Mille e più motti

Cosa ci insegna la vita... testamento spirituale di un libero pensatore

Numero3737.

 

CREDERE   

 

Smettiamo di credere per necessità, iniziamo a pensare, osiamo abbandonare anche le nostre convinzioni più profonde, se non sono sostenute dalla ragione.

Se la Bibbia non è la parola di Dio, se i suoi miracoli non possono essere reali e se la figura centrale di quella narrazione è più mito che storia, allora ci rimane la possibilità di ricominciare da capo, di costruire un’etica senza superstizione, di cercare il senso della vita senza bisogno di dogmi, di guardare Gesù, se è esistito, non come un Dio, ma come un uomo come gli altri, forse saggio, forse ispiratore, ma non soprannaturale.

E se non è esistito, se è stato una creazione collettiva, un simbolo della sofferenza umana, del desiderio di giustizia, del potere del perdono, allora ha comunque un valore, ma non come verità assoluta, bensì come riflesso di ciò che gli esseri umani possono immaginare quando hanno bisogno di speranza.

Cosa accade quando il mito crolla, quando Dio, la Bibbia e Gesù vengono messi in discussione?

C’è qualcosa che possiamo costruire su quelle rovine?

La distruzione del dogma non è la fine ma l’inizio; ed è lì che andremo, verso quella nuova costruzione.

Ma, prima, bisogna guardare l’abisso senza battere ciglio.

Una volta che il mito comincia a sgretolarsi, emerge una domanda ancora più difficile di tutte le altre precedenti perché, quando non puoi più fidarti del testo, quando i miracoli perdono senso, quando la figura di Gesù diventa simbolica e non storica, si crea un vuoto.

Un vuoto che non è solo teologico, è esistenziale.

Per milioni di persone, tutto il loro senso d’identità, di moralità, di scopo è ancorato ad una storia che credono indiscutibile.

Cosa succede quando quella storia si rivela un mito, cosa rimane quando cala il velo?

Non basta distruggere, bisogna anche offrire una via d’uscita ma, prima di questo, bisogna capire quanto sia profondo l’ancoraggio che la religione ha nella mente umana.

Non si tratta solo di credenze, si tratta di strutture, si tratta di un modo di vivere.

La religione organizzata, in particolare quella giudaico – cristiana, non è solo un insieme di testi, è un’architettura del pensiero, un modo di interpretare il mondo, la morte, il bene, il male, la sofferenza.

E quando smantelli quella base, tutto ciò che poggiava su di essa comincia a vacillare.

Il senso di colpa, la paura, la speranza, l’identità, persino l’idea del sacro, crollano.

E questo crollo può essere liberatorio, ma anche terrificante.

Non tutti sono disposti a vivere senza certezze imposte.

Ci sono persone che hanno bisogno di una figura paterna invisibile che dica loro cosa è giusto e cosa è sbagliato, come comportarsi, come pensare.

Ecco perché, anche se le prove razionali contro la Bibbia e i suoi dogmi sono schiaccianti, molte persone continueranno a credere, non per ignoranza, ma per necessità emotiva, perché abbandonare una credenza non significa solo cambiare idea, ma significa smettere ciò che si è stati per tutta la vita.

Il vero problema, quindi, non è se Gesù sia esistito o meno, se la Bibbia contenga errori o meno, il vero problema è che il mito sia diventato una struttura di potere, un’arma culturale, un modello obbligatorio.

Perché ciò che inizia con una storia di fede, finisce per imporsi come morale universale. E qui ci sono gli effetti più pericolosi.

Quando una storia diventa dogma, smette di essere un racconto e si trasforma in un imperativo, in una legge, in un obbligo: è l’inizio della schiavitù mentale.

Milioni di persone sono state educate  a non mettere in discussione, a obbedire, a ripetere.

Fin dall’infanzia, viene loro detto che c’è un Dio che li sorveglia, che vede tutto, che giudica tutto, che c’è un paradiso per i buoni ed un inferno eterno per chi mette in discussione, non solo per chi uccide o ruba, ma anche per chi la pensa diversamente.

Questo livello di controllo è assoluto.

Non c’è bisogno della polizia se hai una coscienza addestrata alla paura, non c’è bisogno di punizioni fisiche, se vivi già con il senso di colpa.

La religione organizzata diventa, quindi, il meccanismo di controllo più efficiente che sia mai esistito: una prigione senza sbarre, dove il guardiano sei tu stesso.

Forse che non si può pensare fuori dal mito, che dubitare sia tradimento?

E se il vero tradimento fosse non dubitare mai?

La conseguenza di continuare a credere nelle finzioni, come se fossero fatti, è che tutto il sistema sociale si distorce, l’istruzione ne risente, i diritti umani vengono negoziati con dogmi, la scienza si scontra con i pregiudizi religiosi, le donne vedono limitate le loro libertà, perché un testo antico dice che devono obbedire all’uomo, la diversità sessuale è condannata perché un passaggio ambiguo la definisce un abominio.

Questo accade non perché Dio lo ha detto, ma perchè il mito è diventato norma e, quando una finzione governa il comportamento di milioni di persone, il danno è reale, anche se la storia non lo è.

La religione deve essere separata dal potere.

Non solo dal potere politico, ma anche da quello morale, deve smettere di essere la base obbligatoria dell’etica, perché una morale basata su premi e punizioni eterne non è etica, è obbedienza per paura, e la paura non produce esseri umani liberi, produce schiavi sottomessi, incapaci di pensare con la propria testa.

E, senza pensiero, non c’è umanità, solo gregge.

La proposta non è quella di sostituire un mito con un altro, né quella di fondare una nuova fede, né scrivere un nuovo vangelo.

La proposta è un’etica fondata sulla ragione, una spiritualità senza superstizioni, un senso della vita che non ha bisogno di miracoli, né di punizioni divine, né di profezie.

Un modo di vivere guidato dalla comprensione, dalla compassione reale, e dalla libertà intellettuale.

Quando una persona agisce non per paura dell’inferno, ma perché capisce che quell’azione è buona in sé, lì inizia la vera morale e, da quel momento, nasce qualcosa di ancora più potente: la libertà interiore, quella che nessun dogma può controllare.

Cosa succede quando un essere umano non ha più bisogno di un prete, di un pastore, di un rabbino, di un testo sacro per sapere come vivere?

Accade che il potere si decentralizza, che l’autorità si rompe, che le chiese perdono il loro controllo.

A questo si contrappone l’ordine della mente libera, una mente che si interroga, che sbaglia, sì, ma che impara, che non ha bisogno di miracoli, ma di comprensione, che non ha bisogno di verità imposte, ma di scoperte proprie.

Una vita pensata e consapevole è più difficile, ma anche più autentica.

E questo è ciò che una religione organizzata non può offrire.

Ciò che adesso appare è chiaro, pulito, potente.

Una delle idee più belle che sia mai stata formulata: una spiritualità senza superstizioni, un’esperienza del divino senza chiese, senza testi sacri, senza sacerdoti, un Dio che non somiglia affatto a quello insegnato dalle religioni, ma che è ovunque, in tutto, in ogni cosa, in ogni pensiero libero.

Non un Dio persona, che pensa, decide, punisce e premia.

Questa è un’idea infantile, primitiva e troppo simile all’essere umano per essere reale, pur nella trascendenza.

Dio non è un re, non ha emozioni, non ama, non odia, non cambia.

Dio è la natura stessa, è il “tutto”, è la sostanza infinita che si manifesta in tutte le cose che esistono.

Dio non è nel cielo, ma nel mondo della natura.

Non dobbiamo più pregare, obbedire, aspettare segni soprannaturali.

Si tratta di comprendere, di osservare la realtà con attenzione, di vivere in armonia con le leggi naturali.

Conoscere la realtà è conoscere Dio.

Più capisci e più sei libero, e più sei vicino al divino.

Non ci sono miracoli o misteri sacri, solo chiarezza.

La Bibbia non è il fondamento della fede: è un’opera umana che ha valore storico, letterario, culturale, ma non una guida morale obbligatoria.

La verità etica non si impone, si scopre con la ragione.

