

E mentre i generali del Pentagono, quelli veri, quelli cresciuti nelle accademie militari e abituati a pensare in termini di rapporti di forza e di equilibri strategici, vengono messi da parte o silenziati, Hegseth detta la linea: nessuna pietà, nessuna mediazione, nessuna tregua fino alla vittoria totale.

Le conseguenze di questa impostazione si vedono ogni giorno sui campi di battaglia.

L’operazione “Epic Fury”, che ha già causato migliaia di vittime civili in Iran, è stata concepita e gestita con una logica che molti osservatori definiscono “sproporzionata”.

Non si colpiscono solo obiettivi militari, ma infrastrutture civili, centrali elettriche, impianti di raffinazione, tutto ciò che può piegare la volontà di resistenza del popolo iraniano.

E quando i cronisti chiedono conto di queste scelte, Hegseth risponde con citazioni bibliche e con quella che i suoi critici chiamano “teologia della guerra giusta”, una dottrina che trasforma il conflitto in un atto di fede.

Ma il problema non è solo la guerra in Iran.

È l’intera concezione della difesa americana che Hegseth sta riscrivendo a sua immagine e somiglianza.

I vertici militari sono stati epurati: generali e ammiragli che avevano osato criticare le sue posizioni sono stati sostituiti da fedelissimi, spesso con meno esperienza ma con le “giuste” idee politiche e religiose.

Il Dipartimento della Difesa è diventato un campo di battaglia culturale, dove la competenza conta meno della lealtà e dove la preparazione tecnica viene sacrificata sull’altare dell’ideologia.

E mentre i soldati americani muoiono in deserti lontani, Hegseth predica dai pulpiti delle chiese evangeliche, raccogliendo fondi e consensi per una guerra che non sembra avere fine.

L’opposizione democratica, naturalmente, ha sollevato più volte il caso.

Il senatore Jack Reed, massimo esponente del partito nella commissione Forze armate, ha parlato di “deriva pericolosa” e ha chiesto udienze pubbliche per valutare l’operato del segretario.

Ma con una maggioranza repubblicana compatta e con un presidente che appoggia incondizionatamente il suo pupillo, ogni tentativo di controllo è destinato a fallire.

E così, mentre il mondo guarda con apprensione a quello che succede in Medio Oriente, l’uomo che ha in mano il più potente strumento militare della storia continua a vedere la guerra come una missione divina.

Una tragedia americana, appunto.

E forse, una tragedia per il mondo intero.

Numero3726.

 

R E S U R R E Z I O N E :    F A T T O    S T O R I C O    O    A T T O    D I    F E D E ?

 

 

Da secoli la resurrezione di Gesù è il fulcro della fede cristiana, un evento considerato miracoloso e trascendente.

Si può forse dire che togliere dal cristianesimo la resurrezione significa mutilarlo completamente o quasi.

Però quando spostiamo l’indagine dal piano teologico a quello puramente storiografico, il panorama cambia drasticamente.

Che cosa possiamo realmente sapere attraverso il rigore della scienza storica su ciò che accadde dopo la crocifissione?

Ecco, se da un lato la fede accetta come suo fondamento il miracolo della resurrezione, la storiografia opera secondo criteri di probabilità e coerenza con le pratiche documentate dell’epoca.

Esplorare questo confine non significa negare la dimensione spirituale, ma riconoscere la distinzione fondamentale tra la tradizione religiosa e ciò che è documentabile come fatto storico.

Detto in altri termini, ciascuno può continuare a credere in quello che vuole, solo che gli storici naturalmente devono fare il loro mestiere.

Del resto la religione è questione di fede.

“Va, la tua fede ti ha salvato”, si legge nei Vangeli, e la fede non ha bisogno di evidenze.

“Beati coloro che credono senza aver visto”, leggiamo sempre nel Vangelo.

La storia invece ha bisogno di documenti, prove, indagini, confronti per cercare di avvicinarsi, al meglio possibile, alla verità.

Aiutati da uno studioso del calibro di Bart Herman, cercheremo di capire che cosa si possa dire e che cosa non si possa dire sulla resurrezione.

 

Partiamo quindi dalle basi: nonostante le profonde divergenze interpretative, esiste un nucleo di eventi che gode di un’attestazione multipla ed è accettato dalla stragrande maggioranza degli storici.

Questi punti costituiscono la base del dibattito.

Il primo punto riguarda l’esistenza storica: un uomo chiamato Gesù di Nazareth è realmente esistito.

Ci sono naturalmente storici che sostengono che non sia mai esistito e hanno anche argomenti a riguardo, ma non sembrano abbastanza convincenti o almeno non lo sono abbastanza da scalzare le ipotesi contrarie.

Punto numero due, l’attività pubblica.

Gesù operò come maestro di un particolare codice etico, raccogliendo un seguito di discepoli.

Terzo punto della questione, ripeto, su cui la maggior parte degli storici concordano, è la crocifissione: entrò in conflitto Gesù con le autorità romane e fu giustiziato.

Il quarto punto è quello che qui ci interessa maggiormente: la rivendicazione dei seguaci.

Dopo la sua morte, diversi gruppi di persone affermarono con forza di averlo visto nuovamente in vita.

Attenzione, lo storico non dice e non può dire: dopo tre giorni è risorto.

Lo storico deve invece affermare che ci sono persone che dissero di averlo visto vivo dopo 3 giorni.

Le due cose sono notevolmente diverse.

Ebbene, alla luce di tutto ciò, lo storico deve porsi una domanda metodologica.

Questi dati provano la resurrezione?

Dal punto di vista della ricerca scientifica la risposta è no.

La storia per sua natura cerca l’evento più probabile basandosi sulle prove disponibili.

Un miracolo, essendo per definizione l’evento meno probabile, difatti è una violazione delle leggi della natura, sfugge agli strumenti della storiografia.

Dire che i discepoli affermarono di averlo visto vivo è un fatto storico.

Dire che Gesù è risorto è un’affermazione di fede che esorbita dal metodo scientifico.

Ma andiamo ancora più a fondo ed esaminiamo le prove.

Rispetto a questo argomento, uno dei punti di maggiore attrito riguarda la sepoltura di Gesù.

Gli Apologeti in genere sostengono che l’esistenza di un sepolcro vuoto sia un dato accertato.

Herman ha dei dubbi e anche molto convincenti e tra le altre cose evidenzia una frattura profonda tra il racconto evangelico e la prassi amministrativa romana.

Un dettaglio tecnico spesso ignorato è che non possediamo nessuna descrizione letteraria della crocifissione nel mondo antico.

Sappiamo che i condannati venivano talvolta inchiodati grazie al ritrovamento archeologico di resti organici e di chiodi, ma nessun autore antico descrive la procedura esatta.

Però le fonti sono coerenti su quello che accadeva dopo la morte.

E che cosa accadeva in genere?

Innanzitutto si verificava l’umiliazione del cadavere come deterrente.

La crocifissione non mirava solo alla morte, ma alla distruzione della dignità del condannato.

I corpi venivano solitamente lasciati sulla croce per giorni per decomporsi ed essere divorati da uccelli rapaci e cani randagi.

Secondo punto importante: non esistono eccezioni, cioè non esiste alcun resoconto storicamente verificato di un condannato per sedizione.

Attenzione, condannato per sedizione, poi ci torneremo, come era considerato Gesù, che è stato sepolto con onore, il pomeriggio stesso dell’esecuzione, in una tomba conosciuta.

Altro punto importante riguarda la figura di Pilato.

L’idea che un governatore romano facesse un’eccezione per un agitatore provinciale, contravvenendo alla prassi di lasciare il corpo come monito pubblico, appare storicamente poco plausibile.

Per Pilato, Gesù era probabilmente solo uno dei tanti problemi da eliminare rapidamente.

Ora, e questo è un punto molto interessante, rispetto all’umiliazione del cadavere e alla negazione della sepoltura, alcuni hanno sollevato delle obiezioni, sostenendo che nel mondo ebraico abbiamo attestazioni per cui i condannati a morte per crocifissione potevano avere una degna sepoltura.

Questo confermerebbe la tesi per cui Gesù avrebbe potuto benissimo essere sepolto.

Ma rispetto a questo ci sono degli importanti distinguo da fare.

