Mille e più motti

Cosa ci insegna la vita... testamento spirituale di un libero pensatore

Numero3826.

 

UNA  INTERPRETAZIONE  TESTUALE

OVVERO STORIA DI UNA CANZONE

 

Da più di 50 anni, fra milioni di canzoni, ce n’è una che non tramonterà mai, perchè appartiene al genere classico evergreen:

Si tratta di MY WAY.

Questa è la sua storia.

La melodia originale fu composta in Francia da Francois Revaux a metà degli anni 60, con il titolo inglese “For me”, ma fu rifiutata.

Il cantante francese Claude Francois la riadattò con il titolo “Comme d’habitude”, incentrando il significato del testo sulla storia di un amore finito.

Il brano uscì in Francia nel 1967 ed ebbe un discreto successo.

Durante una vacanza in Francia, Paul Anka ascoltò la versione di Claude Francois e ne acquistò i diritti..

Anka riscrisse completamente il testo in inglese, cucendolo addosso all’amico Frank Sinatra che, in quel periodo, meditava il ritiro dalle scene.

Il testo di Anka trasforma la canzone in un bilancio fiero e commovente di una vita vissuta interamente alle proprie condizioni.

Incisa da Sinatra nel 1969, “My way” divenne il suo cavallo di battaglia definitivo e uno dei brani più celebri della storia della musica pop.

La canzone è stata in seguito reinterpretata da migliaia di artisti, tra cui Elvis Presley.

In Italia, nel 1971, Fred Bongusto scriveva un testo e lo interpretava in italiano (La mia via), ma il suo significato era riferito al rimpianto di un amore perduto.

In seguito, sempre in Italia, ci sono state le interpretazioni di cantanti di primo livello come Zucchero, Pavarotti, Bocelli, Patty Pravo che cantavano un testo che nulla aveva a che fare con il significato di quello originale che è suggestivo proprio perché tratta del bilancio di una vita.

Nessuno ha provato a riscrivere in Italiano il testo inglese di questa canzone, tenendosi aderente al senso e al significato originali, rispettando, il più possibile, la traduzione.

Io qui ho cercato di farlo.

 

SEMPRE  A  MODO  MIO          (MY  WAY)

 

E ormai, siamo alla fine,

tutto il mio tempo è già passato:

un album di cartoline

ed i ricordi di ciò che è stato.

 

Ho visto tramonti ed albe,

luci ed ombre, sole e tempeste,

ma mai giornate scialbe,

lavoro e poche feste.

 

Rimorsi ne ho avuti pochi,

ho preso botte, ma le ho anche date.

Ma dopo tutti i miei giochi,

sempre ho pagato le mie cazzate.

 

E tutto, lo posso dire,

giusto o sbagliato, l’ho fatto io,

però, non puoi smentire,

sempre a modo mio.

 

Ricordo i tempi ormai lontani,

avevo il mondo nelle mie mani.

Ho esagerato con donne e amori

ed ho provato gioie e dolori.

Però ho fatto, lo sa anche Dio,

sempre a modo mio.

 

Ho amato, ho riso e pianto,

con la mia sorte, ho perso e vinto,

non resta alcun rimpianto,

ho fatto tutto secondo istinto.

 

Nel gioco, mai ho barato,

ho vinto sempre onestamente,

e tutto ciò che ho sprecato

era quasi niente.

 

Che cos’è un uomo, che cosa vale,

se non conosce il bene e il male?

Cosa ha imparato dalla sua vita,

prima che sfugga tra le sue dita?

L’ho imparato purtroppo io,

vivendo a modo mio.

Numero3825.

 

I O

 

Io ho due anime:

una è desta nella tenebra,

l’altra dorme nella luce.

Io non sono ciò

che mi è accaduto,

sono ciò che ho

scelto di diventare.

 

A  QUESTA  DEFINIZIONE  DEL  MIO  IO

RISPONDE OSCAR WILDE :

 

Solo io posso giudicarmi,

io so il mio passato,

io so il motivo delle mie scelte,

io so quello che ho dentro,

io so quanto ho sofferto,

io so quanto posso essere forte e fragile,

io e nessun altro.