Non c’è nulla di più sacro che pensare con la propria testa, non c’è tempio più puro della mente libera dalle superstizioni.

È una spiritualità non infantile, non dipendente, non sottomessa che non ti obbliga a inginocchiarti, ma ad alzarti, a guardare avanti, a capire che non c’è un piano nascosto, né un destino prestabilito.

Ci sono cause naturali, realtà fisiche, relazioni umane.

La paura e la speranza non possono essere la base per una vita buona, perché la paura ti paralizza e la speranza ti fa aspettare con rassegnazione anziché agire guidati dalla ragione, non dalla fede cieca, né dal desiderio di meritare una ricompensa.

L’essere umano libero non è colui che fa ciò che vuole, ma colui che capisce perché lo vuole, colui che conosce le proprie emozioni, colui che domina le proprie passioni, che sceglie non per obbligo, ma per comprensione.

Vivere qui, ora, con consapevolezza, in piena libertà di coscienza, senza bisogno di promesse future, senza bisogno di miti da difendere, né dogmi da rispettare.

L’inevitabile reazione, il rifiuto, il grido, la negazione, perchè tutto ciò che abbiamo è ripudiato, saranno inevitabili.

Ci sono persone che ascolteranno queste idee con rabbia, con disprezzo, persino con paura, e non perché siano cattive persone, ma perché il pensiero libero, quando arriva, sradica ciò che sembrava eterno, ciò che sembrava sacro e a nessuno è facile guardare la propria eredità culturale, morale e spirtuale e accettare che forse è stata costruita su illusioni.

Ciò che il potere teme non è l’errore, è il dubbio.

Il potere può tollerare il peccato, può perdonare la debolezza, ma non perdona la domanda.

La domanda vera ha la forza di una bomba, che apre crepe, che rompe strutture, fa vacillare imperi.

Perché dà così fastidio dire che Gesù potrebbe non essere esistito o abbia detto e fatto cose diverse da quelle delle narrazioni concordate; perché mette così a disagio affermare che la Bibbia è piena di errori e di manipolazioni; perché è considerato offensivo dubitare dei miracoli, dell’anima immortale, della punizione eterna?

Ogni struttura basata sulla fede ha bisogno di silenzio, ha bisogno che non si pensi troppo, che si creda senza chiedere, che si accetti senza ragionare.

Quando qualcuno osa rompere questo patto di obbedienza, il sistema reagisce con violenza, perché sa che la verità non ha bisogno di templi, ha solo bisogno di tempo.

La resistenza al pensiero è il più grande ostacolo alla libertà e non nasce solo dall’ignoranza, nasce dalla paura, perché pensare significa accettare che nessuno verrà a salvarti, che non c’è un piano segreto per la tua vita, che non c’è un giudice in cielo che punisce i cattivi e ricompensa i buoni.

Pensare significa accettare che l’universo non gira intorno a te, che puoi morire senza un destino trascendente, che il senso della tua esistenza non è scritto in un libro antico, ma dipende da ciò che fai del tuo tempo su questa terra.

Questo dà vertigini, perché ci obbliga a essere responsabili, totalmente responsabili.

Ma questa stessa idea, che all’inizio può sembrare insopportabile, è anche la più liberatoria: perché, se non sei legato a nessun dogma, se non sei soggetto ad alcuna verità rivelata, allora puoi costruire, puoi creare, puoi pensare veramente, puoi vivere senza paura, senza colpa, senza dovere la tua vita ad una struttura religiosa, teologica e ideologica, puoi essere padrone della tua mente e questo, anche se i potenti lo negano, è la cosa più pericolosa per loro.

Il potere politico ha sempre avuto bisogno della religione, perché la religione organizza la paura, con il timor di Dio, la struttura, le conferisce la forma.

Il potere ha bisogno che la gente abbia paura dell’al di là, affinché non si ribelli al di qua, ha bisogno che creda che la sofferenza, la rinuncia, la contrizione fanno parte di un piano divino per la sua salvezza, affinché non metta in discussione le ingiustizie terrene, a cui ricorrerà per esercitare la propria funzione e sfruttare i propri privilegi di posizione.

Ha bisogno che la gente veda i leader come elevati, i dogmi come indiscutibili, la tradizione come verità.

I governi non hanno diritto di imporre credenze, ideologie.

Il pensiero deve essere al di sopra di ogni istituzione religiosa, e ogni persona deve essere libera di cercare la propria verità senza paura, senza minacce.

Ci sono milioni di persone legate alla paura, ci sono bambini educati a non pensare, ci sono ancora libri proibiti, idee censurate, dubbi puniti.

Ma c’è anche una nuova generazione che sta iniziando a svegliarsi, che non accetta più tutto senza riflettere, che vuole prove, argomenti, chiarezza, che osa guardare al mito e dire: “E se non fosse così?”

Ed è questo che cambia davvero il mondo.

Non una guerra, non un miracolo, ma una domanda.

Questa visione può sembrare fredda a chi è stato educato alla religione del miracolo, del mistero, del peccato e della redenzione.

Ma, in realtà, è più calda di quanto sembri, perché è libera, perché tu non hai bisogno di mediatori, perché tu non hai bisogno di sentirti in colpa per essere umano, non hai bisogno di negare io tuoi desideri, il tuo corpo, la tua intelligenza.

Non devi temere la punizione eterna, né aspettare la salvezza di chichessia: puoi salvarti da solo, non in senso religioso, ma nel senso più profondo.

Puoi capire chi sei, come funzioni, cosa desideri e agire di conseguenza.

La spiritualità non divide le persone tra eletti e condannati, non c’è un popolo speciale, né una religione vera, non ci sono eretici, ci sono solo esseri umani con più o meno comprensione.

E più comprendi, più amore provi, non un amore sentimentale o mistico, ma un amore razionale, necessario, assoluto, verso la realtà così com’è, quell’amore intellettuale per Dio (Amor Dei intellectualis di Spinoza) che è lo stato di trascendenza più alto che un uomo possa raggiungere, la gioia di essere uno con l’universo non dominandolo, non temendolo, ma comprendendolo.

E qui arriviamo alla fase finale.

La vera religione non ha bisogno di chiese, non ha bisogno di gerarchie, non ha bisogno di decime, né di rituali ed uniformi.

Ha solo bisogno di menti libere, di cittadini che pensano, di individui che si rispettano, di una società fondata non su una fede imposta, ma sulla conoscenza condivisa.

Dall’altra parte della paura c’è la verità.

Il potere comanda con la tua ignoranza, tu difenditi con la tua conoscenza.

Da essa scaturisce la coscienza di te, la crescita spirituale della tua identità personale che è il vero scopo del tuo passaggio sulla terra.

Questo è accaduto nella mia mente e nella mia anima, in questi ultimi 20 anni della mia vita.

E mi sta facendo conoscere la felicità e l’ebbrezza di vivere da uomo libero, finalmente.

Numero3736.

 

Fonte: YOUTUBE

 

ATEISMO

 

Questo trattato è un pochino ambizioso: vorrebbe racchiudere, argomentandole, naturalmente in modo riassuntivo, le ragioni per le quali sempre più persone non credono in Dio, di qualsiasi Dio si tratti, né in entità soprannaturali.

Per questo troverete quattro macroargomenti che sostengono la causa opinabile dell’ateismo e naturalmente sta a voi stabilire se li trovate convincenti o se, invece, volete opporre delle argomentazioni alle stesse.

L’obiettivo, lo anticipo qui, non è deridere ma sottoporre la pretesa più iconica della storia umana, l’esistenza di un Dio onnipotente e onnisciente, alla stessa rigorosa valutazione che applicheremmo a qualsiasi altra idea straordinaria.

Usiamo gli strumenti della logica, la lente della scienza e lo sguardo inflessibile della ragione.

Inizieremo dalle basi.

Costruiremo pezzo per pezzo le argomentazioni fondamentali per cui molte menti razionali, di fronte a tutte le prove disponibili, trovano l’esistenza di Dio una proposizione altamente improbabile, se non addirittura impossibile.

Se dobbiamo parlare di Dio, dobbiamo prima parlare di sofferenza.