Intanto la crocifissione era riservata a casi particolari, ma i casi particolari erano molti.

Due dei più comuni erano i criminali di bassa lega e i nemici dello Stato.

Bisogna fare attenzione a questo distinguo: i criminali di bassa lega e i nemici dello Stato.

Si tratta di due categorie molto diverse.

I criminali di bassa lega includevano, per esempio, schiavi fuggiti dai loro padroni e colpevoli di un crimine.

Se catturato, uno schiavo poteva essere crocifisso.

Peggio ancora che fuggire come schiavo o rubare un cavallo, molto peggio era opporsi allo stato romano.

Questo era qualcosa che i romani non tolleravano affatto.

In questo caso ai nemici dello Stato veniva mostrato il potere dello Stato e la crocifissione era il mezzo per farlo.

Se ti opponevi all’azione militare romana venivi crocifisso. Se attaccavi truppe romane venivi crocifisso. Se complottavi per rovesciare il governo locale venivi crocifisso. Se ti definivi re in contrasto con il potere politico romano, venivi crocifisso.

E questo è il caso che riguarda Gesù e che rientra nel novero di quel gruppo di reati per cui i romani agivano senza eccezioni e senza pietà.

Ebbene, in quest’ultimo caso, quindi, quando si aveva a che fare con i nemici dello Stato, i romani non ammettevano eccezioni.

L’esecuzione non doveva soltanto togliere la vita al condannato, ma doveva essere un monito per tutti gli altri, mostrando la morte orribile a cui andava incontro chi avesse fatto lo stesso e lo strazio impressionante del suo cadavere.

Il cadavere veniva lasciato per giorni a marcire, veniva dato in pasto ai corvi e ai cani randagi e non veniva concessa la sepoltura.

Per questo, secondo Herman, è davvero improbabile che il corpo di Gesù fosse stato rimosso dalla croce e posto in un sepolcro.

Gesù non era uno schiavo in fuga, né aveva rubato cavalli: era invece un nemico dello stato e a lui era riservata la peggiore delle morti e il massimo strazio del suo cadavere.

E adesso continuiamo con il nostro discorso.

L’analisi critica dei testi rivela una stratificazione letteraria affascinante.

Se leggiamo i Vangeli in ordine cronologico, infatti, notiamo che la figura di Ponzio Pilato subisce un processo di “santificazione” progressiva.

Ciascuno di voi può prendere i Vangeli e verificare di persona.

Insomma, in Marco, Pilato concorda semplicemente con il sinedrio.

In Matteo, compare il celebre gesto di lavarsi le mani per dichiararsi innocente.

Nel Vangelo di Luca, Pilato dichiara Gesù innocente tre volte e lo invia da Erode, il quale a sua volta non trova colpe in lui.

In Giovanni, Pilato proclama ancora l’innocenza di Gesù, ma il testo greco suggerisce un dettaglio inquietante.

Pilato consegna Gesù direttamente ai capi dei sacerdoti e agli scribi, affinché siano loro a crocifiggerlo.

Nel Vangelo di Pietro, che è un Vangelo apocrifo, Pilato viene quasi totalmente scagionato da ogni colpa.

Ecco, secondo Herman questa evoluzione non è cronaca, ma una strategia letteraria che serve per spostare la colpa del deicidio da Roma alle autorità ebraiche.

Detto in altri termini, per scelta politica, serviva a incolpare di più gli ebrei e discolpare progressivamente Pilato.

Il fatto è però che questo ritratto rabbonito di Ponzio Pilato contrasta con le fonti storiche di Filone di Alessandria e Giuseppe Flavio che descrivono Pilato come un uomo spietato, ostinato e per nulla incline a farsi piegare dalle pressioni delle folle locali.

Insomma, è ragionevole pensare che i Vangeli alterino significativamente i fatti per come supponiamo che siano.

Le esigenze sono naturalmente politiche e teologiche.

Un pilastro dell’Apologetica è la citazione di San Paolo riguardo ai 500 testimoni che avrebbero visto Gesù risorto.

Ma è certo che è risorto?

Paolo dice che lo videro in 500, ma insomma, possibile che nessuno pensi che Paolo possa aver mentito, che il testo possa essere stato interpolato, che nessuno di quei 500 sapesse leggere e scrivere e quindi avesse scritto una testimonianza di tale apparizione del risorto?

Di fatti, in questo caso, è necessario applicare un rigoroso scetticismo storiografico distinguendo tra una rivendicazione e una prova.

Intanto, su questo fatto bisogna considerare il silenzio dei Vangeli.

È un silenzio di peso enorme.

Se 500 persone avessero visto Gesù contemporaneamente, è inspiegabile che nessuno dei quattro Vangeli, Marco, Matteo, Luca, Giovanni, faccia il minimo accenno a un evento di tali proporzioni.

Lo dice solo Paolo, che non è un evangelista e neppure un testimone presente durante i fatti: la testimonianza di Paolo rimane isolata.*

Un’altra obiezione fondamentale appare dall’analisi comparativa.

La storia delle religioni è ricca di fenomeni simili.

I seguaci di Apollonio di Tiana affermarono che il loro maestro apparve in una stanza dopo la morte.

Il senatore romano Proculo Giulio giurò di aver visto Romolo apparire dopo la sua scomparsa.

Milioni di persone oggi credono fermamente nell’ascesa al cielo di Maometto oppure nelle apparizioni collettive della Vergine Maria.

Ora, se non accettiamo queste narrazioni come prove fisiche di eventi soprannaturali in altri sistemi di credenze, la coerenza impone di applicare gli stessi criteri di giudizio anche al caso di Gesù.

Una storia di 500 persone scritta da un singolo individuo rimane la testimonianza di quell’individuo, non di 500 fonti indipendenti.

In sostanza, detto in modo crudo, se tutte le altre, quella di Romolo, quella di Apollonio di Tiana e tante altre, le consideriamo bufale, non si capisce perché non debba essere una bufala anche questa.

Proviamo a trarre qualche conclusione.

L’indagine storica non ha il compito di confermare o smentire la fede, ma di tracciare il confine tra ciò che è scientificamente indagabile e ciò che non lo è.

Il metodo storico ci restituisce l’immagine di un uomo la cui morte traumatica scatenò nei seguaci esperienze profonde e visioni che nel tempo sono state codificate in racconti teologici sempre più complessi.

Accettare la distinzione tra il Gesù della storia e il Cristo della fede è il primo passo per un’analisi onesta delle nostre radici culturali.

La storia ci parla di un predicatore giustiziato dal potere imperiale.

La fede ci parla di un salvatore che ha sconfitto la morte.

Confondere i due piani non aiuta né la scienza né la spiritualità.

Se applichiamo a Gesù gli stessi standard rigorosi e gli stessi criteri di probabilità che usiamo per analizzare figure come Romolo, Apollonio di Tiana o Maometto, quanto della narrazione tradizionale della resurrezione rimane intatto come fatto storico documentabile?

 

Riferimento a SAPIENS SAPIENS su YouTube.

 

* Dagli ATTI DEGLI APOSTOLI:

Saulo di Tarso, che diventerà San Paolo l’Apostolo delle genti, è sulla strada per Damasco.

“Strada facendo,mentre stava avvicinandosi a Damasco, d’improvviso una luce dal cielo gli sfolgorò d’intorno: caduto a terra, udì una voce che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Egli rispose: “Chi sei, o Signore?”. E quegli: “Io sono Gesù che tu perseguiti …”.

Saulo di Tarso non vede Gesù, né vivo né risorto. Sente solo una voce che gli parla e, a questa voce, lui si rivolge chiamandolo “Signore”.

 

Numero3724.

 

da  QUORA

Scrive Alex Leroy, corrispondente di Quora

 

DOVE  SBAGLIANO  GLI  UOMINI  CON  LE  DONNE ?

 

Come accompagnatore, assieme ad alcuni amici, sto lavorando ad un progetto che serve proprio agli uomini a recuperare strumenti che li rendano più self confident (fiduciosi in se stessi) nell’approcciare le donne.

Non c’è mai un approccio univoco e ogni storia è una storia a sè.

Col mio team rifuggiamo i concetti espressi dalla mascolinità tossica che ha generato fenomeni come la Manosfera, gli Incel o Redpill.