Numero3824.

 

COSE  CHE  NON  DOVRESTI  PIU’  FARE  ALLA  TUA  ETA’

 

A questa età non si arriva per continuare a portare tutto, ma per iniziare a lasciar andare.

Primo: non vivere più per i problemi dei figli: non sono più bambini, hanno la loro strada. Puoi esserci, ma non caricare tutto sulle tue spalle.

Secondo: non lavorare come se avessi ancora 30 anni. Il corpo cambia e le energie anche. Adesso viene prima il tuo benessere.

Terzo: non crescere i nipoti come fossero figli tuoi. Amarli è bellissimo, ma educarli non è più il tuo compito.

Quarto: non restare in silenzio per evitare discussioni. Se qualcosa ti pesa, si dice. Se qualcosa non ti va, si ferma. Non devi più chiedere il permesso per riposarti, uscire o fare quello che ti fa bene.

Quinto: molte persone arrivano alla tua età avendo dato sempre tutto a tutti, ma dimenticano una cosa: è il momento di dare anche a se stessi. Dopo tutto quello che hai dato, un po’ di serenità non è un lusso, è il minimo che puoi regalare a te stessa.

Numero3823.

 

NON  CAMBIARE  IL  MONDO, CAMBIA  IL  TUO  FILTRO.

 

La tua felicità non è un luogo o un traguardo da raggiungere, ma è lo sguardo con cui tu scegli di abitare il presente.

Il mondo là fuori non cambierà su comando, ma puoi cambiare tu il filtro attraverso cui lo guardi.

Quando smetti di lottare contro ogni singola ombra e impari a trovare la luce dentro le piccole cose, tutto si ridimensiona.

La tua pace non dipende da ciò che accade fuori, ma da come tu decidi di custodirla dentro di te.

 

da YouTube

Numero3822.

 

da  QUORA

 

Scrive Gianni Demb, corrispondente di Quora

 

NIETZSCHE  È  DIVENTATO  PAZZO  MA  RAGIONAVA  BENISSIMO

 

Nietzsche aveva capito una cosa parecchio scomoda:

  • il gregge non ha bisogno di essere comandato.

Gli basta sapere cosa deve pensare per sentirsi al sicuro.

Il gregge non cerca la verità, cerca consenso.

Non vuole capire, vuole avere ragione insieme agli altri.

Ripete, giudica, si indigna, applaude.

E soprattutto si sente libero mentre fa esattamente quello che fanno tutti.

Il ressentiment fa il resto perche’ invece di chiedersi

  • “come posso diventare di più?”

si chiede

  • “perché quello deve avere più di me?”.

E allora è più facile abbassare gli altri che alzare se stessi.

È questo l’uomo del gregge di Nietzsche.

Non necessariamente ignorante, non necessariamente stupido.

Semplicemente incapace di stare in piedi senza il branco intorno.

E qui arriva la parte che dà fastidio davvero:

  • il gregge non sono “gli altri”.

Siamo noi, ogni volta che preferiamo essere approvati invece di pensare.

Ogni volta che prendiamo in prestito un’opinione e la spacciamo per nostra.

Ogni volta che abbiamo più paura di essere esclusi che di avere torto.

“Diventa ciò che sei” non significa fare quello che ti pare.

Significa avere il coraggio di scoprire quanto di te è davvero tuo.

Perché andare controcorrente è facile.

La cosa difficile è capire se stai andando contro il gregge o se hai semplicemente cambiato gregge.

Numero3818.

 

RELIGIONE  E  LAVAGGIO  DEL  CERVELLO

 

Vi siete mai chiesti perché in un’epoca di scoperte scientifiche senza precedenti, sistemi di credenze antichi non solo resistano, ma prosperino con una certezza incrollabile?

Com’è possibile che miliardi di persone intelligenti e razionali, in ogni altro ambito della loro vita, sostengano dogmi che sfidano l’evidenza e la logica?

La risposta non è semplicemente la fede. La fede è solo l’etichetta finale di un processo molto più complesso e deliberato.