Perché, se esiste una singola prova palese e insormontabile contro l’esistenza di un creatore benevolo, è proprio la questione della sofferenza nel nostro mondo.

Non si tratta solo di un rompicapo filosofico, è una brutale realtà vissuta.

È il bambino nato con la malattia di Teis, il cui sistema nervoso degenererà, portandolo ad una morte lenta e dolorosa prima dei 4 anni.

Ma sono anche i milioni di morti causati dalla peste nera, le decine di migliaia di vittime inghiottite da un singolo tsunami, l’agonia silenziosa di una creatura che muore di fame in una foresta.

Questo è il problema del male, l’argomento più antico e potente contro il teismo. La formulazione classica, spesso attribuita a Epicuro, è semplice e devastante.

Punto uno, se Dio è assolutamente buono, deve voler prevenire il male e la sofferenza.

Due, se Dio è onnipotente, deve poter prevenire il male e la sofferenza.

Tre, se Dio è onniscente, deve sapere come prevenire ogni male.

Quattro. Eppure il male e la sofferenza esistono, non sono rari, ma intessuti nella stessa esistenza biologica degli individui.

Evidentemente, una delle premesse deve essere falsa oppure, più logicamente, un essere con tutte e tre queste proprietà semplicemente non esiste.

I teologi hanno lavorato per secoli per creare difese, note come “teodicee”, per sfuggire a questa trappola logica.

Esaminiamone le più comuni.

Il primo tentativo di scappatoia è la difesa del libero arbitrio.

Questa difesa sostiene che la sofferenza è colpa nostra, non di Dio.

Poiché ci ha donato la libertà di scegliere, senza la possibilità di scegliere il male, perché è già insito nella nostra natura, la scelta del bene sarebbe insignificante.

Però questa difesa crolla per alcune ragioni.

La prima, ignora il male naturale.

Il libero arbitrio affronta solo il male morale, ciò che gli esseri umani si infliggono.

Non ha assolutamente nulla da dire sulla categoria immensa del male naturale.

Questo libero arbitrio è stato esercitato quando il terremoto di Lisbona, nel 1755 uccise 50.000 persone?

Quale fallimento morale è rappresentato dalla leucemia infantile o dal parassita che acceca un bambino?

Il secondo punto riguarda il paradosso del paradiso.

La maggior parte delle religioni promette un paradiso libero dal male e dalla sofferenza, dove i credenti mantengono il libero arbitrio.

Ma, se è possibile per Dio creare uno stato di esistenza in cui libero arbitrio e assenza del male coesistono in paradiso, perché non crearlo direttamente qui sulla Terra?

La sola conclusione logica è che Dio avrebbe potuto creare un mondo senza sofferenza, ma ha scelto di non farlo.

Un essere che sceglie di creare un mondo pieno di agonia inutile non può essere chiamato infinitamente buono.

La terza obiezione riguarda la falsa dicotomia.

L’Onnipotente non avrebbe potuto creare esseri umani che, pur essendo liberi, fossero fortemente inclini all’empatia e alla bontà?

Eh no, rispondono: questo limita la libertà dell’uomo.

Per questo Dio non lo consente.

E per quale insondabile ragione – ci chiediamo noi – la libertà dell’uomo sarebbe più importante della giustizia, specie se nei confronti di una vittima innocente?

Un altro tentativo di scappatoia, da parte del credente, è il mistero della fede.

È un tentativo, anche questo, mal riuscito.

Sostiene che la sofferenza fa parte di un grande piano divino che le nostre menti finite non possono comprendere.

Questo non è un argomento, è l’abbandono dell’argomentazione.

Dire che la bontà di Dio non è come la nostra, e che le sue ragioni sono al di là della nostra comprensione, rende la parola “buono” totalmente priva di significato.

Se nel buon piano di Dio, è necessario che un bambino venga torturato a morte, allora la parola buono è stata estesa fino ad includere il suo esatto opposto.

Non solo è una sciocchezza ma, a questo punto, il credente deve anche smettere di descrivere Dio come buono.

La parola buono, infatti, perde totalmente il suo significato.

In qualsiasi altro contesto, se un padre umano affermasse che affamare suo figlio fa parte di un misterioso piano d’amore, noi lo chiameremmo giustamente un mostro.

Non applicare la stessa logica ad un padre celeste è un classico esempio di special pleeding (supplica speciale), una fallacia logica che prevede irragionevoli eccezioni per salvare il Dio che vogliamo difendere ad ogni costo.

Un altro falso argomento portato avanti dal credente è la difesa della costruzione del carattere.

Questa idea afferma che la sofferenza è necessaria per il nostro sviluppo morale e spirituale.

Le difficoltà, se sopportabili, ci rendono più forti e compassionevoli, ma anche questo argomento si dissolve, mentre, effettivamente, alcuni ne emergono rafforzati.

È altrettanto vero che la sofferenza immensa semplicemente distrugge le persone, lasciandole traumatizzate e con una visione del mondo in frantumi.

Pensiamoci bene, che lezione di costruzione del carattere può imparare un neonato che muore di malattia genetica e uno tsunami che uccide 100.000 persone è uno strumento ragionevole per insegnare la compassione ai sopravvissuti?

La sproporzione grottesca tra il metodo e lo scopo presunto punta non a un maestro saggio, ma ad una forza goffa, indifferente e, in sostanza, malevola.

Quando spogliamo queste “teodicee” viziate, restiamo con dei dati grezzi.

L’universo che osserviamo funziona secondo leggi fisiche e biologiche impersonali, amorali e spesso brutali.

Il problema del male è una dichiarazione, è un’evidenza.

Il silenzio dei cieli di fronte al dolore atroce dell’esistenza suggerisce che, se esiste un Dio, o non è abbastanza potente da fermare l’orrore o non è abbastanza buono da volerlo.

Se il problema del male sfida la bontà di Dio, l’argomento dell’occultamento divino sfida il suo stesso desiderio di una relazione con noi, con gli esseri umani.

La domanda è semplice.

Se esiste un Dio personale e amorevole che desidera che tutta l’umanità lo conosca e lo adori, perché rende la sua esistenza così profondamente ambigua?

Perché si nasconde?

Se una relazione con Dio apre le porte alla beatitudine già su questa terra, perché è così ambiguo il suo mostrarsi?

Le poste in gioco non potrebbero essere più alte.

Secondo le principali religioni monoteiste, la fede è un elemento cruciale, perché con essa l’essere umano si gioca l’eternità.

La sua anima eterna è in bilico tra beatitudine e tormento.

Immaginate un genitore amorevole con una medicina salvavita per un figlio confuso e malato.

Questo genitore nasconderebbe la medicina in una scatola chiusa a chiave, la seppellirebbe in giardino e lascerebbe indizi criptici e contraddittori, sperando che il bambino li risolva.

No, questo sarebbe l’atto di uno psicopatico.

Un genitore amorevole somministrerebbe la medicina in modo chiaro e inequivocabile.

Se Dio è un genitore celeste amorevole e la fede è la medicina salvavita, il suo  comportamento è assolutamente sconcertante.

Ha scelto un metodo di comunicazione che è, con qualsiasi misura oggettiva,
catastroficamente inefficiente e oscuro.

E quali sono le evidenze di questa insufficienza di prove?

Ne vediamo alcune.

La prima riguarda i libri sacri. Bibbia, Corano, Veda e innumerevoli altri sono presentati come la parola diretta di Dio, oppure ispirata da Dio.

Eppure sono pieni di contraddizioni interne, inesattezze storiche e scientifiche e insegnamenti morali che oggi troviamo ripugnanti.

Ancora più importante, sono mutuamente esclusivi.

Ognuno afferma di essere l’unica vera via e condanna i seguaci delle altre vie.

Perché un Dio onniscente rivelerebbe se stesso in un modo così frammentato, confuso e contraddittorio, assicurandosi che la stragrande maggioranza dell’umanità sia dannata fin dall’inizio?

È come un CEO (amministratore delegato) di un’azienda che invia 10 missioni aziendali diverse e contraddittorie e poi licenzia tutti coloro che non seguono quella vera.