Cerchiamo piuttosto di prefigurare un approccio di Mascolinità positiva.

Per rispondere alla domanda, semplificando molto, possiamo dire che gli uomini sbagliano spesso con le donne non per cattiveria, ma perché seguono miti sbagliati, consigli tossici e un’idea distorta di quello che davvero attrae e mantiene l’interesse femminile.

Scarterò di proposito tutto gli atteggiamenti provenienti dalla mascolinità tossica perché la ritengo la risposta sbagliata ad una giusta domanda.

Mi concentrerò, invece, su atteggiamenti non tossici ma comunque sbagliati.

Il primo grande errore è credere che essere “troppo gentili” sia la strada giusta. Molti pensano che se si mostrano sempre disponibili, accondiscendenti e pronti a soddisfare ogni desiderio, la donna si innamorerà.

In realtà questo atteggiamento comunica spesso insicurezza e mancanza di spina dorsale.

Le donne sono attratte da un uomo che ha rispetto per se stesso, che ha una sua vita interessante e che non si annulla pur di piacere.

Essere gentili è bello, ma senza dignità diventa debolezza.

Un altro sbaglio classico è inseguire troppo.

Bombardare di messaggi, insistere quando l’interesse non è reciproco, regalare cene e complimenti nella speranza di “meritarsela”, tutto questo di solito produce l’effetto opposto: l’attrazione non si può negoziare né comprare.

Quando un uomo spinge troppo, la donna sente pressione e si allontana.

Molti commettono anche l’errore di idealizzarla troppo presto: metterla su un piedistallo, dirle che è perfetta, che non la meritano.

Questo crea squilibrio e toglie quella sana tensione che invece alimenta il desiderio.

Le donne vogliono sentirsi desiderate, non idolatrate.

Nella fase di frequentazione o di relazione, uno degli sbagli più gravi è non saper ascoltare davvero.

Molti uomini ascoltano per risolvere un problema, mentre spesso lei ha solo bisogno di sentirsi capita e validata emotivamente.

Allo stesso tempo, tanti faticano a esprimere le proprie emozioni, rimanendo chiusi per paura di apparire deboli: questo crea distanza.

Un altro errore frequente è abbassare l’impegno una volta che la relazione sembra avviata: all’inizio corteggiano con attenzione, poi i messaggi diminuiscono, le uscite diventano routine e il romanticismo svanisce.

Le donne percepiscono subito quando l’energia cala e lo interpretano come disinteresse.

Molti sbagliano anche perché proiettano insicurezze: diventano gelosi senza motivo, controllanti o, al contrario, emotivamente irraggiungibili.

E c’è chi pensa ancora che il sesso sia solo una questione fisica o meccanica, senza capire che per lei il desiderio nasce soprattutto da connessione emotiva, sicurezza e polarità tra maschile e femminile.

Alla base di molti di questi errori c’è un mito pericoloso: “le donne vogliono i bastardi” o “devi comprarla con soldi e regali”.

La verità è più semplice e più impegnativa: le donne sono attratte da un uomo autentico, sicuro di sé senza arroganza, che sa essere giocoso, rispettoso ma con confini chiari, che ha una vita propria e che non ha paura di essere se stesso.

In sintesi, gli uomini sbagliano quando si concentrano più su “cosa fare per piacerle” che su “diventare una versione migliore di se stessi”.

Quando smettono di recitare un ruolo e iniziano a coltivare fiducia, comunicativa e rispetto reciproco, le dinamiche cambiano radicalmente.

Le donne ovviamente sbagliano a loro volta, ma se un uomo lavora seriamente su questi punti, vedrà che molti problemi si risolvono da soli.

Numero3723.

 

VERITA’  SCOMODE  SULLA  NATURA  UMANA

 

Spesso chi si sente più fragile cerca di ferire gli altri per sentirsi più forte.

Chi ha meno da dire è spesso quello che parla di più.

L’invidia nasce spesso da un’infelicità che non si riesce ad ammettere.

Chi vale poco dentro, a volte, prova a compensare con l’arroganza.

Le persone davvero sagge non hanno bisogno di agitarsi per farsi notare.

La vera forza non umilia, protegge, comprende e resta gentile.

Chi è davvero intelligente non sente il bisogno di parlare sempre.

Le persone più felici non ostentano, vivono con serenità, spesso in silenzio.

Chi è più misero dentro spesso si nasconde dietro una finta superiorità morale.

 

Iuliana Latea  YouTube

Numero3722.

 

Ho lasciato che trascorresse il tempo della Pasqua di Risurrezione, per non contrapporre provocatoriamente l’alternativa inquietante del testo seguente che, solo ora, sottopongo all’attenzione di chi abbia coraggio e curiosità di conoscere non un’altra verità, ma solo un’altra versione dei fatti storici.
In questo, non c’è alcun intento polemico o spirito di contraddizione, ma soltanto un tentativo di fare chiarezza.

 

 

L E    V E R E    P A R O L E    D I    G E S U’    D O P O    L A    R I S U R R E Z I O N E

 

(Cristianesimo delle origini)

 

 

La storia di Gesù è la più grande storia mai raccontata che ha contribuito a plasmare la cultura occidentale.

Il paradigma della vita di Gesù è la sua risurrezione, ma intesa in modo molto diverso da quello canonico.

“Io sono esempio di risurrezione: la vostra”.

Una delle figure più influenti della storia, Gesù, dice che il mondo attuale è sbagliato e che dobbiamo cambiarlo, ora.

Questo suo pensiero fondante è contenuto nella Bibbia etiope.

Dopotutto, la Bibbia etiope è una Bibbia cristiana, contiene i Vangeli, la vita, la morte e la risurrezione di Gesù Cristo. Ma non è la Bibbia cattolica.

Immaginate di morire e scoprire che l’ al di là non ha nulla a che vedere con ciò che vi è stato raccontato: niente porte del paradiso, niente inferno di fuoco, piuttosto un viaggio nascosto attraverso misteriosi strati dell’esistenza che lentamente spogliano l’anima fino alla sua verità.

Alcune antiche tradizioni sostengono che queste idee derivino dagli insegnamenti di Gesù Cristo dopo la risurrezione.

Ma la maggior parte dei cristiani non ne ha mai sentito parlare, perché la Bibbia cattolica che molte persone leggono ha 73 libri, mentre l’antico canone conservato dalla Chiesa ortodossa Etiope ne contiene 81.

Interi Vangeli, visioni e rivelazioni sono scomparsi dal cristianesimo occidentale.

La vera domanda è: sono stati rimossi perché erano sbagliati o perché rivelano qualcosa che il mondo non avrebbe dovuto sapere?

Questi sono i Libri Perduti del cristianesimo cattolico.

Cominciamo con un fatto che dovrebbe turbare ogni cristiano vivente.

La Bibbia che tenete tra le mani non è la Bibbia: si tratta di “una Bibbia”, una versione assemblata da commissioni, approvata dagli imperatori e imposta dal potere politico.

La Bibbia protestante ha 66 libri, la Bibbia cattolica ne ha 73, ma la Bibbia Etiope, quella custodita da una chiesa le cui origini risalgono direttamente al primo secolo, ne ha 81.

Alcuni studiosi ne contano persino di più, a seconda di come classificano determinati testi. Non è una discrepanza di poco conto.

Si tratta di un’intera biblioteca di materiale sacro che qualcuno ha deciso che non ti fosse permesso leggere.

Il cristianesimo arrivò in Etiopia quasi immediatamente.

Secondo il libro degli Atti, un funzionario di Corte etiope fu battezzato da Filippo, l’evangelista apocrifo, intorno al 34 d.C. .

Ciò rende la Chiesa etiope una delle primissime comunità cristiane al di fuori di Gerusalemme.

Nel V° secolo il cristianesimo era la religione di stato dell’impero, secoli prima che la maggior parte dell’Europa si convertisse.

La Chiesa etiope non si sviluppò sotto la supervisione romana, non rispondeva al vescovo di Roma, non fu plasmata dalla politica di Costantino o dalle battaglie teologiche che dilaniarono il cristianesimo europeo.