È una forma di condizionamento mentale così radicata nelle nostre culture che spesso non riusciamo nemmeno a vederla.

Del resto potremmo dire che anche la cultura è fede. Ma il condizionamento mentale cos’è?

Possiamo definirlo come l’applicazione sistematica di pressioni sociali e psicologiche per alterare le convinzioni di una persona.

Non si tratta di conversioni improvvise o di folgorazioni, ma di una lenta e meticolosa erosione del pensiero critico e della costruzione di una nuova realtà.

In questo saggio non parleremo dei singoli individui, ci mancherebbe altro, non ci permetteremo mai, ma analizzeremo criticamente le meccaniche della fede e le istituzioni che le plasmano.

Nessuno strumento è più potente dell’indottrinamento infantile.

È la pietra angolare della continuità religiosa.

Infatti il tasso di conversione degli adulti è statisticamente minuscolo, è poca cosa.

Il grosso del lavoro avviene prima che la personalità dell’individuo sia strutturata e prima che il pensiero razionale sia definito.

La mente di un bambino non è una fortezza, ma una spugna progettata biologicamente per assorbire informazioni dai genitori e questo per sopravvivere.

Evolutivamente è fondamentale fidarsi dei genitori. Fidarsi che le bacche di un certo colore sono velenose significa sopravvivere e portare avanti la propria specie.

Questa necessità evolutiva di fidarsi senza riserve crea però una porta sul retro, non protetta nella psiche in via di sviluppo.

Un bambino non sa distinguere tra un avvertimento empirico, come “il fuoco scotta”, e una pretesa metafisica come “un essere invisibile giudica ogni tuo pensiero”.

Il bambino constata soltanto che entrambe le informazioni provengono dalla stessa fonte, amata e fidata, cioè un genitore, appunto, oppure un nonno o l’anziano di un villaggio.

Il soprannaturale viene così normalizzato e diventa parte del sistema operativo di base della mente.

Concetti come Dio vengono appresi prima della scienza e i miracoli sono presentati come fatti storici.

Prima di imparare a leggere e scrivere si imparano preghiere, storie fantasiose di santi, abitudini alimentari collegate alla credenza.

Questo crea un legame emotivo profondo. Si arriva al punto che mettere in discussione la religione da adulti significa mettere in discussione l’amore dei propri genitori e la coerenza dei propri ricordi d’infanzia.

Il soprannaturale, il religioso, non viene difatti presentato come un modo di vedere il mondo, ma come il mondo così com’è.

A questo aggiungiamo architetture maestose degli edifici sacri, chiese, moschee, sinagoghe, canti sacri suggestivi, il tempo dell’anno scandito da feste e celebrazioni.

Ognuna di queste esperienze crea un legame emotivo enorme tra la dottrina religiosa e i sentimenti profondi come amore, appartenenza, gioia, meraviglia.

Si tratta di qualcosa di veramente grande, di enorme.

Da grandi non si tratta di mettere in discussione un sistema di storie e credenze, ma la propria identità, la propria famiglia, la propria comunità.

Non sorprende che molte persone, seppur intelligentissime, scelgano la comodità di restare legate alla sicurezza di simboli, rituali, storie e credenze dell’infanzia.

Non è strano che tutte le religioni puntino sull’infanzia, sull’iniziazione, sulla catechesi sin da piccoli.

Ore di religione sin dall’infanzia a scuola, incontri in parrocchia, oratori a pieno regime per i piccoli.

C’è una frase che in questo caso calza a pennello ed è attribuita a Joseph De Mestre, teorico della restaurazione e questa frase dice così: “Dateceli dai 5 ai 10 anni e saranno nostri per tutta la vita”.

Una volta gettate le basi, la credenza viene mantenuta attraverso una manovra psicologica a tenaglia: il terrore eterno da una parte e la ricompensa trascendente dall’altra.

Funziona un po’ come la tecnica educativa del bastone e della carota. Il bastone è l’inferno, la carota è il paradiso e la ricompensa.

L’invenzione della dannazione eterna è un’arma psicologica terrificante.