Una seconda evidenza riguarda l’esperienza personale.

I sentimenti di presenza di Dio o la voce sentita in preghiera sono reali per le persone che li vivono, ma non sono un percorso affidabile verso la verità.

Un missionario mormone, un mistico musulmano e un cristiano pentecostale, stanno tutti avendo esperienze emotive genuine.

Ma queste esperienze confermano teologie specifiche che sono contraddittorie l’una con l’altra.

Sono prove del potere del cervello umano di generare stati psicologici influenzati dalla cultura e dai bisogni emotivi.

Sono prove della psicologia umana, non della comunicazione divina.

Un Dio che volesse veramente essere conosciuto fornirebbe prove pubbliche oggettive, universali e verificabili.

Potrebbe scrivere “Io esisto” nelle stelle, in ogni lingua sulla Terra.

Potrebbe far lievitare permanentemente una montagna di qualche metro, potrebbe garantire che ogni preghiera per la crescita di un arto amputato ricevesse risposta.

Invece, presumibilmente, sussurra nei cuori di alcuni, fornisce testi antichi e contraddittori e permette al mondo naturale di operare secondo leggi fisiche che non richiedono nessun intervento divino.

L’argomento dell’occultamento divino dimostra che la non credenza, l’ateismo, chiamatelo come vi pare, non è una scelta ribelle o arrogante.

Per molti scettici è il risultato di una sincera e onesta ricerca della verità che si conclude però a mani vuote.

Se Dio esistesse e desiderasse una relazione con noi, la sua esistenza dovrebbe essere così ovvia che negarla sarebbe come negare l’esistenza del sole.

Il fatto che milioni di persone intelligenti e moralmente decenti possano scandagliare l’universo per trovare prove di Dio e non trovare nulla, è di per sé forse la prova più potente che non c’è nulla da trovare.

L’ambiguità delle prove e l’esistenza di una ragionevole non credenza puntano tutte nella stessa direzione.

Il mondo non sembra un luogo abitato da un Dio che vuole disperatamente essere trovato.

L’occultamento divino non è una prova di fede, è un segnale chiaro di assenza.

Per la maggior parte della storia umana Dio era il meccanico celeste, il meteorologo cosmico, il medico divino.

Perché il sole attraversa il cielo?

Perché Dio lo vuole.

Cosa causa la malattia?

L’influenza demoniaca o la punizione divina.

Per millenni, Dio ha fatto così, oppure Dio lo vuole.

Era la spiegazione predefinita per quasi ogni fenomeno.

Poi accadde qualcosa di notevole.

Iniziammo a trovare risposte migliori, risposte che erano testabili e prevedibili.

Copernico e Galileo hanno mostrato che la Terra orbita attorno al Sole grazie alla gravità, non alla volontà divina.

Franklin ha dimostrato che il fulmine è una scarica elettrica e, in modo più profondo, Charles Darwin e Wallas, con la teoria dell’evoluzione, hanno fornito un meccanismo interamente naturalistico per spiegare la diversità della vita.

Con ogni scoperta scientifica il territorio di Dio si restringe sempre di più.

È stato sfrattato più volte dai suoi precedenti ruoli.

E dov’è che il credente moderno trova Dio?

Lo trova nelle ombre e nelle lacune della nostra conoscenza scientifica.

Questo è il famoso “errore del Dio dei vuoti”.

Uno degli argomenti moderni a sostegno di Dio, infatti, suona così: “Voi scienziati potete spiegare molto, ma non potete spiegare questo: non potete spiegare che cosa ha causato il Big Bang, né esattamente come le sostanze chimiche non viventi si siano assemblate nella vita, la biogenesi, né potete spiegare la coscienza.

Quindi Dio deve averlo fatto.

Dio è in quella lacuna.

Questa è un’argomentazione da una posizione di profonda debolezza: è una teologia dell’ignoranza.

Trasforma Dio in una curiosità cosmica che si nasconde nelle tasche sempre più ridotte di ciò che non sappiamo ancora.

È una divinità in supporto vitale, sostenuta solo dall’aria sempre più rarefatta della nostra ignoranza.

La storia ha dimostrato che questo è un argomento terribile, pessimo, per costruire la propria fede.

La lacuna in cui risiedeva Dio, ieri, è il soggetto di un articolo vincitore del premio Nobel domani.

Inoltre è una manovra intellettualmente pigra.

Quando uno scienziato incontra una lacuna dice “Non lo so, scopriamolo”.

Il sostenitore del Dio dei vuoti guarda la stessa lacuna e dice: “Non lo so, quindi so che è stato Dio”.

Mettono un’etichetta divina sul mistero e l’indagine così si ferma.

La verità che la religione non vi dirà è che il loro Dio non è la più grande spiegazione del mondo, ma un fuggitivo in fuga dalla luce avanzante della conoscenza umana.

Ma l’umanità riuscirà a spiegare tutto?

La scienza o la ragione saranno in grado di spiegare tutto?

Probabilmente no.

Ma in questo caso la reazione più ragionevole non è attribuirlo a Dio, ma un meraviglioso e sonoro: “Boh, non so!”

Quarto ed ultimo argomento.

Se un Dio universale volesse comunicare il suo vero e unico messaggio a tutta l’umanità, che cosa ci aspetteremmo di vedere?

Ci aspetteremmo una singola rivelazione coerente e universalmente accessibile.

Guardiamo il mondo: vediamo esattamente l’opposto.

Vediamo un mercato caotico e cacofonico di migliaia di religioni, denominazioni e sette, ognuna delle quali rivendica con veemenza di essere l’unica detentrice della verità assoluta.

Il Dio ebraico Yahweh è un capotribù che detta regole teleguidando.

Il Dio cristiano, fatto identificare con questo Yahweh, è una trinità.

Il Dio musulmano Allah è una rigorosa unità e suggerire che sia
una trinità è il più grande dei peccati.

Un hindù vede la divinità espressa in milioni di forme o come una singola
realtà impersonale.

Un buddista potrebbe dire che la questione stessa di un Dio creatore è irrilevante.

Questi non sono disaccordi, sono contraddizioni fondamentali e inconciliabili sulla stessa natura di Dio e della realtà.

Logicamente, se uno ha ragione, tutti gli altri devono sbagliare.

Se il cristianesimo battista fosse l’unica verità, significherebbe che Dio ha permesso a oltre l’80% della popolazione mondiale, inclusi miliardi di sinceri musulmani, hindù, buddisti ed ebrei, di essere tragicamente ed eternamente in errore.

E la prova più dannosa è il semplice fatto dell’incidente della nascita.

Il più grande predittore delle credenze religiose di una persona non è la ragione o la ricerca spirituale, ma la longitudine e la latitudine del suo luogo di nascita.

Se siete nati in Pakistan sarete quasi certamente mussulmani, in Irlanda cattolici, in Utah mormoni.

Dovremmo credere che Dio abbia deciso che la vostra salvezza eterna sia determinata da una lotteria cosmica di geografia?

Questo non ha senso dal punto di vista di un Dio universale e amorevole, ma ha perfettamente senso se comprendiamo la religione per quello che è: un fenomeno culturale, un sistema di miti e rituali tramandato che evolve e diverge nel tempo proprio come l’arte e il linguaggio.

La religione non è una rivelazione divina, è un’invenzione umana.

Siamo ad un bivio.

Abbiamo visto un universo pieno di sofferenza inutile, un Dio che rimane ostinatamente nascosto, una fede che si ritira nelle lacune della non conoscenza e un mondo frammentato da mille verità concorrenti.

Qual è la conclusione più razionale che possiamo trarre?

Qui possiamo usare uno degli strumenti più potenti dello scettico, il principio di parsimonia, conosciuto meglio come “rasoio di Okkam”.

Il principio afferma che, di fronte a spiegazioni concorrenti per lo stesso fenomeno, dovremmo preferire quella più semplice, quella che fa il minor numero di ipotesi.

Ora applichiamo questo principio alle due ipotesi che spiegano l’universo.

Ipotesi uno, quella teistica: postula che l’universo sia stato creato e sia sostenuto da un essere soprannaturale.