Crebbe autonomamente nella propria lingua con la propria raccolta di testi sacri e non ne abbandonò mai nessuno. Questa è la differenza cruciale.

Mentre il cristianesimo occidentale ha attraversato secoli di revisioni, dibattiti e scarti, la Chiesa Etiope ha semplicemente conservato tutto.

Ha preservato il libro di Enoch, una vasta visione profetica sugli angeli caduti.

L’architettura celeste parla del destino delle anime citata nel Nuovo Testamento stesso, che successivamente è stata scartata dal canone occidentale; inoltre, ha preservato, fra gli altri, il libro dei Giubilei che riscrive la Genesi con sorprendenti dettagli aggiuntivi.

Ha preservato l’ascensione di Isaia, il pastore di Erma e altri testi che i primi cristiani di tutto il mondo antico consideravano “sacre scritture”.

Non si tratta di note a piè di pagina poco conosciute.

Il libro di Enoch è così importante per il cristianesimo delle origini che la lettera di Giuda lo cita direttamente.

I primi padri della Chiesa lo citavano, le comunità di tutto il Mediterraneo lo leggevano come scrittura e poi fu rimosso deliberatamente e sistematicamente.

E la Chiesa etiope è la ragione per cui ne possediamo ancora una copia.

Per gran parte della storia, gli studiosi occidentali non hanno potuto accedere a questi testi, anche volendo. E, men che mai, i fedeli.

La Bibbia etiope proviene dall’Etiopia, è scritta in Etiopico: si tratta dei Vangeli di Matteo e Marco, scritti nell’antica lingua Gaes (Ge’ez), un’antica lingua semitica che quasi nessuno studioso europeo era in grado di decifrare.

I manoscritti erano custoditi in remoti monasteri di montagna, alcuni dei quali accessibili solo scalando ripide pareti rocciose.

Quando i missionari occidentali finalmente entrarono in contatto con il cristianesimo etiope, non lo considerarono una preziosa finestra sulle origini della fede, bensì lo respinsero.

Lo definirono corrotto, primitivo, una deviazione dal vero cristianesimo.

Quell’arroganza ha tenuto il mondo occidentale all’oscuro di questi testi per secoli.

Fu solo nel XX° secolo che iniziarono seri lavori di traduzione e ciò che gli studiosi scoprirono, quando finalmente lessero questi testi, scosse le fondamenta della dottrina biblica: parlava dei 40 giorni che avevano cancellato. Ed è qui che la cosa si fa davvero inquietante.

Nel libro degli Atti c’è una frase che la maggior parte dei cristiani legge senza soffermarsi: dice che dopo la sua risurrezione, Gesù si presentò vivo ai suoi discepoli per un periodo di 40 giorni, parlando loro del regno di Dio.

40 giorni non è un fine settimana, non è un breve addio: si tratta di quasi sei settimane di intenso insegnamento post risurrezione, impartito da un uomo che aveva appena sconfitto la morte.

E i quattro Vangeli canonici non dicono quasi nulla di ciò che disse in quel periodo.

Pensateci, il periodo più straordinario di tutta la teologia cristiana liquidato in tre righe dai Vangeli Canonici

Un Gesù risorto che cammina sulla terra e insegna ai suoi discepoli più vicini e la Bibbia occidentale sostanzialmente lo ignora: qualche racconto delle sue apparizioni, una manciata di istruzioni e poi ascende al cielo.

La più grande opportunità di insegnamento nella storia della religione, viene trattata come un ripensamento, a meno che non si leggano i testi etiopici.

Secondo i manoscritti conservati nei monasteri etiopici, Gesù non trascorse quei 40 giorni a ripetere il sermone della montagna, non ripropose le parabole del granello di senape e della pecora smarrita: rivelò una categoria di conoscenze completamente diversa, cose di cui non aveva mai parlato pubblicamente, cose che, a suo dire, i suoi discepoli non erano pronti ad ascoltare, finché la risurrezione non avesse dimostrato chi fosse veramente.

E il contenuto di quegli insegnamenti vi lascerà senza parole.

Innanzitutto ha descritto l’architettura dell’ al di à con straordinaria precisione, non la vaga dicotomia paradiso / inferno a cui il cristianesimo occidentale riduce tutto, ma una struttura stratificata e multidimensionale della realtà spirituale.

Sette o più paradisi distinti, ognuno con le proprie caratteristiche, i propri abitanti, il proprio scopo.

L’anima non sale o scende semplicemente quando il corpo muore.

Inizia un viaggio, attraversa diversi regni, viene messa alla prova, affinata, istruita, trasformata.

Non si tratta del purgatorio nel senso cattolico, che è essenzialmente una sala d’attesa dove si espia il peccato.

Si tratta di un’intera cosmologia di sviluppo spirituale post mortem, in cui l’anima continua a crescere, ad apprendere, ad evolversi a lungo dopo la scomparsa del corpo.

In secondo luogo, ha ridefinito il giudizio.

Nel cristianesimo occidentale tradizionale il giudizio è una scena da tribunale: Dio siede su un trono.

Secondo la configurazione dell’ al di là del Cristianesimo cattolico, le tue azioni vengono pesate e sei destinato alla beatitudine eterna o al tormento eterno.

I testi etiopi descrivono qualcosa di profondamente diverso.

Vi si dice che Gesù abbia insegnato che il giudizio non è qualcosa che Dio fa a te, ma qualcosa che fai a te stesso.

Mentre l’anima attraversa questi regni spirituali, incontra la piena verità della propria esistenza.

Ogni atto di crudeltà, ogni momento di compassione, ogni pensiero nascosto viene svelato non da un giudice esterno, ma dalla consapevolezza che l’anima stessa espande.

Sei tu a giudicare te stesso e il processo non riguarda la punizione, ma la comprensione.

In terzo luogo, e questo è l’insegnamento che avrebbe terrorizzato le autorità ecclesiastiche più di ogni altro, Gesù insegnò che gli esseri umani portano in sé l’essenza divina.

Non che gli esseri umani siano Dio, non che siano uguali al creatore, ma che in ogni anima umana e insita una scintilla, un seme, un frammento di natura divina e l’intero scopo della pratica spirituale è risvegliarlo.

La risurrezione non è stato un miracolo unico compiuto da un essere straordinario, è stata una dimostrazione.

È stato Gesù che ha mostrato all’umanità ciò che siamo, o saremmo, capaci di diventare.

Il regno di Dio non è un luogo in cui si va dopo la morte.

Si tratta di uno stato di coscienza a cui puoi accedere proprio ora in questa vita attraverso un’autentica e autonoma trasformazione spirituale.

E c’è un quarto elemento in questi insegnamenti di 40 giorni che lega tutto insieme.

Si dice che Gesù abbia detto ai suoi discepoli che ciò che stava condividendo con loro non era destinato a tutti.

Non ancora: distinse tra gli insegnamenti pubblici, le parabole e le istruzioni morali che impartiva alle folle e la rivelazione privata, riservata a pochi eletti.

I misteri più profondi li condivideva solo con coloro che avevano camminato con lui, sofferto con lui e ora avevano assistito al suo ritorno dalla morte: non si stava comportando da elitario, si stava comportando in modo pragmatico.

Alcune verità richiedono preparazione: alcune conoscenze sono pericolose nelle mani di chi non è pronto ad accoglierle e le verità più profonde sulla natura della realtà, sulla struttura dell’ al di là e sul potenziale divino dell’anima umana sono proprio di questo tipo.

La Chiesa istituzionale ha preso questa idea di insegnamento graduale e l’ha distorta completamente.

Invece di dire che alcune verità richiedono una predisposizione spirituale, hanno affermato che alcune verità non sono affatto adatte a te.

Invece di incoraggiare le persone a crescere verso una comprensione più profonda, hanno rinchiuso questa comprensione più profonda in una cassaforte e ne hanno gettato via la chiave.

I concili ecclesiastici hanno cambiato il cristianesimo, lo hanno trasformato da retaggio spirituale individuale a istituzione collettiva gestita da una casta sacerdotale.

Se in questo momento vi sentite a disagio, bene.

Quel disagio è esattamente la reazione che i capi della Chiesa del V° secolo cercavano di prevenire, perché ognuno di quegli insegnamenti rappresenta una minaccia diretta al potere religioso istituzionale.