Installare in un bambino l’idea di un tormento infinito per un semplice dubbio o per aver amato la persona sbagliata è una forma di abuso psicologico enorme.

Questa paura è progettata per mandare in corto circuito il pensiero critico.

Quando sei terrorizzato dalle conseguenze del dubitare, impari rapidamente a sopprimere ogni scetticismo e a razionalizzare ogni incongruenza. È un racket di protezione metafisica.

La religione crea il problema, per esempio il peccato originale e poi vende l’unica cura che implica l’obbedienza totale, l’adesione alle sue dottrine, ai suoi rituali e alla sua autorità.

Somiglia molto alla pubblicità, non è vero? Anzi, forse potremmo dire che la pubblicità somiglia molto alla religione.

La paura dell’inferno potrebbe non bastare, potrebbe sembrare troppo severa, unilaterale.

La promessa di un al di là perfetto compensa invece la sofferenza terrena: è il paradiso, il nirvana, chiamiamolo come ci pare, il concetto è lo stesso.

Dal punto di vista psicologico è uno strumento potentissimo per il controllo sociale, poiché incoraggia la passività e l’accettazione.

Perché lottare per la giustizia sulla Terra se la vera ricompensa è nel prossimo mondo?

Perché lottare contro la povertà, l’oppressione, quando queste sono soltanto prove passeggere e la vera ricompensa sta altrove?

In questo modo la religione può essere un potente oppiaceo che attenua l’impulso a sfidare le strutture di potere.

Anche in questo caso capita a fagiolo una frase attribuita a Napoleone Bonaparte che dice così: “La religione è ciò che impedisce ai poveri di assassinare i ricchi”.

Per non parlare del fatto che la promessa del paradiso è un enorme conforto alla più grande delle nostre paure, cioè alla paura della morte.

Pensare che la morte non sia la fine è la più grande consolazione che la religione possa offrire. E il desiderio che ciò sia vero può facilmente sopraffare la richiesta di prove da parte della mente razionale.

Oltre al bastone e alla carota metafisici, cioè all’inferno e al paradiso, ci sono paure e ricompense terrene molto più pratiche ed immediate.

La paura dell’ ostracismo sociale, di essere emarginati dalla propria famiglia e dalla comunità per apostasia sono fortissimi strumenti di controllo.

Al contrario il senso di appartenenza, il culto comunitario e rituale, la sensazione di scopo e significato e di poter rispondere a tutte le domande della vita da quel benessere che tiene legati ad un contesto in modo non coercitivo.

Gli esseri umani sono creature sociali e il bisogno di appartenenza è sia una risorsa, sia la nostra più grande vulnerabilità.

Dal punto di vista evolutivo, che cosa significava allontanarsi dal gruppo sociale? Morte certa, senza dubbio. Significava rinunciare alla protezione del gruppo e trovarsi magari da soli di fronte a bestie feroci.

Quindi per gli esseri umani l’appartenenza ad un gruppo è fondamentale e le religioni, ma sicuramente in modo inconsapevole, sfruttano questo bisogno attraverso il “love bombing”, cioè il bombardamento d’amore.

Quando un nuovo membro si avvicina ad un gruppo religioso, viene travolto da affetto, sorrisi e lodi. E non è detto che non siano sinceri.

I membri del gruppo religioso, possono davvero accogliere sinceramente il nuovo arrivato. Per chi crede di aver trovato davvero una famiglia, di essere compreso, speciale, questo calore è condizionato dal conformismo al gruppo religioso e alle sue regole e credenze.

Finché annuisci e partecipi ai rituali, l’amore scorre liscio.

Se inizi a fare domande difficili, la temperatura scende bruscamente, i sorrisi diventano tesi, gli inviti diminuiscono, le domande preoccupate vengono sostituite da avvertimenti sull’orgoglio, sul dubbio e sull’influenza del diavolo.

E c’è una minaccia implicita. Se assumi un comportamento non convenzionale al gruppo, il gruppo ti abbandona. resti senza questa famiglia rassicurante.