Questo essere è tipicamente descritto come una mente personale, non fisica, atemporale, onnipotente, onnisciente, infinitamente buona e non causata.

Questa mente esiste al di fuori dello spazio e del tempo, eppure può interagire con il nostro mondo.

Questa spiegazione richiede di assumere l’esistenza di un intero regno soprannaturale e di un essere le cui proprietà sono incoerenti.

Non spiega la complessità dell’universo, sposta solo il problema a un livello di complessità ancora maggiore e più inspiegabile.

E adesso prendiamo la spiegazione numero due, quella naturalistica.

Questa spiegazione postula che l’universo che osserviamo è tutto ciò che esiste.

Esso opera secondo leggi fisiche impersonali e coerenti.

La complessità, inclusa la vita e la coscienza, deriva da componenti semplici che nel corso di immensi periodi di tempo hanno avuto un meraviglioso processo evolutivo.

Questa ipotesi non fa supposizioni su regni soprannaturali, lavora solo con le prove che abbiamo.

E chi ha creato tutto questo?

Nessuno, è la risposta più logica.

L’essere è eterno, è esistito da sempre e sempre esisterà.

Del resto, se può essere eterno Dio, perché più semplicemente non possiamo pensare che sia l’essere stesso ad essere eterno senza scomodare in modo antieconomico una ulteriore divinità?

E dunque qual è la spiegazione più semplice?

Non c’è paragone.

L’ipotesi naturalistica è incredibilmente più parsimoniosa, non moltiplica le entità
oltre il necessario.

L’ipotesi di Dio, al contrario, è la massima violazione del “rasoio di Okkam”.

È l’assunto più complesso e stravagante che si possa fare.

E quindi perché Dio non esiste secondo gli atei?

Perché i non credenti sono pochi di buono che vogliono sbarazzarsi di Dio per fare i loro comodi?

Perché sono brutti e cattivi senza argomenti?

Non direi, ma giudicate voi.

Forse non credono, perché un universo con un Dio buono e potente non sarebbe saturo di sofferenza gratuita e straziante come invece è, perché un Dio che desiderasse una relazione con noi non si nasconderebbe dietro l’ambiguità e il silenzio.

Forse non credono perché le pretese della religione sono state sistematicamente sostituite dalle verità verificabili della scienza, costringendo Dio ad un angolo sempre più ridotto della nostra ignoranza, perché forse la grande varietà di religioni in conflitto punta a un’origine umana, non divina, delle stesse religioni.

E perché, forse in ultima analisi, l’idea di Dio è un’ipoesi inutilmente complessa per un universo che può essere spiegato in modo molto più semplice senza l’idea stessa di Dio.

Alla luce di tutto ciò, per i non credenti, Dio è un miraggio e non sono dei cattivoni oppure dei pigri mentalmente o degli ignoranti, tutt’altro.

Allontanarsi da questo può essere spaventoso.

Significa accettare che siamo soli in un vasto cosmo indifferente, ma può anche
essere profondamente liberatorio.

Vuol dire che siamo liberi di creare il nostro significato.

Liberi di costruire la nostra moralità basata sull’empatia e sulla ragione, liberi di
apprezzare la bellezza sbalorditiva e la terrificante contingenza della nostra unica preziosa vita, senza bisogno di storie soprannaturali.

Direi che anche questo è un punto di vista legittimo e soprattutto dignitosissimo.

No?

Numero3732.

 

da  QUORA

 

Scrive Chiron, corrispondente di QUORA

 

Lezioni di vita.

 

Un vecchio era seduto su una panchina. Un giovane si avvicinò e gli chiese:

— Si ricorda di me, professore?

Il vecchio rispose:

— No!

Il giovane gli disse che era stato un suo allievo.

— Il vecchio insegnante: Ah! Che cosa sei diventato? Che fai nella vita adesso?

Il giovane rispose:

— Beh, sono diventato anch’io insegnante.

— Ah, che bello saperlo, quindi come me — disse il vecchio.

— Sì, come lei! In realtà sono diventato insegnante grazie a lei: mi ha ispirato a essere come lei.

Il vecchio, curioso, chiese al giovane professore in quale momento avesse deciso di diventare insegnante.

Il giovane gli raccontò la seguente storia:

— Un giorno, un mio amico, anche lui studente delle superiori, arrivò in classe con un bellissimo orologio nuovo. Io lo desideravo e decisi di rubarlo.

Poco dopo, il mio amico si accorse che l’orologio era sparito e si lamentò subito con lei.

Lei disse:

— Durante la mia lezione è stato rubato un orologio oggi. Chi lo ha preso deve restituirlo.

Io non lo restituii perché lo volevo… tanto!

Poi lei chiuse la porta e ci chiese di alzarci, dicendo che ci avrebbe perquisiti tutti finché l’orologio non fosse stato trovato.

Ma ci impose di chiudere gli occhi.

Lo facemmo. Quando perquisì le mie tasche, trovò l’orologio e lo prese.

Continuò a controllare le tasche di tutti. Quando ebbe finito disse:

— Aprite gli occhi. Ho trovato l’orologio.

Non mi disse nulla e non parlò mai più di quell’episodio. Non disse mai neppure chi avesse rubato l’orologio.

Quel giorno ha salvato la mia dignità.

È stato anche il giorno più vergognoso della mia vita.

Non mi ha mai detto nulla, non mi ha rimproverato né mi ha umiliato per darmi una lezione morale, ma è riuscito a farmi capire.

Grazie a lei ho compreso cosa sia un educatore e il valore di un insegnante.

Si ricorda di quell’episodio, professore?

Il vecchio professore rispose:

— Ricordo l’orologio rubato. Stavo controllando le tasche di tutti, ma non mi ricordo di te, perché anch’io avevo chiuso gli occhi mentre cercavo.

Questa è la vera essenza di un educatore:

se per correggere devi umiliare, non sai insegnare né essere un educatore.

Numero3731.

 

 

Il modo in cui una persona pensa determina le decisioni e, di conseguenza, i risultati che ottiene nel tempo. 

John C. Maxwell

 

Il modo in cui pensi influenza ogni scelta che fai, anche quando non te ne rendi conto.

Decisioni ripetute nel tempo costruiscono i risultati che ottieni nella tua vita.

Se il tuo modo di pensare è limitante, anche le tue azioni lo saranno.

Al contrario, un pensiero più lucido e aperto porta a scelte più efficaci.

Non sono solo le circostanze a fare la differenza, ma il modo in cui le interpreti.

Migliorare i risultati significa, prima, migliorare il modo di ragionare.

Questo richiede consapevolezza e la volontà di mettere in discussione le proprie convinzioni.

Chi cresce non cambia solo ciò che fa ma, innanzi tutto, come pensa.

È lì che nasce un vero cambiamento duraturo.

Le decisioni migliori arrivano da una mente allenata a vedere più possibilità.

Oggi, fermati un momento e chiediti: il tuo modo di pensare ti sta aiutando o ti sta limitando?

 

@ilmeglio dei libri.

Numero3730.

 

 

La libertà personale inizia nel momento in cui smetti di vivere per soddisfare le aspettative degli altri.

Ichiro Kishimi e Fumitake Koga.

 

Molte persone costruiscono la propria vita cercando approvazione, adattandosi a ciò che gli altri si aspettano da loro.

Questo porta a scelte che non rispecchiano davvero ciò che si desidera, creando frustrazione e senso di vuoto.

Vivere per piacere agli altri sifgnifica rinunciare, poco alla volta, alla propria autenticità.

La libertà personale nasce quando inizi a scegliere in base a ciò che senti giusto per te, non per ottenere consenso.

Questo non significa ignorare gli altri, ma smettere di dipendere dal loro giudizio.

All’inizio può creare disagio, perché rompe abitudini profonde.

Ma è proprio lì che cominci a sentirti più leggero e coerente.

Essere fedeli a se stessi richiede coraggio, ma porta ad una vita più vera.

Non tutti capiranno le tue scelte, ed è normale.

Ciò che conta è che abbiano un senso per te.

Oggi, fai una scelta che rispecchia davvero ciò che vuoi, senza cercare approvazione.