Pensate a cosa succede a una chiesa se i suoi membri credono di possedere un’essenza divina.

Pensate a cosa succede a una classe sacerdotale se le persone credono di poter accedere al regno di Dio, attraverso la propria pratica spirituale, anziché attraverso i sacramenti approvati e imposti coattivamente.

Riflettiamo su cosa accadrebbe all’intera struttura della religione organizzata, se il giudizio fosse una resa dei conti spirituali personale piuttosto che un verdetto emesso da un Dio che, guarda caso, parla solo attraverso il clero autorizzato.

L’intero sistema sarebbe collassato ed è proprio per questo che questi insegnamenti furono rimossi.

Il processo non fu né rapido né indolore.

Si sviluppò nel corso dei secoli attraverso una serie di concili ecclesiastici che riguardavano tanto la politica quanto la teologia.

Questi sono i concili storicamente più importanti.

Il concilio di Nicea del 325 d.C. è uno degli eventi più significativi nella storia della Chiesa cristiana: non fu convocato da un vescovo o da un papa, ma dall’imperatore Costantino, un sovrano romano che comprese che una religione unificata significava un impero più controllabile.

Il Concilio di Cartagine del 397 d.C., che produsse uno dei primi elenchi di libri biblici approvati.

Il concilio di Trento del 1546, che sancì il canone cattolico in risposta alla riforma protestante.

Ciascuno di questi concili fece delle scelte: tutti inclusero certi testi ed esclusero altri e i criteri di inclusione non furono sempre spirituali, ma semplicemente di convenienza manipolatoria.

I testi storici erano testi politici che sostenevano l’autorità gerarchica, che enfatizzavano l’obbedienza alla leadership ecclesiastica, che presentavano la salvezza come qualcosa dispensato da un’istituzione di controllo, piuttosto che scoperta attraverso un lavoro spirituale personale.

Invece, altri testi furono disattesi e scartati, testi che conferivano potere agli individui, che descrivevano una rivelazione continua e che suggerivano che l’anima avesse una relazione diretta con il divino, senza bisogno di un intermediario sacerdotale.

Questi testi furono etichettati come apocrifi, eretici e pericolosi e furono fatti sparire.

Le comunità che continuarono a insegnare basandosi su questi testi, furono soppresse.

I loro libri furono bruciati, i loro insegnanti furono perseguitati.

Col tempo una versione del cristianesimo più semplice, più piatta e più conveniente dal punto di vista istituzionale divenne lo standard.

La versione che dice: “Credete a ciò che vi diciamo, obbedite alle autorità che Dio ha posto sopra di voi. Non fate troppe domande su ciò che accade dopo la morte, perché vi abbiamo già dato tutte le risposte di cui avete bisogno.”

Questa versione prevalse.

Non perché fosse più vera, non perché fosse più vicina a ciò che Gesù insegnava realmente, ma perché era più facile da controllare.

La Chiesa etiope, separata da Roma da geografia, lingua e politica, semplicemente non ha mai attraversato questo processo di selezione.

Ha mantenuto la raccolta disordinata, complessa e teologicamente eterogenea di testi che i primi cristiani di tutto il mondo antico condividevano, ha preservato la versione del cristianesimo che esisteva prima della standardizzazione, prima dell’intervento degli imperatori, prima che i comitati decidessero quali parole di “Gesù – Dio” fossero sufficientemente convenienti da conservare.

Ed ecco ciò che è veramente straordinario nella conservazione etiope.

Non si trattò di un atto consapevole di ribellione.

I monaci etiopi non conservarono questi testi perché sapevano che il cristianesimo occidentale li stava scartando. Li conservarono perché per loro erano semplicemente sacre scritture. Erano le parole di Dio tramandate attraverso la loro tradizione.

Non ci furono controversie, né dibattiti, né decisioni drammatiche per sfidare Roma.

Continuarono semplicemente a leggere ciò che avevano sempre letto e così facendo, senza volerlo, divennero i custodi di una versione del cristianesimo originale che il resto del mondo cercava di cancellare.

Sono trascorsi secoli, imperi sono sorti e caduti, i manoscritti sono rimasti nei loro monasteri di montagna, intoccati dalle guerre teologiche che hanno rimodellato la fede occidentale, preservando silenziosamente una verità che i potenti non volevano che venisse preservata.

Prove dell’esistenza di scritture etiopi. Non si tratta più di speculazioni marginali. Studiosi seri, in università serie e con finanziamenti adeguati stanno analizzando a fondo questi manoscritti e ciò che stanno scoprendo sta riscrivendo non solo la cronologia stessa, ma il messaggio autentico del cristianesimo.

Permettetemi di fornirvi prove concrete.

Nel 1947 un pastore beduino si imbatté in una grotta vicino al Mar morto e scoprì dei vasi di terracotta pieni di antichi rotoli.

Questi rotoli, oggi noti come rotoli del Mar Morto, rappresentarono un significativo passo avanti nella storia della Bibbia.

Contribuirono a fornire prove e spunti di riflessione sulla vita di una comunità ebraica vissuta all’epoca di Gesù e divennero una delle scoperte archeologiche più importanti della storia.

Tra le migliaia di frammenti rinvenuti nella grotta quattro di Kumran, i ricercatori hanno identificato 11 manoscritti aramaici distinti del libro di Enoch, 11 copie di un unico libro nascosto in una grotta nel deserto per oltre 2000 anni.

Ed ecco la parte che ha sbalordito il mondo accademico.

Quando gli studiosi hanno confrontato quei frammenti aramaici con la versione in lingua Gaes del libro di Enoch che i monaci etiopi leggevano da secoli, i testi corrispondevano non solo vagamente, ma anche tematicamente. Il testo etiopico corrispondeva strettamente ai suoi prototipi aramaici, confermando che la Chiesa Etiope aveva fedelmente conservato un documento precedente al cristianesimo stesso, un testo composto tra il 350 e il 200 avanti Cristo.

George Nicholsberg e James Vanderam dell’Università dell’Iowa che hanno pubblicato la traduzione moderna definitiva del primo libro di Enoch hanno definito i testi enochici tra gli scritti ebraici più importanti sopravvissuti dal periodo greco-romano.

Non è uno youtuber a dirlo. Si tratta di un commentario di Hermania pubblicato da Fortress Press, il punto di riferimento per gli studi biblici.

Poi ci sono i Vangeli di Garima. Nel 1950 una storica dell’arte britannica di nome Beata Trick Plain visitò il monastero di Amba Garima, nel nord dell’Etiopia. Poiché alle donne non era permesso entrare, i monaci portarono fuori diversi manoscritti affinché lei potesse esaminarli.

Notò pagine miniate con uno stile che descrisse come di influenza siriana, ma non riuscì a determinarne l’età.

Per decenni gli studiosi hanno ipotizzato che questi Vangeli risalissero all’incirca all’undicesimo secolo. Poi nel 2000 a Nekia, allo studioso francese Jack Merser fu permesso di portare due piccoli frammenti di pergamena al laboratorio di ricerca archeologica dell’Università di Oxford.

L’analisi al radiocarbonio su un campione proveniente da Garima ha restituito, come risultato, un intervallo di date compreso tra il 330 e il 570 d.C.

Un secondo campione indicava una datazione tra il 430 e il 660 dopo C.

Il mondo accademico dovette ricalibrare tutto.

Non si trattava di copie medievali: questi erano potenzialmente i più antichi manoscritti cristiani miniati sopravvissuti sulla Terra, più antichi dei famosi Vangeli di Rabbula in Siria, datati al 586 d.C., conservati in un remoto monastero etiope.

I due volumi del Vangelo di Garima contengono circa 400 pagine di testo, ciascuno è scritto in Gaes, il che li rende le più grandi testimonianze sopravvissute dell’antica lingua aomita, al di fuori delle monete e delle iscrizioni su pietra.

I loro testi differiscono notevolmente l’uno dall’altro, suggerendo che la traduzione da cui entrambi derivano sia ancora più antica, retrodatata a un’epoca ancora precedente rispetto a quanto si fosse ipotizzato.

Nel frattempo il professor Dennis Nosnen, finanziato dal Consiglio Europeo della Ricerca, ha guidato un team che ha visitato oltre 100 monasteri e chiese Etiopi, digitalizzando più di 2000 manoscritti che non erano mai stati catalogati dalla critica occidentale.