Questo è rinforzato dalla dicotomia del “noi contro loro”: chi è dentro è scelto o salvato, chi è fuori è perso, peccatore oppure manipolato dal male.

Questa demonizzazione dell’esterno isola i credenti da prospettive contrarie e annulla la credibilità di chiunque critichi il sistema.

Il mondo esterno viene definito come corrotto e infelice.

Qualche problema comincia a venirti quando ti accorgi che infelici non lo sono affatto gli altri, anzi.

Ma per arrivare a questa consapevolezza devi già avere un piede fuori.

Finché sei dentro con tutti e due i piedi, il contesto religioso ha creato una fortezza emotiva ed ideologica vaccinata contro attacchi dall’esterno.

Il dubbio è un tranello di Satana. Lo scienziato è triste perché la sua razionalità non spiega tutto.

Per sopravvivere nel mondo moderno una religione deve avere un sistema immunitario robusto. Questo avviene creando una bolla informativa dove le uniche voci permesse sono quelle che inculcano le credenze, confermano il dogma, esaltano la teologia.

Non si tratta quindi di vincere in una discussione, ma impedire che la discussione abbia luogo.

Ecco, a proposito di informazione controllata, l’indice dei libri proibiti vi dice qualcosa?

A molti sì, ma pochi sanno che è stato soppresso nel 1966, ieri praticamente.

Molte religioni, insomma, impediscono o scoraggiano la fruizione di canali di informazione esterni al contesto religioso stesso.

Guai a leggere di biologia evolutiva, cosmologia oppure di neuroscienze che offrono spiegazioni naturalistiche a ciò per cui la religione scomoda la divinità.

Ma sono vietati anche i filosofi scettici, quelli non allineati, adepti di altre religioni, ma soprattutto gli apostati.

Sentir parlare chi ha abbandonato la tua stessa religione può essere davvero pericoloso: gli apostati sono autentico fumo negli occhi.

Il controllo dell’informazione opera a più livelli.

Il primo, screditare le fonti esterne. La scienza o la filosofia che contraddicono i testi sacri sono liquidate come orgoglio spirituale.

Bisogna addirittura riformulare lo scetticismo. Il dubbio non è visto come una virtù intellettuale, ma come un fallimento morale.

Lo scetticismo, che è il più umile degli approcci al mondo, viene visto come un orgoglio spirituale che porta alla rovina. Si rovescia la realtà, si crea un mondo al contrario.

Lo scetticismo da virtù passa a tentazione demoniaca, mentre la vera virtù consiste nel credere a testi antichi senza nessuna prova.

C’è poi l’uso del linguaggio specializzato, l’uso di termini come grazia, unzione, salvezza, spirito, crea un gergo sacro che isola i credenti dal discorso esterno e rinforza costantemente la realtà del sistema in ogni conversazione.

E qui, inoltre, si crea un circuito interessante.

Quando sei abituato ad esprimerti con questo lessico e questo linguaggio che all’esterno non hanno alcun significato, lo usi anche per esprimere dubbi, perplessità, incertezze, insomma le domande e i dubbi formulate con quello stesso linguaggio presuppongono la verità del sistema stesso.

Per esempio, invocare lo spirito in un momento di forte dubbio significa rafforzare il sistema che stai mettendo in discussione.

La “Eco room” sacra (alloggio ecosostenibile) non è solo una raccolta di libri consentiti o di giornali selezionati oppure di film adatti.

È un modo di pensare, un sistema di simboli, un linguaggio, un modo di essere che fa sembrare il mondo all’esterno estraneo, minaccioso oppure irrilevante.

Il traguardo finale, il punto più profondo di questo percorso è lo smantellamento dell’autonomia personale.

Consiste nel convincere l’individuo a rinunciare volontariamente al proprio spirito critico e alla propria coscienza; significa compromettere in modo più o meno significativo il proprio giudizio e la propria intuizione.

Molte religioni in questo senso insegnano l’inadeguatezza umana.

Sei fondamentalmente corrotto e i tuoi istinti sono peccaminosi.