È così che inizi a costruire la tua libertà.

 

@ilmegliodeilibri

Numero3729.

 

 

La motivazione più duratura non nasce da ricompense esterne, ma dal desiderio interno di migliorare e crescere.

Daniel H. Pink

 

Molte persone cercano motivazione in premi, riconoscimenti o risultati esterni, ma questi effetti sono spesso temporanei.

Quando manca una spinta interna, ogni sforzo diventa fragile e difficile da mantenere nel tempo.

La vera motivazione nasce dal desiderio di crescere, imparare e diventare migliori ogni giorno.

È qualcosa che non dipende dagli altri, ma da come interpreti il tuo percorso.

Quando agisci per migliorarti, non hai bisogno di continue conferme esterne.

Anche nei momenti difficili, trovi una ragione per andare avanti.

Questo tipo di motivazione è più stabile, perché è legata alla tua identità.

Non si esaurisce con un risultato, ma si rinnova nel processo.

Chi è guidato da dentro non si ferma facilmente.

Oggi, fai qualcosa solo per migliorarti, senza aspettarti nulla in cambio: è così che costruisci una motivazione che dura nel tempo.

 

@ilmegliodeilibri

Numero3728.

 

da  QUORA

Scrive MaxS, corrispondente di Quora

 

Una tragedia americana:

a capo del più potente esercito del mondo c’è un fanatico religioso.

 

C’è un uomo, in queste ore di fuoco in cui i missili continuano a solcare i cieli del Medio Oriente e le sorti di milioni di persone sono appese a un filo, che più di ogni altro incarna il volto inquietante di questa nuova America in guerra.

Si chiama Pete Hegseth, ha 45 anni, è il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, e prima di essere nominato da Donald Trump alla guida del Pentagono era un conduttore di Fox News, un militare della Guardia Nazionale con due missioni in Iraq e Afghanistan alle spalle, e un predicatore laico di quella che lui stesso definisce una “guerra santa” contro i nemici dell’Occidente.

Ma ciò che rende la sua figura così disturbante, così fuori da ogni canone della tradizione democratica americana, non è tanto il suo curriculum quanto le sue idee, i suoi valori, la sua concezione del potere e della fede.

Perché Pete Hegseth, come ha raccontato in un lungo articolo il quotidiano spagnolo El País, è un “fanatico religioso”.

Un uomo che vede il conflitto in Iran non come una questione geopolitica, non come una crisi da gestire con la diplomazia, ma come una crociata, uno scontro di civiltà, una battaglia tra il Bene e il Male in cui gli Stati Uniti sono chiamati a svolgere il ruolo di armati del Signore.

E non è una metafora: Hegseth ha ripetutamente dichiarato, nei suoi libri e nei suoi interventi pubblici, che l’Islam è “una religione malvagia”, che i musulmani “vogliono ucciderci”, e che la guerra al terrorismo è in realtà una guerra di religione che l’Occidente deve combattere senza esitazioni .

La sua nomina, avvenuta nel gennaio 2025 dopo una battaglia durissima in Senato (51 voti a 50, con il vicepresidente JD Vance chiamato a spezzare la parità), è stata salutata con allarme da diplomatici e analisti di tutto il mondo.

Per la prima volta nella storia, il capo del Pentagono è un uomo che considera il conflitto in Medio Oriente in termini escatologici, che vede l’Iran come il “Grande Satana” non per ragioni politiche ma teologiche, e che considera qualsiasi trattativa con Teheran non solo inutile ma empia.

E mentre i generali del Pentagono, quelli veri, quelli cresciuti nelle accademie militari e abituati a pensare in termini di rapporti di forza e di equilibri strategici, vengono messi da parte o silenziati, Hegseth detta la linea: nessuna pietà, nessuna mediazione, nessuna tregua fino alla vittoria totale.

Le conseguenze di questa impostazione si vedono ogni giorno sui campi di battaglia.

L’operazione “Epic Fury”, che ha già causato migliaia di vittime civili in Iran, è stata concepita e gestita con una logica che molti osservatori definiscono “sproporzionata”.

Non si colpiscono solo obiettivi militari, ma infrastrutture civili, centrali elettriche, impianti di raffinazione, tutto ciò che può piegare la volontà di resistenza del popolo iraniano.

E quando i cronisti chiedono conto di queste scelte, Hegseth risponde con citazioni bibliche e con quella che i suoi critici chiamano “teologia della guerra giusta”, una dottrina che trasforma il conflitto in un atto di fede.

Ma il problema non è solo la guerra in Iran.

È l’intera concezione della difesa americana che Hegseth sta riscrivendo a sua immagine e somiglianza.

I vertici militari sono stati epurati: generali e ammiragli che avevano osato criticare le sue posizioni sono stati sostituiti da fedelissimi, spesso con meno esperienza ma con le “giuste” idee politiche e religiose.

Il Dipartimento della Difesa è diventato un campo di battaglia culturale, dove la competenza conta meno della lealtà e dove la preparazione tecnica viene sacrificata sull’altare dell’ideologia.

E mentre i soldati americani muoiono in deserti lontani, Hegseth predica dai pulpiti delle chiese evangeliche, raccogliendo fondi e consensi per una guerra che non sembra avere fine.

L’opposizione democratica, naturalmente, ha sollevato più volte il caso.

Il senatore Jack Reed, massimo esponente del partito nella commissione Forze armate, ha parlato di “deriva pericolosa” e ha chiesto udienze pubbliche per valutare l’operato del segretario.

Ma con una maggioranza repubblicana compatta e con un presidente che appoggia incondizionatamente il suo pupillo, ogni tentativo di controllo è destinato a fallire.

E così, mentre il mondo guarda con apprensione a quello che succede in Medio Oriente, l’uomo che ha in mano il più potente strumento militare della storia continua a vedere la guerra come una missione divina.

Una tragedia americana, appunto.

E forse, una tragedia per il mondo intero.

Numero3726.

 

R E S U R R E Z I O N E :    F A T T O    S T O R I C O    O    A T T O    D I    F E D E ?

 

 

Da secoli la resurrezione di Gesù è il fulcro della fede cristiana, un evento considerato miracoloso e trascendente.

Si può forse dire che togliere dal cristianesimo la resurrezione significa mutilarlo completamente o quasi.

Però quando spostiamo l’indagine dal piano teologico a quello puramente storiografico, il panorama cambia drasticamente.

Che cosa possiamo realmente sapere attraverso il rigore della scienza storica su ciò che accadde dopo la crocifissione?

Ecco, se da un lato la fede accetta come suo fondamento il miracolo della resurrezione, la storiografia opera secondo criteri di probabilità e coerenza con le pratiche documentate dell’epoca.

Esplorare questo confine non significa negare la dimensione spirituale, ma riconoscere la distinzione fondamentale tra la tradizione religiosa e ciò che è documentabile come fatto storico.

Detto in altri termini, ciascuno può continuare a credere in quello che vuole, solo che gli storici naturalmente devono fare il loro mestiere.

Del resto la religione è questione di fede.

“Va, la tua fede ti ha salvato”, si legge nei Vangeli, e la fede non ha bisogno di evidenze.

“Beati coloro che credono senza aver visto”, leggiamo sempre nel Vangelo.

La storia invece ha bisogno di documenti, prove, indagini, confronti per cercare di avvicinarsi, al meglio possibile, alla verità.

Aiutati da uno studioso del calibro di Bart Herman, cercheremo di capire che cosa si possa dire e che cosa non si possa dire sulla resurrezione.

 

Partiamo quindi dalle basi: nonostante le profonde divergenze interpretative, esiste un nucleo di eventi che gode di un’attestazione multipla ed è accettato dalla stragrande maggioranza degli storici.

Questi punti costituiscono la base del dibattito.

Il primo punto riguarda l’esistenza storica: un uomo chiamato Gesù di Nazareth è realmente esistito.

Ci sono naturalmente storici che sostengono che non sia mai esistito e hanno anche argomenti a riguardo, ma non sembrano abbastanza convincenti o almeno non lo sono abbastanza da scalzare le ipotesi contrarie.

Punto numero due, l’attività pubblica.