La Hill Museum and Manuscript Library Del Minnesota conserva copia su microfilm di 8000 manuscritti Etiopi fotografati durante spedizioni negli anni 70 e 80. La più grande collezione di questo tipo al mondo.

Lo storico Stukenbrock dell’Università di Monaco ha trascorso anni alla ricerca di manoscritti del primo libro di Enoch. La scarsità di copie del libro di Enoch (che è nome etiope) è dovuta al fatto che non è mai stato considerato scrittura sacra dagli ebrei, ma finisce nella Bibbia Etiope, in tutta Europa e Medio Oriente, identificandone più di 150 copie, mentre le precedenti edizioni accademiche si basavano solo su una manciata di esse.

Al congresso dell’organizzazione internazionale per lo studio dell’Antico Testamento del 2019, Stukenbrock presentò dei risultati che dimostravano come i frammenti aramaici di Kumran indicassero l’esistenza di una versione del testo più lunga e sostanzialmente diversa da quella giunta fino a noi in qualsiasi traduzione successiva.

I manoscritti etiopi non sono corruzioni, potrebbero essere più vicini agli originali di qualsiasi altro testo a noi pervenuto.

La biblioteca di Nag Hammadi, scoperta in Egitto nel 1945 nella omonima regione dell’Alto Egitto, sarebbe stata al centro dell’attenzione e delle controversie accademiche per i decenni a venire.

Studi indipendenti hanno confermato che insegnamenti sul potenziale umano divino e sulla stratificazione della realtà spirituale erano ampiamente diffusi nel cristianesimo primitivo.

Non si trattava di tradizioni isolate inventate da una comunità eccentrica, bensì di concetti presenti ovunque.

E la Chiesa etiope è l’unico luogo che non li ha mai abbandonati.

I monaci e gli studiosi etiopi che hanno preservato questi testi per generazioni hanno una propria prospettiva su questo dibattito.

Per loro non si tratta di curiosità storiche o reperti da museo.

Essi vivono le scritture lette ad alta voce durante le funzioni religiose, guidando la pratica spirituale esattamente come hanno fatto per secoli.

Uno studioso monastico ha accolto la posizione etiope con una semplicità disarmante, spiegando che i cristiani occidentali credono che la loro Bibbia sia completa, ma non hanno idea di cosa sia stato rimosso.

Non sanno cosa credessero realmente i primi cristiani prima che i concili politici riscrivessero la fede.

“La chiesa etiope – disse – ha preservato ciò che il resto del mondo ha perso” e, guardando le prove, le datazioni al radiocarbonio, le corrispondenze con i rotoli del Mar Morto, l’enorme quantità di collezioni di manoscritti che gli studiosi occidentali stanno solo ora iniziando a catalogare, è molto difficile contraddirlo.

Cinque insegnamenti proibiti rivelati: lasciatemi spiegare chiaramente.

Secondo i testi etiopi, gli insegnamenti di Gesù dopo la risurrezione possono essere distillati in cinque rivelazioni fondamentali che erano considerate troppo pericolose per essere incluse nella Bibbia occidentale.

La prima è che l’ al di là non è binario, non esiste una semplice distinzione tra paradiso e inferno.

La realtà è composta da strati, dimensioni, stadi di esistenza spirituale che l’anima attraversa dopo la morte. Ogni strato ha uno scopo, ognuno affina ulteriormente l’anima.

La morte non è un verdetto, è una porta verso il percorso di una continua evoluzione.

Il secondo punto è che il giudizio è interiore, non esteriore.

Dio non siede su un trono indicando ai peccatori la via verso il basso e ai santi quella verso l’alto.

L’anima, in presenza della piena verità spirituale si vede completamente, vede ogni scelta fatta e il perché, comprende i propri fallimenti e la propria crescita.

Questa conoscenza di sé è il giudizio ed è molto più profonda e misericordiosa di qualsiasi fantasia processuale.

Il terzo punto è che gli esseri umani possiedono un potenziale divino.

C’è qualcosa di Dio dentro ogni persona.

Lo scopo di una vita spirituale non è solo quello di adorare quella divinità da lontano, ma di nutrirla, svilupparla e portarla alla sua piena espressione.

La risurrezione di Gesù non è stata un trucco magico compiuto da una divinità in sembianze umane.

La resurrezione non è avvenuta. Il cristianesimo che la sostiene è falso.

Che tu ci creda o no, che tu sia sincero o meno. Se la resurrezione non è avvenuta, il cristianesimo è falso. È un’altra religione.

La risurrezione fu una dimostrazione di ciò che la scintilla divina, pienamente realizzata in un essere umano, può compiere.

E lo può compiere attraverso la conoscenza (gnosi), la conoscenza di sé, realizzata per mezzo della sua evoluzione spirituale, seguendo, passo dopo passo, i vari stadi di perfezionamento verso la purezza interiore extracorporea, di cui la risurrezione è il simbolo.

Il quarto punto è che Gesù insegnava su più livelli: dava insegnamenti pubblici alle folle, insegnamenti più profondi ai seguaci devoti e i misteri più profondi solo alla cerchia ristretta, dopo la risurrezione.

Questo significa che i Vangeli canonici, quelli che avete nella vostra Bibbia in questo momento, contengono soltanto gli insegnamenti superficiali, il materiale introduttivo.

Le vere profondità erano riservate a coloro che avevano dimostrato di essere pronti e quelle profondità: sono esattamente ciò che i testi etiopici affermano di preservare.

Il quinto punto è che la rivelazione non si è fermata.

Lo Spirito Divino continua a comunicare con l’umanità.

La verità non è congelata in un libro, è viva, in evoluzione, si dispiega continuamente per coloro che sviluppano la capacità spirituale di riceverla.

La scrittura non è una cassaforte chiusa, è un canale aperto.

E l’idea che Dio abbia detto tutto ciò che c’era da dire 2000 anni fa e poi sia rimasto in silenzio non è un insegnamento biblico, è una convenienza istituzionale.

Ognuno di questi cinque insegnamenti, preso singolarmente, sarebbe sufficiente a rimodellare il modo in cui una persona comprende il cristianesimo.

Nel loro insieme descrivono una religione completamente diversa da quella praticata dalla maggior parte dei cristiani occidentali.

Una religione più mistica, più personale, più esigente e in definitiva più rispettosa della capacità di crescita dell’anima individuale.

Ora fermatevi un attimo a pensare a come sarebbe il cristianesimo oggi se questi cinque insegnamenti non fossero mai stati rimossi.

Immaginate un cristianesimo in cui le chiese insegnassero la meditazione e la trasformazione interiore, anziché solo l’obbedienza a dogmi e rituali e la confessione, instaurate a fini di controllo.

Immaginate una fede in cui la morte non fosse temuta come un esame finale, ma compresa come l’inizio di una nuova fase di educazione spirituale.

Immaginate sermoni che vi dicano che il divino è già dentro di voi, in attesa di essere riconosciuto, invece di sermoni che vi dicono quanto siete peccatori fragili e decaduti e quanto disperatamente avete bisogno di un’istituzione che vi salvi.

Questo è il cristianesimo descritto nei testi etiopici ed è il cristianesimo che è stato deliberatamente smantellato affinché una manciata di uomini potenti potesse mantenere il controllo sulla vita spirituale di milioni di persone.

Ciò che rende questi insegnamenti ancora più sorprendenti è la loro stretta somiglianza con le intuizioni più profonde di altre grandi tradizioni spirituali.

Il concetto buddista di illuminazione progressiva attraverso molteplici vite, la concezione induista dell’Atman come sé divino presente in ogni essere.

L’insegnamento sufi, secondo cui il cuore umano è uno specchio capace di riflettere la luce di Dio.

Non si tratta di idee estranee introdotte di nascosto nel cristianesimo.

Secondo i testi etiopici ne hanno sempre fatto parte. erano gli insegnamenti originali, il messaggio centrale, lo strato più profondo di ciò che Gesù è venuto a rivelare e furono strappati via e sostituiti con una versione della storia più semplice, più gestibile e più redditizia dal punto di vista istituzionale.