Addirittura nasci nel peccato. Dopo il tuo primo vagito in sala parto sei già con il peccato originale sulle spalle. Sei già sporco, macchiato e serve un rito amministrato dalla casta sacerdotale per purificarti.

La tua natura in sé è un’offesa al divino.

Questo naturalmente instilla senso di colpa, inadeguatezza, ma la tua cura c’è e per questo puoi stare tranquillo.

È la stessa religione che ti ha definito colpevole e inadeguato.

Una volta accettato di essere difettosi, la soluzione logica per emendarsi, per purificarsi diventa arrendersi ad un’autorità esterna.

Sia fatta la tua volontà, non la mia.

Questo porta all’esternalizzazione della coscienza. Le decisioni non vengono più pesate in base al proprio senso del bene e del male, ma in base a testi sacri oppure a leader religiosi.

L’individuo diventa un vascello vuoto, un recettore passivo di comandi divini, imparando a chiamare questa prigione mentale “salvezza”.

Sia fatta la tua volontà, non la mia. Ecco, questa è davvero una frase che indica una virtù.

Oppure è una sottomissione deresponsabilizzata, un annullamento ingiustificabile, una resa superficiale della propria capacità di pensare e di volere.

Questa è maturità spirituale, come viene presentata dalle religioni, oppure è autentica immaturità umana?

Proporre questa sottomissione come virtù spirituale può voler dire invece portare l’essere umano a non fidarsi dei propri pensieri e sentimenti, a non affidarsi alla propria comprensione e senso critico e a sottomettersi invece all’autorità religiosa che interpreta per te, pensa per te, comprende per te.

Si tratta del potere delle figure sacrali, del Papa, del vescovo, del prete o di altre figure religiose in altre religioni sulle coscienze delle persone.

E forse è proprio questo che rende le persone gregge e il termine pecorella smarrita è usato proprio dalle religioni.

Si vive spesso in uno stato perenne di assoggettamento con la necessità che qualcuno pensi per te, ti guidi, interpreti per te, valuti per te le situazioni.

Il padre spirituale può esserne un esempio.

Devo fare scelte? Mi rivolgo a lui. Devo diventare prete o restare laico? Sentiamo il padre spirituale. Ho bisogno di consigli sull’intimità con mia moglie. Vado dal padre spirituale. Non sto affatto esagerando.

Per concludere, volete esempi freschi di dissoluzione del sé come massima virtù per le religioni? Bene, prendiamo alcune frasi di Carlo Acutis, fatto santo qualche mese fa.

“Non io, ma Dio” dice, che sarebbe non io, ma coloro che parlano in nome di Dio, sostenendo di conoscerlo e di conoscerne la volontà.

E ancora, criticare la Chiesa significa criticare noi stessi. La Chiesa è la dispensatrice dei tesori per la nostra salvezza. Ecco, qualcosa di simile si diceva e si dice nei regimi totalitari in riferimento al leader oppure al partito.

Ma ancora qualche altra frase sull’assoggettamento e sull’annullamento di sé. “Non l’amor proprio, ma la gloria di Dio”. E per finire “Meno io per lasciare spazio a Dio”.

Tutte frasi queste prese dal sito ufficiale dell’associazione Carlo Acutis.

Questa è davvero virtù?

Immaginate la mente come una casa. L’indottrinamento religioso, ma esistono tante forme di indottrinamento, getta le fondamenta prima che possiate vedere il progetto.

La paura e la ricompensa sono le recinzioni elettrificate che vi impediscono di uscire. E l'”Eco room” è un sistema di specchi che vi mostra solo ciò che siete stati istruiti a vedere.

Smantellare questa struttura quando naturalmente se ne sente il bisogno non significa distruggere voi stessi, ma finalmente aprire le finestre per vedere il mondo esterno per come è veramente, oppure per vederlo in modo semplicemente diverso da come lo avete sempre visto.

Infatti, finché un qualsiasi sistema fa stare bene, non c’è problema, ma spesso sta stretto, toglie l’aria, spinge alla ricerca della libertà e all’autodeterminazione e il percorso di cambiamento non è proprio facile né è immediato e non è affatto una questione di intelligenza.