Gesù operò come maestro di un particolare codice etico, raccogliendo un seguito di discepoli.

Terzo punto della questione, ripeto, su cui la maggior parte degli storici concordano, è la crocifissione: entrò in conflitto Gesù con le autorità romane e fu giustiziato.

Il quarto punto è quello che qui ci interessa maggiormente: la rivendicazione dei seguaci.

Dopo la sua morte, diversi gruppi di persone affermarono con forza di averlo visto nuovamente in vita.

Attenzione, lo storico non dice e non può dire: dopo tre giorni è risorto.

Lo storico deve invece affermare che ci sono persone che dissero di averlo visto vivo dopo 3 giorni.

Le due cose sono notevolmente diverse.

Ebbene, alla luce di tutto ciò, lo storico deve porsi una domanda metodologica.

Questi dati provano la resurrezione?

Dal punto di vista della ricerca scientifica la risposta è no.

La storia per sua natura cerca l’evento più probabile basandosi sulle prove disponibili.

Un miracolo, essendo per definizione l’evento meno probabile, difatti è una violazione delle leggi della natura, sfugge agli strumenti della storiografia.

Dire che i discepoli affermarono di averlo visto vivo è un fatto storico.

Dire che Gesù è risorto è un’affermazione di fede che esorbita dal metodo scientifico.

Ma andiamo ancora più a fondo ed esaminiamo le prove.

Rispetto a questo argomento, uno dei punti di maggiore attrito riguarda la sepoltura di Gesù.

Gli Apologeti in genere sostengono che l’esistenza di un sepolcro vuoto sia un dato accertato.

Herman ha dei dubbi e anche molto convincenti e tra le altre cose evidenzia una frattura profonda tra il racconto evangelico e la prassi amministrativa romana.

Un dettaglio tecnico spesso ignorato è che non possediamo nessuna descrizione letteraria della crocifissione nel mondo antico.

Sappiamo che i condannati venivano talvolta inchiodati grazie al ritrovamento archeologico di resti organici e di chiodi, ma nessun autore antico descrive la procedura esatta.

Però le fonti sono coerenti su quello che accadeva dopo la morte.

E che cosa accadeva in genere?

Innanzitutto si verificava l’umiliazione del cadavere come deterrente.

La crocifissione non mirava solo alla morte, ma alla distruzione della dignità del condannato.

I corpi venivano solitamente lasciati sulla croce per giorni per decomporsi ed essere divorati da uccelli rapaci e cani randagi.

Secondo punto importante: non esistono eccezioni, cioè non esiste alcun resoconto storicamente verificato di un condannato per sedizione.

Attenzione, condannato per sedizione, poi ci torneremo, come era considerato Gesù, che è stato sepolto con onore, il pomeriggio stesso dell’esecuzione, in una tomba conosciuta.

Altro punto importante riguarda la figura di Pilato.

L’idea che un governatore romano facesse un’eccezione per un agitatore provinciale, contravvenendo alla prassi di lasciare il corpo come monito pubblico, appare storicamente poco plausibile.

Per Pilato, Gesù era probabilmente solo uno dei tanti problemi da eliminare rapidamente.

Ora, e questo è un punto molto interessante, rispetto all’umiliazione del cadavere e alla negazione della sepoltura, alcuni hanno sollevato delle obiezioni, sostenendo che nel mondo ebraico abbiamo attestazioni per cui i condannati a morte per crocifissione potevano avere una degna sepoltura.

Questo confermerebbe la tesi per cui Gesù avrebbe potuto benissimo essere sepolto.

Ma rispetto a questo ci sono degli importanti distinguo da fare.

Intanto la crocifissione era riservata a casi particolari, ma i casi particolari erano molti.

Due dei più comuni erano i criminali di bassa lega e i nemici dello Stato.

Bisogna fare attenzione a questo distinguo: i criminali di bassa lega e i nemici dello Stato.

Si tratta di due categorie molto diverse.

I criminali di bassa lega includevano, per esempio, schiavi fuggiti dai loro padroni e colpevoli di un crimine.

Se catturato, uno schiavo poteva essere crocifisso.

Peggio ancora che fuggire come schiavo o rubare un cavallo, molto peggio era opporsi allo stato romano.

Questo era qualcosa che i romani non tolleravano affatto.

In questo caso ai nemici dello Stato veniva mostrato il potere dello Stato e la crocifissione era il mezzo per farlo.

Se ti opponevi all’azione militare romana venivi crocifisso. Se attaccavi truppe romane venivi crocifisso. Se complottavi per rovesciare il governo locale venivi crocifisso. Se ti definivi re in contrasto con il potere politico romano, venivi crocifisso.

E questo è il caso che riguarda Gesù e che rientra nel novero di quel gruppo di reati per cui i romani agivano senza eccezioni e senza pietà.

Ebbene, in quest’ultimo caso, quindi, quando si aveva a che fare con i nemici dello Stato, i romani non ammettevano eccezioni.

L’esecuzione non doveva soltanto togliere la vita al condannato, ma doveva essere un monito per tutti gli altri, mostrando la morte orribile a cui andava incontro chi avesse fatto lo stesso e lo strazio impressionante del suo cadavere.

Il cadavere veniva lasciato per giorni a marcire, veniva dato in pasto ai corvi e ai cani randagi e non veniva concessa la sepoltura.

Per questo, secondo Herman, è davvero improbabile che il corpo di Gesù fosse stato rimosso dalla croce e posto in un sepolcro.

Gesù non era uno schiavo in fuga, né aveva rubato cavalli: era invece un nemico dello stato e a lui era riservata la peggiore delle morti e il massimo strazio del suo cadavere.

E adesso continuiamo con il nostro discorso.

L’analisi critica dei testi rivela una stratificazione letteraria affascinante.

Se leggiamo i Vangeli in ordine cronologico, infatti, notiamo che la figura di Ponzio Pilato subisce un processo di “santificazione” progressiva.

Ciascuno di voi può prendere i Vangeli e verificare di persona.

Insomma, in Marco, Pilato concorda semplicemente con il sinedrio.

In Matteo, compare il celebre gesto di lavarsi le mani per dichiararsi innocente.

Nel Vangelo di Luca, Pilato dichiara Gesù innocente tre volte e lo invia da Erode, il quale a sua volta non trova colpe in lui.

In Giovanni, Pilato proclama ancora l’innocenza di Gesù, ma il testo greco suggerisce un dettaglio inquietante.

Pilato consegna Gesù direttamente ai capi dei sacerdoti e agli scribi, affinché siano loro a crocifiggerlo.

Nel Vangelo di Pietro, che è un Vangelo apocrifo, Pilato viene quasi totalmente scagionato da ogni colpa.

Ecco, secondo Herman questa evoluzione non è cronaca, ma una strategia letteraria che serve per spostare la colpa del deicidio da Roma alle autorità ebraiche.

Detto in altri termini, per scelta politica, serviva a incolpare di più gli ebrei e discolpare progressivamente Pilato.

Il fatto è però che questo ritratto rabbonito di Ponzio Pilato contrasta con le fonti storiche di Filone di Alessandria e Giuseppe Flavio che descrivono Pilato come un uomo spietato, ostinato e per nulla incline a farsi piegare dalle pressioni delle folle locali.

Insomma, è ragionevole pensare che i Vangeli alterino significativamente i fatti per come supponiamo che siano.

Le esigenze sono naturalmente politiche e teologiche.

Un pilastro dell’Apologetica è la citazione di San Paolo riguardo ai 500 testimoni che avrebbero visto Gesù risorto.

Ma è certo che è risorto?

Paolo dice che lo videro in 500, ma insomma, possibile che nessuno pensi che Paolo possa aver mentito, che il testo possa essere stato interpolato, che nessuno di quei 500 sapesse leggere e scrivere e quindi avesse scritto una testimonianza di tale apparizione del risorto?

Di fatti, in questo caso, è necessario applicare un rigoroso scetticismo storiografico distinguendo tra una rivendicazione e una prova.

Intanto, su questo fatto bisogna considerare il silenzio dei Vangeli.

È un silenzio di peso enorme.