Per quasi 2000 anni gli antichi testi conservati dalla Chiesa ortodossa Etiope Tewahedo sono esistiti silenziosamente al di fuori dei confini del canone occidentale, custoditi in monasteri di montagna, mentre il resto del mondo leggeva una versione diversa della storia.

Che questi scritti conservino davvero gli insegnamenti di Gesù Cristo o si limitino a riecheggiare ciò che i primi credenti pensavano che egli avesse insegnato, la loro sopravvivenza impone una consapevolezza inquietante.

La fede che la maggior parte delle persone ha ereditato potrebbe essere solo una parte del quadro.

E quando una storia sopravvive per 2000 anni nel silenzio, di solito significa che non era destinata a scomparire, era destinata ad aspettare.

Quindi la domanda non è più se questi insegnamenti dimenticati esistano.

La domanda è ben più scomoda.

Se le pagine mancanti venissero reinserite nella storia, quanto diversa diventerebbe?

E, cosa ancora più importante, chi ne trarrebbe vantaggio se non si scoprisse mai la verità?

L’indagine è appena iniziata.

Numero3721.

 

U O M I N I    E    D O N N E :    U N    T E A T R I N O    D A    S C O P R I R E

 

Non solo nella danza del corteggiamento, ma anche e soprattutto, nella quotidianità della relazione stabile, c’è un solo connotato di comportamento che può rendere salda e di sicura durata la connessione di coppia: l’imprevedibilità.

A questa conclusione sono arrivato al termine di una carriera da compagno di vita di donne diverse, per numero e per qualità, la cui frequentazione mi ha insegnato molto, fino a diventare, lo posso ben dire, un “esperto” dell’argomento.

Devo ammettere candidamente che, all’inizio sbagliavo tutto di brutto e ripetutamente, perchè non riuscivo a realizzare che i piani e gli obiettivi di una relazione fra uomo e donna sono drammaticamente asimmetrici e problematici: è molto difficile trovare e stabilire una connessione su un livello di prossimità, e men che mai di coincidenza.

Semplicemente perché io consideravo la condotta “logico-pratica” universale e condivisibile, al punto da aspettarmi di incontrare la mia partner su questo criterio selettivo di comportamento.

E mi sbagliavo. Insistevo e sbagliavo ancora.

O ero ingenuo e impreparato io – cosa che, in seguito, ho scoperto essere vera – oppure il mondo femminile doveva essere approcciato con altre tecniche di cui non ero ancora al corrente.

A mie spese e, senza tema di smentite, direi sanguinosamente, ho imparato.

Al punto che, adesso, potrei anche, non dico istruire, ma consigliare sì, un mio collega di sesso più giovane.

Espongo qui, senza criterio logico, a spizzichi e bocconi, a macchia di leopardo, seguendo l’ordine cronologico del flusso dei pensieri, quello che mi viene in mente di dire sulla relazione fra un uomo e una donna che si avvicini il più possibile ad una situazione accettabile, condivisibile o, magari, soddisfacente, se non proprio ottimale.

 

Parto dalla premessa: il comportamento vincente nella relazione di successo, a mio avviso, è l’imprevedibilità.

È una dote, nell’uomo, per nulla facile da trovare, da mantenere, da applicare nella lunga durata di una relazione, tant’è che la stessa si inceppa e comincia a sgretolarsi proprio quando il rapporto comincia a diventare rutinario, monotono, a volte noioso, se non addirittura frustrante.

Esistono due tipi di imprevedibilità: l’imprevedibilità attraente e quella instabile.

Un uomo deve essere solido nella sua essenza, ma imprevedibile nella sua espressione.

L’imprevedibilità instabile viene da un uomo che non sa chi è.

Se dice di no a tutto, è solo un idiota ostinato.

Se dice di sì a tutto, è solo un codardo emotivo.

L’imprevedibilià diventa attraente quando può essere paradossale, quasi irrazionale, ma scaturisce da una profonda convinzione e da una rocciosa coerenza.

È una dote assai apprezzata dalle donne, nel proprio uomo, e molto invidiata dalle altre donne, nei loro feroci paragoni, quando non ne possono godere nella propria relazione.

Credo di non sbagliare se dico che le donne con una relazione stabile fantastichino che le altre donne desiderino i loro mariti o compagni, perchè in questi intuiscono una originalità ed una creatività nell’alimentare l’interesse attrattivo, che i loro partner magari avevano, ma hanno dimenticato e non hanno nessuna voglia di rinverdire.

 

Un altro paradigma del rapporto di coppia è la possessività, se non la gelosia.

Esistono due tipo di possessività: quella insicura e quella sicura.

La differenza è abissale.

La prima è: non puoi parlare ad altri uomini, perché ho paura che tu mi lasci.

La seconda vuol dire: tu sei mia e io sono tuo e c’è qualcosa di sacro in questo legame che io proteggerò.

La degenerazione della prima è la gelosia, un veleno letale.

L’evoluzione della seconda è un rinnovato impegno per essere all’altezza delle aspettative del partner, oltre il privilegio del diritto coniugale e il ricatto della sanzione sociale.

 

Forse non tutte le donne sono pronte a sottoscrivere e ad ammettere quello che dirò adesso, ma io sono persuaso che, nel loro inconscio, questa sensazione esiste e perdura.

La donna ha una fantasia costantemente presente: quella di essere la seconda priorità di un uomo.

Non l’ultima, non la prima, ma la seconda.

La prima, nel suo uomo, dovrebbe essere la sua missione, il suo contributo al mondo.

Quando lei vede di essere il centro esclusivo dell’interesse del suo uomo, capisce che lui non ha altri obiettivi nella vita e questo, lungi dall’essere appagante e rassicurante, la convince di avere uno scarso valore, che condivide col partner sullo stesso livello.

Quando lui è così concentrato su quello che vuole realizzare, che lei deve competere con le aspirazioni primarie di lui, lei si sente viva e invidiata e, in ultima analisi, orgogliosa della propria relazione.

La donna vuole sentire che stare con un uomo è un privilegio, non un diritto garantito, e questo incrementa la propria autostima, la considerazione di sè.

Lei vuole essere la regina di un re, non la totalità nella vita di un uomo senza scopo.

Così, paradossalmente, lei è più attratta e desiderosa dell’attenzione di lui, uomo di valore, fiera e compiaciuta di essere prescelta da qualcuno così focalizzato.

 

Fare sesso per abitudine: zero attenzione, zero polarità sessuale, zero corteggiamento, zero anticipazione, zero fantasia.

Come è diverso, invece, quando l’uomo la tocca mentre sta cucinando, o la seduce perchè non è appropriato, non è convenzionale ma è imprevisto, come se lui dovesse ancora conquistarla, come fosse un premio da vincere.

È il tipo di lusinga a cui una donna vorrebbe cedere ogni giorno, perché si sente desiderata, anche nei momenti più improbabili, perché la scintilla accende sempre la fiamma, perchè quella fiamma è il calore della vita insieme.

 

Ma è umano che l’uomo, talvolta, si senta fragile.

Ma non deve temere di mostrare la sua vulnerabilità: non sta trasformando la propria donna nella sua terapeuta, tenta solo di condividere qualcosa di gravoso, senza perdere la sua struttura e la solidità dei suoi principi ed obiettivi.

Le sta chiedendo di stare al suo fianco.

Si sta facendo guardare dentro la propria corazza: se lui è forte, lei lo vedrà e questo creerà una connessione emotiva profondissima.

 

La donna vuole un uomo che la sfidi ad evolversi, a non accettare una versione mediocre di se stessa.

Se non c’è nessuna pressione, nessuno standard da raggiungere o confermare, nessuna prospettiva di eccellenza, la donna capisce che si sta autosabotando e che il quieto vivere la fa morire dentro.

Se l’uomo ha standard così alti che lei deve crescere per essere alla sua altezza, allora la noia e la rassegnazione non saranno di casa in quella relazione.

L’uomo l’aiuterà e la inciterà, ma non accetterà che lei si accontenti, perché ha visto un potenziale in lei che lei stessa ha smesso di vedere: è essere il suo specchio in grandezza.

Lui non farà il tifo per la sua trascuratezza, non sarà la sua “claque” in mediocrità.