Ad ogni modo, tutte le persone intervistate, quelle che hanno smesso di credere e di appartenere a gruppi religiosi e ci sono moltissimi ex preti, sostengono di aver riconosciuto ad un certo punto un programma di condizionamento lungo una vita.

Poi si accorgono che il mondo è vasto e meraviglioso e può essere bello anche senza decorazioni soprannaturali.

 

da YouTube  Sapiens Sapiens.

Numero3816.

 

da  QUORA

 

Scrive Gaetano Antonio Riotto, corrispondente di QUORA

 

L’ AQUILA

 

“L’aquila è l’unico uccello che arriva ai 70 anni. Ma perché ciò accada, intorno ai 40, deve prendere una decisione seria e difficile.

A quest’età i suoi artigli sono lunghi e flessibili e non riescono più ad afferrare le prede di cui si nutre. Il suo becco, allungato ed appuntito, si incurva. Le ali, invecchiate ed appesantite dalle penne ingrossate, puntano contro il petto.

Volare è ormai difficile.

In questo momento cruciale della sua vita, l’aquila ha due alternative: non fare niente e morire oppure affrontare un doloroso processo di rinnovamento che durerà circa 150 giorni.

La nostra aquila ha deciso di affrontare la sfida: vola verso la cima della montagna e si rifugia in un nido vicino ad un dirupo, da dove non avrà bisogno di volare.

Lì comincia a sbattere il becco contro la roccia fino a strapparselo. Poi l’aquila aspetta che spunti un nuovo becco con il quale strapperà i vecchi artigli. Quando i nuovi cominciano a spuntare si mette a strappare le vecchie penne. Solo dopo cinque mesi è pronta per il volo di rinnovamento e per vivere altri 30 anni.”

Nella nostra vita, per continuare un volo di vittoria, molte volte dobbiamo proteggerci da tutto, cancellando abitudini e cambiando mentalità, e iniziare un processo di rinnovamento radicale.

Dobbiamo abbandonare consuetudini, costumi, tradizioni e ricordi, il cui peso ci impedisce di andare avanti. Solo liberi dal passato possiamo trarre vantaggio dal prezioso risultato che un rinnovamento ci porta sempre.

Rinnovare te stesso implica mettere ordine nel mondo mentale, scartare i ricordi di eventi frustranti o dolorosi, lasciandoci soltanto l’esperienza di ciò che abbiamo imparato e sfruttandola al meglio.

Per mettere ordine, rinnovarci e prendere il volo, dobbiamo conoscere noi stessi, sapere chi siamo, quali sono le nostre potenzialità e dove vogliamo andare.

Non è necessario adattarsi e arrendersi al problema; c’è la possibilità di liberarsene.

Ma il percorso è un pò difficile, il percorso è impegnativo. È una nostra scelta.

Seguiamo il percorso delle aquile. Sempre su, sempre avanti.

 

N.d.R.:

Se vuoi volare in alto,

stai con le aquile, non con le galline.

Numero3815.

 

QUESTE  POCHE  SEMPLICI  BANALITA’

POSSONO SERVIRE  PER  LA  FELICITA’.

 

Prima di parlare, ascolta.

Prima di scrivere, pensa.

Prima di reagire, calmati.

Prima di spendere, guadagna.

Prima di giudicare, comprendi.

Prima di rinunciare, prova ancora.

Prima di morire, vivi davvero.

 

Ama la vita, respira, sorridi.

 

@Iulianalateaofficial

 

Numero3814.

 

ODISSEA  DI  MODA

 

IL  CANTO  DELLE  SIRENE

 

Il canto delle sirene parla

di tutto ciò che volevi che fosse,

di tutto ciò che desideravi:

un prurito sotto la pelle in un

punto che non riesci a grattare.

Il canto delle sirene dice solo:

“Quello che vuoi di più è

quello che non puoi avere.

E quello che non puoi avere

è quello che avevi e hai perso”.

Numero3813.

 

DIFESE  DELLA  FEDE.