Se 500 persone avessero visto Gesù contemporaneamente, è inspiegabile che nessuno dei quattro Vangeli, Marco, Matteo, Luca, Giovanni, faccia il minimo accenno a un evento di tali proporzioni.

Lo dice solo Paolo, che non è un evangelista e neppure un testimone presente durante i fatti: la testimonianza di Paolo rimane isolata.*

Un’altra obiezione fondamentale appare dall’analisi comparativa.

La storia delle religioni è ricca di fenomeni simili.

I seguaci di Apollonio di Tiana affermarono che il loro maestro apparve in una stanza dopo la morte.

Il senatore romano Proculo Giulio giurò di aver visto Romolo apparire dopo la sua scomparsa.

Milioni di persone oggi credono fermamente nell’ascesa al cielo di Maometto oppure nelle apparizioni collettive della Vergine Maria.

Ora, se non accettiamo queste narrazioni come prove fisiche di eventi soprannaturali in altri sistemi di credenze, la coerenza impone di applicare gli stessi criteri di giudizio anche al caso di Gesù.

Una storia di 500 persone scritta da un singolo individuo rimane la testimonianza di quell’individuo, non di 500 fonti indipendenti.

In sostanza, detto in modo crudo, se tutte le altre, quella di Romolo, quella di Apollonio di Tiana e tante altre, le consideriamo bufale, non si capisce perché non debba essere una bufala anche questa.

Proviamo a trarre qualche conclusione.

L’indagine storica non ha il compito di confermare o smentire la fede, ma di tracciare il confine tra ciò che è scientificamente indagabile e ciò che non lo è.

Il metodo storico ci restituisce l’immagine di un uomo la cui morte traumatica scatenò nei seguaci esperienze profonde e visioni che nel tempo sono state codificate in racconti teologici sempre più complessi.

Accettare la distinzione tra il Gesù della storia e il Cristo della fede è il primo passo per un’analisi onesta delle nostre radici culturali.

La storia ci parla di un predicatore giustiziato dal potere imperiale.

La fede ci parla di un salvatore che ha sconfitto la morte.

Confondere i due piani non aiuta né la scienza né la spiritualità.

Se applichiamo a Gesù gli stessi standard rigorosi e gli stessi criteri di probabilità che usiamo per analizzare figure come Romolo, Apollonio di Tiana o Maometto, quanto della narrazione tradizionale della resurrezione rimane intatto come fatto storico documentabile?

 

Riferimento a SAPIENS SAPIENS su YouTube.

 

* Dagli ATTI DEGLI APOSTOLI:

Saulo di Tarso, che diventerà San Paolo l’Apostolo delle genti, è sulla strada per Damasco.

“Strada facendo,mentre stava avvicinandosi a Damasco, d’improvviso una luce dal cielo gli sfolgorò d’intorno: caduto a terra, udì una voce che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Egli rispose: “Chi sei, o Signore?”. E quegli: “Io sono Gesù che tu perseguiti …”.

Saulo di Tarso non vede Gesù, né vivo né risorto. Sente solo una voce che gli parla e, a questa voce, lui si rivolge chiamandolo “Signore”.

 

Numero3724.

 

da  QUORA

Scrive Alex Leroy, corrispondente di Quora

 

DOVE  SBAGLIANO  GLI  UOMINI  CON  LE  DONNE ?

 

Come accompagnatore, assieme ad alcuni amici, sto lavorando ad un progetto che serve proprio agli uomini a recuperare strumenti che li rendano più self confident (fiduciosi in se stessi) nell’approcciare le donne.

Non c’è mai un approccio univoco e ogni storia è una storia a sè.

Col mio team rifuggiamo i concetti espressi dalla mascolinità tossica che ha generato fenomeni come la Manosfera, gli Incel o Redpill.

Cerchiamo piuttosto di prefigurare un approccio di Mascolinità positiva.

Per rispondere alla domanda, semplificando molto, possiamo dire che gli uomini sbagliano spesso con le donne non per cattiveria, ma perché seguono miti sbagliati, consigli tossici e un’idea distorta di quello che davvero attrae e mantiene l’interesse femminile.

Scarterò di proposito tutto gli atteggiamenti provenienti dalla mascolinità tossica perché la ritengo la risposta sbagliata ad una giusta domanda.

Mi concentrerò, invece, su atteggiamenti non tossici ma comunque sbagliati.

Il primo grande errore è credere che essere “troppo gentili” sia la strada giusta. Molti pensano che se si mostrano sempre disponibili, accondiscendenti e pronti a soddisfare ogni desiderio, la donna si innamorerà.

In realtà questo atteggiamento comunica spesso insicurezza e mancanza di spina dorsale.

Le donne sono attratte da un uomo che ha rispetto per se stesso, che ha una sua vita interessante e che non si annulla pur di piacere.

Essere gentili è bello, ma senza dignità diventa debolezza.

Un altro sbaglio classico è inseguire troppo.

Bombardare di messaggi, insistere quando l’interesse non è reciproco, regalare cene e complimenti nella speranza di “meritarsela”, tutto questo di solito produce l’effetto opposto: l’attrazione non si può negoziare né comprare.

Quando un uomo spinge troppo, la donna sente pressione e si allontana.

Molti commettono anche l’errore di idealizzarla troppo presto: metterla su un piedistallo, dirle che è perfetta, che non la meritano.

Questo crea squilibrio e toglie quella sana tensione che invece alimenta il desiderio.

Le donne vogliono sentirsi desiderate, non idolatrate.

Nella fase di frequentazione o di relazione, uno degli sbagli più gravi è non saper ascoltare davvero.

Molti uomini ascoltano per risolvere un problema, mentre spesso lei ha solo bisogno di sentirsi capita e validata emotivamente.

Allo stesso tempo, tanti faticano a esprimere le proprie emozioni, rimanendo chiusi per paura di apparire deboli: questo crea distanza.

Un altro errore frequente è abbassare l’impegno una volta che la relazione sembra avviata: all’inizio corteggiano con attenzione, poi i messaggi diminuiscono, le uscite diventano routine e il romanticismo svanisce.

Le donne percepiscono subito quando l’energia cala e lo interpretano come disinteresse.

Molti sbagliano anche perché proiettano insicurezze: diventano gelosi senza motivo, controllanti o, al contrario, emotivamente irraggiungibili.

E c’è chi pensa ancora che il sesso sia solo una questione fisica o meccanica, senza capire che per lei il desiderio nasce soprattutto da connessione emotiva, sicurezza e polarità tra maschile e femminile.

Alla base di molti di questi errori c’è un mito pericoloso: “le donne vogliono i bastardi” o “devi comprarla con soldi e regali”.

La verità è più semplice e più impegnativa: le donne sono attratte da un uomo autentico, sicuro di sé senza arroganza, che sa essere giocoso, rispettoso ma con confini chiari, che ha una vita propria e che non ha paura di essere se stesso.

In sintesi, gli uomini sbagliano quando si concentrano più su “cosa fare per piacerle” che su “diventare una versione migliore di se stessi”.

Quando smettono di recitare un ruolo e iniziano a coltivare fiducia, comunicativa e rispetto reciproco, le dinamiche cambiano radicalmente.

Le donne ovviamente sbagliano a loro volta, ma se un uomo lavora seriamente su questi punti, vedrà che molti problemi si risolvono da soli.

Numero3723.

 

VERITA’  SCOMODE  SULLA  NATURA  UMANA

 

Spesso chi si sente più fragile cerca di ferire gli altri per sentirsi più forte.

Chi ha meno da dire è spesso quello che parla di più.

L’invidia nasce spesso da un’infelicità che non si riesce ad ammettere.

Chi vale poco dentro, a volte, prova a compensare con l’arroganza.

Le persone davvero sagge non hanno bisogno di agitarsi per farsi notare.

La vera forza non umilia, protegge, comprende e resta gentile.

Chi è davvero intelligente non sente il bisogno di parlare sempre.

Le persone più felici non ostentano, vivono con serenità, spesso in silenzio.

Chi è più misero dentro spesso si nasconde dietro una finta superiorità morale.

 

Iuliana Latea  YouTube