In questo l’uomo non è controllante, ma incentivante, stimolante.

Se lui accetta qualunque cosa da lei, significa che i loro standard sono bassi o si stanno abbassando per assenza di motivazione.

 

Le donne fantasticano di essere scelte e concupite ogni singolo giorno.

L’attrazione si adagia nella quotidianità, mentre la donna adora l’incertezza dell’improvvisazione, gode, magari in silenzio, dell’attesa di essere conquistata.

Quindi, non abitudine, ma scelta attiva e propositiva di intimità imprevedibili ed autentiche, prove di pulsioni, di urgenze non premeditate ma spontanee, quasi istintive e mai razionali e, men che mai, consuetudinarie.

Lei vuole la sicurezza dell’impegno, combinata con l’emozione della scelta continua, vuole sentire che il suo uomo l’ha conquistata ieri e la conquisterà domani.

Però questo richiede, non paradossalmente, che lei mantenga sempre alto il valore della conquista, che lei costituisca un premio non banale da vincere.

Un uomo di valore, che ha opzioni alternative, che potrebbe anche andarsene, sceglie di restare, solo se dove sta si trova bene.

E tutto ciò, insieme, è la formula vincente dell’armonia di coppia.

 

La differenza, nelle relazioni, tra uomini mediocri e uomini straordinari è semplice: i mediocri ignorano la psicologia femminile, perché li mette a disagio; gli straordinari la studiano, la capiscono e la usano per attivare connessioni profonde.

Le donne non comunicano con gli uomini, perché razionalità ed empatia non hanno convergenze parallele; questi non le capiscono e le relazioni muoiono o, tuttalpiù, sopravvivono per abitudine: e tutti soffrono in silenzio.

Non permettiamo mai che una relazione vada a parcheggiare su un binario morto.

 

 

 

 

 

Numero3720.

da  QUORA

 

Scrive Marco, corrispondente di QUORA

 

PERCHÈ  MOLTE  DONNE  TROVANO  ATTRAENTI  GLI  UOMINI  PIU’  ANZIANI?

 

L’altra sera ero al bancone di un locale e osservavo un uomo brizzolato ordinare da bere per sé e per la ragazza trentenne che lo accompagnava: lei lo guardava con un fascino e una dedizione totali.
Non era una questione di portafogli o di macchine parcheggiate fuori, ma di quell’aura impercettibile di chi ha smesso di dover dimostrare qualcosa al mondo.

Molti uomini pensano che l’interesse delle donne verso uomini più grandi sia solo cinismo o calcolo economico.

Credere a questa rassicurante bugia è l’errore che ti condanna a non capire mai come funzionano realmente le donne.

La verità cruda è che l’attrazione femminile risponde alla stabilità emotiva.

Un uomo maturo ha già incassato i colpi della vita, ha superato i suoi fallimenti e non va in crisi esistenziale al primo imprevisto.

Mentre un ventenne è ancora schiavo delle proprie insicurezze e cerca costanti conferme esterne, un uomo più grande esercita una leadership naturale e silenziosa. È una presenza solida che guida e rassicura, senza alcun bisogno di fare la voce grossa.

Le donne sono biologicamente cablate per cercare questa centratura.

Desiderano un partner capace di prendere il timone quando le situazioni si complicano, non un coetaneo che si lascia prendere dal panico insieme a loro.

L’età anagrafica è solo un indicatore, ma il vero magnete è la capacità di gestire la pressione.

Saper prendere decisioni scomode, mantenere i nervi saldi e non perdersi in inutili drammi emotivi quotidiani.

Il vero paradosso?

Tu magari continui a logorarti cercando di sembrare più giovane, rincorrendo le mode dei ragazzini o nascondendo le rughe. Invece, la tua arma di seduzione più letale è esattamente quell’esperienza e quel vissuto che stai cercando di mascherare.

Smetti di rincorrere la giovinezza e inizia a incarnare l’autorità discreta della tua età avanzata, ma esperta.

Numero3719.

 

R E S P O N S A B I L I TA’    P E R S O N A L E

 

Per cambiare la propria vita è necessario

assumere la piena responsabilità

dei risultati che si ottengono,

evitando di attribuirli solo a fattori esterni.

 

Jack Canfield

 

 

È facile spiegare i risultati guardando fuori:

le circostanze, le persone, la fortuna.

Ma, finché tutto dipende da fattori esterni,

il cambiamento resta sicuramente lontano.

Assumersi la responsabiltà significa partire

da ciò che puoi influenzare davvero:

le tue scelte, le tue abitudini, le tue azioni.

Non è accusarsi, è recuperare potere.

Quando riconosci il tuo ruolo nei risultati,

anche piccoli, inizi a vedere cosa puoi modificare.

Non tutto è sotto il tuo controllo, ma una parte sì,

ed è da lì che si costruisce il cambiamento.

Ogni responsabiltà accettata apre una possibilità concreta.

Nel tempo, questo approccio trasforma

la tua percezione da vittima a protagonista.

E, da quel momento, la tua vita smette di essere

qualcosa che subisci e diventa qualcosa che costruisci.

Oggi, riconosci una tua responsabilità personale

e usala per cambiare direzione alla tua vita.

 

da YouTube

Numero3718.

 

I L    B E L    P A E S E

 

analfabetismo diffuso,

maleducazione generale,

disprezzo delle regole civili,

illegalità tollerata,

superstizioni antiscientifiche

elevate a legitttime opinioni,

ignoranza genitoriale,

violenza giovanile pubblicamente

e impunemente vantata,

mafia, camorra e ‘drangheta,

contaminanti la società popolare,

ammirate e imitate perfino

a livello interpersonale,

corruzioni a tutti i livelli

anche nei rapporti privati,

il dio denaro che sostituisce

quello di una fede stanca,

sempre più percepita come falsa,

privilegi di troppe caste

imprenditoriali, religiose e politiche,

dignità sentimentale e assistenza

trascurate e sempre più vilipese:

dove sono di casa tutte queste

esecrabili abitudini di vita?

Ce ne sarebbero altre da citare,

ma bastano queste per identificare

quello che, un tempo, era

e avrebbe potuto essere

il più bel paese del mondo?

 

 

Numero3717.

 

S A P E R E    D I    NO N    S A P E R E

 

Sapere ciò che non si sa  (di non sapere)

rappresenta una delle forme

più importanti di consapevolezza.

 

Adam Grant.

 

 

Pensare di sapere tutto chiude la mente,

invece, riconoscere ciò che non sai, la apre.

Quando credi di avere già tutte le risposte,

smetti di fare domande, smetti di crescere.

La vera consapevolezza nasce proprio da lì:

dal sapere di non sapere. Non è debolezza,

è lucidità, ti permette di restare curioso,

di ascoltare meglio, di rivedere le tue idee.

Chi riconosce i propri limiti, ha più spazio

per imparare. Chi li nega, resta fermo nelle

stesse convinzioni. È questa apertura che

rende una persona più flessibile e più

intelligente nel tempo. Non perché sa di

più, ma perché è disposta a rimettere in

discussione ciò che sa. E da lì nascono le

evoluzioni più profonde. Oggi chiediti cosa

potresti non aver ancora capito davvero.

Numero3716.

 

P A R O L E    D I    G E S U’    D A I    V A N G E L I    A P O C R I F I

 

 

Il regno dei cieli è

dentro il corpo umano,

nascosto nel silenzio

dei vostri pensieri.

 

 

Non costruite templi di pietra,

perché essi si sgretoleranno.

Costruite invece templi del cuore,

perché essi sono eterni.

Numero3714.

 

E D U C A Z I O N E    S E N T I M E N T A L E

 

Quella sensazione di non essere mai abbastanza non è un difetto della tua personalità.

È ciò che succede quando cresci sentendoti invisibile, quando nessuno ti ha mai restituito il riflesso del tuo valore.

Se nessuno ti ha insegnato a fidarti di te, cerchi continuamente il tuo valore fuori: nelle reazioni degli altri, nei loro sguardi, nelle loro parole.

Un feedback di validazione

E la vita, le relazioni, gli amori si trasformano in esami da superare.

Ma quanto sarebbe tutto più semplice se non ci avessero fatto credere che l’amore vada guadagnato.

 

@stanzazen.