 

Certe difese della fede spesso cominciano promettendo di usare la ragione e finiscono, abbastanza sorprendentemente, per chiederti di accettare, come premessa, proprio quello che avrebbero dovuto dimostrare.

“Credo quia absurdum” diceva Tertulliano: “Credo perché è assurdo”.

È un spiegazione razionale? Non lo è.

“Fides qaerens intellectum” diceva Sant’Anselmo d’Aosta: “La fede che cerca la comprensione”.

È una giustificazione plausibile? Non lo è.

Dire che una fede è razionale non è una dimostrazione, è una dichiarazione.

Ogni religione afferma che la propria visione è quella giusta.

Perché proprio noi, cristiani, avremmo azzeccata quella vera?

La risposta della Chiesa è: “Perché l’uomo ha un desiderio di assoluto”. E quindi è un animale divino.

Perché?

Perché, se io desidero qualcosa, quella cosa deve esistere necessariamente?

Se io desidero essere immortale, ne consegue che io sarei immortale?

Desidero un mondo senza ingiustizie, ma questo non rende il mondo giusto.

Il desiderio non è una prova dell’esistenza dell’oggetto desiderato.

Allora ecco che compare “Homo capax dei”, “l’uomo è capace di Dio” cioè lo contiene.

Ma questa affermazione non dimostra che Dio esiste.

E, comunque, “Homo capax dei” è una categoria teologica e non può diventare una prova indipendente ed obiettiva dell’esistenza di Dio, solo perché la teologia la considera vera.

Perché esiste Dio?

Risposta: Perché l’uomo è fatto per Dio.

E come lo sappiamo?

Perché Dio esiste.

Il serpente si morde la coda.

“Perché dovrei pensare che il Cristianesimo sia vero?” si chiede l’uomo obiettivo.

Risposta: “Perché Dio si è incarnato nel Cristianesimo”.

E come faccio a sapere che Dio sia incarnato?

Silenzio.

Perchè questo è esattamente ciò che bisogna dimostrare e che il Cristianesimo non dimostra. Lo afferma, ma non lo dimostra.

Non puoi utilizzare come prova la stessa proposizione che l’interlocutore ti sta chiedendo di dimostrare.

“Il Cristianesimo è vero perché Gesù è Dio”.

“E perché Gesù è Dio?”.

Perché il Cristianesimo è vero.

Questo non è un argomento, né una dimostrazione: è un girotondo.

In logica (una branca della filosofia e del pensiero) è una “petizione di principio”.

È la conclusione che si traveste da premessa.

Gesù è storicamente esistito. Bene.

Ma dire che Gesù si è incarnato è una proposizione teologica. Dire che è risorto è una proposizione teologica fondata su interpretazione di eventi descritti e riportati da chi non ne è stato testimone diretto.

Dire che è una rivelazione di Dio è una proposizione teologica.

L’interpretazione cristiana di Gesù non viene dimostrata dal fatto che sia esistito.

I criteri della dimostrazione non devono essere interni alla religione che stiamo cercando di fondare o  solo dimostrare come vera.

Poi arriva la crocefissione.

“Gesù muore per mostrarci che l’onnipotenza di Dio coincide con l’amore”.

È un bellissima interpretazione teologica, ma resta una interpretazione.

Il fatto che Gesù sia morto crocifisso non contiene automaticamente il messaggio: “Dio è amore”.

Quella è l’interpretazione cristiana dell’evento e perché dovremmo accettarla è tutto da dimostrare.

 

da YouTube

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Numero3812.

 

SILLOGISMO  TEOLOGICO

 

Dio sta sempre dalla parte giusta.

Io sto sempre dalla parte di Dio.

Perciò sono sempre dalla parte giusta.

 

Questo sillogismo è apparentemente coerente.

Ma, se mi chiedo quale sia il Dio di cui esso parla, il mio oppure uno dei 4000 Dei , che sono tanti quante sono le religioni della terra, allora capisco perché la storia della cosiddetta civiltà umana è stata funestata e devastata da tanto odio e da tante guerre. Fino ad oggi che sono addirittura aumentate.